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Russia Today (Arabic): promuovere la visione del Cremlino in Arabo

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul contenuto dei programmi della versione arabofona di Russia Today….

(Photo: Russia Today Arabic’s logo. Source: Arab Media Report)

Rusiya al-Yaum: come operano i PR di Mosca nel mondo arabo?

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Che l’emittente Rusiya al-Yaum (RT Arabic) fosse nata nel 2006 per tradurre in arabo la politica estera del Cremlino era già deducibile dall’orientamento del canale madre anglofono,Russia Today, lanciato dal governo l’anno prima. La leadership è nella mani fidate della giovane caporedattrice Margarita Simonyan, che per i suoi 25 anni, oltre a un mazzo di fiori, aveva probabilmente ricevuto le chiavi del nuovo impero mediatico da Vladimir Putin nel 2005. Il presidente non ha mai nascosto la sua ammirazione per Russia Today, canale che ha del resto conosciuto la propria consacrazione durante la guerra tra Georgia e Russia del 2008: uno dei corrispondenti basati a Tbilisi, Will Dunbar, aveva allora dato le dimissioni in segno di protesta contro le pressioni di Mosca sulla linea editoriale.


Corteggiando l’ummah islamica

Al di là delle innegabili direttive del Cremlino, esiste una singolare prassi comunicativa utilizzata da RT Arabic per consolidare un seguito nel mondo arabo. Innanzitutto si “corteggiano” quei segmenti di opinione pubblica che si contrappongono all’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione, cavalcando le forme di dissenso interne agli States e stigmatizzando l’Islam politico promosso dalle monarchie del Golfo.
In secondo luogo, il confronto con l’Occidente e con Washington in particolare, si gioca sull’attenzione scevra di pregiudizi dedicata al mondo arabo-islamico da RT Arabic: in questo ambito, la Russia vanta quantomeno una presenza secolare di milioni di musulmani autoctoni, rispetto all’associazione dell’Islam all’immigrazione diffusa in Europa e negli Usa.
Le questioni più delicate, che continuano a incrinare i rapporti tra Mosca e parte dell’ummah(comunità) islamica, come la militanza jihadista caucasica, sono però affrontate senza compromessi. Le priorità della sicurezza nazionale sulle remore dettate dal rispetto dei diritti umani tornano così a inserirsi in un clima da guerra fredda mediatica, dove Mosca mette in guardia l’opinione pubblica euro-atlantica da un supporto incondizionato alle “primavere arabe”, senza prima considerarne le ripercussioni internazionali. Ed è sulla preservazione dello status quo che il Cremlino intende costruire un’agenda condivisa con l’Occidente.
RT Arabic ha tratto certamente ispirazione da Al-Jazeera, paladino dell’informazione anti-occidentale nell’arena mediatica arabofona, ma ha anche colmato il vuoto lasciato dall’emittente qatarense da quando l’onda delle rivoluzioni del 2011 l’ha resa meno indipendente dalle direttive di Doha. Da una parte, l’emittente russa si crogiola nell’anti-americanismo diffuso a livello popolare nel mondo arabo, dall’altra catalizza l’attenzione dell’Occidente sull’ascesa delle fazioni islamiche promossa dai paladini dei diritti umani.


Anti-americanismo in Medio Oriente e a Washington

La maggioranza dei giornalisti condividono una formazione in Russia e almeno uno dei volti più celebri, il conduttore del programma di approfondimento politico Panorama, Artyom Kapshuk, ha prestato a lungo servizio nella diplomazia russa in Medio Oriente prima di approdare ai media. Nell’occuparsi di mondo arabo, RT Arabic difende a spada tratta le posizioni di Mosca in contrapposizione ai media anglofoni.
Attualmente, il principale campo di battaglia è la Siria, dove l’emittente fa spesso affidamentosu corrispondenti embedded nell’esercito governativo. Tra gennaio e febbraio 2013, il conduttore del programma d’intrattenimento Mushahadat (Spettacoli), l’attore egiziano Ashraf Sarhan, si è recato in Siria per mostrare l’idillio delle roccaforti lealiste, la costiera Tartus e la città vecchia di Damasco, come se nel Paese non stesse succedendo nulla. In questa puntata del 31 gennaio, dove Sarhan si fa guidare spensieratamente per le vie diTartus da una cantante locale, non vi è molta differenza dalle pacifiche immagini di vita quotidiana, che scorrono sulle emittenti siriane filo-governative sin dall’inizio della rivolta. La ciliegina sulla torta è Suriya Ya Habibati, l’inno ba’thista che celebra la guerra arabo-israeliana del ’73, intonato dai giovani di un coro di Tartus sotto gli occhi compiaciuti di Sahran.

In generale, gli ospiti di RT Arabic, se non sono completamente allineati con Mosca, ne sono dei critici moderati. In questa puntata di Panorama del 3 maggio 2012, si concede il pulpito a un rappresentante ufficiale dell’Islam russo, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso Aslam Bek Baskashev, perché condanni lo spargimento di sangue che accompagna quelle che l’Occidente chiama “primavere arabe”. Baskashev depreca inoltre l’uccisione di Qaddhafi- e quindi l’intervento NATO in Libia- in quanto pratica anti-islamica.
In questa puntata del medesimo programma datata 21 luglio 2013, viene invece invitato il vice-ministro dei beni di manomorta islamica (Awqaf) kuwaitiano, Adil Abdullah al-Falah, a discutere della percezione negativa del ruolo della Russia in Siria da parte dell’opinione pubblica araba. Al-Falah, che in qualità di presidente di un’associazione islamica, il Centro Mondiale per la Mediazione (al-markaz al-’alamiyy lil-wasatiyyah), è interessato a continuare a organizzare eventi in Russia, preferisce astenersi dal commentare l’alleanza tra Damasco e Mosca per criticare diplomaticamente lo scarso impegno umanitario di Mosca in Siria.


Guerra fredda mediatica

Per quanto riguarda la copertura degli Stati Uniti, il clima è da guerra fredda mediatica. Tra l’altro, è stato ideato un programma dal sapore sovietico, Nabd al-Mustaqbal (Il Battito del Futuro), dedicato alla celebrazione dell’industria bellica russa.
Un ampio spazio viene dedicato ai cavalli di battaglia della controinformazione americana: oltre a Julian Assange di Wikileaks, diversi veri e presunti whistleblowers (informatori), personaggi come Edward Snowden e Susan Lindauer. Quest’ultima, un’attivista pacifista che sostiene di aver collaborato a lungo con la Cia, resa celebre dalle rivelazioni sul presunto coinvolgimento del Mossad negli attentati dell’11 settembre e dalla contestazione del ruolo libico nella strage di Lockerbie del 1988, è stata più volte ospite nel 2013 del programma di approfondimento storico, Rahlah fidh-dhakirah (Viaggio nella Memoria). Naturalmente, Lindauer viene presentata da RT Arabic come un insider della Cia, mentre i legami tra l’attivista e i servizi segreti americani sono stati più volte contestati dalla stampa statunitense.
In una lunga intervista rilasciata da Putin a Russia Today il 13 giugno 2013, il presidente ha anche commentato la copertura data dal canale alla repressione del movimento di protesta americano Occupy Wall Street. Agli occhi del leader russo non è importante condannare o meno le azioni della polizia quando i manifestanti violano la legge, ma abolire piuttosto i parametri diseguali adottati nei media anglo-sassoni per raccontare gli stessi eventi, a seconda del contesto dove si verificano. Come afferma la caporedattrice Margarita Simonyan nella stessa intervista, quando gli abusi della polizia avvengono negli Usa invece che in Russia, l’emittente moscovita si preoccupa di “mettere alla graticola gli Stati Uniti.” RT Arabic adotta gli stessi parametri: ancora più cruciale del contenuto dei reportage è che colpiscano i governi dell’ex-blocco occidentale.

Difatti, lo spazio dedicato ai movimenti anti-governativi interni alla Russia è pressoché inesistente. Basti considerare questo documentario sulla Cecenia del 1 giugno 2013, dove la repubblica caucasica viene presentata come una regione in piena crescita, che ha superato ogni speranza dei suoi abitanti abituati alle macerie della guerra. Una guerra de-agentivizzata, senza alcun riferimento alla brutalità delle truppe russe. In un tentativo di infrangere la leggenda della militanza islamica cecena, ancora piuttosto popolare nel mondo musulmano, le scene girate a Grozny mostrano grattacieli luccicanti, negozi di alta moda e “i più lussuosi hotel del Caucaso, dove soggiornano gli attori Jean Claude Van Damme e Gerard Depardieu.”
I leader religiosi locali fedeli al Cremlino lodano quindi la presidenza di Ramzan Kadyrov, l’uomo di Mosca in Cecenia, mentre un carosello di immagini accompagnate da musica allegra mostra le sue strette di mano con Putin ritratte nei manifesti.

Risulta analogo il tono scelto per commentare il referendum tenutosi lo scorso 16 marzo in Crimea per sancire l’eventuale annessione della penisola ucraina alla Russia, in seguito all’arrivo delle truppe inviate da Mosca: si elogia la partecipazione di massa, il corrispondente descrive il clima “ottimista” che ha accompagnato l’arrivo alle urne di un popolo che “attende di essere ricongiunto alla madrepatria russa dai tempi del crollo dell’unione sovietica.” Mentre il 15 marzo, sul sito di BBC Arabic si sottolinea la presenza a Mosca di manifestazioni divise tra sostenitori e detrattori dell’intervento russo in Ucraina, su RT Arabic lo spazio è riservato ai “45.000 manifestanti scesi in strada a sostegno della popolazione della Crimea a Mosca.” Il paradosso è che la foto utilizzata è identica a quella della BBC, con tanto di bandiere ucraine sventolanti, solo che nel caso di BBC Arabic la didascalia recita “i contestatori in Russia considerano l’intervento in Ucraina una questione vergognosa.”
Più equilibrato l’approccio alle rivendicazioni della minoranza musulmana dei Tartari di Crimea, tornata alla ribalta degli esteri per la sua opposizione all’eventuale annessione alla Russia. In questo caso, RT Arabic riconosce il lungo esilio di cui furono vittime i Tartari sotto Stalin, il quale lì costrinse a migrare verso la l’Asia Centrale all’indomani della seconda guerra mondiale, per punire alcuni membri della comunità che avevano collaborato con i nazisti. Ai Tartari fu possibile ritornare in Crimea solamente negli anni ’80. Per il resto, spetta ai funzionari russi della regione autonoma del Tataristan rassicurare i loro “fratelli” di Crimea sulla prospettiva di un eventuale annessione a Mosca.


La Russia come antidoto all’islamofobia occidentale

Rispecchiare le posizioni di Mosca in Medio Oriente non sarebbe sufficiente a garantire 350 milioni di telespettatori: RT Arabic si è resa infatti promotrice di un approccio al mondo arabo alternativo ad alcuni media occidentali e lontano da pregiudizi islamofobici. Al confronto dei canali arabofoni fondati da BBC, France 24 e CNN, risulta inoltre ammirevole la presenza di ben quattro giornalisti russi, che parlano un arabo eccellente, oltre al consueto team composto di professionisti arabi. Sul sito di RT Arabic viene quindi riservata una sezione all’Islam e numerosi programmi si occupano della diffusione dei precetti islamici in Russia.
In questa puntata del 14 luglio 2008 di Hikayat al-Shabab (Storie di Ragazzi), programma di attualità dedicato ai giovani, si affronta per esempio il tema della poligamia, ricordando come parte dell’opinione pubblica russa la consideri una soluzione alle deficienze del nucleo familiare monogamo. Una delle pratiche più malviste da vasti settori dell’opinione pubblica occidentale diventa così uno spunto di riflessione in Russia, fino a contemplare un aggiornamento della norma coranica che includa la poliandria.
In questo notiziario del 20 gennaio 2009, si parla invece di hijab (velo) in Russia e la contrapposizione con i pregiudizi europei è ancora più intenzionale: dopo aver mostrato la diffusione del velo islamico in ambienti lavorativi e sportivi, dando voce a chi la definisce una conquista successiva alla caduta del muro di Berlino, il corrispondente conclude il servizio con un commento polemico diretto alle società occidentali, dove ci si continua a opporre al codice d’abbigliamento islamico.


La fine della guerra fredda mediatica passa per l’anti-terrorismo

All’interno della programmazione di RT Arabic, così come sulle frequenze dell’emittente anglofona, la considerazione per il dialogo con il mondo musulmano non si eleva comunque al di sopra della necessità di persuadere le cancellerie occidentali della visione di Mosca sul Medio Oriente. Ciò significa che RT Arabic, al di là della sua verve anti-americana, non intende sostituirsi all’Al-Jazeera delle origini e fornire un pulpito mediatico agli al-qa’idisti: nelle parole di Ali Vyacheslav Polosin, vice-presidente del Fondo Caritatevole Russo per la Promozione della Cultura Islamica, intervistato il 25 ottobre 2013, pochi giorni dopo gliattentati di Volgograd, nel corso del programma Hadith al-Yawm (La Conversazione di Oggi), l’ummah islamica è chiamata “a chiarire l’assenza di connessione tra Islam e terrorismo.”
Con una certa componente militante del mondo islamico, dal punto di vista di Mosca, non esiste pertanto nessun dialogo e il messaggio diretto all’Occidente è che le cosiddette “primavere arabe” – termine che fa sorridere Mosca e buona parte della stampa russa – hanno finito per avvantaggiare il radicalismo religioso. Nel corso della puntata del 12 giugno 2013 del programma Liqa’ al-Yawm (L’incontro di Oggi), l’analista Mohammad Rabi’ attribuisce pertanto la responsabilità dell’ascesa degli islamici tanto ai regimi mediorientali quanto ai servizi segreti occidentali, che hanno supportato alcune delle correnti più fondamentaliste. Un’analisi non priva di fondamento, che soffia nella direzione voluta da Mosca, considerate le relazioni tra Cia e Talebani durante il conflitto afghano degli anni ’80.
Sempre Aslam Bek Baskashev, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso, ospite della sopracitata puntata di Panorama, mette così in guardia dalle ripercussioni delle forme di militanza islamica diffusesi in Medio Oriente in parallelo alle rivolte, sottolineando come i giovani musulmani russi considerino il mondo arabo un modello “sacro” da emulare. A parlare sono gli esponenti ufficiali dell’Islam russo, attraverso i quali Mosca suggerisce all’Occidente di non sostenere una destabilizzazione della regione, quando sarebbe preferibile che i regimi mediorientali preservassero una casta di autorità religiose moderate e continuassero a usare il pugno di ferro con i radicali.

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Volgograd bombings shed light on Russia’s “Chechen” approach to Syria

ATTENTION EDITORS - VISUAL COVERAGE OF SCENES OF INJURY OR DEATH Investigators work at the site of a blast on a trolleybus in Volgograd December 30, 2013. A bomb blast ripped a trolleybus apart in Volgograd on Monday, killing 14 people in the second deadly attack in the southern city in two days and raising fears of further violence as Russia prepares to host the Winter Olympics. REUTERS/Stringer (RUSSIA - Tags: CIVIL UNREST CRIME LAW DISASTER TRANSPORT) TEMPLATE OUT


Investigators work at the site of a blast on a trolleybus in Volgograd December 30, 2013. A bomb blast ripped a trolleybus apart in Volgograd on Monday, killing 14 people in the second deadly attack in the southern city in two days and raising fears of further violence as Russia prepares to host the Winter Olympics. REUTERS/Stringer

An article I originally wrote for WOZ Die Wochenzeitung, which was not published in the end. A shorter version was published in Italian for Europa Quotidiano on 19 January 2014. The subheading of the Italian version emphasizes the role of the Gulf monarchies in backing al-Qaeda factions in Syria, which is a bit of a simplification, in my opinion (the reality is more nuanced, some Gulf rulers are not particularly supportive of Islamist factions, in some cases it’s more about private Gulf citizens, religious preachers, etc.). The English version I wrote for WOZ went deeper in analysing the similarities between Chechnya and Syria. I am copying both texts below. 

(January 8, 2014) Between the 29th and the 30th of December 2013, two twin blasts hit the Russian city of Volgograd, resulting in the death of 33 people and 85 injuries. Most analysts link the bombings to a backlash of the Russian stance on Syria: in particular, the speculations hint at the involvement of the Saudis, on the basis of the meetings held between Putin and the Saudi intelligence chief Bandar bin Sultan in August 2013. According to the content of the talks leaked to the Russian press and the Lebanese daily As-Safir, Bandar was turned off despite the set of economic, political and military deals offered to the Kremlin, including the containment of a Chechen insurgent network financed by Riyadh, in exchange for the end of the Russian support for Bashar al-Asad.

After the Americans – the historical ally of the Gulf kingdom – failed to fulfill their promise to intervene militarily against the use of chemical weapons in Syria in August 2013 and they reached a nuclear agreement in November with Iran – regional nemesis of Saudi Arabia – the Volgograd bombings look like the tail strike of an isolated Riyadh.

However, the interests served by the Volgograd bombings stretch to include even the opponents of Riyadh, the Syrian regime and Moscow. Russia might have preferred to fight the Chechen mujahidin in Syria rather than back home, but it would be naive to assume the Kremlin didn’t expect a blowback “bred” in the Syrian training camps.

In an op-ed published on January 2 on the website Ra’i al-Yawm (Today’s Opinion), the veteran editor in chief of the pan Arab daily al-Quds al-Arabi, Abdul-Bari ‘Atwan, points out how the Syrian opposition has actually been weakened by the Volgograd attacks, which are likely to set the so-called “War on Terror” rather than the replacement of Bashra al-Asad as the priority of the upcoming Geneva II peace talks (scheduled on January 22). The negotiations are in fact due to happen in a tense regional situation dominated by the escalation of al-Qa’ida-linked attacks in Lebanon, the al-qa’idist Islamic State of Iraq and the Levant’s (ad-Dawla al-Islamiyya fil-‘Iraq wa Bilad as-Sham, known in English as ISIS) persistent sway over Northern Syria and its recent conquest of the city of Fallujah in Western Iraq. This means that the vision of Damascus and Moscow on the Syrian uprising, which equates it to a foreign-backed destabilization of the regional security, is likely to prevail.

‘Atwan suggests that “those who planned the bombings might have taken [the blow to the Syrian opposition] in consideration.” In relation to this, it ought to be reminded that the strongest battalion of Caucasian mujahidin – the Army of Migrants and Supporters (Jaiysh Muhajirin wa al-Ansar) led by the emir Abu Omar as-Shishani, who is a Chechen from Georgia – has recently merged into ISIS. This latter faction has been accused of having been infiltrated by the regime from all sides: Syrian activists, the Western-friendly armed rebels of the Free Syrian Army, the Kurdish Democratic Union Party (PYD) and even the Salafi Islamic Front (al-Jabhat al-Islamiyya), which is currently fighting a newly erupted war against ISIS. During my stay in Syria in 2013, I gathered witness accounts on Ahmad Muhammad “Abu Rami”, the former Syrian military intelligence chief in Rmaylan (North-Eastern Syria), who allegedly joined the rows of the al-qa’idist Jabhat an-Nusra in November 2012. Numerous Jabhat an-Nusra’s fighters subsequently joined ISIS after its rise to prominence in 2013. The ties between the Syrian regime and the al-qa’idist networks in Iraq at the time of the US occupation are also a matter of fact, and some of the commanders of the major Islamist factions active in Syria today have been “surprisingly” granted amnesty in May 2011, a few months after the outbreak of the uprising. All these factors bring grist to the mill of a Syrian-Russian coordination to stage a false flag attack in Volgograd.

As usual, the truth is exclusively known behind the curtains of intelligence circles, but the Volgograd bombings should convince more observers of the large extent to which the Chechen wars (1994-2009)- and the Caucasian separatism in general- shaped the Russian policies on Syria. As already observed by the Brooking Institution Senior Fellow Fiona Hill in a piece appeared in Foreign Affairs in March 2013, Putin crushed the Chechen insurgencies to prevent what he envisaged as a Balkanization of Russia. And Syria doesn’t look that different to him: it needs the Russian support to maintain national integrity and crush an Islamist-led rebellion, since the Americans would probably behave like in Afghanistan and Lybia, supporting a regime change at the cost of seeing “terrorists” in power.

In February 2012, I met in Istanbul ‘Ammar al-Qurabi, one of the most televised figures of the Syrian opposition, and he confessed me how Georgia was crucial to any shift in the Russian position on Syria already in 2011. Qurabi met with a delegation of Duma representatives in November 2011 and he was told that the US was required to stop interfering in the Russian interests in Georgia.

There are also some striking similarities between the Caucasus and Syria in the religious radicalization of the rebels, as Wahhabism was not popular in Chechnya until the Gulf sponsors started to channel ideology and funds into the Caucasian battlefields. Syria and Chechnya were home to a wide range of moderate Sufi schools, until the Gulf monarchies exported their brand of orthodox Islamism in a bid to support armed resistance. The most well-known Chechen emir fighting in Syria nowadays, ISIS Abu Omar al-Shishani, is believed to be sponsored by the Kuwaiti Salafi preacher Hajaj bin Fahad al-‘Ajmi.
Even the security solution (al-hall al-amniyy) adopted in Syria to crush the uprising has clearly resembled the atrocities committed by Moscow in dealing with the Caucasian insurgents: Chechen families were prevented from burying their dear ones killed by the Russian army and the snipers were regularly deployed to “enforce” this ban. In June 2012, the Syrian director Haytham al-Haqqi wrote for the Pan Arab daily Al-Hayat that it would be enough to replace “Syrian” with “Chechen” in the official statements of the Russian FM Sergej Lavrov to realize that it’s the same old discourse: “the army is legitimately intervening to rescue civilians from terrorists.”

 

Le Olimpiadi di Sochi e la “Syria connection” degli attentati in Russia

L’ombra delle monarchie del Golfo – finanziatrici di al Qaeda in Siria – dietro la nuova ondata di attentati nel sud della Russia

Il 17 gennaio un nuovo attentato ha causato il ferimento di 14 persone a Makhachkala, in Russia, nella repubblica meridionale del Dagestan, una delle roccaforti degli insorti islamici caucasici insieme all’Inguscezia e alla Cecenia. L’attacco fa seguito alla doppia esplosione di Volgograd (29-30 dicembre), che ha causato la morte di 33 persone e 85 feriti. Il tutto a ridosso dei giochi olimpici invernali in programma a Sochi dal 7 febbraio.

La maggioranza degli analisti riconducono gli attentati alla posizione della Russia sul conflitto in corso in Siria: in particolare, i sospetti puntano in direzione di un coinvolgimento saudita, sulla base degli incontri avvenuti tra agosto e dicembre tra Vladimir Putin e il capo dell’intelligence saudita Bandar Bin Sultan. Secondo quanto è stato rivelato al quotidiano libanese As-Safir il 21 agosto scorso, i tentativi del principe Bandar di porre fine al sostegno russo del regime di Bashar al Assad sarebbero infatti falliti, nonostante le offerte economiche, militari e politiche comprendessero la neutralizzazione di una rete di ribelli ceceni finanziata dalla petromonarchia.
Gli attentati di Volgograd sembrerebbero pertanto il colpo di coda di un’Arabia Saudita isolata, tradita dall’alleato storico statunitense, venuto meno alle sue promesse d’intervento militare in Siria a seguito dell’uso di armamenti chimici in agosto e riconciliatosi con l’arcinemico di Riyad, l’Iran, tramite l’accordo sul nucleare siglato a novembre.

Tuttavia, gli attentati di Volgograd e del Dagestan giocano paradossalmente a vantaggio di Mosca e Damasco. Sebbene alla Russia non fosse dispiaciuto “delocalizzare” il conflitto caucasico in Siria, divenuta catalizzatore di centinaia di mujahidin russi unitisi alle file dei ribelli, il Cremlino aveva di certo tenuto in conto il ritorno in patria dei combattenti.

In un editoriale del caporedattore del quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi, Abdul-Bari al ‘Atwan, pubblicato il 2 gennaio sul sito Ra’i al-Yawm (L’Opinione del Giorno), si sottolinea come l’opposizione siriana esca indebolita dagli attentati di Volgograd: la priorità degli imminenti negoziati di Ginevra II (22 gennaio) è infatti diventata la guerra al “terrorismo” piuttosto che la deposizione di Bashar al Assad, in un contesto regionale dominato dagli attentati di matrice qaedista in Libano, dalla persistente influenza dei qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis l’acronimo inglese) nel nord della Siria e dalla loro recente conquista della città di Fallujah, nell’Iraq occidentale.

Ciò significa che la visione di Mosca e Damasco sulla rivoluzione siriana, ridotta a destabilizzazione della sicurezza regionale finanziata da varie potenze internazionali, potrebbe avere la meglio al tavolo dei negoziati. Come suggerito da ‘Atwan, lasciando supporre un coinvolgimento di forze alleate al regime siriano, «chi ha pianificato la realizzazione degli attentati potrebbe aver tenuto questo [danno inflitto all’opposizione siriana] in considerazione».

Al di là dell’identità dei perpetratori, nota esclusivamente alle sfere dell’intelligence internazionale, gli attacchi verificatisi in Russia ricordano la stretta connessione tra il separatismo caucasico e la posizione del Cremlino sulla Siria. Come già osservato dalla studiosa Fiona Hill della Brookings Institution, in un articolo pubblicato da Foreign Affairs a marzo del 2013, Putin guidò la repressione della seconda insurrezione cecena (1999-2009) spinto dalla convinzione di lottare contro la balcanizzazione della Russia. Ai suoi occhi, la Siria non è poi così diversa: necessita il sostegno di Mosca per preservare l’integrità territoriale e reprimere una rivolta guidata da “terroristi” islamici.

Il 29 febbraio 2012, a Istanbul, Europa aveva appreso da ‘Ammar al Qurabi, uno dei volti televisivi più noti dell’opposizione siriana, come la Georgia – e quindi il Caucaso in generale – fossero cruciali ai fini di un cambiamento della posizione russa sulla Siria già dal 2011: nel corso di un incontro con Qurabi del novembre 2011, la delegazione della Duma aveva infatti posto tra le condizioni la fine delle interferenze statunitensi in Georgia.

Tra Cecenia e Siria, non sfuggono poi le somiglianze nella radicalizzazione religiosa dei ribelli. L’ortodossia wahhabita – corrente ultraconservatrice dell’islam nata in Arabia saudita – non era affatto diffusa nella repubblica caucasica finché le monarchie del Golfo non hanno iniziato a sostenere la causa dei mujahidin: la Siria e la Cecenia erano al contrario terreni fertili di numerose correnti moderate di sufismo.

Attualmente, stando a quanto riportato da uno dei massimi esperti di Siria, il professor Joshua Landis, il principale comandante ceceno attivo in Siria, l’emiro dell’Isis Abu ‘Omar al Shishani, viene finanziato dal predicatore salafita kuwaitiano Hajaj bin Fahad al ‘Ajmi. Il regime siriano sembra poi aver trovato una fonte d’ispirazione anche nelle tecniche repressive adoperate da Mosca: alle famiglie cecene veniva infatti impedito di seppellire i familiari uccisi dall’esercito russo, pena la morte incombente dai cecchini appollaiati sui tetti.

Il 16 giugno 2012, il regista siriano Haytham al Haqqi ha scritto in un articolo pubblicato dal quotidiano panarabo Al-Hayat che basterebbe sostituire il termine “siriano” con “ceceno” nelle dichiarazioni sulla Siria del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov per accorgersi di come si tratti dello stesso vecchio discorso: «L’esercito è legittimato a intervenire per salvare i civili dai terroristi».

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Le ripercussioni della rivoluzione siriana sull’Iraq

Il 5 marzo è uscito il nuovo numero di Limes sulla Siria. Vi ho contribuito con un articolo sui curdi siriani (“I curdi tra incudine e martello”) e le implicazioni estese al Kurdistan in senso lato (iraniano, turco ed iracheno), uno ‘a sei mani’ con Lorenzo Trombetta e Lorenzo Declich (“Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana”) e uno in collaborazione con Eva Zeidan (“Tra Hama e Hims, epicentro delle stragi”). Un altro mio articolo sulle ripercussioni della rivoluzione siriana in Iraq (“Il fattore Iraq nella guerra di Siria”) è stato invece pubblicato sul sito di Limes il 14 marzo 2013. Non sono un sostenitore della terminologia “guerra siriana” adoperata ampiamente da Limes per definire la rivoluzione siriana (e non ho scelto il titolo del mio articolo sull’Iraq), poiché tende a livellare quella che è nata come una rivolta popolare a scontro tra due fazioni. Resto però consapevole delle dimensioni geopolitiche del conflitto in corso in Siria, che coinvolge molti attori regionali e non in una vera e propria ‘proxy war’.

n.b.: non so perché ma le ‘shin’ arabe vengono traslitterate con una semplice ‘s’ sul sito di Limes.

Il fattore Iraq nella guerra di Siria

di Andrea Glioti

Iraqi Sunni Muslims take part in an anti-government demonstration in Falluja

Il fallimento dell’esperimento democratico avviato dagli Usa a Baghdad rafforza il nascente jihadismo siriano, che trova una sponda in Iraq. La geografia dei gruppi tribal-confessionali. Il ruolo di Russia e Turchia. Verso una regionalizzazione del conflitto?

La storia moderna delle relazioni siro-irachene è quella di due fratelli divisi da un’insormontabile rivalità. Fratelli, in quanto prodotti politici dell’ideologia baatista, divisi dall’esilio iracheno del padre intellettuali del partito, Michel ‘Aflaq, espulso dai giovani golpisti siriani nel 1966. I due fratelli rimangono separati negli anni di Saddam (1979-2003) e Hafiz al Asad (1970-2000), quando Damasco stringe una duratura alleanza con l’Iran e lo supporta nella sua resistenza contro l’aggressione irachena (1980-88). Anche in occasione della seconda guerra del Golfo (1991), la Siria assume posizioni antitetiche e appoggia l’intervento americano in Kuwait.

Eppure, le strategie adottate dal gruppo di ufficiali al potere nei due paesi sono affini: provengono da una minoranza (sunnita nel caso iracheno, alauita in quello siriano); ripudiano ufficialmente il confessionalismo, ma fanno affidamento su correligionari e membri del proprio clan ai vertici dei servizi di sicurezza; si professano laici, ma terrorizzano le minoranze con lo spettro di opposizioni islamiche intolleranti, cosicché i sunniti diventano jihadisti salafiti nella retorica di al-Asad e gli sciiti iracheni degli iraniani desiderosi d’instaurare un’altra repubblica islamica (1).

 

Solo nel 2003, dichiarando la sua opposizione all’invasione americana, Damasco si schiera con i fedelissimi di Saddam, aprendo le porte al vicepresidente ‘Izzat al-Duri e al segretario del consiglio regionale iracheno del Ba‘t Yusuf al-Ahmad, oltre a intensificare i legami con numerosi circoli jihadisti sunniti, cui permette l’ingresso in Iraq dai suoi confini. Il regime di Bassar al-Asad si inimica così il nuovo establishmentislamico sciita di Baghdad, almeno fino al 2008, quando avvia un riavvicinamento protrattosi sino ai giorni nostri.

 

Nel contesto dell’attuale offensiva antiraniana portata avanti dall’asse che congiunge Turchia e paesi del Golfo, Baghdad è legata in modo indissolubile all’Iran, prima che alla Siria, ma non può rischiare di rimanere l’unico governo arabo filo-iraniano, nell’eventualità della caduta di al-Asad e dell’ascesa di un’opposizione memore dei legami tra al-Maliki e il regime. L’Iraq necessita quindi dell’appoggio di una superpotenza come la Russia e Mosca è interessata a compensare la perdita dei mercati libici e siriani, limitando l’egemonia statunitense nella regione. Questione problematica nel caso iracheno, poiché gli Usa rimangono l’artefice e il principale sponsor militare dell’attuale governo. Le pressioni americane impongono così a Baghdad di ripiegare su una posizione neutrale di facciata in merito alla Siria. L’altro aspetto fondamentale della vicinanza agli Asad è il contenimento del cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara, sponsor di punta dell’opposizione siriana e più volte intromessasi anche negli affari iracheni, creando tensioni tra le varie comunità.

 

Baghdad non s’illude certo che la Siria sia in grado di contenere il movimento dei nemici dell’Iraq sul proprio territorio, ripagando la fedeltà di al-Maliki. I baatisti al-Ahmad e al-Duri potrebbero infatti non essere più in Siria e godere già dell’appoggio saudita contro la classe dirigente sciita irachena. D’altronde, Damasco ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione lungo linee confessionali, in virtù dei suoi radicati legami con i circuiti jihadisti sunniti. Ma il risvolto più preoccupante del ritorno dei jihadisti iracheni in Siria, supportati dalle formazioni siriane, non è il jihadismo in sé, quanto il fatto che esso troverebbe un fertile terreno di rivendicazioni e malcontento sociale in Iraq. La militanza islamica potrebbe finire per coinvolgere fasce dell’elettorato sunnita, che in passato hanno preso le distanze dalla lotta armata contro il governo, come i leader tribali, i cittadini colpiti dalla campagna di de-baatificazione, gli ex combattenti delle sahwa (milizie formate da clan arabi sunniti, istituite dalle truppe americane per combattere gli insorti) esclusi dalle istituzioni militari controllate dagli sciiti. L’Iraq è infatti tornato a essere teatro di manifestazioni di massa su scala nazionale: oggetto della contestazione è il dispotismo di al-Maliki e il suo uso indiscriminato delle leggi antiterrorismo.

 

Se le proteste del 2011 scoppiate sull’onda del tumulto regionale avevano coinvolto sia la capitale sia le province sciite meridionali, con un ruolo preminente di intellettuali e giornalisti, le manifestazioni in corso dal dicembre 2012 hanno un carattere prettamente confessionale. Si tratta di un altro parallelismo con la Siria, dove la confessionalizzazione militarizzata ha rappresentato una seconda fase della rivolta (2). Anche se, a dispetto della connotazione sunnita, i leader tribali sono riusciti finora a limitare le violenze in Iraq. Seppure a livello embrionale, sono emersi nuovi collettivi che mirano a sfruttare l’occasione per catalizzare il malcontento sunnita e attrarre finanziamenti da Turchia e paesi del Golfo. I legami tra questi ultimi e tribù arabe siro-irachene sono oltremodo fluidi al momento, in virtù del crollo del sistema di clientelismi instaurato dal regime di al-Asad e delle tensioni in crescita tra al-Maliki e i leader clanici. Per il primo ministro iracheno, la chiave di volta per evitare un destino simile ad al-Asad sono le riforme e l’inclusione dell’opposizione, su cui era stato formato il governo nel 2010. Altrimenti, l’Iraq rimarrà il prodotto di una transizione democratica forzata e incompiuta, un paradossale scambio di ruoli tra oppressi e oppressori.

 

È innegabile che il premier sciita iracheno Nuri al-Maliki debba anche a Damascola sua carriera politica, essendogli stato concesso di proseguire le attività del partito islamico al-Da‘wa (La chiamata) dalla capitale siriana per ben diciassette anni d’esilio coatto (3). Tuttavia, dalla caduta di Saddam le relazioni con il regime siriano sono diventate molto più problematiche di quelle indissolubili, di carattere ideologico, che legano i partiti islamici sciiti iracheni a Teheran. L’Iran è il vero garante del potere di al-Maliki, persino quando viene contrastato da altri esponenti sciiti (4).

 

Per quanto riguarda invece la Siria, al di là dell’incongruenza ideologica – che contraddistingue peraltro anche i rapporti siro-iraniani – l’approccio iracheno è sempre stato fondato sul sospetto. Fino al 2010 al-Maliki ha continuato ad accusare al-Asad di finanziare e nascondere i baatisti responsabili di alcuni degli attentati più sanguinari in Iraq (5). Ciononostante, la nomina nel 2008 di un ambasciatore siriano in Iraq, il primo tra tutti i paesi arabi dopo la caduta di Saddam, aveva già segnato l’inizio di una distensione, fondata su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza da parte siriana, in cambio di legami economici più stretti con l’Iraq (6). Ancora più determinanti, nel mutare l’attitudine del premier iracheno verso la Siria, sono state le pressioni esercitate da Teheran su Damasco, affinché supportasse al-Maliki invece che ‘Allawi alle elezioni del 2010 (7).

 

A parte l’Iran, l’attore principale che ha interesse a mantenere l’Iraq al fianco della Siria è senza dubbio la Russia, nel tentativo di recuperare un regime come quello iracheno, in cui Washington nutre scarsa fiducia per via dell’influenza iraniana (8). Vi sono però difficoltà non indifferenti, essendo il Pentagono il primo fornitore dell’esercito iracheno. A ottobre, l’Iraq ha siglato un accordo di oltre quattro miliardi di dollari per l’acquisto di elicotteri e sistemi antiaerei da Mosca, un affare che avrebbe reso Baghdad il secondo acquirente di armi russe al mondo dopo l’India (9). Finora il primato mediorientale nell’acquisto di armi russe era detenuto dalla Siria. Che non si tratti solo di affari lo hanno confermato le dichiarazioni di Putin, secondo cui le posizioni dell’Iraq e della Russia sulla Siria sono «identiche» (10). Dal 10 novembre 2012 l’accordo rischia però di essere annullato, essendo stata aperta un’inchiesta per corruzione. Prevedibilmente, il sospetto ricade su un intervento di boicottaggio degli Usa, in pieno stile guerra fredda, nonostante la Casa Bianca abbia ufficialmente sminuito l’importanza dell’accordo (11). Non a caso, parallelamente all’affare russo l’Iraq ha approvato il 24 gennaio un anticipo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto dei primi diciotto caccia F16 americani su un totale di trentasei (12). Una vera e propria contesa per il mercato militare iracheno, sulla quale gli Usa sembrano avere momentaneamente la meglio (13).

 

L’ufficiale neutralità ostentata da al-Maliki sulla crisi siriana non è però risultata convincente agli occhi degli Stati Uniti: convinta che l’Iraq funga da corridoio per il passaggio di armi e milizie iraniane, la Casa Bianca ha continuato ad accusare Baghdad di trascurare i controlli pattuiti. Ad avvalorare le tesi americane concorrono le perquisizioni degli aerei iraniani diretti in Siria, due nell’arco degli ultimi cinque mesi, di cui una effettuata «per errore» su un volo di ritorno da Damasco (14). Il governo iracheno viene inoltre accusato di vendere olio combustibile a basso costo al regime siriano, per aiutarlo ad aggirare le sanzioni internazionali (15).

 

Sul piano degli equilibri internazionali, l’altra priorità di al-Maliki è il contenimento delle ambizioni egemoniche turche nel Vicino Oriente. I partiti sciiti si sono lamentati ripetutamente delle interferenze turche: ad esempio, Istanbul ospita da oltre un anno il vicepresidente iracheno Tariq al-Hasimi di al-hizb al-islami al-‘iraqi (Partito islamico iracheno), considerato un perseguitato (sunnita, s’intende), nonostante sia stato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. Il 2 agosto 2012, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha inoltre visitato Kirkuk, storico pomo della discordia dai ricchi giacimenti petroliferi, conteso tra arabi, curdi e turcomanni, suscitando l’ira delle autorità di Baghdad, per aver informato del suo arrivo solamente le autorità del Kurdistan iracheno (16). La mossa di Davutoglu è stata chiaramente percepita come un tentativo di aggirare i partiti sciiti e proporsi come mediatore fra le tre comunità. Si comprende pertanto un altro dei motivi per cui al-Maliki si mantiene a distanza dall’opposizione siriana sponsorizzata da Ankara.

 

Sul piano internazionale, al-Maliki sta cercando d’interpretare i cambiamenti della regione, ma ciò non sarà sufficiente ad arginare le minacce più immediate poste dal collasso del regime siriano.

 

Durante la sua ultima apparizione televisiva, il 5 gennaio 2013, ‘Izzat al-Duri è stato chiaro su come intenda sfruttare l’attuale ondata di proteste nelle province sunnite per lanciare una nuova chiamata alle armi. L’ex vicepresidente afferma quindi di trovarsi nella provincia irachena di Babele. Ciò che sembra evidente è che al-Duri non si trovi più in Siria, mentre diversi indizi fanno ipotizzare una sua presenza in Arabia Saudita (17). Il supporto del regno wahhabita non rappresenta un’ipotesi illogica, se si considera come i rapporti tra baatisti iracheni e al-Asad si fossero già incrinati nel 2007, con il riavvicinamento di Damasco a Baghdad (18) e quanto l’aumento del malcontento popolare verso al-Maliki sia propizio all’agenda antiraniana condivisa dalle petromonarchie e dai baatisti iracheni.

 

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

 

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

 

Le proteste sono scoppiate il 23 dicembre 2012. Il pretesto: l’ennesimo arresto di membri della scorta di personalità di spicco sunnite, accusati di terrorismo. Il bersaglio: il ministro delle Finanze Rafi‘ ‘Isawi, ultimo esponente dell’Mni rimasto a occupare un ministero di rilievo e sostituito da al-Maliki con un ministro sadrista ad interim, conferendo tinte ulteriormente confessionali all’attuale governo. La frustrazione dell’elettorato sunnita non riguarda solo la visibilità politica: i manifestanti chiedono l’abrogazione dell’articolo 4 della legge antiterrorismo, che consente detenzioni preventive senza capi d’imputazione o processi, il rilascio dei detenuti vittime di questa norma e una riforma della legge sulle epurazioni antibaatiste, che ha limitato l’assunzione di numerosi sunniti qualificati in posizioni governative.

 

Le province dove sono esplose le proteste (Ninive, Diyala’, Salah al-Din, Kirkuk e soprattutto Anbar (22)) sono quelle dei combattenti sottopagati delle sahwa, quotidianamente alle prese con gli insorti sunniti e sempre più tentati di unirsi a loro. Una volta ritiratesi le truppe americane (fine 2011), numerosi membri delle sahwasono rimasti senza lavoro (23); i ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre all’intelligence, restano controllati da uomini di fiducia di al-Maliki, in qualità di ministri ad interim. Non è un caso che, il 29 gennaio, il governo abbia reagito alle proteste promettendo di incrementare i salari delle sahwa (24).

 

A differenza delle manifestazioni scoppiate a febbraio del 2011 sull’onda dei tumulti regionali e represse brutalmente dal governo Maliki, le proteste in corso hanno una chiara dimensione tribale e confessionale, anche solo a giudicare dalle province interessate e dai protagonisti. Le relazioni tra i leader tribali sunniti (25) e il primo ministro sono critiche, basti pensare alla reazione del leader delle  di Anbar, Sayh Ahmad Abu Risa, all’uccisione di alcuni manifestanti a Falluga (Anbar) per mano dell’esercito il 25 gennaio: il capo clan ha minacciato di lanciare il jihad contro i soldati se i responsabili non fossero stati assicurati alla giustizia entro una settimana (26).

 

Per comprendere il peso economico di queste tribù, basti ricordare che le immense riserve di gas ancora vergini di ‘Akkaz si trovano nella provincia di Anbar, 30 chilometri a sud del passaggio di frontiera siriano di al-Qa’im, al di là del quale molti parenti dei clan iracheni combattono nelle file dell’opposizione siriana. La più importante città siriana nei pressi del confine iracheno, nonché fulcro dell’industria petrolifera siriana, Dayr al-Zawr, sarebbe attualmente quasi in mano all’opposizione.

 

L’ex ambasciatore siriano in Iraq Nawaf al-Faris, passato all’opposizione nel luglio 2012, è il leader del potente clan di al-Garrah dell’area di al-Bukamal, adiacente al confine iracheno. Al-Garrah fa parte della confederazione tribale ‘Aqidat, la più grande della Siria orientale, con estensioni fino in Arabia Saudita (27). È proprio attraverso queste reti che le potenze del Golfo riescono a inserirsi nel conflitto siriano (28): prima di disertare, al-Faris subì infatti consistenti pressioni da parte dei leader dell’‘Aqidat perché smettesse di armare i miliziani lealisti. Molti altri leader tribali hanno scelto di supportare l’opposizione siriana: nel marzo 2012, un altro clan di spicco di Anbar, i Dulaym, ha rivelato alla stampa americana di aver inviato centinaia di migliaia di dollari e combattenti a Dayr al-Zawr (29). Secondo Nawaf al-Basir, leader di un’altra delle principali tribù siro-irachene (la Baqqara), fino ad allora il capo della Dulaym, Magid ‘Ali Sulayman, era il garante del controllo del confine iracheno per conto di Maliki, che gli aveva affidato il monitoraggio del traffico d’armi gestito dai clan sunniti (30).

 

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

 

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Per approfondire leggi “Guerra mondiale in Siria“, disponibile anche su iPad.

Note

(1) «Syrian Wounds and Iraqi Scars», OpenDemocracy, 24/9/2012
(2) La prima fase, relativamente pacifica, si estende da metà marzo a fine luglio 2011. Si può però parlare di fase militare solo nel 2012, in seguito ai primi tre attentati degni di nota verificatisi a Damasco e Aleppo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.
(3) Anche il presidente iracheno Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) deve molto a Damasco, avendovi fondato il suo partito. Di fatti le posizioni di Talabani sulla rivoluzione siriana sono molto più ambigue di quelle del presidente del Kurdistan iracheno, Mas‘ud Barzani.
(4) È stato il caso di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, costretto a desistere dal voto sulla sfiducia a Nuri al-Maliki lo scorso giugno. Si veda al-Sarq al-Awsat, 4/6/2012, goo.gl/rTSWM
(5) Déjà Vu All Over Again? Iraq’s Escalating Political Crisis, International Crisis Group (Icg) Report n. 126, 3077/2012, p. 14
(6) In particolare, l’utilizzo iracheno dei porti mediterranei siriani, la riapertura dell’oleodotto che congiunge Kirkuk alla città costiera siriana di Baniyas, il collegamento dei giacimenti di gas di ‘Akkaz alle raffinerie siriane, la creazione di aree di libero scambio lungo le frontiere e l’integrazione delle reti ferroviarie nazionali. Cfr. Reshuffling The Cards (II): Syria’s New Hand, Icg Report n. 93, 16/12/2009, pp. 15-16
(7) Ibidem, p. 14. Le elezioni si sono concluse con la formazione di un governo di coalizione tra i maggiori partiti islamici sciiti, l’Alleanza del Kurdistan e l’Mni di ‘Allawi. Di fatto però, al-Maliki ha mantenuto vacanti tre ministeri, assegnandoli a suoi uomini di fiducia, invece di ripartirli all’interno della coalizione.
(8) Cfr. Russia Today Arabic, 12/11/2012 (goo.gl/YVea1) e 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG) – e al-Safir, 17/11/2012 (goo.gl/w4bZ6)
(9) «Inside Story: What is behind Iraq’s Arms Deal with Russia», Aljazeera, 10/10/2012.
(10) Cfr. Russia Today Arabic, 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG).
(11) Al caso di corruzione si sommano i timori di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, per un eventuale utilizzo dell’artiglieria contro i curdi. I rapporti tra al-Maliki e Barzani sono molto tesi, dopo che a novembre si è sfiorato un conflitto etnico nei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni, in seguito al dispiegamento del Commando operativo del Tigri agli ordini del premier. I curdi rivendicano un territorio ben più ampio di quello concesso loro, che si estenderebbe anche alle province di Kirkuk, Ninive, Salah al-Din, Diyala e Wasit.
(12) Si veda al-Hayat, 24/1/2013 (goo.gl/fvQnc); «Iraqi Dispute over Alleged Israeli Device in F-16 Purchase», al-Monitor, 7/11/2012.
(13) «Iraq Signs Contract for 18 F-16 Fighter Jets», Press Tv, 19/10/2012.
(14) Cfr. al-Mada, 30/10/2012 (goo.gl/9qnbP); «Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to U.S. Dismay», The New York Times, 2/12/2012.
(15) «Iraq Lacks a Unified Foreign Policy Because It Lacks a Unified Country», Musings On Iraq, 16/1/2013; «Iraqi Shi’ite Militants Fight for Syria’s Assad», Reuters, 16/10/2012.
(16) Cfr. al-Monitor, 3/8/2012 (goo.gl/oO09Q).
(17) «Where Is Izzat al-Duri?», Iraq and Gulf Analysis, 8/4/2012; «Saddam’s Vice President Izzat al-Duri Did not Travel to Saudi Arabia via Erbil airport», EKurd.net, 13/11/2012.
(18) «Revenging Aflaq (i): Former Iraqi Baathists In Syria: Who Are These Guys?», WikiLeaks, documento proveniente dall’ambasciata americana di Damasco datato 1/10/2009 (goo.gl/EE0H9). Fonti interne al Partito dell’accordo nazionale di ‘Allawi accennano a contatti tra al-Duri, Aõmad e alcuni paesi del Golfo già l’anno scorso: al centro vi sarebbe l’offerta di una fuga sicura in cambio di un chiaro sostegno alla rivoluzione siriana. Cfr. al-Siyasa, 12/8/2012 (goo.gl/S2VY2).
(19) Tentative Jihad: Syria’s Fundamentalist Opposition, Icg Report n. 131, 12/10/2012, p. 3
(20) Il Fronte è uno dei pochi collettivi jihadisti siriani a ricorrere agli attentati suicidi, marchio di fabbrica di al-Qa‘ida in Iraq. Cfr. ivi, pp. 11-12. Uno dei forum di riferimento più noti dei jihadisti globali è il Shamikh1.info, contenente numerosi riferimenti al fronte iracheno e maliano.
(21) Si pensi al massacro della prigione di Saydnaya (5 luglio 2008), quando un gruppo di jihadisti in stretti rapporti con il regime siriano organizzò una sedizione. Cfr. «When Chickens Come Home to Roost: Syria’s Proxy War in Iraq at Heart of 2008-09 Seidnaya Prison Riots», Wikileaks, documento dell’ambasciata americana di Damasco datato 24/2/2010. Il regime siriano è anche noto per i legami sospetti costruiti con il gruppo jihadista Fath al-Islam, attivo nel campo palestinese di Nahr al-Barid (Tripoli, Libano).
(22) Per una mappatura aggiornata delle proteste, cfr. Political Update: Mapping the Iraq Protests, Institute for the Study of War.
(23) Si veda il quotidiano panarabo ‘Ilaf, 2/9/2012, goo.gl/WB4eC
(24) PUKmedia, 31/1/2013 (goo.gl/kSjAz).
(25) Per una panoramica delle tribù arabe irachene, cfr. A. AL-‘AZZAWI, Le tribù dell’Iraq (‘Aas’ir al- ‘Iraq), consultabile presso Irq4all.com.
(26) «Iraq Sunnis Threaten Army Attacks after Protest Deaths», Bbc, 26/1/2013. Abu Risa è stato inoltre punito per il suo ruolo attivo nelle proteste, venendo privato della scorta: cfr. al-Sarq al-Awsat, 1/2/2013 (goo.gl/MgExp).
(27) «A Damascus Loyalist Defects as Violence Affects the Tribes», The National, 16/7/2012.
(28) «Tribal Bonds Strengthen the Gulf’s Hand in a New Syria», The National, 16/2/2012.
(29) «Iraqi’s Sending Arms, fighters into Syria», Cnn, 28/3/2012.
(30) «Magid ‘Ali Sulayman ha ricevuto 10 milioni di dollari (…) e 50 guardie del corpo da Nuri al-Maliki: lo scopo è di impedire ogni sorta di traffico attraverso il confine siriano, la tribù controllerà la frontiera al servizio degli interessi della Siria. (…) Esiste inoltre un progetto per espandere i confini delle province irachene sciite di Karbala’ e Nagaf lungo il confine giordano-saudita, per creare una sorta di “cintura sciita” a spese della provincia sunnita di Anbar», intervista del’autore a Sayh Nawaf Basir, Istanbul, 29/2/2012.
(31) al-Sumariyya TV, 15/8/2012 (goo.gl/7nuwk).
(32) Se n’è parlato sulla stampa iraniana ed egiziana, citando il quotidiano socialista turco Aydinlik Gazete, che a fine gennaio ha pubblicato un reportage sul presunto addestramento ricevuto nella centrale della polizia di Golbasi (Ankara). Sempre secondo la stampa turca, l’Eil raggrupperebbe combattenti baatisti; esso sarebbe un’iniziativa di ‘Izzat al-Duri e del vicepresidente Tariq al-Hasimi, latitante in Turchia. Cfr. «Turkey Training anti-Iraq Ba’athi militants: Turkish media», PressTV, 26/1/2013; al-Yawm al-Sabi‘, 12/2/2013 (goo.gl/MigAx)
(33) Nella formazione del collettivo militare sarebbe Taha al-Dulaymi, un predicatore islamico sunnita. Il primo comunicato dell’Eil fa già riferimento alle rivendicazioni dei manifestanti; tuttavia, secondo alcuni politici dell’Anbar, nonostante le pressioni turche persistono rivalità tra leader baatisti e tribali ai vertici dell’organizzazione. Ciononostante, a dicembre al-Maliki ha affermato di aver formato un nuovo nucleo delle Forze di sicurezza nelle province di Ninive, Kirkuk e Diyala per fronteggiare l’Esercito libero. Cfr. «A Wary Iraq Weighs Its Options as Syrian Civil War Deepens»,Christian Science Monitor, 6/12/2012.
(34) Al contrario, le ultime notizie testimoniano un continuo utilizzo indiscriminato delle epurazioni antibaatiste: il presidente dell’Alta commissione elettorale indipendente, Miqdad al-Sarifi, ha riferito di recente che 131 candidati baatisti sono stati esclusi dalle prossime elezioni, in programma il 20 aprile; il 14 febbraio, il presidente della Corte federale Medhat Mahmud è stato deposto dal suo incarico dalla Commissione di de-baatificazione; gli operai della compagnia petrolifera di Stato sostengono che al-Maliki voglia applicare l’articolo 4 della legge sull’antiterrorismo contro di loro, solo per aver chiesto la distribuzione di 365 miliardi di dollari di profitti e il licenziamento del direttore (goo.gl/1h1W0).

(14/03/2013)
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Guerra fredda in Siria

Il punto della situazione sulla Siria nel dicembre 2012, per quanto sia possibile menzionare tutti i fattori in campo in un articolo di 5000-6000 battute. Pubblicato su Left-Avvenimenti

La guerra fredda della Siria

di ANDREA GLIOTI

Sulla via di Damasco si affrontano i vecchi schieramenti: da una parte gli Usa e l’Europa. Dall’altra la Russia e la Cina

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A dispetto dell’attenzione mediatica suscitata dagli allarmismi sulla presenza di armi chimiche, che il regime siriano o alcuni gruppi radicali dell’opposizione si preparerebbero a utilizzare, la guerra fredda tra l’asse russo-cinese-sciita e quello occidentale-sunnita sembra continuare a bloccare ogni opzione interventista. L’obiettivo a lungo termine (comodo anche a Israele) rimane la distruzione completa dell’apparato militare siriano con il minimo sforzo possibile: a corroborare questa tesi concorrono la freddezza di Tel Aviv nei confronti di un intervento militare e il distacco occidentale dall’opposizione armata siriana, oggi caratterizzata dall’ascesa di gruppi radicali islamici.

Il regime non è riuscito ad aprire un dialogo con l’opposizione, e del resto il principale rappresentante politico di quest’ultima, la Coalizione nazionale per le forze siriane rivoluzionarie, rifiuta qualsiasi colloquio con Assad. Anche il fallimento della missione dell’inviato Onu Lakhdar Brahimi suggerirebbe il profilarsi di un scenario interventista. La resistenza russa alla richiesta di dimissioni di Assad come prerequisito dei negoziati non sembra tra l’altro attenuarsi, nonostante i recenti colloqui tenutisi tra Mosca, Ankara, Washington e Onu.

Il ripresentarsi del quadro precedente all’invasione americana dell’Iraq, con Stati Uniti e Gran Bretagna in prima linea nello sbandierare presunte prove di un prossimo utilizzo di armi chimiche da parte di Damasco, sembrerebbero spingere nella stessa direzione. Ufficiali dell’Esercito libero siriano (Esl) hanno iniziato a far circolare diversi video che mostrerebbero la confisca di armamenti chimici e maschere anti gas in possesso delle forze governative. Il vice primo ministro israeliano, Moshe Yaalon, ha tuttavia ridimensionato gli allarmismi, escludendo una minaccia chimica siriana imminente nei confronti di Tel Aviv. Israele ha voluto pertanto mettere in chiaro che, per il momento, non si parla di nessun intervento.

D’altra parte, il consenso Nato al dispiegamento delle batterie di missili Patriot in Turchia sembrerebbe preludere a un’altra forma di intervento militare, la no-fly zone agognata dall’opposizione siriana. Ma fonti d’intelligence francese rivelano che la Russia avrebbe immediatamente risposto, recapitando nel porto di Tortosa il primo cargo di missili Iskander, particolarmente efficaci contro i Patriot. La Nato ha rassicurato Mosca sulla funzione “difensiva” delle sue armi, che verranno collocate in territorio turco invece che lungo il confine. Uno scenario da guerra fredda, orientato all’equilibrio delle forze in campo piuttosto che allo scontro.

L’altro scenario d’intervento occidentale, quello indiretto finalizzato ad armare l’opposizione, continua ad essere ostacolato dalla presenza di frange radicali islamiche. Sia la Coalizione nazionale che il suo sponsor più agguerrito, la Francia, stanno cercando di rassicurare Usa e Ue che gli estremisti verranno marginalizzati. Secondo quanto riportato dal quotidiano libanese As-Safir, i servizi segreti transalpini sarebbero attivi in Siria per esaminare la struttura dell’opposizione armata e i suoi legami con al Qaeda. Parigi vuole assicurarsi il supporto dell’Unione nell’eliminare il divieto di import di armi alla Siria, che ha finora limitato i rifornimenti di armi tecnologicamente avanzate ai rivoluzionari. A febbraio, allo scadere dell’embargo, potrebbero gia cambiare le carte in tavola.

Eppure la fiducia occidentale nell’opposizione non ha ancora raggiunto i livelli necessari: al di fuori del mondo arabo, solo Francia, Regno Unito e Spagna hanno riconosciuto la Coalizione nazionale come “unico” rappresentante del popolo siriano. Complice il fatto che gruppi inclusi nella lista dell’anti terrorismo americano come il Fronte al-Nusra abbiano preso recentemente il controllo di basi militari strategiche, come quella di Shaykh Suleiman a nord di Aleppo.  Così, mentre la guerra fredda in Siria non sembra voler essere interrotta in tempi brevi da un intervento militare, i siriani si preparano al secondo lungo inverno di sangue, fame e freddo.

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