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Il ruolo dei pacifisti in Siria a fronte dell’escalation militare

Articolo pubblicato su Left-Avvenimenti. Riflessione sul ruolo della non-violenza in una Siria in cui ormai si parla solo di ‘guerra civile’, dimenticando l’esistenza di un movimento non-violento alla radice delle stesse rivendicazioni sfociate nella resistenza armata. 

Siria. La guerra dei pacifisti

di ANDREA GLIOTI

Tra gli attivisti siriani che combattono contro Assad ci sono ancora giovani che rifiutano le armi. «Chi imbraccia il fucile fa il gioco del regime, che vuole presentarsi al tavolo come una delle parti in conflitto»

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Non è impossibile restare pacifisti in mezzo a una guerra. A 16 mesi dall’inizio della rivoluzione siriana, chi manifestava contro il regime è stato costretto dalla repressione governativa a imboccare la via della lotta armata, ma anche tra i più fieri oppositori di Bashar al Assad c’è chi non ha digerito il passaggio da Gandhi a Che Guevara.
Shadi Abu Karam di Sweida, nella Siria sud occidentale, e Rami Suleiman di Damasco rientrano in questa categoria. Shadi, il più giovane, sembra il prototipo del cyberattivista, impegnato ad aggiornare febbrilmente il suo “status” sui social network. Il trentenne Rami, invece, si presenta come un riflesso nostalgico della sinistra panarabista, tra barba incolta e nubi di fumo. A Beirut ovest ci raggiunge anche Nalin*, 27 anni, siriana di origini curde, che fa la spola tra la capitale libanese e Damasco per distribuire e raccogliere “fondi” per la rivoluzione. Con Tareq Abdul-Haqq, invece, bisogna parlare via skype. È un ventisettenne di Jisr as-Shughur, città della provincia conservatrice nord occidentale di Idlib, la più martoriata dalle truppe governative. Ho conosciuto Tareq nel campo profughi al confine turco-siriano, dove è impossibile incontrare qualcuno che non sostenga l’Esercito libero siriano (Esl), il principale gruppo di resistenza armata. Sempre tramite skype, si unisce a noi Abu Zayd, 35 anni, attivista palestinese del campo profughi damasceno di Yarmuk.

I rischi della lotta armata
«La paura che le armi non vengano deposte, una volta rovesciato il regime, esiste», ammette Shadi, ma sostiene anche che «molti civili hanno imbracciato le armi solo per difendersi e l’Esl svolge tuttora la funzione di proteggere i manifestanti». Tareq, ad esempio, sostiene di esser passato dalla videocamera al fucile per pura autodifesa. «Molti accettano di militare in falangi di orientamento fondamentalista non perché ne condividano le idee, ma per la violenza patita dalle loro famiglie», spiega la curda Nalin, che si dice assolutamente contraria alla resistenza armata. «All’esercito basta trovare una persona con una pistola per giustificare la repressione nelle forme più violente». Tareq, invece, non è più un pacifista. Oggi non riconosce alcun ruolo alla rivolta senza armi: «Non posso manifestare senza preoccuparmi della mia sicurezza». Eppure c’è ancora chi sostiene che la violenza possa pregiudicare l’esito di una rivoluzione. «Il partito Ba’th, che governa la Siria da 50 anni, prese il potere con un golpe militare, nel 1963. Non vogliamo che la storia si ripeta». Nalin fa riferimento a un episodio inquietante: una velata minaccia che l’Esl avrebbe rivolto a Rima Dali, la promotrice siriana del movimento nonviolento “Fermiamo le uccisioni”. L’Esercito di liberazione le avrebbe intimato di non diffondere le sue idee nelle aree controllate dai rivoluzionari.
«È vero che siamo entrati in una fase in cui l’Esl riceve aiuti in termini di armamenti, tant’è che i ribelli dispongono ormai di un arsenale competitivo – spiega Rami – ma a Damasco e Aleppo il movimento di resistenza civile riscuote un successo maggiore. E c’è anche un motivo strategico per combattere senza armi: non puoi lanciare in città lo stesso genere di operazioni militari compiute nelle campagne disabitate… Cosa vuoi fare a Damasco, bombardare l’autostrada di Mezzeh?!». Rami esclude categoricamente che la lotta armata possa riuscire a rovesciare il regime e sostiene che l’Esl non disponga ancora di un’artiglieria efficace sulla lunga distanza. «Con le loro armi puoi colpire dei posti di blocco, realizzare degli assassinii mirati, vincere mille battaglie, ma non la guerra».

La strategia degli attivisti 
Ma quali sarebbero quindi le potenzialità della società civile e dei metodi non-violenti? «Molti commercianti di Damasco e Aleppo si sono ritrovati ad aiutare gli sfollati di Homs (la città più devastata dalla repressione governativa, ndr) e in seguito si sono sviluppate nuove forme di solidarizzazione», spiega Shadi. Il 28 maggio, lo sciopero dei mercanti di Damasco ha riscosso adesioni su scala nazionale e la Camera di Commercio della capitale non è riuscita a imporre l’apertura dei negozi. Si tratta di una svolta epocale, se si pensa a come Hafez al-Asad, il padre di Bashar, fosse riuscito a placare un’iniziativa simile – in supporto dei moti islamici degli anni 80 – cooptando il Presidente della Camera di Commercio di allora.
Secondo Shadi, il movimento pacifista sta avendo un impatto sul cittadino medio, quello che non partecipa alle manifestazioni ma è ormai frustrato dalla crisi economica, dall’incapacità del governo di ristabilire la sicurezza con i suoi metodi sanguinari e da un servizio di leva che continua a falcidiare le vite dei più giovani. Ma secondo Rami il movimento pacifista soffre ancora di carenze strategiche e deve muoversi per “piccoli passi” verso l’obiettivo dell’occupazione delle piazze siriane. «Piccoli passi significa chiedere che dieci strade di Damasco vengano intitolate ai martiri caduti durante la rivoluzione, cosicché tutti, neutrali e lealisti compresi, tengano in considerazione quel nome». Al contrario, Tareq di Jisr as-Shughur non riconosce alcuna importanza al coinvolgimento dei cosiddetti segmenti “silenziosi” della società siriana: «Dopo un lasso così lungo di tempo, chiunque taccia di fronte ai crimini perpetrati dal regime è un lealista».
Rami, l’attivista damasceno, ritiene invece che la polarizzazione militare vada incontro agli interessi del regime, che ha più difficoltà a relazionarsi con movimenti pacifisti. Pur evitando di porre sullo stesso piano truppe governative e Esl, il palestinese Abu Zayd la pensa nello stesso modo: «L’obiettivo del regime è quello di trasformare il conflitto nella contrapposizione tra due fronti, per prolungare la sua permanenza al potere e imporre una soluzione all’interno della quale il governo sia una delle parti coinvolte, non un oppressore da processare».

Tra speranze e pessimismo
L’ottimismo di Rami, alla luce delle violenze siriane, è difficile da comprendere. Forse è dettato dalla percezione – da parte dei movimenti civili – di avere acquisito una maggiore influenza sulle organizzazioni politiche anti regime. «Noi giovani attivisti avevamo chiesto di rappresentare il 50 per cento dei partecipanti alla conferenza dell’opposizione al Cairo (2-3 luglio). Ci è stato concesso il 33 per cento, ma si tratta comunque di una vittoria – afferma entusiasta Rami – l’opposizione “tradizionale” sa di essere impotente senza di noi!». Abu Zayd è più disilluso, conscio di come gli interessi delle potenze coinvolte possano imporre scenari più militarizzati. «La comunità internazionale vuole la guerra civile per poi intervenire come garante della sicurezza dei confini israeliani – afferma il palestinese – il protrarsi del conflitto in Siria preserverà la sicurezza dello Stato ebraico proprio come durante la guerra civile libanese». Guerra tua, vita mea.

*alcuni nomi sono stati cambiati per ragioni di sicurezza

 

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8. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): I rivoluzionari di Damasco preparano la sfida del Ramadan

I preparativi e le aspettative degli attivisti damasceni per il Ramadan 2011. Il pezzo, diviso in tre sezioni, era stato originariamente pubblicato dall’agenzia TMNews.
Ramadan_MassacreI rivoluzionari di Damasco preparano la sfida del Ramadan
Damasco non è più marginale nella protesta

Di Sean T. Serioca*

Roma, 28 lug. (TMNews) – Il mese sacro di Ramadan si avvicina,
carico di aspettative per il moltiplicarsi delle occasioni di
assembramento, ma rimangono numerosi gli interrogativi sul
livello di organizzazione raggiunto dai manifestanti della
capitale siriana. Nel frattempo, il regime continua a reprimere
brutalmente le proteste, assottigliando le possibilità di una
riconciliazione con le ‘strade’ ed esasperando un clima di
confronto ormai non così lontano dalla resistenza armata.

Sta diventando sempre più difficile difendere la tesi di una
Damasco marginale al movimento che ha sconvolto la Siria negli
ultimi quattro mesi. Venerdì scorso, i quartieri di Qabun e
Rukneddin, che non fanno parte dei sobborghi, sono stati blindati
da posti di blocco militari. Ero solito recarmi a Qabun durante i
venerdì di protesta, assistendo a manifestazioni di almeno 2000
persone, ma la scorsa settimana sono stato costretto a desistere
dai checkpoints posti ad ogni vicolo d’accesso. Midan, uno dei
quartieri centrali adiacenti alla città vecchia, é diventato
anch’esso uno dei cuori pulsanti della mobilitazione ed attivisti
di ogni dove vi convergono regolarmente non solo il venerdì.

Negli ultimi tre mesi, ho potuto assistere alla crescita numerica
dei partecipanti a Midan ed all’invariabile replica del regime:
pullman stracolmi di forze di sicurezza e picchiatori in borghese
sguinzagliati dietro ai dissidenti. Lo scorso venerdì, mi sono
trovato per un attimo ad attraversare la linea del confronto a
Nar ‘Aisheh, vicino Midan, da una parte ragazzi armati di fionde
e pietre, dall’altra uomini armati di tutto punto. Mi sono
ricordato immediatamente di quel coro, che si sentiva all’inizio
delle proteste, “Bashar, codardo, dirigi le tue truppe verso il
Golan”, invitando il Presidente ad utilizzare l’esercito per
liberare le alture occupate del Golan e non per massacrare i
propri cittadini.

Non si esclude più neanche il ricorso alle armi

Ma per le strade di Damasco non ci sono
solamente ragazzi e dissidenti politici ‘di professione.’ Proprio
ieri mi sono recato a Qadam, quartiere molto popolare della
periferia di Damasco, teatro di proteste, abitato prevalentemente
da ex-contadini, profughi del Golan e famiglie della regione
meridionale dell’Houran. Qui ho ascoltato i racconti di un gruppo
di operai metalmeccanici. “Proprio ieri sono arrivati quelli
della sicurezza, 80 automobili, si sono portati via 300 persone e
ne hanno uccise due, tra cui un bambino di 8 anni” mi dice Abu
Rashid, “si tratta di arresti a tappeto…a loro non interessa
sapere chi ha partecipato alle manifestazioni.” Sembra proprio
questo clima di terrore a spingere inizialmente un operaio a
partecipare alla mobilitazione, piuttosto che l’intenzione di
rovesciare il regime.

Quello che succederà dopo un eventuale collasso del regime rimane
un’incognita pericolosa. Ciò che é difficile mettere in dubbio é
il divario apertosi tra ‘le strade’ e quel gruppo di
intellettuali, guidato da storici dissidenti come Luay Hussein,
Michel Kilo e Aref Dalila, che accetterebbe un dialogo con il
partito Ba’th, a patto che cessi la violenza. “Non ci può essere
nessun dialogo,” afferma categorico Abu Rashid, “i vertici
responsabili della repressione devono essere processati tutti.”
Circa tre settimane fa, ho avuto l’occasione d’intervistare Aref
Dalila il quale, seppur riconoscendo la divergenza tra le sue
opinioni e quelle dei manifestanti, mi ha fatto notare come ‘le
strade’ non abbiano nessuna idea di come rovesciare il regime. In
effetti, questo rimane un nodo problematico, soprattutto finché
le proteste rimangono prevalentemente pacifiche.

Tuttavia, dopo quattro mesi di repressione sanguinaria, i
manifestanti non appaiono più intenzionati a rifiutare ad ogni
costo l’uso delle armi. L’episodio più significativo si é
verificato a Homs venerdì scorso, con l’uccisione di 20 cadetti
dell’esercito siriano, probabilmente per mano di alcuni elementi
defezionati. La settimana scorsa ho avuto modo di essere
aggiornato da un attivista, Ibrahim, sulla situazione a Duma, uno
dei sobborghi più ‘caldi’ di Damasco, dove vengono già utilizzate
delle molotov contro le forze di sicurezza. “Vogliamo mantenere
il tutto pacifico,” mi dice Ibrahim, “fino a quando non sarà una
questione di sopravvivenza.”

In queste parole risiede anche l’incoscienza di chi é convinto di
poter controllare il caos di un conflitto armato tra regime e
opposizione. “Ci sarà un periodo di caos, ma non durerà molto,
saremo in grado di arginarlo ed evitare il degenero in una guerra
civile,” afferma convinto Ibrahim di Duma. Anche Abu Rashid
condivide tale ottimismo: “Sappiamo che andiamo incontro al
rischio di una guerra civile, ma persino una guerra civile
sarebbe meglio di quello che stiamo passando ora…e comunque non
durerebbe più di un anno.” Ed é così che per alcuni dei
manifestanti l’esasperazione porta a preferire il rischio
dell’ignoto alla nota oppressione governativa.

Restano i dubbi su livello organizzativo dell’opposizione

Nonostante la crescente motivazione,
rimangono gli interrogativi sul livello organizzativo raggiunto
dall’opposizione, che appare tutt’altro che omogeneo da un
quartiere all’altro. A Qabun, la coordinazione raggiunta é
piuttosto impressionante: i manifestanti marciano indossando
cappellini bianchi distribuiti per riconoscere eventuali
infiltrati, prima della fine della preghiera del venerdì schiere
di uomini presidiano l’ingresso delle moschee, così come vengono
organizzati veri e propri picchetti di fronte alle abitazioni,
per evitare l’accesso dei cecchini. Detto ciò, finora l’apparato
di sicurezza é riuscito ad isolare i vari quartieri teatro di
proteste ed evitare assembramenti di proporzioni maggiori.

Le strutture informali dietro le proteste sembrano ancora
incapaci di congiungere i vari poli della mobilitazione, e questo
é emerso chiaramente dal fallimento della manifestazione
organizzata in piena città vecchia mercoledì scorso, quando ci si
aspettava ingenuamente che il corteo di Qabun raggiungesse il
centro, per unirsi agli altri già in marcia. Gli stessi Comitati
di Coordinamento Locale, saliti alla ribalta mediatica come rete
di coordinamento dei giovani manifestanti, appaiono più un punto
di raccolta del materiale da inoltrare ai media: né a Qadam né a
Duma sembrano rivestire un ruolo di rilievo.

La prova del nove sarà il mese di Ramadan, che quest’anno
coincide all’incirca con Agosto. Il mese sacro dei musulmani é
carico di aspettative per la causa rivoluzionaria. “Ogni giorno,
dopo i tarawih [NdR: preghiere serali supplementari del Ramadan]
ci sarà l’occasione di una protesta…più gente in strada la
sera, meno lavoro, e in generale più occasioni di assembramento,”
afferma fiducioso Omar, “inoltre, molti dei manifestanti sono
musulmani e la loro massima aspirazione sarà immolarsi da martiri
della rivoluzione durante il Ramadan.” Sembra che il primo giorno
di Ramadan, lunedì, sia in programma un’iniziativa di massa per
cercare di occupare finalmente Piazza degli Ommayadi. Gli
attivisti siriani attendono quindi con ansia la prossima
settimana, ma, anche se qualcuno già sogna nuova Piazza Tahrir,
sia la conquista che l’occupazione della piazza rimangono
dipendenti dal consolidamento delle strutture

* Uno degli pseudonimi da me utilizzati quando mi trovavo a Damasco

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