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I Cristiani mediorientali e la necessità di sentirsi protetti da una dittatura ‘secolare’- Middle Eastern Christians and their need to feel protected by ‘secular’ dictatorships

Sul tema delle minacce pendenti sul capo dei cristiani mediorientali, su cui non mancano gli sproloqui (vedi molto di ciò che è stato detto in occasione della Pasqua 2013 a Roma ). In questo articolo, pubblicato su Left-Avvenimenti, prendo in considerazione il legame tra cristiani e dittature, sull’esempio egiziano, iracheno e siriano. 

After the Italian version, I’ve pasted the English unpublished one, which is longer and includes references to Lebanese Christians.

Cristo si è fermato a Damasco

di ANDREA GLIOTI

Terrorizzati dalla possibilità di un governo dominato dai partiti musulmani, i cristiani del Medio Oriente preferiscono appoggiare i dittatori. Eppure Mubarak, Saddam e Assad non li hanno difesi

maalula

Quando si spengono le luci su un regime apparentemente laico, ma dittatoriale, tra i cristiani del Medio Oriente si scatena la paura. Perché il vecchio sistema non era democratico, ma dava sicurezze, mentre le guerre e le rivoluzioni lasciano aperta la domanda: “Che ne sarà di noi?”. Prima c’è stato l’Iraq, dove soltanto pochi cattolici traevano beneficio dal regime ba’thista, ma non vi è dubbio che le minoranze religiose subissero meno violenze ai tempi di Saddam. Eppure il dittatore iracheno non aveva nessuna simpatia per i cristiani, come dimostra la strage di assiri durante la campagna di Anfal. Poi è arrivato l’Egitto, dove la caduta di Mubarak ha coinciso con un aumento delle violenze contro i cristiani, mentre il dittatore era noto per i suoi buoni rapporti con il patriarca copto Shenouda III. Allo stesso tempo, Mubarak sapeva bene come giocarsi le paure della minoranza religiosa e scatenare episodi di violenza occasionali per mostrare ai copti cosa sarebbe successo senza il suo regime: non è un caso che l’ex ministro degli Interni, Habib al-Adly, sia sotto inchiesta, sospettato di essere coinvolto nell’attentato che colpì una chiesa di Alessandria nel gennaio 2011.

Oggi è il turno della Siria, dove cristiani e musulmani hanno convissuto a lungo pacificamente, ben prima dell’avvento della dittatura ba’thista di Bashar al Assad. Tra gli anni 40 e i 50, ad esempio, il cristiano Fares al-Khoury è stato uno dei primi ministri siriani più popolari tra i musulmani. Tuttavia oggi molti credenti sono succubi della propaganda governativa che collega la sopravvivenza delle minoranze a quella del regime.

E così, la maggioranza “silenziosa” dei cristiani sembra scegliere il male minore, un regime panarabo apparentemente laico piuttosto che un governo islamico eletto regolarmente. Non si può negare che i partiti islamici siano promotori di una visione politica confessionale e discriminatoria, ma spesso quando entrano nella legalità e partecipano finalmente alle elezioni optano per un compromesso sulle ideologie. È successo in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno abbandonato il radicalismo sotto la guida di Hussein al-Hodeibi (1949-73), per poi scegliere un accesso monitorato alle elezioni legislative a partire dalla fine degli anni Ottanta. E l’attuale presidente egiziano Mohammad al-Morsi è un prodotto di questo sviluppo storico, come testimonia la sua nomina di un assistente presidenziale copto. Al contrario, i regimi nazionalisti come quelli di Mubarak in Egitto, Saddam in Iraq e Assad in Siria hanno mantenuto un laicismo di facciata, ma non sono mai stati meno autoritari di quelli islamici di Iran e Arabia Saudita.

Perché dunque, con la loro caduta, i cristiani avrebbero bisogno di un protettore, che si tratti di un despota o di un partito? Due anni fa, durante un sermone nel monastero libanese di Mar Antonios Qozhaya (Valle di Qadisha), il prete insisteva sulla resistenza dei cristiani maroniti allo sradicamento dalle loro terre voluto dalla maggioranza musulmana. Dimenticava che i peggiori scontri confessionali nella storia del Libano – i 15 anni di guerra civile – furono innescati da fattori socio-economici e politici e non da forme d’intolleranza religiosa. Eppure i cristiani continuano a considerarsi un’entità bisognosa di protezione e non una componente in grado di contribuire alla democratizzazione del Medio Oriente, autoraffigurandosi come un organo trapiantato nel tessuto sociale. Un comportamento che apre la porta allo sfruttamento delle divisioni religiose da parte delle potenze occidentali, il che in Siria significherebbe, per esempio, una divisione del Paese in regioni cristiane, alauite e druse come ai tempi del mandato francese (1923-43).

Insieme ai sunniti, i cristiani di Siria hanno formato per secoli la colonna vertebrale delle classi agiate mercantili, senza guadagnare nulla dall’ascesa al potere del partito Ba’th nel 1963. Al contrario, c’è chi sostiene che le nazionalizzazioni di Hafez al-Asad li abbiano danneggiati, costringendo molti a migrare. Tuttavia, diversi sostenitori del regime citano in propria difesa le poche poltrone assegnate a personalità cristiane, come il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, e l’ex ministro della Difesa, Dawud Rajiha.

Oggi, una delle brigate aleppine dell’Esercito libero siriano – che lotta contro il regime – ha assicurato il suo impegno a difendere la multiconfessionalità del Paese, come fonte di ricchezza culturale per la Siria del futuro. Se i cristiani ignoreranno simili appelli, preferendo difendere lo status quo, non verranno ascoltati nella fase di transizione post rivoluzionaria. Storicamente, ricordano i dissidenti cristiani siriani Michel Kilo e Michel Shammas, ciò che ha aiutato i cristiani a essere accettati dalla maggioranza musulmana è stata invece la loro presa di posizione contro la brutalità delle crociate e del colonialismo, a prescindere dalla fede degli invasori. Purtroppo la responsabilità del silenzio dei cristiani durante la cosiddetta Primavera araba è anche del clero e della sua radicata inclinazione a sostenere regimi autoritari. Uno dei pochi uomini di Chiesa che ha osato criticare esplicitamente il regime siriano, padre Paolo dall’Oglio, è stato espulso dal Paese, mentre la maggioranza del clero siriano, insieme al patriarca maronita libanese Beshara al-Ra’i, hanno esibito un sostegno più o meno esplicito al governo del presidente Assad.

Una Chiesa che fomenta l’odio al fianco del potere temporale, scrive Michel Kilo nel suo articolo pubblicato sul quotidiano libanese As-Safir a giugno, è colpevole di distorcere il messaggio originario della cristianità, fondato sulla tolleranza e l’inclusione. Benedetto XVI è appena arrivato a Beirut per manifestare il consueto messaggio di solidarietà rivolto ai cristiani “in pericolo”, ma un appello a schierarsi al fianco dei musulmani che lottano per la democrazia sarebbe forse più utile. Le Chiese mediorientali non possono essere considerate innocenti, nel momento in cui tacciono di fronte ai massacri per salvaguardare i propri interessi, proprio come papa Pio XII non è stato mai assolto dalla storia per essere rimasto in silenzio di fronte all’olocausto.

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How democratic changes will affect the “protection” of Christians in the Middle East.

By Andrea Glioti

There is a common mantra among Middle Eastern Christians, when the lights of a supposedly secular dictatorship fade away: “What will be our fate?”  In Iraq, only few Christian figures benefited economically from the Baathist regime, there were no thousands of Tariq Aziz, but there is no doubt that minorities were less targeted by violent attacks under Saddam. Does this mean that the Iraqi dictator held Christians in special consideration? Perhaps we should pose this question to the Christian Assyrians, who were driven out of an “Arabized” Kirkuk together with the Turkmen and the Kurds, and to those who were killed and displaced by the Anfal campaign. In Egypt, the fall of Mubarak has seen a rise of sectarian violence against Christians, while the overthrown President was known for his good ties with the deceased Coptic Pope Shenouda III. However, Mubarak knew how to play subtly on Christian fears and engineer violence to show the minority what would have happen without him in power: as a matter of fact, a probe has been open against the former Interior Minister, Habib al-Adly, for serious suspects about his involvement in the church bombing occurred in Alexandria in January 2011. In Syria, Christians and Muslims have been living peacefully together since long time before the Baathist autocracy, but some surprisingly agree with the Government propaganda that minorities need the regime to stay to protect them. Between the ’40s and the ‘50s, in a fairly democratic period, the Christian Fares al-Khoury has been one of the most popular Syrian Prime Ministers among Muslims.

The “silent” majority of Christians seems to opt for what they perceive as the lesser of the evils, a supposedly secular Pan Arab regime rather than an Islamist Government elected by fair elections.

There is no doubt that a party labeling itself as “Islamist” supports a sectarian, non-inclusive vision of politics, but the participation to a more democratic electoral process is often a prelude to renegotiate ideologies. The example of Hezbollah is blatant for how the movement developed from a product of the Iranian revolution to a fully integrated actor of the Lebanese political sphere, starting from the elections in 1992. Hezbollah’s sectarian Islamist background did not prevent the party from joining an alliance of interests with the Christian Free Patriotic Movement. Another example is the Egyptian Muslim Brotherhood’s de-radicalization under the leadership of Hussein al-Hodeibi (1949-73) and its subsequent controlled access to politics in the late ‘80s. Mohammad al-Morsi is a product of this historical development, just like his recent appointment of a Coptic presidential assistant.

Pan Arab ethno-nationalist regimes like Iraq and Egypt were [are- in the case of Syria] no less authoritarian than Islamist ones like Saudi Arabia and Iran, so that there is an evident contradiction in the Christian support for them. The final aim should be to achieve a State, which is not defined by religion or ethnicity: this means rejecting all sorts of political sectarianism, whether they are phrased in an explicit fashion- the Lebanese case- or in an implicit one- the Pan Arab rhetoric of protected minorities. This is why I prefer to use the term “supposedly secular”: a regime banking on the protection of Christians cannot be defined neither secular (‘almani) nor civil (madani, as some Middle Eastern thinkers prefer to define their aspirations to avoid being labeled as anti-clerical Jacobins).

Why do Christians need someone, whether a despot or a party, to protect them? Do they fear the imposition of shari’a, as we read on most of the Western press? It is worth noting that Egyptian, Iraqi and Syrian laws have been always grounded in shari’a principles under their Pan Arab rulers. For what concerns persecutions, Christians were victims of Muslim violence throughout their history in the Middle East, just like Muslims have been repeatedly assaulted by European Christian crusaders and colonialists later on. There is a widespread generalization, when mentioning episodes of sectarian violence against Christians, as if they were all dictated exclusively by religious intolerance: on the contrary, one cannot understand Al-Qa’ida’s bombings of Iraqi churches without considering the resentment generated among Muslims by the neocon US-led invasion of Iraq.

Around two years ago, in the Lebanese monastery of Mar Antonios Qozhaya (Qadisha Valley), I happened to hear a fiercely sectarian sermon from a priest, insisting on the resistance of local Christians against their eradication at the hands of the Muslim majority. Nowadays, nothing seems changed in Beirut, where streets are plastered with slogans from Phalangists and Lebanese Forces, stressing the permanence of Christians in Lebanon through (armed) resistance. What is easily forgotten is that the worst outburst of Muslim-Christian strife of Lebanese modern history, the civil war, was fueled by socio-economic and political reasons rather than religious hate. 

As long as Christians perceive themselves as an entity in need of protection and not a component capable of contributing to the democratization of Middle Eastern societies, they will resemble an implanted organ in the social fabric. They will disavow their historical legacy of bridging cultural and technical resources back and forth between Europe and the Arab world. They will encourage a miserable return to the exploitation of sectarian cleavages by Western powers, that would mean in Syria, for example, a division of the country into Christian, Alawi and Druze states just like under the French mandate (1923-43).

Last February in Istanbul, one of the main figures of the expatriate Syrian opposition, ‘Ammar al-Qurabi, told me: “Why those who are scared do not participate to the demonstrations to voice their concerns?” Fearful Christians defending the status quo will never be listened in the post-revolutionary transitional phase. What actually helped Christians being accepted by the Muslim majority, according to the Syrian Christian dissident thinkers Michel Kilo and Michel Shammas, was their stances against the brutality of colonialism and crusades.

A heavy responsibility for the silence of Christians in the so-called “Arab spring” is in the hands of the clerical institutions and their well-rooted inclination to back authoritarian regimes. One of the few religious figures explicitly criticizing the Syrian regime’s practices, Father Paolo dall’Oglio, has been expelled from the country.  On the contrary, most of the Syrian clergy and the Lebanese Maronite Patriarch, Beshara al-Ra’i, showed a more or less explicit support for the atrocities committed by the State during the uprising. With regards to this, it is worth to remember the fate of the reactionary French and Russian clergy after the two popular revolutions, when an explosion of violent anti-clericalism swept away the church.

A church fostering hate on the side of temporal authorities, notes Michel Kilo in his article appeared on As-Safir on June 16, is a complete distortion of the original message of Christianity, which is about tolerance and inclusion. The Eastern churches cannot be deemed innocent when staying silent in front of massacres to safeguard their interests, just like Pope XII has never been absolved for not uttering a word about the Holocaust. 

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10. Blogging and reporting on five months of Syrian uprising (in Italiano): Intervista a Michel Kilo: “La rivolta pacifica in Siria non durerà ancora a lungo”

Intervista originariamente pubblicata su Il Riformistarealizzata a fine agosto 2011, poco prima di lasciare la Siria e non potervi più rientrare a causa del lavoro svolto come giornalista. 

Michel Kilo: I Cristiani siriani sono dei somari e non hanno ragione di temere la rivoluzione.

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di Sean T. Serioca

 

3 Settembre 2011

“Non posso parlare in nome dei cristiani, perché non sono mai stato cristiano e di certo non lo divento ora,” questa la risposta di Michel Kilo, intellettuale dissidente di estrazione cristiana, quando gli chiedo di spiegarmi la percezione cristiana degli eventi in corso.

Come giornalista, Kilo ha scritto per quotidiani libanesi di orientamento politico opposto, filo-siriano ed anti-siriano, come An-Nahar e As-Safir. Il suo primo arresto, al seguito del quale emigrò in Francia, risale all’inizio degli anni ’80. Tornato in Siria nel ’91, é stato uno dei promotori della Dichiarazione di Damasco del 2005, pietra miliare delle aspirazioni dell’opposizione riformista. Nel 2006 é stato incarcerato e condannato l’anno successivo a tre anni di detenzione, per aver firmato la Dichiarazione di Beirut e Damasco, nella quale veniva chiesto al regime siriano di riconoscere la sovranità nazionale del Libano. In libertà dal 2009, Kilo ha proseguito il suo impegno politico, culminato nell’organizzazione del primo storico incontro di dissidenti tollerato dal regime siriano, tenutosi all’Hotel Semiramis di Damasco il 27 giugno 2011.

La popolazione siriana é a maggioranza musulmana sunnita (74%), ma una delle minoranze più consistenti é proprio quella cristiana (8%). I cristiani siriani sono rimasti per lo più marginali o contrari alle proteste che hanno attraversato la Siria negli ultimi sei mesi, temendo l’alterazione di uno status quo che garantisce loro delle posizioni privilegiate e la possibile deriva fondamentalista sunnita. Qual’é la sua opinione sulle paure dei cristiani?

I cristiani che hanno paura sono dei somari. Non vi é alcuna ragione di temere il sopravvento dei fondamentalisti, non essendosi visto nessuno slogan islamista durante le proteste. Mi sento di escludere categoricamente il pericolo di un conflitto religioso. Sarebbe ora che gli analisti occidentali la smettessero di adoperare questi preconcetti orientalisti [NdR: le classificazioni semplicistiche delle società mediorientali in “blocchi” confessionali, senza distinguere un contesto dall’altro]! Cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme pacificamente in Siria, persino durante quei 200 anni successivi alla conquista islamica, quando i primi rappresentavano ancora la maggioranza.

Quindi la migliore garanzia contro un conflitto religioso sarebbe la storia siriana. Mi sembra promettente che tale convinzione venga condivisa da dissidenti di origini etniche e tendenze politiche completamente diverse, come il giornalista curdo Kamal Sheikho e l’islamista di Dar’a Mohammad Ammar. Che cosa risponde a coloro che individuano invece nelle divisioni dell’opposizione un  segnale di debolezza?

L’opposizione non necessita di una struttura organizzativa unificata, é sufficiente che si condividano i medesimi obiettivi, mezzi e fondamenti…Non vogliamo combattere un sistema a partito unico sostituendolo con un altro dello stesso genere! L’opposizione ha dato prova di essere effettivamente unita, quando tutti i suoi fronti si sono rifiutati di partecipare agli incontri del Dialogo Nazionale promosso dal governo agli inizi di luglio.

Uno dei network più attivi tra i manifestanti, i Comitati Locali di Coordinamento, ha boicottato la vostra iniziativa del 27 giugno, giudicandola improntata al dialogo con il regime. Esiste una simile frattura tra “strade” e fautori del dialogo?

In questo momento il dialogo non é funzionale alla causa rivoluzionaria: lo sarebbe solo se riuscisse ad indebolire il regime e garantire la libertà del popolo. Detto ciò, poiché rimango contrario sia all’intervento militare della comunità internazionale che al passaggio ad una resistenza armata, considero essenziale che le porte del dialogo rimangano aperte, anche se parlare di riforme  con questo regime sembra insensato.

 

Come giudica invece le mosse delle comunità di espatriati siriani, l’ultima delle quali é la formazione del Consiglio Nazionale Transitorio ad Istanbul[1]?

La reputo un’iniziativa completamente insensata: prima di tutto bisogna rovesciare il regime, poi si parlerà di consigli transitori! Formare un consiglio transitorio sarà un lavoro alquanto veloce dopo la caduta del regime.

“L’unità dei mezzi” adottati dall’opposizione nella sua lotta contro il regime, di cui lei parla, si trova ora di fronte a un esame fondamentale, moltiplicandosi gli appelli alla resistenza armata. Per quanto ritiene che la rivolta possa rimanere ancora pacifica?

Entro massimo due mesi, la comunità internazionale deciderà di intervenire militarmente o le manifestazioni perderanno la loro natura pacifica.

 

Dal momento che deplora ogni risoluzione violenta, come pensa si possa riuscire a rovesciare Assad? Confida nell’aumento delle defezioni militari?

Sì, confido nelle defezioni militari, che già hanno registrato l’abbandono di tre generali, uno di Homs e due dell’Houran. Ne sono al corrente da fonti fidate ministeriali. L’esercito non ha del resto alcun interesse a rimanere indissolubilmente legato al regime: in quanto istituzione, gli conviene garantirsi un futuro nella Siria post-Ba’thista.


[1] Al momento dell’intervista, il Consiglio Nazionale Siriano, istituito sempre a Istanbul in data 15 settembre, non aveva ancora visto la luce. Michel Kilo ha comunque preso le distanze da entrambe le assemble rappresentative nate in Turchia.

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6. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): Aref Dalila: La strada invoca la caduta del regime, ma l’unica soluzione è il dialogo

Aref Dalila: la strada invoca la caduta del regime, ma l’unica soluzione é il dialogo

27 luglio 2011*

“E’ vero che molti dei manifestanti invocano il collasso del regime, ma come hanno intenzione di rovesciarlo?”
aref dalilaAref Dalila é uno dei massimi esponenti dell’opposizione siriana: scrittore ed economista, detenuto per circa 8 anni, in seguito alla sua partecipazione alla Primavera di Damasco, il periodo di fermento politico successivo all’ascesa al potere di Bashar al-Assad (2000). Fa oggi parte di quel gruppo di intellettuali disposti ad intraprendere un dialogo con il regime, finalizzato ad una transizione democratica, a patto che cessi la violenza contro i manifestanti.
Lei si é rifiutato di partecipare sia al cosiddetto Dialogo Nazionale avviato dal regime il 10 Luglio, e peraltro boicottatto dalla maggioranza dell’opposizione, sia all’incontro organizzata il 27 Giugno presso l’Hotel Semiramis di Damasco da alcuni dei principali intellettuali dissidenti siriani (Michel Kilo, Luay Hussein, etc.). Mi spiegherebbe le motivazioni di questi suoi due rifiuti?
All’incontro del 27 Giugno non ho partecipato perché non ritenevo libero il contesto organizzativo, dato che solamente ai media governativi é stato permesso di coprire l’incontro e, naturalmente, hanno fornito un’immagine negativa dei partecipanti. Riguardo invece alla seduta d’apertura del Dialogo Nazionale, ritengo che il governo debba prima riconoscere il diritto dell’opposizione ad esprimersi liberamente. In secondo luogo, le commissioni istituite per discutere le nuove leggi [NdR: pluralismo politico, libertà d’espressione e dei media, legge elettorale, etc.] sono formate esclusivamente da esponenti del governo. Chi ci garantisce che manterranno fede alle loro promesse?
Come pensate di conciliare la vostra idea di ‘trasformazione del regime’ con le rivendicazioni di quei manifestanti, e non sono pochi, che ormai insistono sul rovesciamento del regime, senza nessuna possibilità di dialogo?
E’ vero che molti dei manifestanti invocano il collasso del regime, ma come hanno intenzione di rovesciarlo? Questo non sono in grado di spiegarlo. In questo momento non ritengo vi siano alternative ad una trasformazione democratica graduale. Sia chiaro che non mi riferisco al genere di transizione voluta dal Governo: non vogliamo aspettare nemmeno un anno, si deve parlare in termini di mesi.
Uno dei timori principali riguardo alla situazione attuale é il degenero in un conflitto settario. Soprattutto, parlando con alcuni manifestanti sunniti, si percepisce un risentimento pericoloso verso la setta alawita, a cui appartiene la famiglia Assad. Anche in quanto lei stesso  alawita, qual’é la sua percezione del rischio di un conflitto settario?
Questo aspetto é un risultato del regime che ha governato il paese in tutti questi anni. Con una liberalizzazione della vita politica, questo genere di problemi scomparirebbe, anche a livello psicologico, poiché il settarianesimo non ha mai fatto parte della storia siriana.
Lo scorso Aprile, lei ha partecipato ad uno dei rari incontri di consultazione concessi dal regime all’opposizione ed ha avuto l’occasione di parlare con Buthaina Shabaan, il consigliere politico e mediatico del Presidente. Ritiene ci siano delle differenze tra le varie personalità del regime, un fronte del dialogo ed uno dedito esclusivamente alla repressione?
Sicuramente ci sono delle differenze, ma il nucleo centrale del regime é compatto. Intendo quell’ampio circolo di persone,  e non solamente la famiglia del Presidente,  che traggono benefici dall’attuale sistema di governo. Il denominatore comune di questo circolo é la corruzione, ci sono affiliati al regime in Siria così come all’estero di diverse estrazioni sociali e appartenenze settarie. Questo é un altro dei motivi per cui mi sento di escludere l’ipotesi di un conflitto settario. Il problema é che questo circolo rimane comunque ristretto, se paragonato alla maggioranza dei Siriani.
Che genere di pressioni si aspetta dalla comunitá internazionale? Ritiene debba essere fatto di più o al contrario preferisce che l’interferenza rimanga limitata?
Finché non stiamo parlando di un appoggio militare all’opposizione, sono favorevole al supporto internazionale, in quanto sostegno alla democrazia. Per quanto riguarda invece un eventuale embargo, sortirebbe un effetto negativo, soprattutto per la sua ripercussione sul popolo. In generale le sanzioni non avrebbero un effetto determinante sull’economia siriana, poiché il regime é in grado di sopravvivere facendo affidamento sulle risorse interne almeno per altri 6 mesi.
All’interno dell’opposizione, c’é chi confida nel ‘soffocamento’ economico, in quanto fattore determinante nel fomentare il dissenso a lungo termine. In quanto economista, qual’é la sua opinione sullo stato attuale della crisi economica?
E’ innegabile che siamo nel mezzo di una grave crisi economica, le cui conseguenze vengono pagate in primis dagli impiegati e dalle classi popolari. Per quanto riguarda le classi più benestanti, anch’esse stanno patendo l’assenza di investimenti e la crisi del settore turistico. Una simile situazione ingrosserà le file dei manifestanti molto rapidamente, entro pochi mesi.
Come si colloca la rivoluzione siriana in relazione alle dinamiche regionali, quali effetti hanno sortito l’esperienza tunisina e quella egiziana?
La Tunisia e l’Egitto ci hanno fornito l’esempio, non eravamo preparati ad una mobilitazione di questa portata, ma allo stesso tempo abbiamo imparato dai loro errori: in questi due paesi ci si era illusi di porre fine ai problemi con la deposizione dei rispettivi presidenti, ma la rivoluzione non é ancora finita. Allo stesso modo in Siria la rivoluzione non terminerebbe con la cacciata di Bashar al-Assad.
* L’intervista era stata condotta nella prima metà di luglio.
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5. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria: The Syrian deadlock: the dialogue favored by intellectuals and opposed by the streets

The Syrian deadlock: the dialogue favored by intellectuals and opposed by the streets*. 

21 July 2011

fanadiq khanadiqAfter four months from the beginning of the protests, what is evident of the Syrian opposition is its wide fracture between streets and intellectual dissidents.
The front of intellectuals based in Syria, including Luay Hussein, Anwar al-Bunni, Fayez Sarah and Michel Kilo, organized an unprecedented meeting at Hotel Semiramis in Damascus on June 27, where they were allowed by the regime to call for the end of violence and the beginning of a democratic transition.
Another main representative of the opposition, the economist Aref Dalila chose not to participate in the meeting: despite sharing the ideas of his companions of struggle, he told us in an interview that “the settings of the meeting were not free, with state media being the only ones allowed to distort the contents of the gathering.” The Damascus Declaration coalition, a major group of dissidents born in 2005, boycotted the meeting, arguing it took place under the control of Syrian security, featuring the participation of few real dissidents. Likewise, the Local Coordinating Committees, the most nationwide organized representative of the youth taking to the streets, refused to participate in the meeting, due to the ongoing violence perpetrated by the regime.
On June 30, the same intellectuals, including Aref Dalila drafted “A Road Map for Syria”, their vision on democratic transition in Syria. In this document, the controversial passage is the inclusion of the Ba’th Party into a newly established National Legislative Assembly, allowing Assad’s party to maintain 30 seats out of 100. This is crucial point of disagreement with part of the demonstrators, calling for the downfall of the regime, and some activists, who feel the voice of the Syrian people should be more fairly represented in this official meetings.
During a talk I had with Kamal Sheikho, a Kurdish blogger who spent long time in prison on hunger strike, he motivated his refusal to attend the Semiramis meeting by the unwillingness of the participants to ask for the resignation of the President. According to Sheikho, “there is a big proportion of the streets calling for the downfall of the regime and it is not possible to claim we represent the Syrian people, if we don’t convey their demands.” Demonstrations against the Semiramis meeting took actually place on the following Friday and the last Friday of protests, on July 15, has been labeled “No Dialogue.” The split between the streets and these groups of intellectuals is even evident from everyday’s conversations: a couple of days ago, I was exchanging views with Abu Sharif, the driver who takes me around during Friday protests, and he didn’t have a clue about who Michel Kilo was, despite being himself clearly opposed to the regime.
On the other hand, Aref Dalila commented on those protesters calling for the downfall of the regime by saying that “they don’t know how to bring the system down, therefore proceeding gradually is the only way out.” Among the participants to the Semiramis meeting, Fayez Sarah justified his choice, claiming this initiative had no ambition whatsoever to represent the streets.
Division among factions composing the Syrian opposition is not a new trend: even the meeting held in Antalya, Turkey (May 31- June 2), was met with skepticism, firstly by the Kurds, because of the choice of Turkey, a country historically unfriendly to the Kurdish cause. Only 5 parties out of the 12 Syrian Kurdish parties participated in the conference. Secondly, because a conference held in Turkey was perceived from part of the opposition as an excuse to ask for foreign intervention into Syrian affairs.
These features introduce another problematic divide within the opposition, the one between 1.5 million Kurds living in Syria and the Arab majority. Aref Dalila claims that the opposition has overcome differences, starting to unify itself along the lines of a shared project for democratic transformation. On the contrary, while I was speaking with Shanar, a Kurdish activist from the Future Movement, she clearly underlined the lack of understanding between Arab and Kurdish blocs, starting from the days chosen for mobilization: for example, the Arab groups refused to back protests taking place in commemoration of Kurdish Qamishli riots (March 2004). After I got to know Ahmed, an Arab activist in the University of Damascus, he admitted that Arabs should have been wary
 of Kurds, because after the collapse of the regime they would have had a different agenda.
Besides ethnic differentiations, divisions within the opposition revolve around whether a dialogue with the regime is possible or not, and It is unlikely that a group of intellectuals, despite their commitment to the cause, are going to convince the families of almost 1400 martyrs to accept dialogue with their killers. This remains the main stalemate preventing unity within the Syrian opposition.
* I wrote this piece a couple of days ago, integrating talks I had with local activists with the interview I had with Aref Dalila, one of the main Syrian dissident intellectuals, economist and member of the National Coordination Committee. The image chosen is a banner in Arabic saying “Those representing me are the revolutionaries of the trenches and not the inmates of the hotels” a clear sign of the distance between political and military opposition (with a particularly reference to those opposition representatives living abroad). Differently from the ‘inmates of the hotels’, Aref Dalila spent many years in the Syrian jails, but in this interview his position was already detached from the streets and their subsequent militarisation.  
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