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La strategia della tensione siriana tra Turchia, Pkk e petrolio

Articolo pubblicato su Left (Avvenimenti). Ho cercato di tracciare una linea continua tra attentati di Reyhanli (Turchia), trattative di pace tra Pkk e Ankara e i possibili movimenti di Damasco nei confronti delle regioni petrolifere finite nelle mani dei curdi siriani (e in particolare della frangia siriana del Pkk, il Pyd). Nel sottotitolo pubblicato sul sito (e purtroppo in quello andato in stampa) compare la frase: i curdi “vorrebbero vendere il greggio all’Europa”, ma si tratta del frutto di un’aggiunta della redazione che non trova fondamento nell’articolo. Dovrebbero provvedere al più presto ad eliminarla.

Ostaggi del Petrolio

S1100007 

di Andrea Glioti

(Maabadeh-Hasakeh-Siria)

I curdi non si meritano la pace. Specie se vogliono il petrolio. L’11 maggio a Reyhanli, estremo sud della Turchia, due enormi esplosioni hanno fatto 51 morti e circa 200 feriti. Un attentato orchestrato al di là di quel confine che corre a pochi chilometri dalla città. È il tentativo siriano di boicottare i negoziati di pace tra i guerriglieri curdi del Pkk e il governo Erdogan. Il regime di Bashar al-Asad intende dimostrare alla Turchia che non può conseguire una stabilizzazione interna se non smette di sostenere l’opposizione siriana. Pacificare il fronte curdo, proseguendo nei negoziati con Ocalan, non è la strategia giusta per assicurarsi la quiete al confine.

Dopo un periodo di relativa calma, il popolo curdo deve tornare alla realtà. Anche nelle città del nord est siriano come Tell Tamr e Hasakeh si sono intensificati gli scontri tra tribù arabe e milizie lealiste al regime da una parte, e frangia siriana del Pkk (Pyd- Partito dell’unione democratica) dall’altra. Il messaggio è inequivocabile: l’autonomia de facto conseguita nell’ultimo anno dalla minoranza curda siriana è frutto della necessità del governo di Damasco di garantirsi una regione cuscinetto al confine turco. Una riconciliazione curdo-turca vanificherebbe però il piano, trasformando quell’area in provincia occidentale di un’altra comunità ostile. Se questo dovesse succedere, il regime di Bashar non esiterà a volgere la sua artiglieria verso il Kurdistan siriano, anche perché c’è un altro interesse da salvaguardare: buona parte delle risorse energetiche di Damasco si trovano qui, e oggi sono finite in mano al Pyd.

Damasco conosce bene l’importanza della provincia di Hasakeh, dove si concentra oltre metà del petrolio del Paese. Il regime, infatti, ha sempre negato l’autosufficienza alle regioni curde, collegando i loro pozzi petroliferi alle raffinerie di Homs e Banyas nella Siria occidentale. Oggi le trivelle si stagliano inerti all’orizzonte, ma per la prima volta i pozzi sono stati “affidati in custodia esente da cauzione” al Pyd. La notizia emerge da documenti governativi pubblicati dal settimanale indipendente Jisr. «Circa il 60 per cento dei pozzi è in mano al Pyd e il rimanente 40 per cento si trova sotto il controllo dell’opposizione araba», precisa K., che lavora come ingegnere specializzato in trivellazione nelle Direzione locale del ministero del Petrolio. Il Pyd sta approfittando della situazione di stallo nel conflitto siriano per gettare le fondamenta di un’autosufficienza energetica. Tra i suoi progetti c’è anche quello di avviare l’importazione di gas dal Kurdistan iracheno e di comprare elettricità dalla Turchia.

Il progetto di autonomia del Partito curdo ha preso avvio nell’estate del 2012, quando il Pyd ha colto l’occasione del ritiro della maggioranza delle forze di sicurezza governative per creare una rete di nuove istituzioni: corpi di polizia, esercito, associazioni e scuole. Tutto ciò è stato possibile con il tacito consenso del regime, nonostante i dirigenti del Pyd neghino ogni forma di coordinamento. La realtà sulle relazioni con Damasco è sotto gli occhi di tutti: a Qamishli, dove l’intelligence siriana non ha abbandonato le proprie sedi, i posti di blocco delle milizie curde distano pochi isolati da quelli del regime e le gigantografie del presidente troneggiano ancora sugli edifici governativi.

Per sradicare il regime, però, la Ue tenta di sostenere l’opposizione anche in Kurdistan. L’ha fatto abolendo, il 22 aprile, l’embargo petrolifero. Ma i risultati sono stati opposti. Il fronte anti regime si è diviso, perché il Pyd intende presentarsi come partner commerciale indipendente, diverso sia dal regime di Damasco che dall’opposizione araba. «La Commissione suprema curda (la maggiore coalizione politica della regione, dominata dal Pyd) è l’unico soggetto autorizzato alla compravendita del petrolio in nome dei curdi», sottolinea Bashir Malla, membro del Pyd, «ma la Ue non l’ha nemmeno menzionata nel suo appello rivolto esclusivamente all’opposizione araba». La decisione europea ha irritato anche i leader militari della ribellione araba. «Siamo contrari alla vendita del petrolio prima della formazione di un governo a interim nelle zone liberate», ci dice il maggior Muntasir al-Khaled, comandante del consiglio militare dell’Esercito siriano libero (Esl) di Hasakeh. «Per il momento i pozzi sono in mano a una moltitudine di forze armate che non dialogano tra di loro». L’obiettivo dell’esercito dei ribelli è di unificare politicamente le regioni petrolifere attraverso un’offensiva militare. «Se ora l’opposizione decidesse di accettare l’offerta europea, il regime bombarderebbe immediatamente qualsiasi cargo di petrolio diretto all’estero», commenta M., ingegnere elettrico che lavora a Hasakeh. Finora le regioni curde sono state risparmiate dalla devastazione, ma il petrolio potrebbe portare la guerra anche qui.

Il Pyd conosce i propri limiti da “custode” delle regioni petrolifere: sa di non potersi ancora permettere di riavviare le trivellazioni e di dover mantenere aperto il dialogo con Damasco. «L’interruzione della produzione petrolifera sta danneggiando l’intero Paese e, per il momento, il regime rimane l’unico possibile acquirente del greggio», ammette Bashir Malla. Il Pyd viene accusato di aver continuato a pompare petrolio verso le raffinerie governative per diverse settimane, dopo aver preso in consegna i pozzi. «Il Pyd si è impadronito delle trivelle il primo marzo 2013, ma il petrolio ha continuato ad arrivare a Banyas fino al 20 del mese, quando alcuni gruppi dell’opposizione araba hanno chiuso le valvole a Tell Hamis», ricorda l’ingegnere elettrico.

Oggi, per il regime, le aree amministrate dai curdi sono diventate meno affidabili. E in caso di un avvicinamento tra la Turchia (che sostiene i ribelli siriani) e il Pkk (alleato dei curdi del Pyd) Damasco potrebbe decidere di puntare su nuovi partner per la tutela delle sue riserve energetiche. Nella frammentazione siriana, infatti, ci sono rivalità etniche che il regime di Bashar può essere sfruttare per trovare referenti affidabili. Basta camminare per le vie di Ma’abadeh, cittadina curda nei pressi del confine iracheno, per accorgersi degli inconfondibili volti olivastri dei profughi arabi provenienti dalla martoriata provincia di Deyr az-Zor. Tra il Pyd e alcuni clan di quella zona non corre buon sangue dal 2004, quando il regime li utilizzò per reprimere una rivolta curda scoppiata a Qamishli. E nella cittadina di Tell Tamr un’ altra tribù lealista, la Sharabin, è stata coinvolta di recente in alcuni scontri con le milizie del Pyd. Si tratta solo di una delle carte a disposizione del regime, ma anche l’opposizione trova orecchie ricettive alla sua propaganda etno-nazionalista contro i curdi: l’episodio più recente è stato il coinvolgimento di parte del clan Baggara nella fallimentare offensiva lanciata dall’Esercito di liberazione a Ras al-’Ayn. Gli arabi volevano “liberare” le regioni curde ma non ci sono riusciti. «Abbiamo accettato di rispettare una tregua, ma non consideriamo liberate le regioni sotto il controllo del Pyd», chiarisce il comandante dell’Esl, Muntasir al-Khalid. «Quando cadrà il regime dovranno innalzare la bandiera della rivoluzione e non quella del loro partito».E quando si tratta di gas e petrolio, persino gli accordi tra opposizione e regime non sono da escludere. «Sappiamo per certo che, in passato, il regime ha pagato alcune fazioni dell’opposizione per assicurarsi il passaggio degli oleodotti tra Hasakeh e Deyr az-Zor», afferma K., l’ingegnere petrolifero.

Mentre i contendenti trattano sotto banco, la gente comune continua a convivere con la carenza di derivati petroliferi fondamentali come il mazout, l’olio combustibile più utilizzato a scopo domestico. Le strade sono costellate di venditori ambulanti di mazout raffinato in casa, il cui prezzo conosce rialzi vertiginosi a seconda dell’oscillazione del dollaro sul mercato nero. In più, la raffinazione casalinga non prevede nessuna protezione dall’inalazione di gas tossici come l’idrogeno solforato. «Abbiamo riscontrato un aumento dei casi di ustioni e infiammazioni polmonari causate da questi processi artigianali di raffinazione», conferma Wa’el Abu Ahmad, medico che lavora a Ras al-’Ayn, presso la falange dell’opposizione Ghoraba’ Sham. «La scarsità di mazout potrebbe anche causare un’epidemia di colera quest’estate, perché senza carburante si fermano gli automezzi che ritirano la spazzatura e puliscono le strade». Perché nella terra delle trivelle, la benzina è un lusso che i curdi non si possono permettere.

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Le ripercussioni della rivoluzione siriana sull’Iraq

Il 5 marzo è uscito il nuovo numero di Limes sulla Siria. Vi ho contribuito con un articolo sui curdi siriani (“I curdi tra incudine e martello”) e le implicazioni estese al Kurdistan in senso lato (iraniano, turco ed iracheno), uno ‘a sei mani’ con Lorenzo Trombetta e Lorenzo Declich (“Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana”) e uno in collaborazione con Eva Zeidan (“Tra Hama e Hims, epicentro delle stragi”). Un altro mio articolo sulle ripercussioni della rivoluzione siriana in Iraq (“Il fattore Iraq nella guerra di Siria”) è stato invece pubblicato sul sito di Limes il 14 marzo 2013. Non sono un sostenitore della terminologia “guerra siriana” adoperata ampiamente da Limes per definire la rivoluzione siriana (e non ho scelto il titolo del mio articolo sull’Iraq), poiché tende a livellare quella che è nata come una rivolta popolare a scontro tra due fazioni. Resto però consapevole delle dimensioni geopolitiche del conflitto in corso in Siria, che coinvolge molti attori regionali e non in una vera e propria ‘proxy war’.

n.b.: non so perché ma le ‘shin’ arabe vengono traslitterate con una semplice ‘s’ sul sito di Limes.

Il fattore Iraq nella guerra di Siria

di Andrea Glioti

Iraqi Sunni Muslims take part in an anti-government demonstration in Falluja

Il fallimento dell’esperimento democratico avviato dagli Usa a Baghdad rafforza il nascente jihadismo siriano, che trova una sponda in Iraq. La geografia dei gruppi tribal-confessionali. Il ruolo di Russia e Turchia. Verso una regionalizzazione del conflitto?

La storia moderna delle relazioni siro-irachene è quella di due fratelli divisi da un’insormontabile rivalità. Fratelli, in quanto prodotti politici dell’ideologia baatista, divisi dall’esilio iracheno del padre intellettuali del partito, Michel ‘Aflaq, espulso dai giovani golpisti siriani nel 1966. I due fratelli rimangono separati negli anni di Saddam (1979-2003) e Hafiz al Asad (1970-2000), quando Damasco stringe una duratura alleanza con l’Iran e lo supporta nella sua resistenza contro l’aggressione irachena (1980-88). Anche in occasione della seconda guerra del Golfo (1991), la Siria assume posizioni antitetiche e appoggia l’intervento americano in Kuwait.

Eppure, le strategie adottate dal gruppo di ufficiali al potere nei due paesi sono affini: provengono da una minoranza (sunnita nel caso iracheno, alauita in quello siriano); ripudiano ufficialmente il confessionalismo, ma fanno affidamento su correligionari e membri del proprio clan ai vertici dei servizi di sicurezza; si professano laici, ma terrorizzano le minoranze con lo spettro di opposizioni islamiche intolleranti, cosicché i sunniti diventano jihadisti salafiti nella retorica di al-Asad e gli sciiti iracheni degli iraniani desiderosi d’instaurare un’altra repubblica islamica (1).

 

Solo nel 2003, dichiarando la sua opposizione all’invasione americana, Damasco si schiera con i fedelissimi di Saddam, aprendo le porte al vicepresidente ‘Izzat al-Duri e al segretario del consiglio regionale iracheno del Ba‘t Yusuf al-Ahmad, oltre a intensificare i legami con numerosi circoli jihadisti sunniti, cui permette l’ingresso in Iraq dai suoi confini. Il regime di Bassar al-Asad si inimica così il nuovo establishmentislamico sciita di Baghdad, almeno fino al 2008, quando avvia un riavvicinamento protrattosi sino ai giorni nostri.

 

Nel contesto dell’attuale offensiva antiraniana portata avanti dall’asse che congiunge Turchia e paesi del Golfo, Baghdad è legata in modo indissolubile all’Iran, prima che alla Siria, ma non può rischiare di rimanere l’unico governo arabo filo-iraniano, nell’eventualità della caduta di al-Asad e dell’ascesa di un’opposizione memore dei legami tra al-Maliki e il regime. L’Iraq necessita quindi dell’appoggio di una superpotenza come la Russia e Mosca è interessata a compensare la perdita dei mercati libici e siriani, limitando l’egemonia statunitense nella regione. Questione problematica nel caso iracheno, poiché gli Usa rimangono l’artefice e il principale sponsor militare dell’attuale governo. Le pressioni americane impongono così a Baghdad di ripiegare su una posizione neutrale di facciata in merito alla Siria. L’altro aspetto fondamentale della vicinanza agli Asad è il contenimento del cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara, sponsor di punta dell’opposizione siriana e più volte intromessasi anche negli affari iracheni, creando tensioni tra le varie comunità.

 

Baghdad non s’illude certo che la Siria sia in grado di contenere il movimento dei nemici dell’Iraq sul proprio territorio, ripagando la fedeltà di al-Maliki. I baatisti al-Ahmad e al-Duri potrebbero infatti non essere più in Siria e godere già dell’appoggio saudita contro la classe dirigente sciita irachena. D’altronde, Damasco ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione lungo linee confessionali, in virtù dei suoi radicati legami con i circuiti jihadisti sunniti. Ma il risvolto più preoccupante del ritorno dei jihadisti iracheni in Siria, supportati dalle formazioni siriane, non è il jihadismo in sé, quanto il fatto che esso troverebbe un fertile terreno di rivendicazioni e malcontento sociale in Iraq. La militanza islamica potrebbe finire per coinvolgere fasce dell’elettorato sunnita, che in passato hanno preso le distanze dalla lotta armata contro il governo, come i leader tribali, i cittadini colpiti dalla campagna di de-baatificazione, gli ex combattenti delle sahwa (milizie formate da clan arabi sunniti, istituite dalle truppe americane per combattere gli insorti) esclusi dalle istituzioni militari controllate dagli sciiti. L’Iraq è infatti tornato a essere teatro di manifestazioni di massa su scala nazionale: oggetto della contestazione è il dispotismo di al-Maliki e il suo uso indiscriminato delle leggi antiterrorismo.

 

Se le proteste del 2011 scoppiate sull’onda del tumulto regionale avevano coinvolto sia la capitale sia le province sciite meridionali, con un ruolo preminente di intellettuali e giornalisti, le manifestazioni in corso dal dicembre 2012 hanno un carattere prettamente confessionale. Si tratta di un altro parallelismo con la Siria, dove la confessionalizzazione militarizzata ha rappresentato una seconda fase della rivolta (2). Anche se, a dispetto della connotazione sunnita, i leader tribali sono riusciti finora a limitare le violenze in Iraq. Seppure a livello embrionale, sono emersi nuovi collettivi che mirano a sfruttare l’occasione per catalizzare il malcontento sunnita e attrarre finanziamenti da Turchia e paesi del Golfo. I legami tra questi ultimi e tribù arabe siro-irachene sono oltremodo fluidi al momento, in virtù del crollo del sistema di clientelismi instaurato dal regime di al-Asad e delle tensioni in crescita tra al-Maliki e i leader clanici. Per il primo ministro iracheno, la chiave di volta per evitare un destino simile ad al-Asad sono le riforme e l’inclusione dell’opposizione, su cui era stato formato il governo nel 2010. Altrimenti, l’Iraq rimarrà il prodotto di una transizione democratica forzata e incompiuta, un paradossale scambio di ruoli tra oppressi e oppressori.

 

È innegabile che il premier sciita iracheno Nuri al-Maliki debba anche a Damascola sua carriera politica, essendogli stato concesso di proseguire le attività del partito islamico al-Da‘wa (La chiamata) dalla capitale siriana per ben diciassette anni d’esilio coatto (3). Tuttavia, dalla caduta di Saddam le relazioni con il regime siriano sono diventate molto più problematiche di quelle indissolubili, di carattere ideologico, che legano i partiti islamici sciiti iracheni a Teheran. L’Iran è il vero garante del potere di al-Maliki, persino quando viene contrastato da altri esponenti sciiti (4).

 

Per quanto riguarda invece la Siria, al di là dell’incongruenza ideologica – che contraddistingue peraltro anche i rapporti siro-iraniani – l’approccio iracheno è sempre stato fondato sul sospetto. Fino al 2010 al-Maliki ha continuato ad accusare al-Asad di finanziare e nascondere i baatisti responsabili di alcuni degli attentati più sanguinari in Iraq (5). Ciononostante, la nomina nel 2008 di un ambasciatore siriano in Iraq, il primo tra tutti i paesi arabi dopo la caduta di Saddam, aveva già segnato l’inizio di una distensione, fondata su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza da parte siriana, in cambio di legami economici più stretti con l’Iraq (6). Ancora più determinanti, nel mutare l’attitudine del premier iracheno verso la Siria, sono state le pressioni esercitate da Teheran su Damasco, affinché supportasse al-Maliki invece che ‘Allawi alle elezioni del 2010 (7).

 

A parte l’Iran, l’attore principale che ha interesse a mantenere l’Iraq al fianco della Siria è senza dubbio la Russia, nel tentativo di recuperare un regime come quello iracheno, in cui Washington nutre scarsa fiducia per via dell’influenza iraniana (8). Vi sono però difficoltà non indifferenti, essendo il Pentagono il primo fornitore dell’esercito iracheno. A ottobre, l’Iraq ha siglato un accordo di oltre quattro miliardi di dollari per l’acquisto di elicotteri e sistemi antiaerei da Mosca, un affare che avrebbe reso Baghdad il secondo acquirente di armi russe al mondo dopo l’India (9). Finora il primato mediorientale nell’acquisto di armi russe era detenuto dalla Siria. Che non si tratti solo di affari lo hanno confermato le dichiarazioni di Putin, secondo cui le posizioni dell’Iraq e della Russia sulla Siria sono «identiche» (10). Dal 10 novembre 2012 l’accordo rischia però di essere annullato, essendo stata aperta un’inchiesta per corruzione. Prevedibilmente, il sospetto ricade su un intervento di boicottaggio degli Usa, in pieno stile guerra fredda, nonostante la Casa Bianca abbia ufficialmente sminuito l’importanza dell’accordo (11). Non a caso, parallelamente all’affare russo l’Iraq ha approvato il 24 gennaio un anticipo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto dei primi diciotto caccia F16 americani su un totale di trentasei (12). Una vera e propria contesa per il mercato militare iracheno, sulla quale gli Usa sembrano avere momentaneamente la meglio (13).

 

L’ufficiale neutralità ostentata da al-Maliki sulla crisi siriana non è però risultata convincente agli occhi degli Stati Uniti: convinta che l’Iraq funga da corridoio per il passaggio di armi e milizie iraniane, la Casa Bianca ha continuato ad accusare Baghdad di trascurare i controlli pattuiti. Ad avvalorare le tesi americane concorrono le perquisizioni degli aerei iraniani diretti in Siria, due nell’arco degli ultimi cinque mesi, di cui una effettuata «per errore» su un volo di ritorno da Damasco (14). Il governo iracheno viene inoltre accusato di vendere olio combustibile a basso costo al regime siriano, per aiutarlo ad aggirare le sanzioni internazionali (15).

 

Sul piano degli equilibri internazionali, l’altra priorità di al-Maliki è il contenimento delle ambizioni egemoniche turche nel Vicino Oriente. I partiti sciiti si sono lamentati ripetutamente delle interferenze turche: ad esempio, Istanbul ospita da oltre un anno il vicepresidente iracheno Tariq al-Hasimi di al-hizb al-islami al-‘iraqi (Partito islamico iracheno), considerato un perseguitato (sunnita, s’intende), nonostante sia stato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. Il 2 agosto 2012, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha inoltre visitato Kirkuk, storico pomo della discordia dai ricchi giacimenti petroliferi, conteso tra arabi, curdi e turcomanni, suscitando l’ira delle autorità di Baghdad, per aver informato del suo arrivo solamente le autorità del Kurdistan iracheno (16). La mossa di Davutoglu è stata chiaramente percepita come un tentativo di aggirare i partiti sciiti e proporsi come mediatore fra le tre comunità. Si comprende pertanto un altro dei motivi per cui al-Maliki si mantiene a distanza dall’opposizione siriana sponsorizzata da Ankara.

 

Sul piano internazionale, al-Maliki sta cercando d’interpretare i cambiamenti della regione, ma ciò non sarà sufficiente ad arginare le minacce più immediate poste dal collasso del regime siriano.

 

Durante la sua ultima apparizione televisiva, il 5 gennaio 2013, ‘Izzat al-Duri è stato chiaro su come intenda sfruttare l’attuale ondata di proteste nelle province sunnite per lanciare una nuova chiamata alle armi. L’ex vicepresidente afferma quindi di trovarsi nella provincia irachena di Babele. Ciò che sembra evidente è che al-Duri non si trovi più in Siria, mentre diversi indizi fanno ipotizzare una sua presenza in Arabia Saudita (17). Il supporto del regno wahhabita non rappresenta un’ipotesi illogica, se si considera come i rapporti tra baatisti iracheni e al-Asad si fossero già incrinati nel 2007, con il riavvicinamento di Damasco a Baghdad (18) e quanto l’aumento del malcontento popolare verso al-Maliki sia propizio all’agenda antiraniana condivisa dalle petromonarchie e dai baatisti iracheni.

 

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

 

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

 

Le proteste sono scoppiate il 23 dicembre 2012. Il pretesto: l’ennesimo arresto di membri della scorta di personalità di spicco sunnite, accusati di terrorismo. Il bersaglio: il ministro delle Finanze Rafi‘ ‘Isawi, ultimo esponente dell’Mni rimasto a occupare un ministero di rilievo e sostituito da al-Maliki con un ministro sadrista ad interim, conferendo tinte ulteriormente confessionali all’attuale governo. La frustrazione dell’elettorato sunnita non riguarda solo la visibilità politica: i manifestanti chiedono l’abrogazione dell’articolo 4 della legge antiterrorismo, che consente detenzioni preventive senza capi d’imputazione o processi, il rilascio dei detenuti vittime di questa norma e una riforma della legge sulle epurazioni antibaatiste, che ha limitato l’assunzione di numerosi sunniti qualificati in posizioni governative.

 

Le province dove sono esplose le proteste (Ninive, Diyala’, Salah al-Din, Kirkuk e soprattutto Anbar (22)) sono quelle dei combattenti sottopagati delle sahwa, quotidianamente alle prese con gli insorti sunniti e sempre più tentati di unirsi a loro. Una volta ritiratesi le truppe americane (fine 2011), numerosi membri delle sahwasono rimasti senza lavoro (23); i ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre all’intelligence, restano controllati da uomini di fiducia di al-Maliki, in qualità di ministri ad interim. Non è un caso che, il 29 gennaio, il governo abbia reagito alle proteste promettendo di incrementare i salari delle sahwa (24).

 

A differenza delle manifestazioni scoppiate a febbraio del 2011 sull’onda dei tumulti regionali e represse brutalmente dal governo Maliki, le proteste in corso hanno una chiara dimensione tribale e confessionale, anche solo a giudicare dalle province interessate e dai protagonisti. Le relazioni tra i leader tribali sunniti (25) e il primo ministro sono critiche, basti pensare alla reazione del leader delle  di Anbar, Sayh Ahmad Abu Risa, all’uccisione di alcuni manifestanti a Falluga (Anbar) per mano dell’esercito il 25 gennaio: il capo clan ha minacciato di lanciare il jihad contro i soldati se i responsabili non fossero stati assicurati alla giustizia entro una settimana (26).

 

Per comprendere il peso economico di queste tribù, basti ricordare che le immense riserve di gas ancora vergini di ‘Akkaz si trovano nella provincia di Anbar, 30 chilometri a sud del passaggio di frontiera siriano di al-Qa’im, al di là del quale molti parenti dei clan iracheni combattono nelle file dell’opposizione siriana. La più importante città siriana nei pressi del confine iracheno, nonché fulcro dell’industria petrolifera siriana, Dayr al-Zawr, sarebbe attualmente quasi in mano all’opposizione.

 

L’ex ambasciatore siriano in Iraq Nawaf al-Faris, passato all’opposizione nel luglio 2012, è il leader del potente clan di al-Garrah dell’area di al-Bukamal, adiacente al confine iracheno. Al-Garrah fa parte della confederazione tribale ‘Aqidat, la più grande della Siria orientale, con estensioni fino in Arabia Saudita (27). È proprio attraverso queste reti che le potenze del Golfo riescono a inserirsi nel conflitto siriano (28): prima di disertare, al-Faris subì infatti consistenti pressioni da parte dei leader dell’‘Aqidat perché smettesse di armare i miliziani lealisti. Molti altri leader tribali hanno scelto di supportare l’opposizione siriana: nel marzo 2012, un altro clan di spicco di Anbar, i Dulaym, ha rivelato alla stampa americana di aver inviato centinaia di migliaia di dollari e combattenti a Dayr al-Zawr (29). Secondo Nawaf al-Basir, leader di un’altra delle principali tribù siro-irachene (la Baqqara), fino ad allora il capo della Dulaym, Magid ‘Ali Sulayman, era il garante del controllo del confine iracheno per conto di Maliki, che gli aveva affidato il monitoraggio del traffico d’armi gestito dai clan sunniti (30).

 

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

 

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Per approfondire leggi “Guerra mondiale in Siria“, disponibile anche su iPad.

Note

(1) «Syrian Wounds and Iraqi Scars», OpenDemocracy, 24/9/2012
(2) La prima fase, relativamente pacifica, si estende da metà marzo a fine luglio 2011. Si può però parlare di fase militare solo nel 2012, in seguito ai primi tre attentati degni di nota verificatisi a Damasco e Aleppo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.
(3) Anche il presidente iracheno Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) deve molto a Damasco, avendovi fondato il suo partito. Di fatti le posizioni di Talabani sulla rivoluzione siriana sono molto più ambigue di quelle del presidente del Kurdistan iracheno, Mas‘ud Barzani.
(4) È stato il caso di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, costretto a desistere dal voto sulla sfiducia a Nuri al-Maliki lo scorso giugno. Si veda al-Sarq al-Awsat, 4/6/2012, goo.gl/rTSWM
(5) Déjà Vu All Over Again? Iraq’s Escalating Political Crisis, International Crisis Group (Icg) Report n. 126, 3077/2012, p. 14
(6) In particolare, l’utilizzo iracheno dei porti mediterranei siriani, la riapertura dell’oleodotto che congiunge Kirkuk alla città costiera siriana di Baniyas, il collegamento dei giacimenti di gas di ‘Akkaz alle raffinerie siriane, la creazione di aree di libero scambio lungo le frontiere e l’integrazione delle reti ferroviarie nazionali. Cfr. Reshuffling The Cards (II): Syria’s New Hand, Icg Report n. 93, 16/12/2009, pp. 15-16
(7) Ibidem, p. 14. Le elezioni si sono concluse con la formazione di un governo di coalizione tra i maggiori partiti islamici sciiti, l’Alleanza del Kurdistan e l’Mni di ‘Allawi. Di fatto però, al-Maliki ha mantenuto vacanti tre ministeri, assegnandoli a suoi uomini di fiducia, invece di ripartirli all’interno della coalizione.
(8) Cfr. Russia Today Arabic, 12/11/2012 (goo.gl/YVea1) e 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG) – e al-Safir, 17/11/2012 (goo.gl/w4bZ6)
(9) «Inside Story: What is behind Iraq’s Arms Deal with Russia», Aljazeera, 10/10/2012.
(10) Cfr. Russia Today Arabic, 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG).
(11) Al caso di corruzione si sommano i timori di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, per un eventuale utilizzo dell’artiglieria contro i curdi. I rapporti tra al-Maliki e Barzani sono molto tesi, dopo che a novembre si è sfiorato un conflitto etnico nei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni, in seguito al dispiegamento del Commando operativo del Tigri agli ordini del premier. I curdi rivendicano un territorio ben più ampio di quello concesso loro, che si estenderebbe anche alle province di Kirkuk, Ninive, Salah al-Din, Diyala e Wasit.
(12) Si veda al-Hayat, 24/1/2013 (goo.gl/fvQnc); «Iraqi Dispute over Alleged Israeli Device in F-16 Purchase», al-Monitor, 7/11/2012.
(13) «Iraq Signs Contract for 18 F-16 Fighter Jets», Press Tv, 19/10/2012.
(14) Cfr. al-Mada, 30/10/2012 (goo.gl/9qnbP); «Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to U.S. Dismay», The New York Times, 2/12/2012.
(15) «Iraq Lacks a Unified Foreign Policy Because It Lacks a Unified Country», Musings On Iraq, 16/1/2013; «Iraqi Shi’ite Militants Fight for Syria’s Assad», Reuters, 16/10/2012.
(16) Cfr. al-Monitor, 3/8/2012 (goo.gl/oO09Q).
(17) «Where Is Izzat al-Duri?», Iraq and Gulf Analysis, 8/4/2012; «Saddam’s Vice President Izzat al-Duri Did not Travel to Saudi Arabia via Erbil airport», EKurd.net, 13/11/2012.
(18) «Revenging Aflaq (i): Former Iraqi Baathists In Syria: Who Are These Guys?», WikiLeaks, documento proveniente dall’ambasciata americana di Damasco datato 1/10/2009 (goo.gl/EE0H9). Fonti interne al Partito dell’accordo nazionale di ‘Allawi accennano a contatti tra al-Duri, Aõmad e alcuni paesi del Golfo già l’anno scorso: al centro vi sarebbe l’offerta di una fuga sicura in cambio di un chiaro sostegno alla rivoluzione siriana. Cfr. al-Siyasa, 12/8/2012 (goo.gl/S2VY2).
(19) Tentative Jihad: Syria’s Fundamentalist Opposition, Icg Report n. 131, 12/10/2012, p. 3
(20) Il Fronte è uno dei pochi collettivi jihadisti siriani a ricorrere agli attentati suicidi, marchio di fabbrica di al-Qa‘ida in Iraq. Cfr. ivi, pp. 11-12. Uno dei forum di riferimento più noti dei jihadisti globali è il Shamikh1.info, contenente numerosi riferimenti al fronte iracheno e maliano.
(21) Si pensi al massacro della prigione di Saydnaya (5 luglio 2008), quando un gruppo di jihadisti in stretti rapporti con il regime siriano organizzò una sedizione. Cfr. «When Chickens Come Home to Roost: Syria’s Proxy War in Iraq at Heart of 2008-09 Seidnaya Prison Riots», Wikileaks, documento dell’ambasciata americana di Damasco datato 24/2/2010. Il regime siriano è anche noto per i legami sospetti costruiti con il gruppo jihadista Fath al-Islam, attivo nel campo palestinese di Nahr al-Barid (Tripoli, Libano).
(22) Per una mappatura aggiornata delle proteste, cfr. Political Update: Mapping the Iraq Protests, Institute for the Study of War.
(23) Si veda il quotidiano panarabo ‘Ilaf, 2/9/2012, goo.gl/WB4eC
(24) PUKmedia, 31/1/2013 (goo.gl/kSjAz).
(25) Per una panoramica delle tribù arabe irachene, cfr. A. AL-‘AZZAWI, Le tribù dell’Iraq (‘Aas’ir al- ‘Iraq), consultabile presso Irq4all.com.
(26) «Iraq Sunnis Threaten Army Attacks after Protest Deaths», Bbc, 26/1/2013. Abu Risa è stato inoltre punito per il suo ruolo attivo nelle proteste, venendo privato della scorta: cfr. al-Sarq al-Awsat, 1/2/2013 (goo.gl/MgExp).
(27) «A Damascus Loyalist Defects as Violence Affects the Tribes», The National, 16/7/2012.
(28) «Tribal Bonds Strengthen the Gulf’s Hand in a New Syria», The National, 16/2/2012.
(29) «Iraqi’s Sending Arms, fighters into Syria», Cnn, 28/3/2012.
(30) «Magid ‘Ali Sulayman ha ricevuto 10 milioni di dollari (…) e 50 guardie del corpo da Nuri al-Maliki: lo scopo è di impedire ogni sorta di traffico attraverso il confine siriano, la tribù controllerà la frontiera al servizio degli interessi della Siria. (…) Esiste inoltre un progetto per espandere i confini delle province irachene sciite di Karbala’ e Nagaf lungo il confine giordano-saudita, per creare una sorta di “cintura sciita” a spese della provincia sunnita di Anbar», intervista del’autore a Sayh Nawaf Basir, Istanbul, 29/2/2012.
(31) al-Sumariyya TV, 15/8/2012 (goo.gl/7nuwk).
(32) Se n’è parlato sulla stampa iraniana ed egiziana, citando il quotidiano socialista turco Aydinlik Gazete, che a fine gennaio ha pubblicato un reportage sul presunto addestramento ricevuto nella centrale della polizia di Golbasi (Ankara). Sempre secondo la stampa turca, l’Eil raggrupperebbe combattenti baatisti; esso sarebbe un’iniziativa di ‘Izzat al-Duri e del vicepresidente Tariq al-Hasimi, latitante in Turchia. Cfr. «Turkey Training anti-Iraq Ba’athi militants: Turkish media», PressTV, 26/1/2013; al-Yawm al-Sabi‘, 12/2/2013 (goo.gl/MigAx)
(33) Nella formazione del collettivo militare sarebbe Taha al-Dulaymi, un predicatore islamico sunnita. Il primo comunicato dell’Eil fa già riferimento alle rivendicazioni dei manifestanti; tuttavia, secondo alcuni politici dell’Anbar, nonostante le pressioni turche persistono rivalità tra leader baatisti e tribali ai vertici dell’organizzazione. Ciononostante, a dicembre al-Maliki ha affermato di aver formato un nuovo nucleo delle Forze di sicurezza nelle province di Ninive, Kirkuk e Diyala per fronteggiare l’Esercito libero. Cfr. «A Wary Iraq Weighs Its Options as Syrian Civil War Deepens»,Christian Science Monitor, 6/12/2012.
(34) Al contrario, le ultime notizie testimoniano un continuo utilizzo indiscriminato delle epurazioni antibaatiste: il presidente dell’Alta commissione elettorale indipendente, Miqdad al-Sarifi, ha riferito di recente che 131 candidati baatisti sono stati esclusi dalle prossime elezioni, in programma il 20 aprile; il 14 febbraio, il presidente della Corte federale Medhat Mahmud è stato deposto dal suo incarico dalla Commissione di de-baatificazione; gli operai della compagnia petrolifera di Stato sostengono che al-Maliki voglia applicare l’articolo 4 della legge sull’antiterrorismo contro di loro, solo per aver chiesto la distribuzione di 365 miliardi di dollari di profitti e il licenziamento del direttore (goo.gl/1h1W0).

(14/03/2013)
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Manaf Tlass and the myth of the ‘transition man’

Pezzo pubblicato per la TMNews sulla diserzione del generale siriano Manaf Tlass.

Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione?

Amico di infanzia di Assad, sunnita, lavora da ‘esilio’ a Parigi

Di Andrea Glioti 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il 5 luglio scorso il generale di brigata Manaf Tlass, figlio del sempiterno Ministro della Difesa Mustafa Tlass (1972-2002), ha annunciato la sua diserzione dal regime dell’amico Bashar al-Assad. Si è trattato dell’abbandono più importante dall’inizio della rivoluzione, non tanto per il rango di Tlass, ma per l’intimità che lo legava al Presidente. Il 24 luglio, durante il suo primo discorso trasmesso dall’emittente saudita Al-Arabiya, Tlass ha annunciato di voler contribuire alla costruzione della Siria del dopo-Assad.

Non stupisce l’interesse dei media per questo fascinoso generale brizzolato dalla camicia sbottonata, il cui aspetto ricorda più Che Guevara che le uniformi ingessate della gerarchia militare siriana. Tlass si rivolge ai siriani dal suo dorato esilio parigino, ma resta da appurare se abbia davvero le credenziali per guidare una fase di transizione e se l’opposizione sia disposta ad accettarlo.

 

Carte in regola

 

In quanto a buoni contatti con i salotti della politica internazionale, Tlass ha tutti i requisiti. La sorella Nahed ‘Ojjeh fa parte dell’alta società parigina ed è rimasta vedova di un miliardario venditore d’armi saudita. L’Arabia Saudita e il suo supporto finanziario agli armamenti dell’Esercito Libero Siriano dell’opposizione possono fungere da trampolino per l’affermazione di Tlass presso gli ambienti della resistenza armata. Dal canto suo, il generale non ha perso tempo nell’ingraziarsi gli sponsor della rivoluzione siriana: dopo il pellegrinaggio minore (‘umrah) compiuto alla Mecca per aumentare la sua credibilità come leader sunnita, il 1 agosto si è recato a Istanbul per rompere il digiuno del Ramadan in compagnia dei funzionari turchi. 

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe conducendo delle trattative con i Governi arabi al fine di porre Tlass al centro di una fase di transizione. Come fa notare il fondatore dell’Arab Studies Journal, Bassam Haddad, non bisogna dimenticare che la generazione agiata a cui appartiene il generale (che è nato nel 1963) non ha mai combattuto una guerra contro Israele ed ha ereditato un antisionismo molto più malleabile. E di questo gli Stati Uniti sono pienamente consapevoli. 

Malvisto dall’opposizione 

Ma come era prevedibile, Tlass non ha tardato a suscitare le critiche di parte dell’opposizione. I Fratelli Musulmani, tramite la loro voce più intransigente, l’ex-leader Ali Sadraddin Bayanuni, hanno fatto sapere di rifiutare un ruolo di Tlass nella transizione, memori delle nefandezze commesse dal padre Mustafa nei loro confronti. Lo stesso Manaf, ricorda la scrittrice siriana Salma Idilbi, giocò un ruolo fondamentale nell’ “addomesticare” le voci degli intellettuali siriani della Primavera di Damasco (2000).(segue)

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## Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione? -2-

 

‘Colomba’ emarginata ben vista dagli Usa o ultima carta regime?

 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il generale Tlass è stato indiscutibilmente parte dell’apparato repressivo, ma le critiche dell’opposizione siriana non hanno risparmiato nessuno dei suoi leader dall’inizio della rivoluzione: e proprio questa frammentazione avrebbe spinto “Gli Amici della Siria”, il gruppo di Paesi raccoltisi a supporto dei rivoluzionari, a puntare su Tlass. Chi accetta la figura del generale, come lo storico dissidente Michel Kilo, ne apprezza la propensione per la soluzione politica della crisi, che ne avrebbe determinato l’emarginazione a Damasco. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’International Crisis Group (ICG), Tlass si era adoperato per raggiungere degli accordi su scala locale nelle prime fasi della rivolta, ma i suoi sforzi erano stati vanificati dall’ostracismo di altri elementi del regime decisi ad adottare il pugno di ferro. L’ICG fa quindi notare come, storicamente, i funzionari baathisti emarginati tendano a cercare di riacquisire i favori delle elités, una volta riassorbitasi la crisi del momento: il fatto che Tlass abbia abbandonato la Siria sarebbe quindi un segnale di un punto di non ritorno.

Il ricercatore esperto di Siria, Joshua Landis, ha scritto sul suo blog Syria Comment che, a prescindere dall’accettazione dell’opposizione, le classi medio-alte urbanizzate, rimaste silenziose durante la rivoluzione, preferiranno un personaggio laico e benestante come Tlass ai vari comandanti dell’Esercito Siriano Libero. Il generale sarebbe in grado di difenderle dalla rabbia dei rivoluzionari delle campagne e questo genere di garanzie sono già state fornite dal primo discorso trasmesso da Al-Arabiya. Tuttavia, il protrarsi del conflitto e l’ascesa delle milizie in Siria rischia di marginalizzare Tlass e i dissidenti all’estero in generale: in un contesto militarizzato, saranno le armi a decidere la portata della rivoluzione sociale e la sorte delle classi agiate.

Diserzione a tavolino

Gli scettici sottolineano come Tlass non avesse ormai alcun peso nell’establishment siriano: il comando della 105esima divisione della Guardia Repubblicana gli era stato revocato già un anno fa, a causa della sua opposizione alla repressione, relegandolo quasi agli arresti domiciliari. In realtà, l’ipotesi dell’emarginazione è molto più rassicurante della sua antitesi. La stampa turca (Sabah) fa notare che Tlass non avrebbe mai abbandonato il Paese senza il consenso di Assad, il quale potrebbe averlo incaricato di mediare una transizione per conto del regime. Lo stesso discorso del generale del 24 luglio non contiene alcun riferimento esplicito alle dimissioni di Assad e Damasco potrebbe aver optato per un’apertura diplomatica parallela alla repressione in corso. Forse non è un caso che, in un’intervista concessa al quotidiano As-Sharq al-Awsat, Tlass abbia sminuito le responsabilità del Presidente, accusando i vertici dei servizi di sicurezza di avergli confuso le idee.

 

A rendere il quadro post-rivoluzionario ancora più tetro, subentrano poi i presunti piani statunitensi incentrati sulla figura di Tlass. Sia la stampa turca che quella filo-siriana (il quotidiano libanese Al-Akhbar) menzionano un consiglio militare, sul modello egiziano, quale punto d’incontro delle visioni di Tlass e Washington sulla fase di transizione. I funzionari occidentali citati dal Wall Street Journal sottolineano la necessità di un personaggio capace di ristabilire la sicurezza e tenere sotto controllo gli armamenti chimici siriani. Il generale sembra avere tutti i requisiti per traghettare la rivoluzione siriana verso un “aborto” militarizzato, capace di riconciliare Casa Bianca e Cremlino e arrestare momentaneamente le violenze.

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Reportage dai campi profughi siriani di Reyhanli (Hatay- Turchia)

Articolo pubblicato su Europa Quotidiano mentre mi trovavo al confine turco-siriano…

Fuga dalla Siria, tra miliziani e spie del regime

Un reportage dai campi profughi in Turchia

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Di Andrea Glioti

Reyhanli, Antiochia

Mentre il regime siriano porta avanti l’offensiva militare nella regione settentrionale di Idlib, i campi profughi si espandono a vista d’occhio in Turchia. Le cifre ufficiali fornite dalle autorità turche superano i 20mila profughi, oltre 1600 solo negli ultimi due giorni, ma la Mezzaluna Rossa turca aveva già messo in conto a metà marzo la possibiltà di trovarsi a ricevere mezzo milione di siriani. La cittadina di Reyhanli ospita il campo più grande dei sette presenti in territorio turco. A metà marzo vi si trovavano già tra i 2500 e i 3000 profughi, in media quattro o cinque per ogni tenda, ma il numero è in continua ascesa. Di conseguenza, Ankara ha avviato il trasferimento degli esuli stazionati da più tempo in territorio turco in un complesso di container diviso tra il distretto di Islahiye (nell’Hatay) e la provincia di Kilis.
Fonti ufficiali turche sostengono invece che le autorità stiano considerando la creazione di una zona cuscinetto al confine con la Siria, per evitare di dover assorbire nel proprio territorio la prossima ondata migratoria. La maggioranza dei profughi si dice soddisfatta dell’accoglienza turca, nonostante i frequenti blackout e le lamentele di chi è rimasto tre mesi con gli stessi vestiti, non potendo permettersi di acquistarli al di fuori del campo. Alcuni rifugiati non hanno avuto tempo di portare nulla con sé: «Le truppe del regime sono come dei demoni che calano sul tuo villaggio – spiega Mo’taz, un rifugiato arrivato un mese fa da Al-‘Atma (Idlib) – non siamo riusciti a portarci dietro nemmeno le carte d’identità e i vestiti».
Il campo è un microcosmo di diverse classi sociali, ma i più benestanti cercano di trasferirsi altrove, anche perché le tende non sembrano “impermeabili” alle inflitrazioni dei servizi segreti siriani. Tareq ‘Abdul-Haqq (i nomi che usiamo sono fittizi, per proteggere l’identità dei rifugiati, considerata l’abitudine del regime siriano di prendere di mira le famiglie dei dissidenti espatriati), un attivista di 26 anni di Jisr as-Shughur, arrivato a Reyhanli dieci mesi fa, mi racconta di essere sfuggito a un tentato rapimento nei pressi del campo: «Una macchina con i vetri oscurati e la targa inconfondibile dei servizi segreti si è avvicinata a me e un mio amico, con la scusa di chiederci delle informazioni…Io sono scappato poco prima che scendessero dalla vettura, ma il mio amico è stato catturato e da allora non ho più notizie di lui».
In molti non hanno perdonato alle autorità turche la consegna a Damasco del tenente colonello Hussein Harmoush, il primo ufficiale di alto rango unitosi alle file dell’opposizione e successviamente rifugiatosi in Hatay. Fonti ufficiali turche hanno confermato il coinvolgimento dell’intelligence locale nel rapimento di Harmoush.
La Turchia non è sicura nè tantomeno economica per molti rifugiati provenienti da Idlib, una provincia già di per sé non particolarmente benestante. Ad ogni modo, neanche in Siria il costo della vita è rimasto alla portata di tutti: «Un chilo di riso costava 60 lire siriane prima della rivoluzione, più o meno l’equivalente di un dollaro, – afferma Mo’taz – ora lo paghiamo due dollari». I disertori e quei civili che hanno deciso di entrare nelle file dell’Esercito siriano libero testimoniano come l’aumento dei prezzi non abbia risparmiato nemmeno il mercato nero delle armi: «Un proiettile di kalashnikov prima della rivoluzione lo pagavamo un quarto di dollaro, ora ci costa intorno ai quattro dollari», mi conferma Yusef, che comanda un manipolo di uomini all’interno della Falange dei martiri di Jabal al-Zawiyyah, a Idlib.
Le condizioni umanitarie in Siria sono in caduta libera, anche se in province come quella di Idlib non si è ancora raggiunta la tragicità dell’assedio di Homs. «Dalle mie parti tagliano l’elettricità ogni tre ore, acqua corrente non ce n’è, dobbiamo procurarcela da una sorgente». A parlare è Malek di Al- Younsiyyeh, anche lui di Idlib, 25 anni, ricoverato in uno degli ospedali di Antiochia dopo aver perso un piede su una mina al confine, mentre cercava di aiutare la sua famiglia a varcarlo. A Younsiyyeh ci si riesce ancora a procurare del pane, una pagnotta per famiglia al giorno, ma non è il governo a distribuirlo: ci si affida a un ragazzo che lavora in un forno di un villaggio lontano. «Ospedali non ne abbiamo o li evitiamo per non essere arrestati, medicine neppure…Se non si trovano a Jisr as Shugur, ci tocca scendere fino a Latakia», sulla costa, prosegue Malek.
La situazione sembra riservare anche scenari peggiori: «Alcuni hanno iniziato a cibarsi della spazzatura, il mazout (il gasolio per i riscaldamenti) è impossibile da trovare e ci si scalda con dei falò di ulivi – racconta Husam, un altro giovane disertore di Idlib arrivato tre settimane fa a Reyhanli – così la gente ha freddo in casa, continua a scendere in strada per protestare e continua ad essere ammazzata».
In alcune zone le riserve d’acqua non solo scarseggiano, ma, secondo diverse testimonianze, devono essere difese dai tentativi di avvelenarle. «Qualcuno ha iniziato a presentare sintomi da epatite…È il regime che sta avvelenando l’acqua, così i comitati popolari del nostro villaggio si sono organizzati per fare le ronde intorno alle cisterne», afferma Qassem, un 41enne di al Qah (Idlib), arrivato da poco ad Antiochia con il figlio di otto anni. Entrambi giacciono in un letto d’ospedale con ferite d’arma da fuoco, che avrebbero riportato mentre partecipavano a una manifestazione attaccata dall’esercito.
Come al solito, non ho modo di confutare le parole di Qassem, che potrebbe benissimo essere rimasto ferito in uno scontro armato. Damasco continua a impedire ai giornalisti di verificare autonomamente le testimonianze dell’opposizione.

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I curdi in Siria da che parte stanno?

Articolo pubblicato originariamente su SiriaLibano. Riflessioni sulla divisione dello scenario politico curdo-siriano. Lo pseudonimo Shanar copriva l’identità dell’attivista curda Hervin Ose (Movimento del Futuro), attualmente ‘in salvo’  all’estero.

Siria, i curdi da che parte stanno?

18 NOVEMBRE 2011

pyd militants(di Diego Caserio) In Siria la comunità curda rappresenta il gruppo etnico più consistente dopo gli arabi, tra 1.5 e 2 milioni concentrati soprattutto nella regione nord-orientale di al-Hasake, pari a quasi il 10% della popolazione.

Il regime bathista reprime ogni forma di riconoscimento dell’identità curda, in ossequio all’ideologia arabo-nazionalista, che definisce le istituzioni della Repubblica araba siriana. In quest’ottica si comprendono i vari soprusi di cui sono stati oggetto, come lo status di apolidi di circa 300.000 curdi dell’Hasake, registrati come “stranieri” (ajanib) da un censo condotto nel 1962 e la campagna di arabizzazione demografica delle aree curde promossa negli anni ’60 dal governo.

L’8 aprile 2011, a qualche settimana dall’inizio della rivolta, Il presidente Bashar al-Asad ha concesso la cittadinanza agli “stranieri” dell’Hasake, ma il provvedimento non é stato sufficiente a tenere i curdi lontani dalle manifestazioni anti-governative.

Shanar vive tra Damasco e Qamishli (Hasake), impegnata da anni come attivista del partito clandestino curdo Movimento del Futuro (Tayyar al-Mustaqbal), ha conosciuto la brutalità delle forze di sicurezza in carcere. La sua storia é emblematica delle divisioni interne allo scenario politico curdo e di quelle che lo separano dall’opposizione araba.

Il leader del Movimento del Futuro, Mishaal Tammo, é stato assassinato il 7 ottobre, lasciando ben pochi dubbi sull’identità dei mandanti. Il governo di al-Asad ha finora limitato la repressione nelle zone curde, timoroso di aprire un fronte difficilmente controllabile, capace di contare sull’eventuale supporto delle milizie curde turche e irachene. Perché avrebbe dunque deciso di colpire proprio Mishaal Tammo in un momento così delicato?

Il Movimento del Futuro, nonostante si tratti di uno dei partiti più giovani (2005), con un seguito tra le nuove generazioni, si è affermato come l’unica fazione disposta ad anteporre la causa rivoluzionaria siriana alle rivendicazioni specificamente curde, anche al costo di collaborare con la Turchia. Lo stesso Tammo era tra i fondatori del Consiglio nazionale siriano (Cns), l’istituzione creata a settembre sotto l’egida turca dall’opposizione araba espatriata e boicottata dagli altri undici partiti curdi siriani.

Tra questi ultimi, incide il peso del Pyd, la sezione siriana del Pkk di Ocalan, opposta ad ogni forma di collaborazionismo con Ankara e storicamente legata al regime siriano in funzione anti-turca.  ”Il Pyd non tollera che si invochi la caduta del regime nelle manifestazioni e ricorre alla violenza per mettere a tacere chi la pensa diversamente,” mi rivela Shanar infuriata, “sono stati loro ad uccidere Tammo!”.

Gli altri undici partiti curdi, mi fa notare Shanar, non parlano di ‘rivoluzione’ (thawra) nei loro comunicati ufficiali, ma si limitano al termine ‘proteste’ (ihtijajat). Solo di recente, altri due partiti curdi siriani, lo Yekiti e l’Azadi, hanno invocato esplicitamente la caduta del regime. Secondo Shanar, gli interessi della Siria post-rivoluzionaria, legittimano il supporto di qualsiasi potenza estera, persino la Turchia. “Abbiamo sempre aiutato i profughi curdi provenienti dalla Turchia e dall’Iraq, ora dove sono i partiti curdi di questi paesi, quando siamo noi ad aver bisogno di loro?”

Per appurare la fondatezza delle accuse di Shanar, ho voluto incontrare un militante del Pyd, Amed, architetto di Damasco con un passato da guerrigliero. La sua prospettiva e` diametralmente opposta sui rapporti con i vicini curdi, verso i quali, prima di tutto, bisognerebbe dimostrare solidarietà di fronte all’offensiva militare turca nel Kurdistan iracheno. “Come possiamo parlare di alleanza con un’opposizione araba e un Movimento del Futuro che sventolano bandiere turche e fondano un Consiglio Nazionale a Istanbul, mentre l’esercito di Erdogan bombarda il nostro popolo in Iraq?” Amed non tollera alcun tipo di insinuazione contro il suo partito, che ha distribuito aiuti umanitari a Dar’a, la città meridionale della Siria posta sotto assedio militare alla fine di aprile.

“Shanar ci accusa di sventolare le bandiere del nostro partito, e non quelle siriane, durante le manifestazioni?”, è la domanda retorica di Amed, “le bandiere sono un simbolo delle nostre capacità di mobilitazione e delle rivendicazioni curde assenti nei programmi del Movimento del Futuro.” Nelle parole di Amed è evidente la priorità delle istanze curde su quelle della rivoluzione siriana: “Chiederemo la caduta del regime, quando verrà organizzata una conferenza in Siria, nella quale l’opposizione araba sottoscriva le rivendicazioni del popolo curdo, ovvero i diritti culturali e linguistici, un governatore curdo nell’Hasake, il ritorno dei nostri espatriati.”

Una simile divisione fornisce tempo prezioso al regime di al-Asad. Tammo é stato ucciso perché era una figura scomoda, disponibile a ridimensionare la specificità curda in favore di un avvicinamento all’opposizione araba. Le proteste di massa che hanno caratterizzato il suo funerale avranno comunque conseguenze limitate, non potendo contare sul peso politico-militare del Pyd-Pkk.

Quest’ultimo, nonostante la legittima insistenza sul rifiuto dell’appoggio turco e sulle rivendicazioni curde, rischia di ridiventare uno strumento di pressione su Ankara nelle mani di Damasco. Alcuni segnali arrivano dalla cattura del tenente colonnello Hussein Harmoush, leader dei disertori siriani fuggito in Turchia, che si dice sia stato consegnato alle autorità siriane in cambio di alcuni guerriglieri del Pkk e dalla recente escalation di attentati realizzati dal partito di Ocalan in Turchia. Che si tratti di una coincidenza? Ciononostante, il Pkk, memore di quando Damasco espulse Ocalan, causandone la successiva cattura, potrebbe anche decidere di privilegiare l’unità curda agli interessi degli Assad.

Ho ricevuto una mail da Shanar qualche giorno fa, in cui accusava il Pyd-Pkk di volerla assassinare. L’ultimo messaggio di risposta proveniente dal suo cellulare mi é stato scritto da qualcun altro: “Darò fuoco a te, al Dio curdo e a quel popolo di cani che sono i curdi.” Se dovesse morire anche Shanar, l’ipotesi che il Pyd-Pkk collabori con il regime diventerebbe sempre più credibile, allontanando ulteriormente la nascita di un movimento curdo coeso.

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La Siria verso uno scenario libico?

Articolo pubblicato originariamente da Il Riformista il 17 novembre 2011. La seguente è la versione senza tagli e ritocchi della redazione.

La doppia escalation siriana: isolamento e rivolta armata. Come Tripoli?

Di Diego Caserio

khadafiForse oggi, 16 novembre 2011, a otto mesi dall’inizio della rivolta, il regime siriano é riuscito a materializzare le sue paure: si trova a fronteggiare una resistenza armata sufficientemente organizzata- l’Esercito Siriano Libero (ESL)- e le potenze regionali- la Lega Araba- hanno deciso di isolarlo, supportate dall’Occidente. Il Governo di Bashar al-Assad, nel tentativo di delegittimare le aspirazioni dei manifestanti, ha infatti continuamente sbandierato gli spauracchi del terrorismo e della cospirazione saudita-israelo-americana.

Dall’annuncio della formazione dell’ESL a luglio, le file dei disertori si sono ingrossate così come si sono intensificati gli attacchi sferrati contro l’esercito e le forze di sicurezza. Siamo passati dai video mostrati dalla televisione di stato siriana (As-Suriyya) ad aprile, dove si mostravano gruppi sparuti inscenare imboscate poco credibili, a una milizia organizzata di ribelli, capace di uccidere 34[1] soldati lealisti vicino a Dar’a e attaccare una sede dell’intelligence dell’aeronautica (Amn al-Jawyy) nei sobborghi di Damasco negli ultimi tre giorni. L’attacco alla sede dei servizi segreti dell’aeronautica, come fa notare l’opinionista del The Guardian Ian Black, ha un significato profondo agli occhi dei dissidenti, trattandosi di un organo fondamentale dell’apparato repressivo, storicamente collegato a Hafez al-Assad, padre dell’attuale Presidente e capo delle forze aeree prima del colpo di stato del ’68. Tuttavia, lo squilibrio delle forze in campo é ancora evidente, non é stata un’intera divisione (firqa) a defezionare, ma solo un gruppo eterogeneo: la maggioranza degli armamenti pesanti e dei vertici militari rimangono al fianco del regime. Lo scenario potrebbe essere ribaltato da un intervento turco in appoggio all’opposizione, dato che ormai da mesi ad Ankara si discute la creazione di una zona cuscinetto a sud del confine siriano, ma l’ipotesi resta minata dalle capacità di Damasco di replicare appoggiando le operazioni del PKK curdo in territorio turco.

Per quanto riguarda il “complotto,” nell’ottica di Damasco, questo sembra essersi concretizzato nella sospensione della Siria dalla Lega Araba, di cui si aspetta la formalizzazione mercoledì 16 in Marocco. Figure chiave dell’orbita saudita-americana come il Re di Giordania e l’ex-capo dell’intelligence di Riyadh, Turki al-Faysal, sono stati chiari: Assad é arrivato al capolinea. Quest’ultimo non ha escluso un intervento NATO in stile libico e il Segretario Generale della Lega Araba, Amin al-‘Arabi, ha detto che “tutto il possibile verrà fatto per fermare lo spargimento di sangue in Siria.” La diplomazia qatarina, vera protagonista della seconda fase delle “primavere arabe,” in virtù del potere mediatico di Al-Jazeera e dei rapporti cementati con i vari movimenti islamisti sunniti della regione, ha tessuto le trame dell’ultima decisione contro una Siria laica e legata all’asse sciita di Tehran.

La stessa Turchia, il secondo esercito all’interno della NATO, sembra essere passata alle vie di fatto in questa direzione e, dopo le lunghe filippiche rivolte dal Premier Erdogan ad Assad, ha sospeso le esplorazioni gasifere coordinate con la Siria e minaccia di tagliare i rifornimenti elettrici.

L’isolamento di Damasco é stato finora limitato dall’opposizione di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma un ulteriore resistenza delle due potenze di fronte allla maggioranza dei Governi arabi, alla Turchia, e soprattutto alle petromonarchie del Golfo, potrebbe generare una situazione troppo pesante da sostenere.

La Lega Araba storicamente non ha mai avuto un grande peso politico, ma rischia di causare un “terremoto” regionale, per usare le parole di Bashar al-Assad, qualora la sospensione della Siria fosse da intendersi come preludio a un “opzione libica.” La Siria confina con Paesi estremamente instabili come il Libano e l’Iraq, che di fatti non hanno appoggiato la risoluzione della Lega Araba, timorosi di compromettere un’equilibrio politico interno fortemente condizionato dall’orbita siro-iraniana. Nell’ipotesi di un intervento NATO, i confini della Siria risulterebbero facilmente permeabili alle numerose milizie filo-iraniane- Hizbullah libanese in primis- provenienti da Libano e Iraq. Si rischierebbe di trasformare una legittima rivolta siriana in un conflitto regionale con il rischio di pericolose derive confessionali tra sciiti e sunniti.

Lo scenario é oltremodo tetro e le responsabilità sono tanto siriane quanto occidentali. Da parte siriana, i limiti sono evidenti, e principalmente individuabile nella resistenza ostinata ad aprire un dialogo significativo con l’opposizione. Sul fronte occidentale, il regime di Damasco andava isolato molto tempo prima, per evitarne il consolidamento e simili conseguenze. L’isolamento doveva essere motivato proprio con il disprezzo dei diritti umani esibito dalla Siria negli ultimi 40 anni, e non sulla base del cosiddetto “terrorismo” contro Israele. Al contrario, Damasco é stata riavvicinata dal blocco sovietico, promuovendo turismo europeo e relazioni commerciali con un regime immutato nella sua spietatezza. Basti pensare che, secondo la banca dati della CIA, l’Italia risulta il primo partner commerciale europeo della Siria. Qualche decennio fa, si sarebbero forse evitati i circa 4000 morti di quest mesi e l’ipotesi di un disastroso intervento NATO.


[1] Cifre fornite dall’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani con sede a Londra.

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Goodbye Yankees. Iraq anno zero

Articolo originariamente pubblicato su Europa a un mese dal ritiro delle truppe americane…

Goodbye Yankees. Iraq anno zero.

Di Andrea Glioti

Tra un mese il ritiro Usa, ma Bagdad non si sente pronta

Third Army assists USF-I complete Iraq repostureA quasi nove anni dall’invasione americana del 2003 stavolta il ritiro è davvero alle porte. Il paese però naviga ancora in un sanguinario conflitto sunnita-sciita mai realmente terminato e sempre a rischio di riesplodere con tutta la violenza del biennio 2006-2008. ll miglioramento dello stato della sicurezza degli ultimi tre anni, millantato dal premier sciita Nouri al Maliki, è nelle parole più che nei fatti, considerata la frequenza giornaliera degli attentati. La quotidianità è fatta di innumerevoli vittime civili (domenica scorsa tre esplosioni a Bagdad hanno fatto otto morti), anche se l’ultimo massacro “degno” dell’attenzione mediatica risale al 12 settembre, sulla strada di Nakhib, dove rimasti uccisi 22 pellegrini sciiti di ritorno dalla Siria.

Lo spettro della secessione
Quell’attentato ha scatenato accuse reciproche tra la provincia (muhafaza) sunnita di al Anbar, dove è avvenuto, e quella sciita di Karbala, da cui proveniva la maggioranza delle vittime. Un sintomo evidente delle tensioni istituzionali che percorrono il paese. In un simile contesto, il presidente sunnita della camera, Usama al Nujaifi, reputa tra l’altro opportuno sottolineare periodicamente come i sunniti si sentano cittadini di serie B, marginalizzati dall’attuale governo dominato dalla coalizione sciita dello Stato di diritto (Dawlat al Qanun) e pertanto legittimati a creare una regione autonoma (iqlim) sunnita. Nujaifi non ha dovuto attendere molto perché qualcuno raccogliesse il suo appello: pochi giorni fa, la provincia sunnita di Salahuddin ha presentato la richiesta formale per diventare regione autonoma, suscitando la levata di scudi dei fedeli di Maliki, appellatisi alla tutela dell’unità nazionale. Sarà curioso osservare la reazione di questi ultimi quando la provincia sciita di Bassora, roccaforte degli elettori del premier, chiederà di diventare una regione.
Le aspirazioni federaliste, al di là delle connotazioni confessionali, sono espressione di interessi economici e tutelate dalla Costituzione. Partecipando alla sua stesura nel 2005, il costituzionalista Zaid al Ali aveva già sottolineato come non vi fossero sufficienti garanzie contro la disintegrazione del paese e la formazione di macro-regioni su base etnico-confessionale: un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita.

Autogoverno e petrolio
Il rischio è all’ordine del giorno e lo stesso Kurdistan iracheno, l’unica regione autonoma attualmente esistente, non fornisce segnali incoraggianti, quando il suo presidente Ma’sud Barzani afferma di essere pronto a combattere per i curdi, qualora questi gli chiedessero l’indipendenza.
A prescindere dalle istanze separatiste, ai curdi non mancano gli interessi per minacciare l’unità nazionale: la questione più spinosa rimane il destino della regione di Kirkuk, che galleggia su un mare di petrolio. Gli abitanti del Kurdistan ne reclamano l’annessione tramite referendum, sulla base dell’articolo 140 della Costituzione. Il governo di Bagdad ha superato da tempo la scadenza fissata per la risoluzione del problema (prevista entro il 2007) e si discute ancora della restituzione delle terre dei coloni arabi insediati da Saddam durante la campagna di arabizzazione della provincia. Diversi politici arabi hanno inoltre esplicitato la loro netta opposizione alle rivendicazioni curde.

«Non lasciateci soli»
Solo la presenza americana ha finora evitato che le milizie arabe si scontrassero con quelle curde (peshmerga); tuttavia nel 2012 il Pentagono dovrà aver completato il ritiro del suo contingente e basterà ben poco ad accendere gli animi intorno ai pozzi petroliferi di Kirkuk.
Il paradosso più triste è che il ritiro americano – diventato realtà ufficiale solo negli ultimi mesi – rischia di divenire fonte di ulteriore instabilità. L’Iraq, secondo numerose fonti governative e militari irachene, è impreparato a gestire autonomamente la sicurezza interna.
In un colloquio con un funzionario statunitense, lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito iracheno avrebbe definito le forze armate irachene «incapaci di difendere il paese prima del 2020». Difatti la maggioranza dei partiti si era detta favorevole alla permanenza di un contingente limitato di addestratori militari statunitensi, ma l’accordo è saltato per l’insistenza di Washington affinché si concedesse loro l’immunità giudiziaria, condizione inaccettabile per un popolo memore degli orrori di Fallujah e Abu Ghraib. È degli ultimi giorni la notizia, riportata dal quotidiano panarabo al Hayat, di un probabile ultimo incontro tra Usa e Iraq per discutere la questione dell’immunità. Tuttavia, qualora venisse raggiunto un accordo, Bagdad rischierebbe comunque il tracollo politico-militare: le forze irachene sarebbero infatti chiamate a difendere gli addestratori dai Sadristi, il partito-milizia islamista sciita che, oltre ad occupare diversi ministeri, rifiuta categoricamente ogni forma di presenza americana dopo il 2011.
L’Iraq si trova inoltre impossibilitato a rivolgersi altrove, visti i rapporti burrascosi che intercorrono con i paesi confinanti. È di questi giorni la notizia delle offerte provenienti da Ankara e Teheran per addestrare le truppe irachene, proposta declinata dall’Iraq che, secondo fonti governative citate da al Hayat, preferirebbe mantenere i paesi confinanti estranei alla questione.

Tra Turchia, Iran e Kuwait
La reazione non sorprende, considerando i continui bombardamenti turco-iraniani sul Kurdistan iracheno, dove trovano appoggio le milizie anti-governative curde del Pkk (Turchia) e del Pjak (Iran). Senza menzionare le ingerenze politiche e militari iraniane: dopo l’invasione americana, Teheran è diventata molto influente sulla maggioranza delle fazioni sciite irachene e viene accusata di supportarne i relativi gruppi paramilitari. Il contenzioso con la Turchia e l’Iran riguarda anche le risorse idriche, essendo l’economia irachena fortemente condizionata dall’accesso ai corsi d’acqua provenienti da questi paesi (Tigri ed Eufrate in primis). Per quanto riguarda il Kuwait, l’Iraq sta ancora pagando le sanzioni imposte al regime di Saddam per la guerra del Golfo ed è alle prese con un progetto kuwaitano, il porto Mubarak, che rischia di ostacolare la navigazione irachena e scatenare un nuovo conflitto. È al seguito dell’assembramento di gruppi paramilitari sciiti al confine con il Kuwait che Bagdad ha affermato di non essere in grado di prevenire eventuali attacchi.
Il governo iracheno è tanto impotente di fronte alle violazioni commesse da Turchia, Iran e Kuwait, quanto incapace di arginare le attività militari del Pkk e del Pjak o di impedire che imujaheddin iracheni attacchino il Kuwait. Non è credibile nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini come non lo è a livello internazionale.

Rimpiangere Saddam
Nonostante sia noto il rimpianto di molti iracheni per la sicurezza dell’era di Saddam, ci si aspetterebbe che un minimo miglioramento dettato dalla nascita di istituzioni democratiche sia avvenuto. Stando alle parole del ministro degli esteri, Hosheyr Zibari, l’Iraq avrebbe rappresentato l’avanguardia delle primavere arabe. Zibari glissa sull’“aiutino” ricevuto dall’esterno, ma non si può negare che Maliki sia preferibile a Saddam.
Detto ciò, l’attuale premier è però dotato di una spiccata inclinazione al despotismo: da febbraio la piazza Tahrir di Bagdad si riempie ogni venerdì di manifestanti anti-governativi, ma il primo ministro ha già sposato i metodi di altri colleghi, causando morti e feriti tra i dimostranti. Persino un giornalista, Hadi al Mahdi, tra i più noti organizzatori del movimento di piazza Tahrir, è stato assassinato nel suo appartamento a settembre “in circostanze misteriose”. Sul piano della distribuzione delle cariche governative, Maliki ha assunto il controllo dei tre ministeri della sicurezza (difesa, interni e sicurezza nazionale), mantenuti volutamente vacanti negli ultimi dieci mesi, ed evitato la creazione del Consiglio nazionale per le politiche strategiche, che avrebbe dovuto controbilanciare la presidenza del consiglio sotto la guida del rivale Allawi (della Lista al Iraqiya).

La primavera islamica
Forse i più cinici chiuderebbero un occhio sulle istituzioni democratiche, se il governo fosse in grado di garantire una distribuzione della ricchezza e dei servizi proporzionata alle risorse naturali di cui dispone. Non è il caso dell’Iraq, in cui lo stato della rete elettrica nazionale è ancora lontano da standard accettabili e il relativo ministero, travolto da scandali di corruzione, considera un traguardo le 12 ore giornaliere di corrente.
Il settore petrolifero sta lentamente tornando ai livelli produttivi antecedenti l’invasione americana, ma – secondo l’Usaid – oltre 7 milioni di iracheni rimangono sotto la soglia della povertà. Mentre i due principali partiti (al Iraqiya e Stato di diritto) continuano a litigare per la spartizione delle cariche politiche, gli unici a preoccuparsi del problema sono stati i Sadristi, che hanno minacciato di abbandonare l’esecutivo, se non verrà destinato un sussidio ricavato dalle rendite petrolifere a ogni cittadino e non si provvederà a rifornire di carburante gratuito i proprietari di generatori elettrici. L’equazione “islamismo + assistenzialismo = voti” si ripete ancora: i Sadristi sono stati infatti tra i vincitori delle elezioni del 2010.
L’Iraq dimenticato dai media occidentali e arabi, corsi dietro alle “primavere”, è tutt’altro che stabile, dilaniato da correnti separatiste e recrudescenze settarie.
Il contesto iracheno merita maggiore attenzione, perché, al di là delle modalità diverse della caduta del regime, rimane una fonte ricca di avvertimenti per gli “autunni” dei rivoluzionari mediorientali.

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