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Da alleati a terroristi: la guerra mediatica del Golfo ai Fratelli Musulmani

(Originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Nel 2014 sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di dichiarare i Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) un’organizzazione terroristica, a dispetto dell’alleanza storica tra il movimento di Hasan al-Banna e le monarchie del Golfo e della posizione del Qatar, che rimane tuttora il suo maggiore sponsor.

Tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) permangono infatti delle divergenze: oltre alla posizione antitetica del Qatar, il Kuwait presenta un’opinione pubblica divisa, consapevole degli stretti legami esistenti tra casa regnante e Fratelli Musulmani. In parallelo alla lenta riconciliazione con Doha e all’ascesa al trono di Salman Abdul-‘Aziz lo scorso gennaio, la stessa Arabia Saudita sembra essere leggermente più possibilista per quanto riguarda il dialogo con i Fratelli. Sul fronte dell’intransigenza si trovano invece gli Emirati, che a differenza degli altri regimi del Golfo, possono addurre come motivazione lo smascheramento di una presunta rete insurrezionalista collegata agli Ikhwan nel 2013.

Le diverse posizioni emergono dall’analisi della copertura mediatica dei Fratelli sulle emittenti del Golfo: la stessa retorica utilizzata nell’attaccarli è sintomo di problemi ben più profondi legati alle contingenze regionali e all’esigenza delle monarchie di salvaguardare la propria stabilità. È solo attraverso una lettura connessa ai nodi irrisolti della democratizzazione che si può comprendere come tutto d’un tratto il vecchio alleato sia diventato un acerrimo nemico.

Retorica anti-Ikhwan

Numerose posizioni appartengono al filone complottistico, come le teorie di un collettivo di attivisti filo-governativi sauditi, il Gruppo Nayef Bin Khaled, che si è costruito un seguito notevole su YouTube, attraverso dei video-collage in cui accostano una serie di dichiarazioni di leader dei Fratelli Musulmani per smascherare le loro cospirazioni. In questo video, ad esempio, si mostrano i discorsi precedenti alla rivoluzione del 2011 di uno dei leader yemeniti dei Fratelli Musulmani, Abdul-Majid al-Zindani, in cui accusa Israele e Usa di istigare i popoli arabi a insorgere contro i propri governi, per poi passare alla gioia di Zindani all’indomani del rovesciamento del regime del presidente Ali Abdullah Saleh e accusarlo di doppiezza nei confronti dei governanti. Il paradosso è che il disprezzo nei confronti dei Fratelli Musulmani, in quanto presunti agenti di Washington, proviene da un collettivo lealista saudita, schierato a difesa delle istituzioni di un regime da sempre allineato al blocco Nato.

Allargando invece lo sguardo sul tumultuoso contesto regionale, persino un autore schierato con Riyadh come Abdullah Bin Bijad al-‘Otaibi scrive sul quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat che la messa al bando dei Fratelli Musulmani in Arabia Saudita è motivata anche dalla loro capacità di sfruttare le rivendicazioni della gente per “spezzare le file (shaqq al-sufuf)”, ovvero dare vita a una nuova base di dissenso. Nel Golfo, come in altri regimi, la paura del cambiamento interno si nasconde dietro complottismi più o meno fondati (e a volte alquanto “fantasiosi”).

Nell’universo dei linciatori di piazza dei Fratelli Musulmani vi è poi chi si concentra sugli aspetti ideologici e rema controtendenza rispetto al mare di analisti che riconducono gruppi come l’autoproclamatosi “ Stato Islamico” al wahhabismo saudita: lo stesso ‘Otaibi profonde infatti i suoi sforzi in difesa della dottrina officiale dei Sa’ud sul sito di Al-Arabiya e accusa i Fratelli Musulmani di essere la prima fonte d’ispirazione dei gruppi jihadisti. L’autore sostiene infatti che il wahhabismo sia inconciliabile con i movimenti armati clandestini, in quanto condizionato dal riconoscimento della legittimità delle istituzioni. Naturalmente, a ‘Otaibi non interessa ricordare che gli Ikhwan sono stati perseguitati da diversi regimi, mentre il wahhabismo è diventato la dottrina ufficiale di una dittatura. Risultano invece interessanti i riferimenti dell’autore alla simbologia e agli strumenti di propaganda utilizzati dallo Stato Islamico, dal “sorriso del morto” alla “luce nei sepolcri”, fino agli inni islamici, che sarebbero ricollegabili alla letteratura degli Ikhwan piuttosto che a quella wahhabita.

Un aspetto innegabile della strategia utilizzata dai Fratelli per assumere il controllo delle società in cui operano, nonché uno degli assi centrali delle invettive scagliategli contro, è la natura “massonica” del movimento, capace di infiltrarsi nelle istituzioni inserendo i propri adepti in settori chiave come l’istruzione e costruire degli imperi finanziari fondati sulle donazioni dei membri. Una sorta di Comunione e Liberazione del mondo musulmanocontro cui si scaglia il conduttore kuwaitiano Mohammad Mulla (Shahed TV), accusando i Fratelli di aver “occupato (ihtallu)” le istituzioni, operando anche in segreto attraverso i loro seguaci non dichiarati.

Il potere conquistato dagli Ikhwan nei ministeri dell’istruzione, al punto da condizionare la redazione dei curriculum scolastici e controllare le attività studentesche, è stato del resto un tratto comune alla storia del movimento in Kuwait, Arabia Saudita e Emirati. Scrivendo sul magazine saudita al-Majalla, Abdullah al-Rashid ricorda come l’episodio che scatenò agli inizi degli anni ’90 la prima campagna di epurazioni degli impiegati Ikhwan all’interno del ministero dell’istruzione a Dubai fu una borsa di studio negata a uno studente universitario, che non nutriva particolari simpatie per i Fratelli. In Kuwait, scrive Ali al-Kandari in una ricerca pubblicata da Al-Jazeera, il peso sociale concesso agli Ikhwan attraverso il monopolio dell’educazione era invece parte della tacita intesa stretta con la casa regnante dei Sabah, a condizione di evitare lo scontro politico. Tale alleanza ha retto dagli anni ’60 almeno fino al 2007, quando il braccio politico dei Fratelli in Kuwait (Hads) ha portato avanti con successo la sua prima campagna contro la corruzione governativa. Oggi Hads prosegue il suo boicottaggio del Parlamento, chiedendo una riduzione dei poteri dell’emiro.

Lo sfruttamento delle istituzioni, la natura segreta dell’organizzazione, l’adescamento dei giovani e l’utilizzo delle donazioni destinate alla Palestina per finanziare le proprie attività sono al centro di una breve fiction emiratina intitolata “I Fatti dell’Organizzazione dei Fratelli Musulmani negli Emirati“(Haqaiq tanzim al-Ikhwan al-muslimin fi al-Imarat): un’ “arsenale” quindi di topos etici, dal movimento che agisce nell’ombra e corrompe le future generazioni al raggiro dei pii musulmani intenzionati ad aiutare i correligionari palestinesi.

Uno spezzone del filmato viene poi dedicato al tema controverso della bay’ah, il giuramento di fedeltà islamico storicamente riservato ai governanti di una comunità sulla base di una serie di condizioni.  Gli Ikhwan la utilizzano invece per cementare la lealtà dei seguaci alla loro guida (murshid). La voce fuori campo accusa i Fratelli di spacciare per religione un affare politico, tuttavia, il messaggio trasmesso da un dotto islamico per rimettere sulla retta via il giovane protagonista traviato dagli Ikhwan è intrinsecamente politico: la bay’ah rimane una prerogativa del Profeta e dei leader di Stato, ma non di gruppi come gli Ikhwan.

Se si escludono gli arresti avvenuti nel 2013 negli Emirati, la propaganda anti-Fratelli dispone di ben pochi esempi di insurrezionalismo interni al Golfo imputabili all’organizzazione. Di fatti, le invettive di emittenti saudite come Al-Arabiya si concentrano sugli eventi egiziani, accusando il movimento di essere responsabile anche dell’assassinio di Sadat da parte del Jihad Islamico (1981), un collettivo che aveva preso le distanze dalle posizioni moderate del leader locale dei Fratelli Hassan al-Hudaybi (1951-73), pur essendo influenzato dall’ala oltranzista degli Ikhwan vicina alle idee di Sayyid Qutb tra gli anni ’50 e i ’60.

Già nel 2004, quando l’allora ministro degli interni saudita Nayef Bin Abdul-Aziz aveva imputato ai Fratelli Musulmani la diffusione dell’estremismo responsabile degli attacchi dell’11 settembre, lo scrittore statunitense Graham Fowler aveva sottolineato in un articolo pubblicato da Al-Jazeera come il movimento islamico ripudiasse in realtà la violenza nella maggioranza dei Paesi in cui era attivo (con l’eccezione del Sudan e della Palestina). Fowler aveva quindi ricollegato le dichiarazioni del ministro saudita alla necessità di svincolare Riyadh da una posizione difficile, bersaglio delle critiche statunitensi post-11 settembre e dell’ostilità dei militanti islamici, più che a una reale minaccia posta dagli Ikhwan. Allo stesso modo, una lettura odierna della guerra mediatica saudita contro il movimento non può prescindere dal contesto regionale che vede Riyadh adirata dall’avvicinamento iraniano-statunitense e imputata di essere la fonte ideologica – se non finanziaria- a cui si abbevera lo Stato Islamico.

Il fronte dei recalcitranti nella guerra ai Fratelli Musulmani: Kuwait e … Arabia Saudita?

Gli Emirati sembrano i più determinati a reprimere gli Ikhwan, anche a livello mediatico, dove sono pressoché inesistenti le prospettive critiche sulle posizioni governative.
Tuttavia, lo sradicamento dei Fratelli dagli Emirati passa da una potenziale destabilizzazione del Golfo, per via dei rapporti stretti esistenti tra il movimento e alcuni regimi: di fatti, il capo della polizia di Dubai Dahi Khalfan, già al centro di una polemica con il leader spirituale degli Ikhwan Yusuf al-Qaradawi, ha più volte accusato il Kuwait di essere il principale finanziatore delle attività del gruppo negli Emirati. Ed è proprio dalle emittenti del Kuwait che provengono le apologie più frequenti del movimento islamico, come quella pronunciata sugli schermi di al-Adala TV dall’ex-parlamentare kuwaitiano Saleh al-Mulla, il quale sottolinea la contraddizione del supporto espresso dal Bahrain per la classificazione degli Ikhwan comegruppo terroristico, dal momento che il suo ministro degli esteri li aveva appena definiti “una componente importante del tessuto sociale bahrainita, che agisce secondo la legge.”

Non è un caso che, dei tre Paesi, quello dove i media offrono una maggiore pluralità di opinioni al riguardo sia il Kuwait, che è stato toccato dall’ondata di proteste che ha attraversato la regione nel 2011, e dove è comunque difficile si giunga a uno scontro tra monarchia e Fratelli Musulmani, per via dei buoni rapporti costruitisi in decenni di solidarietà in funzione anti-nazionalista e anti-comunista, che ricordano la situazione degli Ikhwan in Giordania. Anche nel contesto attuale, in cui i Fratelli si trovano schierati con l’opposizione, è più probabile che ad avere successo sia l’ala del movimento più pronta al compromesso, ovvero quella storicamente legata al palazzo da interessi economici. Gli sviluppi più recenti hanno di fatti visto l’inizio di una scissione tra partito Hads e movimento dei Fratelli, poiché l’impero finanziario di quest’ultimo iniziava a risentire dell’ostilità governativa.

Persino in Arabia Saudita c’è chi ritiene controproducenti gli effetti di una guerra aperta ai Fratelli Musulmani, come è emerso da un’intervista rilasciata ultimamente a Rotana TVdall’ex-parlamentare saudita Ahmad al-Tuwaijri, che ha definito “un insulto all’Arabia Saudita” la classificazione terroristica di un movimento legittimo esteso dal Marocco all’Indonesia. Gli Ikhwan, prosegue Tuwaijri, dovrebbero essere considerati “estensione strategica” degli interessi della monarchia, anche alla luce delle relazioni storiche con i Sa’ud, i quali iniziarono ad accogliere i membri egiziani del movimento ai tempi delle persecuzioni di Jamal Abdul-Nasser negli anni ’60.
La riconciliazione tra i custodi della Mecca e quelli che sono stati a lungo i loro alleati in politica estera, in funzione anti-nasserista, anti-baathista e anti-comunista, sembrerebbe del resto l’opzione più prudente per fronteggiare un contesto regionale ricco di insidie, tra cui spicca l’ascesa al potere degli Houthi sciiti in Yemen. Nonostante l’opposizione degli Emirati, il riavvicinamento tra Riyadh e Doha e alcune dichiarazioni più aperte al dialogo con i Fratelli Musulmani rilasciate in passato dal nuovo sovrano saudita Salman Abdul-‘Aziz sembrano inserirsi nella stessa direzione.

Tuttavia, come sottolinea l’opinionista saudita Noura Mash’al sul sito Noon Post, gli Ikhwan sono destinati a rimanere un rivale politico e ideologico ingombrante per l’egemonia saudita. Tra le petromonarchie, l’ago della bilancia continua così a essere il regno wahhabita, in quanto maggiore potenza politico-mediatica, chiamata ancora una volta a ritrovare un difficile equilibrio tra le forme d’Islam politico supportate all’estero (i Fratelli Musulmani ieri, i salafiti oggi) e le loro ripercussioni interne, un equilibrio già spezzatosi nel 2011 con l’ascesa al potere di numerosi gruppi vicini ai Fratelli e nel 2014 con l’emersione dello Stato Islamico.

Il nodo irrisolto ben più profondo resta però il processo di democratizzazione, che ha toccato solo marginalmente i Paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo nel 2011 e di cui le tensioni con gli Ikhwan saranno soltanto una delle molteplici manifestazioni future.

 

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La Siria sta a sud di Kobani? I media arabi reagiscono a una storia di resistenza curda

Analisi della reazione dei media arabi alla battaglia di Kobani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dal 16 settembre scorso, è difficile che un telespettatore non sia al corrente dell’esistenza della cittadina curdo-siriana di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) messa sotto assedio dai jihadisti dello Stato Islamico (noto in Occidente come ISIS), secondo il noto canovaccio adottato dalle piattaforme mediatiche per catalizzare l’attenzione del pubblico su un contesto a discapito degli altri: tra non molto, il destino di Kobani sarà probabilmente lo stesso delle altre città siriane sulle quali i riflettori si sono già spenti da tempo.

Il caso Kobani è stato innescato in primis dai media occidentali, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ‘plasmare’ il paradigma della resistenza del mondo civilizzato (con tanto di donne combattenti) alla barbarie dell’ISIS. La copertura mediatica è stata senz’altro funzionale al successivo intervento NATO, come lo erano state, qualche mese addietro, le immagini dei curdi yazidi iracheni, costretti dai medesimi jihadisti ad asserragliarsi sul monte Sinjar.

Sempre di curdi si tratta in un contesto regionale dove i massacri di cui sono state vittime gli arabi non hanno suscitato la stessa indignazione occidentale né tantomeno sono riusciti a creare un casus belli per un intervento esterno ‘umanitario’ (si pensi al massacro perpetrato con degli armamenti chimici nei pressi di Damasco nell’agosto del 2013 o alle periodiche offensive israeliane su Gaza). La reazione dei media arabi al caso Kobani non si è fatta pertanto attendere e si è ramificata in tendenze alquanto diversificate: nel quadro geopolitico, la battaglia di Kobani è stata strumentalizzata per scagliarsi contro determinate potenze regionali, o analizzata alla luce delle sottese agende neo-colonialiste occidentali; in alcuni casi si è preferito ridurre le aspirazioni dei curdi al separatismo, in altri ci si è invece preoccupati di comprendere meglio la loro posizione nel conflitto siriano; altrove, si è cercato infine di attutire gli attriti esistenti proponendo delle storie di fratellanza arabo-curda, o si è contestata l’equazione mediatica tra ISIS e arabi, ma c’è anche chi ha optato per l’autocritica, riconoscendo ai curdi il diritto a prendere le distanze dalla ‘decadenza’ araba.

Kobani al centro degli scacchieri geopolitici

Su vari fronti, gli eventi di Kobani forniscono un’occasione d’oro per scagliarsi contro le politiche di Ankara, in un momento difficile in cui la posizione ambigua di Erdogan nei confronti dello Stato Islamico ha già incrinato i rapporti con Washington e destabilizzato il processo di pace in corso con i militanti curdi del Pkk.

Il quotidiano libanese Al-Safir, voce storica della sinistra panaraba vicina a Damasco, si affida alla penna di Mohammad Nureddin per castigare il “disorientamento (takhabbut)” delle politiche turche nei confronti della questione curda e del conflitto siriano.

Tuttavia, sono senza dubbio i media egiziani a toccare il fondo nelle invettive anti-Erdogan: alcuni tra i maggiori quotidiani e siti di informazione egiziani (tra cui Al-Shuruq e Al-Yawm al-Sabi’) dedicano infatti ampio spazio alla ‘bufala’ dei cori pro-Sisi, che sarebbero stati intonati dai curdi durante gli scontri con la polizia turca, nel corso di una manifestazione solidale con la resistenza di Kobani. Il caso nasce da un video pubblicato da un gruppo di sostenitori del presidente egiziano e dal loro fraintendimento della sigla ‘Isid‘ (Stato Islamico in turco) frettolosamente trasformata in ‘Sisi‘. A testimonianza della grossolanità in cui sono sprofondati i media egiziani in seguito all’ascesa al potere del feldmaresciallo, nessuno si è preoccupato di verificare la notizia e l’attenzione per Kobani è stata ispirata più dalla propaganda governativa che dalla reale intenzione di comprendere gli eventi in corso.

Alcune griglie di interpretazione della sinistra panaraba continuano poi a essere utilizzate per comprendere la strumentalizzazione mediatica dell’assedio di Kobani alla luce dei calcoli geopolitici dell’Occidente. Sul libanese Al-Safir si riconduce pertanto la resistenza curda alla resistenza del tessuto sociale e della conformazione geografica del territorio ai confini della Turchia moderna tracciati al tavolo degli accordi di Losanna (1923), o si discutono le nuove frammentazioni politiche ‘covate’ dalle potenze NATO, che si tratti di una “buffer zone” in Siria o di uno Stato curdo filo-occidentale.

La reale importanza strategica di Kobani e lo spauracchio dello Stato Islamico, che da mesi domina i media occidentali come una “bestia dalle capacità illimitate”, sono poi oggetto dello scetticismo di Abdullah Suleiman Ali (Al-Safir, 23 ottobre), che mette anche in guardia dall’esagerazione di media occidentali e curdi nel riportare il numero dei caduti tra le fila dei mujahidin. Si continua a propendere per la ‘cospirazione’ nascosta al grande pubblico, un piano a lungo termine di ristrutturazione del Medio Oriente di cui lo Stato Islamico continua a essere uno strumento fondamentale.

L’assenza totale di corrispondenti arabi e occidentali sul fronte dello Stato Islamico ha del resto legittimato un certo scetticismo nei confronti della copertura mediatica dell’assedio, in un campo di battaglia in cui l’unico contraltare alle fonti curde continuano a essere i video diffusi dalla formazione jihadista. Tra questi passerà sicuramente alla storia il reportage fatto realizzare all’ostaggio britannico John Cantlie il 28 ottobre, dove si sottolinea come i media si affidino ai comunicati della Casa Bianca e dei comandanti curdi, in assenza di reporter occidentali nelle aree controllate dallo Stato Islamico a Kobani. Detto ciò, è innegabile che i rapimenti e le decapitazioni dei reporter occidentali abbiano garantito allo Stato Islamico tale monopolio della copertura mediatica, il tutto a beneficio della già efficiente macchina propagandistica del ‘Califfato’.

La sproporzione tra l’attenzione mediatica e le dimensioni strategico-umanitarie dell’assedio di Kobani vengono anche criticate sui mezzi d’informazione più vicini all’opposizione siriana, seppur le conclusioni geopolitiche siano chiaramente diverse da quelle tratte dalle firme di Al-Safir.

Al-Jazeera riprende così l’ironia degli attivisti siriani e pubblica un articolo online dal titolo “La Siria si trova a Sud di Kobani?!” Si riporta quindi un’intervista rilasciata da Mohammad Amin, redattore del sito dell’opposizione Siraj Press, in cui viene ricordato come la conquista da parte dello Stato Islamico di territori ben più vasti di Kobani non abbia destato tale fermento mediatico. Le potenze occidentali mirano a estorcere denaro dalle capitali finanziarie del mondo arabo dietro il pretesto della minaccia jihadista e forse anche a distogliere l’attenzione dai massacri perpetrati dal regime siriano, secondo la lettura di Amin.

E se l’idea che Kobani abbia gettato nell’oblio i crimini di Damasco accomuna la maggioranza degli attivisti siriani, anche sul fronte opposto, quello del canale Al-Manar del partito sciita libanese Hezbollah, alleato fedele di Bashar al-Assad, si ritiene che l’assedio di Ayn al-Arab abbia favorito soprattutto gli interessi del regime baathista, che mantiene a distanza lo Stato Islamico e si prepara a raccogliere i frutti dei rapporti incrinatisi tra Ankara e Washington.

Comprendere le relazioni arabo-curde in Siria: verso una convivenza scevra da pregiudizi?

Al di là delle dinamiche geopolitiche, nei media arabi le azioni dei curdi continuano a essere talvolta inquadrate dalla lente pregiudiziale del separatismo.

Così un servizio prevalentemente equilibrato realizzato da Majid Abdul-Hadi per Al-Jazeerada Kobani viene intitolato dalla redazione qatarina “La battaglia di Kobani riporta in vita il sogno dei curdi di uno Stato che li unisca”, pur non presentando alcun’intervista a sostegno di tale tesi. Non manca poi la presa di distanza da “quella che alcuni curdi ritengono” l’oppressione storica derivata dalla condizione di etnìa priva di Stato nazione: una precisazione che non avrebbe di certo accompagnato un servizio sulle tribolazioni palestinesi.

Alcune icone di Al-Jazeera, come il conduttore del programma “La Direzione Opposta (Al-Ittijah al-Mu’akis)” Faisal al-Qasim, noto sostenitore dell’opposizione siriana, non hanno del resto mai nascosto le loro antipatie per le rivendicazioni curde. Anche la redazione della saudita Al-Arabiya, stando a quanto mi riportavano alcuni giornalisti curdi siriani che hanno avuto modo di collaborarci, non nasconde il suo scarso interesse per le aspirazioni nazionaliste quando commissiona dei servizi dalle regioni curde.

In alcuni casi, le emittenti più vicine all’opposizione siriana si sono però proposte di approfondire le posizioni dei curdi con l’intento di attenuare le tensioni con la comunità araba. In una puntata di “Seduta Libera (Jalsah Hurrah)” trasmessa dall’emiratina Alaan Tv, il conduttore si è preoccupato a buon diritto di confutare l’equazione, a volte piuttosto esplicita, tracciata da alcuni media, tra arabi e Stato Islamico, ricordando come diversi dei comandanti del ‘Califfato’ siano curdi e la maggioranza delle vittime mietute dalla formazione jihadista siano di fatto arabe.

L’equazione tra arabi e Stato Islamico è di fatti smentita dalla stessa propaganda dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, se si osserva il video “La Risoluzione del Ribelle (‘Azm al-Abaat)” dedicato all’assedio di Kobani, in cui vengono enunciati i principi fondanti dell’ideologia del nemico, il Pkk, combattuto in quanto ateo, socialista, fautore della promiscuità e dedito alla fondazione di uno Stato (non islamico) curdo, ma non sulla base dell’etnia dei suoi militanti. Nel video vengono poi dati alle fiamme alcolici e sostanze stupefacenti rinvenute nelle case degli abitanti di Kobani: nell’ottica fondamentalista, i curdi sono ben accetti a patto che si sottomettano alle norme draconiane del ‘Califfato’, e di fatti Ayn al-Arab (L’Occhio degli Arabi) viene ribattezzata Ayn al-Islam, senza alcun riferimento etnico.

Detto ciò, l’assenza di un discrimine etnico-linguistico a livello ideologico sia sul fronte jihadista che su quello nazionalista curdo – lo stesso Pkk sottolinea il carattere multi-etnico della sue strutture di “autogoverno (al-idara al-dhatia)” in Siria – non significa che non esistano dei combattenti animati da pulsioni razziste, in considerazione delle numerose conversazioni avute durante il mio ultimo soggiorno siriano (Apr-Ott 2013).

Le presunte intenzioni riconciliatorie della puntata sopracitata del programma di Alaan Tvsono però tradite dall’impostazione del dibattito con gli ospiti curdi siriani in studio: si tratta di una vera e propria raffica di domande inquisitorie, ispirate dai sentimenti anti-curdi raccolti nelle ‘strade’ arabe, senza alcun accenno allo sciovinismo diffuso in alcune frange dell’opposizione araba o alla minore resistenza incontrata dalle formazioni jihadiste nelle regioni arabe in confronto a quelle curde.

D’altro canto, c’è chi preferisce analizzare la questione curda alla luce di un’autocritica della propria comunità di appartenenza, piuttosto che tentare una riconciliazione o illudersi che non ci sia alcun nesso tra le società arabe e l’ascesa dello Stato Islamico. Succede così che il giornalista di Al-Safir Rabi’ Barakat conceda ai curdi il diritto a mantenersi immuni alla “decadenza (inhitat)” e all’“ignoranza” (volutamente definita jahiliyyah, in riferimento all’era pre-islamica) degli arabi, di cui ISIS sarebbe la perfetta incarnazione.

A prescindere dalla vicinanza di Al-Jazeera ai Fratelli Musulmani, alcuni dei collaboratori dell’emittente si sono inoltre distinti per un’analisi più lucida delle circostanze che hanno apportato una nuova linfa vitale alle istanze nazionaliste dei curdi di Siria, ben prima dell’assedio di Kobani, come nel caso di un articolo del 2 aprile del giornalista siriano Imad Mufarrij Mustafa: si parla infatti di una comunità curdo-siriana in bilico tra un’identità siriana da sempre negatale da Damasco e un’identità curda rafforzata di recente dalla militarizzazione e sfruttata dai maggiori partiti nazionalisti curdi iracheni e turchi (il Pdk di Barzani e il Pkk di Ocalan).

Persino Al-Arabiya ha più volte fatto ricorso ai risvolti sentimentali di alcune storie raccolte sul fronte di Kobani per limare le spigolose relazioni arabo-curde: è il caso del serviziodedicato a Bervin, combattente delle YPJ (l’ala femminile dei militanti del Pkk siriano) che rincontra suo padre in trincea dopo una lunga separazione. Nello stesso filone si inserice un’inchiesta ripresa dall’emittente algerina Al-Khabr (KBC), dove l’inviato si reca sulle tracce di Linda Chalabi, combattente algerina nelle fila delle YPJ di Kobani, che si sente in dovere di difendere la sua seconda patria, dove si era trasferita sette anni fa al seguito del marito curdo siriano e dove “il popolo curdo non l’ha mai fatta sentire un’estranea”.

In conclusione, risulta difficile individuare un approccio omogeneo nella copertura mediatica araba degli eventi di Kobani. Le rivendicazioni curde sono senz’altro diventate oggetto di dibattito su una serie di piattaforme influenzate da svariate correnti politiche, un dato in sè positivo alla luce della reticenza del secolo scorso, soprattutto se lo si unisce alla maggiore propensione all’autocritica della comunità di appartenenza, all’accento posto sulle esperienze condivise tra le due comunità e all’analisi scevra da pregiudizi delle dinamiche socio-politiche alla radice delle istanze nazionaliste curde.

Per quanto riguarda nello specifico l’assedio di Kobani, va inoltre riconosciuto ai media arabi di essersi astenuti dalla spettacolarizzazione propria della copertura occidentale: ci si è continuati a occupare dei massacri in corso nelle altre città siriane, dove la stragrande maggioranza delle vittime non hanno la ‘fortuna’ di appartenere a una minoranza, e non si è trasformata la cittadina curda in un’icona nemmeno troppo implicitamente xenofoba della resistenza contro la barbarie arabo-islamica.

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Gli utenti dei media arabi tra ottimisti, scettici e reazionari

Un sondaggio della sede qatarense della Northwestern University americana (NU-Q) rivela un pubblico arabo attraversato da tendenze contrastanti: dalla fiducia nella professionalità dei mezzi d’informazione allo scetticismo, dalla difesa della libertà d’espressione agli appelli per un monitoraggio dei contenuti. Internet galoppa verso il sorpasso della televisione. Il Qatar finanzia lo studio, ma si mantiene all’ombra dei riflettori. (Pubblicato originariamente su ArabMediaReport)

La NU-Q ha pubblicato il 18 giugno 2014 i risultati di un sondaggio condotto tra il 2012 e il 2013 su un campione di 10.027 partecipanti provenienti da otto paesi arabi: Egitto, Giordania, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Bahrain.

La televisione rimane il mezzo di comunicazione più popolare nella regione, incalzata da internet, soprattutto tra le nuove generazioni. Prevedibilmente, si riscontra una certa incidenza del cosiddetto “digital divide” tra le ricche petromonarchie del Golfo, dove il web fa quasi concorrenza al tubo catodico, e paesi come l’Egitto e la Giordania, dove l’accesso alla rete è molto meno capillare. L’informatizzazione si traduce in social network in tutti le nazioni, con lo strapotere incontrastato di Facebook, seguito da Twitter. Ciò non impedisce al web di essere prima di tutto fonte d’informazione, preceduto in questo ambito solo dalla televisione, seppur la maggioranza dei giovani vi si affidino tanto quanto ai notiziari. Di fatti, lo stesso Facebook raggiunge la terza posizione tra le fonti d’informazione, soprattutto tra i più giovani, citato dal 10 per cento complessivo degli intervistati e preceduto solamente daAl-Arabiya, seconda con il 15 per cento, e Al-Jazeera, prima con il 26 per cento.

Per quanto riguarda il genere di notizie “consumate”, circa due terzi (73%) dei partecipanti prediligono gli affari nazionali, poco più della metà (53%) le questioni regionali e un numero ancora inferiore (43%) ciò che avviene al di fuori del mondo arabo. Tali dati sono condizionati dalle varianti nazionali: nel Golfo si riscontra un interesse maggiore per gli affari regionali e internazionali per la presenza di grosse comunità di espatriati arabi e occidentali, al contrario di quanto avviene in Tunisia ed Egitto (nel secondo caso incide anche l’imperitura tendenza all’ “egittocentrismo” storico, politico e culturale dell’opinione pubblica). Interessante anche quanto emerge sulla propensione del pubblico a informarsi “da più campane”, con circa un terzo degli intervistati che si rivolge ai siti internet occidentali sia per le notizie sul mondo arabo che per quelle relative ad altri continenti. L’accesso al web non arabofono è prevedibilmente una prerogativa dei paesi dove è più diffusa la conoscenza dell’inglese, guidati dalle monarchie del Golfo.

La sezione più interessante dello studio della NU-Q sembra quella in cui vengono analizzate le connessioni tra media e politica. Se da una parte emerge un consenso omogeneo sul progresso della qualità dell’informazione nel mondo arabo nel corso degli ultimi due anni, i paesi più critici della credibilità delle piattaforme mediatiche sono quelli caratterizzati da maggiore instabilità (Tunisia, Libano, Egitto), mentre le realtà accomunate da apparati di potere “fossilizzati” come la Giordania, l’Arabia Saudita e gli Emirati raccolgono un maggiore consenso intorno alla professionalità degli strumenti d’informazione. Allo stesso tempo, la maggioranza degli intervistati provenienti da paesi contraddistinti da media più asserviti alle classi dirigenti – monarchie del Golfo, in primis – esprimono un sostegno deciso per “il giusto corso” perseguito dalle politiche governative, mentre gli abitanti dei due stati con i mezzi d’informazione che godono probabilmente della maggiore libertà – la Tunisia dal 2011 e il Libano da ben prima – si rivelano totalmente pessimisti sul futuro del loro paese.

Per altri aspetti lo studio riflette i venti di restaurazione che soffiano sugli scenari post-rivoluzionari e, se da un lato la maggioranza (61 per cento) difende la libertà d’espressionein rete, colpisce dall’altro il sostegno espresso dal 50 per cento degli intervistati per una regolamentazione più rigida dei contenuti. In fondo, solo il 46 per cento ritiene che internet debba permettere di criticare le autorità governative.

I media oltre che fonti d’informazione rimangono mezzi d’intrattenimento e in questo ambito la televisione continua a detenere il primato, seguita dal web (con l’eccezione singolare del Qatar, dove il divertimento è prima di tutto online). Un’altra sezione viene dedicata all’impatto di internet sulle relazioni familiari e le amicizie, con una maggioranza (70 per cento) dei partecipanti che riconosce al web un ruolo centrale nei loro contatti più frequenti con gli amici prima che con famiglia, colleghi o correligionari. Lo studio della Northwestern University si attiene però ai consueti taboo socio-morali e non ci è dato pertanto di conoscere la percentuale degli intervistati che fa ricorso al web allo scopo di facilitare relazioni sentimentali e sessuali.

Al di là dell’indubbio valore del sondaggio, è obbligatorio menzionare le palesi intromissioni delle autorità qatarensi, segnalate abbastanza esplicitamente dal team di ricercatori nel corso del testo. Si premette infatti che la formulazione di alcune domande, nell’unico caso del Qatar, è stata modificata dietro richiesta del dipartimento di statistica dell’emirato: ciò significa che la domanda “È sicuro dire qualsiasi cosa si pensi della politica sul web?” viene neutralizzata dalla sostituzione di “politica” con “affari pubblici”; i “governi” assumono i contorni nebulosi delle cosiddette “istituzioni potenti” e si parla di “influenza sulla società” invece che di “influenza politica”. La domanda sulla valutazione dei partecipanti circa il percorso intrapreso dal proprio governo è stata infine semplicemente omessa nel caso del Qatar, sempre su richiesta del dipartimento di statistica.
Doha conferma pertanto il suo approccio nei confronti della politicizzazione dei media, sistematicamente proiettata sugli affari esteri e centellinata nelle questioni interne.

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Al-Arabi al-Jadid: Al-Jazeera pt.II o riscossa mediatica del Qatar?

Su al-Arabi al-Jadid, nuova realtà mediatica nata da finanziamenti qatarini. Pubblicato originariamente su ArabMediaReport.

Doha annuncia da mesi il lancio del suo nuovo gioiellino televisivo, il canale Al-Arabi al-Jadid, concepito per riscattare le sorti di Al-Jazeera, decaduta da emittente pioneristica a “portavoce” dei Fratelli Musulmani, soprattutto a causa della sua copertura assolutamente parziale dell’Egitto. Il nuovo canale doveva originariamente prendere il via a gennaio, ma l’inaugurazione è slittata a data da definirsi, probabilmente all’inizio dell’anno prossimo. Ciononostante, Al-Arabi al-Jadid, di cui non si conoscono ancora con esattezza i finanziatori, fa parlare di sé già da mesi, sull’onda delle aspettative sulla sua futura linea editoriale. Il quotidiano inglese basato negli Emirati The National riporta che la forza motrice del nuovo canale sarà Azmi Bishara, analista politico palestinese, nonché volto storico di Al-Jazeera molto vicino alla casa regnante qatarense. La scelta di Bishara potrebbe spiegarsi con il tentativo di allontanare Al-Arabi al-Jadid dai Fratelli Musulmani: Bishara non ha infatti risparmiato le sue critiche al partito islamico anche in occasione delle proteste cruciali del 30 giugno 2013.

Secondo alcune fonti anonime a cui aveva avuto accesso il quotidiano palestinese Al-Quds, le stesse dimissioni del direttore di Al-Jazeera Wadah Khanfar nel settembre del 2011 sarebbero state il risultato delle pressioni di Azmi Bishara, panarabista e contrario alle simpatie di Khanfar nei confronti dei Fratelli Musulmani. Il presunto progetto di Bishara è stato però sepolto dalla nomina alla direzione di Al-Jazeera del membro della famiglia reale Ahmad Bin Jassem al-Thani e dalla linea editoriale degli anni successivi. Detto ciò, Bishara rimane un intellettuale ben visto anche tra i seguaci dei Fratelli Musulmani, che apprezzano per esempio la sua opposizione alla messa al bando del partito in Egitto in qualità di organizzazione terroristica: Bishara l’ha infatti definita una decisione controproducente nel percorso di riconciliazione tra laici e islamici e un incentivo alla radicalizzazione di questi ultimi. Mentre Bishara potrebbe rivelarsi il candidato ideale per rimettere in carreggiata la credibilità dei progetti mediatici dell’emirato, l’ombra di Al-Jazeera è fin troppo palese nell’orientamento del sito di Al-Arabi al-Jadid e del quotidiano omonimo, che hanno anticipato il 30 marzo scorso l’avvio delle programmazioni televisive.

Il sito è di proprietà della Fadaat Media, i cui rappresentanti hanno assicurato di ricevere finanziamenti esclusivamente da investitori privati, senza alcuna connessione alle casse dell’emirato. Si tratta comunque di rassicurazione alquanto fragili, se si osservano i profili di alcune personalità coinvolte nel progetto, come Sultan Ghanim al-Kuwari, indicato come direttore del gruppo mediatico, e membro di una dei clan politicamente più influenti a Doha, che annovera ministri e diplomatici tra le sue fila.

Come direttore è stato scelto il giornalista egiziano Wa’el Qandil, altro volto noto di Al-Jazeera, vicino al gruppo che ha redatto la dichiarazione contro il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi dell’Alleanza di Bruxelles del maggio 2014, in cui figurano diversi sostenitori dei Fratelli Musulmani. Le posizioni di Qandil sono ben note in Egitto e il suo ruolo come caporedattore ha già spinto i media egiziani filo-governativi ad accusare Fadaat Media di essere stata fondata da Ibrahim Munir, membro dei Fratelli Musulmani a livello internazionale. In questa intervista su Al-Jazeera del 22 maggio scorso, Qandil sottolinea però come la riduzione dello schieramento contrario al “golpe” (inqilab) del 3 luglio 2013 a gruppo di sostenitori dei Fratelli Musulmani contrapposti a Sisi sia pienamente negli interessi del regime attuale. Tuttavia, si guarda bene dal definire “rivoluzione” (thawra) la deposizione di Mohammed Mursi conseguita dalla rivolta popolare del 30 giugno, liquidandola come un’ “onda” (mawja) e affermando che il “sogno” (hilm) della rivoluzione del 25 gennaio 2011 “sia stato rubato” (suriqat) proprio in quel giorno.

Il taglio e la scelta degli articoli pubblicati sul sito sull’attualità egiziana non sono del resto così diversi da quelli di Al-Jazeera, passando dalle testimonianze dei massacri commessi da esercito e polizia a quelle dei prigionieri delle “carceri del golpe” (sujun al-inqilab). Negli altri articoli pubblicati, la centralità della causa palestinese è l’ennesimo tratto di continuità con la linea editoriale di Al-Jazeera, con tanto di corredo retorico panarabo e scelta “premeditata” (muta’ammada) del lancio del sito il 30 marzo, in occasione della Giornata della Terra Palestinese (Yawm al-Ard). Tra gli opinionisti figurano, prevedibilmente, diversi esponenti dell’opposizione siriana di orientamenti molteplici, da Michel Kilo a Burhan Ghalioun e Salama Kayleh. Non passa poi inosservata l’assenza totale di copertura dedicata alle petromonarchie del Golfo, Qatar compreso, secondo un altro tratto di continuità con l’emittente madre qatarense: la difesa dei diritti umani rigorosamente “in trasferta”.

Se l’emittente dovesse attenersi alle premesse del sito, le novità saranno alquanto ridotte, mentre sembra delinearsi un quadro allargato di realtà mediatiche al servizio della linea editoriale di Al-Jazeera: anche il quotidiano panarabo londinese Al-Quds al-Arabi sembra essere stato rilevato dai capitali dell’emirato dal luglio del 2013, quando lo storico caporedattore Abdel Bari Atwan è stato costretto a fare le valigie da un non meglio precisato cambio di proprietà del giornale. Atwan non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha confermato di essere stato costretto a lasciare a causa delle ristrettezze economiche, rifiutandosi di “sacrificare l’indipendenza della linea editoriale”.

Tale indipendenza appare ormai imbrigliata dalla liquidità qatarense, a giudicare dalla prima pagina che il giornale ha dedicato alla partecipazione del sovrano Shaykh Tamim Bin Hamad Al-Thani alle corse di cammelli in occasione della giornata dello sport dell’emirato l’11 febbraio 2014. E tutti i conti sembrano tornare, se si osserva il nome del caporedattore del sito Al-Arabi al-Jadid: il giornalista Amjad Nasser, ex-redattore di al-Quds al-Arabi. Per il momento, al di là delle aspettative connesse al lancio del canale Al-Arabi al-Jadid, il Qatar non sembra pertanto essere interessato a un cambio di rotta, mantenendo le scelte “di campo” che hanno danneggiato la reputazione di Al-Jazeera.

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Sudan sempre al centro delle dispute tra media occidentali e arabi

Riprendo a caricare quanto ho pubblicato nel corso dell’ultimo anno, dopo una lunga scandalosa inattività…

Questo articolo è stato pubblicato da Arab Media Report il 27 gennaio 2014 e si occupa del dibattito mediatico di cui è stato da sempre oggetto un Paese martoriato come il Sudan, dando vita ad accese polemiche tra redazioni arabe e occidentali…

omar_al-bashir running away from Ocampo

Il fatto che il Sudan sia tornato temporaneamente all’attenzione dei media, per via degli scontri in corso nella neonata repubblica meridionale tra i sostenitori del presidente Salva Kiir e quelli del suo rivale ed ex vice Riek Machar, fornisce uno spunto di riflessione sulla copertura mediatica di un paese da sempre al centro di polemiche tra redazioni arabe e occidentali. La diatriba è radicata nel conflitto tra nord e sud esploso negli anni ’50, diramatosi nella guerra del Darfur (Sudan occidentale) dal 2003 e passato dalla creazione del Sud Sudan nel 2011. La nascita dello stato meridionale ha avuto delle ripercussioni inevitabili sulle proteste anti-governative scoppiate nello stesso anno nel nord del paese e inaspritesi nella seconda metà del 2013, da quando il presidente Omar al-Bashir ha imposto l’aumento del prezzo del carburante a seguito della temporanea sospensione dei rifornimenti petroliferi provenienti dal sud (gennaio 2012- aprile 2013).

Durante la crisi umanitaria del Darfur, i media arabi erano già stati accusati dai loro omologhi occidentali e dall’opposizione sudanese di aver mostrato scarso interesse per i crimini commessi dal regime di Khartoum. Nel 2008, riflettendo l’opinione più diffusa nel mondo arabo, il direttore del quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi, ‘Abdul-Bari ‘Atwan, aveva replicato sostenendo che i media occidentali avevano esagerato le proporzioni degli eventi del Darfur per legittimare la nascita del Sud Sudan. Secondo ‘Atwan, una simile insistenza sul Darfur sarebbe servita a distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse dalle truppe occidentali in Iraq e Afghanistan. Le sue dichiarazioni rispecchiano la propensione dei media arabi a occuparsi dei conflitti sudanesi come un complotto israelo-americano finalizzato al controllo delle risorse energetiche del paese. Per quanto siano innegabili sia le relazioni tra i separatisti del sud e Tel Aviv che la concentrazione del 70 percento dei giacimenti petroliferi del paese nella repubblica meridionale, l’approccio dei media arabi tradisce un interesse limitato alla geopolitica internazionale, a fronte di una scarsa presenza di reporter sul campo.

Nel luglio 2013, la “paladina” mediatica delle rivoluzioni arabe, Al-Jazeera, è tornata al banco degli imputati per la marginalizzazione delle proteste anti-governative sudanesi: la replica della redazione è stata che solo alcune centinaia di manifestanti avrebbero preso parte alle proteste, a differenza degli altri paesi arabi. Pur essendosi occupata delle rivendicazioni popolari sudanesi, l’emittente qatarense è ormai nota per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani e a uno dei loro “megafoni”, lo Shaykh Yusuf al-Qaradawi, il quale ha definito “buona” la situazione sudanese, rifiutando il paragone con la dittatura militare di Hosni Mubarak in Egitto. Il regime di Omar al-Bashir è pur sempre ideologicamente islamico e il parere di Qaradawi non può che essere condiviso da una parte dell’opinione pubblica musulmana.

L’altro colosso mediatico panarabo, Al-Arabiya, ha dedicato spazio alle proteste, pur definendole un movimento “senza precedenti” dall’ascesa al potere di Bashir (1989) e riconducibile agli “slogan della primavera araba”. In realtà, come osserva Stephen Zunes, esperto di politica mediorientale, il Sudan aveva conosciuto episodi di mobilitazione popolare già negli anni ’90 e nel 2005, ben prima della “primavera araba”.

Sul fronte dei media occidentali, nel caso del Darfur, non sono mancate le consuete derive orientaliste, rese ancora più incontrastate dalla marginalità dei media arabi nella copertura degli eventi. La stessa definizione di genocidio è stata spesso fondata su demarcazioni etno-confessionali arbitrarie: la popolazione del Darfur è musulmana e lo scontro non era pertanto tra musulmani e cristiani come nel caso del conflitto tra nord e Sud Sudan, né tantomeno si trattava di un regime “arabo” intento a massacrare “africani” non arabi, essendo la distinzione ben più sottile e connessa a questioni identitarie e linguistiche.

Tutte queste sfumature si sono perse nella versione mainstream degli eventi, con conseguenze non indifferenti sull’odierna copertura delle proteste in Sudan. Il blogger sudanese Mohammad al-Dahshan ha imputato infatti lo scarso interesse dimostrato anche dai media occidentali all’immagine cristallizzata dei sudanesi settentrionali, identificati come gli stessi musulmani arabi “malvagi” che massacravano i cristiani del sud e gli “africani” del Darfur. La loro ribellione contro lo stesso governo responsabile dei massacri non suscita alcun interesse in assenza dei dovuti approfondimenti del contesto storico, politico e religioso. Lo studioso di religioni Alex Thurston ha per esempio sottolineato come una delle figure chiave dell’opposizione, Sadiq al-Mahdi- pronipote del leader islamico Mohammad Ahmad al-Mahdi, che guidò la ribellione contro i colonialisti inglesi nel 1885- renda ulteriormente complesso il ruolo giocato dall’Islam nella politica sudanese. Un ruolo probabilmente troppo complesso per essere analizzato da un’industria mediatica in grado di osservare le forze islamiche esclusivamente in funzione del loro dirottamento dei moti popolari.

In questi giorni, l’ennesima esplosione di tensioni mai sopite, la faida tra il clan di Kiir e quello di Machar nel Sud Sudan, potrebbe avvalorare l’originale scetticismo dei media arabi nei confronti della divisione del paese e distanziarli ulteriormente dal giornalismo occidentale. Tuttavia, alcuni arguti editoriali, come quello dell’egiziano Mohammad Abu al-Fadl, pubblicato il 29 dicembre 2013 sul quotidiano panarabo Al-Arab, lasciano ben sperare per il futuro, astenendosi dalla condanna della nascita della repubblica meridionale e dall’apologia più o meno implicita del regime di Khartoum: vi si riconosce invece come Omar al-Bashir possa approfittare dell’attenzione mediatica attratta dal sud per arginare nell’ombra il dissenso esploso al nord. Porre le basi per un dialogo tra media arabi e occidentali non potrà che far luce sulla complessità dello scenario sudanese.

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