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Dissent and Exodus in Syrian Kurdistan (Rojava)

Here’s an article I wrote for Al-Monitor while I was in Syria in early September 2013. It deals with the PYD’s policies as the party was struggling to contain a massive exodus…

Syrian Kurdish Party Struggles With Dissent, Exodus

Syrian refugees, fleeing the violence in their country, wait to cross the border into the autonomous Kurdish region of northern Iraq, August 21, 2013.  The government of Iraqi Kurdistan has set an entry quota of 3,000 refugees a day to cope with an influx of Kurds fleeing the civil war in Syria, but there are signs many more are still coming in, aid agencies said on Tuesday. REUTERS/Thaier al-Sudani (IRAQ - Tags: CIVIL UNREST POLITICS SOCIETY IMMIGRATION) - RTX12SKT

Syrian refugees, fleeing the violence in their country, wait to cross the border into the autonomous Kurdish region of northern Iraq, August 21, 2013. The government of Iraqi Kurdistan has set an entry quota of 3,000 refugees a day to cope with an influx of Kurds fleeing the civil war in Syria, but there are signs many more are still coming in, aid agencies said on Tuesday. REUTERS/Thaier al-Sudani (IRAQ – Tags: CIVIL UNREST POLITICS SOCIETY IMMIGRATION) – RTX12SKT

AMUDA, Syria — On Aug. 17, between 5,000 and 8,000 Syrian Kurds fled their country following the reopening of the Pesh Khabur border crossing between Syria and Iraqi Kurdistan. On Aug. 21, the mass exodus prompted the de facto Syrian Kurdish authorities — the Kurdish Supreme Commission (KSC), which is dominated by the Democratic Union Party (PYD) — to implement a resolution issued in April to block emigration with the exception of certified medical reasons.

PYD officials claim the decision was taken to counter a plot aimed at changing the demographic balance of these regions at the expense of Kurds, while calling on locals to remain in Syria and exploit this unique chance to achieve Kurdish autonomy.

http://www.al-monitor.com/pulse/ar/contents/articles/originals/2013/09/syria-exodus-kurds-iraqi-kurdistan.html

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Analisi dei media curdi tra stampa e televisioni satellitari

Un analisi che ho scritto per ArabMediaReport sui media curdi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran…

kurd media

Dall’oppressione al nazionalismo, le emittenti satellitari consolidano un senso di appartenenza transnazionale, nonostante l’assenza di una lingua condivisa. Come i media di un attore anti-istituzionale come il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, siano diventati uno strumento di pressione difficilmente arginabile dagli Stati nazione. La regione autonoma curdo irachena e suoi media istituzionali, tra interessi commerciali e repressione del dissenso. I curdi della Siria e dell’Iran ancora relegati ad attori secondari.

Anche se la televisione non è in grado di rivitalizzare linguaggi e culture da sola, riesce a conferire credibilità e legittimità a un idioma, specialmente se si tratta di un lingua minacciata. Così si esprime lo studioso Amir Hassanpour, nel descrivere la missione dei neonati media curdi. La lingua in questione è stata repressa in tutti i modi immaginabili nelle quattro ‘province’ del Kurdistan- Siria, Iran, Iraq e Turchia- e gode di un riconoscimento ufficiale solamente nel Governo Regionale del Kurdistan, Grk. Le emittenti della regione irachena, divenuta de facto autonoma nel 1991, hanno pertanto giocato un ruolo fondamentale nel legittimare lo stato di questa lingua ostracizzata.

Al di fuori dell’isola felice del Kurdistan iracheno, dove da oltre un ventennio il sistema educativo è quasi interamente in curdo, ben poche persone hanno studiato la propria lingua e ancora meno hanno avuto accesso alle pubblicazioni clandestine.

La repressione continua a dominare il panorama mediatico curdo. In Iran, dopo la parentesi riformista di Khatami (1997-2005), l’intolleranza si è abbattuta nuovamente sulle pubblicazioni indipendenti. La Turchia detiene il primato mondiale di giornalisti detenuti, tre quarti dei quali lavoravano per media filo-curdi. Se si esclude l’introduzione di corsi universitari di curdo lo scorso aprile, il regime siriano non ha mai concesso alcuna apertura. Anche quest’ultima mossa però è stato solo l’ennesimo tentativo di mantenere la minoranza neutrale nella rivoluzione in corso dal 2011.

 

Un nazionalismo senza una lingua condivisa

In un simile contesto repressivo, la stessa nascita della stampa coincide con l’emergere del movimento nazionalista: il primo periodico curdo (Kurdistan) venne pubblicato al Cairo nel 1898 con l’intento dichiarato di sostenere il popolo curdo. Considerato il pubblico ristretto di lettori politicizzati, in Kurdistan Identity, Discourse and Media, Jaffar Sheyholislami descrive la stampa come artefice del nazionalismo, mentre riserva alle televisioni satellitari la definizione di veri e propri mass media, in grado di formare una coscienza curda transnazionale. Le televisioni terrestri sono invece rimaste sotto il controllo delle propagande governative, anche quando hanno accettato di includere programmi in curdo.

Le emittenti satellitari che si sono dedicate alla diffusione del nazionalismo curdo hanno dovuto innanzitutto ovviare all’assenza di una lingua unificata. Esistono infatti vari dialetti molto diversi tra loro, i più diffusi sono il Kurmanji nell’area turco-siriana e il Sorani in quella iracheno-iraniana.

Non esiste nemmeno una scrittura condivisa, dato che i curdi di Siria e Turchia utilizzano l’alfabeto latino codificato negli anni ’30 da Jaladat Ali Badarkhan, editore della rivista letteraria curdo-siriana Hawar, mentre in Iraq e Iran si ricorre all’alfabeto arabo. Ciononostante, il progetto nazionalista di canali satellitari come Kurdistan TV, KTV, prevede un’unità linguistica forzata. Come osservato da Sheyholislami, nelle lezioni di Kurmanji per bambini oggetto di un programma chiamato Zimanî Kurdî, lingua curda, il dialetto Sorani non viene nemmeno preso in considerazione. L’unità linguistica matrice dello Stato nazione ottocentesco europeo viene perseguita combinando i diversi dialetti all’interno dei notiziari, nei quali, per esempio, il presentatore si esprime in Kurmanji e l’inviato in Sorani.

 

Il satellite vettore di un senso di appartenenza transnazionale

Come sottolineato da Sheyholislami, KTV cerca di consolidare una memoria storica comune e promuove il modello della regione autonoma al di là dei confini iracheni. La memoria storica viene resa omogenea al costo di distorsioni nel programma Emřo le Mêjû da, Oggi nella Storia,in cui il Trattato di Sevres firmato nel 1920 dall’impero ottomano e dalla potenze alleate viene ricordato come documento fondante della “nazione curda”, senza specificare che si trattasse esclusivamente di parte del Kurdistan turco.

Allo stesso tempo, nei notiziari si parla di “Kurdistan iracheno e turco”, tessendo i legami transnazionali nel rispetto dei confini nazionali. Al contrario, i corrispondenti dall’estero della stessa emittente tendono a riferirsi al “Kurdistan meridionale e settentrionale”, a testimonianza di una maggiore libertà nel dar voce alle rivendicazioni indipendentiste: la loro visione è quella di un’unica patria avversa ai confini nazionali.

 

 Il Pkk e i suoi canali satellitari: guerriglia senza confini

Oltre a Kdp, il Partito democratico del Kurdistan, che controlla anche Zagros TV e Korek TV, l’altro impero mediatico e’ quello degli insurrezionalisti del Pkk turco: Roj TV -emittente principale del partito- Newroz TV -voce del Partito della Vita Libera del Kurdistan, sezione iraniana del Pkk- MMC -canale musicale che predilige canzoni curde e straniere dai contenuti rivoluzionari- Ronahi TV –emittente legata alla frangia siriana del partito, il Pyd, Partito dell’unione democratica.

Il linguaggio politico di tutte questi canali é esplicitamente “pan curdo”. A differenza di KTV, non vi è alcuna necessità di edulcorarlo a tutela delle relazioni estere. La programmazione dedica ampio spazio al folclore curdo, oltre che alla glorificazione della lotta armata dei “compagni” di partito, tramite numerosi videoclip musicali girati nella roccaforte dei monti Qandil iracheni.

L’aspetto più interessante del Pkk è la sua capacità di sfruttare la natura deterritorializzata del satellite per resistere ogni misura repressiva: l’esempio più noto è quello di MED-TV, la prima stazione satellitare curda nata nel 1995, la cui licenza venne revocata nel 1999 in seguito alle pressioni turche sul governo inglese che la ospitava. Il canale ‘rinacque’ in Francia comeMEDYA TV , ma fu immediatamente obbligato a sospendere le trasmissioni nel 2004. L’ultimo anello della catena è Roj TV, basata in Danimarca dal 2004.

Il governo turco continua a esercitare pressioni su questo canale danese accusato di sostenere un’organizzazione considerata terroristica dall’Unione Europea. La questione Roj TV continua a rischiare di compromettere le relazioni tra i due Paesi. Nel luglio 2010, Wikileaks aveva già pubblicato un documento dell’ambasciata americana di Ankara, datato gennaio 2010, dal quale si apprendeva che la diplomazia turca attendeva la chiusura dell’emittente in cambio del consenso di Ankara all’elezione del danese Anders Fogh Rasmussen alla presidenza della NATO (2009). Lo scorso 21 marzo però, Erdogan è riuscito a ‘strappare’ al primo ministro danese la promessa di chiudere Roj TVin cambio di un aumento del volume degli scambi commerciali da 1,7 a 5 miliardi di dollari. Ciononostante, la licenza di Roj TV non è ancora stata revocata. La vicenda presenta delle somiglianze con l’esperienza di al-Zawra’ , canale filo-Saddam dell’iracheno Mishaan al-Juburi, capace di eludere a lungo le pressioni governative trasmettendo dall’operatore egiziano Nilesat.

Il dossier Roj TV ha inoltre influito sulla decisione del governo Erdogan di inaugurare la prima emittente curda del Paese, TRT 6, nel 2009. Le ripercussioni della controversia hanno dimostrato come le emittenti satellitari siano divenute uno strumento di pressione politica ancora più efficace delle armi nelle mani del Pkk, seppur in assenza dell’apparato istituzionale di cui dispone la regione autonoma irachena.

Barzani: partnerariato commerciale in formato televisivo

Se le piattaforme del Pkk cercano appoggio all’estero, sapendo di poter innescare crisi diplomatiche tra Ankara e i suoi partner commerciali, il presidente della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, Masud Barzani, utilizza il soft power televisivo per promuovere nuove intese commerciali.

Basta pensare alle serie televisive sudcoreane divenute un vero e proprio cult nel Kurdistan iracheno, sulla base dell’alleanza militare e commerciale tra i due Paesi. Le radici vanno ricercate nello stazionamento degli oltre tremila soldati del contingente sudcoreano Zaytun nella regione autonoma dal 2004 al 2008. Si tratta del più massiccio dispiegamento di truppe sudcoreane all’estero dalla fine della guerra del Vietnam. Le autorità del Kurdistan si mostrarono particolarmente favorevoli alla presenza delle truppe di Seul, vero e proprio trampolino di lancio per una serie di intese commerciali: l’ultima joint venture riguarderebbe la realizzazione di un raccordo anulare tra Mosul, Erbil e Kirkuk. Prevedendo i margini di profitto derivabili dal business della ricostruzione post-bellica, Seul ha promosso un’immagine positiva delle proprie truppe. La biografia televisiva del primo monarca della dinastia coreana Goguryeo, Jumong Taewang (37-19 a.c), continua a riscuotere un enorme successo nella versione doppiata in Kurmanji.

 

I limiti della libertà d’espressione nel Kurdistan iracheno

Il governo del Kurdistan iracheno è ormai consapevole delle potenzialità dei media e ne fa pieno uso per promuovere la propria immagine e consolidare rapporti commerciali. Allo stesso tempo, come qualsiasi altro esecutivo in Medio Oriente, il Grk è consapevole delle minacce poste dai media indipendenti. A dispetto dell’oppressione di cui sono stati oggetto i principali partiti curdi iracheni, le autorità non si fanno scrupoli a reprimere brutalmente le forme di dissenso, seppur in proporzione minore rispetto ad Ankara, Bagdad, Teheran e Damasco.

Nel 2008, il quotidiano indipendente Hawleti è stato oggetto di una causa da tredici milioni di dinari per aver tradotto un articolo del giornalista americano Michael Rubin sull’entità abnorme del patrimonio di Barzani e dell’altro veterano della politica curda irachena, il presidente iracheno Jalal Talabani dell’Unione Patriottica del Kurdistan. Nel 2010, il governo ha chiesto un risarcimento pari a un miliardo di dollari e la chiusura del settimanale Rozhnama, a causa di un articolo sul contrabbando di petrolio diretto in Iran. La stazione televisiva Nalia è stata assaltata dai sostenitori di Barzani nel 2013 dopo aver trasmesso una telefonata critica dell’icona del nazionalismo curdo, il padre dell’attuale presidente, Mostafa Mullah Barzani (1903-1979).

I giornalisti continuano ad essere oggetto di intimidazioni, se non rapiti e uccisi, quando osano criticare le ‘sacre’ famiglie Barzani e Talabani. Questa è stata la sorte di Sardasht Osman, uno studente noto sul web per le critiche rivolte alla famiglia Barzani, assassinato nel 2010 senza che sia mai stata fatta giustizia. Il suo omicidio è stato attribuito a dalle cellule islamiche della città di Mosul. 

 

Nell’ombra: Iran e Siria

Rispetto alla vitalità del Pkk e delle autorità curdo irachene in ambito televisivo, il Kurdistan siriano e quello iraniano rimangono due contesti secondari, per via dei mezzi limitati, dell’impreparazione e di una diaspora dimostratasi meno propositiva.

Tra le poche eccezioni vi sono le emittenti di partito curdo-iraniane, inaugurate nel 2006 dai comunisti del Komala –Komala TV-, dall’Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan orientale –Rojhelat TV– e dal Partito democratico del Kurdistan Iraniano (Tishk TV). Le emittenti sono tutte basate in Europa. Tuttavia, si tratta di stazioni satellitari con una programmazione ridotta, inferiore alle realtà collegate al Pkk e al Kurdistan iracheno.

In Iran la morsa dell’ex presidente Mohammad Ahmadinejad si è abbattuta sulla stampa curda, dopo la momentanea apertura di Khatami, sotto il quale venivano stampati ben sette settimanali curdi. Tra i pochi sopravvissuti vi sono il settimanale Sirwan e il bisettimanale Hawar.

D’altro canto, una simile repressione in patria viene compensata dall’appoggio fornito ai media di proprietà di Jalal Talabani: il presidente curdo iracheno alleato di Teheran che controllaKurdsat,Gali Kurdistan, al-Hurriyah TV e PUK TV. Secondo alcuni dei suoi critici, sarebbe stato proprio l’Iran a sponsorizzare Kurdsat per bilanciare l’appoggio fornito dalla Turchia alla KTV di Barzani, in funzione di contenimento delle emittenti del Pkk. I vari canali negano di aver ricevuto un simile sostegno, ma la repressione interna dei media curdi non impedisce a Turchia e Iran di sostenerli, quando vengono fondati da alleati strategici all’estero.

Per quanto riguarda la Siria, se si esclude Ronahi, l’unica realtà satellitare esistente, anch’essa collegata al Pkk , i rimanenti partiti curdi hanno avuto modo di agire liberamente solo da un anno, da quando il regime ha ritirato le sue forze di sicurezza dalle regioni a maggioranza curda. Si tratta di un panorama politico frammentato, dipendente dall’appoggio dei partiti curdi iracheni e privo di una consolidata rete di espatriati in grado di dare vita a dei canali satellitari.

La nuova libertà di movimento di cui godono i curdi siriani si è tradotta nella circolazione alla luce del sole di diverse pubblicazioni in curdo, ma si tratta di una fase ancora prematura e dominata dalla partigianeria politica per poterne effettuare una valutazione compiuta.

 

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La strategia della tensione siriana tra Turchia, Pkk e petrolio

Articolo pubblicato su Left (Avvenimenti). Ho cercato di tracciare una linea continua tra attentati di Reyhanli (Turchia), trattative di pace tra Pkk e Ankara e i possibili movimenti di Damasco nei confronti delle regioni petrolifere finite nelle mani dei curdi siriani (e in particolare della frangia siriana del Pkk, il Pyd). Nel sottotitolo pubblicato sul sito (e purtroppo in quello andato in stampa) compare la frase: i curdi “vorrebbero vendere il greggio all’Europa”, ma si tratta del frutto di un’aggiunta della redazione che non trova fondamento nell’articolo. Dovrebbero provvedere al più presto ad eliminarla.

Ostaggi del Petrolio

S1100007 

di Andrea Glioti

(Maabadeh-Hasakeh-Siria)

I curdi non si meritano la pace. Specie se vogliono il petrolio. L’11 maggio a Reyhanli, estremo sud della Turchia, due enormi esplosioni hanno fatto 51 morti e circa 200 feriti. Un attentato orchestrato al di là di quel confine che corre a pochi chilometri dalla città. È il tentativo siriano di boicottare i negoziati di pace tra i guerriglieri curdi del Pkk e il governo Erdogan. Il regime di Bashar al-Asad intende dimostrare alla Turchia che non può conseguire una stabilizzazione interna se non smette di sostenere l’opposizione siriana. Pacificare il fronte curdo, proseguendo nei negoziati con Ocalan, non è la strategia giusta per assicurarsi la quiete al confine.

Dopo un periodo di relativa calma, il popolo curdo deve tornare alla realtà. Anche nelle città del nord est siriano come Tell Tamr e Hasakeh si sono intensificati gli scontri tra tribù arabe e milizie lealiste al regime da una parte, e frangia siriana del Pkk (Pyd- Partito dell’unione democratica) dall’altra. Il messaggio è inequivocabile: l’autonomia de facto conseguita nell’ultimo anno dalla minoranza curda siriana è frutto della necessità del governo di Damasco di garantirsi una regione cuscinetto al confine turco. Una riconciliazione curdo-turca vanificherebbe però il piano, trasformando quell’area in provincia occidentale di un’altra comunità ostile. Se questo dovesse succedere, il regime di Bashar non esiterà a volgere la sua artiglieria verso il Kurdistan siriano, anche perché c’è un altro interesse da salvaguardare: buona parte delle risorse energetiche di Damasco si trovano qui, e oggi sono finite in mano al Pyd.

Damasco conosce bene l’importanza della provincia di Hasakeh, dove si concentra oltre metà del petrolio del Paese. Il regime, infatti, ha sempre negato l’autosufficienza alle regioni curde, collegando i loro pozzi petroliferi alle raffinerie di Homs e Banyas nella Siria occidentale. Oggi le trivelle si stagliano inerti all’orizzonte, ma per la prima volta i pozzi sono stati “affidati in custodia esente da cauzione” al Pyd. La notizia emerge da documenti governativi pubblicati dal settimanale indipendente Jisr. «Circa il 60 per cento dei pozzi è in mano al Pyd e il rimanente 40 per cento si trova sotto il controllo dell’opposizione araba», precisa K., che lavora come ingegnere specializzato in trivellazione nelle Direzione locale del ministero del Petrolio. Il Pyd sta approfittando della situazione di stallo nel conflitto siriano per gettare le fondamenta di un’autosufficienza energetica. Tra i suoi progetti c’è anche quello di avviare l’importazione di gas dal Kurdistan iracheno e di comprare elettricità dalla Turchia.

Il progetto di autonomia del Partito curdo ha preso avvio nell’estate del 2012, quando il Pyd ha colto l’occasione del ritiro della maggioranza delle forze di sicurezza governative per creare una rete di nuove istituzioni: corpi di polizia, esercito, associazioni e scuole. Tutto ciò è stato possibile con il tacito consenso del regime, nonostante i dirigenti del Pyd neghino ogni forma di coordinamento. La realtà sulle relazioni con Damasco è sotto gli occhi di tutti: a Qamishli, dove l’intelligence siriana non ha abbandonato le proprie sedi, i posti di blocco delle milizie curde distano pochi isolati da quelli del regime e le gigantografie del presidente troneggiano ancora sugli edifici governativi.

Per sradicare il regime, però, la Ue tenta di sostenere l’opposizione anche in Kurdistan. L’ha fatto abolendo, il 22 aprile, l’embargo petrolifero. Ma i risultati sono stati opposti. Il fronte anti regime si è diviso, perché il Pyd intende presentarsi come partner commerciale indipendente, diverso sia dal regime di Damasco che dall’opposizione araba. «La Commissione suprema curda (la maggiore coalizione politica della regione, dominata dal Pyd) è l’unico soggetto autorizzato alla compravendita del petrolio in nome dei curdi», sottolinea Bashir Malla, membro del Pyd, «ma la Ue non l’ha nemmeno menzionata nel suo appello rivolto esclusivamente all’opposizione araba». La decisione europea ha irritato anche i leader militari della ribellione araba. «Siamo contrari alla vendita del petrolio prima della formazione di un governo a interim nelle zone liberate», ci dice il maggior Muntasir al-Khaled, comandante del consiglio militare dell’Esercito siriano libero (Esl) di Hasakeh. «Per il momento i pozzi sono in mano a una moltitudine di forze armate che non dialogano tra di loro». L’obiettivo dell’esercito dei ribelli è di unificare politicamente le regioni petrolifere attraverso un’offensiva militare. «Se ora l’opposizione decidesse di accettare l’offerta europea, il regime bombarderebbe immediatamente qualsiasi cargo di petrolio diretto all’estero», commenta M., ingegnere elettrico che lavora a Hasakeh. Finora le regioni curde sono state risparmiate dalla devastazione, ma il petrolio potrebbe portare la guerra anche qui.

Il Pyd conosce i propri limiti da “custode” delle regioni petrolifere: sa di non potersi ancora permettere di riavviare le trivellazioni e di dover mantenere aperto il dialogo con Damasco. «L’interruzione della produzione petrolifera sta danneggiando l’intero Paese e, per il momento, il regime rimane l’unico possibile acquirente del greggio», ammette Bashir Malla. Il Pyd viene accusato di aver continuato a pompare petrolio verso le raffinerie governative per diverse settimane, dopo aver preso in consegna i pozzi. «Il Pyd si è impadronito delle trivelle il primo marzo 2013, ma il petrolio ha continuato ad arrivare a Banyas fino al 20 del mese, quando alcuni gruppi dell’opposizione araba hanno chiuso le valvole a Tell Hamis», ricorda l’ingegnere elettrico.

Oggi, per il regime, le aree amministrate dai curdi sono diventate meno affidabili. E in caso di un avvicinamento tra la Turchia (che sostiene i ribelli siriani) e il Pkk (alleato dei curdi del Pyd) Damasco potrebbe decidere di puntare su nuovi partner per la tutela delle sue riserve energetiche. Nella frammentazione siriana, infatti, ci sono rivalità etniche che il regime di Bashar può essere sfruttare per trovare referenti affidabili. Basta camminare per le vie di Ma’abadeh, cittadina curda nei pressi del confine iracheno, per accorgersi degli inconfondibili volti olivastri dei profughi arabi provenienti dalla martoriata provincia di Deyr az-Zor. Tra il Pyd e alcuni clan di quella zona non corre buon sangue dal 2004, quando il regime li utilizzò per reprimere una rivolta curda scoppiata a Qamishli. E nella cittadina di Tell Tamr un’ altra tribù lealista, la Sharabin, è stata coinvolta di recente in alcuni scontri con le milizie del Pyd. Si tratta solo di una delle carte a disposizione del regime, ma anche l’opposizione trova orecchie ricettive alla sua propaganda etno-nazionalista contro i curdi: l’episodio più recente è stato il coinvolgimento di parte del clan Baggara nella fallimentare offensiva lanciata dall’Esercito di liberazione a Ras al-’Ayn. Gli arabi volevano “liberare” le regioni curde ma non ci sono riusciti. «Abbiamo accettato di rispettare una tregua, ma non consideriamo liberate le regioni sotto il controllo del Pyd», chiarisce il comandante dell’Esl, Muntasir al-Khalid. «Quando cadrà il regime dovranno innalzare la bandiera della rivoluzione e non quella del loro partito».E quando si tratta di gas e petrolio, persino gli accordi tra opposizione e regime non sono da escludere. «Sappiamo per certo che, in passato, il regime ha pagato alcune fazioni dell’opposizione per assicurarsi il passaggio degli oleodotti tra Hasakeh e Deyr az-Zor», afferma K., l’ingegnere petrolifero.

Mentre i contendenti trattano sotto banco, la gente comune continua a convivere con la carenza di derivati petroliferi fondamentali come il mazout, l’olio combustibile più utilizzato a scopo domestico. Le strade sono costellate di venditori ambulanti di mazout raffinato in casa, il cui prezzo conosce rialzi vertiginosi a seconda dell’oscillazione del dollaro sul mercato nero. In più, la raffinazione casalinga non prevede nessuna protezione dall’inalazione di gas tossici come l’idrogeno solforato. «Abbiamo riscontrato un aumento dei casi di ustioni e infiammazioni polmonari causate da questi processi artigianali di raffinazione», conferma Wa’el Abu Ahmad, medico che lavora a Ras al-’Ayn, presso la falange dell’opposizione Ghoraba’ Sham. «La scarsità di mazout potrebbe anche causare un’epidemia di colera quest’estate, perché senza carburante si fermano gli automezzi che ritirano la spazzatura e puliscono le strade». Perché nella terra delle trivelle, la benzina è un lusso che i curdi non si possono permettere.

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The dispute over energy reserves in North-Eastern Syria

An article I wrote for Al-Monitor after a set of interviews with warring factions, engineers and normal people, who are not even getting electricity out of all these energy reserves.

Syrian Oil Becomes Fault Line
In War

A man works at a makeshift oil refinery site in al-Mansoura village in Raqqa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

By: Andrea Glioti for Al-Monitor Posted on May 16.

MALEKIYYAH, Al-HASSAKAH PROVINCE, Syria — The province of Hassakah is the Syrian oil tank. Before the revolution, its 170,000 barrels per day accounted for more than half of the country’s oil production, thus representing the backbone of those oil exports covering a third of national export revenues. Syrian oil engineers working in the province told Al-Monitorthat the Democratic Union Party (PYD) — affiliated with the Kurdistan Workers Party (PKK) — currently controls around 60% of the oil fields, leaving the remaining 40% in the hands of several factions of the Arab opposition. Since the conflict engulfed the route of the pipelines to the refineries, however, the drills have stopped working.

Despite such a fragmented context, the European Union on April 22 decided to lift the oil embargo on liberated regions in Syria in an attempt to support the opposition. The move, though, is likely to stir up Kurdish-Arab strife and catalyze regime raids on a region that has largely remained immune to the conflict so far. The war for control of Syria’s energy resources has not even started, but mutual allegations are already circulating between the parties involved, which accuse each other of cutting power supplies and dealing with the regime.

Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/05/syria-oil-kurds-pyd-eu.html#ixzz2Tw2s2NL7

 

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The road to Kurdish autonomy still passes from Damascus

My first article from the province of Hasakeh (Syrian Kurdistan). It appeared on Al-Monitor on May 7. (follow the link to keep reading, unfortunately I cannot post the whole article here for copyright issues…)

Kurdish Group Gaining Autonomy
In Northern Syria

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(photo from http://i.images.cdn.fotopedia.com/flickr-9390681-original/People_around_the_World/Arab_States/Iraq/Kurdish_people/105_NEWROZ_2005.jpg)

QAMISHLI, Syria — Bilingual signs, “Western Kurdistan” (Rojava in Kurdish) on car license plates, Kurdish security forces (Asayish), Kurdish courts, municipalities, flags, unions and schools teaching Kurdish. This is the new look of the Kurdish-majority Syrian northern regions, the outcome of the withdrawal of regime security forces in July 2012 and the result of a delicate coexistence between Baathist and Kurdish institutions.

Syrian Kurds now have the chance to reap the benefits from the stalemate between the regime and the Arab opposition. But all this would not have been possible without a certain degree of connivance with the regime by the main Kurdish militia on the ground — the Democratic Union Party (PYD), which is affiliated with the Kurdistan Workers Party (PKK). Regardless of the de facto autonomy achieved and the growing popularity of the PYD, some fear the authoritarian features of the party’s agenda.

Read more: http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/05/pyd-pkk-syria-kurdistan.html#ixzz2T3dRtsm2

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Clashes between Arabs and Kurds in Syria (October-November 2012)- Faida arabo-curda in Siria (ott-nov 2012)

The first piece (published on November 5, 2012) was written for Taz.die Tageszeitung It was translated in German, but I wrote in English, here’s the original version. I wrote it in early October upon my return from Iraqi Kurdistan, before clashes started between Arab and Kurdish factions in Northern Syria. 

L’ho anche tradotto in Italiano.

The second piece was published by The Majalla later on (Nov 26, 2012), when the clashes had already started. 

Syrian Kurds ready to fight Arabs once Asad is gone

By Andrea Glioti

ERBIL (Iraqi Kurdistan), 17 October 2012.

On July 11, the main Syrian Kurdish factions signed an agreement in Erbil to reassure Turkey of their peaceful aspirations and to reach unity for a possible confrontation with the Arab opposition’s Free Syrian Army (FSA), after the downfall of Bashar al-Asad. However, these two aims are likely to collide, being the FSA hosted and sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is high and both Turkey and Syria have interests in provoking a conflict between Arabs and Kurds.

No trust in the (Arab) Free Syrian Army

The North-Eastern Kurdish areas in Syria are not anymore under the control of Damascus, despite the presence of security officials: the regime has prioritized the fight against the Arab opposition in the two main cities, Aleppo and Damascus, while allowing Kurdish parties to manage their regions.

The agreement sponsored by the President of the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), Mas’ud Barzani, was thus signed in a critical phase of military escalation in the rest of Syria and led to the formation of the Kurdish Supreme Committee. Such a coalition is formed by the pro-Barzani (i.e. pro-Turkish) Kurdish National Council (KNC) and the Popular Council of Western Kurdistan (PCWK), the body comprising the PKK-proxy Democratic Union Party (PYD).

Even the more moderate KNC has no sympathy at all for the Arab Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, head of KNC media and one of the signatories of the Erbil Agreement.  According to Brimo, the rapprochement with the PYD, despite skirmishes and different regional allegiances, was a consequence of the “chauvinist approach” of the Arab opposition with the Kurds, who were allegedly refused recognition as a people during the conference held in Cairo in July.

“We are not scared by the strength of the [Arab] opposition, but by its ideas, its dictatorial conduct,” adds Mohammad Rasho, the Ocalan-looking PCWK representative in Iraqi Kurdistan, who seems to hint at the PYD’s readiness to clash with the FSA.  Nuri Brimo is even more explicit: “24 hours after the downfall of the regime, the language will be a different one from the peaceful adopted so far [by the Kurds]: if we need to, we will get ready to fight and defend our regions.”

Syrian Kurds are already ahead in their preparation: the number of fighters trained in the two camps set up in January by Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP) in the Iraqi Governorate of Duhok will reach soon 3700. Dilshad*, a 38-year-old Syrian from Qamishli, had previously joined the FSA, but he quit due to its “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities and joined the Kurdish training camp last February.  “We are trained in street guerrilla by the PKK in order to face the Free Syrian Army in the future,” whispers Dilshad over the phone, walking away from his companions to avoid being overheard.  The PKK was originally recruited to work under the surveillance of Barzani’s armed forces (peshmerga), however, the Kurdish internal divisions began to surface in the last days, when all the militiamen outside the control of the President were expelled from the camps. Dilshad informed me today that he was also forced to leave, adding that “the situation is changing and internal Kurdish strife might break out in Qamishli [A/N: strategic city in Syrian Kurdistan].”

Syrian and Turkish interference

The possibility of a confrontation between Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian Government, who could hope to drag the PKK and Turkey in the conflict. As a matter of fact, Damascus is periodically interfering in the neighboring countries in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

The unprecedented suicidal bombing occurred in Qamishli on September 30 seems to confirm the Syrian role in fostering tensions between Arabs and Kurds. “The Syrian intelligence staged the explosion […] in order to convince Kurds that the Free Syrian Army entered Qamishli,” reveals Dlshad, the Syrian Kurdish military trainee. Damascus is also capable of exploiting its historical ties with the PYD-PKK, if it wishes to cause Kurdish-Arab strife.

For what concerns Turkey, both the Iraqi and Syrian Kurdish parties are aware that Ankara is watching closely their moves, therefore even Barzani’s KDP prefers denying the existence of the military camp where Syrian Kurds are trained by the PKK.  “There is only the Domiz refugee camp and we didn’t set up any military camp,” says Abdul-Wahhab ‘Ali, the KDP spokesperson in Sulaymanya, “during the Kurdish revolution in 1961, Kurdish fighters came [to Iraq] from Syria and Iran, they earned a very good military knowledge and settled down here.”

On the other hand, the Erbil Agreement seems conceived to tame factions hostile to Turkey like the PYD. “We bring the PYD to think like us and we want recognition from Europe that we tried to drag the PKK away from Syria and Iran,” states proudly Nuri Brimo. Even though there is no explicit reference to Ankara, such an agenda aimed at changing the Pkk’s stances cannot be considered unrelated to Turkish pressures. Turkey has also been reassured about the lack of separatist ambitions by the text of the agreement. However, the PYD predictably refuses to recognize it signed a deal to please Turkish interests. “Turkey is opposed to unifying Kurdish parties,” objects Mohammad Rasho, “[Turkish FM] Davutoglu came here and visited only the Kurdish National Council to create division at the time of the Erbil Agreement.” Ankara remains wary of an agreement including the PYD and, according to Rasho, military intervention would be preferred, if there was enough international support. “The buffer zone [Ankara talks about] aims at limiting the achievement of Kurdish rights and not at supporting the Syrian revolution”, claims Rasho, “there are confirmed Turkish demands from the FSA to attack the PYD.” In June, an allegedly leaked document from the Turkish consulate in Erbil has been spread by the pro-PKK Firat News Agency to prove the Turkish attempts to bring the Syrian Kurdish regions under the FSA control. According to this reading of the situation, Turkey is pursuing a parallel agenda to the Erbil Agreement, based on backing the Arab opposition against the Kurdish factions hostile to Ankara.

Under these premises, Kurds risk to see the fight to defend their territories turned again into a greater conflict serving the interests of other actors. Remember all the Gulf Wars.

*A pseudonym has been used for security reasons.

 

Siria: una volta caduto Asad, ci si prepara per la faida curdo-araba

 

Di Andrea Glioti

 

ERBIL (Kurdistan Iracheno), 7 Ottobre 2012

 

L’undici luglio scorso, il Presidente del Governo Regionale del Kurdistan (Grk), Mas’ud Barzani, è riuscito a riconciliare le maggiori fazioni curdo-siriane, il Consiglio Nazionale Curdo (Cnc), vicino alla Turchia e a Barzani stesso, e il Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale (Cpko), comprendente l’ala siriana del Pkk, il Partito dell’Unione Democratica (Pud). Un accordo è stato firmato a Erbil, dando vita al Comitato Supremo Curdo (Csc).

Le regioni curde nord-orientali della Siria non sono più sotto il controllo di Damasco, nonostante la presenza degli ufficiali delle forze di sicurezza: il regime ha dato la priorità alla battaglia contro l’opposizione araba nelle due maggiori città, Aleppo e Damasco, finendo per concedere ai partiti curdi di gestire le loro roccaforti.

L’accordo di Erbil tutela da una parte gli interessi turchi e dall’altra unifica gli schieramenti curdi in vista di un possibile scontro con la maggiore formazione armata dell’opposizione araba, l’Esercito Libero Siriano (Esl), all’indomani della caduta del regime di Asad. Tuttavia, questi due obiettivi non sono di certo compatibili e la precaria stabilità conseguita nelle regioni curde rischia di saltare da un momento all’altro, se si considera che l’Esl riceve supporto logistico e militare proprio dalla Turchia. Il rischio di un conflitto internazionale rimane alto, anche perché Turchia e Siria potrebbero trarre vantaggio dallo scoppio delle ostilità arabo-curde.

 

Nessuna fiducia nell’Esercito Libero Siriano (Arabo)

 

Persino il più moderato Consiglio Nazionale Curdo non ha alcuna simpatia per l’Esl. “Le nostre regioni [curde] ripudiano il terrorismo, di conseguenza l’Esl non vi si può nascondere,” afferma Nuri Brimo, responsabile dei media del Cnc e uno dei firmatari dell’accordo di Erbil. Stando alle sue parole, il riavvicinamento con il Partito dell’Unione Democratica, a dispetto degli scontri violenti e delle diverse alleanze regionali, è stato una conseguenza dell’ “atteggiamento sciovinista” dell’opposizione araba nei confronti dei curdi, ai quali è stato negato il riconoscimento come popolo durante la conferenza tenutasi al Cairo a inizio luglio.

 

“Non temiamo la forza dell’opposizione araba, ma le sue idee, il suo comportamento dittatoriale,” aggiunge Mohammad Rasho, il rappresentante del Consiglio Popolare del Kurdistan Occidentale nel Kurdistan iracheno, che esibisce dei folti baffi neri degni del suo mentore Abdullah “Apo” Ocalan. Rasho sembra pertanto alludere alla preparazione militare del Pud in caso di scontri con l’Esl. Nuri Brimo è addirittura più esplicito: “24 ore dopo la caduta del regime, sarà tutto un’altro discorso rispetto al pacifismo adottato finora [dai curdi]: se ne avremo bisogno, ci prepareremo a combattere e difendere le nostre regioni.”

I curdi siriani si stanno già preparando:  il numero di combattenti addestrati nei due campi allestiti a gennaio dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) di Barzani nel governatorato di Duhok raggiungerà presto i 3700 effettivi. Dlshad*, un siriano trentottenne di Qamishli, racconta di aver militato nell’Esl, per poi abbandonarlo a causa del suo “comportamento islamico e razzista” nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Da febbraio si trova nel campo di addestramento curdo, dove i miliziani del PKK mettono a disposizione la loro esperienza, sotto la sorveglianza delle forze armate (peshmerga) di Barzani. Al telefono Dlshad parla sotto voce, dopo essersi allontanato dai suoi commilitoni per evitare di essere udito: “Veniamo addestrati per la guerriglia urbana dal PKK, al fine di affrontare l’Esl nel futuro.

Se si intromettono la Siria e la Turchia…

Il possibile scontro tra opposizione araba e curda è chiaramente negli interessi del governo siriano, che spera di trascinare il Pkk e la Turchia nel conflitto. Di fatto, l’esercito siriano continua a sconfinare nei Paesi vicini alla ricerca di una via di salvezza nell’internazionalizzazione della crisi.

Anche l’attentato suicida verificatosi per la prima volta a Qamishli (Kurdistan siriano) il 30 settembre sembra confermare il ruolo siriano nell’alimentare tensioni tra arabi e curdi. “L’intelligence siriana ha orchestrato l’esplosione […] per far credere ai curdi che l’Esercito Libero sia entrato a Qamishli,” rivela il miliziano Dlshad. Damasco è inoltre in grado di sfruttare i suoi legami storici con il Pkk-Pud, fondati sul contenimento della Turchia, per istigare un conflitto arabo-curdo.

Per quanto riguarda invece la Turchia, tutti i partiti curdi iracheni e siriani avvertono benissimo lo sguardo di Ankara sulle loro mosse, motivo per cui il Pdk di Barzani preferisce negare l’esistenza del suddetto campo militare coogestito con il Pkk. “Esiste solo il campo profughi di Domiz e non abbiamo allestito nessun accampamento militare,” afferma ‘Abdul-Wahhab ‘Ali, portavoce del Pdk a Sulaymanya, “durante la rivoluzione curda del ’61, i combattenti curdi sono arrivati [in Iraq] da Siria e Iran, hanno acquisito ottime competenze militari e si sono stabiliti qui.”

D’altra parte, l’accordo di Erbil sembra concepito per tenere sotto controllo le fazioni curde ostili ad Ankara come il Pud. “Facciamo in modo che il Pud la pensi come noi e vogliamo che l’Europa ci riconosca il merito di aver tentato di allontanare il Pkk da Siria e Iran,” afferma orgogliosamente Nuri Brimo del Consiglio Nazionale Curdo. Il riferimento non è esplicitamente alla Turchia, ma non si può certo escludere un nesso tra Ankara e un simile proposito di “addomesticamento” del Pkk. Senza dimenticare che la Turchia è stata rassicurata sull’assenza di ambizioni separatiste dal testo stesso dell’accordo.

Abbastanza prevedibilmente, il Pud si rifiuta di ammetter di aver firmato un patto in cui abbiano messo mano i turchi. “La Turchia è contraria all’unificazione dei partiti curdi,” obietta Mohammad Rasho, “ai tempi dell’accordo di Erbil, [il Ministro degli Esteri turco] Davutoglu è stato qui e ha visitato solamente il Consiglio Nazionale Curdo per creare divisione.” Non vi è dubbio che Ankara rimanga diffidente su un accordo che include il Pud e, secondo Rasho, opterebbe per un intervento militare, se solo esistesse il sostegno internazionale necessario. “La zona cuscinetto [a cui fa riferimento la Turchia] è finalizzata a limitare la conquista dei diritti curdi e non a supportare la rivoluzione siriana,” afferma Rasho, “esistono richieste confermate da parte della Turchia, affinché l’Esercito Libero attacchi il Pud.” A giugno, l’agenzia stampa vicina al Pkk, Firat News Agency, ha diffuso un documento presumibilmente trapelato dal consolato turco di Erbil, volto a dimostrare i tentativi di Ankara di portare le regioni curde sotto il controllo dell’Esl, tramite la mediazione di alcune figure politiche curdo-siriane. Secondo questa lettura della situazione, la Turchia starebbe lavorando su un piano parallelo all’accordo di Erbil e finalizzato al supporto dell’opposizione araba contro le fazioni curde ostili ad Ankara.

Con delle simili premesse, i curdi rischiano ancora una volta di vedere la lotta per la difesa dei loro territori trasformata in un conflitto più esteso al servizio degli interessi altrui. Si ricordino le tre guerre del Golfo.

 

*Pseudonimo utilizzato per ragioni di sicurezza

The Second Syrian Front: Arabs and Kurds

In the latest development in Syria’s unrest, Arab and Kurdish opposition groups are battling over the Kurdish territories in Syria’s North-East. The Kurds themselves are far from a united front, with different militia groups competing over control of Kurdish towns.

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For several months now, the north-eastern, Kurdish areas of Syria have been shaking off the control of Damascus despite the continued presence of security officials. The Syrian government has prioritized the fight against the Arab opposition in Aleppo and Damascus, whilst Kurdish parties have been allowed to gain ground in their regions. This unwritten agreement between the Baathist government and the main Kurdish militia, a proxy for the Turkish Kurdistan Worker’s Party (PKK) called the Democratic Union Party (PYD), has not gone unnoticed by some factions of the Arab opposition, culminating in clashes between the Arabs and the Kurds during the last month. The main group of Syrian Arab insurgents, the Free Syrian Army (FSA), is sponsored by Turkey. The risk of a transnational conflict is becoming an ever more likely scenario, and both Ankara and Damascus can reap benefits from provoking Arab–Kurdish strife.

On 26 October, an armed Arab opposition group sought to deploy in Al-Ashrafiyeh, one of Aleppo’s Kurdish neighborhoods, despite the resistance from residents hoping to preserve security. Instead, the Syrian government shelled the quarter, targeting Arab militias, and nine Kurds were killed. The military attack ignited a cycle of reprisals on both sides as the PYD stepped in to defend Kurdish residents. On 19 November, Arab–Kurdish clashes followed the same script in the frontier town of Ras Al-Ayn, where the entrance of Arab rebels brought about another government offensive. The local head of the People’s Council of Western Kurdistan (PCWK)—the Syrian body comprising the PYD—was assassinated on the same day by Arab militiamen.

In between these two episodes, five others have fallen victim to clashes between the PYD and the Islamist Northern Storm Brigade, after the latter allegedly attacked members of the Kurdish Yazidi religious minority in the countryside of Aleppo. Most of the Arab militias blamed for attacks on Kurds are Islamic hardliners such as the Al-Nusra Front, Ghuraba’ Al-Sham, and Jund Al-Sham. The Islamist bent amongst certain Arab opposition groups has made members of the Kurdish community wary to join their cause. Dilshad,* a 38-year-old Kurd from Qamishli, quit the FSA to join Kurdish military training camps along the Iraqi border due to what he considers to be the FSA’s “Islamist, racist behavior” against religious and ethnic minorities.

However, the nebulous structure of the Free Syrian Army means that any direct links between the FSA and radical groups cannot be ascertained. On 19 November, the PYD media representative ruled out any connection between the FSA and the Islamist perpetrators of the PCWK assassination in Ras Al-Ayn. Nonetheless, the PCWK official spokesperson accused snipers of belonging to the Free Syrian Army.

In the Kurdish arms race, Iraqi–Kurdish media outlets have argued that the pro-Western Kurdish National Council (KNC), the other main Syrian–Kurdish formation, may lose ground in favor of the more militarized PYD. However, the KNC has the military backing of its main sponsor, the pro-Turkish President of Iraqi Kurdistan, Massoud Barzani, to fill this gap. “On November 28, between 1,500 and 3,000 Syrian fighters trained by Barzani’s peshmergas (armed forces) will enter Syria from Iraq,” said Dilshad, although it remains to be seen whether Syrian peshmerga boots will arrive on the ground.

“The new Syrian peshmergas won’t cooperate with the PKK, they will stick to those cities where the PYD is weaker, like Al-Malikiyah and Qamishli,” continues Dilshad. Syrian–Kurdish unity appears a distant prospect, especially after the Erbil Agreement signed on 11 July between the KNC and the PYD proved to be a farce. On 29 October, the two main parties met in Erbil to discuss a shared response to the Arab–Kurdish clashes, but the summit proved unfruitful. Half-baked negotiations are in the making for the establishment of a joint Kurdish army, but divisions continue to mar efforts towards a united front.

Nevertheless, a shared enemy in the Arab opposition is perhaps the most powerful unifying force, since even the moderate KNC has no sympathy for the Free Syrian Army. “Our [Kurdish] regions reject terror, hence the FSA cannot hide there,” affirms Nuri Brimo, the head of KNC media. “If we need to, we will get ready to fight and defend our territories.”

Regardless of party politics, the growing militarization will reduce the space for peaceful Kurdish youth committees, who are not willing to “sacrifice” their revolution for an ethnic conflict. They are likely to be overrun by militias, just like their Arab counterparts.

The possibility of a confrontation between the Kurdish and Arab opposition is clearly in the interests of the Syrian government, who could hope to drag the PKK and Turkey into the conflict in an attempt to find salvation in the internationalization of the crisis.

Regarding Ankara’s moves, “there are confirmed Turkish demands to the FSA to attack the PYD,” claims Mohammad Rasho, a PCWK representative in Iraqi Kurdistan. Last June, an allegedly leaked document originating from the Turkish consulate in Erbil was distributed by the pro-PKK Firat News Agency, advertising the Turkish attempts to bring Syria’s Kurdish region under FSA control. “The Turkish government is aware that four high-ranking PKK officials have just entered Syria,” explains the military trainee, Dilshad, “and the PKK agenda is a region independent from ‘the Syrian entity.’”

Given these premises, Kurds are likely to see the fight to defend their territories turned into a greater conflict serving the interests of other actors: a flashback to all three previous Gulf Wars in Iraq.

*A pseudonym has been used for security reasons.

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Kurdistan iracheno: l’isola felice della libertà d’espressione made in Usa?- Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

Articolo pubblicato su Left-Avvenimenti in seguito al mio viaggio nel Kurdistan iracheno. Le contraddizioni del fiore all’occhiello della ‘democrazia’ esportata dall’invasione statunitense.

The second one is a longer different version in English. I wrote it upon my return from Iraqi Kurdistan, which is considered by some to be the best democratic model shaped by the US invasion…even though it is a region run by two untouchable families…

Benvenuti in Affaristan

PresidentBushAndBarzani

di ANDREA GLIOTI

Greggio e zero tasse: le regioni curde sono un paradiso per gli imprenditori. Ma la democrazia resta una chimera

 

«Lo vedi quel complesso?». Halo, imprenditore francese di origini curde, indica un blocco di cemento sulla strada tra Erbil e Sulaymaniyah: «È una prigione cogestita dal governo del Kurdistan e dagli americani, ci tengono la maggior parte dei terroristi mediorientali. E da lì stai certo che non scappano». La “fortezza Kurdistan” ha ben poco in comune con l’instabilità del resto dell’Iraq, a partire dalla bandiera, che troneggia su ogni edificio. È quella con il sole dorato, che rappresenta il sogno nazionalista dei Curdi: una grande unica patria che si estenda tra Siria, Iraq, Iran e Turchia. I giovani, nel Nord di quello che fu l’Iraq, parlano solo curdo. L’arabo è legato solo alle funzioni religiose: l’era del panarabismo di Saddam Hussein è lontana anni luce.

La storia recente dell’Iraq, quella dell’occupazione statunitense, è completamente stravolta in Kurdistan. In questa regione la popolazione segue le regole del governo locale, ormai in gran parte autonomo da Baghdad. E qui l’intervento Usa non viene ricordato come invasione, ma come «liberazione» (tahrir). Gli statunitensi sono amici venuti ad aiutare, persone da cui imparare. A Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, una coppia di americani gestisce un fast food tappezzato di bandiere a stelle e strisce, dove l’insegna pubblicizza hamburger preparati nel pieno rispetto della “tradizione culinaria” Usa. Anche la classe dirigente ha fiducia in Washington. «Il sogno di un unico grande Kurdistan può diventare realtà grazie al supporto internazionale e al piano americano per un “Nuovo grande Medio Oriente”», azzarda a mezza voce Adbul-Wahhab Ali, portavoce del Pdk, il partito del presidente Mas’ud Barzani. Secondo il progetto nazionalista, circa trenta milioni di curdi potrebbero unirsi in uno degli Stati più ricchi di risorse naturali al mondo, grazie agli enormi giacimenti di petrolio e gas. «I ventun’anni (1991-2012) di autonomia del Kurdistan iracheno hanno aperto l’acceso ad aziende occidentali e russe. Questo percorso porterà a uno Stato, anche se non sappiamo ancora quando», prosegue fiducioso Ali.

Per l’imprenditore curdo-francese Halo la regione federalista non è tanto il coronamento delle lotte nazionaliste curde, quanto un solido connubio di affari e sicurezza. «Qui pago molte meno tasse che in Francia. Un cittadino curdo non versa più di cento dollari all’anno in contributi e i servizi sono quasi tutti a carico dello Stato». Un paradiso dei business, ben dipinto da Khorshid Delli, analista politico di Al-Jazeera: «Le compagnie petrolifere occidentali preferiscono Erbil a Baghdad perché cedono una percentuale di gran lunga minore dei loro profitti alle autorità locali».

L’emblema del boom economico è la capitale Erbil, cresciuta rapidamente da torrido villaggio ad agglomerato di centri commerciali e hotel di lusso. In una regione ricca di risorse e con un benessere diffuso, il rischio è quello di diventare troppo simili al modello delle monarchie del Golfo: un’economia che si basa sulla rendita, dove i regimi autoritari restano al potere in virtù della minima pressione fiscale e della distribuzione di servizi a costo zero. Gli stretti rapporti politico-economici tra Kurdistan e Usa rendono ancora più calzante il paragone con le monarchie dei petroldollari, dove le violazioni dei diritti umani sono raramente oggetto delle critiche americane. Un esempio è la legge sul Consiglio nazionale di sicurezza, che secondo l’opposizione ha spartito i vertici delle forze dell’ordine tra i due partiti al governo. «È restrittiva della libertà, ma non ha ricevuto nessuna critica dal consolato americano», protesta il direttore del Centro Metro per la difesa dei giornalisti, Rahman Gharib. «L’Occidente sta progettando di trasformarci in un mercato petrolifero sicuro, privo di diritti, proprio come i Paesi del Golfo».

In Kurdistan la sfera pubblica è rimasta dominata per oltre vent’anni da due famiglie, quella del leader dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) Jalal Talabani e quella del presidente e guida del Pdk Mas’ud Barzani. Agli occhi dell’opposizione, le classi dirigenti curde non sono poi così differenti da quelle arabe. «L’unica differenza tra noi e loro è che loro sono governati da una famiglia, noi da due», ironizza Ahmad Khaled, membro dell’ufficio stampa del partito d’opposizione Gorran. «Il modello della società è tribale: Gheddafi e Barzani sono della stessa pasta, lasciano il potere ai figli», sostiene con rabbia Hogr Shikha, avvocato e veterano della difesa dei diritti umani. Si riferisce a Nechirvan Barzani, nipote del presidente Mas’ud, attuale primo ministro del Kurdistan.

Neanche ai giornalisti è permesso criticare le due potenti famiglie. «Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto oltre 300 denunce di violazioni dei diritti dei reporter», riferisce Gharib. Nel 2010, ad esempio, il giornalista Sardasht Osman è stato ucciso proprio dopo aver scritto un articolo sulla famiglia Barzani. «Osman non aveva criticato Kak Mas’ud (“fratello Mas’ud”, soprannome con cui è noto Barzani tra i suoi sostenitori), aveva parlato di sua moglie e della figlia, del suo onore e della sua dignità», obietta con stizza il portavoce del Pdk Abdul-Wahhab Ali. Secondo Ali e i giudici del Kurdistan, Osman non sarebbe però stato ucciso per aver “mancato di rispetto” alla famiglia Barzani, ma perché coinvolto nella nebulosa organizzazione di un attentato di matrice islamica. «È un’assurdità. Osman era di orientamento laico, non avrebbe mai frequentato dei jihadisti», ribatte Biradost Azizi, giornalista curdo siriano che lavora a Sulaymaniyah dal 2004.

Azizi è arrivato in Kurdistan dopo essere stato espulso dall’università di Damasco a causa delle sue attività politiche. Anche a Sulaymaniyah, però, si è trovato a essere accusato di danneggiare la causa nazionalista in nome della libertà d’espressione. «Cinque mesi – racconta Azizi – fa ho ricevuto l’invito a presentarmi in tribunale con l’accusa di aver “diffamato” il Pkk», il partito indipendentista del Kurdistan turco. «Ho obiettato di non poter essere processato per le mie idee politiche, ma il giudice mi ha risposto che il Pkk non si tocca perché ha combattuto per i territori curdi». Azizi racconta di essere stato minacciato dagli esponenti del Pkk e da quelli del suo alleato siriano, il Pyd. Non ha paura di parlarne o forse non ha tempo di pensarci: la vita è frenetica per un siriano in Kurdistan, 500 dollari al mese per lavorare in radio, poche ore di sonno, un corpo smagrito dal lavoro e dalla militanza politica.

«Le autorità del Kurdistan sostengono che le manifestazioni in difesa dei diritti umani ostacolino il percorso verso uno Stato curdo indipendente», spiega Khaled, del partito d’opposizione Gorran. «Militarizzano la società al fine di reprimere le rivendicazioni popolari», aggiunge il portavoce. Le mobilitazioni di cui parla Khaled sono esplose in piazza nel febbraio del 2011 e culminate in un sit in lungo 62 giorni a Sulaymaniyah. Migliaia di manifestanti scesi in strada per chiedere una maggiore trasparenza finanziaria, il ricambio della classe dirigente, l’indipendenza delle istituzioni e la libertà d’espressione. Nel silenzio dei media occidentali, tutto si era concluso in una campagna di arresti a tappeto e nell’uccisione di dieci dimostranti. A un anno e mezzo da quegli eventi, il fallimento della “Primavera curda” fa ancora meno notizia, sepolta dagli interessi imprenditoriali dei cacciatori di petrolio.

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Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

By Andrea Glioti

Sulaymaniyah-Erbil (Iraqi Kurdistan)

The sparks of the “Kurdish spring” went largely unnoticed in Western media, due to the tight economic relations between the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), the US and Europe.  After the overthrown of Saddam Hussein in 2003, the region became known as a safe haven for investments, but the appetite for profits might marginalize considerations on human rights to promote a Gulf model of Western ally.  Despite the more democratic features of the KRG in comparison with Arab states, the public sphere is controlled by the same two families (Barzani and Talabani) since twenty years and the Kurdish nationalist struggle is used as a pretext to quell freedom of expression, just like the Israeli threat has been exploited to enforce longstanding states of emergency in Egypt and Syria.

2011 Protests

The unmet demands for financial transparency, political turnover, freedom of expression and independent institutions came finally under the spotlights in February 2011, when security forces killed ten of the thousands of protesters, who staged a 62-days-long sit-in in Sulaymaniyah. “I cannot confirm that [those responsible of violence] have been arrested,” admits Farid Sarasard, a member of the leading council of Talabani’s Patriotic Union of Kurdistan (PUK), “the arrest warrants have been issued, but not executed and so far there has been no trial.” “The [murder] case has been transferred to the military courts,” explains the lawyer Hogr Shikha, head of the UN-tied Public Aid Organization (PAO), “of course, no one has been held responsible!”

Mass demonstrations were triggered by the Arab uprisings, but the local discontent was ripe for an outbreak since at least one decade. “In Kurdistan, differently from Europe, out of 300 demands, they are likely to agree on two-three manifestations organized by the ruling parties,” clarifies Shikha, “the unauthorized [ones] are considered illegal and the authorities might resort to repression against demonstrators,” continues Shikha.

The party which is mainly blamed for shooting down protesters, Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP), claims violence was committed from both sides and questions the spontaneous nature of the movement: “it was clearly a conspiracy of the opposition [Change Movement] against us, if you notice that there was no attack on the headquarters of the PUK [N/A: the other ruling party],” affirms the KDP spokesperson in Sulaymaniyah, Abdul-Wahhab ‘Ali. There is also room to criticize protesters for not being ready to understand a democratic legal framework, after decades of dictatorship. “It’s not about being free to take the streets, it is necessary to demand an authorization, but dictatorship still prevents people from understanding laws,” complains Abdul-Wahhab ‘Ali.

Restoring silence

It has been one year and a half since the clashes in Sulaymaniyah and streets are surprisingly quiet. What happened to the movement? Some say the momentum was lost due to the violence deployed against journalists and activists. “The Patriotic Union of Kurdistan gave orders to the Secretary General of Peshmergas [NdA: Kurdish armed forces], Mahmud Sangawi, […] to use all sorts of violence […] against the forces having a key role in demonstrations,” recalls PAO’s Hogr Shikha.

Despite a considerable space for free media, violence against journalists is an increasingly common trend in Iraqi Kurdistan. “The last year we received more than 300 pleas for the violation of the rights of journalists,” affirms Rahman Gharib, director of the METRO Center for the Defense of Journalists. The last case is the one of Karzan Karim, a journalist accused of “terrorism” and sentenced to two years on October 7, for leaking information about corruption and nepotism in the Erbil airport. Similarly to many of his colleagues, Karim was writing under a pseudonym.

There seem to be precise red lines the press is not allowed to cross: two years ago, the Kurdish journalist Sardasht Osman was allegedly killed for criticizing KRG President Mas’ud Barzani. “Osman was not a journalist […], he was said to have written two articles under a pseudonym on the ‘toilet-website’ Kurdistan Post ,” belittles Abdul-Wahhab Ali (KDP), “he didn’t criticize, he talked about Barzani’s wife and daughter, about his dignity and honor.” Ali reports the official verdict on the murder of Osman, a secular-minded journalist assassinated by a group of Islamic terrorists he was supposedly in touch with.

In defense of journalists, the METRO center calls for the application of the press law. “There are problems between the press law and the criminal law,” explains PAO’s Hogr Shikha, “the first one is private […], therefore subject to the public criminal law.” Journalists criticizing authorities are detained for defamation on the basis of the criminal law, rather than fined according to the press law.  What is intentionally ignored is one paragraph of the criminal law, recalled by the former chief judge of Saddam’s trial, Rizgar Mohammad Amin, which singles journalists out for their criticism of public figures: the accused should be acquitted, if he provides evidence of his claims.

Like the Gulf?

The response of the authorities to these political demands has been to divert the attention on economic-services based reforms. “We work day and night to supply [the region] with water and electricity, a unified wage system shaped on the Emirati model will be adopted,” boasts KDP’s Abdul-Wahhab ‘Ali, “a social welfare law based on the Scandinavian experience will be under study.”  However, “economic demands are secondary,” according to NGO director Mohammad ‘Atta (Civil Development Organization), “as the middle class is still strong.”  “We have witnessed financial and administrative reforms,” points out Sarasard (PUK), “but the region needs political reforms.”

In a region with good living standards, the risk is the development of a Gulf-styled “rentier” State providing low-price services in exchange of limited political freedoms.  “The National Security Council law [A/N: and the related distribution of security posts between the ruling parties] curb freedoms and there was no comment from the American consulate,” protests METRO’s Gharib, “the West is planning to turn us into a safe [oil] market where freedoms are repressed, just like Gulf countries.” “The protests in Sulaymanyah were not covered by Western media,” adds Ahmad Khaled, a member of the press room of the opposition Change Movement.

Kurdish cause first

In the eyes of the opposition and various social actors, the Kurdish ruling classes are not so different from their Arab counterparts. “The only difference between us and the Arab countries is that they are ruled by one family and this region is run by two families, but the political composition is the same: there is no democracy,” claims Khaled, “the [regional] Constitution will be approved by the two [ruling] parties and not by unanimity.” According to PAO’s Hogr Shikha, “the model is tribal: Qaddhafi and Barzani are the same, they put their sons in power.” The nephew of Mas’ud Barzani, Nechirvan Barzani, is the current Prime Minister in the KRG.

In order to maintain the status quo, the political leadership keeps on exploiting Kurdish nationalist feelings like Arab rulers did with the Palestinian cause. “These are simple cards [the authorities] play to touch the sensibility of the youth,” says Kamal Raouf, editor-in-chief of the independent daily Hawleti, “they tell you the Kurdish society is safe, if you help us against this or that individual.”

The opposition goes further, by claiming that the Government regularly engines foreign threats to prioritize the nationalist struggle over popular demands. “Border areas were shelled [by Turkey and Iran] at the same time demonstrations took place,” says Khaled (Change Movement), “there is an agreement between the ruling parties and the neighboring countries.”

On a positive note, some political figures seem to realize that nationalism should not be exploited to curb freedoms: “I’m against this way of enhancing nationalism, as it has negative repercussions on the growth of democracy,” states PUK’s Farid Sarasard. Bearing in mind that Kurds amount to nearly 30 million people spread between Turkey, Iraq, Iran and Syria, the democratization of Iraqi Kurdistan would imply a much wider echo.

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I curdi in Siria da che parte stanno?

Articolo pubblicato originariamente su SiriaLibano. Riflessioni sulla divisione dello scenario politico curdo-siriano. Lo pseudonimo Shanar copriva l’identità dell’attivista curda Hervin Ose (Movimento del Futuro), attualmente ‘in salvo’  all’estero.

Siria, i curdi da che parte stanno?

18 NOVEMBRE 2011

pyd militants(di Diego Caserio) In Siria la comunità curda rappresenta il gruppo etnico più consistente dopo gli arabi, tra 1.5 e 2 milioni concentrati soprattutto nella regione nord-orientale di al-Hasake, pari a quasi il 10% della popolazione.

Il regime bathista reprime ogni forma di riconoscimento dell’identità curda, in ossequio all’ideologia arabo-nazionalista, che definisce le istituzioni della Repubblica araba siriana. In quest’ottica si comprendono i vari soprusi di cui sono stati oggetto, come lo status di apolidi di circa 300.000 curdi dell’Hasake, registrati come “stranieri” (ajanib) da un censo condotto nel 1962 e la campagna di arabizzazione demografica delle aree curde promossa negli anni ’60 dal governo.

L’8 aprile 2011, a qualche settimana dall’inizio della rivolta, Il presidente Bashar al-Asad ha concesso la cittadinanza agli “stranieri” dell’Hasake, ma il provvedimento non é stato sufficiente a tenere i curdi lontani dalle manifestazioni anti-governative.

Shanar vive tra Damasco e Qamishli (Hasake), impegnata da anni come attivista del partito clandestino curdo Movimento del Futuro (Tayyar al-Mustaqbal), ha conosciuto la brutalità delle forze di sicurezza in carcere. La sua storia é emblematica delle divisioni interne allo scenario politico curdo e di quelle che lo separano dall’opposizione araba.

Il leader del Movimento del Futuro, Mishaal Tammo, é stato assassinato il 7 ottobre, lasciando ben pochi dubbi sull’identità dei mandanti. Il governo di al-Asad ha finora limitato la repressione nelle zone curde, timoroso di aprire un fronte difficilmente controllabile, capace di contare sull’eventuale supporto delle milizie curde turche e irachene. Perché avrebbe dunque deciso di colpire proprio Mishaal Tammo in un momento così delicato?

Il Movimento del Futuro, nonostante si tratti di uno dei partiti più giovani (2005), con un seguito tra le nuove generazioni, si è affermato come l’unica fazione disposta ad anteporre la causa rivoluzionaria siriana alle rivendicazioni specificamente curde, anche al costo di collaborare con la Turchia. Lo stesso Tammo era tra i fondatori del Consiglio nazionale siriano (Cns), l’istituzione creata a settembre sotto l’egida turca dall’opposizione araba espatriata e boicottata dagli altri undici partiti curdi siriani.

Tra questi ultimi, incide il peso del Pyd, la sezione siriana del Pkk di Ocalan, opposta ad ogni forma di collaborazionismo con Ankara e storicamente legata al regime siriano in funzione anti-turca.  ”Il Pyd non tollera che si invochi la caduta del regime nelle manifestazioni e ricorre alla violenza per mettere a tacere chi la pensa diversamente,” mi rivela Shanar infuriata, “sono stati loro ad uccidere Tammo!”.

Gli altri undici partiti curdi, mi fa notare Shanar, non parlano di ‘rivoluzione’ (thawra) nei loro comunicati ufficiali, ma si limitano al termine ‘proteste’ (ihtijajat). Solo di recente, altri due partiti curdi siriani, lo Yekiti e l’Azadi, hanno invocato esplicitamente la caduta del regime. Secondo Shanar, gli interessi della Siria post-rivoluzionaria, legittimano il supporto di qualsiasi potenza estera, persino la Turchia. “Abbiamo sempre aiutato i profughi curdi provenienti dalla Turchia e dall’Iraq, ora dove sono i partiti curdi di questi paesi, quando siamo noi ad aver bisogno di loro?”

Per appurare la fondatezza delle accuse di Shanar, ho voluto incontrare un militante del Pyd, Amed, architetto di Damasco con un passato da guerrigliero. La sua prospettiva e` diametralmente opposta sui rapporti con i vicini curdi, verso i quali, prima di tutto, bisognerebbe dimostrare solidarietà di fronte all’offensiva militare turca nel Kurdistan iracheno. “Come possiamo parlare di alleanza con un’opposizione araba e un Movimento del Futuro che sventolano bandiere turche e fondano un Consiglio Nazionale a Istanbul, mentre l’esercito di Erdogan bombarda il nostro popolo in Iraq?” Amed non tollera alcun tipo di insinuazione contro il suo partito, che ha distribuito aiuti umanitari a Dar’a, la città meridionale della Siria posta sotto assedio militare alla fine di aprile.

“Shanar ci accusa di sventolare le bandiere del nostro partito, e non quelle siriane, durante le manifestazioni?”, è la domanda retorica di Amed, “le bandiere sono un simbolo delle nostre capacità di mobilitazione e delle rivendicazioni curde assenti nei programmi del Movimento del Futuro.” Nelle parole di Amed è evidente la priorità delle istanze curde su quelle della rivoluzione siriana: “Chiederemo la caduta del regime, quando verrà organizzata una conferenza in Siria, nella quale l’opposizione araba sottoscriva le rivendicazioni del popolo curdo, ovvero i diritti culturali e linguistici, un governatore curdo nell’Hasake, il ritorno dei nostri espatriati.”

Una simile divisione fornisce tempo prezioso al regime di al-Asad. Tammo é stato ucciso perché era una figura scomoda, disponibile a ridimensionare la specificità curda in favore di un avvicinamento all’opposizione araba. Le proteste di massa che hanno caratterizzato il suo funerale avranno comunque conseguenze limitate, non potendo contare sul peso politico-militare del Pyd-Pkk.

Quest’ultimo, nonostante la legittima insistenza sul rifiuto dell’appoggio turco e sulle rivendicazioni curde, rischia di ridiventare uno strumento di pressione su Ankara nelle mani di Damasco. Alcuni segnali arrivano dalla cattura del tenente colonnello Hussein Harmoush, leader dei disertori siriani fuggito in Turchia, che si dice sia stato consegnato alle autorità siriane in cambio di alcuni guerriglieri del Pkk e dalla recente escalation di attentati realizzati dal partito di Ocalan in Turchia. Che si tratti di una coincidenza? Ciononostante, il Pkk, memore di quando Damasco espulse Ocalan, causandone la successiva cattura, potrebbe anche decidere di privilegiare l’unità curda agli interessi degli Assad.

Ho ricevuto una mail da Shanar qualche giorno fa, in cui accusava il Pyd-Pkk di volerla assassinare. L’ultimo messaggio di risposta proveniente dal suo cellulare mi é stato scritto da qualcun altro: “Darò fuoco a te, al Dio curdo e a quel popolo di cani che sono i curdi.” Se dovesse morire anche Shanar, l’ipotesi che il Pyd-Pkk collabori con il regime diventerebbe sempre più credibile, allontanando ulteriormente la nascita di un movimento curdo coeso.

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