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L’appello di Padre Paolo e’ il nostro appello per lui: a un anno dal rapimento (July 2014)

Padre-Paolo-Dall-Oglio

L’appello di padre Paolo è il nostro appello per lui
DI REDAZIONE – 27 LUGLIO 2014
POSTATO IN: RIVOLTA 15 MARZO, SIRIA

http://www.sirialibano.com/siria-2/lappello-padre-paolo-dalloglio-appello-per.html

A un anno dal sequestro di padre Paolo Dall’Oglio, gesuita romano scomparso nel nord della Siria, abbiamo deciso di chiedere a tutti di auspicarne il rilascio rilanciando la sua petizione a Papa Francesco. Nella certezza che questa lettera contenga la riprova di tutto l’amore di padre Paolo per gli arabi cristiani e per le tutte le altre comunità con cui gli arabi cristiani da secoli convivono. Crediamo anche che con questa lettera si esprima al meglio la visione di padre Paolo di fronte all’enorme tragedia che, già prima del suo sequestro, si stava abbattendo su tutto il Medio Oriente. La catastrofe siriana è oggi accompagnata dall’attualità di altre tragedie che sconvolgono il Medio Oriente, da Gaza fino a Baghdad, che non si possono più leggere disgiuntamente.

Padre Paolo aveva visto l’ingiustizia con i suoi occhi in Siria. E in questo appello voleva ammonire tutti di fronte al pericolo reale che la strategia della violenza degli Asad avrebbe prodotto una reazione di violenza diretta, a catena. Padre Paolo sapeva che se la violenza degli Asad non fosse stata condannata e fermata in tempo, saremmo arrivati proprio dove siamo oggi.

Padre Paolo è stato sequestrato a Raqqa. Primo capoluogo di regione siriano a esser stato liberato dalla presenza del regime. Ma il regime si era ritirato deliberatamente, non era stato sconfitto militarmente. Raqqa è comunque diventata famosa per i promettenti risultati di autogestione locale. Ragazzi e ragazze, osservanti e non, ripulivano le strade e i muri, colorandoli. La popolazione manifestava in strada, chiedendo pubblicamente ai miliziani di andare al fronte e liberare la città dalla presenza delle armi.

Ritirandosi, il regime sapeva bene che avrebbe lasciato Raqqa alla mercé di qaedisti e jihadisti. Il regime conosceva meglio di altri il tumore dello Stato islamico. E anche padre Paolo sapeva quali fossero le minacce. Per questo si è recato a Raqqa prima che diventasse la capitale dei qaedisti. Prima che le donne, che prima coloravano i muri, fossero costrette a vestire di nero. Padre Paolo è andato a Raqqa da solo e nessuno ha sostenuto assieme a lui quelle donne, ora travestite da prefiche che piangono sotto le croci di “martiri” crocifissi dallo Stato islamico.

Padre Paolo non sapeva che di lì a breve lo avrebbero sequestrato. Ma ha avvertito l’urgenza di scrivere questo appello. Perché era certo che rimanere indifferente allo smantellamento di fatto degli Stati mediorientali avrebbe cancellato l’idea di cittadinanza, avvicinando anche l’estinzione delle comunità cristiane della regione. Un’estinzione inseparabile dalla marea umana di profughi, rifugiati, fuggiaschi disperati, per lo più musulmani sunniti, che oggi cercano di mettersi in salvo, lasciando l’area siro-irachena.

Quando padre Paolo è stato rapito la decomposizione del Medio Oriente non era ancor ben chiara a molti. Eppure lui aveva già compreso che la trappola dell’odio confessionale e la conseguente cacciata delle comunità siriane dalla pianura strategica dell’Oronte avrebbe comportato altre traumatiche pulizie confessionali.

Il mercenario del jihad, Abu Bakr al Baghdadi, si è quindi prestato al disegno di delegittimare la rivoluzione siriana dall’interno. Con la sua opera ispirata dal regime di Damasco, l’autoproclamato “Califfo Ibrahim” ha di fatto legittimato la pretesa di Bashar al Asad di essere “il baluardo contro il terrorismo”.

Poi è cominciato l’esodo biblico che, tra pochi, padre Paolo aveva denunciato. Lui già allora si dimostrava consapevole che quel disegno sarebbe inevitabilmente giunto alla sostituzione degli Stati con “aree omogenee”: una catena di bantustan. In questo Medio Oriente non ci sarebbe stato più posto per la cittadinanza e per la complessità sociale. E quindi neanche per gli arabi cristiani.

(Qui i link al testo della petizione in italiano, inglese, francese)

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I media dell’opposizione siriana tra vecchie e nuove conoscenze

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul panorama mediatico dell’opposizione siriana…(ai tempi (inizi 2014) Orient TV mi sembrava un’esperimento mediatico interessante scevro da derive confessionali…oggi è diventato un bollettino di propaganda jihadista sunnita)

(Photo: Syrian opposition’s radio. Source: Al Jazeera)

La sfida dei media dell’opposizione siriana

syrian opp radio

Dall’inizio della rivoluzione nel marzo del 2011, la Siria è stata testimone di una fioritura senza precedenti di media collegati all’opposizione. A prescindere dalla nascita di numerose testate, il mezzo di comunicazione più popolare all’interno del paese continua a essere la televisione, anche perché le parabole satellitari rimangono disponibili a buon mercato per tutti, compresi gli analfabeti. Le emittenti televisive – satellitari e basate all’estero, rimanendo un miraggio la concessione di licenze governative – sono inoltre in grado di raggiungere la diaspora siriana e gli oltre 2 milioni di profughi rifugiatisi nei Paesi confinanti

Si tratta ancora di uno scenario embrionale, composto da alcune realtà giovani, che hanno appena superato il rodaggio dei loro programmi. Ciononostante, è possibile iniziare a valutarne le aspirazioni, soprattutto per quanto riguarda la capacità di presentarsi come antitesi costruttiva della propaganda di regime. Dall’analisi del contenuto dei palinsesti emerge un alternarsi di approcci più o meno etici all’informazione: in alcuni casi si lascia spazio all’autocritica nei confronti dell’opposizione stessa e si promuove un’identità siriana multiconfessionale e multietnica, in altri, si sostiene ogni forma di opposizione, anche quelle più fondamentaliste. Si tratta di pregi e limiti fondamentali per qualsiasi piattaforma ambisca a confermarsi come mezzo d’informazione contrapposto a un sistema, che ha imposto per mezzo secolo un consenso assoluto, strumentalizzando le divisioni etnico-confessionali al servizio dei propri interessi.

Canali dei disertori

Tra i pochi canali satellitari vicini all’opposizione fondati prima dello scoppio della rivoluzione, ve ne sono alcuni la cui credibilità è pressoché nulla, facendo capo ad alcune figure di primo rilievo del regime, passate sul fronte opposto solo dopo essere state marginalizzate dagli Asad. È il caso di Barada TV, fondata a Londra nel 2009 e di proprietà di Abdul-Halim Khaddam, l’ex-vice presidente siriano divenuto dissidente solamente nel 2005, dopo 35 anni ai vertici.

Lo stesso discorso vale per Arab News Network (A.N.N.), emittente antecedente all’insurrezione, controllata da Rifaat al-Asad, lo zio dell’attuale presidente siriano, allontanato dal potere per volere del fratello Hafez nel 1984, dopo essere stato tra i principali artefici del massacro di Hama (1982). Seppur ricevano periodicamente l’attenzione dei media, questi due “disertori” di lusso non godono di alcun sostegno in patria, ad eccezione di una cerchia ristretta di fedelissimi.

Nonostante sia animata da intenti più genuini delle due emittenti sopracitate, pesa sulla reputazione della neonata 18 Adhar (il cui nome deriva dalla data di fondazione, il 18 marzo 2013) il fatto che la direttrice dell’emittente sia Samira al-Musalima, ex-caporedattrice del quotidiano governativo Tishreen, attualmente membro della maggiore coalizione dell’opposizione (la Coalizione Nazionale Siriana delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, Cnsfor) [1]. A prescindere dalle ambizioni della direttrice, i documentari trasmessi dal canale sono stati realizzati da una troupe di giornalisti animati dal loro supporto per la causa rivoluzionaria, che lavorano su base volontaria, per via delle ristrettezze economiche.

Islamisti e laici

Considerata l’ideologia politica delle principali linfe di sostegno finanziario della leadership politica dell’opposizione siriana, ovvero le monarchie del Golfo e la Turchia di Erdogan, non mancano i canali riconducibili all’islamismo politico più o meno moderato. L’ala più radicale è quella di Shaykh ‘Adnan al-’Ar’ur, predicatore salafita originario di Hama e basato in Arabia Saudita, i cui pulpiti mediatici sono le emittenti saudite Wisal, al-Safa e il canale creato ad hoc per la Siria, Shada al-Hurria (Il Canto di libertà). Il contenuto dei sermoni di al-’Ar’ur è sempre stato anti-sciita e in linea con la deriva confessionale di parte dell’opposizione siriana[2].

A “sinistra” di ‘Ar’ur troviamo le emittenti di orientamento islamico moderato: Suria al-Shaab(La Siria del popolo) e Suria al-Ghad (La Siria del domani). Il primo canale, vicino ai Fratelli Musulmani e basato ad Amman, è stato inaugurato a margine della “Conferenza degli Ulema Musulmani in Supporto del Popolo Siriano”, tenutasi a Istanbul nel luglio del 2011 [3]. Il secondo, basato in Egitto, è nato nel 2012 come canale dedicato alla Siria appartenente all’emittente “madre” Al-Ghad, finanziata da imprenditori egiziani e del Golfo [4].

La prima della lista per professionalità e seguito è però sicuramente Orient TV. Di orientamento laico, fondata nel 2009 da Ghassan ‘Abboud, un imprenditore siriano che afferma di essere stato costretto a trasferire gli uffici da Damasco a Dubai pochi mesi dopo l’apertura, per aver rifiutato la partecipazione del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhluf, come azionista all’interno del canale.

L’occhio critico riservato all’opposizione politica e militare

Orient ha dimostrato di saper mantenere le distanze dalle sfere politico-militari dell’opposizione, dedicando spazio a inchieste sulla corruzione diffusasi all’interno della Cnsfor [5] e condannando le frange più radicali dei ribelli, colpevoli di aver tradito la causa rivoluzionaria. Per quanto riguarda in particolare lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Siis, anche conosciuta nella sua sigla inglese come Isis), la formazione al-qaidista nata in Iraq, l’emittente di ‘Abboud la distingue nettamente da tutte le altre brigate islamiche: in questoservizio del 14 settembre 2013, il reporter Mohammad al-Dughaim sottolinea come il comportamento del Siis, resosi protagonista di rapimenti ed esecuzioni di attivisti, giornalisti e operatori umanitari, rifletta l’oppressione della libertà caratteristica del regime. Il Siis è condannato anche dai servizi di Suria al-Ghad: una scelta che marca le distanze tra i canali dell’opposizione e l’approccio monolitico delle emittenti governative nei confronti dei ribelli armati, qualificati indistintamente come terroristi.

Risulta invece più tollerante il quadro che Orient e Al-Ghad dipingono di Jabhat al-Nusra (Il Fronte del supporto), l’altra principale formazione al-qa’idista siriana. In questo servizio del 16 dicembre 2012, in seguito all’inclusione di Jabhat al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo americano, Orient sottolinea la base di sostegno popolare di cui gode il gruppo armato in Siria, a dispetto della “sentenza” statunitense. Su Al-Ghad, nel corso dell’episodio dell’11 ottobre 2012 di Suria al-Yawm (Siria oggi), risulta ben più esplicitala “filippica” del conduttore Mousa al-’Omar contro i detrattori di Jabhat al-Nusra, a dimostrazione delle simpatie islamiche dell’emittente: la tesi sostenuta con convinzione è che il fatto che i miliziani di Jabhat al-Nusra combattano il regime senza esclusione di colpi sarebbe una garanzia sulla sua autenticità come forza dell’opposizione, a prescindere dalla visione politica sul dopo Asad. Stando alle parole del presentatore, il conflitto che contrappone Jabhat al-Nusra alle truppe governative sarebbe inoltre una prova dell’impermeabilità dell’organizzazione alle infiltrazioni del regime, a dispetto delle relazioni intessute da Damasco con i gruppi al-qaidisti fin dai tempi dall’occupazione statunitense in Iraq. Jabhat al-Nusra non ha inoltre mai annunciato alcun sostegno per gli ideali rivoluzionari, al punto da non esibire la bandiera simbolo dell’insurrezione. In questo caso, la scelta editoriale di Al-Ghad rientra nella sfera della partigianeria ideologizzata, piuttosto che in quella dell’obiettività giornalistica.

Minoranze etniche e confessionali

Un’altra cartina tornasole della credibilità dei media dell’opposizione come alternativa alla propaganda governativa è il loro atteggiamento nei confronti delle minoranze etnico-confessionali: riusciranno questi canali a voltare la pagina del totalitarismo culturale panarabo baathista e promuovere un approccio maturo al pluralismo confessionale della Siria, senza istigare rappresaglie nei confronti di quelle minoranze strumentalizzate in difesa degli interessi del regime (in primis gli alauiti, la setta sciita di appartenenza della famiglia Asad)?

A questo proposito, va sottolineata la scelta di Orient e Suria al-Shaab di concedere spazio al kurmanji, il dialetto parlato dalla comunità curda siriana. Orient, in particolare, è stata la prima emittente del mondo arabo a inaugurare un notiziario quotidiano in kurmanji. A tutt’oggi, non esistono programmi in lingua curda trasmessi dalle emittenti statali e filo-governative, a conferma della repressione dei diritti fondamentali di questo popolo, attuata dal partito Baath negli ultimi 50 anni.

All’interno di Orient, convivono diverse posizioni sulla questione curda, senza che l’emittente sia stata trasformata in una piattaforma d’intolleranza. Nel corso della puntata del 19 gennaio 2013 del programma Qadia al-Mashreq (La questione del Levante), dedicata agli scontri di Ras al-’Ayn tra arabi e curdi, il conduttore prende chiaramente le parti di Shaykh Nawaf Bashir, leader del clan arabo al-Baggara e principale promotore dell’irruzione dei ribelli arabi (l’Esercito Siriano Libero, Esl) nelle regioni a maggioranza curda: Nawaf Khalil, il portavoce del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), la frangia siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) attivo in Turchia, viene infatti zittito dopo poche parole e la replica di Bashir viene definita “bella, più diplomatica”. Al contrario, il proprietario di Orient Ghassan ‘Abboud ha suscitato scalpore esprimendo il suo supporto per l’autonomia curdo-siriana in un post pubblicato sulla sua pagina di Facebook il 16 settembre 2013.

Decisamente più schierata la posizione di al-Ghad, come emerge da questo servizio di Ahmad Abdul-Majid del 16 novembre 2013, dedicato alla creazione del governo autonomo curdo-siriano di transizione: il focus è interamente sulle reazioni negative della comunità internazionale, senza menzionare le cause interne e l’incapacità dell’opposizione araba di rappresentare le istanze curde. Abdul-Majid conclude augurandosi che il Pyd- principale promotore dell’autonomia- anteponga “l’interesse pubblico a quello partitico”, ignorando le radici dell’attuale popolarità del programma del partito tra i curdi.

Per quanto concerne invece gli alauiti, pur evitando il tono incendiario di al-’Ar’ur, i riferimenti anti-sciiti di Al-Ghad sono altrettanto intollerabili. Si pensi per esempio alla puntata dell’8 dicembre 2013 del programma “Ta’rikh Suria ma’ Tamam” (La storia della Siria con Tamam), condotto dallo scrittore siriano Tamam Barazi, dove quest’ultimo ricostruisce la storia del Medio Oriente tessendo le lodi della resistenza anti-sionista di Saddam Hussein, eroe del panarabismo sunnita, al confronto della propaganda anti-sionista dell’Iran, definito “dawlah al-rafidah” (“lo Stato dei disertori”, di coloro che non accettano la Sunna (tradizione), secondo la terminologia più cara all’apologetica sunnita.

Più bilanciata Suria al-Shaab che, nel corso della copertura speciale delle elezioni iraniane del giugno 2013, decide di ascoltare l’opinione equilibrata e competente dell’analista Mustafa Fahs, il quale fornisce un quadro ottimista dell’imminente vittoria del presidente riformista Hassan Rouhani.

Non vi è però ombra di dubbio che la produzione televisiva che meglio rispecchia i valori originariamente aconfessionali della rivoluzione sia quella di Orient, esemplificata dal documentario Min Qatala Husayn (Aprile 2013) (“Chi ha ucciso Hussein”, con riferimento al martire sciita per eccellenza Husayn Ibn ‘Ali). Il progetto approfondisce le ottime relazioni esistenti prima dello scoppio della rivoluzione tra il villaggio sunnita di Binnish e quello sciita di al-Fu’a, nella provincia di Idlib: ciò che emerge è come l’incrinatura dei rapporti sia stata causata non da attriti confessionali, ma dalla scelta del regime di armare e istigare gli abitanti di al-Fu’a contro quelli di Binnish. Il primo e ultimo responsabile della divisione intercomunitaria viene identificato nelle istituzioni, senza cedere alla tentazione di creare facili capri espiatori su base religiosa.

In conclusione, il panorama è ancora quello transitorio di un paese dilaniato da un conflitto, come si deduce dai palinsesti dominati dagli eventi in corso a scapito dell’intrattenimento, ma esiste almeno una realtà promettente, votata al pluralismo politico, etnico e confessionale:Orient TV sembra infatti in grado di presentarsi come modello di rinascita etico-professionale dei media siriani e non come megafono di un’opposizione a maggioranza araba e sunnita.

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[1] Sulla polemica generata dall’assegnazione della direzione di 18 Adhar a Samira al-Musalima si veda http://goo.gl/c2pJfS

[2] Per un’idea della retorica confessionale adoperata da al-’Ar’ur, si veda “Al-Shaykh al-‘Ar’ur yuwajjihu al-risalah al-akhirah lit-ta’ifah al-‘alawiyyah (“Shaykh ‘Ar’ur invia l’ultimo messaggio diretto alla setta alauita”), caricato 12 marzo 2012.

[3] Riguardo al lancio del canale si veda http://goo.gl/H6tPWj

[4] Sul lancio di Al-Ghad si veda http://goo.gl/QEXAoN

[5] Si veda questo episodio del programma Huna Suria (Qui Siria) del 10 ottobre 2013.

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Domenico Quirico e l’orientalismo facile sull’onda emotiva

Un paio di riflessioni suscitate in me dal reportage pubblicato su La Stampa, in seguito alla liberazione di Domenico Quirico. Con tutto il rispetto per la lunga esperienza di Quirico e la sua terribile prigionia, ritengo che alcuni passaggi (forse scritti a caldo) se li sarebbe potuti risparmiare. Per un pubblico italiano abituato a sentir parlare di Siria quando gli Americani intendono bombardare e quando un giornalista famoso viene liberato dai suoi rapitori, le parole di Quirico rappresentano una delle poche preziose fonti d’informazione. In questo caso mi sembra che il lungo articolo comparso su La Stampa, al di là dell’indubbio talento narrativo di Quirico, sia un pastone di stereotipi orientalisti e riproposizione di uno scontro di civiltà cristiano-musulmano che ha poco o nulla a che vedere con la rivoluzione siriana.

Riprendendo alcuni passaggi:

“Erano dei ferventi islamisti che pregavano cinque volte al giorno il loro Dio in modo flautato e dotto”

Continuare a ripetere il LORO Dio nel corso di tutto l’articolo come a sottolineare che quello non sarà mai il tuo Dio, per avvalorare la tesi di un inconciliabile disparità tra le fedi. Sorvolo su come Quirico possa capire che lo pregano in modo “flautato e dotto”, non conoscendo l’arabo…

“Nessuno ha avuto verso di me una manifestazione di quella che noi chiamiamo pietà, misericordia, compassione. Persino i vecchi e i bambini hanno cercato di farci del male. Lo dico forse in termini un po’ troppo etici, ma veramente in Siria io ho incontrato il paese del Male.”

Il Paese del Male? Ma forse hai incontrato le persone sbagliate, no? Personalmente, in Siria, come in molti altri contesti mediorientali ho quasi sempre riscontrato un’ospitalità immensa, lontana dalla ponderata “misura” dei favori elargiti in contesto occidentale. Al momento mi trovo ospite di una famiglia siriana da quattro mesi, è come se fossi uno dei loro figli. Non sarebbe il caso di contestualizzare, sottolineare che si tratta di gruppi armati e non omologare tutto il popolo siriano, donne e bambini compresi, sotto una definizione sentenziosa di “Paese del Male”?

“oppure una terribile forma di lotta praticata nei paesi arabi in cui tutto è permesso… “

Eh sì, ci ha preso proprio gusto, perché non aggiungere che un tagliagole è spuntato all’orizzonte in groppa a un cammello?

“È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito.”

La Siria è il mondo di Maometto? Quindi alcuni gruppi armati di ferventi islamici riducono un Paese caratterizzato dalla varietà etnico-confessionale a una “terra di Maometto”? I cristiani, gli alauiti, i curdi, i drusi sono tutti abitanti della terra di Maometto, senza nessuna distinzione?

Mi stupisco che Quirico non sia al corrente del fatto che nell’Islam non esista solo la componente rituale e che la particolare interpretazione di questa religione di cui si fanno promotori questi gruppi armati non è condivisa da tutti i musulmani. Il messaggio che passa è la solita contrapposizione tra cristianesimo e Islam, omologato sotto un’aurea fondamentalista, senza sfumature. Quirico uomo di Dio portatore di un messaggio d’amore e il bruto saladino con la sua religione predicata a suon di kalashnikov. Mi tornano in mente i commenti dei lettori delle varie testate italiane all’annuncio della morte di Vittorio Arrigoni, della serie “vedi? chi gliel’ha fatto fare di andare ad aiutare i barbari, se tanto poi ti ricompensano in questa maniera.” Non penso le reazioni del lettore medio de La Stampa siano state molto diverse, specie di fronte a un inviato, Quirico, che annuncia di essersi recato in Siria per comprendere il dolore vivendolo in prima persona. “Guarda come l’hanno trattato e lui era lì per loro, i ribelli musulmani…che bestie.”

Per una volta, non è possibile rinunciare al fascino del determinismo culturale e osservare i rapitori per quello che sono: dei gruppi armati alla ricerca di soldi, tanto quanto le FARC colombiane e l’IRA nord-irlandese (in contesti a maggioranza cristiana)?

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Uno svizzero addestra le neonate forze di sicurezza dei cristiani assiri siriani

Articolo scritto per Left-Avvenimenti dopo aver incontrato uno svizzero cristiano assiro giunto in Siria per addestrare una neonata forza di sicurezza a base etnico-confessionale. (Nella foto, da me scattata nell’Aprile del 2013, un prete mentre esce da una panetteria di Qamishli).

Uno svizzero in Siria. Per Cristo

di ANDREA GLIOTI

prete qamishli

È partito dal Canton Ticino per combattere al fianco degli assiri. In nome della lotta confessionale è disposto ad accettare la vicinanza coi lealisti al regime. La storia di Gabriel, mujahid cristiano

In Siria non arrivano solo combattenti jihadisti. Se il regime gioca sulle divisioni confessionali per dividere il campo dell’opposizione, le minoranze ne approfittano per creare le proprie milizie e attrarre volontari europei. E così, arrivano in Medio Oriente anche cristiani occidentali, reclutati per organizzare militarmente i propri correligionari. Una prospettiva inquietante, simile a quella della guerra civile libanese, quando addestratori militari iraniani, siriani e israeliani tiravano le redini di una guerra fratricida durata 14 anni.

«Qui (in Siria) mi sono adattato a tutto, ho faticato così tanto nel continuare a riempire d’acqua il condizionatore scalcinato della mia stanza, al punto da sognarmi Bashar al-Asad che lo riempiva al mio posto» ride di gusto Gabriel (il nome è inventato), ex sergente svizzero di origine assiro-cristiana. Ha 31 anni e parla italiano. È brizzolato e dal profilo spigoloso. I cristiani assiri costituiscono circa il 5 per cento della popolazione siriana, anche se la terminologia “assiri” continua ad essere fonte di controversie tra le varie chiese. E la Svizzera ospita circa 1.500 famiglie assiro-cristiane, di cui una buona parte nel Canton Ticino. Gabriel è nato là e dice di non essere mai stato in Siria. Vi sarebbe entrato per la prima volta nel 2012, dal passaggio di frontiera turco-siriano di Tell Abyad. Ciononostante, la disinvoltura con cui mastica il dialetto aramaico di Qamishli, oltre all’italiano, fa venire qualche dubbio che non si tratti proprio della sua prima visita. Ma lui insiste: «Ho passato gli anni migliori in giro per l’Europa a far festa, sono stato un militante anarchico e alla fine mi è toccato servire nell’esercito», ricorda l’ex-sergente. «Quando sono partito per la Siria non prevedevo di rimanerci così a lungo, ora invece vorrei tornare dalla mia ragazza!», continua scherzando Gabriel.

La sua pistola giace momentaneamente sul divano, non si può permettere di lasciarla a casa: anche a Qamishli, città nord orientale relativamente tranquilla, ancora sotto il controllo del regime, gli attentati, i rapimenti e le sparatorie sono all’ordine del giorno. «Oramai ogni famiglia è dotata di un’arma, nei quartieri cristiani di Qamishli», afferma Gabriel, «un po’ di tempo fa dei ragazzi arabi hanno aggredito alcuni assiri e in poche ore abbiamo visto il quartiere armarsi e accerchiarli». In un Paese come la Siria, dove il regime esercitava un rigido controllo sulle armi in possesso dei cittadini, oggi la norma è opposta e somiglia alla diffusione sregolata di armamenti propria del Libano.

Stando alle spiegazioni di Gabriel, ciò che lo ha spinto in Siria è il dovere di aiutare il suo popolo in una fase così importante, in cui potrebbe conseguire il riconoscimento dei propri diritti come etnia. La sua scelta si colloca in antitesi a quella dei cristiani mediorientali emigrati in Occidente. «Una volta Qamishli era popolata quasi esclusivamente da curdi e assiri, c’erano pochi arabi, ma i cristiani hanno commesso l’errore di abbandonare le loro terre», dice amareggiato Gabriel.

In Siria gli è stato affidato l’addestramento di una forza di sicurezza assira (Sutoro) divenuta operativa da quattro mesi nel nord del Paese, in virtù dei suoi cinque anni di specializzazione in guerriglia urbana. A questo scopo, Gabriel ha trascorso sette mesi nella campagna di Malakiyyah, vicino al confine iracheno. «Oggi Sutoro è una forza di polizia ancora scarsamente organizzata, non disponiamo di dati ufficiali sul numero dei suoi effettivi , ma stiamo ricevendo dalla diaspora in Occidente il supporto economico necessario a formare un vero e proprio corpo militare», spiega Gabriel.

La formazione a cui appartiene Gabriel, il Partito dell’unione siriaca (Pus), si propone come rappresentante della maggioranza dei circa due milioni di cristiani siriani (con l’eccezione degli armeni), di cui sottolinea le comuni origini assire. Restando fedele all’ideologia pan araba, il regime ba’thista ha sempre riconosciuto gli assiri (o siriaci) come confessione cristiana siro-ortodossa, ma mai come minoranza etnica. Nel corso dell’ultimo anno, Damasco si è però trovata costretta a concentrare le proprie risorse nel confronto armato con i ribelli dell’Esercito Libero Siriano (Esl), in prevalenza arabi sunniti, concedendo un’inedita libertà organizzativa a minoranze come i curdi e gli assiri, al fine di garantirsi una loro neutralità nel conflitto. Assiri e curdi hanno intravisto un’occasione unica per dare vita alle proprie associazioni e visibilità alla loro identità di popoli.

Il prezzo da pagare è stata l’accettazione della “convivenza” con il regime e il rischio costante che quest’ultimo torni a inglobare le neonate istituzioni etno-nazionaliste. «Dopo aver aperto il fuoco su un’auto del Sutoro qualche settimana fa, alcuni membri dell’Esercito di Difesa Nazionale (forma istituzionalizzata dei miliziani lealisti noti come shabiha) ci hanno obbligato a innalzare la bandiera del regime siriano sulla nostra sede», racconta Gabriel. «Io e altri eravamo contrari, la bandiera significa che il governo può tornare a esercitare la propria autorità quando vuole, ma quelli di noi che hanno collaborato con il regime in passato si piegano alla sua volontà, perché temono possa tornare forte come prima».

Gabriel parla con disinvoltura dei legami del partito con i lealisti, essendo più esterno alla polarizzazione politica siriana: si dice convinto che in fondo la maggioranza dei siriani, in un modo o nell’altro, abbia avuto rapporti coi servizi segreti. Invece i suoi compagni di partito lo redarguiscono e preferiscono sottolineare le divergenze col regime.«No, non possiamo parlare di shabiha all’interno di Sutoro. Al contrario, molti dei nostri militanti sono oggetto di arresti e aggressioni da parte delle forze filo-governative», obietta Sa’id Melki, vice segretario del Partito dell’Unione Siriaca.

Rimane però impossibile ignorare come le auto del Sutoro stazionino in tranquillità davanti agli edifici governativi. Lo stesso Gabriel, pur non essendo dotato di un passaporto siriano, è entrato nel Paese attraverso Tell Abyad, quando la cittadina si trovava ancora sotto in controllo del regime: come è possibile che nessuno fosse al corrente dei suoi trascorsi nell’esercito svizzero?

A dispetto di chi si illude che le aperture del regime nei confronti di curdi e assiri siano il preludio di un futuro migliore per le due minoranze, il governo siriano è riuscito a strumentalizzarle in funzione di contenimento dell’opposizione. La stessa proliferazione di istituzioni etno-nazionaliste come le Asayish (forze di sicurezza curde) e il Sutoro rischia di riaprire i conti in sospeso tra le diverse comunità. «Abbiamo ricevuto un’offerta di fusione con i curdi», afferma Gabriel, «ma l’abbiamo rifiutata perché non abbiamo ancora raggiunto un livello organizzativo paragonabile al loro e per via dei rancori mai sopiti dall’epoca del genocidio assiro (fine XIX secolo-inizio XX secolo), a cui parteciparono anche i curdi».

Il partito di Gabriel si presenta all’interno dell’opposizione siriana, ma più che la rivoluzione la sua priorità è di “salvare dall’estinzione gli assiri”, secondo le parole del vice segretario Melki. Così forse si spiega la scelta di militarizzare il proprio futuro elettorato, ma si finisce anche per legittimare la retorica confessionale adottata dal regime.

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I “pazzi del Caucaso” fra i fantasmi di Daraya (Matteo Mazzoleni, aprile 2013)

Daraya

(Immagine di Daraya oggi. Fonte: http://www.dailystar.com.lb)

http://www.youtube.com/watch?v=ffZQnu5H_0A

È un giorno di fine agosto quello in cui Robert Fisk arriva a Daraya. La città – fra le più grandi del Rīf Dimashq, campagna periferica di Damasco – in Siria è molto conosciuta. Due anni fa, le sue piazze sono state fra le prime a riempirsi di manifestanti che chiedevano la caduta del regime. Alcuni di essi, come Ghiyath Matar[1], sono stati fra i primi a perdere la vita per quella causa. Di Daraya, in Siria, tutti hanno sentito parlare, prima o dopo. Per chi non è siriano, invece, Daraya è spesso una sconosciuta. Di rado è sulle pagine del New York Times. Quasi mai è nei servizi della BBC. Non è Homs, non è Aleppo, non è Damasco. Se uno dei più celebri corrispondenti del mondo si trova proprio a Daraya in quel momento, un motivo ci deve essere. La Daraya di fine agosto 2012, difatti, non è più così sconosciuta. Da qualche giorno, non sono solo i siriani – dell’una o dell’altra parte – a parlare di questa città. Un macabro evento ha da poco strappato gli abitanti al cinico “anonimato” della guerra per consegnarli all’attenzione dei media internazionali. Solo alcune ore prima dell’arrivo di Fisk, quattrocento corpi, per lo più di civili, sono stati trovati giustiziati e ammassati in diversi punti della città, in seguito a quella che le autorità del regime hanno definito “operazione anti-terrorismo”[2], ma che più probabilmente passerà alla storia come uno dei peggiori eccidi della guerra civile siriana. Inutile dire che, da allora, a Daraya, quasi nulla è rimasto più lo stesso.

Ad oggi, marzo 2013, sono ormai quasi nove mesi che la popolazione di Daraya – alcune decine di migliaia di abitanti – si trova sulla linea del fronte. Le cronache delle prime pacifiche manifestazioni del 2011 hanno definitivamente lasciato spazio ai bollettini di guerra dell’Esercito Arabo Siriano che, dall’estate scorsa, contende il centro abitato ai ribelli dell’Esercito Libero. Moltissimi civili – quelli che hanno potuto – sono fuggiti, lasciandosi alle spalle quello che Fisk ha descritto come un luogo di “fantasmi e domande”[3].

Basta osservare le immagini del video riportato qui sopra – girato tra il 14 e il 15 dello scorso febbraio – per avere un’idea di cosa il giornalista britannico volesse dire. La telecamera, montata sulla torretta di un veicolo corazzato dell’EAS, cattura quel che ormai resta di Daraya dopo mesi di combattimenti. Lo scenario è desolante, ma lo diventa ancora di più quando – per qualche istante – le immagini del presente vengono accostate a quelle di un altro video, girato qualche tempo prima. La telecamera questa volta è montata su una normale automobile. I negozi sono aperti, le strade sono intatte. Sui marciapiedi, invece delle macerie, ci sono le persone, immerse nella loro quotidianità. Furgoni e automobili, non carri armati, animano il traffico cittadino.

Questo filmato non si limita però a raccontare le immagini della devastazione che da ben due anni sta sfregiando le città siriane. Vi sono altri particolari che attirano l’attenzione e meritano di essere approfonditi. La lingua parlata dagli operatori, il russo, e la familiarità con cui quest’ultimi si intrattengono con i militari dell’EAS, non sono infatti frutto del caso o di una facile accessibilità alle zone di guerra. Per avere qualche dettaglio in più occorre concentrarsi su quel simbolo, quella sigla che appare nel filmato in alto a sinistra: ANNA.

Fondata nell’estate del 2011 ANNA (acronimo di Abkhazian Network News Agency[4]), è una piccola agenzia di stampa in lingua russa che, dopo una breve e rudimentale copertura della guerra in Libia, ha iniziato a occuparsi esclusivamente del conflitto siriano. Fondatore, direttore e inviato sul campo è un professore di economia di nome Marat Musin, abcaso, il quale – lasciate le grigie aule delle università moscovite in cui insegnava – è partito per il Medio Oriente assieme a un pugno di collaboratori, mossi più da convinzioni politiche e sete di avventura che da una genuina vena giornalistica. D’altronde, come emerge anche da una recente intervista rilasciata da Musin stesso al quotidiano The Moscow Times[5], non occorre molto per intuire che l’equidistanza professionale non è il punto forte dei reportage di ANNA news. Il linguaggio adoperato ricorda più quello della propaganda di regime che non quello dell’informazione libera: un aspetto che forse spiega la sbalorditiva semplicità con cui ANNA news (che si definisce “indipendente”) e i suoi operatori riescono ad ottenere i permessi per filmare i soldati e i veicoli dell’Esercito Arabo Siriano impiegati in prima linea.

Musin, dal canto suo, non nasconde per nulla la sua simpatia per il regime di Bashar al-Asad, a sua detta vittima – come quello di Gheddafi – di un preciso disegno geopolitico, orchestrato dai paesi della NATO e dalle monarchie del Golfo con l’obiettivo di destabilizzare la Russia e dei suoi alleati. E (geo)politico è anche l’obiettivo degli “abcasi matti” – come qualcuno in Siria inizia a chiamarli – che li porta a sfidare gli enormi rischi della guerra urbana. Lo scopo di ANNA news è di convincere l’opinione pubblica e le autorità russe che quella che si sta combattendo in Siria è in realtà una guerra con implicazioni globali enormi, che colpisce da vicino gli interessi di Mosca. Una guerra che – dichiara Musin – se non affrontata, porterà la minaccia “fascista” (sic) fin dentro i confini della madrepatria. “Una volta presa la Siria, si prenderanno anche il Caucaso, e poi la Russia…e io non voglio andare in giro nel mio paese con un fucile” – afferma egli stesso durante l’intervista.

La sfrontata partigianeria, l’esiguo numero di collaboratori, i servizi prevalentemente in lingua russa e le oscure fonti di finanziamento (ufficialmente donazioni private) difficilmente permetteranno ad ANNA news di competere ad alti livelli con le altre ben più blasonate testate internazionali presenti in Siria. Ciononostante, il fenomeno mediatico in sè è meno marginale di quanto possa sembrare. L’intelligente utilizzo dei mezzi d’informazione digitale, la spericolatezza degli inviati (un operatore è stato ferito proprio a Daraya lo scorso gennaio) e la diffusione di filmati tanto inediti quanto scioccanti, hanno permesso ad ANNA news di ritagliarsi una buona fetta di pubblico sul web. A neanche due anni dalla sua fondazione, la piccola agenzia abcasa su youtube[6] conta già 3 milioni di visualizzazioni e quasi 8000 iscritti (a titolo di paragone, il Guardian e France 24 ne contano circa 30 mila, ma le loro pagine sono state aperte più di 5 anni prima); a ciò vanno aggiunti i re-link su altri popolarissimi siti di visualizzazione video come ad esempio LiveLeak.

Nella battaglia mediatica per la Siria, il contributo che Musin e i suoi stanno offrendo al regime di Asad è quindi più che significativo. Hula, Bab ‘Amr, Damasco, ma soprattutto Daraya, sono i luoghi in cui l’attività pro-regime di ANNA news si è concentrata negli ultimi mesi con l’obiettivo di contrastare quelle che Musin definisce “le avanzate tecnologie informative usate da Al-Qaeda”.

Ad oggi, due anni dopo l’inizio della rivoluzione, Daraya non è più solo la città di Ghiyath Matar – ragazzo, attivista, martire e promotore di un’opposizione non violenta, efficace ma indifesa. Non è più neanche solamente quella città “di fantasmi e di domande” descritta da Robert Fisk, svuotata di vita dall’eccidio di fine agosto e dalla successiva fuga in massa di civili. Oggi Daraya, “grazie” ai servizi di una piccola ma agguerrita agenzia di stampa russo-abcasa, è anche questo: uno dei tanti campi di battaglia della guerra mediatica per la verità che si combatte in Siria giorno per giorno.

(Matteo Mazzoleni è attualmente studente di Master in International Politics, presso la University of Surrey)

[3]http://www.independent.co.uk/voices/commentators/fisk/robert-fisk-inside-daraya–how-a-failed-prisoner-swap-turned-into-a-massacre-8084727.html (consultato il 19/03/2013), Fisk è stato peraltro criticato per questo suo reportage. I motivi sono abbastanza ovvi: il giornalista inglese infatti è potuto entrare a Daraya solo al seguito dell’EAS e alcune delle testimonianze raccolte appaiono pertanto “viziate” da questo aspetto. Per avere una visione più approfondita:  http://www.sirialibano.com/siria-2/daraya-i-residenti-rispondono-a-robert-fisk.html

[4] L’Abcasia è un’entità territoriale del Caucaso, rivendicata dalla Georgia ma di fatto autonoma e posta sotto sfera di influenza della Russia, che è uno dei pochi stati al mondo ad averne riconosciuto lo status di stato indipendente.

[6] http://www.youtube.com/user/newsanna (consultato il 26/03/2013)

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Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

Questo blog ha gia’ ritrovato la sua ragione d’essere, dato che sento la necessita’ di ampliare alcuni aspetti di un mio articolo pubblicato su LIMES – Rivista di Geopolitica (Marzo 2013) intitolato “Hizbullah contempla un futuro senza al-Asad”.

Vi propongo qui di seguito la mia prima bozza dell’articolo, col rischio eventuale di apparire anti-professionale (ma una rigida professionalita’ non era di certo uno degli imperativi categorici di questo blog, da parte mia). In tale versione in bozza, rispetto a quella pubblicata, son messi piu’ in risalto il background degli interlocutori libanesi citati nell’articolo e il comportamento di Hezbollah con i rifugiati siriani e con le organizzazioni che forniscono aiuti umanitari nelle loro aree. Offro, in soldoni, maggior spazio ai concetti. Personalmente, infatti, io del lettore mi fiderei di piu’.

Image

                                 (Foto di Estella Carpi, 12 Gennaio 2013, el Hisa, villaggio alawita dell’Akkar, Libano settentrionale)

Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

 

Chi non dissimula è un idiota,

perché nessuna persona intelligente

va in giro nuda al mercato”.

(Detto alawita)

Sin dal marzo 2011, inizio della rivoluzione siriana, si è dato adito a numerose interpretazioni riguardo al futuro di Hezbollah in Libano come nella regione. Come sta reagendo Hezbollah alla crisi del suo alleato siriano e in vista di un cambio di regime a Damasco? I suoi sostenitori restano ad esso fedeli nel suo accostamento alla repressione di Asad? Com’è moralmente giustificata agli occhi del proprio elettorato la priorità assoluta di garantire armi e fondi che Hezbollah riceve dall’Iran attraverso la Siria?

Per analizzare la posizione di Hezbollah in Libano rispetto agli eventi in Siria mi è stato necessario demolire l’idea univoca e omogenea che spesso si ha di questo  partito. Pertanto, in luce dei risultati della mia ricerca, analizzerò in primis un Hezbollah inaspettatamente disomogeneo rispetto alla attuale crisi del regime siriano su un piano partitico-nazionale, principale intermediario tra la politica interna libanese, le agende politiche estere e gli equilibri regionali; poi su quello locale-amministrativo, autoproclamatosi attore politico distinto da quello partitico-nazionale[1]; e infine un Hezbollah inteso come realtà “popolare”, ovvero la ricezione delle decisioni del partito da parte della gente locale, arbitrariamente considerata dall’esterno come sostenitrice di ogni direzione politica che il partito prenda.

Convergenze e divergenze storiche tra i due partiti

È innanzitutto importante individuare le logiche interne al Partito di Dio, nonché ciò che accomuna e distingue il Baath siriano dal Hezbollah libanese. Hezbollah, da un lato, ottenne consensi tessendo solide reti di protezione sociale per la popolazione sciita oppressa all’interno del Libano, e divenendo partito solo attraverso gli anni. Il Baath siriano, invece, si impose già nel 1963 solo facendosi Stato, e coltivò poi la propria fama attraverso retoriche politiche e simbolismi durante il mandato di Hafez, padre di Bashar al Asad (1969-2000), quali la difesa della causa palestinese – nonostante le contraddizioni storiche del regime al riguardo[2] – e il nazionalismo arabo, anch’esso in realtà contraddetto dall’alleanza del regime siriano con l’Iran di Khomeini in funzione anti-Shah da prima dello scoppio della Rivoluzione del 1979[3].

Ambedue i partiti nascono da zone di marginalizzazione sociale e arretratezza rurale e intellettuale: così erano gli sciiti di Jabal ‘Amel[4] fino al principio degli anni ’70, prima che ottenessero i primi servizi sanitari e scolastici tramite il “Movimento dei Diseredati” fondato da Musa al Sadr e l’istituzione del Consiglio Sciita, prima del quale tale comunità faceva riferimento al Consiglio musulmano Sunnita. In modo simile, gli alawiti di Qardaha, area prossima alla città siriana costiera di Lattakia, erano negletti dal potere centrale, lavoratori nei campi di tabacco e visti come portatori di arretratezza sin dal tardo ‘800. Dopo la presa di potere del Baath del 1963[5] gli alawiti iniziarono a occupare posizioni professionali di rilievo, e a rafforzarsi ulteriormente nel settore educativo dopo la Guerra di Ottobre contro Israele del 1973.

Tuttavia, tra i due partiti vi son state spesso notevoli divergenze. Vale la pena ricordarne qualcuna per metter in luce ancora una volta il quietismo comportamentale che Hezbollah ha sempre adottato con la Siria di Asad, purché quest’ultima continui a proteggere la Resistenza armata contro il nemico sionista. Un esempio è dato dal massacro del 1987, durante la guerra civile libanese, quando l’esercito siriano uccise 23 miliziani di Basta (Beirut), sostenitori di Hezbollah, come denunciò il religioso sciita el Sayyid Mohammed Hussein Fadlallah[6]. Inoltre, nel 1993 l’esercito libanese, su ordine siriano, uccise nuovamente sostenitori di Hezbollah mentre protestavano nei sobborghi a sud di Beirut contro gli accordi di Oslo tra Arafat e Rabin[7]. Tale episodio incrinò ulteriormente i rapporti tra Hezbollah e Rafiq al Hariri, tanto da essere addotto come una delle prove che sia stato il Partito di Dio ad aver ucciso l’ex Primo Ministro il 14 Febbraio 2005 per vendetta. La Siria, secondo questa visione, avrebbe attaccato Hezbollah e appoggiato l’alleanza di Hariri, Stati Uniti e Arabia Saudita, dato l’avvicinamento di allora di tali potenze dovuto al loro recente unanime appoggio al Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein nella Seconda Guerra del Golfo (1990-91).

Asad e Hezbollah: il caposaldo di una lotta condivisa contro oppressione sionista e imperialismo occidentale

Si possono inoltre riscontrare vari parallelismi simbolici tra queste due realtà politiche. Come Hafez al Asad durante il suo mandato esigeva soprattutto un’adesione popolare ai simboli utilizzati dal regime nella piazza pubblica[8], Hezbollah, considerati i discorsi pubblici del suo leader el Sayyid Hasan Nasrallah, pare voler assicurare tra i suoi sostenitori una semplice adesione simbolica al lealismo asadiano all’interno dei confini libanesi: questa loro mossa politica non rispecchia infatti necessariamente la visione della gente locale. In quanto simbolica, come avveniva nella Siria di Hafez al Asad[9], tale adesione deve poter assicurare la sopravvivenza fattuale di un potere dietro a un’ideologia dominante, e, in tal senso, non forzando necessariamente adesioni alle idee ufficiali del partito in qualità di attore regionale. Questo è stato, a mio personale avviso, il maggior fraintendimento mediatico sul comportamento di Hezbollah verso il proprio elettorato libanese riguardo alla questione siriana.

Il legame di Hezbollah al regime degli Asad – prima con Hafez sino al 2000, in seguito con il figlio Bashar fino ai nostri giorni – è anche inevitabilmente legato, in senso confessionale, alla fatwa del 1973 dell’Imam Musa al Sadr che dichiarava ufficialmente gli alawiti, comunità religiosa governante in Siria, parte della branca sciita dell’Islam. Tale vicinanza tra i due attori regionali è stata progressivamente espressa sia sul piano finanziario sia simbolico, condividendo con il proprio alleato, in modo fedele e assoluto, l’interpretazione storica dei fatti regionali: difatti, ad esempio, la costruzione del monumento di Qana[10] per i martiri libanesi del massacro israeliano dell’Aprile 1996 avvenne solo poi nel 2000 con i fondi di Hafez al Asad.

Strategie comportamentali di Hezbollah sul piano regionale e municipale rispetto alla questione siriana

Vari eventi e testimonianze oggi dimostrano la partecipazione attiva militare di Hezbollah in difesa del regime di Bashar al Asad, tramite la presenza totale di circa 3.500 miliziani nell’area siriana confinante con la Valle della Beqaa libanese, dall’altezza della strada che da Beirut porta a Damasco fino a nord della cittadina di Qusayr, e nei sobborghi meridionali della capitale siriana, dove si trova la celebre moschea di Saiyyda Zeinab (vedere cartina).

Alcuni media internazionali[11], sulla scia dell’influenza iraniana nel Libano del post-guerra (1990) e nel caos iracheno durante l’invasione americana del 2003, hanno già parlato di tutela iraniana di una rete di miliziani che protegga i loro interessi anche nell’incerto futuro regionale in Siria – come per esempio l’alleanza di milizie siriane sciite e alawite chiamate “Jeysh al Sha’by”, finanziate per l’appunto da Teheran. Tale milizia è stata definita da David Cohen, Sottosegretario del Dipartimento del Tesoro americano, “joint venture tra Hezbollah e l’Iran”.

Hezbollah, tuttavia, pare aver tenuto sin dal principio un profilo basso, ad esempio celebrando sempre con toni contenuti i funerali dei martiri in Siria – lo scorso Ottobre nella valle della Beqaa e a inizio Febbraio a ‘Arab Selim, a Sud del Libano – morti “compiendo i loro doveri di jihad”[12]. Nasrallah ha tra l’altro più volte negato[13] il coinvolgimento del suo partito nella crisi siriana l’Ottobre scorso, sostenendo che molti combattenti decidono di andare a difendere il regime di Asad su iniziativa individuale. Questa loro attuale prudenza comportamentale a livello regionale è stata anche dimostrata dalla mancata risposta militare al recente attacco israeliano in Siria lo scorso 30 Gennaio[14].

È possibile distinguere dal partito come attore regionale il “Hezbollah municipale”, ovvero quello che amministra gran parte dei distretti a sud di Beirut, considerati comuni indipendenti dalla municipalità della capitale libanese.

Il tono pacato del “Hezbollah municipale” è stato osservato nella fama di disponibilità che il Partito è riuscito a guadagnarsi presso le municipalità del Sud del Libano nella sfera internazionale degli aiuti umanitari ai rifugiati siriani che abitano l’area ancora in numeri esigui[15]. Questa può essere interpretata come una strategia politica del partito per mantenere il controllo della presenza locale dei profughi siriani, e quindi prevenire disordini nelle proprie aree. Tale disponibilità alla cooperazione del Hezbollah municipale è stata segnalata anche da un annuncio ufficiale da parte del Segretario del Partito Saiyyd Hasan Nasrallah sul canale “al Manar” il Settembre scorso, annunciando aiuti umanitari ai cittadini siriani.

Tali tattiche politiche di cooperazione anche con chi rappresenta, in linea di massima, l’ideologia opposta, e nel contempo evitando attentamente contraddizioni eclatanti in termini etici, sono tipiche del Partito di Dio, come dimostra la sua storia sociale di politiche pragmatiche – si pensi alla partecipazione di Hezbollah nel recentissimo progetto di vaccinazione di bambini siriani e libanesi in collaborazione con UNICEF in tutto il Libano. Tale atteggiamento sempre più diplomatico ha guadagnato negli anni una certa fama di apertura e flessibilità del Partito che ne ha spesso accresciuto i consensi anche in strati confessionalmente diversi da quelli sciiti, e di estrazione sociale ben diversificata all’interno del Libano contemporaneo[16].

Il fraintendimento dei media internazionali sull’alleanza Hezbollah-Asad

La studiosa libanese Amal Saad-Ghorayeb, schieratasi apertamente con la repressione di Bashar al Asad, ha distinto l’approccio di Hezbollah alla libertà, fatto di continua lotta per la giustizia, dall’approccio liberale e occidentale di lotta contro le costrizioni esterne e il potere centrale, presupposto della rivoluzione siriana. È la Resistenza stessa contro Israele a prevalere anche sulla dimensione politica di Hezbollah. Il fraintendimento culturale, a detta di Saad-Ghorayeb, ha radice dunque in un incompreso concetto di libertà collettiva, e non individuale e liberale in senso occidentale.

Gran parte della stampa internazionale ha invece letto il supporto di Hezbollah al regime siriano dopo l’inizio delle insurrezioni in termini di “tradimento” delle radici popolari del partito libanese stesso, noto come paladino d’inclusione, giustizia sociale, riscatto degli oppressi e cittadinanza mobilitata, poiché Hezbollah aveva invece supportato le rivoluzioni in Bahrein, Egitto, Libia e Tunisia. Tale visione in realtà esprime la delusa affezione a Hezbollah di un’esigua intelligentia internazionale, anti-imperialista a Oriente come a Occidente.

Al Sud del Libano è facile ritrovarsi a parlare con gente locale degli eventi in Siria, e constatare che la visione predominante sia quella di Bashar al Asad nelle vesti di “un buon governatore”, “leale con il suo popolo”, “garante di pace e stabilità” o “reale difensore della causa palestinese”.

Ciononostante, le opinioni dei residenti sono alquanto discordanti nelle aree nominate dai mass media “roccaforte di Hezbollah”[17]. Alcuni residenti non si sentono rappresentati dalla politica dominante di accostamento agli Asad, rivendicando giustizia e dignità nella loro “libanesità” spesso sfidata e umiliata dal regime siriano nella storia araba levantina[18].

Mahmud, 30 anni, di Jnah – area costiera delle periferie meridionali di Beirut – sostiene la resistenza di Hezbollah contro il nemico Sionista ma si oppone fortemente agli Asad, ricordandomi cosa il suo paese ha dovuto subire da più decenni a causa del regime siriano. Walid, padre di una famiglia numerosa abitante nel quartiere di Haret Hreik, mi parla dell’ipocrisia ideologica e pragmatica del Partito di Dio riguardo alla questione siriana, dal momento che “la ragione principale di tale supporto è soltanto il fornimento di armi e risorse dall’Iran che passa attraverso la Siria”. Similmente, Rihab, 26 anni, madre di famiglia in uno dei villaggi libanesi del Sud che porta ancora le cicatrici dell’occupazione israeliana (1978-2000), mi parla delle ragioni pragmatiche di Nasrallah di parlare a favore del regime siriano, ma che, in fin dei conti, “il leader siriano è buono con il suo popolo fornendo una protezione sociale che qui in Libano invece ci possiamo solo sognare”.

L’accostamento del Hezbollah regionale al governo siriano e la consapevolezza a livello locale che ciò sia dovuto a questioni di Realpolitik contrastano con la mentalità del partito – vedi supra – e non sembrano contribuire a un quadro di “delusioni politiche” a livello individuale del singolo cittadino, come è spesso stato rilevato invece nei media internazionali che hanno affrontato tale questione[19].

Basandomi su molteplici esperienze vissute con la cosiddetta “gente di Hezbollah”[20], la parziale perdita di consenso del partito a livello politico-nazionale, piuttosto, è dovuta a una crescente mancanza di trasparenza nella gestione interna dei fondi e a corruzione clientelare (in Libano nota come wasta), e non dunque all’allineamento alla Siria di Asad, come sostenuto da parte della stampa internazionale. Wasta che rende Hezbollah sempre più simile al resto dei partiti politici libanesi, e dimostrandone – malgrado l’intrascurabile agenda politica iraniana che fornisce loro la linfa vitale – un compiuto processo di “libanesizzazione”, termine che servì a indicare la loro entrata ufficiale in politica nelle elezioni municipali del 1992.

Quindi, una strategia locale fatta di astute diplomazie da un lato, e di normalizzazione morale dell’appoggio al regime siriano dall’altro, sono le pedine che Hezbollah sta attualmente giocando al fine di edificare un proprio modus vivendi nell’ancora nebbioso post-Asad. Tali mosse strategiche delineano la complessità del partito nel percorso dal 1992 verso un complesso processo di istituzionalizzazione, che è talvolta ancora rifiutata nella compagine internazionale, giacché Hezbollah è tuttora definito da alcuni governi “organizzazione terroristica”. Le rinnovate accuse che Hezbollah ha ricevuto da parte della Bulgaria riguardo all’attacco terroristico su un bus carico di turisti israeliani lo scorso Luglio[21], sono un esempio della resistenza del partito a dinamiche che lo farebbero retrocedere sino a una sua nuova de-istituzionalizzazione.

Il futuro di Hezbollah sul piano regionale, locale e popolare

È dunque la questione siriana odierna che ridisegna e fa emergere con sfumature disomogenee cosa sia Hezbollah in Libano oggigiorno, rispetto al regime di Asad, rispetto al resto della scena politica interna libanese, e rispetto alla “sua” gente. In conclusione, il Hezbollah regionale vede se stesso come inscalfibile da una situazione siriana prettamente interna. E, allo stesso tempo, emerge maggiormente come un partito libanese a pieno titolo agli occhi dello scenario politico interno, distanziandosi dal suo passato di costituire l’alternativa allo Stato; e, in vista del post-Asad, il partito viene interpretato come più disposto a negoziare con gli altri attori politici, come affermato recentemente da uno degli esponenti della rivale coalizione del 14 Marzo Sami Gemayel, de facto riferendosi al possesso di armi da parte del partito[22]. Hezbollah abbandonerebbe così gradualmente la sua reputazione di “rivale dello Stato” par excellence.

Al cospetto di molti dei suoi veterani sostenitori locali, sempre più critici e disillusi soprattutto nelle periferie meridionali di Beirut, Hezbollah, prima concepito come iniziatore di una morale sociale attiva e consapevole, garante della loro stessa sopravvivenza fino alla fine della guerra civile, e “forza sovrannaturale” militare, quale è stata percepita negli anni della resistenza islamica all’occupazione israeliana, oggi, a livello popolare, viene vissuto in misura crescente come ambiguo partito politico, parte integrante della scena libanese, e pertanto come uno tra i “freddi mostri” di cui ogni Stato è costituito, per dirla con il filosofo Nietzsche.

È quindi in questo senso che il futuro siriano, indipendentemente da come muteranno gli allineamenti regionali, sarà indubbiamente la cartina di tornasole dell’evoluzione del Hezbollah regionale innanzitutto,  e, solo di riflesso, del Hezbollah locale-amministrativo. Come sempre, è in realtà la gente a esser profeta di un inevitabile cambiamento.


[1] Interviste da me condotte con il Vice-Sindaco di Haret Hreik, Hajj Ahmed Hatoum, il 31 Gennaio 2012 e 6 Febbraio 2013.

[2] Hafez al Asad il 12 Agosto del 1976 bombardò il campo palestinese di Tel al Zaatar durante la Guerra civile libanese pur di evitare uno scontro diretto con Israele. Tale azione permise inoltre a Asad di entrare in Libano senza che Israele si opponesse.

[3] Così anche durante la Prima Guerra del Golfo degli anni ’80, in cui la Siria, nuovamente al fianco dell’Iran dei Pasdaran – i “Guardiani della Rivoluzione” – si alleò contro l’Iraq di Saddam Hussein.

[4] “Jabal ‘Amel” stava storicamente a indicare il Sud del Libano, prima delle maggiori migrazioni sciite ai sobborghi meridionali di Beirut. Il termine anticamente indicava anche la parte settentrionale della Galilea.

[5] I Baathisti vennero definiti dal leader egiziano Gamal ‘Abd el Naser “fascisti”, a dispetto del loro slogan ufficiale, a cui tutti nell’Esercito dovevan fare giuramento: “Unità, Libertà e Socialismo”.

[7] Il seguente filmato in Arabo del canale al Manar ne è una testimonianza: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=U171R7siAvY# .

[8] Come menzionato sopra, i simboli sono sempre stati quelli della difesa assoluta della causa palestinese e del nazionalismo arabo.

[9] Per approfondire il simbolismo utilizzato in Siria negli anni del mandato di Hafez consiglio la lettura di Lisa Wedeen, “Ambiguities of Domination: Politics, Rhetoric and Symbols in Contemporary Syria”, The University of Chicago Press, 1999.

[10] Cittadina a Sud del Libano a pochi kilometri di distanza da Tiro, occupata dalle truppe israeliane fino al 2000.

[15] La mappa della presenza dei rifugiati siriani in Libano è consultabile sul sito ufficiale di UNHCR: http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/page?page=49e486676 .

[16] Per quanto la mia analisi, come anticipato, verta su una distinzione del piano politico-regionale rispetto a quello comunale-locale – ovvero maggiormente legato ai servizi sociali offerti dagli enti specializzati del partito – tengo a sottolineare che Hezbollah va concepito come un unico ente militare, politico e sociale. Diversamente, i servizi sociali che offre, come quelli ancora parzialmente coperti da un’aura di mistero per i profughi siriani, finiscono per essere concepiti come meri strumenti di strategie politiche – soltanto perché di Islam e di Hezbollah si tratta – anziché parte integrante della logica sciita provvidenziale del partito.

[17] Si intendono le periferie Sud della capitale libanese.

[18] La cosiddetta “tutela” siriana in Libano durò dal 1976 fino all’Aprile 2005, a seguito della Rivoluzione dei Cedri libanese che protestava la prolungata presenza siriana, spesso sinonimo di rapimenti, stupri e abusi di potere, oltre a terrorismo psicologico suscitato nella popolazione libanese, dominata dalla paura di reagire a tale oppressione.

[20] La ricerca che ho condotto sul campo tra Settembre 2011 e Febbraio 2012 prevede l’analisi delle dinamiche sociali e individuali che emergono come risposta locale agli interventi umanitari nei sobborghi meridionali di Beirut dopo la guerra del 2006 con Israele, sino a oggi nei villaggi dell’Akkar – Nord Libano – a seguito del notevole afflusso di rifugiati siriani.

[22] Discorso tenuto all’Università di Sydney in Australia, il 21 Maggio 2012.

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Le ripercussioni della rivoluzione siriana sull’Iraq

Il 5 marzo è uscito il nuovo numero di Limes sulla Siria. Vi ho contribuito con un articolo sui curdi siriani (“I curdi tra incudine e martello”) e le implicazioni estese al Kurdistan in senso lato (iraniano, turco ed iracheno), uno ‘a sei mani’ con Lorenzo Trombetta e Lorenzo Declich (“Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana”) e uno in collaborazione con Eva Zeidan (“Tra Hama e Hims, epicentro delle stragi”). Un altro mio articolo sulle ripercussioni della rivoluzione siriana in Iraq (“Il fattore Iraq nella guerra di Siria”) è stato invece pubblicato sul sito di Limes il 14 marzo 2013. Non sono un sostenitore della terminologia “guerra siriana” adoperata ampiamente da Limes per definire la rivoluzione siriana (e non ho scelto il titolo del mio articolo sull’Iraq), poiché tende a livellare quella che è nata come una rivolta popolare a scontro tra due fazioni. Resto però consapevole delle dimensioni geopolitiche del conflitto in corso in Siria, che coinvolge molti attori regionali e non in una vera e propria ‘proxy war’.

n.b.: non so perché ma le ‘shin’ arabe vengono traslitterate con una semplice ‘s’ sul sito di Limes.

Il fattore Iraq nella guerra di Siria

di Andrea Glioti

Iraqi Sunni Muslims take part in an anti-government demonstration in Falluja

Il fallimento dell’esperimento democratico avviato dagli Usa a Baghdad rafforza il nascente jihadismo siriano, che trova una sponda in Iraq. La geografia dei gruppi tribal-confessionali. Il ruolo di Russia e Turchia. Verso una regionalizzazione del conflitto?

La storia moderna delle relazioni siro-irachene è quella di due fratelli divisi da un’insormontabile rivalità. Fratelli, in quanto prodotti politici dell’ideologia baatista, divisi dall’esilio iracheno del padre intellettuali del partito, Michel ‘Aflaq, espulso dai giovani golpisti siriani nel 1966. I due fratelli rimangono separati negli anni di Saddam (1979-2003) e Hafiz al Asad (1970-2000), quando Damasco stringe una duratura alleanza con l’Iran e lo supporta nella sua resistenza contro l’aggressione irachena (1980-88). Anche in occasione della seconda guerra del Golfo (1991), la Siria assume posizioni antitetiche e appoggia l’intervento americano in Kuwait.

Eppure, le strategie adottate dal gruppo di ufficiali al potere nei due paesi sono affini: provengono da una minoranza (sunnita nel caso iracheno, alauita in quello siriano); ripudiano ufficialmente il confessionalismo, ma fanno affidamento su correligionari e membri del proprio clan ai vertici dei servizi di sicurezza; si professano laici, ma terrorizzano le minoranze con lo spettro di opposizioni islamiche intolleranti, cosicché i sunniti diventano jihadisti salafiti nella retorica di al-Asad e gli sciiti iracheni degli iraniani desiderosi d’instaurare un’altra repubblica islamica (1).

 

Solo nel 2003, dichiarando la sua opposizione all’invasione americana, Damasco si schiera con i fedelissimi di Saddam, aprendo le porte al vicepresidente ‘Izzat al-Duri e al segretario del consiglio regionale iracheno del Ba‘t Yusuf al-Ahmad, oltre a intensificare i legami con numerosi circoli jihadisti sunniti, cui permette l’ingresso in Iraq dai suoi confini. Il regime di Bassar al-Asad si inimica così il nuovo establishmentislamico sciita di Baghdad, almeno fino al 2008, quando avvia un riavvicinamento protrattosi sino ai giorni nostri.

 

Nel contesto dell’attuale offensiva antiraniana portata avanti dall’asse che congiunge Turchia e paesi del Golfo, Baghdad è legata in modo indissolubile all’Iran, prima che alla Siria, ma non può rischiare di rimanere l’unico governo arabo filo-iraniano, nell’eventualità della caduta di al-Asad e dell’ascesa di un’opposizione memore dei legami tra al-Maliki e il regime. L’Iraq necessita quindi dell’appoggio di una superpotenza come la Russia e Mosca è interessata a compensare la perdita dei mercati libici e siriani, limitando l’egemonia statunitense nella regione. Questione problematica nel caso iracheno, poiché gli Usa rimangono l’artefice e il principale sponsor militare dell’attuale governo. Le pressioni americane impongono così a Baghdad di ripiegare su una posizione neutrale di facciata in merito alla Siria. L’altro aspetto fondamentale della vicinanza agli Asad è il contenimento del cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara, sponsor di punta dell’opposizione siriana e più volte intromessasi anche negli affari iracheni, creando tensioni tra le varie comunità.

 

Baghdad non s’illude certo che la Siria sia in grado di contenere il movimento dei nemici dell’Iraq sul proprio territorio, ripagando la fedeltà di al-Maliki. I baatisti al-Ahmad e al-Duri potrebbero infatti non essere più in Siria e godere già dell’appoggio saudita contro la classe dirigente sciita irachena. D’altronde, Damasco ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione lungo linee confessionali, in virtù dei suoi radicati legami con i circuiti jihadisti sunniti. Ma il risvolto più preoccupante del ritorno dei jihadisti iracheni in Siria, supportati dalle formazioni siriane, non è il jihadismo in sé, quanto il fatto che esso troverebbe un fertile terreno di rivendicazioni e malcontento sociale in Iraq. La militanza islamica potrebbe finire per coinvolgere fasce dell’elettorato sunnita, che in passato hanno preso le distanze dalla lotta armata contro il governo, come i leader tribali, i cittadini colpiti dalla campagna di de-baatificazione, gli ex combattenti delle sahwa (milizie formate da clan arabi sunniti, istituite dalle truppe americane per combattere gli insorti) esclusi dalle istituzioni militari controllate dagli sciiti. L’Iraq è infatti tornato a essere teatro di manifestazioni di massa su scala nazionale: oggetto della contestazione è il dispotismo di al-Maliki e il suo uso indiscriminato delle leggi antiterrorismo.

 

Se le proteste del 2011 scoppiate sull’onda del tumulto regionale avevano coinvolto sia la capitale sia le province sciite meridionali, con un ruolo preminente di intellettuali e giornalisti, le manifestazioni in corso dal dicembre 2012 hanno un carattere prettamente confessionale. Si tratta di un altro parallelismo con la Siria, dove la confessionalizzazione militarizzata ha rappresentato una seconda fase della rivolta (2). Anche se, a dispetto della connotazione sunnita, i leader tribali sono riusciti finora a limitare le violenze in Iraq. Seppure a livello embrionale, sono emersi nuovi collettivi che mirano a sfruttare l’occasione per catalizzare il malcontento sunnita e attrarre finanziamenti da Turchia e paesi del Golfo. I legami tra questi ultimi e tribù arabe siro-irachene sono oltremodo fluidi al momento, in virtù del crollo del sistema di clientelismi instaurato dal regime di al-Asad e delle tensioni in crescita tra al-Maliki e i leader clanici. Per il primo ministro iracheno, la chiave di volta per evitare un destino simile ad al-Asad sono le riforme e l’inclusione dell’opposizione, su cui era stato formato il governo nel 2010. Altrimenti, l’Iraq rimarrà il prodotto di una transizione democratica forzata e incompiuta, un paradossale scambio di ruoli tra oppressi e oppressori.

 

È innegabile che il premier sciita iracheno Nuri al-Maliki debba anche a Damascola sua carriera politica, essendogli stato concesso di proseguire le attività del partito islamico al-Da‘wa (La chiamata) dalla capitale siriana per ben diciassette anni d’esilio coatto (3). Tuttavia, dalla caduta di Saddam le relazioni con il regime siriano sono diventate molto più problematiche di quelle indissolubili, di carattere ideologico, che legano i partiti islamici sciiti iracheni a Teheran. L’Iran è il vero garante del potere di al-Maliki, persino quando viene contrastato da altri esponenti sciiti (4).

 

Per quanto riguarda invece la Siria, al di là dell’incongruenza ideologica – che contraddistingue peraltro anche i rapporti siro-iraniani – l’approccio iracheno è sempre stato fondato sul sospetto. Fino al 2010 al-Maliki ha continuato ad accusare al-Asad di finanziare e nascondere i baatisti responsabili di alcuni degli attentati più sanguinari in Iraq (5). Ciononostante, la nomina nel 2008 di un ambasciatore siriano in Iraq, il primo tra tutti i paesi arabi dopo la caduta di Saddam, aveva già segnato l’inizio di una distensione, fondata su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza da parte siriana, in cambio di legami economici più stretti con l’Iraq (6). Ancora più determinanti, nel mutare l’attitudine del premier iracheno verso la Siria, sono state le pressioni esercitate da Teheran su Damasco, affinché supportasse al-Maliki invece che ‘Allawi alle elezioni del 2010 (7).

 

A parte l’Iran, l’attore principale che ha interesse a mantenere l’Iraq al fianco della Siria è senza dubbio la Russia, nel tentativo di recuperare un regime come quello iracheno, in cui Washington nutre scarsa fiducia per via dell’influenza iraniana (8). Vi sono però difficoltà non indifferenti, essendo il Pentagono il primo fornitore dell’esercito iracheno. A ottobre, l’Iraq ha siglato un accordo di oltre quattro miliardi di dollari per l’acquisto di elicotteri e sistemi antiaerei da Mosca, un affare che avrebbe reso Baghdad il secondo acquirente di armi russe al mondo dopo l’India (9). Finora il primato mediorientale nell’acquisto di armi russe era detenuto dalla Siria. Che non si tratti solo di affari lo hanno confermato le dichiarazioni di Putin, secondo cui le posizioni dell’Iraq e della Russia sulla Siria sono «identiche» (10). Dal 10 novembre 2012 l’accordo rischia però di essere annullato, essendo stata aperta un’inchiesta per corruzione. Prevedibilmente, il sospetto ricade su un intervento di boicottaggio degli Usa, in pieno stile guerra fredda, nonostante la Casa Bianca abbia ufficialmente sminuito l’importanza dell’accordo (11). Non a caso, parallelamente all’affare russo l’Iraq ha approvato il 24 gennaio un anticipo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto dei primi diciotto caccia F16 americani su un totale di trentasei (12). Una vera e propria contesa per il mercato militare iracheno, sulla quale gli Usa sembrano avere momentaneamente la meglio (13).

 

L’ufficiale neutralità ostentata da al-Maliki sulla crisi siriana non è però risultata convincente agli occhi degli Stati Uniti: convinta che l’Iraq funga da corridoio per il passaggio di armi e milizie iraniane, la Casa Bianca ha continuato ad accusare Baghdad di trascurare i controlli pattuiti. Ad avvalorare le tesi americane concorrono le perquisizioni degli aerei iraniani diretti in Siria, due nell’arco degli ultimi cinque mesi, di cui una effettuata «per errore» su un volo di ritorno da Damasco (14). Il governo iracheno viene inoltre accusato di vendere olio combustibile a basso costo al regime siriano, per aiutarlo ad aggirare le sanzioni internazionali (15).

 

Sul piano degli equilibri internazionali, l’altra priorità di al-Maliki è il contenimento delle ambizioni egemoniche turche nel Vicino Oriente. I partiti sciiti si sono lamentati ripetutamente delle interferenze turche: ad esempio, Istanbul ospita da oltre un anno il vicepresidente iracheno Tariq al-Hasimi di al-hizb al-islami al-‘iraqi (Partito islamico iracheno), considerato un perseguitato (sunnita, s’intende), nonostante sia stato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. Il 2 agosto 2012, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha inoltre visitato Kirkuk, storico pomo della discordia dai ricchi giacimenti petroliferi, conteso tra arabi, curdi e turcomanni, suscitando l’ira delle autorità di Baghdad, per aver informato del suo arrivo solamente le autorità del Kurdistan iracheno (16). La mossa di Davutoglu è stata chiaramente percepita come un tentativo di aggirare i partiti sciiti e proporsi come mediatore fra le tre comunità. Si comprende pertanto un altro dei motivi per cui al-Maliki si mantiene a distanza dall’opposizione siriana sponsorizzata da Ankara.

 

Sul piano internazionale, al-Maliki sta cercando d’interpretare i cambiamenti della regione, ma ciò non sarà sufficiente ad arginare le minacce più immediate poste dal collasso del regime siriano.

 

Durante la sua ultima apparizione televisiva, il 5 gennaio 2013, ‘Izzat al-Duri è stato chiaro su come intenda sfruttare l’attuale ondata di proteste nelle province sunnite per lanciare una nuova chiamata alle armi. L’ex vicepresidente afferma quindi di trovarsi nella provincia irachena di Babele. Ciò che sembra evidente è che al-Duri non si trovi più in Siria, mentre diversi indizi fanno ipotizzare una sua presenza in Arabia Saudita (17). Il supporto del regno wahhabita non rappresenta un’ipotesi illogica, se si considera come i rapporti tra baatisti iracheni e al-Asad si fossero già incrinati nel 2007, con il riavvicinamento di Damasco a Baghdad (18) e quanto l’aumento del malcontento popolare verso al-Maliki sia propizio all’agenda antiraniana condivisa dalle petromonarchie e dai baatisti iracheni.

 

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

 

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

 

Le proteste sono scoppiate il 23 dicembre 2012. Il pretesto: l’ennesimo arresto di membri della scorta di personalità di spicco sunnite, accusati di terrorismo. Il bersaglio: il ministro delle Finanze Rafi‘ ‘Isawi, ultimo esponente dell’Mni rimasto a occupare un ministero di rilievo e sostituito da al-Maliki con un ministro sadrista ad interim, conferendo tinte ulteriormente confessionali all’attuale governo. La frustrazione dell’elettorato sunnita non riguarda solo la visibilità politica: i manifestanti chiedono l’abrogazione dell’articolo 4 della legge antiterrorismo, che consente detenzioni preventive senza capi d’imputazione o processi, il rilascio dei detenuti vittime di questa norma e una riforma della legge sulle epurazioni antibaatiste, che ha limitato l’assunzione di numerosi sunniti qualificati in posizioni governative.

 

Le province dove sono esplose le proteste (Ninive, Diyala’, Salah al-Din, Kirkuk e soprattutto Anbar (22)) sono quelle dei combattenti sottopagati delle sahwa, quotidianamente alle prese con gli insorti sunniti e sempre più tentati di unirsi a loro. Una volta ritiratesi le truppe americane (fine 2011), numerosi membri delle sahwasono rimasti senza lavoro (23); i ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre all’intelligence, restano controllati da uomini di fiducia di al-Maliki, in qualità di ministri ad interim. Non è un caso che, il 29 gennaio, il governo abbia reagito alle proteste promettendo di incrementare i salari delle sahwa (24).

 

A differenza delle manifestazioni scoppiate a febbraio del 2011 sull’onda dei tumulti regionali e represse brutalmente dal governo Maliki, le proteste in corso hanno una chiara dimensione tribale e confessionale, anche solo a giudicare dalle province interessate e dai protagonisti. Le relazioni tra i leader tribali sunniti (25) e il primo ministro sono critiche, basti pensare alla reazione del leader delle  di Anbar, Sayh Ahmad Abu Risa, all’uccisione di alcuni manifestanti a Falluga (Anbar) per mano dell’esercito il 25 gennaio: il capo clan ha minacciato di lanciare il jihad contro i soldati se i responsabili non fossero stati assicurati alla giustizia entro una settimana (26).

 

Per comprendere il peso economico di queste tribù, basti ricordare che le immense riserve di gas ancora vergini di ‘Akkaz si trovano nella provincia di Anbar, 30 chilometri a sud del passaggio di frontiera siriano di al-Qa’im, al di là del quale molti parenti dei clan iracheni combattono nelle file dell’opposizione siriana. La più importante città siriana nei pressi del confine iracheno, nonché fulcro dell’industria petrolifera siriana, Dayr al-Zawr, sarebbe attualmente quasi in mano all’opposizione.

 

L’ex ambasciatore siriano in Iraq Nawaf al-Faris, passato all’opposizione nel luglio 2012, è il leader del potente clan di al-Garrah dell’area di al-Bukamal, adiacente al confine iracheno. Al-Garrah fa parte della confederazione tribale ‘Aqidat, la più grande della Siria orientale, con estensioni fino in Arabia Saudita (27). È proprio attraverso queste reti che le potenze del Golfo riescono a inserirsi nel conflitto siriano (28): prima di disertare, al-Faris subì infatti consistenti pressioni da parte dei leader dell’‘Aqidat perché smettesse di armare i miliziani lealisti. Molti altri leader tribali hanno scelto di supportare l’opposizione siriana: nel marzo 2012, un altro clan di spicco di Anbar, i Dulaym, ha rivelato alla stampa americana di aver inviato centinaia di migliaia di dollari e combattenti a Dayr al-Zawr (29). Secondo Nawaf al-Basir, leader di un’altra delle principali tribù siro-irachene (la Baqqara), fino ad allora il capo della Dulaym, Magid ‘Ali Sulayman, era il garante del controllo del confine iracheno per conto di Maliki, che gli aveva affidato il monitoraggio del traffico d’armi gestito dai clan sunniti (30).

 

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

 

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Per approfondire leggi “Guerra mondiale in Siria“, disponibile anche su iPad.

Note

(1) «Syrian Wounds and Iraqi Scars», OpenDemocracy, 24/9/2012
(2) La prima fase, relativamente pacifica, si estende da metà marzo a fine luglio 2011. Si può però parlare di fase militare solo nel 2012, in seguito ai primi tre attentati degni di nota verificatisi a Damasco e Aleppo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.
(3) Anche il presidente iracheno Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) deve molto a Damasco, avendovi fondato il suo partito. Di fatti le posizioni di Talabani sulla rivoluzione siriana sono molto più ambigue di quelle del presidente del Kurdistan iracheno, Mas‘ud Barzani.
(4) È stato il caso di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, costretto a desistere dal voto sulla sfiducia a Nuri al-Maliki lo scorso giugno. Si veda al-Sarq al-Awsat, 4/6/2012, goo.gl/rTSWM
(5) Déjà Vu All Over Again? Iraq’s Escalating Political Crisis, International Crisis Group (Icg) Report n. 126, 3077/2012, p. 14
(6) In particolare, l’utilizzo iracheno dei porti mediterranei siriani, la riapertura dell’oleodotto che congiunge Kirkuk alla città costiera siriana di Baniyas, il collegamento dei giacimenti di gas di ‘Akkaz alle raffinerie siriane, la creazione di aree di libero scambio lungo le frontiere e l’integrazione delle reti ferroviarie nazionali. Cfr. Reshuffling The Cards (II): Syria’s New Hand, Icg Report n. 93, 16/12/2009, pp. 15-16
(7) Ibidem, p. 14. Le elezioni si sono concluse con la formazione di un governo di coalizione tra i maggiori partiti islamici sciiti, l’Alleanza del Kurdistan e l’Mni di ‘Allawi. Di fatto però, al-Maliki ha mantenuto vacanti tre ministeri, assegnandoli a suoi uomini di fiducia, invece di ripartirli all’interno della coalizione.
(8) Cfr. Russia Today Arabic, 12/11/2012 (goo.gl/YVea1) e 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG) – e al-Safir, 17/11/2012 (goo.gl/w4bZ6)
(9) «Inside Story: What is behind Iraq’s Arms Deal with Russia», Aljazeera, 10/10/2012.
(10) Cfr. Russia Today Arabic, 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG).
(11) Al caso di corruzione si sommano i timori di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, per un eventuale utilizzo dell’artiglieria contro i curdi. I rapporti tra al-Maliki e Barzani sono molto tesi, dopo che a novembre si è sfiorato un conflitto etnico nei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni, in seguito al dispiegamento del Commando operativo del Tigri agli ordini del premier. I curdi rivendicano un territorio ben più ampio di quello concesso loro, che si estenderebbe anche alle province di Kirkuk, Ninive, Salah al-Din, Diyala e Wasit.
(12) Si veda al-Hayat, 24/1/2013 (goo.gl/fvQnc); «Iraqi Dispute over Alleged Israeli Device in F-16 Purchase», al-Monitor, 7/11/2012.
(13) «Iraq Signs Contract for 18 F-16 Fighter Jets», Press Tv, 19/10/2012.
(14) Cfr. al-Mada, 30/10/2012 (goo.gl/9qnbP); «Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to U.S. Dismay», The New York Times, 2/12/2012.
(15) «Iraq Lacks a Unified Foreign Policy Because It Lacks a Unified Country», Musings On Iraq, 16/1/2013; «Iraqi Shi’ite Militants Fight for Syria’s Assad», Reuters, 16/10/2012.
(16) Cfr. al-Monitor, 3/8/2012 (goo.gl/oO09Q).
(17) «Where Is Izzat al-Duri?», Iraq and Gulf Analysis, 8/4/2012; «Saddam’s Vice President Izzat al-Duri Did not Travel to Saudi Arabia via Erbil airport», EKurd.net, 13/11/2012.
(18) «Revenging Aflaq (i): Former Iraqi Baathists In Syria: Who Are These Guys?», WikiLeaks, documento proveniente dall’ambasciata americana di Damasco datato 1/10/2009 (goo.gl/EE0H9). Fonti interne al Partito dell’accordo nazionale di ‘Allawi accennano a contatti tra al-Duri, Aõmad e alcuni paesi del Golfo già l’anno scorso: al centro vi sarebbe l’offerta di una fuga sicura in cambio di un chiaro sostegno alla rivoluzione siriana. Cfr. al-Siyasa, 12/8/2012 (goo.gl/S2VY2).
(19) Tentative Jihad: Syria’s Fundamentalist Opposition, Icg Report n. 131, 12/10/2012, p. 3
(20) Il Fronte è uno dei pochi collettivi jihadisti siriani a ricorrere agli attentati suicidi, marchio di fabbrica di al-Qa‘ida in Iraq. Cfr. ivi, pp. 11-12. Uno dei forum di riferimento più noti dei jihadisti globali è il Shamikh1.info, contenente numerosi riferimenti al fronte iracheno e maliano.
(21) Si pensi al massacro della prigione di Saydnaya (5 luglio 2008), quando un gruppo di jihadisti in stretti rapporti con il regime siriano organizzò una sedizione. Cfr. «When Chickens Come Home to Roost: Syria’s Proxy War in Iraq at Heart of 2008-09 Seidnaya Prison Riots», Wikileaks, documento dell’ambasciata americana di Damasco datato 24/2/2010. Il regime siriano è anche noto per i legami sospetti costruiti con il gruppo jihadista Fath al-Islam, attivo nel campo palestinese di Nahr al-Barid (Tripoli, Libano).
(22) Per una mappatura aggiornata delle proteste, cfr. Political Update: Mapping the Iraq Protests, Institute for the Study of War.
(23) Si veda il quotidiano panarabo ‘Ilaf, 2/9/2012, goo.gl/WB4eC
(24) PUKmedia, 31/1/2013 (goo.gl/kSjAz).
(25) Per una panoramica delle tribù arabe irachene, cfr. A. AL-‘AZZAWI, Le tribù dell’Iraq (‘Aas’ir al- ‘Iraq), consultabile presso Irq4all.com.
(26) «Iraq Sunnis Threaten Army Attacks after Protest Deaths», Bbc, 26/1/2013. Abu Risa è stato inoltre punito per il suo ruolo attivo nelle proteste, venendo privato della scorta: cfr. al-Sarq al-Awsat, 1/2/2013 (goo.gl/MgExp).
(27) «A Damascus Loyalist Defects as Violence Affects the Tribes», The National, 16/7/2012.
(28) «Tribal Bonds Strengthen the Gulf’s Hand in a New Syria», The National, 16/2/2012.
(29) «Iraqi’s Sending Arms, fighters into Syria», Cnn, 28/3/2012.
(30) «Magid ‘Ali Sulayman ha ricevuto 10 milioni di dollari (…) e 50 guardie del corpo da Nuri al-Maliki: lo scopo è di impedire ogni sorta di traffico attraverso il confine siriano, la tribù controllerà la frontiera al servizio degli interessi della Siria. (…) Esiste inoltre un progetto per espandere i confini delle province irachene sciite di Karbala’ e Nagaf lungo il confine giordano-saudita, per creare una sorta di “cintura sciita” a spese della provincia sunnita di Anbar», intervista del’autore a Sayh Nawaf Basir, Istanbul, 29/2/2012.
(31) al-Sumariyya TV, 15/8/2012 (goo.gl/7nuwk).
(32) Se n’è parlato sulla stampa iraniana ed egiziana, citando il quotidiano socialista turco Aydinlik Gazete, che a fine gennaio ha pubblicato un reportage sul presunto addestramento ricevuto nella centrale della polizia di Golbasi (Ankara). Sempre secondo la stampa turca, l’Eil raggrupperebbe combattenti baatisti; esso sarebbe un’iniziativa di ‘Izzat al-Duri e del vicepresidente Tariq al-Hasimi, latitante in Turchia. Cfr. «Turkey Training anti-Iraq Ba’athi militants: Turkish media», PressTV, 26/1/2013; al-Yawm al-Sabi‘, 12/2/2013 (goo.gl/MigAx)
(33) Nella formazione del collettivo militare sarebbe Taha al-Dulaymi, un predicatore islamico sunnita. Il primo comunicato dell’Eil fa già riferimento alle rivendicazioni dei manifestanti; tuttavia, secondo alcuni politici dell’Anbar, nonostante le pressioni turche persistono rivalità tra leader baatisti e tribali ai vertici dell’organizzazione. Ciononostante, a dicembre al-Maliki ha affermato di aver formato un nuovo nucleo delle Forze di sicurezza nelle province di Ninive, Kirkuk e Diyala per fronteggiare l’Esercito libero. Cfr. «A Wary Iraq Weighs Its Options as Syrian Civil War Deepens»,Christian Science Monitor, 6/12/2012.
(34) Al contrario, le ultime notizie testimoniano un continuo utilizzo indiscriminato delle epurazioni antibaatiste: il presidente dell’Alta commissione elettorale indipendente, Miqdad al-Sarifi, ha riferito di recente che 131 candidati baatisti sono stati esclusi dalle prossime elezioni, in programma il 20 aprile; il 14 febbraio, il presidente della Corte federale Medhat Mahmud è stato deposto dal suo incarico dalla Commissione di de-baatificazione; gli operai della compagnia petrolifera di Stato sostengono che al-Maliki voglia applicare l’articolo 4 della legge sull’antiterrorismo contro di loro, solo per aver chiesto la distribuzione di 365 miliardi di dollari di profitti e il licenziamento del direttore (goo.gl/1h1W0).

(14/03/2013)
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Guerra fredda in Siria

Il punto della situazione sulla Siria nel dicembre 2012, per quanto sia possibile menzionare tutti i fattori in campo in un articolo di 5000-6000 battute. Pubblicato su Left-Avvenimenti

La guerra fredda della Siria

di ANDREA GLIOTI

Sulla via di Damasco si affrontano i vecchi schieramenti: da una parte gli Usa e l’Europa. Dall’altra la Russia e la Cina

china-russia-veto

A dispetto dell’attenzione mediatica suscitata dagli allarmismi sulla presenza di armi chimiche, che il regime siriano o alcuni gruppi radicali dell’opposizione si preparerebbero a utilizzare, la guerra fredda tra l’asse russo-cinese-sciita e quello occidentale-sunnita sembra continuare a bloccare ogni opzione interventista. L’obiettivo a lungo termine (comodo anche a Israele) rimane la distruzione completa dell’apparato militare siriano con il minimo sforzo possibile: a corroborare questa tesi concorrono la freddezza di Tel Aviv nei confronti di un intervento militare e il distacco occidentale dall’opposizione armata siriana, oggi caratterizzata dall’ascesa di gruppi radicali islamici.

Il regime non è riuscito ad aprire un dialogo con l’opposizione, e del resto il principale rappresentante politico di quest’ultima, la Coalizione nazionale per le forze siriane rivoluzionarie, rifiuta qualsiasi colloquio con Assad. Anche il fallimento della missione dell’inviato Onu Lakhdar Brahimi suggerirebbe il profilarsi di un scenario interventista. La resistenza russa alla richiesta di dimissioni di Assad come prerequisito dei negoziati non sembra tra l’altro attenuarsi, nonostante i recenti colloqui tenutisi tra Mosca, Ankara, Washington e Onu.

Il ripresentarsi del quadro precedente all’invasione americana dell’Iraq, con Stati Uniti e Gran Bretagna in prima linea nello sbandierare presunte prove di un prossimo utilizzo di armi chimiche da parte di Damasco, sembrerebbero spingere nella stessa direzione. Ufficiali dell’Esercito libero siriano (Esl) hanno iniziato a far circolare diversi video che mostrerebbero la confisca di armamenti chimici e maschere anti gas in possesso delle forze governative. Il vice primo ministro israeliano, Moshe Yaalon, ha tuttavia ridimensionato gli allarmismi, escludendo una minaccia chimica siriana imminente nei confronti di Tel Aviv. Israele ha voluto pertanto mettere in chiaro che, per il momento, non si parla di nessun intervento.

D’altra parte, il consenso Nato al dispiegamento delle batterie di missili Patriot in Turchia sembrerebbe preludere a un’altra forma di intervento militare, la no-fly zone agognata dall’opposizione siriana. Ma fonti d’intelligence francese rivelano che la Russia avrebbe immediatamente risposto, recapitando nel porto di Tortosa il primo cargo di missili Iskander, particolarmente efficaci contro i Patriot. La Nato ha rassicurato Mosca sulla funzione “difensiva” delle sue armi, che verranno collocate in territorio turco invece che lungo il confine. Uno scenario da guerra fredda, orientato all’equilibrio delle forze in campo piuttosto che allo scontro.

L’altro scenario d’intervento occidentale, quello indiretto finalizzato ad armare l’opposizione, continua ad essere ostacolato dalla presenza di frange radicali islamiche. Sia la Coalizione nazionale che il suo sponsor più agguerrito, la Francia, stanno cercando di rassicurare Usa e Ue che gli estremisti verranno marginalizzati. Secondo quanto riportato dal quotidiano libanese As-Safir, i servizi segreti transalpini sarebbero attivi in Siria per esaminare la struttura dell’opposizione armata e i suoi legami con al Qaeda. Parigi vuole assicurarsi il supporto dell’Unione nell’eliminare il divieto di import di armi alla Siria, che ha finora limitato i rifornimenti di armi tecnologicamente avanzate ai rivoluzionari. A febbraio, allo scadere dell’embargo, potrebbero gia cambiare le carte in tavola.

Eppure la fiducia occidentale nell’opposizione non ha ancora raggiunto i livelli necessari: al di fuori del mondo arabo, solo Francia, Regno Unito e Spagna hanno riconosciuto la Coalizione nazionale come “unico” rappresentante del popolo siriano. Complice il fatto che gruppi inclusi nella lista dell’anti terrorismo americano come il Fronte al-Nusra abbiano preso recentemente il controllo di basi militari strategiche, come quella di Shaykh Suleiman a nord di Aleppo.  Così, mentre la guerra fredda in Siria non sembra voler essere interrotta in tempi brevi da un intervento militare, i siriani si preparano al secondo lungo inverno di sangue, fame e freddo.

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Clashes between Arabs and Kurds in Syria (October-November 2012)- Faida arabo-curda in Siria (ott-nov 2012)

The first piece (published on November 5, 2012) was written for Taz.die Tageszeitung It was translated in German, but I wrote in English, here’s the original version. I wrote it in early October upon my return from Iraqi Kurdistan, before clashes started between Arab and Kurdish factions in Northern Syria. 

L’ho anche tradotto in Italiano.

The second piece was published by The Majalla later on (Nov 26, 2012), when the clashes had already started. 

Syrian Kurds ready to fight Arabs once Asad is gone

By Andrea Glioti

ERBIL (Iraqi Kurdistan), 17 October 2012.

On July 11, the main Syrian Kurdish factions signed an agreement in Erbil to reassure Turkey of their peaceful aspirations and to reach unity for a possible confrontation with the Arab opposition’s Free Syrian Army (FSA), after the downfall of Bashar al-Asad. However, these two aims are likely to collide, being the FSA hosted and sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is high and both Turkey and Syria have interests in provoking a conflict between Arabs and Kurds.

No trust in the (Arab) Free Syrian Army

The North-Eastern Kurdish areas in Syria are not anymore under the control of Damascus, despite the presence of security officials: the regime has prioritized the fight against the Arab opposition in the two main cities, Aleppo and Damascus, while allowing Kurdish parties to manage their regions.

The agreement sponsored by the President of the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), Mas’ud Barzani, was thus signed in a critical phase of military escalation in the rest of Syria and led to the formation of the Kurdish Supreme Committee. Such a coalition is formed by the pro-Barzani (i.e. pro-Turkish) Kurdish National Council (KNC) and the Popular Council of Western Kurdistan (PCWK), the body comprising the PKK-proxy Democratic Union Party (PYD).

Even the more moderate KNC has no sympathy at all for the Arab Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, head of KNC media and one of the signatories of the Erbil Agreement.  According to Brimo, the rapprochement with the PYD, despite skirmishes and different regional allegiances, was a consequence of the “chauvinist approach” of the Arab opposition with the Kurds, who were allegedly refused recognition as a people during the conference held in Cairo in July.

“We are not scared by the strength of the [Arab] opposition, but by its ideas, its dictatorial conduct,” adds Mohammad Rasho, the Ocalan-looking PCWK representative in Iraqi Kurdistan, who seems to hint at the PYD’s readiness to clash with the FSA.  Nuri Brimo is even more explicit: “24 hours after the downfall of the regime, the language will be a different one from the peaceful adopted so far [by the Kurds]: if we need to, we will get ready to fight and defend our regions.”

Syrian Kurds are already ahead in their preparation: the number of fighters trained in the two camps set up in January by Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP) in the Iraqi Governorate of Duhok will reach soon 3700. Dilshad*, a 38-year-old Syrian from Qamishli, had previously joined the FSA, but he quit due to its “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities and joined the Kurdish training camp last February.  “We are trained in street guerrilla by the PKK in order to face the Free Syrian Army in the future,” whispers Dilshad over the phone, walking away from his companions to avoid being overheard.  The PKK was originally recruited to work under the surveillance of Barzani’s armed forces (peshmerga), however, the Kurdish internal divisions began to surface in the last days, when all the militiamen outside the control of the President were expelled from the camps. Dilshad informed me today that he was also forced to leave, adding that “the situation is changing and internal Kurdish strife might break out in Qamishli [A/N: strategic city in Syrian Kurdistan].”

Syrian and Turkish interference

The possibility of a confrontation between Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian Government, who could hope to drag the PKK and Turkey in the conflict. As a matter of fact, Damascus is periodically interfering in the neighboring countries in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

The unprecedented suicidal bombing occurred in Qamishli on September 30 seems to confirm the Syrian role in fostering tensions between Arabs and Kurds. “The Syrian intelligence staged the explosion […] in order to convince Kurds that the Free Syrian Army entered Qamishli,” reveals Dlshad, the Syrian Kurdish military trainee. Damascus is also capable of exploiting its historical ties with the PYD-PKK, if it wishes to cause Kurdish-Arab strife.

For what concerns Turkey, both the Iraqi and Syrian Kurdish parties are aware that Ankara is watching closely their moves, therefore even Barzani’s KDP prefers denying the existence of the military camp where Syrian Kurds are trained by the PKK.  “There is only the Domiz refugee camp and we didn’t set up any military camp,” says Abdul-Wahhab ‘Ali, the KDP spokesperson in Sulaymanya, “during the Kurdish revolution in 1961, Kurdish fighters came [to Iraq] from Syria and Iran, they earned a very good military knowledge and settled down here.”

On the other hand, the Erbil Agreement seems conceived to tame factions hostile to Turkey like the PYD. “We bring the PYD to think like us and we want recognition from Europe that we tried to drag the PKK away from Syria and Iran,” states proudly Nuri Brimo. Even though there is no explicit reference to Ankara, such an agenda aimed at changing the Pkk’s stances cannot be considered unrelated to Turkish pressures. Turkey has also been reassured about the lack of separatist ambitions by the text of the agreement. However, the PYD predictably refuses to recognize it signed a deal to please Turkish interests. “Turkey is opposed to unifying Kurdish parties,” objects Mohammad Rasho, “[Turkish FM] Davutoglu came here and visited only the Kurdish National Council to create division at the time of the Erbil Agreement.” Ankara remains wary of an agreement including the PYD and, according to Rasho, military intervention would be preferred, if there was enough international support. “The buffer zone [Ankara talks about] aims at limiting the achievement of Kurdish rights and not at supporting the Syrian revolution”, claims Rasho, “there are confirmed Turkish demands from the FSA to attack the PYD.” In June, an allegedly leaked document from the Turkish consulate in Erbil has been spread by the pro-PKK Firat News Agency to prove the Turkish attempts to bring the Syrian Kurdish regions under the FSA control. According to this reading of the situation, Turkey is pursuing a parallel agenda to the Erbil Agreement, based on backing the Arab opposition against the Kurdish factions hostile to Ankara.

Under these premises, Kurds risk to see the fight to defend their territories turned again into a greater conflict serving the interests of other actors. Remember all the Gulf Wars.

*A pseudonym has been used for security reasons.

 

Siria: una volta caduto Asad, ci si prepara per la faida curdo-araba

 

Di Andrea Glioti

 

ERBIL (Kurdistan Iracheno), 7 Ottobre 2012

 

L’undici luglio scorso, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (Grk), Mas’ud Barzani, è riuscito a riconciliare le maggiori fazioni curdo-siriane, il Consiglio Nazionale Curdo (Cnc), vicino alla Turchia e a Barzani stesso, e il Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale (Cpko), comprendente l’ala siriana del Pkk, il Partito dell’Unione Democratica (Pud). Un accordo è stato firmato a Erbil, dando vita al Comitato Supremo Curdo (Csc).

Le regioni curde nord-orientali della Siria non sono più sotto il controllo di Damasco, nonostante la presenza degli ufficiali delle forze di sicurezza: il regime ha dato la priorità alla battaglia contro l’opposizione araba nelle due maggiori città, Aleppo e Damasco, finendo per concedere ai partiti curdi di gestire le loro roccaforti.

L’accordo di Erbil tutela da una parte gli interessi turchi e dall’altra unifica gli schieramenti curdi in vista di un possibile scontro con la maggiore formazione armata dell’opposizione araba, l’Esercito Libero Siriano (Esl), all’indomani della caduta del regime di Asad. Tuttavia, questi due obiettivi non sono di certo compatibili e la precaria stabilità conseguita nelle regioni curde rischia di saltare da un momento all’altro, se si considera che l’Esl riceve supporto logistico e militare proprio dalla Turchia. Il rischio di un conflitto internazionale rimane alto, anche perché Turchia e Siria potrebbero trarre vantaggio dallo scoppio delle ostilità arabo-curde.

 

Nessuna fiducia nell’Esercito Libero Siriano (Arabo)

 

Persino il più moderato Consiglio Nazionale Curdo non ha alcuna simpatia per l’Esl. “Le nostre regioni [curde] ripudiano il terrorismo, di conseguenza l’Esl non vi si può nascondere,” afferma Nuri Brimo, responsabile dei media del Cnc e uno dei firmatari dell’accordo di Erbil. Stando alle sue parole, il riavvicinamento con il Partito dell’Unione Democratica, a dispetto degli scontri violenti e delle diverse alleanze regionali, è stato una conseguenza dell’ “atteggiamento sciovinista” dell’opposizione araba nei confronti dei curdi, ai quali è stato negato il riconoscimento come popolo durante la conferenza tenutasi al Cairo a inizio luglio.

 

“Non temiamo la forza dell’opposizione araba, ma le sue idee, il suo comportamento dittatoriale,” aggiunge Mohammad Rasho, il rappresentante del Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale nel Kurdistan iracheno, che esibisce dei folti baffi neri degni del suo mentore Abdullah “Apo” Ocalan. Rasho sembra pertanto alludere alla preparazione militare del Pud in caso di scontri con l’Esl. Nuri Brimo è addirittura più esplicito: “24 ore dopo la caduta del regime, sarà tutto un’altro discorso rispetto al pacifismo adottato finora [dai curdi]: se ne avremo bisogno, ci prepareremo a combattere e difendere le nostre regioni.”

I curdi siriani si stanno già preparando:  il numero di combattenti addestrati nei due campi allestiti a gennaio dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) di Barzani nel governatorato di Duhok raggiungerà presto i 3700 effettivi. Dlshad*, un siriano trentottenne di Qamishli, racconta di aver militato nell’Esl, per poi abbandonarlo a causa del suo “comportamento islamico e razzista” nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Da febbraio si trova nel campo di addestramento curdo, dove i miliziani del PKK mettono a disposizione la loro esperienza, sotto la sorveglianza delle forze armate (peshmerga) di Barzani. Al telefono Dlshad parla sotto voce, dopo essersi allontanato dai suoi commilitoni per evitare di essere udito: “Veniamo addestrati per la guerriglia urbana dal PKK, al fine di affrontare l’Esl nel futuro.

Se si intromettono la Siria e la Turchia…

Il possibile scontro tra opposizione araba e curda è chiaramente negli interessi del governo siriano, che spera di trascinare il Pkk e la Turchia nel conflitto. Di fatto, l’esercito siriano continua a sconfinare nei Paesi vicini alla ricerca di una via di salvezza nell’internazionalizzazione della crisi.

Anche l’attentato suicida verificatosi per la prima volta a Qamishli (Kurdistan siriano) il 30 settembre sembra confermare il ruolo siriano nell’alimentare tensioni tra arabi e curdi. “L’intelligence siriana ha orchestrato l’esplosione […] per far credere ai curdi che l’Esercito Libero sia entrato a Qamishli,” rivela il miliziano Dlshad. Damasco è inoltre in grado di sfruttare i suoi legami storici con il Pkk-Pud, fondati sul contenimento della Turchia, per istigare un conflitto arabo-curdo.

Per quanto riguarda invece la Turchia, tutti i partiti curdi iracheni e siriani avvertono benissimo lo sguardo di Ankara sulle loro mosse, motivo per cui il Pdk di Barzani preferisce negare l’esistenza del suddetto campo militare coogestito con il Pkk. “Esiste solo il campo profughi di Domiz e non abbiamo allestito nessun accampamento militare,” afferma ‘Abdul-Wahhab ‘Ali, portavoce del Pdk a Sulaymanya, “durante la rivoluzione curda del ’61, i combattenti curdi sono arrivati [in Iraq] da Siria e Iran, hanno acquisito ottime competenze militari e si sono stabiliti qui.”

D’altra parte, l’accordo di Erbil sembra concepito per tenere sotto controllo le fazioni curde ostili ad Ankara come il Pud. “Facciamo in modo che il Pud la pensi come noi e vogliamo che l’Europa ci riconosca il merito di aver tentato di allontanare il Pkk da Siria e Iran,” afferma orgogliosamente Nuri Brimo del Consiglio Nazionale Curdo. Il riferimento non è esplicitamente alla Turchia, ma non si può certo escludere un nesso tra Ankara e un simile proposito di “addomesticamento” del Pkk. Senza dimenticare che la Turchia è stata rassicurata sull’assenza di ambizioni separatiste dal testo stesso dell’accordo.

Abbastanza prevedibilmente, il Pud si rifiuta di ammetter di aver firmato un patto in cui abbiano messo mano i turchi. “La Turchia è contraria all’unificazione dei partiti curdi,” obietta Mohammad Rasho, “ai tempi dell’accordo di Erbil, [il Ministro degli Esteri turco] Davutoglu è stato qui e ha visitato solamente il Consiglio Nazionale Curdo per creare divisione.” Non vi è dubbio che Ankara rimanga diffidente su un accordo che include il Pud e, secondo Rasho, opterebbe per un intervento militare, se solo esistesse il sostegno internazionale necessario. “La zona cuscinetto [a cui fa riferimento la Turchia] è finalizzata a limitare la conquista dei diritti curdi e non a supportare la rivoluzione siriana,” afferma Rasho, “esistono richieste confermate da parte della Turchia, affinché l’Esercito Libero attacchi il Pud.” A giugno, l’agenzia stampa vicina al Pkk, Firat News Agency, ha diffuso un documento presumibilmente trapelato dal consolato turco di Erbil, volto a dimostrare i tentativi di Ankara di portare le regioni curde sotto il controllo dell’Esl, tramite la mediazione di alcune figure politiche curdo-siriane. Secondo questa lettura della situazione, la Turchia starebbe lavorando su un piano parallelo all’accordo di Erbil e finalizzato al supporto dell’opposizione araba contro le fazioni curde ostili ad Ankara.

Con delle simili premesse, i curdi rischiano ancora una volta di vedere la lotta per la difesa dei loro territori trasformata in un conflitto più esteso al servizio degli interessi altrui. Si ricordino le tre guerre del Golfo.

 

*Pseudonimo utilizzato per ragioni di sicurezza

The Second Syrian Front: Arabs and Kurds

In the latest development in Syria’s unrest, Arab and Kurdish opposition groups are battling over the Kurdish territories in Syria’s North-East. The Kurds themselves are far from a united front, with different militia groups competing over control of Kurdish towns.

Turkey_vs_kurds
For several months now, the north-eastern, Kurdish areas of Syria have been shaking off the control of Damascus despite the continued presence of security officials. The Syrian government has prioritized the fight against the Arab opposition in Aleppo and Damascus, whilst Kurdish parties have been allowed to gain ground in their regions. This unwritten agreement between the Baathist government and the main Kurdish militia, a proxy for the Turkish Kurdistan Worker’s Party (PKK) called the Democratic Union Party (PYD), has not gone unnoticed by some factions of the Arab opposition, culminating in clashes between the Arabs and the Kurds during the last month. The main group of Syrian Arab insurgents, the Free Syrian Army (FSA), is sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is becoming an ever more likely scenario, and both Ankara and Damascus can reap benefits from provoking Arab–Kurdish strife.

On 26 October, an armed Arab opposition group sought to deploy in Al-Ashrafiyeh, one of Aleppo’s Kurdish neighborhoods, despite the resistance from residents hoping to preserve security. Instead, the Syrian government shelled the quarter, targeting Arab militias, and nine Kurds were killed. The military attack ignited a cycle of reprisals on both sides as the PYD stepped in to defend Kurdish residents. On 19 November, Arab–Kurdish clashes followed the same script in the frontier town of Ras Al-Ayn, where the entrance of Arab rebels brought about another government offensive. The local head of the People’s Council of Western Kurdistan (PCWK)—the Syrian body comprising the PYD—was assassinated on the same day by Arab militiamen.

In between these two episodes, five others have fallen victim to clashes between the PYD and the Islamist Northern Storm Brigade, after the latter allegedly attacked members of the Kurdish Yazidi religious minority in the countryside of Aleppo. Most of the Arab militias blamed for attacks on Kurds are Islamic hardliners such as the Al-Nusra Front, Ghuraba’ Al-Sham, and Jund Al-Sham. The Islamist bent amongst certain Arab opposition groups has made members of the Kurdish community wary to join their cause. Dilshad,* a 38-year-old Kurd from Qamishli, quit the FSA to join Kurdish military training camps along the Iraqi border due to what he considers to be the FSA’s “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities.

However, the nebulous structure of the Free Syrian Army means that any direct links between the FSA and radical groups cannot be ascertained. On 19 November, the PYD media representative ruled out any connection between the FSA and the Islamist perpetrators of the PCWK assassination in Ras Al-Ayn. Nonetheless, the PCWK official spokesperson accused snipers of belonging to the Free Syrian Army.

In the Kurdish arms race, Iraqi–Kurdish media outlets have argued that the pro-Western Kurdish National Council (KNC), the other main Syrian–Kurdish formation, may lose ground in favor of the more militarized PYD. However, the KNC has the military backing of its main sponsor, the pro-Turkish President of Iraqi Kurdistan, Massoud Barzani, to fill this gap. “On November 28, between 1,500 and 3,000 Syrian fighters trained by Barzani’s peshmergas (armed forces) will enter Syria from Iraq,” said Dilshad, although it remains to be seen whether Syrian peshmerga boots will arrive on the ground.

“The new Syrian peshmergas won’t cooperate with the PKK, they will stick to those cities where the PYD is weaker, like Al-Malikiyah and Qamishli,” continues Dilshad. Syrian–Kurdish unity appears a distant prospect, especially after the Erbil Agreement signed on 11 July between the KNC and the PYD proved to be a farce. On 29 October, the two main parties met in Erbil to discuss a shared response to the Arab–Kurdish clashes, but the summit proved unfruitful. Half-baked negotiations are in the making for the establishment of a joint Kurdish army, but divisions continue to mar efforts towards a united front.

Nevertheless, a shared enemy in the Arab opposition is perhaps the most powerful unifying force, since even the moderate KNC has no sympathy for the Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, the head of KNC media. “If we need to, we will get ready to fight and defend our territories.”

Regardless of party politics, the growing militarization will reduce the space for peaceful Kurdish youth committees, who are not willing to “sacrifice” their revolution for an ethnic conflict. They are likely to be overrun by militias, just like their Arab counterparts.

The possibility of a confrontation between the Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian government, who could hope to drag the PKK and Turkey into the conflict in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

Regarding Ankara’s moves, “there are confirmed Turkish demands to the FSA to attack the PYD,” claims Mohammad Rasho, a PCWK representative in Iraqi Kurdistan. Last June, an allegedly leaked document originating from the Turkish consulate in Erbil was distributed by the pro-PKK Firat News Agency, advertising the Turkish attempts to bring Syria’s Kurdish region under FSA control. “The Turkish government is aware that four high-ranking PKK officials have just entered Syria,” explains the military trainee, Dilshad, “and the PKK agenda is a region independent from ‘the Syrian entity.’”

Given these premises, Kurds are likely to see the fight to defend their territories turned into a greater conflict serving the interests of other actors: a flashback to all three previous Gulf Wars in Iraq.

*A pseudonym has been used for security reasons.

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Hezbollah nel dopo-Assad

Scritto all’indomani dell’attentato del luglio 2012 a Damasco, in cui ha perso la vita ‘Asef Shawkat. Pubblicato da TMNews a settembre..

Hezbollah: come sopravvivere alla Siria

Di Andrea Glioti

Geografia e armi

Il partito-milizia sciita libanese di Hezbollah si trova in una situazione estremamente delicata dall’inizio della rivoluzione siriana. Asse portante della Resistenza (muqawama) contro Israele, insieme a Iran, Siria e Hamas, il movimento si è trovato costretto a rimanere fedele a Damasco, da cui dipende militarmente. La geografia stessa del Libano, circondato da Siria e Israele, impone a Hezbollah di scongiurare una chiusura del permeabile confine siriano, alla quale non riuscirebbe a ovviare per vie aeree e marittime. Il movimento sciita si è così inimicato parte dell’opinione pubblica sunnita, simpatizzante con i correligionari, che rappresentano la maggioranza nell’opposizione siriana. Hezbollah si trova schiacciato tra la volontà di Damasco, che potrebbe trascinarlo in un conflitto regionale, e la necessità di tornare in auge tra i sunniti. La panacea più rapida sarebbe una guerra contro Israele, ma c’è chi nel frattempo guarda oltre, verso le nuove alleanze del dopo-Asad.

L’ufficio stampa di Hezbollah si rifiuta di rilasciare interviste circa la situazione politica siro-libanese. “È una fase delicata, dopo gli attentati di Damasco del 19 luglio,” spiega Hussein, 22 anni, ex-miliziano originario di Nabatiyeh, “Hizbullah studia attentamente le sue prossime posizioni e lascia che sia Nasrallah [NdA: il segretario generale del partito] a parlare.” Hussein ha accettato di parlare, ma chiede che non venga rivelato il suo nome e il motivo per cui non è più un membro di Hezbollah.

La Siria decide

“Abbiamo un attore [politico], Hezbollah, noto per pragmatismo e razionalità [NdA: si pensi all’evoluzione dall’ideologia khomeinista a partito politico pienamente integrato nel sistema libanese], che ha visto la sua capacità decisionale scivolargli gradualmente dalle mani per finire in quelle del regime di Asad,” sostiene Nicholas Noe, curatore di “Voice of Hezbollah: The Statements of Hassan Nasrallah”.

“Prima degli attentati del 19 luglio a Damasco, Nasrallah aveva riconosciuto gli errori commessi dal regime siriano,” afferma Hussein, “ma ora l’uccisione di tre uomini fondamentali per Hezbollah, come Asef Shawkat, Dawud Rajha e soprattutto Hassan Turkmani, ha cambiato tutto.” Dice di non aver visto Nasrallah così furioso dai tempi dell’assassinio di Imad Mughniyeh [NdA: uno dei leader militari di Hezbollah]: il segretario generale teme il peggio, poiché per rimpiazzare le vittime dell’attentato sono stati scelti dei profili votati esclusivamente alla soluzione militare, come il nuovo Ministro della Difesa, il generale Fahed al-Freij. Noe ha le idee molto chiare sullo scenario peggiore: “Il regime di Asad non avrebbe alcun problema, qualora fosse in procinto di crollare, a trascinare tutti gli attori regionali in un conflitto e, a questo punto, sarebbe molto facile coinvolgere Israele.” Del resto, lo stesso Presidente siriano Bashar al-Asad aveva già minacciato di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, nell’eventualità di un intervento militare in Siria.

E se fosse Israele a dettare le tempistiche di un’offensiva? Il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liberman, ha già avvisato che Tel Aviv non esiterà ad attaccare, nel momento in cui dovesse accorgersi del trasferimento di armi chimiche dalla Siria a Hezbollah. D’altro canto, lo Stato ebraico non si trova nelle condizioni disperate del Governo siriano e una sua iniziativa rimane meno probabile. Secondo l’analisi del politologo Ghassan al-‘Azzi, pubblicata dal Centro Studi di Al-Jazeera, Israele preferisce vedere Hezbollah affondare in una crisi interna, piuttosto che scatenare una guerra dagli alti costi umani. Tuttavia, non è da escludere che Tel Aviv decida di sfruttare la debolezza dell’asse della Resistenza, all’indomani della caduta del regime di Asad, lanciando una duplice offensiva contro Iran e Hezbollah.

E se la Siria decidesse invece di far divampare il proprio confitto in Libano, sfruttando la preesistente divisione tra sciiti e sunniti e trasformando la rivoluzione in violenza settaria? Sono questi i timori di buona parte dei sunniti nel Libano settentrionale, dove ciò che avviene in Siria ha ripercussioni più immediate, vista l’alta concentrazione di profughi siriani. Il regime sembra pronto a tutto, pur di controbilanciare le pressioni internazionali e imporre la sua presenza al tavolo dei negoziati di un’eventuale pacificazione. Il canale televisivo MTV, vicino alla coalizione libanese anti-siriana del 14 Marzo, riferisce di un aumento dell’afflusso di armi nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah.

Hussein non è d’accordo, “Hezbollah sa bene di andare a perdere nello scoppio di una guerra civile.” Del resto, fa notare il politologo Al-‘Azzi, nell’ipotesi di un conflitto interno libanese, le truppe di Hezbollah sarebbero dispiegate e visibili al nemico israeliano, mentre un dominio politico rimane molto meno “costoso”. L’attuale coalizione al Governo in Libano è quella filo-siriana dell’8 Marzo, di cui fa parte Hezbollah.

Calo di popolarità e dopo-Asad

“Mi ricordo bene Tripoli [NdA: seconda città libanese e roccaforte del conservatorismo sunnita] stracolma di bandiere di Hezbollah, dopo la liberazione del Libano meridionale dall’occupazione israeliana nel 2000,” osserva Hussein, “ma nel giro di cinque anni [NdA: assassinio del premier sunnita Rafiq Hariri nel 2005] è cambiato tutto.” “L’unica opzione per riabilitare le fortune del regime, e in un certo modo anche la reputazione di Hezbollah, è attraverso un conflitto con Israele,” sostiene Noe. Anche Hussein non ha dubbi: “In caso di una guerra contro Israele, molti siriani si unirebbero a noi, soprattutto quelli che sono rimasti neutrali durante la crisi.”

Ciononostante, Hezbollah non è così miope da non prepararsi al dopo-Asad, anche se ufficialmente viene ostentata una fiducia cieca nella sopravvivenza del regime. “Non credo nell’isolamento della Resistenza, in caso salgano al potere in Siria i Fratelli Musulmani [NdA: sunniti],” afferma Hussein, “la Russia e la Cina non lo permetteranno.” Il giovane ex-miliziano esprime il suo ottimismo e mi fa notare il timido avvicinamento all’Iran di Mohammad Morsi, neo-Presidente egiziano appartenente ai Fratelli Musulmani. Nell’attesa di assicurarsi i favori dell’Egitto, Teheran può contare sulla mediazione di Al-Nahda: il partito islamico sunnita al potere in Tunisia ha infatti insistito nell’invitare Hezbollah al suo congresso del 13 luglio, dove erano presenti anche le varie delegazioni dei Fratelli Musulmani. Al-Nahda gode di buoni rapporti con la Repubblica Islamica dai tempi dell’esilio sotto il dittatore filo-occidentale Ben Ali.

“La visione a lungo termine che emerge dai discorsi pubblici di Hezbollah è un tentativo di superare il conflitto tra sciiti e sunniti e formare un’ampia alleanza islamica attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa con lo scopo di strangolare Israele,” spiega Nicholas Noe. Tuttavia, supponendo che Hezbollah abbia successo nel riconciliarsi con gli islamici sunniti saliti al potere nei vari contesti post-rivoluzionari, riuscirà a riconciliarsi con l’opposizione siriana, che lo considera direttamente coinvolto nei massacri dei civili? “Hezbollah non è presente in Siria,” sostiene fermamente Hussein, “non si comprende che le forze speciali non verrebbero mai sprecate in Siria: sono il frutto di costosi corsi di addestramento in Iran e destinate a essere utlizzate contro il nemico principale, Israele.” Spetterà ai siriani accettare o meno simili spiegazioni.

ahmadinejad Bashar Nasrallah

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