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I media dell’opposizione siriana tra vecchie e nuove conoscenze

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul panorama mediatico dell’opposizione siriana…(ai tempi (inizi 2014) Orient TV mi sembrava un’esperimento mediatico interessante scevro da derive confessionali…oggi è diventato un bollettino di propaganda jihadista sunnita)

(Photo: Syrian opposition’s radio. Source: Al Jazeera)

La sfida dei media dell’opposizione siriana

syrian opp radio

Dall’inizio della rivoluzione nel marzo del 2011, la Siria è stata testimone di una fioritura senza precedenti di media collegati all’opposizione. A prescindere dalla nascita di numerose testate, il mezzo di comunicazione più popolare all’interno del paese continua a essere la televisione, anche perché le parabole satellitari rimangono disponibili a buon mercato per tutti, compresi gli analfabeti. Le emittenti televisive – satellitari e basate all’estero, rimanendo un miraggio la concessione di licenze governative – sono inoltre in grado di raggiungere la diaspora siriana e gli oltre 2 milioni di profughi rifugiatisi nei Paesi confinanti

Si tratta ancora di uno scenario embrionale, composto da alcune realtà giovani, che hanno appena superato il rodaggio dei loro programmi. Ciononostante, è possibile iniziare a valutarne le aspirazioni, soprattutto per quanto riguarda la capacità di presentarsi come antitesi costruttiva della propaganda di regime. Dall’analisi del contenuto dei palinsesti emerge un alternarsi di approcci più o meno etici all’informazione: in alcuni casi si lascia spazio all’autocritica nei confronti dell’opposizione stessa e si promuove un’identità siriana multiconfessionale e multietnica, in altri, si sostiene ogni forma di opposizione, anche quelle più fondamentaliste. Si tratta di pregi e limiti fondamentali per qualsiasi piattaforma ambisca a confermarsi come mezzo d’informazione contrapposto a un sistema, che ha imposto per mezzo secolo un consenso assoluto, strumentalizzando le divisioni etnico-confessionali al servizio dei propri interessi.

Canali dei disertori

Tra i pochi canali satellitari vicini all’opposizione fondati prima dello scoppio della rivoluzione, ve ne sono alcuni la cui credibilità è pressoché nulla, facendo capo ad alcune figure di primo rilievo del regime, passate sul fronte opposto solo dopo essere state marginalizzate dagli Asad. È il caso di Barada TV, fondata a Londra nel 2009 e di proprietà di Abdul-Halim Khaddam, l’ex-vice presidente siriano divenuto dissidente solamente nel 2005, dopo 35 anni ai vertici.

Lo stesso discorso vale per Arab News Network (A.N.N.), emittente antecedente all’insurrezione, controllata da Rifaat al-Asad, lo zio dell’attuale presidente siriano, allontanato dal potere per volere del fratello Hafez nel 1984, dopo essere stato tra i principali artefici del massacro di Hama (1982). Seppur ricevano periodicamente l’attenzione dei media, questi due “disertori” di lusso non godono di alcun sostegno in patria, ad eccezione di una cerchia ristretta di fedelissimi.

Nonostante sia animata da intenti più genuini delle due emittenti sopracitate, pesa sulla reputazione della neonata 18 Adhar (il cui nome deriva dalla data di fondazione, il 18 marzo 2013) il fatto che la direttrice dell’emittente sia Samira al-Musalima, ex-caporedattrice del quotidiano governativo Tishreen, attualmente membro della maggiore coalizione dell’opposizione (la Coalizione Nazionale Siriana delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, Cnsfor) [1]. A prescindere dalle ambizioni della direttrice, i documentari trasmessi dal canale sono stati realizzati da una troupe di giornalisti animati dal loro supporto per la causa rivoluzionaria, che lavorano su base volontaria, per via delle ristrettezze economiche.

Islamisti e laici

Considerata l’ideologia politica delle principali linfe di sostegno finanziario della leadership politica dell’opposizione siriana, ovvero le monarchie del Golfo e la Turchia di Erdogan, non mancano i canali riconducibili all’islamismo politico più o meno moderato. L’ala più radicale è quella di Shaykh ‘Adnan al-’Ar’ur, predicatore salafita originario di Hama e basato in Arabia Saudita, i cui pulpiti mediatici sono le emittenti saudite Wisal, al-Safa e il canale creato ad hoc per la Siria, Shada al-Hurria (Il Canto di libertà). Il contenuto dei sermoni di al-’Ar’ur è sempre stato anti-sciita e in linea con la deriva confessionale di parte dell’opposizione siriana[2].

A “sinistra” di ‘Ar’ur troviamo le emittenti di orientamento islamico moderato: Suria al-Shaab(La Siria del popolo) e Suria al-Ghad (La Siria del domani). Il primo canale, vicino ai Fratelli Musulmani e basato ad Amman, è stato inaugurato a margine della “Conferenza degli Ulema Musulmani in Supporto del Popolo Siriano”, tenutasi a Istanbul nel luglio del 2011 [3]. Il secondo, basato in Egitto, è nato nel 2012 come canale dedicato alla Siria appartenente all’emittente “madre” Al-Ghad, finanziata da imprenditori egiziani e del Golfo [4].

La prima della lista per professionalità e seguito è però sicuramente Orient TV. Di orientamento laico, fondata nel 2009 da Ghassan ‘Abboud, un imprenditore siriano che afferma di essere stato costretto a trasferire gli uffici da Damasco a Dubai pochi mesi dopo l’apertura, per aver rifiutato la partecipazione del cugino di Bashar al-Asad, Rami Makhluf, come azionista all’interno del canale.

L’occhio critico riservato all’opposizione politica e militare

Orient ha dimostrato di saper mantenere le distanze dalle sfere politico-militari dell’opposizione, dedicando spazio a inchieste sulla corruzione diffusasi all’interno della Cnsfor [5] e condannando le frange più radicali dei ribelli, colpevoli di aver tradito la causa rivoluzionaria. Per quanto riguarda in particolare lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Siis, anche conosciuta nella sua sigla inglese come Isis), la formazione al-qaidista nata in Iraq, l’emittente di ‘Abboud la distingue nettamente da tutte le altre brigate islamiche: in questoservizio del 14 settembre 2013, il reporter Mohammad al-Dughaim sottolinea come il comportamento del Siis, resosi protagonista di rapimenti ed esecuzioni di attivisti, giornalisti e operatori umanitari, rifletta l’oppressione della libertà caratteristica del regime. Il Siis è condannato anche dai servizi di Suria al-Ghad: una scelta che marca le distanze tra i canali dell’opposizione e l’approccio monolitico delle emittenti governative nei confronti dei ribelli armati, qualificati indistintamente come terroristi.

Risulta invece più tollerante il quadro che Orient e Al-Ghad dipingono di Jabhat al-Nusra (Il Fronte del supporto), l’altra principale formazione al-qa’idista siriana. In questo servizio del 16 dicembre 2012, in seguito all’inclusione di Jabhat al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo americano, Orient sottolinea la base di sostegno popolare di cui gode il gruppo armato in Siria, a dispetto della “sentenza” statunitense. Su Al-Ghad, nel corso dell’episodio dell’11 ottobre 2012 di Suria al-Yawm (Siria oggi), risulta ben più esplicitala “filippica” del conduttore Mousa al-’Omar contro i detrattori di Jabhat al-Nusra, a dimostrazione delle simpatie islamiche dell’emittente: la tesi sostenuta con convinzione è che il fatto che i miliziani di Jabhat al-Nusra combattano il regime senza esclusione di colpi sarebbe una garanzia sulla sua autenticità come forza dell’opposizione, a prescindere dalla visione politica sul dopo Asad. Stando alle parole del presentatore, il conflitto che contrappone Jabhat al-Nusra alle truppe governative sarebbe inoltre una prova dell’impermeabilità dell’organizzazione alle infiltrazioni del regime, a dispetto delle relazioni intessute da Damasco con i gruppi al-qaidisti fin dai tempi dall’occupazione statunitense in Iraq. Jabhat al-Nusra non ha inoltre mai annunciato alcun sostegno per gli ideali rivoluzionari, al punto da non esibire la bandiera simbolo dell’insurrezione. In questo caso, la scelta editoriale di Al-Ghad rientra nella sfera della partigianeria ideologizzata, piuttosto che in quella dell’obiettività giornalistica.

Minoranze etniche e confessionali

Un’altra cartina tornasole della credibilità dei media dell’opposizione come alternativa alla propaganda governativa è il loro atteggiamento nei confronti delle minoranze etnico-confessionali: riusciranno questi canali a voltare la pagina del totalitarismo culturale panarabo baathista e promuovere un approccio maturo al pluralismo confessionale della Siria, senza istigare rappresaglie nei confronti di quelle minoranze strumentalizzate in difesa degli interessi del regime (in primis gli alauiti, la setta sciita di appartenenza della famiglia Asad)?

A questo proposito, va sottolineata la scelta di Orient e Suria al-Shaab di concedere spazio al kurmanji, il dialetto parlato dalla comunità curda siriana. Orient, in particolare, è stata la prima emittente del mondo arabo a inaugurare un notiziario quotidiano in kurmanji. A tutt’oggi, non esistono programmi in lingua curda trasmessi dalle emittenti statali e filo-governative, a conferma della repressione dei diritti fondamentali di questo popolo, attuata dal partito Baath negli ultimi 50 anni.

All’interno di Orient, convivono diverse posizioni sulla questione curda, senza che l’emittente sia stata trasformata in una piattaforma d’intolleranza. Nel corso della puntata del 19 gennaio 2013 del programma Qadia al-Mashreq (La questione del Levante), dedicata agli scontri di Ras al-’Ayn tra arabi e curdi, il conduttore prende chiaramente le parti di Shaykh Nawaf Bashir, leader del clan arabo al-Baggara e principale promotore dell’irruzione dei ribelli arabi (l’Esercito Siriano Libero, Esl) nelle regioni a maggioranza curda: Nawaf Khalil, il portavoce del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), la frangia siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) attivo in Turchia, viene infatti zittito dopo poche parole e la replica di Bashir viene definita “bella, più diplomatica”. Al contrario, il proprietario di Orient Ghassan ‘Abboud ha suscitato scalpore esprimendo il suo supporto per l’autonomia curdo-siriana in un post pubblicato sulla sua pagina di Facebook il 16 settembre 2013.

Decisamente più schierata la posizione di al-Ghad, come emerge da questo servizio di Ahmad Abdul-Majid del 16 novembre 2013, dedicato alla creazione del governo autonomo curdo-siriano di transizione: il focus è interamente sulle reazioni negative della comunità internazionale, senza menzionare le cause interne e l’incapacità dell’opposizione araba di rappresentare le istanze curde. Abdul-Majid conclude augurandosi che il Pyd- principale promotore dell’autonomia- anteponga “l’interesse pubblico a quello partitico”, ignorando le radici dell’attuale popolarità del programma del partito tra i curdi.

Per quanto concerne invece gli alauiti, pur evitando il tono incendiario di al-’Ar’ur, i riferimenti anti-sciiti di Al-Ghad sono altrettanto intollerabili. Si pensi per esempio alla puntata dell’8 dicembre 2013 del programma “Ta’rikh Suria ma’ Tamam” (La storia della Siria con Tamam), condotto dallo scrittore siriano Tamam Barazi, dove quest’ultimo ricostruisce la storia del Medio Oriente tessendo le lodi della resistenza anti-sionista di Saddam Hussein, eroe del panarabismo sunnita, al confronto della propaganda anti-sionista dell’Iran, definito “dawlah al-rafidah” (“lo Stato dei disertori”, di coloro che non accettano la Sunna (tradizione), secondo la terminologia più cara all’apologetica sunnita.

Più bilanciata Suria al-Shaab che, nel corso della copertura speciale delle elezioni iraniane del giugno 2013, decide di ascoltare l’opinione equilibrata e competente dell’analista Mustafa Fahs, il quale fornisce un quadro ottimista dell’imminente vittoria del presidente riformista Hassan Rouhani.

Non vi è però ombra di dubbio che la produzione televisiva che meglio rispecchia i valori originariamente aconfessionali della rivoluzione sia quella di Orient, esemplificata dal documentario Min Qatala Husayn (Aprile 2013) (“Chi ha ucciso Hussein”, con riferimento al martire sciita per eccellenza Husayn Ibn ‘Ali). Il progetto approfondisce le ottime relazioni esistenti prima dello scoppio della rivoluzione tra il villaggio sunnita di Binnish e quello sciita di al-Fu’a, nella provincia di Idlib: ciò che emerge è come l’incrinatura dei rapporti sia stata causata non da attriti confessionali, ma dalla scelta del regime di armare e istigare gli abitanti di al-Fu’a contro quelli di Binnish. Il primo e ultimo responsabile della divisione intercomunitaria viene identificato nelle istituzioni, senza cedere alla tentazione di creare facili capri espiatori su base religiosa.

In conclusione, il panorama è ancora quello transitorio di un paese dilaniato da un conflitto, come si deduce dai palinsesti dominati dagli eventi in corso a scapito dell’intrattenimento, ma esiste almeno una realtà promettente, votata al pluralismo politico, etnico e confessionale:Orient TV sembra infatti in grado di presentarsi come modello di rinascita etico-professionale dei media siriani e non come megafono di un’opposizione a maggioranza araba e sunnita.

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[1] Sulla polemica generata dall’assegnazione della direzione di 18 Adhar a Samira al-Musalima si veda http://goo.gl/c2pJfS

[2] Per un’idea della retorica confessionale adoperata da al-’Ar’ur, si veda “Al-Shaykh al-‘Ar’ur yuwajjihu al-risalah al-akhirah lit-ta’ifah al-‘alawiyyah (“Shaykh ‘Ar’ur invia l’ultimo messaggio diretto alla setta alauita”), caricato 12 marzo 2012.

[3] Riguardo al lancio del canale si veda http://goo.gl/H6tPWj

[4] Sul lancio di Al-Ghad si veda http://goo.gl/QEXAoN

[5] Si veda questo episodio del programma Huna Suria (Qui Siria) del 10 ottobre 2013.

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Manaf Tlass and the myth of the ‘transition man’

Pezzo pubblicato per la TMNews sulla diserzione del generale siriano Manaf Tlass.

Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione?

Amico di infanzia di Assad, sunnita, lavora da ‘esilio’ a Parigi

Di Andrea Glioti 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il 5 luglio scorso il generale di brigata Manaf Tlass, figlio del sempiterno Ministro della Difesa Mustafa Tlass (1972-2002), ha annunciato la sua diserzione dal regime dell’amico Bashar al-Assad. Si è trattato dell’abbandono più importante dall’inizio della rivoluzione, non tanto per il rango di Tlass, ma per l’intimità che lo legava al Presidente. Il 24 luglio, durante il suo primo discorso trasmesso dall’emittente saudita Al-Arabiya, Tlass ha annunciato di voler contribuire alla costruzione della Siria del dopo-Assad.

Non stupisce l’interesse dei media per questo fascinoso generale brizzolato dalla camicia sbottonata, il cui aspetto ricorda più Che Guevara che le uniformi ingessate della gerarchia militare siriana. Tlass si rivolge ai siriani dal suo dorato esilio parigino, ma resta da appurare se abbia davvero le credenziali per guidare una fase di transizione e se l’opposizione sia disposta ad accettarlo.

 

Carte in regola

 

In quanto a buoni contatti con i salotti della politica internazionale, Tlass ha tutti i requisiti. La sorella Nahed ‘Ojjeh fa parte dell’alta società parigina ed è rimasta vedova di un miliardario venditore d’armi saudita. L’Arabia Saudita e il suo supporto finanziario agli armamenti dell’Esercito Libero Siriano dell’opposizione possono fungere da trampolino per l’affermazione di Tlass presso gli ambienti della resistenza armata. Dal canto suo, il generale non ha perso tempo nell’ingraziarsi gli sponsor della rivoluzione siriana: dopo il pellegrinaggio minore (‘umrah) compiuto alla Mecca per aumentare la sua credibilità come leader sunnita, il 1 agosto si è recato a Istanbul per rompere il digiuno del Ramadan in compagnia dei funzionari turchi. 

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe conducendo delle trattative con i Governi arabi al fine di porre Tlass al centro di una fase di transizione. Come fa notare il fondatore dell’Arab Studies Journal, Bassam Haddad, non bisogna dimenticare che la generazione agiata a cui appartiene il generale (che è nato nel 1963) non ha mai combattuto una guerra contro Israele ed ha ereditato un antisionismo molto più malleabile. E di questo gli Stati Uniti sono pienamente consapevoli. 

Malvisto dall’opposizione 

Ma come era prevedibile, Tlass non ha tardato a suscitare le critiche di parte dell’opposizione. I Fratelli Musulmani, tramite la loro voce più intransigente, l’ex-leader Ali Sadraddin Bayanuni, hanno fatto sapere di rifiutare un ruolo di Tlass nella transizione, memori delle nefandezze commesse dal padre Mustafa nei loro confronti. Lo stesso Manaf, ricorda la scrittrice siriana Salma Idilbi, giocò un ruolo fondamentale nell’ “addomesticare” le voci degli intellettuali siriani della Primavera di Damasco (2000).(segue)

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## Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione? -2-

 

‘Colomba’ emarginata ben vista dagli Usa o ultima carta regime?

 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il generale Tlass è stato indiscutibilmente parte dell’apparato repressivo, ma le critiche dell’opposizione siriana non hanno risparmiato nessuno dei suoi leader dall’inizio della rivoluzione: e proprio questa frammentazione avrebbe spinto “Gli Amici della Siria”, il gruppo di Paesi raccoltisi a supporto dei rivoluzionari, a puntare su Tlass. Chi accetta la figura del generale, come lo storico dissidente Michel Kilo, ne apprezza la propensione per la soluzione politica della crisi, che ne avrebbe determinato l’emarginazione a Damasco. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’International Crisis Group (ICG), Tlass si era adoperato per raggiungere degli accordi su scala locale nelle prime fasi della rivolta, ma i suoi sforzi erano stati vanificati dall’ostracismo di altri elementi del regime decisi ad adottare il pugno di ferro. L’ICG fa quindi notare come, storicamente, i funzionari baathisti emarginati tendano a cercare di riacquisire i favori delle elités, una volta riassorbitasi la crisi del momento: il fatto che Tlass abbia abbandonato la Siria sarebbe quindi un segnale di un punto di non ritorno.

Il ricercatore esperto di Siria, Joshua Landis, ha scritto sul suo blog Syria Comment che, a prescindere dall’accettazione dell’opposizione, le classi medio-alte urbanizzate, rimaste silenziose durante la rivoluzione, preferiranno un personaggio laico e benestante come Tlass ai vari comandanti dell’Esercito Siriano Libero. Il generale sarebbe in grado di difenderle dalla rabbia dei rivoluzionari delle campagne e questo genere di garanzie sono già state fornite dal primo discorso trasmesso da Al-Arabiya. Tuttavia, il protrarsi del conflitto e l’ascesa delle milizie in Siria rischia di marginalizzare Tlass e i dissidenti all’estero in generale: in un contesto militarizzato, saranno le armi a decidere la portata della rivoluzione sociale e la sorte delle classi agiate.

Diserzione a tavolino

Gli scettici sottolineano come Tlass non avesse ormai alcun peso nell’establishment siriano: il comando della 105esima divisione della Guardia Repubblicana gli era stato revocato già un anno fa, a causa della sua opposizione alla repressione, relegandolo quasi agli arresti domiciliari. In realtà, l’ipotesi dell’emarginazione è molto più rassicurante della sua antitesi. La stampa turca (Sabah) fa notare che Tlass non avrebbe mai abbandonato il Paese senza il consenso di Assad, il quale potrebbe averlo incaricato di mediare una transizione per conto del regime. Lo stesso discorso del generale del 24 luglio non contiene alcun riferimento esplicito alle dimissioni di Assad e Damasco potrebbe aver optato per un’apertura diplomatica parallela alla repressione in corso. Forse non è un caso che, in un’intervista concessa al quotidiano As-Sharq al-Awsat, Tlass abbia sminuito le responsabilità del Presidente, accusando i vertici dei servizi di sicurezza di avergli confuso le idee.

 

A rendere il quadro post-rivoluzionario ancora più tetro, subentrano poi i presunti piani statunitensi incentrati sulla figura di Tlass. Sia la stampa turca che quella filo-siriana (il quotidiano libanese Al-Akhbar) menzionano un consiglio militare, sul modello egiziano, quale punto d’incontro delle visioni di Tlass e Washington sulla fase di transizione. I funzionari occidentali citati dal Wall Street Journal sottolineano la necessità di un personaggio capace di ristabilire la sicurezza e tenere sotto controllo gli armamenti chimici siriani. Il generale sembra avere tutti i requisiti per traghettare la rivoluzione siriana verso un “aborto” militarizzato, capace di riconciliare Casa Bianca e Cremlino e arrestare momentaneamente le violenze.

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I curdi in Siria da che parte stanno?

Articolo pubblicato originariamente su SiriaLibano. Riflessioni sulla divisione dello scenario politico curdo-siriano. Lo pseudonimo Shanar copriva l’identità dell’attivista curda Hervin Ose (Movimento del Futuro), attualmente ‘in salvo’  all’estero.

Siria, i curdi da che parte stanno?

18 NOVEMBRE 2011

pyd militants(di Diego Caserio) In Siria la comunità curda rappresenta il gruppo etnico più consistente dopo gli arabi, tra 1.5 e 2 milioni concentrati soprattutto nella regione nord-orientale di al-Hasake, pari a quasi il 10% della popolazione.

Il regime bathista reprime ogni forma di riconoscimento dell’identità curda, in ossequio all’ideologia arabo-nazionalista, che definisce le istituzioni della Repubblica araba siriana. In quest’ottica si comprendono i vari soprusi di cui sono stati oggetto, come lo status di apolidi di circa 300.000 curdi dell’Hasake, registrati come “stranieri” (ajanib) da un censo condotto nel 1962 e la campagna di arabizzazione demografica delle aree curde promossa negli anni ’60 dal governo.

L’8 aprile 2011, a qualche settimana dall’inizio della rivolta, Il presidente Bashar al-Asad ha concesso la cittadinanza agli “stranieri” dell’Hasake, ma il provvedimento non é stato sufficiente a tenere i curdi lontani dalle manifestazioni anti-governative.

Shanar vive tra Damasco e Qamishli (Hasake), impegnata da anni come attivista del partito clandestino curdo Movimento del Futuro (Tayyar al-Mustaqbal), ha conosciuto la brutalità delle forze di sicurezza in carcere. La sua storia é emblematica delle divisioni interne allo scenario politico curdo e di quelle che lo separano dall’opposizione araba.

Il leader del Movimento del Futuro, Mishaal Tammo, é stato assassinato il 7 ottobre, lasciando ben pochi dubbi sull’identità dei mandanti. Il governo di al-Asad ha finora limitato la repressione nelle zone curde, timoroso di aprire un fronte difficilmente controllabile, capace di contare sull’eventuale supporto delle milizie curde turche e irachene. Perché avrebbe dunque deciso di colpire proprio Mishaal Tammo in un momento così delicato?

Il Movimento del Futuro, nonostante si tratti di uno dei partiti più giovani (2005), con un seguito tra le nuove generazioni, si è affermato come l’unica fazione disposta ad anteporre la causa rivoluzionaria siriana alle rivendicazioni specificamente curde, anche al costo di collaborare con la Turchia. Lo stesso Tammo era tra i fondatori del Consiglio nazionale siriano (Cns), l’istituzione creata a settembre sotto l’egida turca dall’opposizione araba espatriata e boicottata dagli altri undici partiti curdi siriani.

Tra questi ultimi, incide il peso del Pyd, la sezione siriana del Pkk di Ocalan, opposta ad ogni forma di collaborazionismo con Ankara e storicamente legata al regime siriano in funzione anti-turca.  ”Il Pyd non tollera che si invochi la caduta del regime nelle manifestazioni e ricorre alla violenza per mettere a tacere chi la pensa diversamente,” mi rivela Shanar infuriata, “sono stati loro ad uccidere Tammo!”.

Gli altri undici partiti curdi, mi fa notare Shanar, non parlano di ‘rivoluzione’ (thawra) nei loro comunicati ufficiali, ma si limitano al termine ‘proteste’ (ihtijajat). Solo di recente, altri due partiti curdi siriani, lo Yekiti e l’Azadi, hanno invocato esplicitamente la caduta del regime. Secondo Shanar, gli interessi della Siria post-rivoluzionaria, legittimano il supporto di qualsiasi potenza estera, persino la Turchia. “Abbiamo sempre aiutato i profughi curdi provenienti dalla Turchia e dall’Iraq, ora dove sono i partiti curdi di questi paesi, quando siamo noi ad aver bisogno di loro?”

Per appurare la fondatezza delle accuse di Shanar, ho voluto incontrare un militante del Pyd, Amed, architetto di Damasco con un passato da guerrigliero. La sua prospettiva e` diametralmente opposta sui rapporti con i vicini curdi, verso i quali, prima di tutto, bisognerebbe dimostrare solidarietà di fronte all’offensiva militare turca nel Kurdistan iracheno. “Come possiamo parlare di alleanza con un’opposizione araba e un Movimento del Futuro che sventolano bandiere turche e fondano un Consiglio Nazionale a Istanbul, mentre l’esercito di Erdogan bombarda il nostro popolo in Iraq?” Amed non tollera alcun tipo di insinuazione contro il suo partito, che ha distribuito aiuti umanitari a Dar’a, la città meridionale della Siria posta sotto assedio militare alla fine di aprile.

“Shanar ci accusa di sventolare le bandiere del nostro partito, e non quelle siriane, durante le manifestazioni?”, è la domanda retorica di Amed, “le bandiere sono un simbolo delle nostre capacità di mobilitazione e delle rivendicazioni curde assenti nei programmi del Movimento del Futuro.” Nelle parole di Amed è evidente la priorità delle istanze curde su quelle della rivoluzione siriana: “Chiederemo la caduta del regime, quando verrà organizzata una conferenza in Siria, nella quale l’opposizione araba sottoscriva le rivendicazioni del popolo curdo, ovvero i diritti culturali e linguistici, un governatore curdo nell’Hasake, il ritorno dei nostri espatriati.”

Una simile divisione fornisce tempo prezioso al regime di al-Asad. Tammo é stato ucciso perché era una figura scomoda, disponibile a ridimensionare la specificità curda in favore di un avvicinamento all’opposizione araba. Le proteste di massa che hanno caratterizzato il suo funerale avranno comunque conseguenze limitate, non potendo contare sul peso politico-militare del Pyd-Pkk.

Quest’ultimo, nonostante la legittima insistenza sul rifiuto dell’appoggio turco e sulle rivendicazioni curde, rischia di ridiventare uno strumento di pressione su Ankara nelle mani di Damasco. Alcuni segnali arrivano dalla cattura del tenente colonnello Hussein Harmoush, leader dei disertori siriani fuggito in Turchia, che si dice sia stato consegnato alle autorità siriane in cambio di alcuni guerriglieri del Pkk e dalla recente escalation di attentati realizzati dal partito di Ocalan in Turchia. Che si tratti di una coincidenza? Ciononostante, il Pkk, memore di quando Damasco espulse Ocalan, causandone la successiva cattura, potrebbe anche decidere di privilegiare l’unità curda agli interessi degli Assad.

Ho ricevuto una mail da Shanar qualche giorno fa, in cui accusava il Pyd-Pkk di volerla assassinare. L’ultimo messaggio di risposta proveniente dal suo cellulare mi é stato scritto da qualcun altro: “Darò fuoco a te, al Dio curdo e a quel popolo di cani che sono i curdi.” Se dovesse morire anche Shanar, l’ipotesi che il Pyd-Pkk collabori con il regime diventerebbe sempre più credibile, allontanando ulteriormente la nascita di un movimento curdo coeso.

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10. Blogging and reporting on five months of Syrian uprising (in Italiano): Intervista a Michel Kilo: “La rivolta pacifica in Siria non durerà ancora a lungo”

Intervista originariamente pubblicata su Il Riformistarealizzata a fine agosto 2011, poco prima di lasciare la Siria e non potervi più rientrare a causa del lavoro svolto come giornalista. 

Michel Kilo: I Cristiani siriani sono dei somari e non hanno ragione di temere la rivoluzione.

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di Sean T. Serioca

 

3 Settembre 2011

“Non posso parlare in nome dei cristiani, perché non sono mai stato cristiano e di certo non lo divento ora,” questa la risposta di Michel Kilo, intellettuale dissidente di estrazione cristiana, quando gli chiedo di spiegarmi la percezione cristiana degli eventi in corso.

Come giornalista, Kilo ha scritto per quotidiani libanesi di orientamento politico opposto, filo-siriano ed anti-siriano, come An-Nahar e As-Safir. Il suo primo arresto, al seguito del quale emigrò in Francia, risale all’inizio degli anni ’80. Tornato in Siria nel ’91, é stato uno dei promotori della Dichiarazione di Damasco del 2005, pietra miliare delle aspirazioni dell’opposizione riformista. Nel 2006 é stato incarcerato e condannato l’anno successivo a tre anni di detenzione, per aver firmato la Dichiarazione di Beirut e Damasco, nella quale veniva chiesto al regime siriano di riconoscere la sovranità nazionale del Libano. In libertà dal 2009, Kilo ha proseguito il suo impegno politico, culminato nell’organizzazione del primo storico incontro di dissidenti tollerato dal regime siriano, tenutosi all’Hotel Semiramis di Damasco il 27 giugno 2011.

La popolazione siriana é a maggioranza musulmana sunnita (74%), ma una delle minoranze più consistenti é proprio quella cristiana (8%). I cristiani siriani sono rimasti per lo più marginali o contrari alle proteste che hanno attraversato la Siria negli ultimi sei mesi, temendo l’alterazione di uno status quo che garantisce loro delle posizioni privilegiate e la possibile deriva fondamentalista sunnita. Qual’é la sua opinione sulle paure dei cristiani?

I cristiani che hanno paura sono dei somari. Non vi é alcuna ragione di temere il sopravvento dei fondamentalisti, non essendosi visto nessuno slogan islamista durante le proteste. Mi sento di escludere categoricamente il pericolo di un conflitto religioso. Sarebbe ora che gli analisti occidentali la smettessero di adoperare questi preconcetti orientalisti [NdR: le classificazioni semplicistiche delle società mediorientali in “blocchi” confessionali, senza distinguere un contesto dall’altro]! Cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme pacificamente in Siria, persino durante quei 200 anni successivi alla conquista islamica, quando i primi rappresentavano ancora la maggioranza.

Quindi la migliore garanzia contro un conflitto religioso sarebbe la storia siriana. Mi sembra promettente che tale convinzione venga condivisa da dissidenti di origini etniche e tendenze politiche completamente diverse, come il giornalista curdo Kamal Sheikho e l’islamista di Dar’a Mohammad Ammar. Che cosa risponde a coloro che individuano invece nelle divisioni dell’opposizione un  segnale di debolezza?

L’opposizione non necessita di una struttura organizzativa unificata, é sufficiente che si condividano i medesimi obiettivi, mezzi e fondamenti…Non vogliamo combattere un sistema a partito unico sostituendolo con un altro dello stesso genere! L’opposizione ha dato prova di essere effettivamente unita, quando tutti i suoi fronti si sono rifiutati di partecipare agli incontri del Dialogo Nazionale promosso dal governo agli inizi di luglio.

Uno dei network più attivi tra i manifestanti, i Comitati Locali di Coordinamento, ha boicottato la vostra iniziativa del 27 giugno, giudicandola improntata al dialogo con il regime. Esiste una simile frattura tra “strade” e fautori del dialogo?

In questo momento il dialogo non é funzionale alla causa rivoluzionaria: lo sarebbe solo se riuscisse ad indebolire il regime e garantire la libertà del popolo. Detto ciò, poiché rimango contrario sia all’intervento militare della comunità internazionale che al passaggio ad una resistenza armata, considero essenziale che le porte del dialogo rimangano aperte, anche se parlare di riforme  con questo regime sembra insensato.

 

Come giudica invece le mosse delle comunità di espatriati siriani, l’ultima delle quali é la formazione del Consiglio Nazionale Transitorio ad Istanbul[1]?

La reputo un’iniziativa completamente insensata: prima di tutto bisogna rovesciare il regime, poi si parlerà di consigli transitori! Formare un consiglio transitorio sarà un lavoro alquanto veloce dopo la caduta del regime.

“L’unità dei mezzi” adottati dall’opposizione nella sua lotta contro il regime, di cui lei parla, si trova ora di fronte a un esame fondamentale, moltiplicandosi gli appelli alla resistenza armata. Per quanto ritiene che la rivolta possa rimanere ancora pacifica?

Entro massimo due mesi, la comunità internazionale deciderà di intervenire militarmente o le manifestazioni perderanno la loro natura pacifica.

 

Dal momento che deplora ogni risoluzione violenta, come pensa si possa riuscire a rovesciare Assad? Confida nell’aumento delle defezioni militari?

Sì, confido nelle defezioni militari, che già hanno registrato l’abbandono di tre generali, uno di Homs e due dell’Houran. Ne sono al corrente da fonti fidate ministeriali. L’esercito non ha del resto alcun interesse a rimanere indissolubilmente legato al regime: in quanto istituzione, gli conviene garantirsi un futuro nella Siria post-Ba’thista.


[1] Al momento dell’intervista, il Consiglio Nazionale Siriano, istituito sempre a Istanbul in data 15 settembre, non aveva ancora visto la luce. Michel Kilo ha comunque preso le distanze da entrambe le assemble rappresentative nate in Turchia.

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9. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): Medico islamista di Daraa: pronti a Stato secolare

Intervista realizzata con Mohammad ‘Ammar a fine agosto 2011 a Damasco, pur essendo stata pubblicata solamente a metà novembre su Osservatorio Iraq. Nella foto uno dei maestri di Mohammad ‘Ammar, il pacifista islamico Jawdat Said.

jawdat saidIl medico Mohammad Ammar è un islamista di Daraa sui generis. È stato predicatore in moschea dal ’93 al ’98, e già allora, cercava di offrire ai fedeli l’occasione di esprimersi liberamente dal suo pulpito: un comportamento taboo nelle moschee siriane, che vedeva Ammar spesso interrogato dai servizi segreti.

di Diego Caserio dalla Siria

Poco dopo essersi presentato, cita Riyad al-Turk, storico dissidente comunista siriano, che definì la Siria “il regno del silenzio”, e mi spiega di essere fra quelle persone che, “il regno del silenzio”, lo avevano rotto molti anni prima dell’inizio della rivolta del 2011.

Ammar è responsabile dell’ufficio esecutivo della Commissione di coordinamento nazionale per le forze del cambiamento in Siria (hay’at al-tansiq al-watani li-qiwa al-taghiir fi Suriya), fondata il 25 giugno, ed è stato tra i partecipanti dell’incontro dell’opposizione tenutosi all’Hotel Semiramis di Damasco il 27 giugno.

Fa inoltre parte di un collettivo di tendenze islamiste, il Movimento Islamico non-violento democratico (al-tayyar al-islamiy al-la’unfiy al-dimuqratiy).

Mi é capitato spesso di dialogare con attivisti di orientamento secolarista, i quali, forse nell’intento di proteggere il movimento dai tentativi di delegittimazione del regime, hanno sempre sminuito il contributo degli islamisti alle proteste.

Ho organizzato un incontro con Ammar proprio per comprendere meglio il peso dell’Islam politico e le modalità con cui si relaziona alle tendenze di diversa matrice ideologica e confessionale all’interno dell’opposizione.

Il timore di un’ascesa al potere degli islamisti rimane poi la principale tesi sostenuta dai lealisti, nonché la ragione per cui le minoranze, in particolare i cristiani, si sono tenute finora a distanza dalle proteste.

Conversando con Ammar, ho cercato di comprendere se queste paure fossero fondate o meno.

“Ho molti amici secolaristi e ci confrontiamo spesso tra le file dell’opposizione,” esordisce Ammar, iniziando a raccontarmi il primo di una miriade di aneddoti.

Il 6 aprile, quando é divenuto chiaro che il regime avrebbe fatto ricorso all’esercito per reprimere la rivolta di Daraa, il medico islamista ha scritto una dichiarazione intitolata “La via d’uscita dal collo della bottiglia in Siria” e l’ha diffusa via Internet, oltre a spedirla alla presidenza della Repubblica, al Capo di stato maggiore dell’esercito siriano, Asef Shawkat, e al numero uno della polizia militare di Daraa.

In tale documento, la soluzione viene indicata in uno Stato “democratico, secolare, civile e moderno”.

Quando Ammar si é presentato a leggere il testo di fronte ad alcuni movimenti islamisti, prevedeva una loro opposizione alla parola “secolare”, ma non vi é stata alcuna obiezione: il cambiamento, “la libertà dei siriani di scegliere chi li governa” erano già diventate priorità assolute.

Dal punto di vista ideologico, i Fratelli musulmani – il principale movimento islamista nella storia siriana – sarebbero i primi ad essere rigidamente contrari al secolarismo, ma non sembrano avere alcuna voce in capitolo nelle strade delle proteste.

La leadership rimane esiliata all’estero e, secondo Ammar, la loro presenza ufficiale non é percepibile nelle manifestazioni, poiché l’appartenenza al partito é punita con la pena di morte.

Nonostante non condivida gran parte delle idee dei Fratelli musulmani, il medico di Daraa si dice contrario al veto imposto sul partito di Hassan al-Banna e ricorda di aver esplicitato la sua posizione persino alle forze di sicurezza, durante un interrogatorio.

“Dissi loro: non vi credo quando dite che i Fratelli musulmani sono traditori, agenti segreti…Voi non siete diversi da loro per quanto riguarda la nazione [di appartenenza, ndr], lo siete solo per quanto riguarda il potere: se i Fratelli Musulmani avessero vinto la battaglia [per il potere, ndr], accuserebbero i ba’thisti di essere agenti segreti, e io non gli crederei ugualmente!”.

L’Islam diffuso tra i manifestanti, a parere di Ammar, non ha nulla a che vedere con l’Islam politico, è popolare, “proletario,” simboleggiato dalle note formule religiose, “Dio é il più grande”, trasformate in cori di protesta.

“E’ vero che questa forma di Islam può essere investita politicamente e che in Siria, [se ci fossero delle elezioni democratiche, ndr], le vincerebbe chi utilizza gli slogan islamici”, fa notare Ammar, che aggiunge: “Ma nessuno riuscirebbe a rimanere al potere sulla base degli slogan, senza risultati”.

Per avvalorare la sua tesi, il medico di Daraa ricorda l’esempio popolare di Erdogan, divenuto un islamista di successo grazie ai suoi risultati.

Ammar riconosce quindi il potere di mobilitazione della retorica islamica, in una formula capace di garantire miglioramenti, e quindi accettabile anche dai non musulmani.

Viene da chiedersi per quale motivo allora le minoranze – drusi, cristiani, alawiti – rimangano diffidenti o ostili alle manifestazioni guidate dalla maggioranza sunnita.

Il medico di Daraa ammette che alcune minoranze, specialmente i cristiani, temono di perdere le concessioni ottenute da questo “regime di privilegi”.

Allo stesso tempo, non riesce a comprendere le paure dettate dalla fede musulmana della maggioranza dell’opposizione: “Sono 1500 anni che la Siria è un paese musulmano, governato da musulmani, e non é mai successo nulla”.

Ammar esclude la possibilità di un conflitto religioso in Siria, convinto che, se ne stiamo parlando, è solo perché il regime si è impegnato a creare tensioni per dividere l’opposizione.

Numerosi attivisti condividono una simile lettura della situazione e accusano ad esempio il governo di aver ucciso il generale alawita di Homs, Al-Tillawi, il cui cadavere è stato rinvenuto a luglio, fatto a pezzi insieme a quelli dei figli. Il regime ha invece puntato l’indice contro dei gruppi non identificati di terroristi armati.

Secondo il medico di Daraa, l’opposizione rimane quindi unita, nonostante le diverse correnti ideologiche che la compongono e a dispetto dei tentativi di frammentarla su basi confessionali.

Ad ogni modo, é naturale che vi siano delle divergenze, soprattutto tra i due estremi: le frange più radicali islamiste e quelle che fanno del secolarismo un dogma.

Questi ultimi vengono soprannominati da Ammar i “secolaristi wahhabiti, poiché cristallizzano un’esperienza storica come i seguaci di Al-Wahhab”: “Uno dei problemi é che alcuni attivisti siriani hanno santificato la Rivoluzione francese e il pensiero giacobino, a prescindere dalla diversa intrepretazione della storia che caratterizza ogni società”.

Ad ogni modo, finché il regime rimarrà al potere, mi fa notare Ammar, le occasioni di dialogo continueranno a essere limitate, e così lo scambio di idee tra islamisti e secolaristi.

“Una volta parlai dal pulpito della libertà di culto, di espressione e di opinione, sancite dalla Costituzione del partito Baath,” ricorda a gran voce l’ex-predicatore, “le forze di sicurezza mi convocarono e mi chiesero perché insegnassi alla gente queste cose”.

“Non esiste nessuna Costituzione o legge, vogliono rimanere loro l’unica fonte di riferimento per la gente!”, conclude furibondo il medico di Daraa.

15 novembre 2011

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6. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): Aref Dalila: La strada invoca la caduta del regime, ma l’unica soluzione è il dialogo

Aref Dalila: la strada invoca la caduta del regime, ma l’unica soluzione é il dialogo

27 luglio 2011*

“E’ vero che molti dei manifestanti invocano il collasso del regime, ma come hanno intenzione di rovesciarlo?”
aref dalilaAref Dalila é uno dei massimi esponenti dell’opposizione siriana: scrittore ed economista, detenuto per circa 8 anni, in seguito alla sua partecipazione alla Primavera di Damasco, il periodo di fermento politico successivo all’ascesa al potere di Bashar al-Assad (2000). Fa oggi parte di quel gruppo di intellettuali disposti ad intraprendere un dialogo con il regime, finalizzato ad una transizione democratica, a patto che cessi la violenza contro i manifestanti.
Lei si é rifiutato di partecipare sia al cosiddetto Dialogo Nazionale avviato dal regime il 10 Luglio, e peraltro boicottatto dalla maggioranza dell’opposizione, sia all’incontro organizzata il 27 Giugno presso l’Hotel Semiramis di Damasco da alcuni dei principali intellettuali dissidenti siriani (Michel Kilo, Luay Hussein, etc.). Mi spiegherebbe le motivazioni di questi suoi due rifiuti?
All’incontro del 27 Giugno non ho partecipato perché non ritenevo libero il contesto organizzativo, dato che solamente ai media governativi é stato permesso di coprire l’incontro e, naturalmente, hanno fornito un’immagine negativa dei partecipanti. Riguardo invece alla seduta d’apertura del Dialogo Nazionale, ritengo che il governo debba prima riconoscere il diritto dell’opposizione ad esprimersi liberamente. In secondo luogo, le commissioni istituite per discutere le nuove leggi [NdR: pluralismo politico, libertà d’espressione e dei media, legge elettorale, etc.] sono formate esclusivamente da esponenti del governo. Chi ci garantisce che manterranno fede alle loro promesse?
Come pensate di conciliare la vostra idea di ‘trasformazione del regime’ con le rivendicazioni di quei manifestanti, e non sono pochi, che ormai insistono sul rovesciamento del regime, senza nessuna possibilità di dialogo?
E’ vero che molti dei manifestanti invocano il collasso del regime, ma come hanno intenzione di rovesciarlo? Questo non sono in grado di spiegarlo. In questo momento non ritengo vi siano alternative ad una trasformazione democratica graduale. Sia chiaro che non mi riferisco al genere di transizione voluta dal Governo: non vogliamo aspettare nemmeno un anno, si deve parlare in termini di mesi.
Uno dei timori principali riguardo alla situazione attuale é il degenero in un conflitto settario. Soprattutto, parlando con alcuni manifestanti sunniti, si percepisce un risentimento pericoloso verso la setta alawita, a cui appartiene la famiglia Assad. Anche in quanto lei stesso  alawita, qual’é la sua percezione del rischio di un conflitto settario?
Questo aspetto é un risultato del regime che ha governato il paese in tutti questi anni. Con una liberalizzazione della vita politica, questo genere di problemi scomparirebbe, anche a livello psicologico, poiché il settarianesimo non ha mai fatto parte della storia siriana.
Lo scorso Aprile, lei ha partecipato ad uno dei rari incontri di consultazione concessi dal regime all’opposizione ed ha avuto l’occasione di parlare con Buthaina Shabaan, il consigliere politico e mediatico del Presidente. Ritiene ci siano delle differenze tra le varie personalità del regime, un fronte del dialogo ed uno dedito esclusivamente alla repressione?
Sicuramente ci sono delle differenze, ma il nucleo centrale del regime é compatto. Intendo quell’ampio circolo di persone,  e non solamente la famiglia del Presidente,  che traggono benefici dall’attuale sistema di governo. Il denominatore comune di questo circolo é la corruzione, ci sono affiliati al regime in Siria così come all’estero di diverse estrazioni sociali e appartenenze settarie. Questo é un altro dei motivi per cui mi sento di escludere l’ipotesi di un conflitto settario. Il problema é che questo circolo rimane comunque ristretto, se paragonato alla maggioranza dei Siriani.
Che genere di pressioni si aspetta dalla comunitá internazionale? Ritiene debba essere fatto di più o al contrario preferisce che l’interferenza rimanga limitata?
Finché non stiamo parlando di un appoggio militare all’opposizione, sono favorevole al supporto internazionale, in quanto sostegno alla democrazia. Per quanto riguarda invece un eventuale embargo, sortirebbe un effetto negativo, soprattutto per la sua ripercussione sul popolo. In generale le sanzioni non avrebbero un effetto determinante sull’economia siriana, poiché il regime é in grado di sopravvivere facendo affidamento sulle risorse interne almeno per altri 6 mesi.
All’interno dell’opposizione, c’é chi confida nel ‘soffocamento’ economico, in quanto fattore determinante nel fomentare il dissenso a lungo termine. In quanto economista, qual’é la sua opinione sullo stato attuale della crisi economica?
E’ innegabile che siamo nel mezzo di una grave crisi economica, le cui conseguenze vengono pagate in primis dagli impiegati e dalle classi popolari. Per quanto riguarda le classi più benestanti, anch’esse stanno patendo l’assenza di investimenti e la crisi del settore turistico. Una simile situazione ingrosserà le file dei manifestanti molto rapidamente, entro pochi mesi.
Come si colloca la rivoluzione siriana in relazione alle dinamiche regionali, quali effetti hanno sortito l’esperienza tunisina e quella egiziana?
La Tunisia e l’Egitto ci hanno fornito l’esempio, non eravamo preparati ad una mobilitazione di questa portata, ma allo stesso tempo abbiamo imparato dai loro errori: in questi due paesi ci si era illusi di porre fine ai problemi con la deposizione dei rispettivi presidenti, ma la rivoluzione non é ancora finita. Allo stesso modo in Siria la rivoluzione non terminerebbe con la cacciata di Bashar al-Assad.
* L’intervista era stata condotta nella prima metà di luglio.
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