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Maliki impone la chiusura di dieci canali satellitari in Iraq

Un articolo che ho scritto per ArabMediaReport sull’ennesima repressione dei media avvenuta in Iraq…

(Immagine ripresa da http://www.anhri.net)

Iraq: dieci canali satellitari obbligati alla chiusura

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Andrea Glioti

Il 29 aprile la Commissione dei Media e delle Telecomunicazioni, Cmt, irachena ha decretato il blocco di dieci canali satellitari: gli iracheni Baghdad TV, Al-Sharqiya, Sharqiya News, Babiliya, Salahuddin, Al-Fallujah, al-Tagheer e al-Gharbiya, oltre all’emittente kuwaitiana Anwar 2 e il portale arabo di  Al-Jazeera. Non potendo interrompere le trasmissioni di emittenti situate all’estero, la misura si limita al blocco delle attività dei loro inviati in Iraq.

L’accusa è di aver istigato l’odio confessionale tramite la loro copertura dei recenti scontri tra manifestanti sunniti ed esercito, sfociati nel bagno di sangue di Hawija, Kirkuk, del 23 aprile scorso, quando l’irruzione delle truppe governative ha causato la morte di cinquanta civili. L’ideale copertura del massacro di Hawija, agli occhi delle autorità irachene, rimane probabilmente quella dell’emittente governativa Al-Iraqiya, che ha dedicato la sua programmazione del 23 aprile a un festival di poesia tenutosi a Bassora.

Basta osservare quali canali sono stati oggetto della misura repressiva per rendersi conto della matrice politica del provvedimento.

Al-Jazeera non è mai stata benvista dalla leadership sciita irachena, fin da quando simpatizzava apertamente con la resistenza all’occupazione americana. Le relazioni tra Bagdad e questa emittente del Qatar continuato ad essere tese, anche alla luce dell’ospitalità offerta da Doha all’ex-vice presidente iracheno Tareq al-Hashimi, fuggito prima di essere condannato in contumacia per terrorismo.

Al-Sharqiya è di proprietà del miliardario Saad Bazzaz, ex-baathista legato al ministero dell’informazione iracheno. Nel 2008 la stazione aveva esplicitamente accusato l’emittente governativa Al-Iraqiya di aver istigato l’assassinio di una sua troupe a Mosul, in seguito a un reportage sulle torture nelle carceri irachene. Il giornale di proprietà di Bazzaz, Al-Zaman, è già stato al centro di una causa per aver ricevuto finanziamenti dall’intelligence saudita.

Baghdad TV è la voce del Partito Islamico Iracheno, versione locale dei Fratelli Musulmani. Dall’inizio delle proteste governative nel dicembre 2012, ha dedicato alle proteste un’intensa copertura, integrata dalla nascita di programmi ad hoc. In questo caso, l’accusa d’istigazione all’odio confessionale sembra più plausibile, considerando lo spazio dedicato  alla retorica esplicitamente settaria di alcuni leader sunniti.

Babiliya è di proprietà di Saleh al-Mutlak, ex-vice-premier iracheno, escluso dalle liste dei candidati alle elezioni politiche del 2010 per la sua precedente militanza baathista. In passato, era già stato temporaneamente rimosso dall’incarico per aver accusato di despotismo il premier Nuri al-Maliki. A gennaio Mutlak ha consegnato le dimissioni, cercando di presentarsi come paladino delle rivendicazioni sunnite.

Salahuddin e Al-Fallujah sono emittenti dal chiaro interesse regionale, concentrato in due roccaforti degli oppositori di Maliki. Il canale kuwaitiano sciita Anwar 2, di proprietà di una famiglia iraniana, è l’unica eccezione tra le emittenti di proprietà sunnita colpite dal provvedimento, ma non si può che interpretarlo come uno specchietto per le allodole.

Non si può negare che le manifestazioni in corso nelle province sunnite presentino dei tratti confessionali: se si trattasse solamente di indignazione verso l’autoritarismo di Maliki, non si vedrebbe sventolare la bandiera irachena dei tempi di Saddam. Risulta tuttavia poco credibile formulare accuse di istigazione alla violenza confessionale in un contesto politico dominato dalla retorica confessionale dei partiti islamici sia sciiti che sunniti.

Dalle colonne del quotidiano Al-Quds al-Arabi, il politologo Muthanna Abdullah denuncia l’attacco contro le stazioni televisive, inquadrandolo in un unico piano repressivo, militare oltreché mediatico, finalizzato a imporre un terzo mandato di Maliki come primo ministro. Non può del resto passare inosservata la somiglianza tra il capo d’imputazione delle emittenti e l’articolo 4 della legge anti-terrorismo invisa ai manifestanti sunniti: il nesso è la persecuzione di chiunque sia ritenuto reo di istigazione alla violenza. Il provvedimento emesso dalla Cmt denuncia appunto la “promozione di organizzazioni terroristiche messe al bando”.

Le restrizioni della CMT erano già state oggetto delle critiche del Commitee to Protect Journalist, Cpj, basato a New York. Un provvedimento emanato nel 2004, prima della stesura della costituzione irachena garante della libertà di stampa, ha infatti conferito alla Cmt il potere di chiudere i media che violano i termini delle licenze rilasciate da quest’ultima. Ciononostante, la suddetta commissione non avrebbe nemmeno l’autorità di emettere simili licenze, essendo nata per occuparsi dell’amministrazione delle frequenze. Già nel 2010, il Cpj sottolineava come le restrizioni dell’operato della stampa sulla base di licenze governative fossero una ben nota pratica dittatoriale..

Al di là della palese repressione mediatica, l’Iraq continua a rimanere vittima di una crescente polarizzazione che non risparmia le poche realtà indipendenti dell’informazione. Il fallimento della riconciliazione nazionale post-Saddam ha scatenato una caccia al baathista in ogni settore lavorativo. Dietro ogni programma critico del nuovo regime viene ricercata un’agenda insurrezionalista, un caporedattore baathista. Senza una reale riconciliazione a livello politico, la funzione critica dei media indipendenti continuerà a essere irrimediabilmente ostacolata.

 

 

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Le ripercussioni della rivoluzione siriana sull’Iraq

Il 5 marzo è uscito il nuovo numero di Limes sulla Siria. Vi ho contribuito con un articolo sui curdi siriani (“I curdi tra incudine e martello”) e le implicazioni estese al Kurdistan in senso lato (iraniano, turco ed iracheno), uno ‘a sei mani’ con Lorenzo Trombetta e Lorenzo Declich (“Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana”) e uno in collaborazione con Eva Zeidan (“Tra Hama e Hims, epicentro delle stragi”). Un altro mio articolo sulle ripercussioni della rivoluzione siriana in Iraq (“Il fattore Iraq nella guerra di Siria”) è stato invece pubblicato sul sito di Limes il 14 marzo 2013. Non sono un sostenitore della terminologia “guerra siriana” adoperata ampiamente da Limes per definire la rivoluzione siriana (e non ho scelto il titolo del mio articolo sull’Iraq), poiché tende a livellare quella che è nata come una rivolta popolare a scontro tra due fazioni. Resto però consapevole delle dimensioni geopolitiche del conflitto in corso in Siria, che coinvolge molti attori regionali e non in una vera e propria ‘proxy war’.

n.b.: non so perché ma le ‘shin’ arabe vengono traslitterate con una semplice ‘s’ sul sito di Limes.

Il fattore Iraq nella guerra di Siria

di Andrea Glioti

Iraqi Sunni Muslims take part in an anti-government demonstration in Falluja

Il fallimento dell’esperimento democratico avviato dagli Usa a Baghdad rafforza il nascente jihadismo siriano, che trova una sponda in Iraq. La geografia dei gruppi tribal-confessionali. Il ruolo di Russia e Turchia. Verso una regionalizzazione del conflitto?

La storia moderna delle relazioni siro-irachene è quella di due fratelli divisi da un’insormontabile rivalità. Fratelli, in quanto prodotti politici dell’ideologia baatista, divisi dall’esilio iracheno del padre intellettuali del partito, Michel ‘Aflaq, espulso dai giovani golpisti siriani nel 1966. I due fratelli rimangono separati negli anni di Saddam (1979-2003) e Hafiz al Asad (1970-2000), quando Damasco stringe una duratura alleanza con l’Iran e lo supporta nella sua resistenza contro l’aggressione irachena (1980-88). Anche in occasione della seconda guerra del Golfo (1991), la Siria assume posizioni antitetiche e appoggia l’intervento americano in Kuwait.

Eppure, le strategie adottate dal gruppo di ufficiali al potere nei due paesi sono affini: provengono da una minoranza (sunnita nel caso iracheno, alauita in quello siriano); ripudiano ufficialmente il confessionalismo, ma fanno affidamento su correligionari e membri del proprio clan ai vertici dei servizi di sicurezza; si professano laici, ma terrorizzano le minoranze con lo spettro di opposizioni islamiche intolleranti, cosicché i sunniti diventano jihadisti salafiti nella retorica di al-Asad e gli sciiti iracheni degli iraniani desiderosi d’instaurare un’altra repubblica islamica (1).

 

Solo nel 2003, dichiarando la sua opposizione all’invasione americana, Damasco si schiera con i fedelissimi di Saddam, aprendo le porte al vicepresidente ‘Izzat al-Duri e al segretario del consiglio regionale iracheno del Ba‘t Yusuf al-Ahmad, oltre a intensificare i legami con numerosi circoli jihadisti sunniti, cui permette l’ingresso in Iraq dai suoi confini. Il regime di Bassar al-Asad si inimica così il nuovo establishmentislamico sciita di Baghdad, almeno fino al 2008, quando avvia un riavvicinamento protrattosi sino ai giorni nostri.

 

Nel contesto dell’attuale offensiva antiraniana portata avanti dall’asse che congiunge Turchia e paesi del Golfo, Baghdad è legata in modo indissolubile all’Iran, prima che alla Siria, ma non può rischiare di rimanere l’unico governo arabo filo-iraniano, nell’eventualità della caduta di al-Asad e dell’ascesa di un’opposizione memore dei legami tra al-Maliki e il regime. L’Iraq necessita quindi dell’appoggio di una superpotenza come la Russia e Mosca è interessata a compensare la perdita dei mercati libici e siriani, limitando l’egemonia statunitense nella regione. Questione problematica nel caso iracheno, poiché gli Usa rimangono l’artefice e il principale sponsor militare dell’attuale governo. Le pressioni americane impongono così a Baghdad di ripiegare su una posizione neutrale di facciata in merito alla Siria. L’altro aspetto fondamentale della vicinanza agli Asad è il contenimento del cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara, sponsor di punta dell’opposizione siriana e più volte intromessasi anche negli affari iracheni, creando tensioni tra le varie comunità.

 

Baghdad non s’illude certo che la Siria sia in grado di contenere il movimento dei nemici dell’Iraq sul proprio territorio, ripagando la fedeltà di al-Maliki. I baatisti al-Ahmad e al-Duri potrebbero infatti non essere più in Siria e godere già dell’appoggio saudita contro la classe dirigente sciita irachena. D’altronde, Damasco ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione lungo linee confessionali, in virtù dei suoi radicati legami con i circuiti jihadisti sunniti. Ma il risvolto più preoccupante del ritorno dei jihadisti iracheni in Siria, supportati dalle formazioni siriane, non è il jihadismo in sé, quanto il fatto che esso troverebbe un fertile terreno di rivendicazioni e malcontento sociale in Iraq. La militanza islamica potrebbe finire per coinvolgere fasce dell’elettorato sunnita, che in passato hanno preso le distanze dalla lotta armata contro il governo, come i leader tribali, i cittadini colpiti dalla campagna di de-baatificazione, gli ex combattenti delle sahwa (milizie formate da clan arabi sunniti, istituite dalle truppe americane per combattere gli insorti) esclusi dalle istituzioni militari controllate dagli sciiti. L’Iraq è infatti tornato a essere teatro di manifestazioni di massa su scala nazionale: oggetto della contestazione è il dispotismo di al-Maliki e il suo uso indiscriminato delle leggi antiterrorismo.

 

Se le proteste del 2011 scoppiate sull’onda del tumulto regionale avevano coinvolto sia la capitale sia le province sciite meridionali, con un ruolo preminente di intellettuali e giornalisti, le manifestazioni in corso dal dicembre 2012 hanno un carattere prettamente confessionale. Si tratta di un altro parallelismo con la Siria, dove la confessionalizzazione militarizzata ha rappresentato una seconda fase della rivolta (2). Anche se, a dispetto della connotazione sunnita, i leader tribali sono riusciti finora a limitare le violenze in Iraq. Seppure a livello embrionale, sono emersi nuovi collettivi che mirano a sfruttare l’occasione per catalizzare il malcontento sunnita e attrarre finanziamenti da Turchia e paesi del Golfo. I legami tra questi ultimi e tribù arabe siro-irachene sono oltremodo fluidi al momento, in virtù del crollo del sistema di clientelismi instaurato dal regime di al-Asad e delle tensioni in crescita tra al-Maliki e i leader clanici. Per il primo ministro iracheno, la chiave di volta per evitare un destino simile ad al-Asad sono le riforme e l’inclusione dell’opposizione, su cui era stato formato il governo nel 2010. Altrimenti, l’Iraq rimarrà il prodotto di una transizione democratica forzata e incompiuta, un paradossale scambio di ruoli tra oppressi e oppressori.

 

È innegabile che il premier sciita iracheno Nuri al-Maliki debba anche a Damascola sua carriera politica, essendogli stato concesso di proseguire le attività del partito islamico al-Da‘wa (La chiamata) dalla capitale siriana per ben diciassette anni d’esilio coatto (3). Tuttavia, dalla caduta di Saddam le relazioni con il regime siriano sono diventate molto più problematiche di quelle indissolubili, di carattere ideologico, che legano i partiti islamici sciiti iracheni a Teheran. L’Iran è il vero garante del potere di al-Maliki, persino quando viene contrastato da altri esponenti sciiti (4).

 

Per quanto riguarda invece la Siria, al di là dell’incongruenza ideologica – che contraddistingue peraltro anche i rapporti siro-iraniani – l’approccio iracheno è sempre stato fondato sul sospetto. Fino al 2010 al-Maliki ha continuato ad accusare al-Asad di finanziare e nascondere i baatisti responsabili di alcuni degli attentati più sanguinari in Iraq (5). Ciononostante, la nomina nel 2008 di un ambasciatore siriano in Iraq, il primo tra tutti i paesi arabi dopo la caduta di Saddam, aveva già segnato l’inizio di una distensione, fondata su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza da parte siriana, in cambio di legami economici più stretti con l’Iraq (6). Ancora più determinanti, nel mutare l’attitudine del premier iracheno verso la Siria, sono state le pressioni esercitate da Teheran su Damasco, affinché supportasse al-Maliki invece che ‘Allawi alle elezioni del 2010 (7).

 

A parte l’Iran, l’attore principale che ha interesse a mantenere l’Iraq al fianco della Siria è senza dubbio la Russia, nel tentativo di recuperare un regime come quello iracheno, in cui Washington nutre scarsa fiducia per via dell’influenza iraniana (8). Vi sono però difficoltà non indifferenti, essendo il Pentagono il primo fornitore dell’esercito iracheno. A ottobre, l’Iraq ha siglato un accordo di oltre quattro miliardi di dollari per l’acquisto di elicotteri e sistemi antiaerei da Mosca, un affare che avrebbe reso Baghdad il secondo acquirente di armi russe al mondo dopo l’India (9). Finora il primato mediorientale nell’acquisto di armi russe era detenuto dalla Siria. Che non si tratti solo di affari lo hanno confermato le dichiarazioni di Putin, secondo cui le posizioni dell’Iraq e della Russia sulla Siria sono «identiche» (10). Dal 10 novembre 2012 l’accordo rischia però di essere annullato, essendo stata aperta un’inchiesta per corruzione. Prevedibilmente, il sospetto ricade su un intervento di boicottaggio degli Usa, in pieno stile guerra fredda, nonostante la Casa Bianca abbia ufficialmente sminuito l’importanza dell’accordo (11). Non a caso, parallelamente all’affare russo l’Iraq ha approvato il 24 gennaio un anticipo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto dei primi diciotto caccia F16 americani su un totale di trentasei (12). Una vera e propria contesa per il mercato militare iracheno, sulla quale gli Usa sembrano avere momentaneamente la meglio (13).

 

L’ufficiale neutralità ostentata da al-Maliki sulla crisi siriana non è però risultata convincente agli occhi degli Stati Uniti: convinta che l’Iraq funga da corridoio per il passaggio di armi e milizie iraniane, la Casa Bianca ha continuato ad accusare Baghdad di trascurare i controlli pattuiti. Ad avvalorare le tesi americane concorrono le perquisizioni degli aerei iraniani diretti in Siria, due nell’arco degli ultimi cinque mesi, di cui una effettuata «per errore» su un volo di ritorno da Damasco (14). Il governo iracheno viene inoltre accusato di vendere olio combustibile a basso costo al regime siriano, per aiutarlo ad aggirare le sanzioni internazionali (15).

 

Sul piano degli equilibri internazionali, l’altra priorità di al-Maliki è il contenimento delle ambizioni egemoniche turche nel Vicino Oriente. I partiti sciiti si sono lamentati ripetutamente delle interferenze turche: ad esempio, Istanbul ospita da oltre un anno il vicepresidente iracheno Tariq al-Hasimi di al-hizb al-islami al-‘iraqi (Partito islamico iracheno), considerato un perseguitato (sunnita, s’intende), nonostante sia stato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. Il 2 agosto 2012, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha inoltre visitato Kirkuk, storico pomo della discordia dai ricchi giacimenti petroliferi, conteso tra arabi, curdi e turcomanni, suscitando l’ira delle autorità di Baghdad, per aver informato del suo arrivo solamente le autorità del Kurdistan iracheno (16). La mossa di Davutoglu è stata chiaramente percepita come un tentativo di aggirare i partiti sciiti e proporsi come mediatore fra le tre comunità. Si comprende pertanto un altro dei motivi per cui al-Maliki si mantiene a distanza dall’opposizione siriana sponsorizzata da Ankara.

 

Sul piano internazionale, al-Maliki sta cercando d’interpretare i cambiamenti della regione, ma ciò non sarà sufficiente ad arginare le minacce più immediate poste dal collasso del regime siriano.

 

Durante la sua ultima apparizione televisiva, il 5 gennaio 2013, ‘Izzat al-Duri è stato chiaro su come intenda sfruttare l’attuale ondata di proteste nelle province sunnite per lanciare una nuova chiamata alle armi. L’ex vicepresidente afferma quindi di trovarsi nella provincia irachena di Babele. Ciò che sembra evidente è che al-Duri non si trovi più in Siria, mentre diversi indizi fanno ipotizzare una sua presenza in Arabia Saudita (17). Il supporto del regno wahhabita non rappresenta un’ipotesi illogica, se si considera come i rapporti tra baatisti iracheni e al-Asad si fossero già incrinati nel 2007, con il riavvicinamento di Damasco a Baghdad (18) e quanto l’aumento del malcontento popolare verso al-Maliki sia propizio all’agenda antiraniana condivisa dalle petromonarchie e dai baatisti iracheni.

 

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

 

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

 

Le proteste sono scoppiate il 23 dicembre 2012. Il pretesto: l’ennesimo arresto di membri della scorta di personalità di spicco sunnite, accusati di terrorismo. Il bersaglio: il ministro delle Finanze Rafi‘ ‘Isawi, ultimo esponente dell’Mni rimasto a occupare un ministero di rilievo e sostituito da al-Maliki con un ministro sadrista ad interim, conferendo tinte ulteriormente confessionali all’attuale governo. La frustrazione dell’elettorato sunnita non riguarda solo la visibilità politica: i manifestanti chiedono l’abrogazione dell’articolo 4 della legge antiterrorismo, che consente detenzioni preventive senza capi d’imputazione o processi, il rilascio dei detenuti vittime di questa norma e una riforma della legge sulle epurazioni antibaatiste, che ha limitato l’assunzione di numerosi sunniti qualificati in posizioni governative.

 

Le province dove sono esplose le proteste (Ninive, Diyala’, Salah al-Din, Kirkuk e soprattutto Anbar (22)) sono quelle dei combattenti sottopagati delle sahwa, quotidianamente alle prese con gli insorti sunniti e sempre più tentati di unirsi a loro. Una volta ritiratesi le truppe americane (fine 2011), numerosi membri delle sahwasono rimasti senza lavoro (23); i ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre all’intelligence, restano controllati da uomini di fiducia di al-Maliki, in qualità di ministri ad interim. Non è un caso che, il 29 gennaio, il governo abbia reagito alle proteste promettendo di incrementare i salari delle sahwa (24).

 

A differenza delle manifestazioni scoppiate a febbraio del 2011 sull’onda dei tumulti regionali e represse brutalmente dal governo Maliki, le proteste in corso hanno una chiara dimensione tribale e confessionale, anche solo a giudicare dalle province interessate e dai protagonisti. Le relazioni tra i leader tribali sunniti (25) e il primo ministro sono critiche, basti pensare alla reazione del leader delle  di Anbar, Sayh Ahmad Abu Risa, all’uccisione di alcuni manifestanti a Falluga (Anbar) per mano dell’esercito il 25 gennaio: il capo clan ha minacciato di lanciare il jihad contro i soldati se i responsabili non fossero stati assicurati alla giustizia entro una settimana (26).

 

Per comprendere il peso economico di queste tribù, basti ricordare che le immense riserve di gas ancora vergini di ‘Akkaz si trovano nella provincia di Anbar, 30 chilometri a sud del passaggio di frontiera siriano di al-Qa’im, al di là del quale molti parenti dei clan iracheni combattono nelle file dell’opposizione siriana. La più importante città siriana nei pressi del confine iracheno, nonché fulcro dell’industria petrolifera siriana, Dayr al-Zawr, sarebbe attualmente quasi in mano all’opposizione.

 

L’ex ambasciatore siriano in Iraq Nawaf al-Faris, passato all’opposizione nel luglio 2012, è il leader del potente clan di al-Garrah dell’area di al-Bukamal, adiacente al confine iracheno. Al-Garrah fa parte della confederazione tribale ‘Aqidat, la più grande della Siria orientale, con estensioni fino in Arabia Saudita (27). È proprio attraverso queste reti che le potenze del Golfo riescono a inserirsi nel conflitto siriano (28): prima di disertare, al-Faris subì infatti consistenti pressioni da parte dei leader dell’‘Aqidat perché smettesse di armare i miliziani lealisti. Molti altri leader tribali hanno scelto di supportare l’opposizione siriana: nel marzo 2012, un altro clan di spicco di Anbar, i Dulaym, ha rivelato alla stampa americana di aver inviato centinaia di migliaia di dollari e combattenti a Dayr al-Zawr (29). Secondo Nawaf al-Basir, leader di un’altra delle principali tribù siro-irachene (la Baqqara), fino ad allora il capo della Dulaym, Magid ‘Ali Sulayman, era il garante del controllo del confine iracheno per conto di Maliki, che gli aveva affidato il monitoraggio del traffico d’armi gestito dai clan sunniti (30).

 

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

 

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Per approfondire leggi “Guerra mondiale in Siria“, disponibile anche su iPad.

Note

(1) «Syrian Wounds and Iraqi Scars», OpenDemocracy, 24/9/2012
(2) La prima fase, relativamente pacifica, si estende da metà marzo a fine luglio 2011. Si può però parlare di fase militare solo nel 2012, in seguito ai primi tre attentati degni di nota verificatisi a Damasco e Aleppo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.
(3) Anche il presidente iracheno Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) deve molto a Damasco, avendovi fondato il suo partito. Di fatti le posizioni di Talabani sulla rivoluzione siriana sono molto più ambigue di quelle del presidente del Kurdistan iracheno, Mas‘ud Barzani.
(4) È stato il caso di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, costretto a desistere dal voto sulla sfiducia a Nuri al-Maliki lo scorso giugno. Si veda al-Sarq al-Awsat, 4/6/2012, goo.gl/rTSWM
(5) Déjà Vu All Over Again? Iraq’s Escalating Political Crisis, International Crisis Group (Icg) Report n. 126, 3077/2012, p. 14
(6) In particolare, l’utilizzo iracheno dei porti mediterranei siriani, la riapertura dell’oleodotto che congiunge Kirkuk alla città costiera siriana di Baniyas, il collegamento dei giacimenti di gas di ‘Akkaz alle raffinerie siriane, la creazione di aree di libero scambio lungo le frontiere e l’integrazione delle reti ferroviarie nazionali. Cfr. Reshuffling The Cards (II): Syria’s New Hand, Icg Report n. 93, 16/12/2009, pp. 15-16
(7) Ibidem, p. 14. Le elezioni si sono concluse con la formazione di un governo di coalizione tra i maggiori partiti islamici sciiti, l’Alleanza del Kurdistan e l’Mni di ‘Allawi. Di fatto però, al-Maliki ha mantenuto vacanti tre ministeri, assegnandoli a suoi uomini di fiducia, invece di ripartirli all’interno della coalizione.
(8) Cfr. Russia Today Arabic, 12/11/2012 (goo.gl/YVea1) e 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG) – e al-Safir, 17/11/2012 (goo.gl/w4bZ6)
(9) «Inside Story: What is behind Iraq’s Arms Deal with Russia», Aljazeera, 10/10/2012.
(10) Cfr. Russia Today Arabic, 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG).
(11) Al caso di corruzione si sommano i timori di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, per un eventuale utilizzo dell’artiglieria contro i curdi. I rapporti tra al-Maliki e Barzani sono molto tesi, dopo che a novembre si è sfiorato un conflitto etnico nei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni, in seguito al dispiegamento del Commando operativo del Tigri agli ordini del premier. I curdi rivendicano un territorio ben più ampio di quello concesso loro, che si estenderebbe anche alle province di Kirkuk, Ninive, Salah al-Din, Diyala e Wasit.
(12) Si veda al-Hayat, 24/1/2013 (goo.gl/fvQnc); «Iraqi Dispute over Alleged Israeli Device in F-16 Purchase», al-Monitor, 7/11/2012.
(13) «Iraq Signs Contract for 18 F-16 Fighter Jets», Press Tv, 19/10/2012.
(14) Cfr. al-Mada, 30/10/2012 (goo.gl/9qnbP); «Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to U.S. Dismay», The New York Times, 2/12/2012.
(15) «Iraq Lacks a Unified Foreign Policy Because It Lacks a Unified Country», Musings On Iraq, 16/1/2013; «Iraqi Shi’ite Militants Fight for Syria’s Assad», Reuters, 16/10/2012.
(16) Cfr. al-Monitor, 3/8/2012 (goo.gl/oO09Q).
(17) «Where Is Izzat al-Duri?», Iraq and Gulf Analysis, 8/4/2012; «Saddam’s Vice President Izzat al-Duri Did not Travel to Saudi Arabia via Erbil airport», EKurd.net, 13/11/2012.
(18) «Revenging Aflaq (i): Former Iraqi Baathists In Syria: Who Are These Guys?», WikiLeaks, documento proveniente dall’ambasciata americana di Damasco datato 1/10/2009 (goo.gl/EE0H9). Fonti interne al Partito dell’accordo nazionale di ‘Allawi accennano a contatti tra al-Duri, Aõmad e alcuni paesi del Golfo già l’anno scorso: al centro vi sarebbe l’offerta di una fuga sicura in cambio di un chiaro sostegno alla rivoluzione siriana. Cfr. al-Siyasa, 12/8/2012 (goo.gl/S2VY2).
(19) Tentative Jihad: Syria’s Fundamentalist Opposition, Icg Report n. 131, 12/10/2012, p. 3
(20) Il Fronte è uno dei pochi collettivi jihadisti siriani a ricorrere agli attentati suicidi, marchio di fabbrica di al-Qa‘ida in Iraq. Cfr. ivi, pp. 11-12. Uno dei forum di riferimento più noti dei jihadisti globali è il Shamikh1.info, contenente numerosi riferimenti al fronte iracheno e maliano.
(21) Si pensi al massacro della prigione di Saydnaya (5 luglio 2008), quando un gruppo di jihadisti in stretti rapporti con il regime siriano organizzò una sedizione. Cfr. «When Chickens Come Home to Roost: Syria’s Proxy War in Iraq at Heart of 2008-09 Seidnaya Prison Riots», Wikileaks, documento dell’ambasciata americana di Damasco datato 24/2/2010. Il regime siriano è anche noto per i legami sospetti costruiti con il gruppo jihadista Fath al-Islam, attivo nel campo palestinese di Nahr al-Barid (Tripoli, Libano).
(22) Per una mappatura aggiornata delle proteste, cfr. Political Update: Mapping the Iraq Protests, Institute for the Study of War.
(23) Si veda il quotidiano panarabo ‘Ilaf, 2/9/2012, goo.gl/WB4eC
(24) PUKmedia, 31/1/2013 (goo.gl/kSjAz).
(25) Per una panoramica delle tribù arabe irachene, cfr. A. AL-‘AZZAWI, Le tribù dell’Iraq (‘Aas’ir al- ‘Iraq), consultabile presso Irq4all.com.
(26) «Iraq Sunnis Threaten Army Attacks after Protest Deaths», Bbc, 26/1/2013. Abu Risa è stato inoltre punito per il suo ruolo attivo nelle proteste, venendo privato della scorta: cfr. al-Sarq al-Awsat, 1/2/2013 (goo.gl/MgExp).
(27) «A Damascus Loyalist Defects as Violence Affects the Tribes», The National, 16/7/2012.
(28) «Tribal Bonds Strengthen the Gulf’s Hand in a New Syria», The National, 16/2/2012.
(29) «Iraqi’s Sending Arms, fighters into Syria», Cnn, 28/3/2012.
(30) «Magid ‘Ali Sulayman ha ricevuto 10 milioni di dollari (…) e 50 guardie del corpo da Nuri al-Maliki: lo scopo è di impedire ogni sorta di traffico attraverso il confine siriano, la tribù controllerà la frontiera al servizio degli interessi della Siria. (…) Esiste inoltre un progetto per espandere i confini delle province irachene sciite di Karbala’ e Nagaf lungo il confine giordano-saudita, per creare una sorta di “cintura sciita” a spese della provincia sunnita di Anbar», intervista del’autore a Sayh Nawaf Basir, Istanbul, 29/2/2012.
(31) al-Sumariyya TV, 15/8/2012 (goo.gl/7nuwk).
(32) Se n’è parlato sulla stampa iraniana ed egiziana, citando il quotidiano socialista turco Aydinlik Gazete, che a fine gennaio ha pubblicato un reportage sul presunto addestramento ricevuto nella centrale della polizia di Golbasi (Ankara). Sempre secondo la stampa turca, l’Eil raggrupperebbe combattenti baatisti; esso sarebbe un’iniziativa di ‘Izzat al-Duri e del vicepresidente Tariq al-Hasimi, latitante in Turchia. Cfr. «Turkey Training anti-Iraq Ba’athi militants: Turkish media», PressTV, 26/1/2013; al-Yawm al-Sabi‘, 12/2/2013 (goo.gl/MigAx)
(33) Nella formazione del collettivo militare sarebbe Taha al-Dulaymi, un predicatore islamico sunnita. Il primo comunicato dell’Eil fa già riferimento alle rivendicazioni dei manifestanti; tuttavia, secondo alcuni politici dell’Anbar, nonostante le pressioni turche persistono rivalità tra leader baatisti e tribali ai vertici dell’organizzazione. Ciononostante, a dicembre al-Maliki ha affermato di aver formato un nuovo nucleo delle Forze di sicurezza nelle province di Ninive, Kirkuk e Diyala per fronteggiare l’Esercito libero. Cfr. «A Wary Iraq Weighs Its Options as Syrian Civil War Deepens»,Christian Science Monitor, 6/12/2012.
(34) Al contrario, le ultime notizie testimoniano un continuo utilizzo indiscriminato delle epurazioni antibaatiste: il presidente dell’Alta commissione elettorale indipendente, Miqdad al-Sarifi, ha riferito di recente che 131 candidati baatisti sono stati esclusi dalle prossime elezioni, in programma il 20 aprile; il 14 febbraio, il presidente della Corte federale Medhat Mahmud è stato deposto dal suo incarico dalla Commissione di de-baatificazione; gli operai della compagnia petrolifera di Stato sostengono che al-Maliki voglia applicare l’articolo 4 della legge sull’antiterrorismo contro di loro, solo per aver chiesto la distribuzione di 365 miliardi di dollari di profitti e il licenziamento del direttore (goo.gl/1h1W0).

(14/03/2013)
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Dieci anni di stampa irachena: dalla liberalizzazione al declino

Analisi pubblicata su ArabMediaReport.

Bagdad non legge più: la stampa irachena dalla liberalizzazione al declino

ANALISI
Iraqi press freedom image from al-Mortaqa

Secondo un antico detto arabo “il Cairo scrive, Beirut pubblica e Bagdad legge,” tuttavia, la realtà attuale è lontana anni luce dall’eredità storica del Paese mesopotamico. L’Iraq presenta un tasso di alfabetizzazione del 78.2 per cento [1], ma mentre la quasi totalità dei suoi cittadini (97 per cento) si informa settimanalmente dai canali televisivi nazionali, circa due terzi della popolazione (61 per cento) non apre mai un giornale [2]. Il calo d’interesse per la stampa va attribuito a una serie di fattori, tra cui l’insicurezza della distribuzione del supporto cartaceo in un Paese ancora instabile, la maggiore accessibilità della televisione per le fasce meno educate e la faziosità di numerose testate governative e partitiche.

L’analisi seguente intende far luce su quest’ultimo aspetto, proponendo una rassegna dei principali quotidiani iracheni alla luce della loro soggezione a pressioni politiche: emergerà un quadro in cui si salvano in parte le realtà indipendenti, chiamate però a sopravvivere solo con i guadagni generati da pubblicità e vendite.

Prima e dopo il Baath

Ai tempi del partito Baath di Saddam Hussein, la stampa era tenuta rigidamente sotto controllo. In seguito al golpe del ’68, i principali quotidiani sono stati sequestrati o chiusi, mentre il presidente del sindacato dei giornalisti iracheni, ‘Aziz Abdul-Barakat, è stato giustiziato. Negli anni ’90 la morsa si è stretta ulteriormente con la nomina alla guida del sindacato di ‘Uday Hussein, primogenito di Saddam.

Alla vigilia dell’invasione americana del 2003, il governo controllava cinque quotidiani, quattro emittenti radiofoniche e tre canali televisivi. L’eccezione era rappresentata dal Kurdistan, dove l’autonomia di fatto conseguita all’indomani della seconda Guerra del Golfo (1990-91) aveva permesso la circolazione della stampa di partito curda.

La caduta di Saddam ha quindi comportato un’esplosione sregolata di nuove realtà mediatiche. Per comprenderne le proporzioni basti ricordare che, nel luglio 2003, in Iraq venivano pubblicate 158 testate, di cui 82 nate nel mese precedente [3]. Anche se molti di questi giornali hanno successivamente chiuso i battenti per ragioni economiche o legate alla precarietà della sicurezza, la stampa irachena rimane tutt’oggi uno dei contesti più diversificati del Medio Oriente.

La stampa governativa e il controllo statale

La professionalità dei giornalisti è il principale parametro utilizzato dai lettori per valutare la stampa, seguita dall’indipendenza dal governo e dai partiti politici: una valutazione particolarmente negativa, considerando che la percentuale di iracheni che si affida alla stampa per le notizie è calata dal 64 per cento al 39 per cento dal 2011 al 20124. Secondo uno studio condotto da Hussein Isma’il Hidad presso il dipartimento di studi mediatici dell’Università di Dhi Qar nel gennaio 2011, il 40.44 per cento dei giornali non riporta le fonti: il peggiore risulta essere il governativo Al-Sabah e il migliore l’indipendente Al-Sabah al-Jadid, a conferma di come gli indipendenti siano più professionali, a dispetto dell’accesso esclusivo alle fonti garantito normalmente ai quotidiani statali arabi. Occorre pertanto interrogarsi sulla credibilità delle testate governative e di partito che rappresentano una porzione significativa della stampa irachena.

Al-Sabah  si contende oggi con l’indipendente Al-Zaman il titolo di testata più letta del Paese [5]. Nel 2004 l’Autorità Provvisoria della Coalizione emise la circolare 66 che fece dell’ente creato per il finanziamento di Al-Sabaah, il Network Mediatico Iracheno, l’emittente statale. Per il caporedattore Isma’il Zayer ciò significava la fine dell’indipendenza. Questo decise di portarsi dietro buona parte della redazione e fondare l’indipendente Al-Sabah al-Jadid. Da allora la testata ha conosciuto un successo non indifferente, arrivando a conquistarsi un pubblico di lettori ai livelli di Al-Sabah e Al-Zaman nel 2010 [6].

Al-Sabah dovette invece fare i conti con l’agenda politica dei suoi sponsor che imposero una marginalizzazione dei crimini commessi dall’occupazione occidentale. L’amministrazione americana giunse addirittura a infiltrare alcuni dei quotidiani indipendenti più rispettati (Al-Zaman, Al-Dustur, Al-Mada), diffondendo articoli scritti dal Lincoln Group, una società al soldo del Pentagono, che vennero tradotti e venduti come se fossero l’opera di free lance iracheni. Le innumerevoli interferenze della Coalizione finirono per intaccare la credibilità dei nuovi media. In seguito alle elezioni del 2005, Al-Sabah passò quindi a essere percepito come uno strumento di propaganda dei partiti sciiti al governo. Non a caso la redazione fu il bersaglio di due attentati suicidi nel 2006, all’apice del conflitto confessionale tra sunniti e sciiti. Oggi, per comprendere come Al-Sabah sia vicino alle posizioni della Coalizione dello Stato di Diritto del premier sciita Nouri al-Maliki, è sufficiente soffermarsi sulla copertura delle manifestazioni anti-governative in corso nelle province sunnite: la prima pagina del 13 gennaio titolava “Le masse di Bagdad rifiutano il ritorno del Baath”. Questo era un chiaro riferimento ai sostenitori di Maliki scesi in piazza nella capitale e un’implicita accusa di sostenere il partito di Saddam rivolta ai manifestanti della provincia sunnita di Anbar. Al-Sabah rimane quindi un giornale popolare, non in virtù della sua imparzialità, ma per via della base di lettori simpatizzanti dei partiti al potere.

Del resto, le relazioni tra Maliki e la stampa non sono limitate ai quotidiani governativi, ma si estendono alla rappresentanza sindacale dei giornalisti: il 28 gennaio 2009, il New York Timesha parlato di un incontro tenutosi tra il premier e il sindacato, un mese prima delle elezioni provinciali, durante il quale ai giornalisti sarebbero stati offerti appezzamenti di terra a prezzi irrisori, in cambio di articoli incentrati su “progresso e ricostruzione.” Inoltre, l’attuale presidente del sindacato, Mu’ayyid al-Lami, è stato accusato dal caporedattore del quotidiano indipendenteal-Mada, Fakhri Karim, di aver ricevuto oltre tre milioni di dollari dal primo ministro per supportare la sua candidatura al terzo mandato nel 2014. La bozza di legge sui diritti dei giornalisti proposta dal governo Maliki è stata di fatti criticata, poiché definisce la professione sulla base dell’iscrizione al “docile” sindacato.

Stampa di partito

La liberalizzazione della stampa successiva al collasso del Baath ha dato poi origine a una serie di testate finanziate da partiti islamici ed etno-nazionalisti che non hanno nulla da invidiare adAl-Sabah in quanto a faziosità. Per di più, sfruttando un contesto privo della minima regolamentazione dei contenuti, se si esclude quelli contrari agli interessi del nuovo establishment, i quotidiani di partito si sono fatti promotori del confessionalismo iracheno [7].

Tra i nomi di punta della stampa partitica islamica sciita troviamo Jaridat al-Da’wahal-Bayyan(appartenenti al Partito ad-Da’wah di Maliki), al-‘Adalah (appartenente al Consiglio Supremo Islamico Iracheno di ‘Ammar al-Hakim), Ishraqat al-Sadr,  al-Hawza al-Natiqa (appartenenti al Movimento Sadrista di Moqtada as-Sadr) e al-Bayyinah (appartenente a Hezbollah iracheno). Quest’ultimo fornisce esempi significativi, non troppo velati, di retorica confessionale. Il 15 gennaio è stata pubblicata una vignetta satirica, in cui si raffigurava il premier turco Racep Tayyp Erdogan, intento a incantare il serpente del confessionalismo, suggerendo così che il fronte sunnita iracheno- sponsorizzato da Turchia e Paesi del Golfo- sia l’unico responsabile di fomentare conflitti settari.

Passando sul fonte sunnita, si nota una minore diffusione di giornali. Le epurazioni dei baathisti più importanti, insieme al boicottaggio sunnita delle elezioni del 2005 e alla minore dinamicità delle reti clandestine sunnite in confronto a quelle sciite sotto Saddam, hanno infatto limitato il fiorire di una stampa di partito sunnita. Le uniche eccezioni significative sono l’Unione degli ‘Ulama’ Musulmani in Iraq, che controlla il quotidiano Al-Basa’ir, e il Partito Islamico Iracheno, affiliato ai Fratelli Musulmani, che si era già dotato del giornale Dar al-Salam negli anni ’70 del suo esilio londinese. Anche in questo caso la retorica confessionale è velata, ma presente. Lo specchietto delle allodole pubblicato in un articolo che, il 12 maggio 2009, esortava ad apprendere dall’esperienza della guerra civile libanese e non indicare la confessione nel censimento della popolazione, era infatti stato preceduto, 16 aprile 2009, da un elogio di Saladino l’Ayyubide  -“divino mujaheddin”-  lo stesso Saladino che bruciò i testi dei Fatimidi sciiti al Cairo nel XII secolo d.c.

Esistono poi le varie testate in mano ai partiti etno-nazionalisti: oltre al contesto del Kurdistan, sono degni di nota il quotidiano turcomanno Sada Tall ‘Afar [8] e le sue posizioni critiche dell’espansionismo e del federalismo curdo e la testata del Movimento Democratico Assiro,Bahra al-Diya’, che dedica una particolare attenzione alla diaspora armena.

Le testate “indipendenti”

In un simile panorama dominato da realtà governative e partitiche poco credibili, la professionalità della stampa viene risollevata dai quotidiani indipendenti, pur non rimanendo totalmente immune alle pressioni dei vari attori politici iracheni e regionali.

Il panarabo Al-Zaman, uno dei giornali più rispettati dell’Iraq, fa parte dell’impero mediatico di Saad Bazzaz, emigrato nel Regno Unito nel 1992, dopo essere stato una delle figure di punta del ministero dell’informazione baathista. Al-Zaman venne all luce nel 1997 a Londra e nel 2003, quando poté insediarsi anche in patria, era una testata affermata a livello internazionale.

Come diversi altri media indipendenti iracheni, il quotidiano di Bazzaz ha accettato di ricevere finanziamenti sauditi, svelati dalla causa per diffamazione aperta, nel 2005,  contro questo giornale da una delle mogli dell’emiro del Qatar, Shaykha Moza. Ciononostante, Al-Zamanmantiene buoni livelli di professionalità. Il 13 gennaio, per esempio, il sito del quotidiano ha pubblicato un articolo sulle esecuzioni arbitrarie delle colf indonesiane e cingalesi in Arabia Saudita. Rimane inoltre un modello di giornalismo “scomodo” per la classe politica irachena, visto che nel 2006 il parlamento ha chiesto a Maliki di obbligarlo alla chiusura, per via delle critiche rivolte a una bozza di legge sul federalismo.

Un altro quotidiano indipendente che gode di buona reputazione è Al-Dustur. Di proprietà di Bassem al-Shaykh, si è distinto per le critiche alle ingerenze iraniane nella politica irachena, tanto che nel 2008 l’ambasciata di Teheran aveva minacciato di fargli causa. D’altra parte, in un’inchiesta condotta dal The Times, Bassem al-Shaykh è stato accusato di aver ricevuto 1500 dollari per pubblicare articoli favorevoli a Washington nel 2005. Al-Dustur non si può definire filo-americano, ma gli editoriali del proprietario rivelano un atteggiamento quantomeno compiacente nei riguardi della Casa Bianca. Basta pensare a quanto pubblicato il 3 luglio 2012 sulla questione della multinazionale petrolifera americana Exxon Mobil entrata in rotta di collisione con il governo centrale per un contratto firmato con il Kurdistan. Bassem al-Shaykh aveva sottolineato come bisognasse preservare gli interessi nazionali senza perdere un alleato strategico del peso degli Stati Uniti.

Tra le testate di sinistra e dichiaratamente laiche, spicca Al-Mada, di proprietà di Fakhri Karim, uomo d’affari ed ex-consigliere del presidente iracheno Jalal Talabani. Nel mondo dell’informazione, Karim viene accusato dai rivali di promuovere gli interessi della regione autonoma curda, in virtù dei suoi stretti rapporti con Talabani e il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani. Bisogna riconoscere che, mentre la linea di Al-Mada è impietosa nei confronti di Maliki, lo spazio dedicato nell’ultimo mese all’opposizione curda contrapposta a Talabani e Barzani é pressoché inesistente e gli unici riferimenti ai diritti umani in Kurdistan sono note positive. Tuttavia, Al-Mada mantiene un profilo al di sopra delle parti e vanta un primato nazionale di otto inserti di carattere culturale, sportivo, storico e d’intrattenimento.

Il problema degli indipendenti rimane quello di far quadrare i conti, affidandosi esclusivamente alla pubblicità, ragion per cui quotidiani di partito come Dar al-Salam sono invece completamente privi di réclame. Le testate indipendenti hanno inoltre accusato il colpo del conflitto confessionale che ha limitato l’espansione pubblicitaria di molte aziende. Inoltre, gli indipendenti sembra ricavino dal 40 al 70 per cento dei loro introiti da quella pubblicità governativa che Maliki ha deciso di ridurre nel 2008 [9]. Non sorprende che un governo autoritario come l’attuale non sia interessato alla crescita di una stampa imparziale e indipendente.

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1Percentuale aggiornata al 26 luglio 2012 (CIA World Factbook).

2 Le cifre appartengono a un sondaggio condotto in Iraq dall’Ong americana IREX (International Research and Exchanged Board) nel 2012. Vedi: http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Per l’elenco completo delle testate: http://www.al-bab.com/arab/countries/iraq/press2003.htm

 Cfr. http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Idem.

 Cfr. http://www.irex.org/resource/iraq-media-study-national-audience-analysis

7 I limiti imposti sui contenuti sono quelli sanciti, vagamente, dalla Costituzione approvata nel 2005, che garantisce la libertà di stampa, a patto che non si violino “ordine pubblico e moralità.” Una definizione poco precisa, volutamente interpretabile dall’esecutivo a fini repressivi.

Il quale non dispone però di un sito internet consultabile.

10 Cfr. http://www.menassat.com/?q=alerts/4054-iraqi-newspapers-hit-huge-drop-government-advertising

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I Nuovi Tiranni di Bagdad

Articolo scritto per Europa Quotidiano

I Nuovi Tiranni di Bagdad

Altri 70 morti in un Paese dominato da corruzione e faide confessionali

maliki

Di Andrea Glioti

A Bagdad si continua a morire. Il risultato della “democratizzazione” irachena, dopo quasi nove anni di presenza statunitense, è una sfera politica polarizzata lungo meridiani confessionali ed etnici con poche speranze di consolidare l’attuale coalizione tripartita (curda, araba sciita e araba sunnita) al governo.
Riemergono tendenze autoritarie molto simili ai tempi di Saddam. La frammentazione politica destabilizza la sicurezza: ieri una serie di attentati ha fatto circa settanta vittime e più di quattrocento feriti, in sette diverse province del paese. Ma la frammentazione rende anche l’Iraq un terreno sempre fertile per le interferenze estere.

La paralisi
Come previsto, il ritiro americano completato al termine dell’anno scorso ha coinciso con una nuova crisi politica, esplosa con violenza il 19 dicembre, quando il ministero dell’interno, controllato de facto dalla coalizione del premier sciita Nouri al Maliki, ha reso pubbliche le confessioni di alcuni membri della scorta del vice presidente sunnita, Tariq al Hashimi (della lista al Iraqiya), coinvolti in operazioni terroristiche. I capi d’imputazione di cui dovrà rispondere Hashimi sono tutti punibili con la sentenza capitale. Hashimi si è dato subito alla fuga, rifugiandosi nella regione autonoma del Kurdistan, dove può contare sull’appoggio del presidente curdo-iracheno Jalal Talabani.
Non si tratta di un caso isolato: l’evento è stato infatti accompagnato da un attacco contro un’altra personalità sunnita di spicco di al Iraqiya, il vice primo ministro Saleh al Mutlak, destituito da Maliki per averlo definito un dittatore. A livello locale, l’offensiva lanciata dal partito del premier si è espletata in una campagna di arresti, che ha colpito i membri del consiglio della provincia a maggioranza sunnita di Diyala.
È così cominciato l’ennesimo giro di consultazioni per convocare una conferenza nazionale e riconciliare le parti. Ognuna delle quali ha posto le sue condizioni: il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani esige che l’incontro venga organizzato nella regione autonoma; la coalizione di Maliki pretende che non vi venga discusso il caso Hashimi; al Iraqiya chiede le dimissioni del primo ministro. Le ultime indiscrezioni non escludono un rinvio della conferenza a una data da definirsi – ma successiva al 29 marzo, quando Bagdad ospiterà il prossimo summit della Lega araba.
Dopo due mesi di incontri, non sono stati ancora definiti luogo e data di una tavola rotonda già destinata al fallimento. Al Iraqiya, che fino al 6 febbraio ha disertato le riunione del consiglio dei ministri, minaccia di tornare a boicottare il governo e la riconciliazione rimane un’ipotesi remota.

L’ago della bilancia
Il fatto che Talabani abbia offerto protezione ad Hashimi ha poi creato animosità tra la coalizione dello stato di diritto di Maliki e i partner di governo curdi. L’Alleanza del Kurdistan ormai accusa esplicitamente Maliki di despotismo e inaffidabilità (per non aver ancora convocato il referendum sulle sorti dei territori intorno a Kirkuk, contesi tra arabi, turcomanni e curdi). La stampa irachena ha parlato di invettive «senza precedenti», alludendo alla possibilità di una rottura del patto tra Maliki e i curdi. Come previsto, i sunniti di al Iraqiya e l’Alleanza del Kurdistan non escludono ora la formazione di nuove alleanze, in caso di fallimento della conferenza nazionale.
L’avvicinamento di al Iraqiya ai curdi è stato però percepito con preoccupazione dagli arabi sunniti di Kirkuk, parte dell’elettorato di al Iraqiya, i quali non hanno tardato a ricordare alla lista di averla votata perché tutelasse i diritti degli arabi nella provincia.
Dal canto loro i partiti sciiti, pur rappresentando la maggioranza in parlamento, sono consapevoli di non poter perdere un alleato prezioso come i curdi: si spiega così la recente abrogazione delle leggi emanate da Saddam alla radice dell’espropriazione delle terre di proprietà curda e turcomanna. I partiti curdi hanno reagito positivamente, ma il Fronte turcomanno ha criticato un simile provvedimento, che riguarderebbe una minima porzione dei territori turcomanni.

Sciiti contro sciiti
L’alternativa alla riconciliazione, caldeggiata da numerosi partiti sciiti, sarebbe un governo di maggioranza sciita, evitando di dipendere dalle diatribe con al Iraqiya. In questa direzione, secondo Khalid Walid di niqash.org, sembra collocarsi l’assimilazione politica dell’ex gruppo di insorti sciiti della Lega dei virtuosi (’Asa’ib Ahl al Haqq), guidato da Qays al Khaza’ali: Maliki starebbe cercando di bilanciare il peso politico di Moqtada al Sadr tra gli elettori sciiti, assicurandosi il supporto di uno dei suoi principali rivali. I sadristi rimangono infatti un alleato scomodo, memori di come Maliki e gli Usa li abbiano assediati a Bassora nel 2008 e tuttora propensi a negoziare una riconciliazione con al Iraqiya. L’entrata in politica della Lega dei virtuosi potrebbe avere però effetti indesiderati, considerando la rigida opposizione dei sadristi e la spaccatura che potrebbe aprirsi tra i seguaci di al Sadr e Maliki. Ultimamente, il leader sadrista ha moderato i toni contro i seguaci di Khaza’ali, ma non vi sono sufficienti garanzie che la tregua resista a lungo.
Maliki rischia un isolamento progressivo, mentre si moltiplicano le critiche alle sue tendenze autoritarie: Human Rights Watch ha definito l’Iraq un paese «in discesa verso il despotismo», la commissione parlamentare per i diritti umani ha denunciato la presenza di prigioni segrete sotto il controllo della 56ma brigata di Bagdad, un reparto militare incaricato della protezione del primo ministro.

Kurdistan, la repubblica dei partiti
Ma le derive autoritarie non sono una prerogativa del premier: basta osservare gli sviluppi politici interni al Kurdistan. Nijirvan Barzani, nipote del presidente della regione autonoma e membro del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), è succeduto al primo ministro Barham Salih dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) di Jalal Talabani, secondo un accordo informale tra i due partiti, che prevede un avvicendamento del premier ogni due anni; Barham Salih sarebbe invece l’erede destinato a sostituire Talabani. In un simile contesto intriso di nepotismo, l’opposizione curda, rappresentata dal Movimento del cambiamento (Gorran) e dall’Unione islamica del Kurdistan, fatica a trovare spazio. Anche in Kurdistan la stampa locale è oggetto di attacchi quotidiani, soprattutto quando racconta i movimenti di protesta. In occasione dell’anniversario delle rivolte contro la partitocrazia curda (15 febbraio 2011), che causarono la morte di numerosi manifestanti, la giornalista indipendente olandese Judit Neurink ha lanciato un appello al premier Barzani perché i giornalisti smettano di essere percepiti ostilmente dalle autorità. Pochi giorni fa, ho avuto l’occasione di incontrare alcuni attivisti curdi a Beirut: si lamentavano di essere passati dalla tirannia del regime (istibdad al-nizam) di Saddam alla tirannia dei partiti (istibdad al-ihzab).

Il solito Risiko
Una simile frammentazione interna facilita l’interferenza delle potenze straniere. Iran e Usa sono stati in prima fila nella crisi tra al Iraqiya e Stato di diritto. La Turchia ha insistito sull’innocenza del sunnita Hashimi, in funzione di contenimento dell’influenza iraniana. Come ha fatto notare il deputato della coalizione di Maliki, Izzat Shabandar, l’Iraq si trova schiacciato tra la dottrina politica di Khomeini e l’ottomanesimo turco.
Il risultato sono stati alcuni razzi caduti a gennaio sull’ambasciata turca e un appello lanciato da un nuovo collettivo (Badr9) affinché le varie fazioni confessionali non abbandonino la lotta armata per difendersi dalle intromissioni delle potenze regionali. Segnali non certo incoraggianti. Oltretutto la strategia adottata dal governo per migliorare la sicurezza interna – con l’assimilazione delle milizie nella vita politica del paese – suscita parecchi dubbi: gruppi come la Lega dei virtuosi vengono infatti accusati di essere supportati dall’Iran e di essere stati tra i protagonisti dei massacri tra sunniti e sciiti del 2006-’07. I leader di un altro gruppo radicale sunnita, l’Esercito islamico iracheno (al Jaysh al Islamiyy al Iraqiyy), accusato di essere stato tra i protagonisti delle violenze a sfondo confessionale, sono in procinto di entrare in politica.
Vi sono pertanto dei dubbi legittimi sulla compatibilità di queste bande con il principio adottato nel concedere l’amnistia: quello di non aver sparso del sangue iracheno.

Agli iracheni chi ci pensa?
Sullo sfondo dimenticato dei giochi di potere regionali e delle diatribe tra i partiti iracheni, la popolazione continua a tollerare condizioni di vita miserabili. In un paese che fattura miliardi solo grazie alle entrate petrolifere, il governo non è in grado di calmierare i prezzi del petrolio bianco, fondamentale per il riscaldamento delle abitazioni nella stagione invernale.
L’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere rischia inoltre di penalizzare fortemente l’economia nazionale, in caso l’Iran decidesse di bloccare lo Stretto di Hormuz in reazione alle sanzioni europee e americane sulle esportazioni petrolifere. Il bilancio pubblico del 2012 dovrebbe essere approvato in questi giorni, dopo mesi di scontri, che hanno ritardato lo stanziamento dei fondi necessari alla realizzazione di numerosi progetti. Una notizia positiva proviene quantomeno dalla possibile distribuzione del 20 per cento degli introiti petroliferi tra la popolazione, grazie all’insistenza dei sadristi. Mentre gli attentati continuano a mietere vittime quotidianamente, la fine dell’occupazione americana non ha comportato nessun genere di risarcimento, né dal punto di vista economico né da quello giudiziario: basti ricordare l’assoluzione nel mese scorso del sergente statunitense Frank Wuterich. Il militare ha ammesso di aver ordinato di sparare in occasione del massacro di Haditha (uccisione di venti civili iracheni), ma non sconterà nemmeno la pena minima di tre mesi di detenzione, grazie a un patteggiamento con l’accusa.

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Exiled Razan رزان في المنفى

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letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)