Posts Tagged With: Qamishli

Uno svizzero addestra le neonate forze di sicurezza dei cristiani assiri siriani

Articolo scritto per Left-Avvenimenti dopo aver incontrato uno svizzero cristiano assiro giunto in Siria per addestrare una neonata forza di sicurezza a base etnico-confessionale. (Nella foto, da me scattata nell’Aprile del 2013, un prete mentre esce da una panetteria di Qamishli).

Uno svizzero in Siria. Per Cristo

di ANDREA GLIOTI

prete qamishli

È partito dal Canton Ticino per combattere al fianco degli assiri. In nome della lotta confessionale è disposto ad accettare la vicinanza coi lealisti al regime. La storia di Gabriel, mujahid cristiano

In Siria non arrivano solo combattenti jihadisti. Se il regime gioca sulle divisioni confessionali per dividere il campo dell’opposizione, le minoranze ne approfittano per creare le proprie milizie e attrarre volontari europei. E così, arrivano in Medio Oriente anche cristiani occidentali, reclutati per organizzare militarmente i propri correligionari. Una prospettiva inquietante, simile a quella della guerra civile libanese, quando addestratori militari iraniani, siriani e israeliani tiravano le redini di una guerra fratricida durata 14 anni.

«Qui (in Siria) mi sono adattato a tutto, ho faticato così tanto nel continuare a riempire d’acqua il condizionatore scalcinato della mia stanza, al punto da sognarmi Bashar al-Asad che lo riempiva al mio posto» ride di gusto Gabriel (il nome è inventato), ex sergente svizzero di origine assiro-cristiana. Ha 31 anni e parla italiano. È brizzolato e dal profilo spigoloso. I cristiani assiri costituiscono circa il 5 per cento della popolazione siriana, anche se la terminologia “assiri” continua ad essere fonte di controversie tra le varie chiese. E la Svizzera ospita circa 1.500 famiglie assiro-cristiane, di cui una buona parte nel Canton Ticino. Gabriel è nato là e dice di non essere mai stato in Siria. Vi sarebbe entrato per la prima volta nel 2012, dal passaggio di frontiera turco-siriano di Tell Abyad. Ciononostante, la disinvoltura con cui mastica il dialetto aramaico di Qamishli, oltre all’italiano, fa venire qualche dubbio che non si tratti proprio della sua prima visita. Ma lui insiste: «Ho passato gli anni migliori in giro per l’Europa a far festa, sono stato un militante anarchico e alla fine mi è toccato servire nell’esercito», ricorda l’ex-sergente. «Quando sono partito per la Siria non prevedevo di rimanerci così a lungo, ora invece vorrei tornare dalla mia ragazza!», continua scherzando Gabriel.

La sua pistola giace momentaneamente sul divano, non si può permettere di lasciarla a casa: anche a Qamishli, città nord orientale relativamente tranquilla, ancora sotto il controllo del regime, gli attentati, i rapimenti e le sparatorie sono all’ordine del giorno. «Oramai ogni famiglia è dotata di un’arma, nei quartieri cristiani di Qamishli», afferma Gabriel, «un po’ di tempo fa dei ragazzi arabi hanno aggredito alcuni assiri e in poche ore abbiamo visto il quartiere armarsi e accerchiarli». In un Paese come la Siria, dove il regime esercitava un rigido controllo sulle armi in possesso dei cittadini, oggi la norma è opposta e somiglia alla diffusione sregolata di armamenti propria del Libano.

Stando alle spiegazioni di Gabriel, ciò che lo ha spinto in Siria è il dovere di aiutare il suo popolo in una fase così importante, in cui potrebbe conseguire il riconoscimento dei propri diritti come etnia. La sua scelta si colloca in antitesi a quella dei cristiani mediorientali emigrati in Occidente. «Una volta Qamishli era popolata quasi esclusivamente da curdi e assiri, c’erano pochi arabi, ma i cristiani hanno commesso l’errore di abbandonare le loro terre», dice amareggiato Gabriel.

In Siria gli è stato affidato l’addestramento di una forza di sicurezza assira (Sutoro) divenuta operativa da quattro mesi nel nord del Paese, in virtù dei suoi cinque anni di specializzazione in guerriglia urbana. A questo scopo, Gabriel ha trascorso sette mesi nella campagna di Malakiyyah, vicino al confine iracheno. «Oggi Sutoro è una forza di polizia ancora scarsamente organizzata, non disponiamo di dati ufficiali sul numero dei suoi effettivi , ma stiamo ricevendo dalla diaspora in Occidente il supporto economico necessario a formare un vero e proprio corpo militare», spiega Gabriel.

La formazione a cui appartiene Gabriel, il Partito dell’unione siriaca (Pus), si propone come rappresentante della maggioranza dei circa due milioni di cristiani siriani (con l’eccezione degli armeni), di cui sottolinea le comuni origini assire. Restando fedele all’ideologia pan araba, il regime ba’thista ha sempre riconosciuto gli assiri (o siriaci) come confessione cristiana siro-ortodossa, ma mai come minoranza etnica. Nel corso dell’ultimo anno, Damasco si è però trovata costretta a concentrare le proprie risorse nel confronto armato con i ribelli dell’Esercito Libero Siriano (Esl), in prevalenza arabi sunniti, concedendo un’inedita libertà organizzativa a minoranze come i curdi e gli assiri, al fine di garantirsi una loro neutralità nel conflitto. Assiri e curdi hanno intravisto un’occasione unica per dare vita alle proprie associazioni e visibilità alla loro identità di popoli.

Il prezzo da pagare è stata l’accettazione della “convivenza” con il regime e il rischio costante che quest’ultimo torni a inglobare le neonate istituzioni etno-nazionaliste. «Dopo aver aperto il fuoco su un’auto del Sutoro qualche settimana fa, alcuni membri dell’Esercito di Difesa Nazionale (forma istituzionalizzata dei miliziani lealisti noti come shabiha) ci hanno obbligato a innalzare la bandiera del regime siriano sulla nostra sede», racconta Gabriel. «Io e altri eravamo contrari, la bandiera significa che il governo può tornare a esercitare la propria autorità quando vuole, ma quelli di noi che hanno collaborato con il regime in passato si piegano alla sua volontà, perché temono possa tornare forte come prima».

Gabriel parla con disinvoltura dei legami del partito con i lealisti, essendo più esterno alla polarizzazione politica siriana: si dice convinto che in fondo la maggioranza dei siriani, in un modo o nell’altro, abbia avuto rapporti coi servizi segreti. Invece i suoi compagni di partito lo redarguiscono e preferiscono sottolineare le divergenze col regime.«No, non possiamo parlare di shabiha all’interno di Sutoro. Al contrario, molti dei nostri militanti sono oggetto di arresti e aggressioni da parte delle forze filo-governative», obietta Sa’id Melki, vice segretario del Partito dell’Unione Siriaca.

Rimane però impossibile ignorare come le auto del Sutoro stazionino in tranquillità davanti agli edifici governativi. Lo stesso Gabriel, pur non essendo dotato di un passaporto siriano, è entrato nel Paese attraverso Tell Abyad, quando la cittadina si trovava ancora sotto in controllo del regime: come è possibile che nessuno fosse al corrente dei suoi trascorsi nell’esercito svizzero?

A dispetto di chi si illude che le aperture del regime nei confronti di curdi e assiri siano il preludio di un futuro migliore per le due minoranze, il governo siriano è riuscito a strumentalizzarle in funzione di contenimento dell’opposizione. La stessa proliferazione di istituzioni etno-nazionaliste come le Asayish (forze di sicurezza curde) e il Sutoro rischia di riaprire i conti in sospeso tra le diverse comunità. «Abbiamo ricevuto un’offerta di fusione con i curdi», afferma Gabriel, «ma l’abbiamo rifiutata perché non abbiamo ancora raggiunto un livello organizzativo paragonabile al loro e per via dei rancori mai sopiti dall’epoca del genocidio assiro (fine XIX secolo-inizio XX secolo), a cui parteciparono anche i curdi».

Il partito di Gabriel si presenta all’interno dell’opposizione siriana, ma più che la rivoluzione la sua priorità è di “salvare dall’estinzione gli assiri”, secondo le parole del vice segretario Melki. Così forse si spiega la scelta di militarizzare il proprio futuro elettorato, ma si finisce anche per legittimare la retorica confessionale adottata dal regime.

Categories: Syria | Tags: , , , , , , | 3 Comments

Syriac Christian and Kurdish security forces boost cooperation under Syrian regime’s eyes

A piece I wrote for Al-Monitor about the ties between Syriac Christian and Kurdish security forces and how they both deal with the regime, since their presence is tolerated within a specific plot…

Syriac Christians, Kurds
Boost Cooperation in Syria

SyriaAssyrianMap

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QAMISHLI – Over the last months the Syrian government has encouraged the activities of ethnonationalist parties and the formation of sectarian security branches, such as the Kurdish Asayish and the Syriac/Assyrian Christian Sutoro. These ethnic minorities immediately took the chance to voice their demands, but some of their representatives remain wary of the regime’s intention to preserve its political leverage.

Syriacs and Kurds shared similar grievances under the thumb of Baathist pan-Arabism, and the recent rebellion has prompted their political parties to strike an unwritten alliance to maintain their distance from the regime as well as the opposition. The backlash of this decision, however, could be the further entrenchment of sectarian divisions, thus serving the regime’s interest in keeping minorities away from the opposition by bestowing concessions upon them.

Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/06/syria-syriacs-assyrians-kurds-pyd.html#ixzz2XyQIeSnc

Categories: Iraq, Kurdistan, Syria | Tags: , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Syrian Kurdish civil society VS militarization of Kurdish society

An article I just wrote for Al-Monitor, following some interviews with local NGOs and YPG fighters..(NB: The NGO is called Shawishka, not Shawisha).

Syrian Kurdish NGOs Prevent Recruitment of Youth Soldiers

015

By: Andrea Glioti for Al-Monitor Posted on June 6.

حاجز YPG

QAMISHLI, Syria — The sparing of Syrian Kurdish regions from the regime’s shelling over the last two years has facilitated the launch of several civil society organizations. However, on a daily basis these new associations have to cope with the attempts of Kurdish political parties shaping civil society according to their tenets. In particular, the fragile coexistence of any independent actor with the prevailing political force — the Kurdistan Workers Party (PKK)-affiliated Democratic Union Party (PYD) — risks imploding as soon as this party’s monopoly of the public sphere comes under threat.

Among the challenges faced by these nongovernmental organizations (NGOs) is the struggle against the brain drain of the educated youth who are forced to emigrate because of the dire economic situation and the need to keep impoverished teenagers from turning to weapons. The PYD seems to work in the opposite direction by recruiting young fighters within their Popular Protection Units (YPG) militia, which also appears to provide alternative values to street kids, despite its ideological brand. Only time will tell whether the threats posed by both the regime and the Arab opposition will continue to legitimize this militarization or disappear to make place for a thriving Kurdish civil society.

Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/06/syria-kurds-pyd-youth-civil-society.html#ixzz2VZbd6PTm

 

Categories: Kurdistan, Syria | Tags: , , , , , , , , , | Leave a comment

La strategia della tensione siriana tra Turchia, Pkk e petrolio

Articolo pubblicato su Left (Avvenimenti). Ho cercato di tracciare una linea continua tra attentati di Reyhanli (Turchia), trattative di pace tra Pkk e Ankara e i possibili movimenti di Damasco nei confronti delle regioni petrolifere finite nelle mani dei curdi siriani (e in particolare della frangia siriana del Pkk, il Pyd). Nel sottotitolo pubblicato sul sito (e purtroppo in quello andato in stampa) compare la frase: i curdi “vorrebbero vendere il greggio all’Europa”, ma si tratta del frutto di un’aggiunta della redazione che non trova fondamento nell’articolo. Dovrebbero provvedere al più presto ad eliminarla.

Ostaggi del Petrolio

S1100007 

di Andrea Glioti

(Maabadeh-Hasakeh-Siria)

I curdi non si meritano la pace. Specie se vogliono il petrolio. L’11 maggio a Reyhanli, estremo sud della Turchia, due enormi esplosioni hanno fatto 51 morti e circa 200 feriti. Un attentato orchestrato al di là di quel confine che corre a pochi chilometri dalla città. È il tentativo siriano di boicottare i negoziati di pace tra i guerriglieri curdi del Pkk e il governo Erdogan. Il regime di Bashar al-Asad intende dimostrare alla Turchia che non può conseguire una stabilizzazione interna se non smette di sostenere l’opposizione siriana. Pacificare il fronte curdo, proseguendo nei negoziati con Ocalan, non è la strategia giusta per assicurarsi la quiete al confine.

Dopo un periodo di relativa calma, il popolo curdo deve tornare alla realtà. Anche nelle città del nord est siriano come Tell Tamr e Hasakeh si sono intensificati gli scontri tra tribù arabe e milizie lealiste al regime da una parte, e frangia siriana del Pkk (Pyd- Partito dell’unione democratica) dall’altra. Il messaggio è inequivocabile: l’autonomia de facto conseguita nell’ultimo anno dalla minoranza curda siriana è frutto della necessità del governo di Damasco di garantirsi una regione cuscinetto al confine turco. Una riconciliazione curdo-turca vanificherebbe però il piano, trasformando quell’area in provincia occidentale di un’altra comunità ostile. Se questo dovesse succedere, il regime di Bashar non esiterà a volgere la sua artiglieria verso il Kurdistan siriano, anche perché c’è un altro interesse da salvaguardare: buona parte delle risorse energetiche di Damasco si trovano qui, e oggi sono finite in mano al Pyd.

Damasco conosce bene l’importanza della provincia di Hasakeh, dove si concentra oltre metà del petrolio del Paese. Il regime, infatti, ha sempre negato l’autosufficienza alle regioni curde, collegando i loro pozzi petroliferi alle raffinerie di Homs e Banyas nella Siria occidentale. Oggi le trivelle si stagliano inerti all’orizzonte, ma per la prima volta i pozzi sono stati “affidati in custodia esente da cauzione” al Pyd. La notizia emerge da documenti governativi pubblicati dal settimanale indipendente Jisr. «Circa il 60 per cento dei pozzi è in mano al Pyd e il rimanente 40 per cento si trova sotto il controllo dell’opposizione araba», precisa K., che lavora come ingegnere specializzato in trivellazione nelle Direzione locale del ministero del Petrolio. Il Pyd sta approfittando della situazione di stallo nel conflitto siriano per gettare le fondamenta di un’autosufficienza energetica. Tra i suoi progetti c’è anche quello di avviare l’importazione di gas dal Kurdistan iracheno e di comprare elettricità dalla Turchia.

Il progetto di autonomia del Partito curdo ha preso avvio nell’estate del 2012, quando il Pyd ha colto l’occasione del ritiro della maggioranza delle forze di sicurezza governative per creare una rete di nuove istituzioni: corpi di polizia, esercito, associazioni e scuole. Tutto ciò è stato possibile con il tacito consenso del regime, nonostante i dirigenti del Pyd neghino ogni forma di coordinamento. La realtà sulle relazioni con Damasco è sotto gli occhi di tutti: a Qamishli, dove l’intelligence siriana non ha abbandonato le proprie sedi, i posti di blocco delle milizie curde distano pochi isolati da quelli del regime e le gigantografie del presidente troneggiano ancora sugli edifici governativi.

Per sradicare il regime, però, la Ue tenta di sostenere l’opposizione anche in Kurdistan. L’ha fatto abolendo, il 22 aprile, l’embargo petrolifero. Ma i risultati sono stati opposti. Il fronte anti regime si è diviso, perché il Pyd intende presentarsi come partner commerciale indipendente, diverso sia dal regime di Damasco che dall’opposizione araba. «La Commissione suprema curda (la maggiore coalizione politica della regione, dominata dal Pyd) è l’unico soggetto autorizzato alla compravendita del petrolio in nome dei curdi», sottolinea Bashir Malla, membro del Pyd, «ma la Ue non l’ha nemmeno menzionata nel suo appello rivolto esclusivamente all’opposizione araba». La decisione europea ha irritato anche i leader militari della ribellione araba. «Siamo contrari alla vendita del petrolio prima della formazione di un governo a interim nelle zone liberate», ci dice il maggior Muntasir al-Khaled, comandante del consiglio militare dell’Esercito siriano libero (Esl) di Hasakeh. «Per il momento i pozzi sono in mano a una moltitudine di forze armate che non dialogano tra di loro». L’obiettivo dell’esercito dei ribelli è di unificare politicamente le regioni petrolifere attraverso un’offensiva militare. «Se ora l’opposizione decidesse di accettare l’offerta europea, il regime bombarderebbe immediatamente qualsiasi cargo di petrolio diretto all’estero», commenta M., ingegnere elettrico che lavora a Hasakeh. Finora le regioni curde sono state risparmiate dalla devastazione, ma il petrolio potrebbe portare la guerra anche qui.

Il Pyd conosce i propri limiti da “custode” delle regioni petrolifere: sa di non potersi ancora permettere di riavviare le trivellazioni e di dover mantenere aperto il dialogo con Damasco. «L’interruzione della produzione petrolifera sta danneggiando l’intero Paese e, per il momento, il regime rimane l’unico possibile acquirente del greggio», ammette Bashir Malla. Il Pyd viene accusato di aver continuato a pompare petrolio verso le raffinerie governative per diverse settimane, dopo aver preso in consegna i pozzi. «Il Pyd si è impadronito delle trivelle il primo marzo 2013, ma il petrolio ha continuato ad arrivare a Banyas fino al 20 del mese, quando alcuni gruppi dell’opposizione araba hanno chiuso le valvole a Tell Hamis», ricorda l’ingegnere elettrico.

Oggi, per il regime, le aree amministrate dai curdi sono diventate meno affidabili. E in caso di un avvicinamento tra la Turchia (che sostiene i ribelli siriani) e il Pkk (alleato dei curdi del Pyd) Damasco potrebbe decidere di puntare su nuovi partner per la tutela delle sue riserve energetiche. Nella frammentazione siriana, infatti, ci sono rivalità etniche che il regime di Bashar può essere sfruttare per trovare referenti affidabili. Basta camminare per le vie di Ma’abadeh, cittadina curda nei pressi del confine iracheno, per accorgersi degli inconfondibili volti olivastri dei profughi arabi provenienti dalla martoriata provincia di Deyr az-Zor. Tra il Pyd e alcuni clan di quella zona non corre buon sangue dal 2004, quando il regime li utilizzò per reprimere una rivolta curda scoppiata a Qamishli. E nella cittadina di Tell Tamr un’ altra tribù lealista, la Sharabin, è stata coinvolta di recente in alcuni scontri con le milizie del Pyd. Si tratta solo di una delle carte a disposizione del regime, ma anche l’opposizione trova orecchie ricettive alla sua propaganda etno-nazionalista contro i curdi: l’episodio più recente è stato il coinvolgimento di parte del clan Baggara nella fallimentare offensiva lanciata dall’Esercito di liberazione a Ras al-’Ayn. Gli arabi volevano “liberare” le regioni curde ma non ci sono riusciti. «Abbiamo accettato di rispettare una tregua, ma non consideriamo liberate le regioni sotto il controllo del Pyd», chiarisce il comandante dell’Esl, Muntasir al-Khalid. «Quando cadrà il regime dovranno innalzare la bandiera della rivoluzione e non quella del loro partito».E quando si tratta di gas e petrolio, persino gli accordi tra opposizione e regime non sono da escludere. «Sappiamo per certo che, in passato, il regime ha pagato alcune fazioni dell’opposizione per assicurarsi il passaggio degli oleodotti tra Hasakeh e Deyr az-Zor», afferma K., l’ingegnere petrolifero.

Mentre i contendenti trattano sotto banco, la gente comune continua a convivere con la carenza di derivati petroliferi fondamentali come il mazout, l’olio combustibile più utilizzato a scopo domestico. Le strade sono costellate di venditori ambulanti di mazout raffinato in casa, il cui prezzo conosce rialzi vertiginosi a seconda dell’oscillazione del dollaro sul mercato nero. In più, la raffinazione casalinga non prevede nessuna protezione dall’inalazione di gas tossici come l’idrogeno solforato. «Abbiamo riscontrato un aumento dei casi di ustioni e infiammazioni polmonari causate da questi processi artigianali di raffinazione», conferma Wa’el Abu Ahmad, medico che lavora a Ras al-’Ayn, presso la falange dell’opposizione Ghoraba’ Sham. «La scarsità di mazout potrebbe anche causare un’epidemia di colera quest’estate, perché senza carburante si fermano gli automezzi che ritirano la spazzatura e puliscono le strade». Perché nella terra delle trivelle, la benzina è un lusso che i curdi non si possono permettere.

Categories: Kurdistan, Syria, Turkey | Tags: , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

The road to Kurdish autonomy still passes from Damascus

My first article from the province of Hasakeh (Syrian Kurdistan). It appeared on Al-Monitor on May 7. (follow the link to keep reading, unfortunately I cannot post the whole article here for copyright issues…)

Kurdish Group Gaining Autonomy
In Northern Syria

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

(photo from http://i.images.cdn.fotopedia.com/flickr-9390681-original/People_around_the_World/Arab_States/Iraq/Kurdish_people/105_NEWROZ_2005.jpg)

QAMISHLI, Syria — Bilingual signs, “Western Kurdistan” (Rojava in Kurdish) on car license plates, Kurdish security forces (Asayish), Kurdish courts, municipalities, flags, unions and schools teaching Kurdish. This is the new look of the Kurdish-majority Syrian northern regions, the outcome of the withdrawal of regime security forces in July 2012 and the result of a delicate coexistence between Baathist and Kurdish institutions.

Syrian Kurds now have the chance to reap the benefits from the stalemate between the regime and the Arab opposition. But all this would not have been possible without a certain degree of connivance with the regime by the main Kurdish militia on the ground — the Democratic Union Party (PYD), which is affiliated with the Kurdistan Workers Party (PKK). Regardless of the de facto autonomy achieved and the growing popularity of the PYD, some fear the authoritarian features of the party’s agenda.

Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/05/pyd-pkk-syria-kurdistan.html#ixzz2T3dRtsm2

Categories: Kurdistan, Syria, Turkey | Tags: , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Clashes between Arabs and Kurds in Syria (October-November 2012)- Faida arabo-curda in Siria (ott-nov 2012)

The first piece (published on November 5, 2012) was written for Taz.die Tageszeitung It was translated in German, but I wrote in English, here’s the original version. I wrote it in early October upon my return from Iraqi Kurdistan, before clashes started between Arab and Kurdish factions in Northern Syria. 

L’ho anche tradotto in Italiano.

The second piece was published by The Majalla later on (Nov 26, 2012), when the clashes had already started. 

Syrian Kurds ready to fight Arabs once Asad is gone

By Andrea Glioti

ERBIL (Iraqi Kurdistan), 17 October 2012.

On July 11, the main Syrian Kurdish factions signed an agreement in Erbil to reassure Turkey of their peaceful aspirations and to reach unity for a possible confrontation with the Arab opposition’s Free Syrian Army (FSA), after the downfall of Bashar al-Asad. However, these two aims are likely to collide, being the FSA hosted and sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is high and both Turkey and Syria have interests in provoking a conflict between Arabs and Kurds.

No trust in the (Arab) Free Syrian Army

The North-Eastern Kurdish areas in Syria are not anymore under the control of Damascus, despite the presence of security officials: the regime has prioritized the fight against the Arab opposition in the two main cities, Aleppo and Damascus, while allowing Kurdish parties to manage their regions.

The agreement sponsored by the President of the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), Mas’ud Barzani, was thus signed in a critical phase of military escalation in the rest of Syria and led to the formation of the Kurdish Supreme Committee. Such a coalition is formed by the pro-Barzani (i.e. pro-Turkish) Kurdish National Council (KNC) and the Popular Council of Western Kurdistan (PCWK), the body comprising the PKK-proxy Democratic Union Party (PYD).

Even the more moderate KNC has no sympathy at all for the Arab Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, head of KNC media and one of the signatories of the Erbil Agreement.  According to Brimo, the rapprochement with the PYD, despite skirmishes and different regional allegiances, was a consequence of the “chauvinist approach” of the Arab opposition with the Kurds, who were allegedly refused recognition as a people during the conference held in Cairo in July.

“We are not scared by the strength of the [Arab] opposition, but by its ideas, its dictatorial conduct,” adds Mohammad Rasho, the Ocalan-looking PCWK representative in Iraqi Kurdistan, who seems to hint at the PYD’s readiness to clash with the FSA.  Nuri Brimo is even more explicit: “24 hours after the downfall of the regime, the language will be a different one from the peaceful adopted so far [by the Kurds]: if we need to, we will get ready to fight and defend our regions.”

Syrian Kurds are already ahead in their preparation: the number of fighters trained in the two camps set up in January by Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP) in the Iraqi Governorate of Duhok will reach soon 3700. Dilshad*, a 38-year-old Syrian from Qamishli, had previously joined the FSA, but he quit due to its “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities and joined the Kurdish training camp last February.  “We are trained in street guerrilla by the PKK in order to face the Free Syrian Army in the future,” whispers Dilshad over the phone, walking away from his companions to avoid being overheard.  The PKK was originally recruited to work under the surveillance of Barzani’s armed forces (peshmerga), however, the Kurdish internal divisions began to surface in the last days, when all the militiamen outside the control of the President were expelled from the camps. Dilshad informed me today that he was also forced to leave, adding that “the situation is changing and internal Kurdish strife might break out in Qamishli [A/N: strategic city in Syrian Kurdistan].”

Syrian and Turkish interference

The possibility of a confrontation between Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian Government, who could hope to drag the PKK and Turkey in the conflict. As a matter of fact, Damascus is periodically interfering in the neighboring countries in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

The unprecedented suicidal bombing occurred in Qamishli on September 30 seems to confirm the Syrian role in fostering tensions between Arabs and Kurds. “The Syrian intelligence staged the explosion […] in order to convince Kurds that the Free Syrian Army entered Qamishli,” reveals Dlshad, the Syrian Kurdish military trainee. Damascus is also capable of exploiting its historical ties with the PYD-PKK, if it wishes to cause Kurdish-Arab strife.

For what concerns Turkey, both the Iraqi and Syrian Kurdish parties are aware that Ankara is watching closely their moves, therefore even Barzani’s KDP prefers denying the existence of the military camp where Syrian Kurds are trained by the PKK.  “There is only the Domiz refugee camp and we didn’t set up any military camp,” says Abdul-Wahhab ‘Ali, the KDP spokesperson in Sulaymanya, “during the Kurdish revolution in 1961, Kurdish fighters came [to Iraq] from Syria and Iran, they earned a very good military knowledge and settled down here.”

On the other hand, the Erbil Agreement seems conceived to tame factions hostile to Turkey like the PYD. “We bring the PYD to think like us and we want recognition from Europe that we tried to drag the PKK away from Syria and Iran,” states proudly Nuri Brimo. Even though there is no explicit reference to Ankara, such an agenda aimed at changing the Pkk’s stances cannot be considered unrelated to Turkish pressures. Turkey has also been reassured about the lack of separatist ambitions by the text of the agreement. However, the PYD predictably refuses to recognize it signed a deal to please Turkish interests. “Turkey is opposed to unifying Kurdish parties,” objects Mohammad Rasho, “[Turkish FM] Davutoglu came here and visited only the Kurdish National Council to create division at the time of the Erbil Agreement.” Ankara remains wary of an agreement including the PYD and, according to Rasho, military intervention would be preferred, if there was enough international support. “The buffer zone [Ankara talks about] aims at limiting the achievement of Kurdish rights and not at supporting the Syrian revolution”, claims Rasho, “there are confirmed Turkish demands from the FSA to attack the PYD.” In June, an allegedly leaked document from the Turkish consulate in Erbil has been spread by the pro-PKK Firat News Agency to prove the Turkish attempts to bring the Syrian Kurdish regions under the FSA control. According to this reading of the situation, Turkey is pursuing a parallel agenda to the Erbil Agreement, based on backing the Arab opposition against the Kurdish factions hostile to Ankara.

Under these premises, Kurds risk to see the fight to defend their territories turned again into a greater conflict serving the interests of other actors. Remember all the Gulf Wars.

*A pseudonym has been used for security reasons.

 

Siria: una volta caduto Asad, ci si prepara per la faida curdo-araba

 

Di Andrea Glioti

 

ERBIL (Kurdistan Iracheno), 7 Ottobre 2012

 

L’undici luglio scorso, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (Grk), Mas’ud Barzani, è riuscito a riconciliare le maggiori fazioni curdo-siriane, il Consiglio Nazionale Curdo (Cnc), vicino alla Turchia e a Barzani stesso, e il Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale (Cpko), comprendente l’ala siriana del Pkk, il Partito dell’Unione Democratica (Pud). Un accordo è stato firmato a Erbil, dando vita al Comitato Supremo Curdo (Csc).

Le regioni curde nord-orientali della Siria non sono più sotto il controllo di Damasco, nonostante la presenza degli ufficiali delle forze di sicurezza: il regime ha dato la priorità alla battaglia contro l’opposizione araba nelle due maggiori città, Aleppo e Damasco, finendo per concedere ai partiti curdi di gestire le loro roccaforti.

L’accordo di Erbil tutela da una parte gli interessi turchi e dall’altra unifica gli schieramenti curdi in vista di un possibile scontro con la maggiore formazione armata dell’opposizione araba, l’Esercito Libero Siriano (Esl), all’indomani della caduta del regime di Asad. Tuttavia, questi due obiettivi non sono di certo compatibili e la precaria stabilità conseguita nelle regioni curde rischia di saltare da un momento all’altro, se si considera che l’Esl riceve supporto logistico e militare proprio dalla Turchia. Il rischio di un conflitto internazionale rimane alto, anche perché Turchia e Siria potrebbero trarre vantaggio dallo scoppio delle ostilità arabo-curde.

 

Nessuna fiducia nell’Esercito Libero Siriano (Arabo)

 

Persino il più moderato Consiglio Nazionale Curdo non ha alcuna simpatia per l’Esl. “Le nostre regioni [curde] ripudiano il terrorismo, di conseguenza l’Esl non vi si può nascondere,” afferma Nuri Brimo, responsabile dei media del Cnc e uno dei firmatari dell’accordo di Erbil. Stando alle sue parole, il riavvicinamento con il Partito dell’Unione Democratica, a dispetto degli scontri violenti e delle diverse alleanze regionali, è stato una conseguenza dell’ “atteggiamento sciovinista” dell’opposizione araba nei confronti dei curdi, ai quali è stato negato il riconoscimento come popolo durante la conferenza tenutasi al Cairo a inizio luglio.

 

“Non temiamo la forza dell’opposizione araba, ma le sue idee, il suo comportamento dittatoriale,” aggiunge Mohammad Rasho, il rappresentante del Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale nel Kurdistan iracheno, che esibisce dei folti baffi neri degni del suo mentore Abdullah “Apo” Ocalan. Rasho sembra pertanto alludere alla preparazione militare del Pud in caso di scontri con l’Esl. Nuri Brimo è addirittura più esplicito: “24 ore dopo la caduta del regime, sarà tutto un’altro discorso rispetto al pacifismo adottato finora [dai curdi]: se ne avremo bisogno, ci prepareremo a combattere e difendere le nostre regioni.”

I curdi siriani si stanno già preparando:  il numero di combattenti addestrati nei due campi allestiti a gennaio dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) di Barzani nel governatorato di Duhok raggiungerà presto i 3700 effettivi. Dlshad*, un siriano trentottenne di Qamishli, racconta di aver militato nell’Esl, per poi abbandonarlo a causa del suo “comportamento islamico e razzista” nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Da febbraio si trova nel campo di addestramento curdo, dove i miliziani del PKK mettono a disposizione la loro esperienza, sotto la sorveglianza delle forze armate (peshmerga) di Barzani. Al telefono Dlshad parla sotto voce, dopo essersi allontanato dai suoi commilitoni per evitare di essere udito: “Veniamo addestrati per la guerriglia urbana dal PKK, al fine di affrontare l’Esl nel futuro.

Se si intromettono la Siria e la Turchia…

Il possibile scontro tra opposizione araba e curda è chiaramente negli interessi del governo siriano, che spera di trascinare il Pkk e la Turchia nel conflitto. Di fatto, l’esercito siriano continua a sconfinare nei Paesi vicini alla ricerca di una via di salvezza nell’internazionalizzazione della crisi.

Anche l’attentato suicida verificatosi per la prima volta a Qamishli (Kurdistan siriano) il 30 settembre sembra confermare il ruolo siriano nell’alimentare tensioni tra arabi e curdi. “L’intelligence siriana ha orchestrato l’esplosione […] per far credere ai curdi che l’Esercito Libero sia entrato a Qamishli,” rivela il miliziano Dlshad. Damasco è inoltre in grado di sfruttare i suoi legami storici con il Pkk-Pud, fondati sul contenimento della Turchia, per istigare un conflitto arabo-curdo.

Per quanto riguarda invece la Turchia, tutti i partiti curdi iracheni e siriani avvertono benissimo lo sguardo di Ankara sulle loro mosse, motivo per cui il Pdk di Barzani preferisce negare l’esistenza del suddetto campo militare coogestito con il Pkk. “Esiste solo il campo profughi di Domiz e non abbiamo allestito nessun accampamento militare,” afferma ‘Abdul-Wahhab ‘Ali, portavoce del Pdk a Sulaymanya, “durante la rivoluzione curda del ’61, i combattenti curdi sono arrivati [in Iraq] da Siria e Iran, hanno acquisito ottime competenze militari e si sono stabiliti qui.”

D’altra parte, l’accordo di Erbil sembra concepito per tenere sotto controllo le fazioni curde ostili ad Ankara come il Pud. “Facciamo in modo che il Pud la pensi come noi e vogliamo che l’Europa ci riconosca il merito di aver tentato di allontanare il Pkk da Siria e Iran,” afferma orgogliosamente Nuri Brimo del Consiglio Nazionale Curdo. Il riferimento non è esplicitamente alla Turchia, ma non si può certo escludere un nesso tra Ankara e un simile proposito di “addomesticamento” del Pkk. Senza dimenticare che la Turchia è stata rassicurata sull’assenza di ambizioni separatiste dal testo stesso dell’accordo.

Abbastanza prevedibilmente, il Pud si rifiuta di ammetter di aver firmato un patto in cui abbiano messo mano i turchi. “La Turchia è contraria all’unificazione dei partiti curdi,” obietta Mohammad Rasho, “ai tempi dell’accordo di Erbil, [il Ministro degli Esteri turco] Davutoglu è stato qui e ha visitato solamente il Consiglio Nazionale Curdo per creare divisione.” Non vi è dubbio che Ankara rimanga diffidente su un accordo che include il Pud e, secondo Rasho, opterebbe per un intervento militare, se solo esistesse il sostegno internazionale necessario. “La zona cuscinetto [a cui fa riferimento la Turchia] è finalizzata a limitare la conquista dei diritti curdi e non a supportare la rivoluzione siriana,” afferma Rasho, “esistono richieste confermate da parte della Turchia, affinché l’Esercito Libero attacchi il Pud.” A giugno, l’agenzia stampa vicina al Pkk, Firat News Agency, ha diffuso un documento presumibilmente trapelato dal consolato turco di Erbil, volto a dimostrare i tentativi di Ankara di portare le regioni curde sotto il controllo dell’Esl, tramite la mediazione di alcune figure politiche curdo-siriane. Secondo questa lettura della situazione, la Turchia starebbe lavorando su un piano parallelo all’accordo di Erbil e finalizzato al supporto dell’opposizione araba contro le fazioni curde ostili ad Ankara.

Con delle simili premesse, i curdi rischiano ancora una volta di vedere la lotta per la difesa dei loro territori trasformata in un conflitto più esteso al servizio degli interessi altrui. Si ricordino le tre guerre del Golfo.

 

*Pseudonimo utilizzato per ragioni di sicurezza

The Second Syrian Front: Arabs and Kurds

In the latest development in Syria’s unrest, Arab and Kurdish opposition groups are battling over the Kurdish territories in Syria’s North-East. The Kurds themselves are far from a united front, with different militia groups competing over control of Kurdish towns.

Turkey_vs_kurds
For several months now, the north-eastern, Kurdish areas of Syria have been shaking off the control of Damascus despite the continued presence of security officials. The Syrian government has prioritized the fight against the Arab opposition in Aleppo and Damascus, whilst Kurdish parties have been allowed to gain ground in their regions. This unwritten agreement between the Baathist government and the main Kurdish militia, a proxy for the Turkish Kurdistan Worker’s Party (PKK) called the Democratic Union Party (PYD), has not gone unnoticed by some factions of the Arab opposition, culminating in clashes between the Arabs and the Kurds during the last month. The main group of Syrian Arab insurgents, the Free Syrian Army (FSA), is sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is becoming an ever more likely scenario, and both Ankara and Damascus can reap benefits from provoking Arab–Kurdish strife.

On 26 October, an armed Arab opposition group sought to deploy in Al-Ashrafiyeh, one of Aleppo’s Kurdish neighborhoods, despite the resistance from residents hoping to preserve security. Instead, the Syrian government shelled the quarter, targeting Arab militias, and nine Kurds were killed. The military attack ignited a cycle of reprisals on both sides as the PYD stepped in to defend Kurdish residents. On 19 November, Arab–Kurdish clashes followed the same script in the frontier town of Ras Al-Ayn, where the entrance of Arab rebels brought about another government offensive. The local head of the People’s Council of Western Kurdistan (PCWK)—the Syrian body comprising the PYD—was assassinated on the same day by Arab militiamen.

In between these two episodes, five others have fallen victim to clashes between the PYD and the Islamist Northern Storm Brigade, after the latter allegedly attacked members of the Kurdish Yazidi religious minority in the countryside of Aleppo. Most of the Arab militias blamed for attacks on Kurds are Islamic hardliners such as the Al-Nusra Front, Ghuraba’ Al-Sham, and Jund Al-Sham. The Islamist bent amongst certain Arab opposition groups has made members of the Kurdish community wary to join their cause. Dilshad,* a 38-year-old Kurd from Qamishli, quit the FSA to join Kurdish military training camps along the Iraqi border due to what he considers to be the FSA’s “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities.

However, the nebulous structure of the Free Syrian Army means that any direct links between the FSA and radical groups cannot be ascertained. On 19 November, the PYD media representative ruled out any connection between the FSA and the Islamist perpetrators of the PCWK assassination in Ras Al-Ayn. Nonetheless, the PCWK official spokesperson accused snipers of belonging to the Free Syrian Army.

In the Kurdish arms race, Iraqi–Kurdish media outlets have argued that the pro-Western Kurdish National Council (KNC), the other main Syrian–Kurdish formation, may lose ground in favor of the more militarized PYD. However, the KNC has the military backing of its main sponsor, the pro-Turkish President of Iraqi Kurdistan, Massoud Barzani, to fill this gap. “On November 28, between 1,500 and 3,000 Syrian fighters trained by Barzani’s peshmergas (armed forces) will enter Syria from Iraq,” said Dilshad, although it remains to be seen whether Syrian peshmerga boots will arrive on the ground.

“The new Syrian peshmergas won’t cooperate with the PKK, they will stick to those cities where the PYD is weaker, like Al-Malikiyah and Qamishli,” continues Dilshad. Syrian–Kurdish unity appears a distant prospect, especially after the Erbil Agreement signed on 11 July between the KNC and the PYD proved to be a farce. On 29 October, the two main parties met in Erbil to discuss a shared response to the Arab–Kurdish clashes, but the summit proved unfruitful. Half-baked negotiations are in the making for the establishment of a joint Kurdish army, but divisions continue to mar efforts towards a united front.

Nevertheless, a shared enemy in the Arab opposition is perhaps the most powerful unifying force, since even the moderate KNC has no sympathy for the Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, the head of KNC media. “If we need to, we will get ready to fight and defend our territories.”

Regardless of party politics, the growing militarization will reduce the space for peaceful Kurdish youth committees, who are not willing to “sacrifice” their revolution for an ethnic conflict. They are likely to be overrun by militias, just like their Arab counterparts.

The possibility of a confrontation between the Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian government, who could hope to drag the PKK and Turkey into the conflict in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

Regarding Ankara’s moves, “there are confirmed Turkish demands to the FSA to attack the PYD,” claims Mohammad Rasho, a PCWK representative in Iraqi Kurdistan. Last June, an allegedly leaked document originating from the Turkish consulate in Erbil was distributed by the pro-PKK Firat News Agency, advertising the Turkish attempts to bring Syria’s Kurdish region under FSA control. “The Turkish government is aware that four high-ranking PKK officials have just entered Syria,” explains the military trainee, Dilshad, “and the PKK agenda is a region independent from ‘the Syrian entity.’”

Given these premises, Kurds are likely to see the fight to defend their territories turned into a greater conflict serving the interests of other actors: a flashback to all three previous Gulf Wars in Iraq.

*A pseudonym has been used for security reasons.

Categories: Iraq, Kurdistan, Syria | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Blog at WordPress.com.

Düzce Umut Atölyesi

Birlikte Mücadele, Birlikte Tasarım

Exiled Razan رزان في المنفى

Personal observations on myself, others, states, and exile. شوية خواطر في المنفى

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

Anthrobservations

A blog about understanding humanity- by G. Marranci, PhD

Tabsir

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)