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I canali televisivi iracheni tra confessionalismo e tentativi di superarlo

Uno sguardo allo stato delle emittenti televisive in Iraq. La censura non funziona, lo sviluppo di contenuti alternativi al confessionalismo sortisce risultati migliori. Pubblicato su ArabMediaReport

Iraq: il satellite oltrepassa il confessionalismo

ANALISI
maliki on sumaria from sumaria.tv

“I media iracheni dieci anni dopo il cambiamento: confessionali, partitici e faziosi” è questo il giudizio impietoso di ‘Uday Hatim, direttore della Società per la difesa della libertà di stampa di Bagdad [1]. Esattamente dieci anni fa, le truppe statunitensi invadevano l’Iraq, causando una liberalizzazione incontrollata del mercato mediatico: dal divieto assoluto si passò a diverse centinaia di canali satellitari. La parabola diventa rapidamente lo strumento d’informazione più popolare tra gli iracheni. In un contesto dominato da media partitici e islamici però, la pluralità non implica altrettanta credibilità e indipendenza. Le tensioni tra comunità sciita e sunnita che vengono spesso fomentate dalle trasmissioni di emittenti faziose. La Commissione dei media e delle telecomunicazioni [2], Cmt, decreta poi delle sanzioni che vengono influenzate dall’attuale esecutivo. L’unica via d’uscita dai media confessionali sarebbe l’esistenza di un’emittente pubblica imparziale, accompagnata dal consolidamento del ruolo degli imprenditori privati nei canali indipendenti. Allo stato attuale però, Al-Iraqiya, l’emittente pubblica, è ancora molto vicina al partito del premier Nuri al-Maliki. Ciononostante, alcune realtà indipendenti si sono affermate nell’ultimo decennio come le principali fonti d’intrattenimento e di programmi al servizio del pubblico. Sono proprio i loro palinsesti, lontani dal confessionalismo politico, a fornire la più valida alternativa all’istigazione alla violenza. Le prospettive rimangono incoraggianti, sebbene l’indipendenza finanziaria di questi canali rimanga molto più precaria rispetto a quella dei loro rivali, esponendoli al rischio di dover scendere a compromessi con i poteri costituiti.

Esempi di emittenti legate al confessionalismo politico

Sunniti

Bagdad è il canale che si occupa principalmente delle regioni sunnite ed è finanziato dal partito Islamico Iracheno del vice-presidente latitante, Tariq al-Hashimi, condannato a morte in contumacia per terrorismo. A causa di manifestazioni di lutto in diretta per la morte di Saddam, già nel 2007 i suoi studi erano stati temporaneamente chiusi. Ѐ sufficiente seguire l’intensa copertura delle manifestazioni anti-governative in corso nelle province sunnite per rendersi conto del carattere settario dell’emittente. Il palinsesto di Bagdad è dominato da tematiche islamiche. Ben sei programmi, tra cui la competizione di recitazione coranica, Qari’ al-Iraq, Il Lettore dell’Iraq, sono dedicati a queste.

Sciiti 

Il Supremo consiglio islamico iracheno,Scii, controlla tre canali: Al-Furat a Bagdad, Al-Nahraynad Al-Kut e la terrestre Al-Ghadir a Najaf. L’emittente principale, Al-Furat, è ‘costellata’ di programmi religiosi sciiti, come il giornaliero La Giurisprudenza di Mustafa e Le Letture Islamiche. Nel contesto di Furat, anche le difficoltà più comuni affrontate dai giovani iracheni, come le spese per il matrimonio, diventano una scusa per promuovere i sussidi dispendiati dal leader dello Scii, ‘Ammar al-Hakim.

La televisione statale

Il panorama televisivo iracheno non è solo diviso tra schieramenti politico-religiosi, ma resta privo di un’emittente statale equidistante dai partiti. Al-Iraqiya fa parte del Network mediatico iracheno,Nmi[3], l’istituzione governativa creata dagli Stati Uniti per sostituire il ministero dell’informazione di Saddam Hussein. Inizialmente, la stazione ha conservato il primato dello share, non essendo necessario un ricevitore satellitare per vederla, ma è stata poi superata dalla concorrente indipendente Al-Sharqiya. Durante gli anni dell’autorità provvisoria della coalizione statunitense, Al-Iraqiya era considerata a ragione il portavoce dell’occupazione americana. La credibilità dell’emittente non migliorò con il passaggio nelle mani del governo ad interim iracheno guidato da ’Iyyad ‘Allawi, quando iniziò a essere vista come un organo dell’esecutivo dominato dagli sciiti. Per essere un’emittente statale, non può passare inosservato lo spazio riservato a programmi islamici sciiti come Ishraqat al-Tadhiyya, Le Radiosità del Sacrificio, e Yanabi‘ al-Hikma, Le Sorgenti di Saggezza. [4]

Il messaggio ufficiale di Al-Iraqiya rimane però l’unità dell’Iraq: fanno parte di questa retorica programmi come Ahazij, Canzoni, dove i vari leader tribali iracheni si riuniscono intorno al presentatore per lodare la riconciliazione nazionale attuata dal governo. La divisione politico-confessionale finisce purtroppo per influenzare anche la credibilità dei media: è vero che l’indipendente Al-Sharqiya viene considerata l’emittente più credibile, ma nel sud sciita la gerarchia si inverte ed è Al-Iraqiya a conquistare la palma dell’affidabilità.

Il confine indefinito tra monitoraggio dei contenuti settari e repressione 

La censura dell’istigazione all’odio settario non sembra del resto produrre alcun risultato tangibile. L’attuale Cmt è stata fondata nel 2004, seguendo il modello anglo-americano. L’organo non è riuscito nei suoi intenti neanche in un caso d’istigazione alla violenza contro una cultura giovanile, quella degli Emo, dalle conseguenze molto più ridotte delle tensioni tra sunniti e sciiti. In seguito all’omicidio di decine di giovani Emo, apparentemente considerati ‘adoratori di Satana’ occidentalizzati da alcune milizie sciite, l’emittente Al-Sharqiya ha intervistato degli psicologi e i ragazzi minacciati per comprendere il fenomeno. Al contrario, il canale del primo ministro sciita al-Maliki, Al-Masar, ha trasmesso un servizio sui presunti tratti in comune tra Emo, massoneria, sionismo e satanismo.

La prova più lampante dell’inefficienza della Cmt è stata la chiusura, nel 2006, della stazione satellitare Al-Zawra’ dell’ex-parlamentare Misha‘an al-Juburi, diventata celebre come ‘pulpito’ dei video dei jihadisti iracheni. A Juburi è bastato affidarsi alla piattaforma egiziana Nilesat, e a quella saudita Arabsat, per aggirare il divieto e fondare un nuovo canale chiamato Al-Ra’i.

Come sostenuto nel 2007 dal ricercatore Ibrahim al-Marashi, il superamento dell’istigazione ai conflitti confessionali passa attraverso la produzione di contenuti alternativi alla violenza quotidiana. Al contrario, il governo iracheno insiste in un utilizzo selettivo della Cmt per mettere a tacere i media dell’opposizione. Non si può infatti interpretare in altro modo la minaccia di sospendere le trasmissioni rivolta, il 25 febbraio scorso, esclusivamente al canale Bagdad. Nessun emittente sciita egualmente settario è stato incluso.

La soluzione negli imprenditori privati ‘indipendenti’ 

La produzione di contenuti validi, alternativi alla violenza faziosa – programmi di intrattenimento, cultura, e denuncia – dovrebbe nascere dalle sinergie di un’emittente statale apartitica e di un gruppo di imprenditori privati slegati dai leader politici e religiosi. Non è un caso che tre delle cinque principali stazioni satellitari indipendenti abbiano sede all’estero, dove, oltre alle maggiori condizioni di sicurezza, riescono a mantenere uno sguardo che trascende le divisioni interne all’Iraq.

Le ristrettezze economiche affrontate da alcuni canali hanno portato i loro dirigenti ad accettare l’appoggio di gruppi di pressione esterni al progetto originale: i problemi sono spesso gli stessi ritrovati nell’analisi della stampa irachena, quali l’assenza di un vero e proprio mercato pubblicitario indipendente dagli annunci governativi. Riconosciuta l’importanza di valutare l’effettiva indipendenza dei canali privati, non bisogna però dimenticarsi l’uso indiscriminato della diffamazione a sfondo politico-religioso negli ultimi dieci anni. Non è raro che accuse di faziosità vengano formulate sulla base della religione del proprietario dell’emittente o della sua passata militanza nel partito Ba‘th di Saddam. La strumentalizzazione delle purghe anti-ba‘thiste rientra del resto tra i fattori scatenanti delle proteste in corso nelle province sunnite ed è stata sempre una manifestazione di lutto per l’esecuzione di Saddam a decretare la momentanea chiusura degli studi di Al-Sharqiya nel 2007. Alcuni magnati dei media iracheni presentano senz’altro delle inclinazioni politiche, ma non vanno sottovalutati i tentativi di screditarli ad opera di determinate fazioni interessate a consolidare il proprio monopolio mediatico.

In cima alla lista delle televisioni indipendenti popolari troviamo Al-Sharqiya. Fondata dal milionario Sa’ad al-Bazzaz, figura di punta del ministero dell’informazione di Saddam, tornato in patria nel 2003 dopo undici anni di esilio. Il canale si è dovuto trasferire a Dubai nel 2007, in seguito all’episodio relativo alla morte di Saddam. Viene pertanto considerata un’emittente filo-sunnita, anche per via dei finanziamenti sauditi ricevuti dal giornale di Bazzaz, Al-Zaman.

Un’altra emittente popolare è Al-Fayha’. In origine trasmetteva da Dubai, dal 2006 invece da Sulaymania.  In una puntata di Fida’ al-hurria, Lo Spazio della Libertà, dedicata alle tensioni tra i combattenti curdi e il commando operativo del Tigri inviato da Maliki nelle zone contese nei pressi di Kirkukl’approccio dell’attuale direttore Mohammad al-Ta’i è stato quello di chi invita i soldati di entrambe le parti a riflettere, invece di eseguire gli ordini. Nel palinsesto è inoltre incluso un programma in curdo, Ayun Kurdistan, Gli Occhi del Kurdistan, chiara testimonianza dell’esistenza di un pubblico multietnico.

Al-Bagdadia ha invece sede al Cairo ed è stata fondata dall’uomo d’affari di Nasiriya, ‘Aoun Hussein al-Khashlok. C’è chi lo descrive come un uomo arricchitosi velocemente in modo sospetto, vicino al regime ba‘thista. Ciononostante, Al-Bagdadia dimostra un approccio deciso e irriverente nei confronti dei politici iracheni, nonché una coscienza laica, votata alla critica dell’Islam politico.

Il canale Al-Sumaria si trova a Beirut da dove mantiene una delle condotte più imparziali nel panorama satellitare iracheno. Nel riferirsi agli ufficiali di sicurezza vittime degli attentati parla di “morti” e non di “martiri”, mentre utilizza il termine “uomini armati” per quelli che gli altri canali chiamano “terroristi”.

Al-Diyar è infine una televisione terrestre inaugurata nel 2004 e diretta dall’ex-direttore della radio e della televisione ba‘thiste, Faysal al-Yasiri. Recentemente, in seguito a dei problemi economici, Yasiri ha cercato di vendere il canale ad ’Ayyad ‘Allawi, per poi optare per il supporto di uno degli uomini d’affari di fiducia di Maliki, ‘Usam al-Asadi. Restano da constatare le conseguenze sull’indipendenza editoriale della stazione.

Più intrattenimento e servizio pubblico 

Come scelta editoriale, i canali indipendenti come Al-Diyar e Al-Sumaria mostrano raramente immagini in diretta delle conseguenze degli attentati, mostrando maggiore interesse per le questioni sociali.I temi d’intrattenimento vanno dall’oroscopo, a volte considerato un tabù islamico, alle trasmissioni di satira.

Sempre nell’ambito dell’intrattenimento, vi è una proporzione maggiore di format importati dall’estero e musalsalat, fiction, irachene e non. Alcune delle storie più popolari sono decisamente anti-conformiste e attingono al mondo degli anti-eroi, come la storica serie Dhi’ab al-layl, Lupi della Notte, di Al-Sharqiya, che narra le gesta, estremamente d’attualità, di un gruppo di sequestratori iracheni. In altri casi le musalsalat sono concepite per esorcizzare drammi condivisi da tutti gli iracheni, come nel caso di Al-Maz, trasmessa da Al-Sumaria,ambientata in una delle centrali dei servizi segreti più tristemente note dell’era di Saddam. Questa tratta un tema ancora d’attualità, se si pensa alle accuse rivolte a Maliki di tenere sotto controllo alcune prigioni segrete.

L’altra principale categoria di programmi oggetto d’interesse delle realtà indipendenti sono quelli al servizio del pubblico. In questo caso, programmi analoghi sono reperibili anche su Al-Iraqiyae sui canali islamici Bagdad e Al-Furat. Uno dei format più diffusi è l’invito di un funzionario governativo per rispondere ai quesiti del pubblico da casa o a quelli elaborati dal presentatore durante un’inchiesta [5]. In onda su Al-SumariaKalam Leaks affronta anche le problematiche relative all’assenza di infrastrutture e servizi di base, interrogando i funzionari sul da farsi.

La scelta di discutere tematiche d’interesse comune emerge come un passo deciso verso il superamento delle divisioni politico-confessionali. Come ricordava nel 2006 il giornalista Paul Cochrane, la sfera mediatica irachena si è pur sempre sviluppata in concomitanza con l’esplosione del conflitto tra sunniti e sciiti e necessiterà di tempo per mutare d’aspetto. Ciononostante, vi è motivo di essere ottimisti, quantomeno perché, a differenza del Libano, il confessionalismo non è mai stato radicato nel sistema politico iracheno. Un’altra fonte di speranza è la maturità raggiunta dai canali satellitari indipendenti nel determinare i loro palinsesti lontano dalle agende partitiche.


[1] Jam‘iyyat al-difa‘ ‘an hurriyyat al-sahafa.

[2] Hiy’at al-i‘lam wa al-ittisalat

[3] Shabkat al-l’lam al-‘Iraqi

[4] Basta ricordare un episodio della serie Terrorismo nel Pugno della Giustizia[1], sul genere ‘confessioni in diretta’ molto popolare anche nella Siria di Bashar al-Assad, dove l’inquirente accusa di terrorismo alcuni membri dei clan sunniti Juburi, Janabi e Dulaimi.

[5] Si vedano Il Dialogo Elettronico su Bagdad52 Minuti su Al-Sumaria, In Attesa della Soluzione su Al-Fahya.

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Dieci anni di stampa irachena: dalla liberalizzazione al declino

Analisi pubblicata su ArabMediaReport.

Bagdad non legge più: la stampa irachena dalla liberalizzazione al declino

ANALISI
Iraqi press freedom image from al-Mortaqa

Secondo un antico detto arabo “il Cairo scrive, Beirut pubblica e Bagdad legge,” tuttavia, la realtà attuale è lontana anni luce dall’eredità storica del Paese mesopotamico. L’Iraq presenta un tasso di alfabetizzazione del 78.2 per cento [1], ma mentre la quasi totalità dei suoi cittadini (97 per cento) si informa settimanalmente dai canali televisivi nazionali, circa due terzi della popolazione (61 per cento) non apre mai un giornale [2]. Il calo d’interesse per la stampa va attribuito a una serie di fattori, tra cui l’insicurezza della distribuzione del supporto cartaceo in un Paese ancora instabile, la maggiore accessibilità della televisione per le fasce meno educate e la faziosità di numerose testate governative e partitiche.

L’analisi seguente intende far luce su quest’ultimo aspetto, proponendo una rassegna dei principali quotidiani iracheni alla luce della loro soggezione a pressioni politiche: emergerà un quadro in cui si salvano in parte le realtà indipendenti, chiamate però a sopravvivere solo con i guadagni generati da pubblicità e vendite.

Prima e dopo il Baath

Ai tempi del partito Baath di Saddam Hussein, la stampa era tenuta rigidamente sotto controllo. In seguito al golpe del ’68, i principali quotidiani sono stati sequestrati o chiusi, mentre il presidente del sindacato dei giornalisti iracheni, ‘Aziz Abdul-Barakat, è stato giustiziato. Negli anni ’90 la morsa si è stretta ulteriormente con la nomina alla guida del sindacato di ‘Uday Hussein, primogenito di Saddam.

Alla vigilia dell’invasione americana del 2003, il governo controllava cinque quotidiani, quattro emittenti radiofoniche e tre canali televisivi. L’eccezione era rappresentata dal Kurdistan, dove l’autonomia di fatto conseguita all’indomani della seconda Guerra del Golfo (1990-91) aveva permesso la circolazione della stampa di partito curda.

La caduta di Saddam ha quindi comportato un’esplosione sregolata di nuove realtà mediatiche. Per comprenderne le proporzioni basti ricordare che, nel luglio 2003, in Iraq venivano pubblicate 158 testate, di cui 82 nate nel mese precedente [3]. Anche se molti di questi giornali hanno successivamente chiuso i battenti per ragioni economiche o legate alla precarietà della sicurezza, la stampa irachena rimane tutt’oggi uno dei contesti più diversificati del Medio Oriente.

La stampa governativa e il controllo statale

La professionalità dei giornalisti è il principale parametro utilizzato dai lettori per valutare la stampa, seguita dall’indipendenza dal governo e dai partiti politici: una valutazione particolarmente negativa, considerando che la percentuale di iracheni che si affida alla stampa per le notizie è calata dal 64 per cento al 39 per cento dal 2011 al 20124. Secondo uno studio condotto da Hussein Isma’il Hidad presso il dipartimento di studi mediatici dell’Università di Dhi Qar nel gennaio 2011, il 40.44 per cento dei giornali non riporta le fonti: il peggiore risulta essere il governativo Al-Sabah e il migliore l’indipendente Al-Sabah al-Jadid, a conferma di come gli indipendenti siano più professionali, a dispetto dell’accesso esclusivo alle fonti garantito normalmente ai quotidiani statali arabi. Occorre pertanto interrogarsi sulla credibilità delle testate governative e di partito che rappresentano una porzione significativa della stampa irachena.

Al-Sabah  si contende oggi con l’indipendente Al-Zaman il titolo di testata più letta del Paese [5]. Nel 2004 l’Autorità Provvisoria della Coalizione emise la circolare 66 che fece dell’ente creato per il finanziamento di Al-Sabaah, il Network Mediatico Iracheno, l’emittente statale. Per il caporedattore Isma’il Zayer ciò significava la fine dell’indipendenza. Questo decise di portarsi dietro buona parte della redazione e fondare l’indipendente Al-Sabah al-Jadid. Da allora la testata ha conosciuto un successo non indifferente, arrivando a conquistarsi un pubblico di lettori ai livelli di Al-Sabah e Al-Zaman nel 2010 [6].

Al-Sabah dovette invece fare i conti con l’agenda politica dei suoi sponsor che imposero una marginalizzazione dei crimini commessi dall’occupazione occidentale. L’amministrazione americana giunse addirittura a infiltrare alcuni dei quotidiani indipendenti più rispettati (Al-Zaman, Al-Dustur, Al-Mada), diffondendo articoli scritti dal Lincoln Group, una società al soldo del Pentagono, che vennero tradotti e venduti come se fossero l’opera di free lance iracheni. Le innumerevoli interferenze della Coalizione finirono per intaccare la credibilità dei nuovi media. In seguito alle elezioni del 2005, Al-Sabah passò quindi a essere percepito come uno strumento di propaganda dei partiti sciiti al governo. Non a caso la redazione fu il bersaglio di due attentati suicidi nel 2006, all’apice del conflitto confessionale tra sunniti e sciiti. Oggi, per comprendere come Al-Sabah sia vicino alle posizioni della Coalizione dello Stato di Diritto del premier sciita Nouri al-Maliki, è sufficiente soffermarsi sulla copertura delle manifestazioni anti-governative in corso nelle province sunnite: la prima pagina del 13 gennaio titolava “Le masse di Bagdad rifiutano il ritorno del Baath”. Questo era un chiaro riferimento ai sostenitori di Maliki scesi in piazza nella capitale e un’implicita accusa di sostenere il partito di Saddam rivolta ai manifestanti della provincia sunnita di Anbar. Al-Sabah rimane quindi un giornale popolare, non in virtù della sua imparzialità, ma per via della base di lettori simpatizzanti dei partiti al potere.

Del resto, le relazioni tra Maliki e la stampa non sono limitate ai quotidiani governativi, ma si estendono alla rappresentanza sindacale dei giornalisti: il 28 gennaio 2009, il New York Timesha parlato di un incontro tenutosi tra il premier e il sindacato, un mese prima delle elezioni provinciali, durante il quale ai giornalisti sarebbero stati offerti appezzamenti di terra a prezzi irrisori, in cambio di articoli incentrati su “progresso e ricostruzione.” Inoltre, l’attuale presidente del sindacato, Mu’ayyid al-Lami, è stato accusato dal caporedattore del quotidiano indipendenteal-Mada, Fakhri Karim, di aver ricevuto oltre tre milioni di dollari dal primo ministro per supportare la sua candidatura al terzo mandato nel 2014. La bozza di legge sui diritti dei giornalisti proposta dal governo Maliki è stata di fatti criticata, poiché definisce la professione sulla base dell’iscrizione al “docile” sindacato.

Stampa di partito

La liberalizzazione della stampa successiva al collasso del Baath ha dato poi origine a una serie di testate finanziate da partiti islamici ed etno-nazionalisti che non hanno nulla da invidiare adAl-Sabah in quanto a faziosità. Per di più, sfruttando un contesto privo della minima regolamentazione dei contenuti, se si esclude quelli contrari agli interessi del nuovo establishment, i quotidiani di partito si sono fatti promotori del confessionalismo iracheno [7].

Tra i nomi di punta della stampa partitica islamica sciita troviamo Jaridat al-Da’wahal-Bayyan(appartenenti al Partito ad-Da’wah di Maliki), al-‘Adalah (appartenente al Consiglio Supremo Islamico Iracheno di ‘Ammar al-Hakim), Ishraqat al-Sadr,  al-Hawza al-Natiqa (appartenenti al Movimento Sadrista di Moqtada as-Sadr) e al-Bayyinah (appartenente a Hezbollah iracheno). Quest’ultimo fornisce esempi significativi, non troppo velati, di retorica confessionale. Il 15 gennaio è stata pubblicata una vignetta satirica, in cui si raffigurava il premier turco Racep Tayyp Erdogan, intento a incantare il serpente del confessionalismo, suggerendo così che il fronte sunnita iracheno- sponsorizzato da Turchia e Paesi del Golfo- sia l’unico responsabile di fomentare conflitti settari.

Passando sul fonte sunnita, si nota una minore diffusione di giornali. Le epurazioni dei baathisti più importanti, insieme al boicottaggio sunnita delle elezioni del 2005 e alla minore dinamicità delle reti clandestine sunnite in confronto a quelle sciite sotto Saddam, hanno infatto limitato il fiorire di una stampa di partito sunnita. Le uniche eccezioni significative sono l’Unione degli ‘Ulama’ Musulmani in Iraq, che controlla il quotidiano Al-Basa’ir, e il Partito Islamico Iracheno, affiliato ai Fratelli Musulmani, che si era già dotato del giornale Dar al-Salam negli anni ’70 del suo esilio londinese. Anche in questo caso la retorica confessionale è velata, ma presente. Lo specchietto delle allodole pubblicato in un articolo che, il 12 maggio 2009, esortava ad apprendere dall’esperienza della guerra civile libanese e non indicare la confessione nel censimento della popolazione, era infatti stato preceduto, 16 aprile 2009, da un elogio di Saladino l’Ayyubide  -“divino mujaheddin”-  lo stesso Saladino che bruciò i testi dei Fatimidi sciiti al Cairo nel XII secolo d.c.

Esistono poi le varie testate in mano ai partiti etno-nazionalisti: oltre al contesto del Kurdistan, sono degni di nota il quotidiano turcomanno Sada Tall ‘Afar [8] e le sue posizioni critiche dell’espansionismo e del federalismo curdo e la testata del Movimento Democratico Assiro,Bahra al-Diya’, che dedica una particolare attenzione alla diaspora armena.

Le testate “indipendenti”

In un simile panorama dominato da realtà governative e partitiche poco credibili, la professionalità della stampa viene risollevata dai quotidiani indipendenti, pur non rimanendo totalmente immune alle pressioni dei vari attori politici iracheni e regionali.

Il panarabo Al-Zaman, uno dei giornali più rispettati dell’Iraq, fa parte dell’impero mediatico di Saad Bazzaz, emigrato nel Regno Unito nel 1992, dopo essere stato una delle figure di punta del ministero dell’informazione baathista. Al-Zaman venne all luce nel 1997 a Londra e nel 2003, quando poté insediarsi anche in patria, era una testata affermata a livello internazionale.

Come diversi altri media indipendenti iracheni, il quotidiano di Bazzaz ha accettato di ricevere finanziamenti sauditi, svelati dalla causa per diffamazione aperta, nel 2005,  contro questo giornale da una delle mogli dell’emiro del Qatar, Shaykha Moza. Ciononostante, Al-Zamanmantiene buoni livelli di professionalità. Il 13 gennaio, per esempio, il sito del quotidiano ha pubblicato un articolo sulle esecuzioni arbitrarie delle colf indonesiane e cingalesi in Arabia Saudita. Rimane inoltre un modello di giornalismo “scomodo” per la classe politica irachena, visto che nel 2006 il parlamento ha chiesto a Maliki di obbligarlo alla chiusura, per via delle critiche rivolte a una bozza di legge sul federalismo.

Un altro quotidiano indipendente che gode di buona reputazione è Al-Dustur. Di proprietà di Bassem al-Shaykh, si è distinto per le critiche alle ingerenze iraniane nella politica irachena, tanto che nel 2008 l’ambasciata di Teheran aveva minacciato di fargli causa. D’altra parte, in un’inchiesta condotta dal The Times, Bassem al-Shaykh è stato accusato di aver ricevuto 1500 dollari per pubblicare articoli favorevoli a Washington nel 2005. Al-Dustur non si può definire filo-americano, ma gli editoriali del proprietario rivelano un atteggiamento quantomeno compiacente nei riguardi della Casa Bianca. Basta pensare a quanto pubblicato il 3 luglio 2012 sulla questione della multinazionale petrolifera americana Exxon Mobil entrata in rotta di collisione con il governo centrale per un contratto firmato con il Kurdistan. Bassem al-Shaykh aveva sottolineato come bisognasse preservare gli interessi nazionali senza perdere un alleato strategico del peso degli Stati Uniti.

Tra le testate di sinistra e dichiaratamente laiche, spicca Al-Mada, di proprietà di Fakhri Karim, uomo d’affari ed ex-consigliere del presidente iracheno Jalal Talabani. Nel mondo dell’informazione, Karim viene accusato dai rivali di promuovere gli interessi della regione autonoma curda, in virtù dei suoi stretti rapporti con Talabani e il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani. Bisogna riconoscere che, mentre la linea di Al-Mada è impietosa nei confronti di Maliki, lo spazio dedicato nell’ultimo mese all’opposizione curda contrapposta a Talabani e Barzani é pressoché inesistente e gli unici riferimenti ai diritti umani in Kurdistan sono note positive. Tuttavia, Al-Mada mantiene un profilo al di sopra delle parti e vanta un primato nazionale di otto inserti di carattere culturale, sportivo, storico e d’intrattenimento.

Il problema degli indipendenti rimane quello di far quadrare i conti, affidandosi esclusivamente alla pubblicità, ragion per cui quotidiani di partito come Dar al-Salam sono invece completamente privi di réclame. Le testate indipendenti hanno inoltre accusato il colpo del conflitto confessionale che ha limitato l’espansione pubblicitaria di molte aziende. Inoltre, gli indipendenti sembra ricavino dal 40 al 70 per cento dei loro introiti da quella pubblicità governativa che Maliki ha deciso di ridurre nel 2008 [9]. Non sorprende che un governo autoritario come l’attuale non sia interessato alla crescita di una stampa imparziale e indipendente.

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1Percentuale aggiornata al 26 luglio 2012 (CIA World Factbook).

2 Le cifre appartengono a un sondaggio condotto in Iraq dall’Ong americana IREX (International Research and Exchanged Board) nel 2012. Vedi: http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Per l’elenco completo delle testate: http://www.al-bab.com/arab/countries/iraq/press2003.htm

 Cfr. http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Idem.

 Cfr. http://www.irex.org/resource/iraq-media-study-national-audience-analysis

7 I limiti imposti sui contenuti sono quelli sanciti, vagamente, dalla Costituzione approvata nel 2005, che garantisce la libertà di stampa, a patto che non si violino “ordine pubblico e moralità.” Una definizione poco precisa, volutamente interpretabile dall’esecutivo a fini repressivi.

Il quale non dispone però di un sito internet consultabile.

10 Cfr. http://www.menassat.com/?q=alerts/4054-iraqi-newspapers-hit-huge-drop-government-advertising

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Iraqi lessons for Syria

An article I wrote for OpenDemocracy on the similarities between the two Ba’thist regimes and what can be learnt from Iraq to avoid the same mistakes in Syria. 

Syrian wounds and Iraqi scars

ANDREA GLIOTI 24 November 2012
baath-party-symbol-1

The similarities are stark: a Baathist regime in power for decades, a ruling religious minority accused by some of fuelling sectarian resentment and praised by others for maintaining a secular identity, the emergence of Sunni-Shi’a strife

Twenty months after the beginning of the Syrian revolution, the daily massacre is a development which is reminiscent of Iraq: where almost ten years of conflict continued far removed from the media attention of the world.

The similarities are stark: a Baathist regime in power for decades, a ruling religious minority accused by some of fuelling sectarian resentment and praised by others for maintaining a secular identity, the emergence of Sunni-Shi’a strife, the proposal of dividing the country along sectarian lines to halt violence and the problems of post-conflict reconciliation if the regime is overthrown.

On the other hand, there are many differences in the way the Government has been challenged by the opposition and the outcome of this: Saddam was quickly overthrown by foreign military intervention; Bashar al-Assad is still resisting a popular uprising. But whatever the dissimilarities, there are lessons to be learnt from Iraq, particularly regarding the risks pending on any future transitional phase.

Baathist secularism or sectarianism?

In both Syria and Iraq, under weakened state control, the emergence of violent sectarian clashes has led some to believe that Baathist secularism was a valid antidote: “No one knew your sect under Saddam, there was no discrimination and I witnessed the same in Syria under Assad” states firmly Emmanuel*, a 25-year old Chaldean Christian from Baghdad, who had to flee first his country and then Syria in 2011. Norwegian historian of Iraq, Reidar Visser, disagrees. Beyond the Syrian and Iraqi official “non-sectarian, nationalist stance, […] the recruitment patterns to the truly important positions […] follow very clear sectarian and/or tribal lines”, he points out. In the Syrian case, this is evident in the choice of intelligence chiefs. Even supposing that sectarianism was absent from Baathist societies, it emerged in the tense relations between civilians and the security apparatus.

“The problem in the relations between Syrian sects is tied to the relations between security and citizens: the majority of security forces are Alawis, while the majority of citizens are Sunnis,” explains Omar al-Karosh, a Sunni journalist in his thirties from Fallujah (Anbar), who moved first to Damascus and then to Northern Lebanon’s Tripoli, because he faced so many problems as an Iraqi Sunni with the Alawi-dominated Syrian intelligence. Members of the religious majority are likely to blame the sectarian features of the minority-controlled establishment. But in the end, leftist Baathist ideology has always been an appealing option for minorities unable to achieve power through Islamic political doctrines. “In Iraq, Shi’as were prevented from reaching high military ranks, just like Sunnis in Syria,” affirms Mohammad*, a 27-year-old graphic designer from a family of the southern province of Maysan, whose surname is well known in Iraqi Shi’a politics. Mohammad had to leave Damascus to avoid being targeted by the most radical groups of the Sunni opposition. Even if they belong to different sects, Mohammad and Omar have both had to flee, just to avoid taking sides.

Saddam and Bashar al-Assad have deployed a similar “rhetoric of fear” in the way they portray the opposition and gather support from minorities. “In Syria, the regime convinced minorities that they needed it to counter a Salafi uprising,” argues Mohammad, “in Iraq, Saddam depicted the Shi’as as Iranians, warning the Sunnis about their plan to turn the country into another Iran.”

Failed reconciliation

After Saddam’s overthrow, despite all the effort, Iraq has failed to achieve a real reconciliation between Baathists and the new establishment. Syria will have to undergo a similar phase and avoid turning it into an arena of “private” purges. According to Visser, “The first problem of de-Baathification in Iraq related to the US Coalition Provisional Authority (CPA) period and the interim governments between 2003 and 2005, and it consisted of the all-out attack on members of the Baath.” At that time, many called for national unity instead of pushing Arab Sunnis into the ranks of the resistance and this, together with the need to rely on experienced Government officials, was among the reasons for reversing into re-Baathification in the following years. But the damage had been done. “Any process of de-Baathification should focus on accountability for individual crimes,” suggests Visser: “Membership of the Baath party should not in itself constitute a basis for prosecution.”

In Iraq, nevertheless, the political rehabilitation of certain Baathist officers didn’t mean they severed ties with the resistance to the US occupation. The difference is that a legitimate Syrian Government elected after a popular uprising is likely to face less resistance than a cabinet shaped by Washington. As the Syrian situation reaches a bloody stalemate, some Iraqis argue in favour of a military intervention, despite their experience. “A foreign intervention should follow the Libyan pattern, not the Iraqi one, that was an occupation,” affirms Omar from Anbar, “I think both the UN and the west learned from their mistakes.”

Divide et impera

Those who have already lost hope in a Syrian reconciliation foresee a fragmentation along sectarian lines to halt hostilities. In particular, Alawis are rumoured to be preparing for the establishment of an independent state to avoid living under a Sunni Islamist ruler. However, as Visser points out, “During the years of Baathist power in Syria, Alawites have been spread throughout the country: that demographic fact is in itself a powerful argument against partition.”

After the fall of Saddam, Iraqi Arabs got used to federalist and separatist proposals coming from all sects, but they consider them part of a foreign plot to weaken their social fabric. “Federalism and division are part of the New Middle East project conceived under Condoleeza Rice,” claims Omar from Anbar, “the Kurds, Southern Sudan, Southern Yemen…It’s all part of the same plan to weaken Arab societies.”

After the US invasion, Iraq was turned into an open lab for painful experiments. Until now, it hasn’t fully recovered from the laceration of its social fabric. The result is a country dominated by sectarian parties and separatist trends backed by foreign actors. The Syrian conflict has the promising features of an uprising, but it shares with Iraq a long authoritarian history and a population composed of numerous sects. Despite good intentions, Syrians will face a challenge keeping control of its destiny to avoid the Iraqi fate.

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I Cristiani mediorientali e la necessità di sentirsi protetti da una dittatura ‘secolare’- Middle Eastern Christians and their need to feel protected by ‘secular’ dictatorships

Sul tema delle minacce pendenti sul capo dei cristiani mediorientali, su cui non mancano gli sproloqui (vedi molto di ciò che è stato detto in occasione della Pasqua 2013 a Roma ). In questo articolo, pubblicato su Left-Avvenimenti, prendo in considerazione il legame tra cristiani e dittature, sull’esempio egiziano, iracheno e siriano. 

After the Italian version, I’ve pasted the English unpublished one, which is longer and includes references to Lebanese Christians.

Cristo si è fermato a Damasco

di ANDREA GLIOTI

Terrorizzati dalla possibilità di un governo dominato dai partiti musulmani, i cristiani del Medio Oriente preferiscono appoggiare i dittatori. Eppure Mubarak, Saddam e Assad non li hanno difesi

maalula

Quando si spengono le luci su un regime apparentemente laico, ma dittatoriale, tra i cristiani del Medio Oriente si scatena la paura. Perché il vecchio sistema non era democratico, ma dava sicurezze, mentre le guerre e le rivoluzioni lasciano aperta la domanda: “Che ne sarà di noi?”. Prima c’è stato l’Iraq, dove soltanto pochi cattolici traevano beneficio dal regime ba’thista, ma non vi è dubbio che le minoranze religiose subissero meno violenze ai tempi di Saddam. Eppure il dittatore iracheno non aveva nessuna simpatia per i cristiani, come dimostra la strage di assiri durante la campagna di Anfal. Poi è arrivato l’Egitto, dove la caduta di Mubarak ha coinciso con un aumento delle violenze contro i cristiani, mentre il dittatore era noto per i suoi buoni rapporti con il patriarca copto Shenouda III. Allo stesso tempo, Mubarak sapeva bene come giocarsi le paure della minoranza religiosa e scatenare episodi di violenza occasionali per mostrare ai copti cosa sarebbe successo senza il suo regime: non è un caso che l’ex ministro degli Interni, Habib al-Adly, sia sotto inchiesta, sospettato di essere coinvolto nell’attentato che colpì una chiesa di Alessandria nel gennaio 2011.

Oggi è il turno della Siria, dove cristiani e musulmani hanno convissuto a lungo pacificamente, ben prima dell’avvento della dittatura ba’thista di Bashar al Assad. Tra gli anni 40 e i 50, ad esempio, il cristiano Fares al-Khoury è stato uno dei primi ministri siriani più popolari tra i musulmani. Tuttavia oggi molti credenti sono succubi della propaganda governativa che collega la sopravvivenza delle minoranze a quella del regime.

E così, la maggioranza “silenziosa” dei cristiani sembra scegliere il male minore, un regime panarabo apparentemente laico piuttosto che un governo islamico eletto regolarmente. Non si può negare che i partiti islamici siano promotori di una visione politica confessionale e discriminatoria, ma spesso quando entrano nella legalità e partecipano finalmente alle elezioni optano per un compromesso sulle ideologie. È successo in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno abbandonato il radicalismo sotto la guida di Hussein al-Hodeibi (1949-73), per poi scegliere un accesso monitorato alle elezioni legislative a partire dalla fine degli anni Ottanta. E l’attuale presidente egiziano Mohammad al-Morsi è un prodotto di questo sviluppo storico, come testimonia la sua nomina di un assistente presidenziale copto. Al contrario, i regimi nazionalisti come quelli di Mubarak in Egitto, Saddam in Iraq e Assad in Siria hanno mantenuto un laicismo di facciata, ma non sono mai stati meno autoritari di quelli islamici di Iran e Arabia Saudita.

Perché dunque, con la loro caduta, i cristiani avrebbero bisogno di un protettore, che si tratti di un despota o di un partito? Due anni fa, durante un sermone nel monastero libanese di Mar Antonios Qozhaya (Valle di Qadisha), il prete insisteva sulla resistenza dei cristiani maroniti allo sradicamento dalle loro terre voluto dalla maggioranza musulmana. Dimenticava che i peggiori scontri confessionali nella storia del Libano – i 15 anni di guerra civile – furono innescati da fattori socio-economici e politici e non da forme d’intolleranza religiosa. Eppure i cristiani continuano a considerarsi un’entità bisognosa di protezione e non una componente in grado di contribuire alla democratizzazione del Medio Oriente, autoraffigurandosi come un organo trapiantato nel tessuto sociale. Un comportamento che apre la porta allo sfruttamento delle divisioni religiose da parte delle potenze occidentali, il che in Siria significherebbe, per esempio, una divisione del Paese in regioni cristiane, alauite e druse come ai tempi del mandato francese (1923-43).

Insieme ai sunniti, i cristiani di Siria hanno formato per secoli la colonna vertebrale delle classi agiate mercantili, senza guadagnare nulla dall’ascesa al potere del partito Ba’th nel 1963. Al contrario, c’è chi sostiene che le nazionalizzazioni di Hafez al-Asad li abbiano danneggiati, costringendo molti a migrare. Tuttavia, diversi sostenitori del regime citano in propria difesa le poche poltrone assegnate a personalità cristiane, come il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, e l’ex ministro della Difesa, Dawud Rajiha.

Oggi, una delle brigate aleppine dell’Esercito libero siriano – che lotta contro il regime – ha assicurato il suo impegno a difendere la multiconfessionalità del Paese, come fonte di ricchezza culturale per la Siria del futuro. Se i cristiani ignoreranno simili appelli, preferendo difendere lo status quo, non verranno ascoltati nella fase di transizione post rivoluzionaria. Storicamente, ricordano i dissidenti cristiani siriani Michel Kilo e Michel Shammas, ciò che ha aiutato i cristiani a essere accettati dalla maggioranza musulmana è stata invece la loro presa di posizione contro la brutalità delle crociate e del colonialismo, a prescindere dalla fede degli invasori. Purtroppo la responsabilità del silenzio dei cristiani durante la cosiddetta Primavera araba è anche del clero e della sua radicata inclinazione a sostenere regimi autoritari. Uno dei pochi uomini di Chiesa che ha osato criticare esplicitamente il regime siriano, padre Paolo dall’Oglio, è stato espulso dal Paese, mentre la maggioranza del clero siriano, insieme al patriarca maronita libanese Beshara al-Ra’i, hanno esibito un sostegno più o meno esplicito al governo del presidente Assad.

Una Chiesa che fomenta l’odio al fianco del potere temporale, scrive Michel Kilo nel suo articolo pubblicato sul quotidiano libanese As-Safir a giugno, è colpevole di distorcere il messaggio originario della cristianità, fondato sulla tolleranza e l’inclusione. Benedetto XVI è appena arrivato a Beirut per manifestare il consueto messaggio di solidarietà rivolto ai cristiani “in pericolo”, ma un appello a schierarsi al fianco dei musulmani che lottano per la democrazia sarebbe forse più utile. Le Chiese mediorientali non possono essere considerate innocenti, nel momento in cui tacciono di fronte ai massacri per salvaguardare i propri interessi, proprio come papa Pio XII non è stato mai assolto dalla storia per essere rimasto in silenzio di fronte all’olocausto.

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How democratic changes will affect the “protection” of Christians in the Middle East.

By Andrea Glioti

There is a common mantra among Middle Eastern Christians, when the lights of a supposedly secular dictatorship fade away: “What will be our fate?”  In Iraq, only few Christian figures benefited economically from the Baathist regime, there were no thousands of Tariq Aziz, but there is no doubt that minorities were less targeted by violent attacks under Saddam. Does this mean that the Iraqi dictator held Christians in special consideration? Perhaps we should pose this question to the Christian Assyrians, who were driven out of an “Arabized” Kirkuk together with the Turkmen and the Kurds, and to those who were killed and displaced by the Anfal campaign. In Egypt, the fall of Mubarak has seen a rise of sectarian violence against Christians, while the overthrown President was known for his good ties with the deceased Coptic Pope Shenouda III. However, Mubarak knew how to play subtly on Christian fears and engineer violence to show the minority what would have happen without him in power: as a matter of fact, a probe has been open against the former Interior Minister, Habib al-Adly, for serious suspects about his involvement in the church bombing occurred in Alexandria in January 2011. In Syria, Christians and Muslims have been living peacefully together since long time before the Baathist autocracy, but some surprisingly agree with the Government propaganda that minorities need the regime to stay to protect them. Between the ’40s and the ‘50s, in a fairly democratic period, the Christian Fares al-Khoury has been one of the most popular Syrian Prime Ministers among Muslims.

The “silent” majority of Christians seems to opt for what they perceive as the lesser of the evils, a supposedly secular Pan Arab regime rather than an Islamist Government elected by fair elections.

There is no doubt that a party labeling itself as “Islamist” supports a sectarian, non-inclusive vision of politics, but the participation to a more democratic electoral process is often a prelude to renegotiate ideologies. The example of Hezbollah is blatant for how the movement developed from a product of the Iranian revolution to a fully integrated actor of the Lebanese political sphere, starting from the elections in 1992. Hezbollah’s sectarian Islamist background did not prevent the party from joining an alliance of interests with the Christian Free Patriotic Movement. Another example is the Egyptian Muslim Brotherhood’s de-radicalization under the leadership of Hussein al-Hodeibi (1949-73) and its subsequent controlled access to politics in the late ‘80s. Mohammad al-Morsi is a product of this historical development, just like his recent appointment of a Coptic presidential assistant.

Pan Arab ethno-nationalist regimes like Iraq and Egypt were [are- in the case of Syria] no less authoritarian than Islamist ones like Saudi Arabia and Iran, so that there is an evident contradiction in the Christian support for them. The final aim should be to achieve a State, which is not defined by religion or ethnicity: this means rejecting all sorts of political sectarianism, whether they are phrased in an explicit fashion- the Lebanese case- or in an implicit one- the Pan Arab rhetoric of protected minorities. This is why I prefer to use the term “supposedly secular”: a regime banking on the protection of Christians cannot be defined neither secular (‘almani) nor civil (madani, as some Middle Eastern thinkers prefer to define their aspirations to avoid being labeled as anti-clerical Jacobins).

Why do Christians need someone, whether a despot or a party, to protect them? Do they fear the imposition of shari’a, as we read on most of the Western press? It is worth noting that Egyptian, Iraqi and Syrian laws have been always grounded in shari’a principles under their Pan Arab rulers. For what concerns persecutions, Christians were victims of Muslim violence throughout their history in the Middle East, just like Muslims have been repeatedly assaulted by European Christian crusaders and colonialists later on. There is a widespread generalization, when mentioning episodes of sectarian violence against Christians, as if they were all dictated exclusively by religious intolerance: on the contrary, one cannot understand Al-Qa’ida’s bombings of Iraqi churches without considering the resentment generated among Muslims by the neocon US-led invasion of Iraq.

Around two years ago, in the Lebanese monastery of Mar Antonios Qozhaya (Qadisha Valley), I happened to hear a fiercely sectarian sermon from a priest, insisting on the resistance of local Christians against their eradication at the hands of the Muslim majority. Nowadays, nothing seems changed in Beirut, where streets are plastered with slogans from Phalangists and Lebanese Forces, stressing the permanence of Christians in Lebanon through (armed) resistance. What is easily forgotten is that the worst outburst of Muslim-Christian strife of Lebanese modern history, the civil war, was fueled by socio-economic and political reasons rather than religious hate. 

As long as Christians perceive themselves as an entity in need of protection and not a component capable of contributing to the democratization of Middle Eastern societies, they will resemble an implanted organ in the social fabric. They will disavow their historical legacy of bridging cultural and technical resources back and forth between Europe and the Arab world. They will encourage a miserable return to the exploitation of sectarian cleavages by Western powers, that would mean in Syria, for example, a division of the country into Christian, Alawi and Druze states just like under the French mandate (1923-43).

Last February in Istanbul, one of the main figures of the expatriate Syrian opposition, ‘Ammar al-Qurabi, told me: “Why those who are scared do not participate to the demonstrations to voice their concerns?” Fearful Christians defending the status quo will never be listened in the post-revolutionary transitional phase. What actually helped Christians being accepted by the Muslim majority, according to the Syrian Christian dissident thinkers Michel Kilo and Michel Shammas, was their stances against the brutality of colonialism and crusades.

A heavy responsibility for the silence of Christians in the so-called “Arab spring” is in the hands of the clerical institutions and their well-rooted inclination to back authoritarian regimes. One of the few religious figures explicitly criticizing the Syrian regime’s practices, Father Paolo dall’Oglio, has been expelled from the country.  On the contrary, most of the Syrian clergy and the Lebanese Maronite Patriarch, Beshara al-Ra’i, showed a more or less explicit support for the atrocities committed by the State during the uprising. With regards to this, it is worth to remember the fate of the reactionary French and Russian clergy after the two popular revolutions, when an explosion of violent anti-clericalism swept away the church.

A church fostering hate on the side of temporal authorities, notes Michel Kilo in his article appeared on As-Safir on June 16, is a complete distortion of the original message of Christianity, which is about tolerance and inclusion. The Eastern churches cannot be deemed innocent when staying silent in front of massacres to safeguard their interests, just like Pope XII has never been absolved for not uttering a word about the Holocaust. 

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The first steps of the Syrian armed resistance: Jisr as-Shughur (June 2011)

Looking back at the massacre of Jisr as-Shughur (early June 2011), I gathered accounts from witnesses based in the Reyhanli refugee camp. An interesting episode, in consideration of the continuous attempts to portray the whole uprising as completely peaceful. This was not aimed at disregarding the importance of armed struggle in most uprisings, but the same episode of Jisr as-Shughur was originally misrepresented by some circles of the Syrian opposition, deeply concerned about preserving the peaceful image of the movement. The second part of the feature deals with the sectarian radicalization of some factions of the opposition.  Here is the original copy published on The Majalla

Secrets from Jisr Al-Shughour

Was this Syria’s Point of no Return?

Andrea Glioti looks back at the events in Jisr Al-Shugour, Syria, to investigate the issue of Syria’s armed opposition, and asks whether the resistance is on the brink of radicalization.
jisr as-shughur

Eleven months ago, the Syrian opposition resorted to armed resistance whilst it endeavored to preserve its peaceful image. This was an attempt to gain international support and contradict the narrative of President Bashar Al-Assad’s regime, which focused on the threat of armed insurgency.

Unfortunately, the result has been counterproductive, as it has tarnished the opposition’s credibility and nurtured doubts in those who view the opposition as a nebulous movement. At the same time, it would be unfair to criticize the opposition exclusively. It could be said that the main responsibility for the increased militarization and sectarian trends of violence lies with the regime’s brutality.

What happened in Jisr Al-Shughour?

Things were not meant to go as in Egypt or in Tunisia, where the masses succeeded in occupying squares and peacefully overthrowing the local regimes: in Jisr Al-Shughour, near the Turkish border, this was clear by June 2011.

During the five months I spent in Damascus since the beginning of the uprising, I attended several peaceful demonstrations which were repressed by security forces. But the relationship between Jisr Al-Shughour and the regime had been growing increasingly tense for thirty years, since Hafez Al-Assad ordered a bloody military crackdown on armed rebellion of the Muslim Brotherhood in the city in 1980.

“I’m going to tell you what happened, even at the cost of damaging the cause of the revolution,” says Uthman, a refugee from Atma, who had to flee to the Turkish refugee camp of Reyhanli after the battle in Jisr Al-Shughour.

According to Uthman, in Jisr as-Shughour everything started around 20 May 2011, when 15 Syrian workers were killed by state security forces. People were already prepared to respond to the attacks with force. In Omar’s account, the armed protests started right after this massacre.

“On the third of June, we took weapons with us and hid them, while marching in the demonstration,” he recalls, “when the snipers of the military security (al-mukhabarat al-askariyyah) opened fire on us from the post office, we hit back—killing some of them”.

The protesters were then joined by the battalion led by Lieutenant Colonel Hussein Al-Harmoush, the first high-ranking officer to defect, and planned an offensive against military security forces, which were the only intelligence branch that refused to hand over its weapons. Omar explained that military security forces are mainly made up of Alawis and hardcore loyalists.

“The siege of the post office lasted for 3 hours,” remembers Tareq Abdul-Haqq, a 26-year-old activist from Jisr As-Shughur, while showing me the videos he filmed during the clashes. “We tried everything: dynamite barrels used in construction, exploding a gas cylinder . . . in the end the last surviving officers came out because the noise of these explosions drove them crazy.”

The wider confrontation with military security forces lasted for two days, causing the government in Damascus to deploy a reserve security contingent to the restive city on 5 June 2011. Unexpectedly, the insurgents succeeded in resisting the offensive with Kalashnikovs seized from the security headquarters, and the contingent had to retreat. “After having defeated military security, we set up checkpoints and planted landmines [in preparation] to face the arrival of the army,” says Omar.

The people of Jisr As-Shughur already knew how it was going to end. According to Tareq’s account, Bashar followed the example of his father and deployed 11,000 soldiers to Jisr As-Shughur on 9 June. Tareq chose to flee on 12 June, one day before the army broke in the city to ‘restore security’ by destroying mosques and private property. By that time, most of those involved in the clashes had already escaped to Turkey.

According to Syrian authorities, at least 120 security officials were killed. Pan-Arab media, such as the daily newspaper Al-Hayat and the TV channel Al-Arabiya, reported that activists heard gunshots followed by “an explosion,” and believed that this was a response to defections within military security forces. “The head of the military security in Jisr As-Shughur, Abu Yarub, ordered the killing of 30 officers who had refused to shoot on us,” confirms Tareq. “We found their corpses in the toilets when we finally broke into the headquarters.”

It is undeniable however that some security officers were also killed during the armed confrontation; “the explosion” was possibly caused by the gas cylinder hurled at them. On 3 August, Joshua Landis pointed out the same incongruences on his blog, SyriaComment, and called on Western media to admit the presence of “armed elements” in the opposition, without denying the violence committed by the regime.

However there are some who believe that the peaceful image of the resistance should be defended, possibly fearing that the descent of the revolution into civil strife would decrease its support abroad.

We are all Syrians…apart from the Alawis?

The endless bloodshed led part of the military resistance to an alarming point, which was recently highlighted by the Human Rights Watch report on abuses committed by opposition armed groups (20 March 2012). One might excuse the executions and kidnappings of military personnel as natural developments of guerrilla warfare, though the opposition should have refrained from torture and sectarian attacks on civilians (especially as these echo the brutality of the Assad regime). On 25 March 2012, the two most prominent military figures in the opposition, Colonel Riyadh Al-Assad and Brigadier General Mustafa Shaykh, joined efforts under the banner of the FSA to strengthen coordination and distance themselves from the actions of other armed groups.

An even more worrisome development is that the year-long conflict has nurtured forms of sectarian resentment which were previously latent—or totally absent. The longstanding mantra of the Syrian political opposition has been to ward off sectarianism. This is represented by the legacy of people like Christian Prime Minister like Faris Al-Khouri (1944-45 and 1954-55), Kurdish President Hosni Al-Zaim (1949), and the Druze Commander of the Syrian Revolution (1925-27), Sultan Basha Al-Atrash.

Nevertheless, some recurrent down-to-earth conversations I have had here in Turkey are partially changing my perspective on the influence of these historical figures on the revolution. “In Syria, it is forbidden for a Sunni to be employed,” complains Abdul Sattar, a refugee from Latakia whom I met recently, along with several of his peers. “Look at these guys here,” he says, referring to the seven other men at our meeting, “they’re all educated with degrees, but all the jobs are given to the Alawis.”

He then went on to praise his political mentor, Shaykh Adnan Al-Arur, a Saudi-based Syrian Sunni preacher known for his anti-Shi’a speeches. I asked him what would happen to Alawis in the event that Al-Arur will return to his homeland. His reply stressed that none of the Sunni religious figures could force someone to be an Islamist, even if that person was willing to join the ‘Party of Devil’ as he called it—the Lebanese, Shi’a Hezbollah. Referring to Hezbollah as the ‘Party of Devil’ is common among some Sunni demonstrators, mostly because of its alleged involvement in curbing the Syrian protests.

However, none of the seven Sunni defectors objected to Abdul Sattar’s praise of Al-Arur as the only respectable political figure of the opposition. It is worth mentioning a contrasting example: when I was in Beirut a few months ago, a member of a local committee from the Khaldiyyeh neighborhood of Homs was equally adamant in stressing that he was not a follower of Al-Arur, and accused Syrian Shi’a Twelvers (the largest branch of Shi’a Islam) of being promised paradise for killing Sunnis.

Interested to hear from others on the issue, while in Reyhanli Camp, I met with Bassem, a 40-year-old school director from Abdama. He was convinced that Burhan Ghalioun cannot lead the Syrian opposition because he is ‘not a real Muslim.’

While based in Istanbul, I had the chance to talk with Ibrahim Al-Hajj Ali from Aleppo, an officer expelled from the army for trying to set up a Sunni Islamist cell. Al-Hajj told me that “the war happening in Syria is a war waged on the Sunni sect […], a war of beliefs between the creed of truth and good and the creed of evil.” I also interviewed Abdul-Rahman Al-Shardub, a member of the Muslim Brotherhood and the Syrian National Council, who praised the Sunni dictator Saddam Hussein for being “one thousand times nobler than Bashar Al-Assad.” The majority of Syrians in the room seemed to agree with himIt appears that sectarian trends are spreading rapidly within the ranks of an opposition initially worried to distance itself from any form of religious intolerance.

In contrast, the perception of the regime needs to remain that of a system built on shared interests, and not a sectarian one shaped by the hegemony of one sect over the other. A sectarian conflict would persuade part of the public of the regime’s narrative, which has been attempting to divide the revolution along religious lines from the beginning.

An excellent example is provided in an account by Abdul-Rahman Batra, a member of the HCSR (an aid providing organization based in Istanbul, Antakiya, Jordan and Lebanon) who used to work with the video-blogger Rami al-Said in Homs: he says that the International Red Cross was granted access to the Sunni neighborhood of Bab Amro after the government offensive on 29 February 2012, but that the regime prompted Alawi residents from the neighborhoods of Al-Zahra and Al-Nizha to seize the provisions.

Indeed, these alleged forms of selective punishment of Sunni neighborhoods, coupled with the instigation of fears in religious minorities, have increased the risk of the revolution being completely hijacked along sectarian lines.


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Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Articolo originariamente pubblicato su Europa

Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Di Andrea Glioti

ICTJ-Feature-Iraq-DeBaathification-Report-2013Ieri, in Marocco, il governo iracheno ha rifiutato ancora di votare per la sospensione dal consiglio della Lega araba della Siria guidata dal partito Baath di Bashar Assad. Baath come il partito che fu di Saddam Hussein.
Ma in questi stessi giorni a Bagdad si fanno i conti con la difficile questione dell’epurazione della vecchia leadership baathista. Che ancora oggi viene usata come arma politica da parte del governo a guida sciita.
Dopo la caduta di Saddam, i partiti al governo hanno proceduto alla persecuzione sistematica degli alti funzionari baathisti e, come spesso succede in simili circostanze, non hanno risparmiato neppure coloro che si erano iscritti al partito solo per necessità di lavoro.
La commissione di de-baathificazione è stata presieduta da personaggi del calibro di Ahmad Chalabi, uno con più di un conto in sospeso in Iraq, visto che nel 2003 aveva persuaso il Pentagono che Saddam possedesse armi di distruzioni di massa. Nel 2008 la legge sulle epurazioni è stata modificata con l’intento di tutelare gli impieghi statali di quei cittadini che non potevano aver avuto un ruolo attivo nella repressione, occupando posizioni minori all’interno del Baath.
Ciò nonostante, nel 2011 la situazione non sembra migliorata e le epurazioni continuano a essere percepite dalla minoranza sunnita, privilegiata dall’ex dittatore, come uno strumento politico nelle mani della maggioranza sciita alla guida del paese.
Nel mese scorso il ministro dell’istruzione al Adib, membro della Coalizione dello stato di diritto del premier sciita Maliki, ha decretato la destituzione di oltre 140 professori e addetti delle università di Tikrit e Mosul, sulla base della loro appartenenza ai vertici del Baath. Pochi giorni dopo, strana coincidenza, il governo ha lanciato una campagna di arresti su scala nazionale contro delle cellule baathiste, accusate di essere coinvolte nell’organizzazione di un colpo di stato.
L’intenzione di favorire l’associazione baathisti-terroristi appare fin troppo evidente: l’analista di politica irachena Reidar Visser fa notare come i comunicati ufficiali degli arresti abbiano sottolineato i ranghi dei presunti golpisti all’interno del partito, un criterio seguito nelle epurazioni, ma assolutamente irrilevante per quanto riguarda un’operazione anti-terrorismo.
L’articolo 7 della Costituzione irachena afferma infatti che «la semplice appartenenza al partito Baath non è un motivo sufficiente a essere chiamati a comparire davanti alle autorità giudiziarie». Quanto poi le accuse rivolte ai professori baathisti fossero fondate è stato dimostrato dallo stesso Maliki, che ha immediatamente promesso alla provincia di Salahuddin (dove si trova Tikrit) di rinunciare alle epurazioni, quando quest’ultima ha avanzato la richiesta di diventare una regione autonoma alla fine di ottobre. La de-baathificazione diventa così una carta sul tavolo dei negoziati politici, alla stregua del federalismo, lontana anni luce dagli originali principi di giustizia che dovrebbero ispirarne l’attuazione.
Proprio come le tendenze regionaliste, le epurazioni rischiano di acuire ulteriormente le tensioni esistenti tra schieramenti politici sciiti e sunniti. La campagna di arresti e quella contro i professori di Mosul e Tikrit hanno suscitato l’indignazione di alcuni dei principali leader sunniti: l’ex baathista Saleh al Mutlak, già interdetto dalle elezioni del 2010 a causa del suo legame con il partito, e il vice presidente iracheno Tariq al Hashimi.
Altre personalità sunnite influenti a livello locale, come il principe tribale al Dulaimi di Anbar, hanno avvertito che gli arresti potrebbero innescare una spirale caotica.
Il clima è già sufficientemente teso, se si pensa che lo scorso 25 ottobre Ali al Lami, il presidente della Commissione di responsabilità e giustizia che si occupa delle epurazioni, è stato assassinato a Bagdad. Secondo il quotidiano panarabo As Sharq al Awsat, al Lami aveva voluto il licenziamento di oltre 800 persone nel solo 2010, sulla base della loro appartenenza al partito Baath.
Già da tempo il principale rivale di Maliki, la Lista al Iraqiya, chiedeva che una nuova commissione venisse guidata da un presidente eletto dal parlamento e non dal primo ministro.
Le epurazioni rimangono una questione estremamente delicata. I politici iracheni si riempiono spesso e volentieri la bocca di lodevoli condanne contro coloro che «si sono sporcati le mani di sangue iracheno».
Conosciamo i rischi di un’amnistia “togliattana” che, nell’intento di riappacificare un paese, assolva anche diversi carnefici; d’altra parte, ne conosciamo anche i meriti – l’aver evitato il protrarsi di una lunga guerra civile.
Le classi dirigenti irachene sono chiamate a trovare una soluzione migliore di “un colpo di spugna”, evitando comunque di sporcarsi le mani dello stesso sangue sparso dai loro predecessori. L’esempio iracheno è quantomai fondamentale alla luce degli sviluppi regionali: un Medio Oriente postrivoluzionario guarderà verso Bagdad, quando dovrà considerare la sorte delle sue folte schiere di veri o presunti lealisti. Un po’ come l’Europa guardò al terrore giacobino nelle sue successive esperienze rivoluzionarie.

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