Posts Tagged With: Siria

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html

Sarafand cimitero nuovo

(di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo.

A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella regione di Sahel az Zahrani tra Sidone e Tiro, nel sud del Libano – c’è un cimitero nuovo e uno vecchio. Basta una chiacchierata con gli abitanti della cittadina per rendersi conto che la gestione degli spazi cimiteriali rivela questioni di sovranità territoriale, una diversa dignità morale degli abitanti, e i poteri formali e informali esistenti che decidono della vita come della morte di tanti.

Il cimitero è solo una delle tante forme di politica dello spazio a Sarafand. In una realtà come il Libano in cui, ogniqualvolta si ripresentino crisi politico-umanitarie, la gestione dei servizi pubblici viene condotta da attori in gran parte esterni (agenzie Onu e organizzazioni non governative), la gestione delle morti e il diritto allo spazio e al riconoscimento socio-morale che ne deriva tornano nelle mani delle municipalità locali. E di queste si rispolverano così le croniche carenze amministrative e finanziarie. Questo accade in misura ancora più evidente a Sarafand, dove l’azione umanitaria delle agenzie internazionali si focalizza molto meno frequentemente.

Sarafand è abitata da lungo tempo da lavoratori siriani, spesso impiegati in lavori manuali, nella pulizia delle strade, nel settore edile e agricolo. Alla luce della crisi politica del 2011, migliaia di questi migranti hanno portato in Libano le loro famiglie estese. Il numero dei rifugiati siriani a Sarafand – di cui troppo spesso si fa un fascio d’erba unico – si dice ora superi quello della popolazione locale. Il comune di Sarafand e il capo dell’Unione delle municipalità di Sahel az Zahrani, evidenziano entrambi le difficoltà di trovare spazi per seppellire i morti. Un problema che precede di gran lunga la crisi siriana.

Secondo alcuni cittadini locali, i rifugiati siriani che abitano a Sarafand ormai da qualche anno sarebbero stati sul punto di organizzare un sit-in di carattere politico per rivendicare spazio per seppellire i propri morti. Conversando con i rifugiati di Sarafand, si tocca con mano la frustrazione che la vita nel Paese ospitante riserva ai profughi di guerra e violenze, e la condanna alla morte sociale di queste componenti demografiche. Se in tempo di crisi cibo, medicine, materassi e servizi forniti dalle agenzie umanitarie non possono di certo compensare la graduale perdita quotidiana della precedente normalità, essere riconosciuti come abitanti con dignità al diritto di sepoltura, di ricordo e di riconoscimento sociale post mortem solleva le medesime responsabilità umane.

In seguito a queste rivendicazioni e per evitare che le richieste assumessero infine la tinta di una protesta politica, il cimitero nuovo di Sarafand è stato allargato di qualche ettaro.

Secondo alcuni abitanti libanesi, la comunità palestinese locale è stata disposta a concedere parte del proprio spazio ai nuovi arrivati siriani per la sepoltura dei loro defunti. La comunità palestinese, dal proprio canto, non si è sentita invece interpellata in tale decisione municipale. Una giovane donna palestinese commenta che “essere figli di uno Stato non riconosciuto, di nessuna amministrazione, costringe alla limitazione dei propri diritti… Ci è stato forse chiesto cosa volessimo concedere? Non vi è nessun rappresentante della comunità palestinese né tantomeno nessuno è stato interpellato a questo riguardo… e ancora la definiscono una nostra concessione”.

Molti dei rifugiati siriani di Sarafand vivono in edifici nuovi, apparentemente costruiti per ghettizzare la popolazione non locale in spazi definiti e lontani dal resto della realtà urbana. C’è chi ritiene la municipalità efficiente e disponibile, ma impossibilitata a risolvere la questione dello spazio cimiteriale perché non all’interno delle proprie capacità giuridiche. C’è chi invece accusa la municipalità di riuscire ad avviare progetti ambiziosi di riciclaggio e preziose partnerships con agenzie internazionali, senza voler risolvere la questione dello spazio cimiteriale. “Nessuna speranza per ricordare. Nessuna speranza per morire in pace! La municipalità rifiuta la concessione di spazi per i nostri morti perché spera di liberarsi di noi… Ho provato a cercare in tutto il Libano un modo per non mandare il corpo di mia madre in Siria… Non ritornerò facilmente lì dove son cresciuto… Dovrei lasciarla appassire lontana dal mio ricordo e dalla mia devozione? Non è facile neanche ottenere un’ambulanza per un siriano durante le ore del coprifuoco serale… Il maltrattamento che subiamo all’ordine del giorno non renderà la nostra permanenza temporanea”, afferma in modo significativo un uomo siriano di mezza età.

Secondo alcune voci locali, tuttavia, non sarebbe lo status legale e neppure la nazionalità del defunto a garantire una degna sepoltura e una degna devozione da parte dei propri familiari. È piuttosto lo status sociale a determinare la dignità del vivo come del morto. “L’unica cosa che importa” – mi dice un venditore di schede telefoniche sulla strada principale di Sarafand –  “è che tipo di siriano sei, che tipo di palestinese sei, e così via… qual è il tuo status sociale, insomma”.

Della stessa opinione è un altro residente di Sarafand che accenna al fatto che “per seppellire il corpo di una persona illustre, miracolosamente, lo spazio si trova!”. Una cittadina libanese di Sarafand in modo analogo esclama: “La municipalità aveva appena negato la possibilità di nuove sepolture nel cimitero nuovo anche per noi libanesi, quand’ecco che un imprenditore ha avuto modo addirittura di farsi spazio in quello vecchio!”.

Classe sociale, status legale, wasta locale. I fattori che danno diritto a vivere e morire sono diversi quanto le narrative locali della diseguaglianza che ho dovuto digerire in un solo pomeriggio.

Con sgomento del grande Totò, neanche la morte, a Sarafand, è ‘na livella.

Categories: Lebanon, Middle East, Syria, Uncategorized | Tags: , , , , | Leave a comment

Una panoramica sui rifugiati siriani in Libano (by Estella Carpi, April 2016)

Per ascoltare l’audio, il file originale: http://radioblackout.org/2016/04/un-punto-sulla-situazione-dei-rifugiati-siriani-in-libano/

Un punto sulla situazione dei rifugiati siriani in Libano,

Intervista con Radio Blackout, Torino.

aprile 22, 2016 in Hot News da info

CampoLibanoNell’ultimo anno e mezzo di fronte al flusso continuo ed imponente di persone che si muove verso l’Europa, diversi Stati lungo le principali rotte migratorie hanno chiuso le proprie frontiere costringendo chi viaggiava a sostare, a volte anche per settimane e mesi, lungo i confini. Sono sorti così accampamenti più o meno grossi, più o meno legali; la Jungle a Calais , a Idomeni sul confine greco-macedone, a Ventimiglia sulla frontiera franco-italiana. Situazioni temporanee supportate dalla solidarietà locale informale, associazionistica e a volte anche statale che hanno tratti in comune con altre esperienze di sopravvivenza in campi sicuramente più duraturi, come in Libano dove si sono rifugiati dall’inizio della guerra civile siriana circa un milione e centosettantamila persone; un quarto dei siriani in fuga dalla guerra.

L’80 % di coloro che sono sfollati in Libano non vive però all’interno di accampamenti, che in Libano sorgono su terreni statali oppure in zone private dove chi ci poggia tenda o baracca paga l’affitto al proprietario; la maggior parte delle persone vive e si inserisce nel tessuto urbano e fa riferimento al mercato immobiliare per soddisfare l’esigenza di un tetto. Le condizioni di vita sono altrettanto precarie e misere che nei campi e il destino per assicurarsi la sopravvivenza è legato al lavoro nero e sottopagato.

Ne abbiamo parlato con Estella che da Beirut ci ha fornito una panoramica della situazione dei rifugiati in Libano, della loro condizione abitativa e delle loro prospettive di vita.

 

 

Categories: Lebanon, Siria, Uncategorized | Tags: , , , , | Leave a comment

A dialogue with the “Islamic State”?

Something I wrote in December 2015, in the aftermath of the Paris attacks. An excerpt was published in al-Jazeera a couple of weeks ago. The Al-Jazeera text is followed by the full (unpublished) original English version. Then I’m posting the full Italian version, which  was published in Osservatorio Iraq on March 1, 2016. 

daesh_bandiera

Machiavellians and ordinary youth in Syrian civil war

 

ISIL is likely to be dismantled militarily, but who will address the diverse grievances of its former militants?

 

To counter the ideals of the self-declared Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) in the long-run and to identify potential negotiation partners, it is necessary to rethink the mainstream understanding of Sunni violent extremism and highlight its human and pragmatic features. Religious ideology is not the only driving force behind militancy.

In 2013, while in Syria, I got to know Abu Khalid, a rebel commander who was fighting in Ras al-Ayn for a Muslim Brotherhood-backed Free Syrian Army (FSA) brigade (one of the so-called Shields). Later on, Abu Khalid pledged his military support to the al-Nusra Front, linked to al-Qaeda in Syria.

When Abu Khalid is asked about his reasons for siding with the al-Nusra Front, the pragmatic considerations – that is to say, for example, how the FSA’s corruption slowed down the overthrowing of the Asad regime – are greater than his commitment to al-Qaeda’s dogmatic tenets.

Total chaos

 

Paradoxically, Abu Khalid is now profiting from taking foreign hostages: he turned out to be after the money, just like the corrupt FSA, which was the target of his criticism.

The kidnapping business under the auspices of the al-Nusra Front has most likely upgraded his stature, something not possible under the FSA. He is also fully aware of his limited options in northern Syria, where the al-Nusra Front has almost wiped out the FSA.

Just like the clan leaders in Syria and Iraq – first under the Baath regimes, and then under ISIL – Abu Khalid sought protection and empowerment under the shadow of the umpteenth ruling party. It is worth remembering that the United States-backed Sunni tribal councils (also known as Sahawat or Awakening) were largely successful in crushing al-Qaeda’s insurgency in Iraq between 2007 and 2008, only because al-Qaeda had started challenging their interests – as in reconstruction contracts and illegal revenues – thus prompting Sunni tribal fighters to defect from al-Qaeda’s ranks.

However, Washington left them unemployed a few years later, when its troops started withdrawing from Iraq, and failed to integrate the defected Sunni tribals in the security apparatus due to the resistance of Nouri al-Maliki’s pro-Iranian central government.

The result was that many of these former tribal members rejoined insurgent groups. Numerous Iraqi tribes have remained neutralrejecting the US’ attempts to revive the Sahawat to fight ISIL, and they have their good reasons to do so in absence of long-term guarantees.

On the other hand, pragmatism might be understood as a call for a new patronage system between central governments and tribal leaders, which is one of the aspects of patriarchal autocracy the Arab youth rose up against in 2011. However, the most progressive Syrian activists have long been sidelined by the militarization of the uprising, and are unable to destabilise the ISIL territories.

Young people clearly are playing a crucial role in ISIL. Counterterrorism centres are obsessed with profiling “radicalised” youth. Nonetheless, even in Syria, the red lines between “moderate” and “radicalised” youth are particularly blurred.

No distinction for the Western powers

 

In 2011, during the peaceful phase of the Syrian uprising, I met a young Syrian musician in southern Damascus. We were chatting about politics and he touched upon the former leader of al-Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, praising him as a fearless mujahidin who fought the Americans in Iraq.

He was passionate about a musical genre that originated in the US, but this did not prevent him from admiring Zarqawi, who would have despised his love for haram music. In his neighbourhood and in Syria in general, many young men went to fight for their “just cause” in Iraq during the US occupation.

If the musician, too, had gone to Iraq in those years, he could have become an ISIL militant. Would he have shown no regret in giving up on Western music – the same music that earned him a significant audience in Syria? As noted by some “terrorism” scholars, behind the balaclava, a jihadist is still a troubled human being.

The fascinating story of a young Syrian citizen journalist from Deir Az Zor is worth pondering: He saw his three best friends joining ISIL, and despite that, he kept meeting them secretly for a chat over a cigarette from time to time.

I got to know his story a few months ago. He still considered the militants as his friends, being aware that the reasons why they started fighting for ISIL were only partially ideological. They were given weapons, started earning a salary and found their own destructive redemption from the failure of the Syrian uprising they took part in.

However, they were not ready to spend the rest of their lives under the “Caliphate” and, later on, they managed to flee Syria. The journalist is now “exiled” in Turkey, fearing arrest at the hand of ISIL. He is deeply opposed to the Russian offensive on his city, which has resulted into the death of many civilians. In the end, even his friends could have remained trapped inside the country and died under the air strikes.

Unfortunately, international powers rush to conclusions when tracing the above-mentioned red lines between “moderates” and “radicals” in the conviction that shelling the militant youths and their families will eradicate ISIL from the region.

Their “civilised” response to ISIL brutality is merely a military one. No one seems to take into consideration the diverse array of motivations that pushed all these men to join “radical” factions, whether it was a voluntary choice and how they would act in times of peace.

Jihadists and local tribes will remain actively involved in the Syrian-Iraqi insurgency once the anti-ISIL war trumpets fall silent, unless they become the targets of far-sighted policies and are granted tangible benefits. After ISIL, young militants will keep fighting under a different banner for their “just cause” against foreign occupations and brutal dictatorships.

The mainstream opinion leaders have portrayed ISIL – and other “radical” groups – as an embodiment of absolute evil, while leaving out of the equation the social, political, ethical and economic variables. ISIL is likely to be dismantled militarily, but who will address the diverse grievances of its former militants?


Reasoning about a dialogue with the Islamic State

By Andrea Glioti

Shelling the “caliphate” is not going to work security-wise, socially and politically. The response should be instead based on a diversified political approach to the Islamic State (IS) in Syria and Iraq: an approach aimed to establish a unified anti-IS front in Syria and another one possibly involving dialogue with some components of IS in Iraq. In order to counter the ideals of this organisation in the long-run, it is also necessary to reshape the mainstream understanding of Sunni jihadist movements and highlight their human and pragmatic features.

Warmongering and bogeymen

If you had the disgraced idea of following the news in the last months, you have probably noticed the renewed war hysteria that has dominated the aftermath of the Paris attacks. In a few days the talk-shows were flooded with self-declared experts asserting the Western moral duty to defeat the self-declared Islamic State.

A new fully-functional bogeyman has taken the stage, definitely more effective than the communist bogeyman of the Cold War, since IS is a perfect embodiment of cultural, religious, social and ideological otherness with regards to the mainstream European contemporary zeitgeist. In other words, broadly speaking, waging a war on Muslim second/third-generation unemployed youth mobilized under the cloak of religious fanaticism (and migrants in general) has a wider mass appeal than waging a war against your communist neighbour, with whom you possibly had in common the same income and ethnicity. Not only that, when the war is against IS, you have Russia and the US in the same bed (albeit with divergences).

Warmongering against IS is even more appealing than George W. Bush’s war on terror: in the aftermath of 9/11 the US administration failed to convince its critics that attacking Afghanistan and Iraq was conductive to global security, as both governments were not directly involved in the WTC massacre (in the case of Iraq the casus belli was completely fabricated). In the case of IS, on the contrary, the followers of al-Baghdadi are constantly bragging about their responsibility for attacks. They also control a State no one dares to recognize. In the eyes of many Europeans, the US-led coalition, France and Russia are waging a war to defend their “art of living” (as president Hollande phrased it) and the civilians trapped in Syria are no more than collateral casualties to make sure European teenagers can return to safely attend concerts.

Security wise, a response that is exclusively centred on shelling the “caliphate” is not going to work. Even with boots on the ground, the cases of Iraq and Afghanistan stand as a reminder that resistance movements are going to survive despite the presence of militarily advanced occupiers. Back home, in Europe, suicide bombers will keep retaliating for the air raids, lone wolf attackers are not going to stand idle after the collapse of IS and training camps will be easily set up elsewhere, as it always happened. The counterterrorism rhetoric feeds arm dealers rather than providing a long-term securitisation.

The Syrian context: solving the conflict first

IS is not seen as an autochthonous organization in Syria, the leadership is an Iraqi one and many Syrians compare it to an occupying force. Its rise was made possible by the military escalation of the Syrian uprising and it would have never emerged outside of this context.  The IS leadership knows it well and this is why they forge alliances with local tribes, prompt Syrian rebel groups to surrender and pledge allegiance (baʻyah), and force local women to marry their fighters. It is all about “Syrianising” the base of IS supporters. If the world powers do not come around a table to unify the opponents of IS, it might be soon too late to defeat socially this organization, as it will have become Syrian enough to be perceived as a local resistance movement against Asad and the international airstrikes.

This leads us to the urgent need to reach a settlement in Syria and make the battle against IS a priority on both sides (rebel groups such as the al-Qaʿidist Nusra Front have collaborated with IS in several occasions, while the Syrian regime has concentrated its offensives on the opposition, regaining international legitimacy as the lesser of two evils in light of the uncontested rise of the “caliphate”). A nationwide ceasefire requires the armed opposition’s sponsors to overcome their divergences (for example, the US and Turkey need to reach a compromise and allow the Kurdish-led Popular Protection Units (YPG) to be part of a larger unified anti-IS front). Morally, the ousting of Asad should be part of the settlement, because you cannot expect people to drop their weapons and accept that the icon of the repression they stood up against remains in power, after almost five years of displacements and massacres. The crackdown of an Islamist uprising between 1976 and 1982, when Hafez al-Asad ordered to butcher much less civilians, has left deep scars in the Syrian social fabric, as it is clear to anyone who had a talk with a family that lost its relatives in those years; in certain regions the war has been in fact a recrudescence of some never-healed wounds.

Having said that, judging from the latest Russian intervention, it is self-evident that five years of atrocities have not prompted Asad’s allies to give up on him. Furthermore, the latest military developments seem to herald a debacle of the opposition in northern Syria. Although it implies a fair dose of realpolitik, the permanence of Asad might be accepted for the time being to speed up conflict resolution.

However, this  should be balanced by a set of concessions on the part of the regime, such as the release of political prisoners, the dropping of politically-motivated charges issued against Syrian expatriates and the engagement of all the so-called “terrorist” groups except IS in the transitional phase. In fact, to expect the opposition to come to terms with the staying of Asad in power and exclude the Nusra Front (possibly under the guises of its ally Ahrar ash-Sham) from the negotiations table is just wishful thinking. Only when a largely inclusive political settlement will be finalised on a national scale, the focus could be shifted towards IS to form a unified front.

The Iraqi context: engaging with the Baʿthists

The Iraqi case is a different one, IS is the last output of the Sunni jihadist resistance to the American invasion and the consequent empowerment of Iranian proxies. The followers of al-Baghdadi (previously known as the followers of Abu Musʻab az-Zarqawi) have been active in Iraq for more than ten years and they definitely have a stronger support base than in Syria. Even the term (Sahawat) used by IS to disparage its Sunni jihadist rivals in Syria is telling of its Iraqi nature, in a reference to the Sunni tribal militias supported by the US to counter al-Qaʿidah during the occupation.

To some extent, the “caliphate” stands for a comeback of what Saddam Hussein and the Iran-Iraq war represent in the memory of some Sunni Arabs: the containment of Shiʻa political expansionism. The presence of numerous former Iraqi Baʻthist officers in the echelons of IS (in some cases apparently entrusted with laying down the blueprint of the “caliphate”‘s efficient security apparatus) should stand as a reminder of the less visible components of this organisation. The Army of the Naqshbandi Order – a largely Baʻthist Sufi militia led by Saddam’s former aide ʻEzzat ad-Duri, therefore doctrinally at odds with the IS Salafi interpretation of Islam – has also repeatedly collaborated with the Islamic State.

The relationship between the Islamist and the Baʻthist elements within IS is a troubled one not exempt from internal strife, but it could be worth establishing contacts with the latter in order to split the organisation and open a political dialogue. It would be challenging to convince takfiri zealots that they should tolerate other religious communities, but Baʻthists are driven by political calculations: their cooperation with al-Qaʿidah in Iraq (AQI), under the US occupation, has always been a marriage of interests. Furthermore, this relationship traces its roots to the pragmatic Islamicisation of the Saddam regime in the nineties, which resulted in the cooptation of Sunni Islamists to serve the establishment without renouncing to Baʻthist secularism. Is it then so unconceivable to reach out to this component within IS and try to compensate for the idiocy of Operation Iraqi Freedom and the indiscriminate anti-Baʻthist purges that have exacerbated the rifts of the Iraqi society over the past 12 years? In the end, history is rich of examples of resistance movements (IRA,ETA) that were largely demilitarized through compromises and not violence alone.

Jihadists and tribes under the banner of…pragmatism

I think it is also time to stop analysing Sunni jihadists exclusively under the prism of religious ideology, as if it were the only driving force behind their affiliation to certain factions. This would also help us to identify other potential negotiation partners.

In 2013, while in Syria, I got to know Abu Khalid, a jihadist commander with mixed Arab-Kurdish roots who was fighting in Ras al-ʻAyn (north-eastern Syria) in a Free Syrian Army (FSA) brigade funded by the Muslim Brotherhood. In January 2013, when clashes erupted between the rebels and the Kurdistan Workers Party (PKK)-allied YPG, according to the account of a Syrian colleague of mine with no jihadist sympathies, Abu Khalid was raising proudly the Alaya Rengîn Kurdistan flag, eager to reassure the Kurds despite fighting against a Kurdish faction.

Later on, he started showing a completely different attitude towards Kurdish cultural rights. In June, Abu Khalid was sitting in the same tent while I was arguing with a member of the hardline group Ansar ash-Shariʻa, who was affirming that the Kurds are not to be considered a distinct people and Arabic is a divine (samawiyyah) language inherently superior to Kurmanji. I turned to Abu Khalid and asked him what was his stance on this and he just said: “I agree with him.”

Later on, Abu Khalid pledged his military support (munasarah) to the Nusra Front, a group known for stifling ethno-religious diversity under the fist of Pan-Islamism, in what seemed to confirm the path of “radicalisation” taken by numerous opposition fighters or, in his case, the apparently utilitarian nature of his initial support for Kurdish rights.

However, when Abu Khalid is asked about his reasons for siding with the Nusra Front, the pragmatic dimension overwhelms his commitment to al-Qaʻidah’s dogmatic tenets (what is known as ʻaqidah in Islamic terms). “I’ve dealt with the leadership of the (“US-approved”) (FSA), they kept most of the funds for themselves and told us (fighters): ҅Make do with what you have (dabbir halkun)!ʼ The majority of these colonels are now in Europe. I’ve seen so many thefts committed by FSA members…If only they were organized like Daʿish when they seized the oil fields in 2013, Asad would be long gone! With the Jabhah (Nusra Front) it’s different: they pay each fighter 100$ per month, cover your rent if you’re married and they don’t steal. Unlike the  FSA, which has been infiltrated repeatedly by the regime and the PKK, their security apparatus is strong,” Abu Khalid told me in a recent conversation. Although his claims on plundering are disputed by similar reports on the Nusra Front, a widespread resentment against the corruption of  US-backed “moderately” Islamist factions such as the Syria Revolutionaries Front has indeed increased the popularity of hardliners in northern Syria.

Regardless of the credibility of Abu Khalid’s accusations – quite common among the Syrian armed opposition – each time we talked his apology of the Nusra Front was never based on the group’s call for global jihad but rather on pragmatic considerations (that is to say, for example, how the FSA’s conduct slowed down the overthrowing of the Asad regime). As far as I know from him, Abu Khalid is now profiting from the trade of foreign hostages, he turned out to be after the money, just like some of the US favourite rebels. Since his brigade used to be supported directly by the Muslim Brotherhood, Abu Khalid’s closer ties with the Nusra Front might be also a consequence of the warm relationship between one of the major regional sponsor of the Brotherhood, the Qatari royal family, and the al-Qaʿidah Syrian affiliate.

In response to this pragmatic interpretation of a jihadist behaviour, some would argue that “radical” Islamists tend to dissimulate their “true nature” in front of Westerners. This occurs in certain circumstances, but Abu Khalid was rather explicit in voicing his more controversial opinions (on the Kurds, for example) and, once, he even admitted having smuggled foreign fighters (muhajirin) into Syria only to regret that when they joined IS later on. During my experience in Syria, in 2013, those who were passionate about the global jihad call did not dissimulate their views in front of me: in the same conversation, the above-mentioned Ansar as-Shariʿa member told me about his ambition to establish an Islamic emirate in Lebanon. In another occasion, an Ahrar ash-Sham chief stationed in al-Hawl (north-eastern Syria) was particularly vocal of his support for al-Qaʿida and its allies in Mali, who took over large swathes of this country in 2012.

In the case of Abu Khalid, the kidnapping business under the auspices of the Nusra Front has most likely upgraded his status, something that was not possible under the FSA. He is also fully aware of his limited options in northern Syria, where the Nusra Front has almost wiped out the FSA. Similarly to what numerous clan leaders did in Syria and Iraq, under the Baʿth first and then under IS, Abu Khalid sought protection and empowerment under the shadow of the umpteenth ruling party.  With regards to this, it is worth remembering that, in what was one of the few calculated moves during the occupation of Iraq, the US army banked on the expedience of some Sunni tribes  and prompt them to defect from al-Qaʿidah and join the Sahawat starting from 2005. They basically supplied local clans with money and guns to secure their mobilization power, being aware that al-Qaʿida had started challenging their interests (reconstruction contracts, illegal revenues). The Sahawat were largely successful in crashing the al-Qaʿidist insurgency between 2007 and 2008. However, Washington left them unemployed a few years later, when the American troops started withdrawing from Iraqi cities, and failed to integrate them in the Iraqi security forces due to the resistance of the pro-Iranian central government. The predictable result was that many of these former Sahwa members re-joined insurgent groups.

IS controls Sunni Arab-majority tribal regions between Iraq and Syria, but the international community has not prioritised the formation of anti-IS clan-based brigades. The initiatives against the Islamic State have been limited to US-sponsored training programs for minor Syrian “moderate” rebel groups, a US-backed coalition of Kurds, Arabs and Syriac Christians known as the Syrian Democratic Forces, whose credentials among the Arab population are yet to be verified, and the Russian intervention in support of those State actors (the Iranian and the Syrian regimes) whose crimes are partially responsible for the “radicalisation” of Sunni Arab paramilitary actors.

Numerous Iraqi tribes have remained neutral rejecting the US attempts to revive the Sahawat to fight against IS and they have their good reasons to do that in absence of long-term guarantees on their role in a post-conflict context. The US commitment to the stability of Iraq – and that of its allies who invaded and ravaged the country in 2003 – cannot be limited to ad hoc interventions conceived to address emergencies. An inclusive approach towards the tribes is a complicated issue, the world powers will need to negotiate it with the future Syrian transitional government and Baghdad, to prevent any indiscriminate form of State retaliation against those clan members who joined IS.

Jihadists like Abu Khalid and many Syrian and Iraqi tribal leaders who pledged allegiance (baʿyah) to the “caliphate” do not care about ideology, their loyalty can be easily “bought” with a combination of privileges and fear. In the south of Syria, in the eastern countryside of as-Swaydaʼ, for example, the Arab tribes loyal to IS are still allowed to make business with local arm dealers.

Pragmatism might be legitimately understood as a call to establish a new patronage system between central governments and tribal leaders, which is one of the aspects of patriarchal autocracy the Arab youth rose against in 2011, but the most progressive Syrian activists have long been sidelined by the militarisation of the uprising, thus being currently unable to destabilise the IS territories.

Humanised young jihadists

Speaking about the youth, it clearly plays a crucial role also among the IS militants. Counter-terrorism centres are obsessed about tracing the profiles of this “radicalised” youth. Nonetheless, it remains challenging to single out “abnormity” and condemn unilaterally a crowd of misfits that might resemble too well the large segments of “ordinarily” disillusioned youth in European societies. The Islamic State, after all, is a clear anti-system magnet for young Western foreign fighters. Even in Syria, the red lines between “moderate” and “radicalised” youth are particularly blurred because of a wide range of factors.

In 2011, during the early phase of the Syrian uprising, I met with a young Syrian musician in al-Hajar al-Aswad (southern Damascus). We were chatting about politics and he touched upon the figure of az-Zarqawi, praising him as a fearless mujahid who fought the Americans in Iraq. He was passionate about a musical genre that originated in the US, but this did not prevent him from admiring az-Zarqawi, who would have despised his love for haram music. In al-Hajar al-Aswad, and in Syria in general, many young men went to fight for their just cause in Iraq during the US occupation. If the musician had gone to Iraq in those years, he could have become an IS militant. Would he had shown no regret in giving up on Western music, the same music that earned him a significant audience in Syria? As noted by some “terrorism” scholars, behind the balaclava, a jihadist is still a troubled human being with multifaceted interests.

Recently, I read the story of a young Syrian citizen journalist from Deyr az-Zawr I happen to know personally, who saw his three best friends joining IS and, despite that, he kept meeting them secretly for a chat over a cigarette from time to time. He still saw them as his friends, being aware that the reasons why they started fighting for IS were only partially ideological. They were given weapons, started earning a salary and found their own destructive redemption from the failure of the Syrian uprising they took part in. However, they were not ready to spend the rest of their lives under the “caliphate” and, later on, they managed to flee Syria.

The journalist is now “exiled” in Turkey, fearing an arrest at the hand of IS. He is deeply opposed to the militant group, but he equally rejects the Russian airstrikes on his city, which have resulted into the death of numerous civilians. In the end, even his friends could have remained trapped inside the country and been considered legitimate targets of the airstrikes.

On the contrary, the international powers are particularly expedite in tracing the above-mentioned red lines between “moderates” and “radicals” in the conviction that shelling the militant youths and their families will eradicate IS from the region. Their “civilised” response to the IS brutality is a merely military one. No one seems to take in consideration the diverse array of motivations that pushed each individual to join the “caliphate”, whether it was a voluntary choice and how they would act in times of peace.

Conclusion

IS is already running a State and, in spite of its propaganda, is arguably more interested in preserving its territories than conquering the whole world. The idea of opening a channel for negotiations with some components of this organisation is abhorred by the international community, even though world diplomats are accustomed to shake hands with a great deal of suite-dressed criminals. Therefore, the war on the Islamic State is about preserving a global order rather than an ethical one.

The leading assumption is that IS should not be normalised like any other violent State actor, even though it is already a de facto State. The paradox is that, at least in the Western circles, IS is often compared with a Nazi regime that must be destroyed to circumscribe its expansion, so actually with a fully fledged State entity. Let’s suppose IS was similar to Nazi Germany – an approximate parallelism for a set of reasons, including how it came into existence – then what leads us to believe that an uncompromising approach will limit the damages? If Nazi Germany had been split into factions to engage some of them in diplomatic talks and water down its regime’s ideology well before the war, Europe might have been spared millions of deaths. In particular, there is still a rich historical debate on how WWII could have been avoided and no agreement on a preemptive attack against Hitler as the only viable option. If the Treaty of Versailles (1919) was harsh on Germany upon the conclusion of WWI and it allowed Hitler to capitalise on social discontent, then post-Saddam Iraq has been harsh on the Baʿthists and it as allowed IS to capitalise on the grievances of Sunni Arabs. There is always room for learning from history.

On the contrary, when Putin hints at the use of nuclear warheads against IS, he reminds us of one of the worst ever epilogues of a conflict started under the motto of defending “freedom”. When the French Government feels entitled to enforce emergency laws and enhance surveillance tools, we are all losing the same “freedom” its jets claim to be fighting for in Syria and Iraq. Are we really willing to live in a police State for the sake of the illusion of eradicating IS – and what lies behind it – in a military confrontation?


Un dialogo con lo “Stato Islamico”?

di Andrea Glioti

Bombardare il sedicente Stato Islamico (IS) non può essere una soluzione, sul piano della sicurezza, socialmente e politicamente. La risposta dovrebbe essere basata invece su un approccio politico diversificato, a seconda del contesto, siriano o iracheno: un approccio mirato a creare un unico fronte anti-IS in Siria e un altro improntato al dialogo con alcuni componenti IS in Iraq. Al fine di contrastare gli ideali di questa organizzazione nel lungo termine, è anche necessario mettere in discussione la rappresentazione mainstream dei movimenti jihadisti sunniti e sottolineare i loro tratti umani e pragmatici.

Guerrafondai e spauracchi

Se avete avuto la sventurata idea di seguire le notizie negli ultimi mesi, avrete notato la rediviva isteria interventista che ha fatto seguito agli attacchi di Parigi. In pochi giorni i talk-show sono stati inondati di esperti (autoproclamatisi tali) fautori del presunto dovere morale occidentale di sconfiggere lo Stato Islamico.

Un nuovo spauracchio completamente funzionale è salito in scena, sicuramente più efficace dello spauracchio comunista della guerra fredda, in quanto IS è una perfetta incarnazione di alterità culturale, religiosa, sociale e ideologica rispetto allo zeitgeist dominante dell’Europa contemporanea. In altre parole, generalizzando, dichiarare guerra ai musulmani disoccupati di seconda/ terza generazione (e ai migranti in generale) mobilizzatisi sotto le spoglie del fanatismo religioso garantisce un gradimento di massa ben più ampio di una guerra contro il tuo vicino comunista, con il quale è probabile tu avessi in comune reddito ed etnia. Non solo, quando la guerra è contro IS, anche la Russia e gli Stati Uniti  condividono lo stesso letto (con le dovute divergenze).

Fare i guerrafondai contro IS riscuote più popolarità della guerra al “terrorismo” di George W. Bush: in seguito agli attentati dell’11 settembre, la Casa Bianca non era infatti riuscita a convincere i suoi critici che attaccare l’Afghanistan e l’Iraq avrebbe consolidato la sicurezza globale, poiché nessuno di questi due governi era coinvolto direttamente nel massacro del World Trade Center (nel caso dell’Iraq il casus belli venne completamente inventato). I seguaci di al-Baghdadi, invece, sono alquanto trasparenti nel rivendicare gli attacchi perpetrati e controllano uno Stato che nessuno osa riconoscere. Agli occhi di molti europei, la coalizione guidata dagli Stati Uniti, la Francia e la Russia stanno conducendo una guerra per difendere la loro “arte di vivere” (riprendendo le parole di Hollande) e i civili intrappolati in Siria non sono altro che vittime collaterali per assicurarsi che i teenager europei tornino ad assistere ai loro concerti in sicurezza.

Sul piano della sicurezza stessa, una risposta incentrata esclusivamente sui bombardamenti non può funzionare. Anche in caso si decida di inviare delle truppe via terra, l’ Iraq e l’Afghanistan servono da monito sulla sopravvivenza dei movimenti di resistenza a dispetto della presenza di occupanti miltarmente avanzati. In Europa, la replica ai raid aerei continueranno a essere gli attentati e gli attacchi dei cosiddetti lupi solitari non cesseranno certo con il crollo del “califfato”. Nel post-IS, i campi di addestramento dei militanti verranno facilmente allestiti altrove, come è sempre accaduto. Un circolo vizioso in cui la retorica dell’anti-terrorismo nutre i trafficanti d’armi piuttosto che garantire sicurezza.

Il contesto siriano: la priorità di risolvere il conflitto

IS non è visto come un’organizzazione autoctona in Siria, la leadership è irachena e molti siriani lo paragonano a una forza occupante. La sua ascesa è stata resa possibile dall’escalation militare della rivoluzione siriana e non sarebbe stata possibile al di fuori di tale contesto. I vertici ne sono consapevoli, ed è per questo che stringono alleanze con le tribù locali, costringono gruppi di ribelli siriani ad arrendersi e giurare fedeltà (ba‘yah), e obbligano le donne siriane a sposare i loro combattenti. Si tratta di una vera e propria “sirianizzazione” della base di sostenitori. Se le potenze internazionali non riusciranno a unificare gli avversari di IS, potrebbe essere presto troppo tardi per sconfiggere socialmente tale entità, poiché sarà diventata abbastanza siriana da essere percepita come un movimento locale di resistenza contro Asad e i bombardamenti internazionali .

Di qui la necessità urgente di raggiungere un accordo di pace in Siria e rendere lo smantellamento dello Stato Islamico una priorità su entrambi i fronti (gruppi ribelli come gli al-qaʿidisti del Fronte Nusra hanno collaborato con IS in diverse occasioni, mentre il regime siriano ha concentrato le sue offensive sull’opposizione, riguadagnando legittimità internazionale in qualità di male minore di fronte alla crescita incontrastata del “califfato”). Un cessate il fuoco su scala nazionale passa per il superamento delle divergenze esistenti tra gli sponsor dell’opposizione armata (per esempio, gli Stati Uniti dovrebbero convincere la Turchia a permettere il coinvolgimento delle Unità di Protezione Popolare (YPG) curde nella lotta all’IS). Sul piano morale, la cacciata di Asad dovrebbe essere parte della soluzione, perché non si può pretendere che la gente getti le armi e accetti che l’icona della repressione contro cui è insorta resti al potere, dopo quasi cinque anni di sfollamenti e massacri. L’insurrezione soffocata nel sangue tra il 1976 e il 1982, quando Hafez al-Asad ordinò il massacro di molti meno civili, ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale siriano, come è chiaro a chiunque abbia conosciuto una famiglia che ha perso i suoi parenti in quegli anni; in alcune regioni la guerra è stata di fatto una recrudescenza di alcune ferite mai rimarginate.

Detto ciò, a giudicare dall’intervento russo, è evidente che cinque anni di atrocità non hanno spinto gli alleati di Asad ad abbandonarlo. Gli ultimi sviluppi militari sembrano inoltre preludere a una debacle dell’opposizione nel nord del Paese. Anche se implica una buona dose di realpolitik, la permanenza di Asad potrebbe essere momentaneamente accettata, a patto di accelerare la risoluzione del conflitto.

Tuttavia, la permanenza del raʼis dovrebbe essere controbilanciata da una serie di concessioni da parte del regime, come il rilascio dei prigionieri politici, l’archiviazione dei capi d’accusa di natura politica emessi nei confronti degli espatriati siriani e il coinvolgimento di tutti i cosiddetti gruppi “terroristici” nella fase di transizione, con l’eccezione dello Stato Islamico. Non si può infatti pretendere che l’opposizione accetti la permanenza di Asad e, allo stesso tempo, l’esclusione dal tavolo dei negoziati del Fronte Nusrah (possibilmente sotto le sembianze “presentabili” del suo alleato Ahrar al-Sham). Solo quando un accordo politico senza “esclusi” sarà finalizzato su scala nazionale, l’attenzione potrà essere spostata verso la formazione di un fronte coeso anti-IS.

Il contesto iracheno: rivolgersi ai ba’thisti

Il caso iracheno è diverso, IS è l’ultimo prodotto della resistenza sunnita jihadista all’invasione americana e al conseguente rafforzamento degli alleati iracheni dell’Iran. I seguaci di al-Baghdadi (precedentemente noti come seguaci di Abu Musʻab az-Zarqawi) sono stati attivi in ​​Iraq da più di dieci anni e qui godono di una base di sostegno più consolidata che in Siria. Persino il termine (Sahawat) utilizzato da IS per denigrare i suoi rivali jihadisti sunniti in Siria tradisce la natura irachena del movimento, in riferimento alle milizie tribali sunnite foraggiate dagli Stati Uniti per contrastare al-Qaʻidah durante l’occupazione.

In un certo senso, il “califfato” è il ritorno di ciò che Saddam Hussein e la guerra tra Iran e Iraq rappresentano nella memoria di alcuni arabi sunniti: il contenimento dell’espansionismo politico sciita. La presenza di numerosi ex-ufficiali baʻthisti iracheni ai vertici di IS (ai quali, in alcuni casi, sarebbe stata affidata la progettazione dell’efficiente apparato di sicurezza del “califfato”) dovrebbe ricordarci le componenti meno visibili di questa organizzazione. L’esercito dell’Ordine Naqshbandita – una milizia sufi in gran parte baʻthista, guidata dall’ex-braccio destro di Saddam ʻEzzat ad-Duri, e pertanto agli antipodi dottrinali con l’interpretazione salafita dell’Islam propria dell’IS – ha più volte collaborato con lo Stato Islamico.

Il rapporto tra la componente islamica e quella baʻthista di IS è problematico e non esente da conflitti interni, ma si potrebbe tentare di stabilire dei contatti con quest’ultima al fine di dividere l’organizzazione e aprire un dialogo politico. Sarebbe difficile convincere dei fanatici takfiriti a tollerare le altre comunità religiose, ma i baʻthisti sono spinti da calcoli politici: la loro cooperazione con Al-Qaʻidah in Iraq (AQI), sotto l’occupazione statunitense, è sempre stata un matrimonio d’interesse. Inoltre, tale relazione affonda le sue radici nell’islamizzazione pragmatica del regime di Saddam negli anni novanta, che aveva portato alla cooptazione dei movimenti islamici sunniti al servizio delle istituzioni senza rinunciare alla laicità baʻthista.

E’ così inconcepibile mettersi in comunicazione con questa componente di IS e cercare di compensare l’idiozia di Operazione Iraqi Freedom e le purghe anti-baʻthiste che hanno esacerbato le divisioni della società irachena nel corso degli ultimi 12 anni? In fondo, la storia è ricca di esempi di movimenti di resistenza (IRA, ETA) che sono stati ampiamente demilitarizzati attraverso una serie di compromessi.

Jihadisti e tribù sotto la bandiera del … pragmatismo

Credo sia anche giunto il momento di smettere di analizzare i jihadisti sunniti esclusivamente attraverso il prisma dell’ideologia religiosa, come se fosse l’unica forza motrice dietro la loro affiliazione a determinate fazioni. Ciò faciliterebbe inoltre l’identificazione di altri potenziali partner con cui avviare dei negoziati.

Nel 2013, mentre mi trovavo in Siria, ho avuto modo di conoscere Abu Khalid, un comandante jihadista di origine arabo-curda che stava combattendo nella cittadina nordorientale di Ras al-ʻAyn in una brigata dell’Esercito Siriano Libero (Esl) finanziata dai Fratelli Musulmani. Nel gennaio del 2013, quando si erano scontrati i ribelli e le Unità di Protezione del Popolo (Ypg) affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abu Khalid aveva issato orgogliosamente la bandiera Alaya Rengin del Kurdistan, desideroso di rassicurare i Curdi, a dispetto della battaglia che lo vedeva contrapposto a una fazione curda. A riferirmelo era stato un collega siriano privo di simpatie jihadiste.

In seguito, Abu Khalid aveva iniziato a mostrare un atteggiamento completamente diverso nei confronti dei diritti culturali dei Curdi. Un giorno di giugno, Abu Khalid era seduto nella stessa tenda dove avevo intavolato una discussione con un membro del gruppo fondamentalista Ansar ash-Shariʻa, il quale sosteneva che i Curdi non dovessero essere considerati un popolo distinto e l’arabo fosse una lingua divina (samawiyyah) intrinsecamente superiore al Kurmanji. Mi ero voltato verso Abu Khalid e gli avevo chiesto cosa ne pensasse. “Sono d’accordo con lui,” era stata la sua risposta.

In seguito, Abu Khalid ha concesso il suo sostegno militare (munasarah) al Fronte Nusrah, un gruppo notoriamente dedito a soffocare il pluralismo etno-religioso nella morsa del panislamismo, a conferma apparente del percorso di “radicalizzazione” comune a numerosi combattenti dell’opposizione o, nel suo caso, della natura utilitaristica del suo supporto iniziale per i diritti dei Curdi.

Tuttavia, quando ad Abu Khalid viene chiesto perché si sia schierato con la Nusrah, la dimensione pragmatica prevale su una devozione pressoché inesistente ai principi dogmatici di al-Qaʻidah (ciò che è noto come ʻaqidah in termini islamici). “Ho avuto a che fare con i vertici dell’Esercito Libero (supportati dagli USA), si sono tenuti la maggior parte dei soldi e a noi (combattenti) hanno detto: ʻArrangiatevi (dabbiru halkun)!ʼ La maggioranza di questi colonnelli sono finiti in Europa. Ho visto tanti di quei furti commessi da membri dell’Esl…Se solo fossero stati organizzati come Daʻish quando avevano preso il controllo dei pozzi petroliferi nel 2013, Assad se ne sarebbe già andato da tempo! Con la Jabhah (il Fronte Nusrah) è diverso: pagano ogni combattente 100$ al mese, oltre all’affitto di chi è sposato, e non rubano. A differenza dell’Esercito Libero, che è stato più volte infiltrato dal regime e dal Pkk, il loro apparato di sicurezza è solido,” questo è quanto mi ha detto Abu Khalid in una conversazione recente. Anche se le accuse di razzie non risparmiano solitamente nemmeno la Nusrah in Siria, il risentimento diffuso contro la corruzione delle fazioni “moderatamente” islamiche appoggiate dagli USA come il Fronte dei  Rivoluzionari di Siria ha di fatti aumentato la popolarità delle formazioni più radicali nel nord del Paese.

Indipendentemente dalla credibilità delle invettive di Abu Khalid – abbastanza comuni tra i gruppi dell’opposizione armata – ogni volta che ho avuto occasione di affrontare l’argomento, la sua apologia della Nusrah non è mai stata fondata sull’appello del gruppo al jihad globale, ma piuttosto su considerazioni pragmatiche (vale a dire, per esempio, su come il comportamento dell’Esl abbia rallentato il rovesciamento del regime di Asad). Da un po’ di tempo a questa parte, Abu Khalid è dedito a trarre profitto dal commercio di ostaggi stranieri, ciò che gli interessava era il denaro, paradossalmente, proprio come alcuni dei ribelli sostenuti da Washington. Considerando poi che la sua brigata era un tempo finanziata direttamente dai Fratelli Musulmani, i legami più stretti di Abu Khalid con la Nusrah potrebbero essere anche una conseguenza delle ottime relazioni consolidatesi tra la famiglia reale qatarina – uno dei maggiori sponsor regionali dei Fratelli – e la filiale siriana di al-Qaʻidah.

In replica a una simile interpretazione pragmatica del comportamento di un jihadista, c’è chi obietterebbe che i gruppi islamici “radicali” tendono a dissimulare la loro “vera natura” agli occhi degli osservatori occidentali. Ciò avviene senz’altro in alcune circostanze, ma Abu Khalid è sempre stato piuttosto esplicito nell’esprimere le sue opinioni più controverse (sui curdi, per esempio) e, una volta, ha persino ammesso di aver facilitato l’ingresso di combattenti stranieri (muhajirin) in Siria, per poi pentirsi delle sue azioni nel momento in cui questi si sono arruolati nello Stato Islamico. Durante la mia esperienza in Siria, nel 2013, coloro su cui faceva presa il messaggio del jihad globale non dissimulavano certo le proprie opinioni al mio cospetto: nella conversazione sopracitata, lo stesso membro di Ansar as-Shariʿa mi aveva parlato della sua ambizione di fondare un emirato islamico in Libano. In un’altra occasione, un leader di Ahrar al-Sham di stanza ad al-Hawl (nord-est della Siria) era stato particolarmente esplicito nel suo sostegno ad al-Qaʿidah e alleati in Mali, in seguito alla loro conquista di buona parte del Paese nel 2012.

Nel caso di Abu Khalid, il business dei sequestri sotto gli auspici della Nusrah ha molto probabilmente innalzato il suo status, cosa che non era possibile nelle fila dell’Esercito Libero. E’ anche pienamente consapevole delle sue opzioni limitate nel nord della Siria, dove gli al-qaʿidisti hanno quasi spazzato via l’Esl.

Analogamente a come si sono comportati numerosi capi clan tribali in Siria e in Iraq, prima sotto il partito Baʿth e poi sotto IS, Abu Khalid ha perseguito protezione e potere all’ombra dell’ennesimo ente governante. A questo proposito, vale la pena ricordare che, in una delle poche mosse calcolate durante l’occupazione dell’Iraq, l’esercito statunitense aveva fatto affidamento sull’opportunismo di alcune tribù sunnite e le aveva indotte a disertare al-Qaʿidah e unirsi alle Sahawat a partire dal 2005. In pratica, i clan locali erano stati armati e foraggiati con l’intento di assicurarsi il loro potere di mobilitazione, nella consapevolezza che al-Qaʿidah aveva già iniziato a ledere i loro interessi (contratti per la ricostruzione, introiti illegali). Le Sahawat erano in gran parte riuscite a sedare l’insurrezione al-qaʻidista tra il 2007 e il 2008. Tuttavia, Washington le aveva lasciate senza lavoro qualche anno più tardi, quando le truppe americane avevano iniziato a ritirarsi dalle città irachene, senza riuscire a integrarle nelle forze di sicurezza irachene a causa della resistenza del governo centrale filo-iraniano. Il prevedibile risultato è stato che molti di questi ex-miliziani delle Sahawat sono tornati nelle fila degli insorti.

Lo Stato Islamico controlla regioni tribali a maggioranza arabo-sunnita sia in Iraq che in Siria, ma la comunità internazionale non ha prioritizzato la formazione di brigate su base clanica per combattere tale organizzazione. Le iniziative si sono limitate a programmi americani di addestramento a beneficio di gruppi ribelli siriani “moderati” minoritari, una coalizione di curdi, arabi e cristiani siriaci nota come Forze Democratiche Siriane, anch’essa sostenuta dagli USA, le cui credenziali tra la popolazione araba sono ancora tutte da verificare, e infine l’intervento russo a sostegno degli stessi attori statali (il regime siriano e quello iraniano) i cui crimini sono in parte responsabili della “radicalizzazione” degli attori paramilitari arabo-sunniti.

Numerose tribù irachene sono rimaste neutrali respingendo i tentativi statunitensi di ricreare le Sahawat per combattere IS, e hanno le loro buone ragioni per farlo in assenza di garanzie di lungo termine sul loro ruolo in un contesto post-bellico. L’impegno degli USA per la stabilità dell’Iraq – e quello dei loro alleati che hanno invaso e devastato il Paese nel 2003 – non può essere limitato ad interventi ad hoc in situazioni d’emergenza. Un approccio inclusivo nei confronti delle tribù è una questione complessa, le potenze mondiali dovranno infatti negoziarlo con il futuro governo di transizione siriano e con Baghdad, onde evitare forme indiscriminate di ritorsione contro i membri del clan che si sono uniti allo Stato Islamico.

I jihadisti come Abu Khalid e molti dei leader tribali siriani e iracheni che hanno giurato fedeltà (baʿyah) al “califfato” non si preoccupano degli aspetti ideologici, la loro affiliazione può essere facilmente “comprata” con una combinazione di privilegi e terrore. Nel sud della Siria, nella campagna orientale di as-Swaydaʼ, ad esempio, alle tribù arabe alleate di IS viene ancora permesso di fare affari con i trafficanti d’armi locali.

Il pragmatismo potrebbe essere legittimamente interpretato come un appello a ristabilire un nuovo sistema clientelare tra governi centrali e leader tribali, che è uno degli aspetti dell’autocrazia patriarcale contro cui la gioventù araba era insorta nel 2011, ma gli attivisti siriani più progressisti sono stati da tempo marginalizzati dalla militarizzazione della rivolta, essendo così attualmente incapaci di destabilizzare i territori dell’IS.

Giovani jihadisti umani

Rimanendo in tema di giovani, questi giocano chiaramente un ruolo cruciale anche tra i militanti dello Stato Islamico. I centri antiterrorismo sono ossessionati dalla necessità di tracciare i profili di questa gioventù “radicalizzata”. Tuttavia, resta difficile individuare i tratti “anormali” e condannare unilateralmente una folla di disadattati che potrebbero assomigliare troppo bene a quelle ampie fasce di giovani europei “ordinariamente” disillusi. Lo Stato Islamico, dopo tutto, è un chiaro magnete anti-sistema per i giovani combattenti occidentali. Anche in Siria, le linee rosse tra giovani “radicalizzati” e “moderati” sono particolarmente offuscate a causa di una vasta gamma di fattori.

Nel 2011, durante la prima fase della rivoluzione, ho incontrato un giovane musicista siriano ad al-Hajar al-Aswad (sud di Damasco). Stavamo chiacchierando di politica e aveva accennato alla figura di az-Zarqawi, lodando le sue qualità di mujahid intrepido battutosi a difesa dell’Iraq ai tempi dell’occupazione americana. Era appassionato di un genere musicale che ebbe origine negli Stati Uniti, ma questo non gli impediva di ammirare az-Zarqawi, il quale avrebbe disprezzato la sua passione per tale musica haram. Ad al-Hajar al-Aswad, e in Siria in generale, molti giovani andarono a combattere per la loro giusta causa in Iraq durante l’occupazione statunitense. Se il musicista si fosse recato in Iraq in quegli anni, sarebbe potuto diventare un militante di IS. Davvero non avrebbe rimpianto l’abbandono dello stesso genere di musica occidentale che gli aveva assicurato un seguito significativo in Siria? Come notato da alcuni studiosi di “terrorismo”, dietro il passamontagna un jihadista è pur sempre un essere umano tormentato con molteplici interessi.

Di recente, ho letto la storia di un giovane cittadino giornalista siriano di Deyr az-Zawr, che ha visto i suoi tre migliori amici arruolarsi nell’IS e, nonostante ciò, ha continuato a incontrarli in segreto per una sigaretta in compagnia di tanto in tanto. Li vedeva ancora come i suoi amici, nella consapevolezza che le ragioni per cui si erano uniti allo Stato Islamico erano solo in parte ideologiche. Avevano ricevuto delle armi e uno stipendio, e avevano trovato la propria redenzione distruttiva dal fallimento della rivoluzione siriana a cui avevano partecipato. Ciononostante, non erano pronti a passare il resto della loro vita sotto il “califfato” e, in seguito, sono riusciti a fuggire dalla Siria.

Conosco di persona il giornalista, è attualmente “esiliato” in Turchia, il timore di un arresto per mano dell’IS gli impedisce di tornare. E’ profondamente contrario a tale organizzazione, tanto quanto agli attacchi aerei russi sulla sua città, che hanno causato la morte di molti civili. In fin dei conti, anche i suoi amici sarebbero potuti rimanere intrappolati all’interno del Paese ed essere considerati bersagli legittimi dei bombardamenti.

Al contrario, le potenze internazionali sono particolarmente celeri nel tracciare le sopracitate linee rosse tra “moderati” e “radicali”, nella convinzione che bombardare i giovani militanti e le loro famiglie sradicherà lo Stato Islamico dalla regione. La loro risposta “civilizzata” alla brutalità di IS è meramente militare. Nessuno sembra prendere in considerazione le varie motivazioni che hanno spinto ogni individuo ad aderire al “califfato”, se si è trattato di una scelta volontaria e come si comporterebbe in tempo di pace.

Conclusione

IS è già uno Stato funzionante e, a dispetto della sua propaganda, è probabilmente più interessato a preservare i suoi territori che conquistare il mondo intero. L’idea di aprire dei negoziati con alcuni componenti di questa organizzazione è aborrita dalla comunità internazionale, nonostante i diplomatici siano abituati a stringere la mano a un gran numero di criminali in giacca e cravatta. Pertanto, l’obiettivo della guerra allo Stato Islamico rimane la preservazione di un ordine globale piuttosto che quella di uno etico.

La supposizione principale è che IS non debba essere normalizzato come qualsiasi altro attore violento statale, anche se è già uno Stato de facto. Il paradosso è che, almeno nei circoli occidentali, lo Stato Islamico viene spesso paragonato a un regime nazista che deve essere distrutto per arrestarne l’espansione, quindi in realtà a un’entità statale pienamente formata. Supponiamo che IS sia simile al Terzo Reich – un parallelismo approssimativo per una serie di ragioni, tra cui le circostanze d’origine – cosa ci porta a ritenere che un approccio senza compromessi possa limitare i danni? Se la Germania nazista fosse stato spaccata in fazioni per coinvolgere alcune di queste in trattative diplomatiche e diluire l’ideologia del suo regime ben prima della guerra, l’Europa avrebbe potuto risparmiarsi milioni di morti. In particolare, vi è ancora un nutrito dibattito storico su come la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto essere evitata, e nessun consenso sull’attacco preventivo contro Hitler come l’unica opzione praticabile. Se il Trattato di Versailles (1919) aveva messo in ginocchio la Germania al termine del primo conflitto mondiale e aveva permesso a Hitler di capitalizzare sul malcontento sociale, l’Iraq del dopo-Saddam è stato duro con i Baʿthisti e ha consentito a IS di capitalizzare sull’insoddisfazione degli arabi sunniti. C’è sempre modo di imparare dalla storia.

Al contrario, quando Putin allude all’utilizzo di testate nucleari contro IS, ci ricorda uno dei peggiori epiloghi di sempre di un conflitto iniziato sotto il motto della difesa della “libertà”. Quando il governo francese si sente autorizzato a introdurre le leggi d’emergenza e potenziare gli strumenti di sorveglianza, stiamo tutti perdendo la stessa “libertà” in nome di cui vengono dispiegati i suoi aerei caccia in Siria e in Iraq. Siamo davvero disposti a vivere in uno Stato di polizia solo per illuderci di sradicare lo Stato Islamico – e ciò che vi giace dietro – in un confronto militare?

Categories: Al-Jazeera, Iraq, jihadismo, Medio Oriente, Siria, Syria, Uncategorized | Tags: , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

La Siria sta a sud di Kobani? I media arabi reagiscono a una storia di resistenza curda

Analisi della reazione dei media arabi alla battaglia di Kobani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dal 16 settembre scorso, è difficile che un telespettatore non sia al corrente dell’esistenza della cittadina curdo-siriana di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) messa sotto assedio dai jihadisti dello Stato Islamico (noto in Occidente come ISIS), secondo il noto canovaccio adottato dalle piattaforme mediatiche per catalizzare l’attenzione del pubblico su un contesto a discapito degli altri: tra non molto, il destino di Kobani sarà probabilmente lo stesso delle altre città siriane sulle quali i riflettori si sono già spenti da tempo.

Il caso Kobani è stato innescato in primis dai media occidentali, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ‘plasmare’ il paradigma della resistenza del mondo civilizzato (con tanto di donne combattenti) alla barbarie dell’ISIS. La copertura mediatica è stata senz’altro funzionale al successivo intervento NATO, come lo erano state, qualche mese addietro, le immagini dei curdi yazidi iracheni, costretti dai medesimi jihadisti ad asserragliarsi sul monte Sinjar.

Sempre di curdi si tratta in un contesto regionale dove i massacri di cui sono state vittime gli arabi non hanno suscitato la stessa indignazione occidentale né tantomeno sono riusciti a creare un casus belli per un intervento esterno ‘umanitario’ (si pensi al massacro perpetrato con degli armamenti chimici nei pressi di Damasco nell’agosto del 2013 o alle periodiche offensive israeliane su Gaza). La reazione dei media arabi al caso Kobani non si è fatta pertanto attendere e si è ramificata in tendenze alquanto diversificate: nel quadro geopolitico, la battaglia di Kobani è stata strumentalizzata per scagliarsi contro determinate potenze regionali, o analizzata alla luce delle sottese agende neo-colonialiste occidentali; in alcuni casi si è preferito ridurre le aspirazioni dei curdi al separatismo, in altri ci si è invece preoccupati di comprendere meglio la loro posizione nel conflitto siriano; altrove, si è cercato infine di attutire gli attriti esistenti proponendo delle storie di fratellanza arabo-curda, o si è contestata l’equazione mediatica tra ISIS e arabi, ma c’è anche chi ha optato per l’autocritica, riconoscendo ai curdi il diritto a prendere le distanze dalla ‘decadenza’ araba.

Kobani al centro degli scacchieri geopolitici

Su vari fronti, gli eventi di Kobani forniscono un’occasione d’oro per scagliarsi contro le politiche di Ankara, in un momento difficile in cui la posizione ambigua di Erdogan nei confronti dello Stato Islamico ha già incrinato i rapporti con Washington e destabilizzato il processo di pace in corso con i militanti curdi del Pkk.

Il quotidiano libanese Al-Safir, voce storica della sinistra panaraba vicina a Damasco, si affida alla penna di Mohammad Nureddin per castigare il “disorientamento (takhabbut)” delle politiche turche nei confronti della questione curda e del conflitto siriano.

Tuttavia, sono senza dubbio i media egiziani a toccare il fondo nelle invettive anti-Erdogan: alcuni tra i maggiori quotidiani e siti di informazione egiziani (tra cui Al-Shuruq e Al-Yawm al-Sabi’) dedicano infatti ampio spazio alla ‘bufala’ dei cori pro-Sisi, che sarebbero stati intonati dai curdi durante gli scontri con la polizia turca, nel corso di una manifestazione solidale con la resistenza di Kobani. Il caso nasce da un video pubblicato da un gruppo di sostenitori del presidente egiziano e dal loro fraintendimento della sigla ‘Isid‘ (Stato Islamico in turco) frettolosamente trasformata in ‘Sisi‘. A testimonianza della grossolanità in cui sono sprofondati i media egiziani in seguito all’ascesa al potere del feldmaresciallo, nessuno si è preoccupato di verificare la notizia e l’attenzione per Kobani è stata ispirata più dalla propaganda governativa che dalla reale intenzione di comprendere gli eventi in corso.

Alcune griglie di interpretazione della sinistra panaraba continuano poi a essere utilizzate per comprendere la strumentalizzazione mediatica dell’assedio di Kobani alla luce dei calcoli geopolitici dell’Occidente. Sul libanese Al-Safir si riconduce pertanto la resistenza curda alla resistenza del tessuto sociale e della conformazione geografica del territorio ai confini della Turchia moderna tracciati al tavolo degli accordi di Losanna (1923), o si discutono le nuove frammentazioni politiche ‘covate’ dalle potenze NATO, che si tratti di una “buffer zone” in Siria o di uno Stato curdo filo-occidentale.

La reale importanza strategica di Kobani e lo spauracchio dello Stato Islamico, che da mesi domina i media occidentali come una “bestia dalle capacità illimitate”, sono poi oggetto dello scetticismo di Abdullah Suleiman Ali (Al-Safir, 23 ottobre), che mette anche in guardia dall’esagerazione di media occidentali e curdi nel riportare il numero dei caduti tra le fila dei mujahidin. Si continua a propendere per la ‘cospirazione’ nascosta al grande pubblico, un piano a lungo termine di ristrutturazione del Medio Oriente di cui lo Stato Islamico continua a essere uno strumento fondamentale.

L’assenza totale di corrispondenti arabi e occidentali sul fronte dello Stato Islamico ha del resto legittimato un certo scetticismo nei confronti della copertura mediatica dell’assedio, in un campo di battaglia in cui l’unico contraltare alle fonti curde continuano a essere i video diffusi dalla formazione jihadista. Tra questi passerà sicuramente alla storia il reportage fatto realizzare all’ostaggio britannico John Cantlie il 28 ottobre, dove si sottolinea come i media si affidino ai comunicati della Casa Bianca e dei comandanti curdi, in assenza di reporter occidentali nelle aree controllate dallo Stato Islamico a Kobani. Detto ciò, è innegabile che i rapimenti e le decapitazioni dei reporter occidentali abbiano garantito allo Stato Islamico tale monopolio della copertura mediatica, il tutto a beneficio della già efficiente macchina propagandistica del ‘Califfato’.

La sproporzione tra l’attenzione mediatica e le dimensioni strategico-umanitarie dell’assedio di Kobani vengono anche criticate sui mezzi d’informazione più vicini all’opposizione siriana, seppur le conclusioni geopolitiche siano chiaramente diverse da quelle tratte dalle firme di Al-Safir.

Al-Jazeera riprende così l’ironia degli attivisti siriani e pubblica un articolo online dal titolo “La Siria si trova a Sud di Kobani?!” Si riporta quindi un’intervista rilasciata da Mohammad Amin, redattore del sito dell’opposizione Siraj Press, in cui viene ricordato come la conquista da parte dello Stato Islamico di territori ben più vasti di Kobani non abbia destato tale fermento mediatico. Le potenze occidentali mirano a estorcere denaro dalle capitali finanziarie del mondo arabo dietro il pretesto della minaccia jihadista e forse anche a distogliere l’attenzione dai massacri perpetrati dal regime siriano, secondo la lettura di Amin.

E se l’idea che Kobani abbia gettato nell’oblio i crimini di Damasco accomuna la maggioranza degli attivisti siriani, anche sul fronte opposto, quello del canale Al-Manar del partito sciita libanese Hezbollah, alleato fedele di Bashar al-Assad, si ritiene che l’assedio di Ayn al-Arab abbia favorito soprattutto gli interessi del regime baathista, che mantiene a distanza lo Stato Islamico e si prepara a raccogliere i frutti dei rapporti incrinatisi tra Ankara e Washington.

Comprendere le relazioni arabo-curde in Siria: verso una convivenza scevra da pregiudizi?

Al di là delle dinamiche geopolitiche, nei media arabi le azioni dei curdi continuano a essere talvolta inquadrate dalla lente pregiudiziale del separatismo.

Così un servizio prevalentemente equilibrato realizzato da Majid Abdul-Hadi per Al-Jazeerada Kobani viene intitolato dalla redazione qatarina “La battaglia di Kobani riporta in vita il sogno dei curdi di uno Stato che li unisca”, pur non presentando alcun’intervista a sostegno di tale tesi. Non manca poi la presa di distanza da “quella che alcuni curdi ritengono” l’oppressione storica derivata dalla condizione di etnìa priva di Stato nazione: una precisazione che non avrebbe di certo accompagnato un servizio sulle tribolazioni palestinesi.

Alcune icone di Al-Jazeera, come il conduttore del programma “La Direzione Opposta (Al-Ittijah al-Mu’akis)” Faisal al-Qasim, noto sostenitore dell’opposizione siriana, non hanno del resto mai nascosto le loro antipatie per le rivendicazioni curde. Anche la redazione della saudita Al-Arabiya, stando a quanto mi riportavano alcuni giornalisti curdi siriani che hanno avuto modo di collaborarci, non nasconde il suo scarso interesse per le aspirazioni nazionaliste quando commissiona dei servizi dalle regioni curde.

In alcuni casi, le emittenti più vicine all’opposizione siriana si sono però proposte di approfondire le posizioni dei curdi con l’intento di attenuare le tensioni con la comunità araba. In una puntata di “Seduta Libera (Jalsah Hurrah)” trasmessa dall’emiratina Alaan Tv, il conduttore si è preoccupato a buon diritto di confutare l’equazione, a volte piuttosto esplicita, tracciata da alcuni media, tra arabi e Stato Islamico, ricordando come diversi dei comandanti del ‘Califfato’ siano curdi e la maggioranza delle vittime mietute dalla formazione jihadista siano di fatto arabe.

L’equazione tra arabi e Stato Islamico è di fatti smentita dalla stessa propaganda dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, se si osserva il video “La Risoluzione del Ribelle (‘Azm al-Abaat)” dedicato all’assedio di Kobani, in cui vengono enunciati i principi fondanti dell’ideologia del nemico, il Pkk, combattuto in quanto ateo, socialista, fautore della promiscuità e dedito alla fondazione di uno Stato (non islamico) curdo, ma non sulla base dell’etnia dei suoi militanti. Nel video vengono poi dati alle fiamme alcolici e sostanze stupefacenti rinvenute nelle case degli abitanti di Kobani: nell’ottica fondamentalista, i curdi sono ben accetti a patto che si sottomettano alle norme draconiane del ‘Califfato’, e di fatti Ayn al-Arab (L’Occhio degli Arabi) viene ribattezzata Ayn al-Islam, senza alcun riferimento etnico.

Detto ciò, l’assenza di un discrimine etnico-linguistico a livello ideologico sia sul fronte jihadista che su quello nazionalista curdo – lo stesso Pkk sottolinea il carattere multi-etnico della sue strutture di “autogoverno (al-idara al-dhatia)” in Siria – non significa che non esistano dei combattenti animati da pulsioni razziste, in considerazione delle numerose conversazioni avute durante il mio ultimo soggiorno siriano (Apr-Ott 2013).

Le presunte intenzioni riconciliatorie della puntata sopracitata del programma di Alaan Tvsono però tradite dall’impostazione del dibattito con gli ospiti curdi siriani in studio: si tratta di una vera e propria raffica di domande inquisitorie, ispirate dai sentimenti anti-curdi raccolti nelle ‘strade’ arabe, senza alcun accenno allo sciovinismo diffuso in alcune frange dell’opposizione araba o alla minore resistenza incontrata dalle formazioni jihadiste nelle regioni arabe in confronto a quelle curde.

D’altro canto, c’è chi preferisce analizzare la questione curda alla luce di un’autocritica della propria comunità di appartenenza, piuttosto che tentare una riconciliazione o illudersi che non ci sia alcun nesso tra le società arabe e l’ascesa dello Stato Islamico. Succede così che il giornalista di Al-Safir Rabi’ Barakat conceda ai curdi il diritto a mantenersi immuni alla “decadenza (inhitat)” e all’“ignoranza” (volutamente definita jahiliyyah, in riferimento all’era pre-islamica) degli arabi, di cui ISIS sarebbe la perfetta incarnazione.

A prescindere dalla vicinanza di Al-Jazeera ai Fratelli Musulmani, alcuni dei collaboratori dell’emittente si sono inoltre distinti per un’analisi più lucida delle circostanze che hanno apportato una nuova linfa vitale alle istanze nazionaliste dei curdi di Siria, ben prima dell’assedio di Kobani, come nel caso di un articolo del 2 aprile del giornalista siriano Imad Mufarrij Mustafa: si parla infatti di una comunità curdo-siriana in bilico tra un’identità siriana da sempre negatale da Damasco e un’identità curda rafforzata di recente dalla militarizzazione e sfruttata dai maggiori partiti nazionalisti curdi iracheni e turchi (il Pdk di Barzani e il Pkk di Ocalan).

Persino Al-Arabiya ha più volte fatto ricorso ai risvolti sentimentali di alcune storie raccolte sul fronte di Kobani per limare le spigolose relazioni arabo-curde: è il caso del serviziodedicato a Bervin, combattente delle YPJ (l’ala femminile dei militanti del Pkk siriano) che rincontra suo padre in trincea dopo una lunga separazione. Nello stesso filone si inserice un’inchiesta ripresa dall’emittente algerina Al-Khabr (KBC), dove l’inviato si reca sulle tracce di Linda Chalabi, combattente algerina nelle fila delle YPJ di Kobani, che si sente in dovere di difendere la sua seconda patria, dove si era trasferita sette anni fa al seguito del marito curdo siriano e dove “il popolo curdo non l’ha mai fatta sentire un’estranea”.

In conclusione, risulta difficile individuare un approccio omogeneo nella copertura mediatica araba degli eventi di Kobani. Le rivendicazioni curde sono senz’altro diventate oggetto di dibattito su una serie di piattaforme influenzate da svariate correnti politiche, un dato in sè positivo alla luce della reticenza del secolo scorso, soprattutto se lo si unisce alla maggiore propensione all’autocritica della comunità di appartenenza, all’accento posto sulle esperienze condivise tra le due comunità e all’analisi scevra da pregiudizi delle dinamiche socio-politiche alla radice delle istanze nazionaliste curde.

Per quanto riguarda nello specifico l’assedio di Kobani, va inoltre riconosciuto ai media arabi di essersi astenuti dalla spettacolarizzazione propria della copertura occidentale: ci si è continuati a occupare dei massacri in corso nelle altre città siriane, dove la stragrande maggioranza delle vittime non hanno la ‘fortuna’ di appartenere a una minoranza, e non si è trasformata la cittadina curda in un’icona nemmeno troppo implicitamente xenofoba della resistenza contro la barbarie arabo-islamica.

Categories: Kurdistan, media arabi, Medio Oriente, Siria | Tags: , , , , | Leave a comment

L’appello di Padre Paolo e’ il nostro appello per lui: a un anno dal rapimento (July 2014)

Padre-Paolo-Dall-Oglio

L’appello di padre Paolo è il nostro appello per lui
DI REDAZIONE – 27 LUGLIO 2014
POSTATO IN: RIVOLTA 15 MARZO, SIRIA

http://www.sirialibano.com/siria-2/lappello-padre-paolo-dalloglio-appello-per.html

A un anno dal sequestro di padre Paolo Dall’Oglio, gesuita romano scomparso nel nord della Siria, abbiamo deciso di chiedere a tutti di auspicarne il rilascio rilanciando la sua petizione a Papa Francesco. Nella certezza che questa lettera contenga la riprova di tutto l’amore di padre Paolo per gli arabi cristiani e per le tutte le altre comunità con cui gli arabi cristiani da secoli convivono. Crediamo anche che con questa lettera si esprima al meglio la visione di padre Paolo di fronte all’enorme tragedia che, già prima del suo sequestro, si stava abbattendo su tutto il Medio Oriente. La catastrofe siriana è oggi accompagnata dall’attualità di altre tragedie che sconvolgono il Medio Oriente, da Gaza fino a Baghdad, che non si possono più leggere disgiuntamente.

Padre Paolo aveva visto l’ingiustizia con i suoi occhi in Siria. E in questo appello voleva ammonire tutti di fronte al pericolo reale che la strategia della violenza degli Asad avrebbe prodotto una reazione di violenza diretta, a catena. Padre Paolo sapeva che se la violenza degli Asad non fosse stata condannata e fermata in tempo, saremmo arrivati proprio dove siamo oggi.

Padre Paolo è stato sequestrato a Raqqa. Primo capoluogo di regione siriano a esser stato liberato dalla presenza del regime. Ma il regime si era ritirato deliberatamente, non era stato sconfitto militarmente. Raqqa è comunque diventata famosa per i promettenti risultati di autogestione locale. Ragazzi e ragazze, osservanti e non, ripulivano le strade e i muri, colorandoli. La popolazione manifestava in strada, chiedendo pubblicamente ai miliziani di andare al fronte e liberare la città dalla presenza delle armi.

Ritirandosi, il regime sapeva bene che avrebbe lasciato Raqqa alla mercé di qaedisti e jihadisti. Il regime conosceva meglio di altri il tumore dello Stato islamico. E anche padre Paolo sapeva quali fossero le minacce. Per questo si è recato a Raqqa prima che diventasse la capitale dei qaedisti. Prima che le donne, che prima coloravano i muri, fossero costrette a vestire di nero. Padre Paolo è andato a Raqqa da solo e nessuno ha sostenuto assieme a lui quelle donne, ora travestite da prefiche che piangono sotto le croci di “martiri” crocifissi dallo Stato islamico.

Padre Paolo non sapeva che di lì a breve lo avrebbero sequestrato. Ma ha avvertito l’urgenza di scrivere questo appello. Perché era certo che rimanere indifferente allo smantellamento di fatto degli Stati mediorientali avrebbe cancellato l’idea di cittadinanza, avvicinando anche l’estinzione delle comunità cristiane della regione. Un’estinzione inseparabile dalla marea umana di profughi, rifugiati, fuggiaschi disperati, per lo più musulmani sunniti, che oggi cercano di mettersi in salvo, lasciando l’area siro-irachena.

Quando padre Paolo è stato rapito la decomposizione del Medio Oriente non era ancor ben chiara a molti. Eppure lui aveva già compreso che la trappola dell’odio confessionale e la conseguente cacciata delle comunità siriane dalla pianura strategica dell’Oronte avrebbe comportato altre traumatiche pulizie confessionali.

Il mercenario del jihad, Abu Bakr al Baghdadi, si è quindi prestato al disegno di delegittimare la rivoluzione siriana dall’interno. Con la sua opera ispirata dal regime di Damasco, l’autoproclamato “Califfo Ibrahim” ha di fatto legittimato la pretesa di Bashar al Asad di essere “il baluardo contro il terrorismo”.

Poi è cominciato l’esodo biblico che, tra pochi, padre Paolo aveva denunciato. Lui già allora si dimostrava consapevole che quel disegno sarebbe inevitabilmente giunto alla sostituzione degli Stati con “aree omogenee”: una catena di bantustan. In questo Medio Oriente non ci sarebbe stato più posto per la cittadinanza e per la complessità sociale. E quindi neanche per gli arabi cristiani.

(Qui i link al testo della petizione in italiano, inglese, francese)

Categories: Syria | Tags: , , , , , | Leave a comment

Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

Scritto per ArabMediaReport, sulla copertura mediatica delle elezioni presidenziali siriane del 2014. 

Syria_Presidential_Elections_2014_ENSullo sfondo di un conflitto pressoché irreconciliabile, secondo la propaganda governativa, le elezioni siriane saranno una dimostrazione di democraticità e resistenza di fronte a chi chiede la deposizione di Bashar al-Asad. Per la prima volta nella storia del partito Baath, non si ricorre a un plebiscito popolare in cui i cittadini vengono chiamati ad “approvare” la candidatura degli Asad, ma a delle elezioni ufficialmente aperte all’opposizione e in pratica ristrette a un paio di figure politiche selezionate con cura.

I due candidati in questione sono Maher Abdul-Hafiz Hajjar e Hassan Abdullah al-Nuri. Il primo è un ex-comunista damasceno, di quella frangia del partito comunista tollerata dal regime di Damasco, nonché parlamentare dal 2012. Il secondo si presenta come un uomo d’affari aleppino super partes tra regime e opposizione, ma è in realtà è già stato ministro per lo sviluppo amministrativo e gli affari parlamentari tra il 2000 e il 2002.

(…)

Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

 

Categories: media arabi, Siria | Tags: , , , | Leave a comment

ISIL e al-Qa’ida nel panorama mediatico siriano, libanese e iracheno: spauracchi e avanguardia comunicativa

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sulla rappresentazione mediatica di ISIL (Da’ish) e al-Qa’ida in Siria, Libano e Iraq, prendendo in considerazione sia le emittenti siriane, irachene e libanesi che i video di propaganda delle due organizzazioni armate. L’analisi era stato scritta nel gennaio del 2014, quando la scissione tra al-Qa’ida e ISIL si era appena concretizzata a livello ufficiale, non vi è quindi distinzione tra queste due formazioni a livello ideologico e pragmatico e ci si concentra sul confronto tra rappresentazione istituzionale (e pertanto derogatoria) del jihadismo salafita sunnita e propaganda destinata alla promozione delle sua causa. 

(Photo’s source: al-Jazeera)

Al-Qaeda nel Levante e in Iraq: tra strumentalizzazione ed efficacia comunicativa

jolani announcem aljaz

L’ascesa in Siria di due formazioni al-qaediste, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS l’acronimo in inglese, Da’ish quello in arabo) eJabhat al-Nusra (Il Fronte del Supporto), e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza del Libano e dell’Iraq hanno riportato lo spauracchio di al-Qaeda alla ribalta mediatica nei tre Paesi. La minaccia terroristica si presta alle strumentalizzazioni politiche: accostare i rivali all’insurrezionalismo islamico significa demonizzarli e marginalizzarne le rivendicazioni originarie. Lontano dall’ipocrisia dei programmi elettorali, la militanza al-qaedista si presenta dal suo canto come unica fonte di salvezza degli oppressi. Senza alcuna necessità di velare le connotazioni confessionali, a differenza degli attori istituzionali, il messaggio al-qaedista offre una valvola di sfogo riservata ai sunniti emarginati di questi tre Paesi, i quali condividono la convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato e dalla comunità internazionale.


Noi non siamo come loro: Al-Qaeda e il riscatto degli ultimi

Le forme più radicali del jihadismo sunnita maturate in Iraq hanno trovato nuova linfa vitale in Siria e uno sbocco potenziale in Libano. Osservare i punti di forza del messaggio degli al-qaedisti attivi nel contesto siriano può pertanto aiutare a comprendere i successi del loro proselitismo. In un video pro-ISIS diffuso su YouTube in data 5 gennaio 2014, il mujahidviene presentato come ultima speranza dei sunniti siriani, abbandonati sia dai governi che da quei dotti islamici asserviti all’inazione dell’Occidente. Sicché il mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-’Aziz Al-Shaykh, il quale ha definito l’adescamento dei giovani musulmani perché partano per il jihad in Siria un “tradimento dell’Umma [la comunità dei fedeli]“, viene accusato di essere al servizio dei “collaborazionisti” (Sahawat è il termine utilizzato, in riferimento alle milizie sunnite irachene addestrate dagli Usa per combattere contro al-Qaeda). Il video agisce sulle corde più sensibili dell’opinione pubblica musulmana: immagini di bambini uccisi da armamenti chimici, donne costrette a imbracciare le armi a causa del gran numero di uomini massacrati.

Nella puntata di “Liqa’ al-Yawm” (L’Incontro di Oggi) del 19 dicembre 2013, Taysir ‘Alwani di Al-Jazeera ha realizzato una lunga intervista con Abu Mohammad al-Jawlani, l’emiro di Jabhat al-Nusra. Il gruppo è senza dubbio la formazione al-qaedista più popolare in Siria, contando sulla militanza di meno stranieri rispetto a ISIS.

Il leader della Nusra articola innanzitutto la sua captatio benevolentiae nei confronti dei siriani, collocando il suo movimento sul cammino della militanza jihadista repressa a Hama nel 1982.

A tre anni dallo scoppio della rivoluzione, le parole di al-Jawlani rispecchiano inoltre la visione di molti siriani, per i quali la paralisi dell’Occidente equivale a un sostegno per il regime di Asad: “La comunità internazionale ha offerto rose ai sunniti siriani, mentre li accoltellava alle spalle”. Secondo il leader della Nusra, la popolarità dei mujahidin cresce in modo direttamente proporzionale alla connivenza tra comunità internazionale e regime siriano, risvegliando finalmente le coscienze sunnite contro i despoti miscredenti scelti dall’Occidente a tutela dei confini israeliani, vale a dire i “disertori” (rawafid) sciiti e alauiti. Facendosi megafono di numerosi siriani rimasti nelle aree più devastate del Paese, al-Jawlani liquida i negoziati tenutisi a Ginevra tra 22 e il 31 gennaio come un compromesso inaccettabile, un tentativo di sostituire Bashar al-Asad con un suo collaboratore, sul modello dell’accordo raggiunto in Yemen per la deposizione di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.
Siria: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi

Nell’ottica del regime siriano, l’ascesa di al-Qaeda è giunta invece alla vigilia dei colloqui di Ginevra, a sottolineare come la permanenza di Bashar al-Asad sia negli interessi della lotta al terrorismo dell’Occidente.

Secondo un servizio datato 1 dicembre 2013 dell’emittente statale Al-Ikhbariya, i crimini di ISIS in Siria e in Iraq sono da imputare ai “mezzi uomini” della casa regnante saudita, che starebbero puntando tutto su al-Qaeda dopo essere stati isolati dal riavvicinamento tra Iran e Usa suggellato dall’accordo sul nucleare del 24 novembre 2013).

La visione di Damasco coincide con quella delle emittenti sciite filo-governative irachene. Nel documentario “Al-Imarat al-Sawda’ (L’Emirato Nero)”, trasmesso il 20 novembre da Al-Ahd, canale dell’ex-milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haqq (La Lega dei Giusti), l’analista Ahmad al-Hatif adduce l’espulsione di Al-Qaeda quale fine legittimo dell’offensiva lanciata dal regime siriano nella Ghuta, la piana ad est di Damasco, ignorando la presenza limitata di gruppi al-qaedisti in questa regione. L’intento è lo stesso del regime siriano, di presentare la composita galassia dei ribelli come un monolite al-qaedista.

Dal gennaio del 2014, con il lancio delle operazioni militari culminate nella riconquista di Fallujah, la città irachena della provincia occidentale di Anbar caduta nelle mani di ISIS , l’industria propagandistica di Damasco ha trovato un alleato ancora più solido in Bagdad. “La responsabilità di ciò che è successo è anche di quei Paesi che hanno armato l’opposizione siriana, perché ora queste armi vengono usate in Iraq,” afferma ‘Ali al-Shalah, deputato della coalizione guidata dal premier iracheno Nouri al-Maliki, nell’edizione dell’8 gennaio del programma “Hadith al-Watan (Il Discorso della Nazione)”, in onda sull’emittente libanese filo-siriana Al-Mayadeen.
A dispetto della tinta omogenea utilizzata da Damasco e Baghdad nel dipingere i ribelli siriani, è un dato di fatto come ISIS venga ormai identificato come un corpo estraneo all’opposizione sia dalle sue componenti laiche che da quelle islamiche. Il gruppo al-qaedista si è infatti reso protagonista di una serie interminabile di esecuzioni sommarie nelle regioni controllate dagli insorti. Il 10 dicembre 2013, sulle frequenze del canale Shadaa al-Hurria (Il Canto della Libertà), persino lo sceicco salafita siriano ‘Adnan al-’Ar’ur si è mostrato fortemente critico, denunciando l’illegittimità delle sentenze emesse da ISIS, definito “una fazione rappresentante il 5% dei siriani e non uno Stato.” Il 3 gennaio 2014, la maggiore formazione islamica siriana, al-Jabhat al-Islamiyya (il Fronte Islamico), ha infine dichiarato guerra a ISIS , colpevole di aver ucciso Abu Rayyan, uno dei comandanti della brigata Ahrar as-Sham (I Liberi del Levante).

Lo sguardo degli attivisti laici siriani sul fenomeno ISIS è sintetizzato da “Kif tasna’u al-Da’ishi (Come si Produce un Militante di ISIS)“, cortometraggio animato satirico diffuso il 23 gennaio dal collettivo di artisti arabi Kharabeesh (Scarabocchi): il combattente locale di ISIS viene rappresentato come un pupazzo agli ordini di un fantoccio straniero, l’emiro, pilotato delle agenzie dell’intelligence internazionali. Nella didascalia del video, si ironizza su come la nuova ondata destabilizzante al-qaedista “susciti lo stupore degli osservatori del Medio Oriente,” pur giungendo alle porte di Ginevra II.
Iraq: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi pt. II

In Iraq, il taglio dei programmi che celebrano il dispiegamento delle truppe in Anbar in funzione anti-qaedista è molto simile alla propaganda, che ha accompagnato le operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane durante la rivoluzione: musica trionfale, confessioni intimorite dei “ratti” (jirdhan) al-qaedisti – come li definisce in uno speciale del 29 dicembre 2013 il canale Al-Afaq, di proprietà del partito di Maliki, ad-Da’wat al-Islamiyya (Il Richiamo Islamico) – al ritmo incalzante dei quesiti degli inquirenti, incarnazione mediatica delle istituzioni irachene dominate dagli sciiti.

Sul fronte dell’opposizione – oggi marcatamente sunnita – si contesta come la minaccia di ISIS abbia eclissato le ragioni di una contestazione anti-governativa esplosa già a dicembre del 2012, in segno di protesta contro il ricorso sistematico alla legge anti-terrorismo per attaccare gli esponente sunniti dell’opposizione.

In un servizio del 2 gennaio 2014, Al-Arabiya dedica spazio alle istanze dei clan sunniti dell’Anbar, insorti contro l’arresto del parlamentare sunnita Ahmad al-’Alwani il 28 dicembre 2013, i quali respingono le accuse del premier Maliki di aver facilitato la successiva presa di Falluja da parte di ISIS . La versione dell’opposizione è che a creare le condizioni caotiche favorevoli all’ingresso di al-Qaeda sarebbero stati invece gli scontri tra le tribù locali e l’esercito inviato da Bagdad. Su questo nodo si innesta la polemica tra l’emittente statale Al-Iraqiya e una delle voci dell’opposizione, Baghdad TV, di orientamento islamico sunnita. In un servizio del 12 gennaio, Baghdad TV replica alle accuse di istigazione alla violenza provenienti da Al-Iraqiya, difendendo il diritto di esigere chiarezza sulla natura delle operazioni militari condotte nell’Anbar e di mostrare le proteste degli abitanti di Falluja contro l’arrivo delle truppe nella città di al-Ramadi.

Viene inoltre criticata la rappresentazione dell’Anbar come focolaio di violenza, immagine del resto già cristallizzata nei media filo-governativi: il sopracitato documentario, trasmesso da Al-’Ahd il 20 novembre, descriveva per esempio le regioni occidentali irachene come “il rifugio sicuro di ISIS .” D’altro canto, non stupisce come il messaggio al-qaedista faccia da tempo breccia in Iraq, un Paese dove la comunità internazionale non ha saputo opporsi all’insediamento della classe dirigente sciita per mano dell’occupazione statunitense e alla conseguente marginalizzazione di ampi strati della popolazione sunnita.

Libano: vecchi fantasmi e polarizzazione

Per quanto riguarda i media libanesi, la minaccia al-qaedista viene localizzata nei campi profughi palestinesi, considerati un “ricettacolo” di destabilizzazione sin dai tempi della guerra civile. Sul fatto che i campi profughi offrano un riparo agli estremisti sono tutti d’accordo, dalle emittenti più vicine alla coalizione anti-siriana del 14 Marzo (LBC) a quelle controllate dagli asadisti dell’8 Marzo (OTV).

La polarizzazione degli schieramenti libanesi riemerge invece nell’identificare il mandante dei recenti attentati al-qaedisti a Beirut. In un servizio della LBC del 20 dicembre 2013, si sottolinea l’interesse condiviso tra ISIS e il regime siriano, intenzionato a presentarsi impegnato nella lotta al terrorismo di fronte all’Occidente. Diverso l’approccio dei canali più vicini a Damasco, propensi a rappresentare l’opposizione siriana come un agglomerato indistinto di estremisti islamici e una minaccia alla sovranità nazionale libanese. È questa la linea adottata da Al-Jadeed il 2 ottobre, sottolineando le ambizioni estese a tutto il Levante non solo di ISIS, ma anche delle tredici formazioni “estremiste” islamiche allontanatesi il 24 settembre dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane della Rivoluzionarie e dell’Opposizione filo-occidentale.

Alcune emittenti esterne al panorama libanese, come Al-Arabiya, abbozzano una contestualizzazione socio-economica del radicalismo sunnita libanese piuttosto che una sua demonizzazione. Nella puntata del 3 maggio del programma “Sina’at al-Mawt (La Fabbrica della Morte)”, l’ospite è un giovane tripolino simpatizzante di al-Qaeda, che combatte al fianco dei ribelli in Siria. L’intervistato afferma di non saper leggere il Corano, estrae dal portafoglio le poche banconote rimastegli e la carta d’identità e si lamenta: “Questa [carta d’identità] non serve neanche a farmi ricoverare in ospedale in Libano! […] Cosa devo fare? Iniziare a rapire gli stranieri e chiedere il riscatto? […] Torno in Siria a combattere, non ho nulla da perdere”.

Al-Arabiya riesce a inquadrare la precarietà sociale del potenziale fondamentalista, ma tradisce la sua faziosità filo-saudita nel dare voce quasi esclusivamente ai sunniti nell’ambito di un’inchiesta sulla presenza di al-Qaeda in Libano.

Nel Paese dei cedri , l’ascesa di al-Qaeda potrebbe cavalcare l’attesa di una rivalsa sunnita cronicamente delusa dalle forze elettorali dai tempi dell’uccisione del premier Rafiq al-Hariri (2005), in un contesto da allora dominato dall’egemonia politico-militare di Hezbollah. Come in Iraq e in Siria, la comunità internazionale ha dato prova d’impotenza: nel caso del Tribunale Speciale per il Libano istituito dall’Onu, l’immunità de facto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio Hariri ha esposto la vulnerabilità dei politici sunniti assurti a icone di opposizione al regime siriano e ai suoi alleati.

Categories: Iraq, Libano, Siria | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

I media dell’opposizione siriana tra vecchie e nuove conoscenze

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul panorama mediatico dell’opposizione siriana…(ai tempi (inizi 2014) Orient TV mi sembrava un’esperimento mediatico interessante scevro da derive confessionali…oggi è diventato un bollettino di propaganda jihadista sunnita)

(Photo: Syrian opposition’s radio. Source: Al Jazeera)

La sfida dei media dell’opposizione siriana

syrian opp radio

Dall’inizio della rivoluzione nel marzo del 2011, la Siria è stata testimone di una fioritura senza precedenti di media collegati all’opposizione. A prescindere dalla nascita di numerose testate, il mezzo di comunicazione più popolare all’interno del paese continua a essere la televisione, anche perché le parabole satellitari rimangono disponibili a buon mercato per tutti, compresi gli analfabeti. Le emittenti televisive – satellitari e basate all’estero, rimanendo un miraggio la concessione di licenze governative – sono inoltre in grado di raggiungere la diaspora siriana e gli oltre 2 milioni di profughi rifugiatisi nei Paesi confinanti

Si tratta ancora di uno scenario embrionale, composto da alcune realtà giovani, che hanno appena superato il rodaggio dei loro programmi. Ciononostante, è possibile iniziare a valutarne le aspirazioni, soprattutto per quanto riguarda la capacità di presentarsi come antitesi costruttiva della propaganda di regime. Dall’analisi del contenuto dei palinsesti emerge un alternarsi di approcci più o meno etici all’informazione: in alcuni casi si lascia spazio all’autocritica nei confronti dell’opposizione stessa e si promuove un’identità siriana multiconfessionale e multietnica, in altri, si sostiene ogni forma di opposizione, anche quelle più fondamentaliste. Si tratta di pregi e limiti fondamentali per qualsiasi piattaforma ambisca a confermarsi come mezzo d’informazione contrapposto a un sistema, che ha imposto per mezzo secolo un consenso assoluto, strumentalizzando le divisioni etnico-confessionali al servizio dei propri interessi.

Canali dei disertori

Tra i pochi canali satellitari vicini all’opposizione fondati prima dello scoppio della rivoluzione, ve ne sono alcuni la cui credibilità è pressoché nulla, facendo capo ad alcune figure di primo rilievo del regime, passate sul fronte opposto solo dopo essere state marginalizzate dagli Asad. È il caso di Barada TV, fondata a Londra nel 2009 e di proprietà di Abdul-Halim Khaddam, l’ex-vice presidente siriano divenuto dissidente solamente nel 2005, dopo 35 anni ai vertici.

Lo stesso discorso vale per Arab News Network (A.N.N.), emittente antecedente all’insurrezione, controllata da Rifaat al-Asad, lo zio dell’attuale presidente siriano, allontanato dal potere per volere del fratello Hafez nel 1984, dopo essere stato tra i principali artefici del massacro di Hama (1982). Seppur ricevano periodicamente l’attenzione dei media, questi due “disertori” di lusso non godono di alcun sostegno in patria, ad eccezione di una cerchia ristretta di fedelissimi.

Nonostante sia animata da intenti più genuini delle due emittenti sopracitate, pesa sulla reputazione della neonata 18 Adhar (il cui nome deriva dalla data di fondazione, il 18 marzo 2013) il fatto che la direttrice dell’emittente sia Samira al-Musalima, ex-caporedattrice del quotidiano governativo Tishreen, attualmente membro della maggiore coalizione dell’opposizione (la Coalizione Nazionale Siriana delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, Cnsfor) [1]. A prescindere dalle ambizioni della direttrice, i documentari trasmessi dal canale sono stati realizzati da una troupe di giornalisti animati dal loro supporto per la causa rivoluzionaria, che lavorano su base volontaria, per via delle ristrettezze economiche.

Islamisti e laici

Considerata l’ideologia politica delle principali linfe di sostegno finanziario della leadership politica dell’opposizione siriana, ovvero le monarchie del Golfo e la Turchia di Erdogan, non mancano i canali riconducibili all’islamismo politico più o meno moderato. L’ala più radicale è quella di Shaykh ‘Adnan al-’Ar’ur, predicatore salafita originario di Hama e basato in Arabia Saudita, i cui pulpiti mediatici sono le emittenti saudite Wisal, al-Safa e il canale creato ad hoc per la Siria, Shada al-Hurria (Il Canto di libertà). Il contenuto dei sermoni di al-’Ar’ur è sempre stato anti-sciita e in linea con la deriva confessionale di parte dell’opposizione siriana[2].

A “sinistra” di ‘Ar’ur troviamo le emittenti di orientamento islamico moderato: Suria al-Shaab(La Siria del popolo) e Suria al-Ghad (La Siria del domani). Il primo canale, vicino ai Fratelli Musulmani e basato ad Amman, è stato inaugurato a margine della “Conferenza degli Ulema Musulmani in Supporto del Popolo Siriano”, tenutasi a Istanbul nel luglio del 2011 [3]. Il secondo, basato in Egitto, è nato nel 2012 come canale dedicato alla Siria appartenente all’emittente “madre” Al-Ghad, finanziata da imprenditori egiziani e del Golfo [4].

La prima della lista per professionalità e seguito è però sicuramente Orient TV. Di orientamento laico, fondata nel 2009 da Ghassan ‘Abboud, un imprenditore siriano che afferma di essere stato costretto a trasferire gli uffici da Damasco a Dubai pochi mesi dopo l’apertura, per aver rifiutato la partecipazione del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhluf, come azionista all’interno del canale.

L’occhio critico riservato all’opposizione politica e militare

Orient ha dimostrato di saper mantenere le distanze dalle sfere politico-militari dell’opposizione, dedicando spazio a inchieste sulla corruzione diffusasi all’interno della Cnsfor [5] e condannando le frange più radicali dei ribelli, colpevoli di aver tradito la causa rivoluzionaria. Per quanto riguarda in particolare lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Siis, anche conosciuta nella sua sigla inglese come Isis), la formazione al-qaidista nata in Iraq, l’emittente di ‘Abboud la distingue nettamente da tutte le altre brigate islamiche: in questoservizio del 14 settembre 2013, il reporter Mohammad al-Dughaim sottolinea come il comportamento del Siis, resosi protagonista di rapimenti ed esecuzioni di attivisti, giornalisti e operatori umanitari, rifletta l’oppressione della libertà caratteristica del regime. Il Siis è condannato anche dai servizi di Suria al-Ghad: una scelta che marca le distanze tra i canali dell’opposizione e l’approccio monolitico delle emittenti governative nei confronti dei ribelli armati, qualificati indistintamente come terroristi.

Risulta invece più tollerante il quadro che Orient e Al-Ghad dipingono di Jabhat al-Nusra (Il Fronte del supporto), l’altra principale formazione al-qa’idista siriana. In questo servizio del 16 dicembre 2012, in seguito all’inclusione di Jabhat al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo americano, Orient sottolinea la base di sostegno popolare di cui gode il gruppo armato in Siria, a dispetto della “sentenza” statunitense. Su Al-Ghad, nel corso dell’episodio dell’11 ottobre 2012 di Suria al-Yawm (Siria oggi), risulta ben più esplicitala “filippica” del conduttore Mousa al-’Omar contro i detrattori di Jabhat al-Nusra, a dimostrazione delle simpatie islamiche dell’emittente: la tesi sostenuta con convinzione è che il fatto che i miliziani di Jabhat al-Nusra combattano il regime senza esclusione di colpi sarebbe una garanzia sulla sua autenticità come forza dell’opposizione, a prescindere dalla visione politica sul dopo Asad. Stando alle parole del presentatore, il conflitto che contrappone Jabhat al-Nusra alle truppe governative sarebbe inoltre una prova dell’impermeabilità dell’organizzazione alle infiltrazioni del regime, a dispetto delle relazioni intessute da Damasco con i gruppi al-qaidisti fin dai tempi dall’occupazione statunitense in Iraq. Jabhat al-Nusra non ha inoltre mai annunciato alcun sostegno per gli ideali rivoluzionari, al punto da non esibire la bandiera simbolo dell’insurrezione. In questo caso, la scelta editoriale di Al-Ghad rientra nella sfera della partigianeria ideologizzata, piuttosto che in quella dell’obiettività giornalistica.

Minoranze etniche e confessionali

Un’altra cartina tornasole della credibilità dei media dell’opposizione come alternativa alla propaganda governativa è il loro atteggiamento nei confronti delle minoranze etnico-confessionali: riusciranno questi canali a voltare la pagina del totalitarismo culturale panarabo baathista e promuovere un approccio maturo al pluralismo confessionale della Siria, senza istigare rappresaglie nei confronti di quelle minoranze strumentalizzate in difesa degli interessi del regime (in primis gli alauiti, la setta sciita di appartenenza della famiglia Asad)?

A questo proposito, va sottolineata la scelta di Orient e Suria al-Shaab di concedere spazio al kurmanji, il dialetto parlato dalla comunità curda siriana. Orient, in particolare, è stata la prima emittente del mondo arabo a inaugurare un notiziario quotidiano in kurmanji. A tutt’oggi, non esistono programmi in lingua curda trasmessi dalle emittenti statali e filo-governative, a conferma della repressione dei diritti fondamentali di questo popolo, attuata dal partito Baath negli ultimi 50 anni.

All’interno di Orient, convivono diverse posizioni sulla questione curda, senza che l’emittente sia stata trasformata in una piattaforma d’intolleranza. Nel corso della puntata del 19 gennaio 2013 del programma Qadia al-Mashreq (La questione del Levante), dedicata agli scontri di Ras al-’Ayn tra arabi e curdi, il conduttore prende chiaramente le parti di Shaykh Nawaf Bashir, leader del clan arabo al-Baggara e principale promotore dell’irruzione dei ribelli arabi (l’Esercito Siriano Libero, Esl) nelle regioni a maggioranza curda: Nawaf Khalil, il portavoce del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), la frangia siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) attivo in Turchia, viene infatti zittito dopo poche parole e la replica di Bashir viene definita “bella, più diplomatica”. Al contrario, il proprietario di Orient Ghassan ‘Abboud ha suscitato scalpore esprimendo il suo supporto per l’autonomia curdo-siriana in un post pubblicato sulla sua pagina di Facebook il 16 settembre 2013.

Decisamente più schierata la posizione di al-Ghad, come emerge da questo servizio di Ahmad Abdul-Majid del 16 novembre 2013, dedicato alla creazione del governo autonomo curdo-siriano di transizione: il focus è interamente sulle reazioni negative della comunità internazionale, senza menzionare le cause interne e l’incapacità dell’opposizione araba di rappresentare le istanze curde. Abdul-Majid conclude augurandosi che il Pyd- principale promotore dell’autonomia- anteponga “l’interesse pubblico a quello partitico”, ignorando le radici dell’attuale popolarità del programma del partito tra i curdi.

Per quanto concerne invece gli alauiti, pur evitando il tono incendiario di al-’Ar’ur, i riferimenti anti-sciiti di Al-Ghad sono altrettanto intollerabili. Si pensi per esempio alla puntata dell’8 dicembre 2013 del programma “Ta’rikh Suria ma’ Tamam” (La storia della Siria con Tamam), condotto dallo scrittore siriano Tamam Barazi, dove quest’ultimo ricostruisce la storia del Medio Oriente tessendo le lodi della resistenza anti-sionista di Saddam Hussein, eroe del panarabismo sunnita, al confronto della propaganda anti-sionista dell’Iran, definito “dawlah al-rafidah” (“lo Stato dei disertori”, di coloro che non accettano la Sunna (tradizione), secondo la terminologia più cara all’apologetica sunnita.

Più bilanciata Suria al-Shaab che, nel corso della copertura speciale delle elezioni iraniane del giugno 2013, decide di ascoltare l’opinione equilibrata e competente dell’analista Mustafa Fahs, il quale fornisce un quadro ottimista dell’imminente vittoria del presidente riformista Hassan Rouhani.

Non vi è però ombra di dubbio che la produzione televisiva che meglio rispecchia i valori originariamente aconfessionali della rivoluzione sia quella di Orient, esemplificata dal documentario Min Qatala Husayn (Aprile 2013) (“Chi ha ucciso Hussein”, con riferimento al martire sciita per eccellenza Husayn Ibn ‘Ali). Il progetto approfondisce le ottime relazioni esistenti prima dello scoppio della rivoluzione tra il villaggio sunnita di Binnish e quello sciita di al-Fu’a, nella provincia di Idlib: ciò che emerge è come l’incrinatura dei rapporti sia stata causata non da attriti confessionali, ma dalla scelta del regime di armare e istigare gli abitanti di al-Fu’a contro quelli di Binnish. Il primo e ultimo responsabile della divisione intercomunitaria viene identificato nelle istituzioni, senza cedere alla tentazione di creare facili capri espiatori su base religiosa.

In conclusione, il panorama è ancora quello transitorio di un paese dilaniato da un conflitto, come si deduce dai palinsesti dominati dagli eventi in corso a scapito dell’intrattenimento, ma esiste almeno una realtà promettente, votata al pluralismo politico, etnico e confessionale:Orient TV sembra infatti in grado di presentarsi come modello di rinascita etico-professionale dei media siriani e non come megafono di un’opposizione a maggioranza araba e sunnita.

—————————————————————————————————————

[1] Sulla polemica generata dall’assegnazione della direzione di 18 Adhar a Samira al-Musalima si veda http://goo.gl/c2pJfS

[2] Per un’idea della retorica confessionale adoperata da al-’Ar’ur, si veda “Al-Shaykh al-‘Ar’ur yuwajjihu al-risalah al-akhirah lit-ta’ifah al-‘alawiyyah (“Shaykh ‘Ar’ur invia l’ultimo messaggio diretto alla setta alauita”), caricato 12 marzo 2012.

[3] Riguardo al lancio del canale si veda http://goo.gl/H6tPWj

[4] Sul lancio di Al-Ghad si veda http://goo.gl/QEXAoN

[5] Si veda questo episodio del programma Huna Suria (Qui Siria) del 10 ottobre 2013.

Categories: Kurdistan, Siria | Tags: , , , , , , , , , | Leave a comment

Domenico Quirico e l’orientalismo facile sull’onda emotiva

Un paio di riflessioni suscitate in me dal reportage pubblicato su La Stampa, in seguito alla liberazione di Domenico Quirico. Con tutto il rispetto per la lunga esperienza di Quirico e la sua terribile prigionia, ritengo che alcuni passaggi (forse scritti a caldo) se li sarebbe potuti risparmiare. Per un pubblico italiano abituato a sentir parlare di Siria quando gli Americani intendono bombardare e quando un giornalista famoso viene liberato dai suoi rapitori, le parole di Quirico rappresentano una delle poche preziose fonti d’informazione. In questo caso mi sembra che il lungo articolo comparso su La Stampa, al di là dell’indubbio talento narrativo di Quirico, sia un pastone di stereotipi orientalisti e riproposizione di uno scontro di civiltà cristiano-musulmano che ha poco o nulla a che vedere con la rivoluzione siriana.

Riprendendo alcuni passaggi:

“Erano dei ferventi islamisti che pregavano cinque volte al giorno il loro Dio in modo flautato e dotto”

Continuare a ripetere il LORO Dio nel corso di tutto l’articolo come a sottolineare che quello non sarà mai il tuo Dio, per avvalorare la tesi di un inconciliabile disparità tra le fedi. Sorvolo su come Quirico possa capire che lo pregano in modo “flautato e dotto”, non conoscendo l’arabo…

“Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male.”

Il Paese del Male? Ma forse hai incontrato le persone sbagliate, no? Personalmente, in Siria, come in molti altri contesti mediorientali ho quasi sempre riscontrato un’ospitalità immensa, lontana dalla ponderata “misura” dei favori elargiti in contesto occidentale. Al momento mi trovo ospite di una famiglia siriana da quattro mesi, è come se fossi uno dei loro figli. Non sarebbe il caso di contestualizzare, sottolineare che si tratta di gruppi armati e non omologare tutto il popolo siriano, donne e bambini compresi, sotto una definizione sentenziosa di “Paese del Male”?

“oppure una terribile forma di lotta praticata nei paesi arabi in cui tutto è permesso… “

Eh sì, ci ha preso proprio gusto, perché non aggiungere che un tagliagole è spuntato all’orizzonte in groppa a un cammello?

“È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito.”

La Siria è il mondo di Maometto? Quindi alcuni gruppi armati di ferventi islamici riducono un Paese caratterizzato dalla varietà etnico-confessionale a una “terra di Maometto”? I cristiani, gli alauiti, i curdi, i drusi sono tutti abitanti della terra di Maometto, senza nessuna distinzione?

Mi stupisco che Quirico non sia al corrente del fatto che nell’Islam non esista solo la componente rituale e che la particolare interpretazione di questa religione di cui si fanno promotori questi gruppi armati non è condivisa da tutti i musulmani. Il messaggio che passa è la solita contrapposizione tra cristianesimo e Islam, omologato sotto un’aurea fondamentalista, senza sfumature. Quirico uomo di Dio portatore di un messaggio d’amore e il bruto saladino con la sua religione predicata a suon di kalashnikov. Mi tornano in mente i commenti dei lettori delle varie testate italiane all’annuncio della morte di Vittorio Arrigoni, della serie “vedi? chi gliel’ha fatto fare di andare ad aiutare i barbari, se tanto poi ti ricompensano in questa maniera.” Non penso le reazioni del lettore medio de La Stampa siano state molto diverse, specie di fronte a un inviato, Quirico, che annuncia di essersi recato in Siria per comprendere il dolore vivendolo in prima persona. “Guarda come l’hanno trattato e lui era lì per loro, i ribelli musulmani…che bestie.”

Per una volta, non è possibile rinunciare al fascino del determinismo culturale e osservare i rapitori per quello che sono: dei gruppi armati alla ricerca di soldi, tanto quanto le FARC colombiane e l’IRA nord-irlandese (in contesti a maggioranza cristiana)?

Categories: Syria | Tags: , , , , , , , , | 14 Comments

Uno svizzero addestra le neonate forze di sicurezza dei cristiani assiri siriani

Articolo scritto per Left-Avvenimenti dopo aver incontrato uno svizzero cristiano assiro giunto in Siria per addestrare una neonata forza di sicurezza a base etnico-confessionale. (Nella foto, da me scattata nell’Aprile del 2013, un prete mentre esce da una panetteria di Qamishli).

Uno svizzero in Siria. Per Cristo

di ANDREA GLIOTI

prete qamishli

È partito dal Canton Ticino per combattere al fianco degli assiri. In nome della lotta confessionale è disposto ad accettare la vicinanza coi lealisti al regime. La storia di Gabriel, mujahid cristiano

In Siria non arrivano solo combattenti jihadisti. Se il regime gioca sulle divisioni confessionali per dividere il campo dell’opposizione, le minoranze ne approfittano per creare le proprie milizie e attrarre volontari europei. E così, arrivano in Medio Oriente anche cristiani occidentali, reclutati per organizzare militarmente i propri correligionari. Una prospettiva inquietante, simile a quella della guerra civile libanese, quando addestratori militari iraniani, siriani e israeliani tiravano le redini di una guerra fratricida durata 14 anni.

«Qui (in Siria) mi sono adattato a tutto, ho faticato così tanto nel continuare a riempire d’acqua il condizionatore scalcinato della mia stanza, al punto da sognarmi Bashar al-Asad che lo riempiva al mio posto» ride di gusto Gabriel (il nome è inventato), ex sergente svizzero di origine assiro-cristiana. Ha 31 anni e parla italiano. È brizzolato e dal profilo spigoloso. I cristiani assiri costituiscono circa il 5 per cento della popolazione siriana, anche se la terminologia “assiri” continua ad essere fonte di controversie tra le varie chiese. E la Svizzera ospita circa 1.500 famiglie assiro-cristiane, di cui una buona parte nel Canton Ticino. Gabriel è nato là e dice di non essere mai stato in Siria. Vi sarebbe entrato per la prima volta nel 2012, dal passaggio di frontiera turco-siriano di Tell Abyad. Ciononostante, la disinvoltura con cui mastica il dialetto aramaico di Qamishli, oltre all’italiano, fa venire qualche dubbio che non si tratti proprio della sua prima visita. Ma lui insiste: «Ho passato gli anni migliori in giro per l’Europa a far festa, sono stato un militante anarchico e alla fine mi è toccato servire nell’esercito», ricorda l’ex-sergente. «Quando sono partito per la Siria non prevedevo di rimanerci così a lungo, ora invece vorrei tornare dalla mia ragazza!», continua scherzando Gabriel.

La sua pistola giace momentaneamente sul divano, non si può permettere di lasciarla a casa: anche a Qamishli, città nord orientale relativamente tranquilla, ancora sotto il controllo del regime, gli attentati, i rapimenti e le sparatorie sono all’ordine del giorno. «Oramai ogni famiglia è dotata di un’arma, nei quartieri cristiani di Qamishli», afferma Gabriel, «un po’ di tempo fa dei ragazzi arabi hanno aggredito alcuni assiri e in poche ore abbiamo visto il quartiere armarsi e accerchiarli». In un Paese come la Siria, dove il regime esercitava un rigido controllo sulle armi in possesso dei cittadini, oggi la norma è opposta e somiglia alla diffusione sregolata di armamenti propria del Libano.

Stando alle spiegazioni di Gabriel, ciò che lo ha spinto in Siria è il dovere di aiutare il suo popolo in una fase così importante, in cui potrebbe conseguire il riconoscimento dei propri diritti come etnia. La sua scelta si colloca in antitesi a quella dei cristiani mediorientali emigrati in Occidente. «Una volta Qamishli era popolata quasi esclusivamente da curdi e assiri, c’erano pochi arabi, ma i cristiani hanno commesso l’errore di abbandonare le loro terre», dice amareggiato Gabriel.

In Siria gli è stato affidato l’addestramento di una forza di sicurezza assira (Sutoro) divenuta operativa da quattro mesi nel nord del Paese, in virtù dei suoi cinque anni di specializzazione in guerriglia urbana. A questo scopo, Gabriel ha trascorso sette mesi nella campagna di Malakiyyah, vicino al confine iracheno. «Oggi Sutoro è una forza di polizia ancora scarsamente organizzata, non disponiamo di dati ufficiali sul numero dei suoi effettivi , ma stiamo ricevendo dalla diaspora in Occidente il supporto economico necessario a formare un vero e proprio corpo militare», spiega Gabriel.

La formazione a cui appartiene Gabriel, il Partito dell’unione siriaca (Pus), si propone come rappresentante della maggioranza dei circa due milioni di cristiani siriani (con l’eccezione degli armeni), di cui sottolinea le comuni origini assire. Restando fedele all’ideologia pan araba, il regime ba’thista ha sempre riconosciuto gli assiri (o siriaci) come confessione cristiana siro-ortodossa, ma mai come minoranza etnica. Nel corso dell’ultimo anno, Damasco si è però trovata costretta a concentrare le proprie risorse nel confronto armato con i ribelli dell’Esercito Libero Siriano (Esl), in prevalenza arabi sunniti, concedendo un’inedita libertà organizzativa a minoranze come i curdi e gli assiri, al fine di garantirsi una loro neutralità nel conflitto. Assiri e curdi hanno intravisto un’occasione unica per dare vita alle proprie associazioni e visibilità alla loro identità di popoli.

Il prezzo da pagare è stata l’accettazione della “convivenza” con il regime e il rischio costante che quest’ultimo torni a inglobare le neonate istituzioni etno-nazionaliste. «Dopo aver aperto il fuoco su un’auto del Sutoro qualche settimana fa, alcuni membri dell’Esercito di Difesa Nazionale (forma istituzionalizzata dei miliziani lealisti noti come shabiha) ci hanno obbligato a innalzare la bandiera del regime siriano sulla nostra sede», racconta Gabriel. «Io e altri eravamo contrari, la bandiera significa che il governo può tornare a esercitare la propria autorità quando vuole, ma quelli di noi che hanno collaborato con il regime in passato si piegano alla sua volontà, perché temono possa tornare forte come prima».

Gabriel parla con disinvoltura dei legami del partito con i lealisti, essendo più esterno alla polarizzazione politica siriana: si dice convinto che in fondo la maggioranza dei siriani, in un modo o nell’altro, abbia avuto rapporti coi servizi segreti. Invece i suoi compagni di partito lo redarguiscono e preferiscono sottolineare le divergenze col regime.«No, non possiamo parlare di shabiha all’interno di Sutoro. Al contrario, molti dei nostri militanti sono oggetto di arresti e aggressioni da parte delle forze filo-governative», obietta Sa’id Melki, vice segretario del Partito dell’Unione Siriaca.

Rimane però impossibile ignorare come le auto del Sutoro stazionino in tranquillità davanti agli edifici governativi. Lo stesso Gabriel, pur non essendo dotato di un passaporto siriano, è entrato nel Paese attraverso Tell Abyad, quando la cittadina si trovava ancora sotto in controllo del regime: come è possibile che nessuno fosse al corrente dei suoi trascorsi nell’esercito svizzero?

A dispetto di chi si illude che le aperture del regime nei confronti di curdi e assiri siano il preludio di un futuro migliore per le due minoranze, il governo siriano è riuscito a strumentalizzarle in funzione di contenimento dell’opposizione. La stessa proliferazione di istituzioni etno-nazionaliste come le Asayish (forze di sicurezza curde) e il Sutoro rischia di riaprire i conti in sospeso tra le diverse comunità. «Abbiamo ricevuto un’offerta di fusione con i curdi», afferma Gabriel, «ma l’abbiamo rifiutata perché non abbiamo ancora raggiunto un livello organizzativo paragonabile al loro e per via dei rancori mai sopiti dall’epoca del genocidio assiro (fine XIX secolo-inizio XX secolo), a cui parteciparono anche i curdi».

Il partito di Gabriel si presenta all’interno dell’opposizione siriana, ma più che la rivoluzione la sua priorità è di “salvare dall’estinzione gli assiri”, secondo le parole del vice segretario Melki. Così forse si spiega la scelta di militarizzare il proprio futuro elettorato, ma si finisce anche per legittimare la retorica confessionale adottata dal regime.

Categories: Syria | Tags: , , , , , , | 3 Comments

Create a free website or blog at WordPress.com.

Exiled Razaniyyat

Personal observations of myself, others, states and exile.

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

Salim Salamah's Blog

Stories & Tales about Syria and Tomorrow

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)