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Recensione di “Come uno Stato. Hizbullah e la Mimesi Strategica”, di Marina Calculli (gennaio 2019)

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Hezbollah: come uno Stato

Se gli studi sul maggior partito libanese sciita Hezbollah sono ormai prolifici, Come uno Stato: Hizbullah e la Mimesi Strategica di Marina Calculli offre un’analisi acuta e per certi versi insolita.

Come uno StatoIl libro, composto da un’introduzione, cinque capitoli e un’incisiva conclusione, ha il pregio della chiarezza strutturale e contenutistica. Con uno scopo finemente analitico, Come uno Stato sembra pensato per un pubblico sia accademico che non accademico, ma che si suppone abbia una minima familiarità con il partito di Hezbollah e il Libano. Ad aprire il libro è una solida introduzione che delinea in modo nitido il contesto teorico e politologico in cui l’autrice intende collocare la propria analisi. Il  libro si costituisce di 5 capitoli, strettamente interconnessi e scorrevoli alla lettura.

Come uno Stato identifica le peculiarità di Hezbollah senza dipingere il partito come un fenomeno di natura quasi anomala da denigrare o elogiare, come invece alcuni studiosi hanno suggerito in passato, abbracciando un iperbolico eccezionalismo negativo o positivo (si legga Augustus Norton e Nicholas Blanford nella letteratura anglofona, Mausolino e Angelino nella letteratura italiana, o Amal Sa‘d Ghorayeb nella letteratura libanese). Allo stesso tempo, il libro di Calculli ha il pregio di contestualizzare Hezbollah in una più ampia costellazione di partiti libanesi, discutendo ad esempio nel secondo capitolo la realtà delle Kata’eb – la destra falangista libanese – e la formazione coloniale di matrice francese dello stato libanese.

Hezbollah dunque emerge come singolare, ma a tratti paragonabile ad altre realtà politiche libanesi. Più recentemente, da una vasta letteratura permeata dall’eccezionalismo politico – che, ad esempio, spesso enfatizza la violenza politica adottata da Hezbollah durante la guerra civile libanese (1975-1990), seppur fosse una pratica comune ad altre parti del conflitto – si è approdati quasi a una banalizzazione delle peculiarità del Partito di Dio o a una sua mera lettura socio-economica, con il rischio, a mia veduta, di svuotarne le caratteristiche strategiche, per le quali ideologia e prassi non possono restare un binomio antitetico. Calculli riesce invece a ricostruire la peculiarità ideologica e logico-strategica di Hezbollah, pur evitando l’eccezionalismo astorico.

Come uno Stato, avanzando l’idea della mimesi strategica, riesce a definire con sistematicità una letteratura libanese antecedente che, nei decenni, ha analizzato le strategie politiche, militari e di auto-affermazione di Hezbollah nel processo di ricostruzione post-bellica della guerra dell’estate 2006 contro Israele (in Libano chiamata comunemente harb tammuz, “la guerra di luglio”). Calculli, seppur parlando dalla prospettiva delle Relazioni Internazionali, attraverso il concetto di mimesi strategica offre finalmente uno strumento di interpretazione incisivo e appropriato per comprendere le contraddizioni comportamentali e diplomatiche nella storia relazionale tra Hezbollah, lo stato libanese e l’esercito regolare libanese. Tale tendenza mimetica del partito è adottata dal partito sia in contesto geopolitico – a cui l’analisi dall’autrice da priorità – sia nel contesto della ricostruzione urbana; la quale, di natura transnazionale, si ricollega quindi al contesto geopolitico.

All’interno delle politiche di ricostruzione dopo la guerra di luglio, infatti, le pianificazioni urbana e territoriale sono state delegate a Hezbollah dallo stato libanese, che ha approcciato il partito come attore privato a cui assegnare appalti. Questa tendenza comportamentale di Hezbollah, confermata pertanto dalla letteratura urbanistica locale, non era stata concettualizzata in modo metodico. Come uno Stato arriva estremamente puntuale e incisivo nel proporre una lettura organica delle politiche di Hezbollah.

Inoltre, il rapporto di fatto complesso tra Hezbollah e il regime siriano che il libro contribuisce a ricostruire è offuscato da un’apparente linearità degli eventi odierni in Siria – all’interno dei quali il partito libanese ha contribuito ampiamente alla sopravvivenza del regime di Bashar al-Asad. Analogamente, il rapporto tra Hezbollah e le Forze Armate regolari libanesi emerge nel libro come complementare e, per l’appunto, mimetico. In tale quadro, Hezbollah risulta farsi promotore dell’insurgency durante la guerra civile (1975-1990) e della counterinsurgency con l’emergere dello Stato Islamico (p. 147).

Calculli traccia la traiettoria storica del processo trasformativo del partito concentrandosi su tre spartiacque temporali: la fine della guerra civile libanese, la “guerra al terrore” post-settembre 2001 e il conflitto siriano che inizia con la crisi politica del marzo 2011. In tale analisi tripartitica, l’agentività elastica di Hezbollah emerge con chiarezza. A mio avviso, il ruolo del partito nella guerra di luglio è affrontato in modo analogamente fondamentale nell’analisi di Calculli: la costruzione da parte del partito della propria moralità pubblica al di fuori dello Stato ma non in opposizione ad esso durante l’ultima guerra contro Israele potrebbe quindi essere letta come una quarta giuntura critica.

Come uno stato

È “l’ostentazione pubblica della competizione” (p. 150) di Hezbollah a permettere tale elasticità politica, che si preoccupa più della performance contestuale che di immutabili credenze ideologiche, e sembra fare eco alla politica del “come se” di cui parlava l’antropologa statunitense Lisa Wedeen in Ambiguities of Domination (1999): la politica di pubblica dissimulazione del regime siriano. Un ulteriore approfondimento teorico della dissimulazione come strategia di sovranità nel contesto libanese, e come quest’ultima si intrecci ad altre politiche di dissimulazione regionali, potrebbe costituire un intrigante seguito analitico di Come uno Stato.

Infine, il libro si fonda su una metodologia ancora di minoranza all’interno delle Relazioni Internazionali: le interviste in prima persona con personaggi politici eminenti, che raramente si ritrovano all’interno di studi non tradizionalmente etnografici. Calculli, a tal proposito, suggerisce implicitamente l’importanza delle fonti primarie in discipline spesso sviluppate su annunci diplomatici e discorsi ufficiali. L’importanza di tale metodologia qualitativa è però evidenziata troppo poco nell’introduzione, quando invece costituisce, a mia veduta, uno dei punti di maggior forza del libro.

Come uno Stato , infine, spezza il rigido binomio tra lo stato ufficiale e Hezbollah, andando oltre la visione del partito come “stato nello stato” o come “anti-stato” tout court. Nell’attuale letteratura sullo stato libanese, che sembra finalmente distanziarsi da definizioni sterilmente normative di statalità “forti” e “deboli”, il libro di Calculli è una lettura particolarmente consigliata a chi desidera comprendere Hezbollah come ideologia e prassi in chiave relazionale e temporale e, finalmente, al di là del suo carattere islamico: il partito rispetto allo stato libanese, agli altri partiti politici e a eventi chiave di giuntura e disgiuntura nelle politiche globali.

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Una panoramica sui rifugiati siriani in Libano (by Estella Carpi, April 2016)

Per ascoltare l’audio, il file originale: http://radioblackout.org/2016/04/un-punto-sulla-situazione-dei-rifugiati-siriani-in-libano/

Un punto sulla situazione dei rifugiati siriani in Libano,

Intervista con Radio Blackout, Torino.

aprile 22, 2016 in Hot News da info

CampoLibanoNell’ultimo anno e mezzo di fronte al flusso continuo ed imponente di persone che si muove verso l’Europa, diversi Stati lungo le principali rotte migratorie hanno chiuso le proprie frontiere costringendo chi viaggiava a sostare, a volte anche per settimane e mesi, lungo i confini. Sono sorti così accampamenti più o meno grossi, più o meno legali; la Jungle a Calais , a Idomeni sul confine greco-macedone, a Ventimiglia sulla frontiera franco-italiana. Situazioni temporanee supportate dalla solidarietà locale informale, associazionistica e a volte anche statale che hanno tratti in comune con altre esperienze di sopravvivenza in campi sicuramente più duraturi, come in Libano dove si sono rifugiati dall’inizio della guerra civile siriana circa un milione e centosettantamila persone; un quarto dei siriani in fuga dalla guerra.

L’80 % di coloro che sono sfollati in Libano non vive però all’interno di accampamenti, che in Libano sorgono su terreni statali oppure in zone private dove chi ci poggia tenda o baracca paga l’affitto al proprietario; la maggior parte delle persone vive e si inserisce nel tessuto urbano e fa riferimento al mercato immobiliare per soddisfare l’esigenza di un tetto. Le condizioni di vita sono altrettanto precarie e misere che nei campi e il destino per assicurarsi la sopravvivenza è legato al lavoro nero e sottopagato.

Ne abbiamo parlato con Estella che da Beirut ci ha fornito una panoramica della situazione dei rifugiati in Libano, della loro condizione abitativa e delle loro prospettive di vita.

 

 

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ISIL e al-Qa’ida nel panorama mediatico siriano, libanese e iracheno: spauracchi e avanguardia comunicativa

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sulla rappresentazione mediatica di ISIL (Da’ish) e al-Qa’ida in Siria, Libano e Iraq, prendendo in considerazione sia le emittenti siriane, irachene e libanesi che i video di propaganda delle due organizzazioni armate. L’analisi era stato scritta nel gennaio del 2014, quando la scissione tra al-Qa’ida e ISIL si era appena concretizzata a livello ufficiale, non vi è quindi distinzione tra queste due formazioni a livello ideologico e pragmatico e ci si concentra sul confronto tra rappresentazione istituzionale (e pertanto derogatoria) del jihadismo salafita sunnita e propaganda destinata alla promozione delle sua causa. 

(Photo’s source: al-Jazeera)

Al-Qaeda nel Levante e in Iraq: tra strumentalizzazione ed efficacia comunicativa

jolani announcem aljaz

L’ascesa in Siria di due formazioni al-qaediste, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS l’acronimo in inglese, Da’ish quello in arabo) eJabhat al-Nusra (Il Fronte del Supporto), e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza del Libano e dell’Iraq hanno riportato lo spauracchio di al-Qaeda alla ribalta mediatica nei tre Paesi. La minaccia terroristica si presta alle strumentalizzazioni politiche: accostare i rivali all’insurrezionalismo islamico significa demonizzarli e marginalizzarne le rivendicazioni originarie. Lontano dall’ipocrisia dei programmi elettorali, la militanza al-qaedista si presenta dal suo canto come unica fonte di salvezza degli oppressi. Senza alcuna necessità di velare le connotazioni confessionali, a differenza degli attori istituzionali, il messaggio al-qaedista offre una valvola di sfogo riservata ai sunniti emarginati di questi tre Paesi, i quali condividono la convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato e dalla comunità internazionale.


Noi non siamo come loro: Al-Qaeda e il riscatto degli ultimi

Le forme più radicali del jihadismo sunnita maturate in Iraq hanno trovato nuova linfa vitale in Siria e uno sbocco potenziale in Libano. Osservare i punti di forza del messaggio degli al-qaedisti attivi nel contesto siriano può pertanto aiutare a comprendere i successi del loro proselitismo. In un video pro-ISIS diffuso su YouTube in data 5 gennaio 2014, il mujahidviene presentato come ultima speranza dei sunniti siriani, abbandonati sia dai governi che da quei dotti islamici asserviti all’inazione dell’Occidente. Sicché il mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-’Aziz Al-Shaykh, il quale ha definito l’adescamento dei giovani musulmani perché partano per il jihad in Siria un “tradimento dell’Umma [la comunità dei fedeli]“, viene accusato di essere al servizio dei “collaborazionisti” (Sahawat è il termine utilizzato, in riferimento alle milizie sunnite irachene addestrate dagli Usa per combattere contro al-Qaeda). Il video agisce sulle corde più sensibili dell’opinione pubblica musulmana: immagini di bambini uccisi da armamenti chimici, donne costrette a imbracciare le armi a causa del gran numero di uomini massacrati.

Nella puntata di “Liqa’ al-Yawm” (L’Incontro di Oggi) del 19 dicembre 2013, Taysir ‘Alwani di Al-Jazeera ha realizzato una lunga intervista con Abu Mohammad al-Jawlani, l’emiro di Jabhat al-Nusra. Il gruppo è senza dubbio la formazione al-qaedista più popolare in Siria, contando sulla militanza di meno stranieri rispetto a ISIS.

Il leader della Nusra articola innanzitutto la sua captatio benevolentiae nei confronti dei siriani, collocando il suo movimento sul cammino della militanza jihadista repressa a Hama nel 1982.

A tre anni dallo scoppio della rivoluzione, le parole di al-Jawlani rispecchiano inoltre la visione di molti siriani, per i quali la paralisi dell’Occidente equivale a un sostegno per il regime di Asad: “La comunità internazionale ha offerto rose ai sunniti siriani, mentre li accoltellava alle spalle”. Secondo il leader della Nusra, la popolarità dei mujahidin cresce in modo direttamente proporzionale alla connivenza tra comunità internazionale e regime siriano, risvegliando finalmente le coscienze sunnite contro i despoti miscredenti scelti dall’Occidente a tutela dei confini israeliani, vale a dire i “disertori” (rawafid) sciiti e alauiti. Facendosi megafono di numerosi siriani rimasti nelle aree più devastate del Paese, al-Jawlani liquida i negoziati tenutisi a Ginevra tra 22 e il 31 gennaio come un compromesso inaccettabile, un tentativo di sostituire Bashar al-Asad con un suo collaboratore, sul modello dell’accordo raggiunto in Yemen per la deposizione di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.
Siria: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi

Nell’ottica del regime siriano, l’ascesa di al-Qaeda è giunta invece alla vigilia dei colloqui di Ginevra, a sottolineare come la permanenza di Bashar al-Asad sia negli interessi della lotta al terrorismo dell’Occidente.

Secondo un servizio datato 1 dicembre 2013 dell’emittente statale Al-Ikhbariya, i crimini di ISIS in Siria e in Iraq sono da imputare ai “mezzi uomini” della casa regnante saudita, che starebbero puntando tutto su al-Qaeda dopo essere stati isolati dal riavvicinamento tra Iran e Usa suggellato dall’accordo sul nucleare del 24 novembre 2013).

La visione di Damasco coincide con quella delle emittenti sciite filo-governative irachene. Nel documentario “Al-Imarat al-Sawda’ (L’Emirato Nero)”, trasmesso il 20 novembre da Al-Ahd, canale dell’ex-milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haqq (La Lega dei Giusti), l’analista Ahmad al-Hatif adduce l’espulsione di Al-Qaeda quale fine legittimo dell’offensiva lanciata dal regime siriano nella Ghuta, la piana ad est di Damasco, ignorando la presenza limitata di gruppi al-qaedisti in questa regione. L’intento è lo stesso del regime siriano, di presentare la composita galassia dei ribelli come un monolite al-qaedista.

Dal gennaio del 2014, con il lancio delle operazioni militari culminate nella riconquista di Fallujah, la città irachena della provincia occidentale di Anbar caduta nelle mani di ISIS , l’industria propagandistica di Damasco ha trovato un alleato ancora più solido in Bagdad. “La responsabilità di ciò che è successo è anche di quei Paesi che hanno armato l’opposizione siriana, perché ora queste armi vengono usate in Iraq,” afferma ‘Ali al-Shalah, deputato della coalizione guidata dal premier iracheno Nouri al-Maliki, nell’edizione dell’8 gennaio del programma “Hadith al-Watan (Il Discorso della Nazione)”, in onda sull’emittente libanese filo-siriana Al-Mayadeen.
A dispetto della tinta omogenea utilizzata da Damasco e Baghdad nel dipingere i ribelli siriani, è un dato di fatto come ISIS venga ormai identificato come un corpo estraneo all’opposizione sia dalle sue componenti laiche che da quelle islamiche. Il gruppo al-qaedista si è infatti reso protagonista di una serie interminabile di esecuzioni sommarie nelle regioni controllate dagli insorti. Il 10 dicembre 2013, sulle frequenze del canale Shadaa al-Hurria (Il Canto della Libertà), persino lo sceicco salafita siriano ‘Adnan al-’Ar’ur si è mostrato fortemente critico, denunciando l’illegittimità delle sentenze emesse da ISIS, definito “una fazione rappresentante il 5% dei siriani e non uno Stato.” Il 3 gennaio 2014, la maggiore formazione islamica siriana, al-Jabhat al-Islamiyya (il Fronte Islamico), ha infine dichiarato guerra a ISIS , colpevole di aver ucciso Abu Rayyan, uno dei comandanti della brigata Ahrar as-Sham (I Liberi del Levante).

Lo sguardo degli attivisti laici siriani sul fenomeno ISIS è sintetizzato da “Kif tasna’u al-Da’ishi (Come si Produce un Militante di ISIS)“, cortometraggio animato satirico diffuso il 23 gennaio dal collettivo di artisti arabi Kharabeesh (Scarabocchi): il combattente locale di ISIS viene rappresentato come un pupazzo agli ordini di un fantoccio straniero, l’emiro, pilotato delle agenzie dell’intelligence internazionali. Nella didascalia del video, si ironizza su come la nuova ondata destabilizzante al-qaedista “susciti lo stupore degli osservatori del Medio Oriente,” pur giungendo alle porte di Ginevra II.
Iraq: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi pt. II

In Iraq, il taglio dei programmi che celebrano il dispiegamento delle truppe in Anbar in funzione anti-qaedista è molto simile alla propaganda, che ha accompagnato le operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane durante la rivoluzione: musica trionfale, confessioni intimorite dei “ratti” (jirdhan) al-qaedisti – come li definisce in uno speciale del 29 dicembre 2013 il canale Al-Afaq, di proprietà del partito di Maliki, ad-Da’wat al-Islamiyya (Il Richiamo Islamico) – al ritmo incalzante dei quesiti degli inquirenti, incarnazione mediatica delle istituzioni irachene dominate dagli sciiti.

Sul fronte dell’opposizione – oggi marcatamente sunnita – si contesta come la minaccia di ISIS abbia eclissato le ragioni di una contestazione anti-governativa esplosa già a dicembre del 2012, in segno di protesta contro il ricorso sistematico alla legge anti-terrorismo per attaccare gli esponente sunniti dell’opposizione.

In un servizio del 2 gennaio 2014, Al-Arabiya dedica spazio alle istanze dei clan sunniti dell’Anbar, insorti contro l’arresto del parlamentare sunnita Ahmad al-’Alwani il 28 dicembre 2013, i quali respingono le accuse del premier Maliki di aver facilitato la successiva presa di Falluja da parte di ISIS . La versione dell’opposizione è che a creare le condizioni caotiche favorevoli all’ingresso di al-Qaeda sarebbero stati invece gli scontri tra le tribù locali e l’esercito inviato da Bagdad. Su questo nodo si innesta la polemica tra l’emittente statale Al-Iraqiya e una delle voci dell’opposizione, Baghdad TV, di orientamento islamico sunnita. In un servizio del 12 gennaio, Baghdad TV replica alle accuse di istigazione alla violenza provenienti da Al-Iraqiya, difendendo il diritto di esigere chiarezza sulla natura delle operazioni militari condotte nell’Anbar e di mostrare le proteste degli abitanti di Falluja contro l’arrivo delle truppe nella città di al-Ramadi.

Viene inoltre criticata la rappresentazione dell’Anbar come focolaio di violenza, immagine del resto già cristallizzata nei media filo-governativi: il sopracitato documentario, trasmesso da Al-’Ahd il 20 novembre, descriveva per esempio le regioni occidentali irachene come “il rifugio sicuro di ISIS .” D’altro canto, non stupisce come il messaggio al-qaedista faccia da tempo breccia in Iraq, un Paese dove la comunità internazionale non ha saputo opporsi all’insediamento della classe dirigente sciita per mano dell’occupazione statunitense e alla conseguente marginalizzazione di ampi strati della popolazione sunnita.

Libano: vecchi fantasmi e polarizzazione

Per quanto riguarda i media libanesi, la minaccia al-qaedista viene localizzata nei campi profughi palestinesi, considerati un “ricettacolo” di destabilizzazione sin dai tempi della guerra civile. Sul fatto che i campi profughi offrano un riparo agli estremisti sono tutti d’accordo, dalle emittenti più vicine alla coalizione anti-siriana del 14 Marzo (LBC) a quelle controllate dagli asadisti dell’8 Marzo (OTV).

La polarizzazione degli schieramenti libanesi riemerge invece nell’identificare il mandante dei recenti attentati al-qaedisti a Beirut. In un servizio della LBC del 20 dicembre 2013, si sottolinea l’interesse condiviso tra ISIS e il regime siriano, intenzionato a presentarsi impegnato nella lotta al terrorismo di fronte all’Occidente. Diverso l’approccio dei canali più vicini a Damasco, propensi a rappresentare l’opposizione siriana come un agglomerato indistinto di estremisti islamici e una minaccia alla sovranità nazionale libanese. È questa la linea adottata da Al-Jadeed il 2 ottobre, sottolineando le ambizioni estese a tutto il Levante non solo di ISIS, ma anche delle tredici formazioni “estremiste” islamiche allontanatesi il 24 settembre dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane della Rivoluzionarie e dell’Opposizione filo-occidentale.

Alcune emittenti esterne al panorama libanese, come Al-Arabiya, abbozzano una contestualizzazione socio-economica del radicalismo sunnita libanese piuttosto che una sua demonizzazione. Nella puntata del 3 maggio del programma “Sina’at al-Mawt (La Fabbrica della Morte)”, l’ospite è un giovane tripolino simpatizzante di al-Qaeda, che combatte al fianco dei ribelli in Siria. L’intervistato afferma di non saper leggere il Corano, estrae dal portafoglio le poche banconote rimastegli e la carta d’identità e si lamenta: “Questa [carta d’identità] non serve neanche a farmi ricoverare in ospedale in Libano! […] Cosa devo fare? Iniziare a rapire gli stranieri e chiedere il riscatto? […] Torno in Siria a combattere, non ho nulla da perdere”.

Al-Arabiya riesce a inquadrare la precarietà sociale del potenziale fondamentalista, ma tradisce la sua faziosità filo-saudita nel dare voce quasi esclusivamente ai sunniti nell’ambito di un’inchiesta sulla presenza di al-Qaeda in Libano.

Nel Paese dei cedri , l’ascesa di al-Qaeda potrebbe cavalcare l’attesa di una rivalsa sunnita cronicamente delusa dalle forze elettorali dai tempi dell’uccisione del premier Rafiq al-Hariri (2005), in un contesto da allora dominato dall’egemonia politico-militare di Hezbollah. Come in Iraq e in Siria, la comunità internazionale ha dato prova d’impotenza: nel caso del Tribunale Speciale per il Libano istituito dall’Onu, l’immunità de facto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio Hariri ha esposto la vulnerabilità dei politici sunniti assurti a icone di opposizione al regime siriano e ai suoi alleati.

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An ethnographic snapshot from Akkar, North Lebanon (by Estella Carpi – March 2013)

http://www.sirialibano.com/lebanon/una-mattina-in-akkar-cittadini-negletti-tra-realta-e-menzogna.html

Una mattina in Akkar. Cittadini negletti tra realtà e menzogna

10 MARZO 2013

(di Estella Carpi*). Con questo aneddoto, estratto dalla mia ricerca sul campo, vorrei far emergere le strategie discorsive che i cittadini negletti utilizzano in riferimento allo Stato.

Queste strategie, facilmente riscontrabili a livello quotidiano in ogni parte del Libano, mettono inoltre in evidenza come la contradditorietà di ciò che la gente afferma non dia vita facile al ricercatore.

In una delle mie tante mattine in Akkar, scendo dal bus all’altezza di el Bahsa – sulla via di Halba – in prossimità della quale, tra gli spaziosi campi, si son recentemente stanziate le uniche sei famiglie siriane che abitano nella zona. Noto che sul ponticello si è formata una grossa buca nell’asfalto, a causa dello straripare del fiume, dovuto – a sua volta – alle forti piogge degli ultimi giorni. Così mi dicono due ragazzi che tentano invano di superare l’immensa buca in motocicletta.

Il ponticello danneggiato permette di congiungere la strada principale che da Tripoli porta dritta all’Akkar, con la municipalità di el Bahsa e la piccolissima realtà rurale di Hay el Amin, dove vivono in tutto ottanta abitanti.

Hisen, detto Abu Beder, mi vede fotografare l’enorme buca. L’anziano signore fa quindi cenno con la mano di avvicinarmi a lui, ma infine decide di non cancellarmi la fotografia e mi chiede chi sono. Prontamente un altro interviene: “Ma sì, io la conosco. Una straniera che viene qui soltanto per i siriani ogni settimana, non è così?”.

Con quest’affermazione, che in qualche modo mi suona leggermente di denuncia, realizzo amaramente quanto questo mio gesto forse abbia fino ad allora involontariamente contribuito ai tanto vociferati attriti tra la comunità “ospitante” dell’Akkar e gli “innumerevoli” rifugiati siriani, a dispetto del mio intramontabile criticismo riguardo al mercato degli aiuti umanitari.

Abu Beder mi spiega poi il perché della sua premura: “Tengo molto a questo ponticello perché sono stato io a costruirlo nel 2000 dopo numerose richieste allo Stato che non si erano risolte in nulla. Prima che lo costruissi con la colletta di tutti gli abitanti del villaggio, tutti noi dovevamo attraversare il fiume ogniqualvolta avevamo bisogno di raggiungere la strada principale o andare al di fuori del distretto di Morleye Mohlem” (che qui traslittero come pronunciato, con l’accento caratteristico del Libano settentrionale).

Senza questo ponticello, nel paese di Morleye Mohlem, ribattezzato Hay al Amin dallo stesso Abu Beder, gli abitanti non avevano modo di portare le merci, spesso recuperate in Siria e trasportate sulla Dabbusiyye – dal cui confine si è prossimi – al resto delle municipalità circostanti senza dover fare un lunghissimo giro intorno ai campi.

“Questa mattina, come al solito, ho tentato di chiamare il delegato delle opere pubbliche per riparare il buco nell’asfalto. E come, al solito, non mi ha neanche risposto al telefono. Lo riparerò io stesso”, conclude Abu Beder.

Mi allontano dalla sua grande abitazione e riattraverso con cautela il ponticello danneggiato per tornare alla strada principale. “Che ti diceva Abu Beder?”, mi chiedono altri due abitanti del luogo.

Riporto le sue parole e i due reagiscono con una scrollata di spalle e con un sogghigno, come di chi è certo di ciò che sta per essere detto: “Lascialo stare, dice a tutti così; si dà tante arie, ma non è vero niente. Difficile a credersi, ma il ponticello ce lo ha costruito lo Stato!”.

Confusa, mi allontano da Hay al Amin, mentre rabbrividisco al pensiero della sottilissima linea che passa tra la realtà, la menzogna, e la limitatezza della mia interpretazione culturale dell’episodio.

Abu Beder è solo un vecchio magnate di paese, avido di fama locale, illuso di poter spadroneggiare e dominare la verità locale, un portatore della nota retorica dell’assenteismo dello Stato libanese al fine di far eroicamente emergere le proprie qualità di self-made man? Oppure, sono quei due abitanti di Morleye Mohlem a negare piuttosto l’agentività del vecchio signore, poiché stanchi di questi capoccia pseudo-tribali avidi di tutto; e quindi pronti anche a tradire le verità pur di non far trapelare all’esterno uno sconsolante senso di gratitudine nei confronti di Abu Beder, per aver voluto sopperire, con la costruzione del ponticello, ai doveri presunti dello Stato libanese, il quale già dai tempi del mandato francese (1920-1943) abbandonò l’area dell’Akkar in un abietto stato di abbandono?

Lo Stato libanese è assente, debole, corrotto o fallimentare ogni volta che si desideri asserire la propria attiva cittadinanza, all’interno della quale l’individuo ritrova la sua fiducia nel quotidiano grazie alle proprie abilità e intraprendenza.

Lo Stato è tuttavia presente, agognato, inventato, ogni volta che il mancato cittadino attivo ne rivendica la necessità e si ribella alla sopravvivenza di strutture padronal-clientelari nella propria quotidianità. Questi i ruoli di Abu Beder e dei due abitanti in cui mi sono successivamente imbattuta.

In ambedue i casi, la società libanese finisce per plasmare il proprio modus vivendi solo come entità distinta e ostile allo Stato, guardandolo dal fuori, contestandolo cronicamente, non permeandone mai i muri e non avendo la facoltà di cambiarlo con azione efficace, in quanto spesso grida i propri diritti a se stessa.

Il significato che ho desunto da tale aneddoto del controverso ruolo dello Stato, e l’ingente bisogno che quest’ultimo si affermi all’interno del contesto libanese, mi porta a considerare accessoria quella sottile linea tra verità e menzogna che mi vessava inizialmente, e che sembrava “inquinare” ogni mio tentativo di ricerca.

 

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Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

Questo blog ha gia’ ritrovato la sua ragione d’essere, dato che sento la necessita’ di ampliare alcuni aspetti di un mio articolo pubblicato su LIMES – Rivista di Geopolitica (Marzo 2013) intitolato “Hizbullah contempla un futuro senza al-Asad”.

Vi propongo qui di seguito la mia prima bozza dell’articolo, col rischio eventuale di apparire anti-professionale (ma una rigida professionalita’ non era di certo uno degli imperativi categorici di questo blog, da parte mia). In tale versione in bozza, rispetto a quella pubblicata, son messi piu’ in risalto il background degli interlocutori libanesi citati nell’articolo e il comportamento di Hezbollah con i rifugiati siriani e con le organizzazioni che forniscono aiuti umanitari nelle loro aree. Offro, in soldoni, maggior spazio ai concetti. Personalmente, infatti, io del lettore mi fiderei di piu’.

Image

                                 (Foto di Estella Carpi, 12 Gennaio 2013, el Hisa, villaggio alawita dell’Akkar, Libano settentrionale)

Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

 

Chi non dissimula è un idiota,

perché nessuna persona intelligente

va in giro nuda al mercato”.

(Detto alawita)

Sin dal marzo 2011, inizio della rivoluzione siriana, si è dato adito a numerose interpretazioni riguardo al futuro di Hezbollah in Libano come nella regione. Come sta reagendo Hezbollah alla crisi del suo alleato siriano e in vista di un cambio di regime a Damasco? I suoi sostenitori restano ad esso fedeli nel suo accostamento alla repressione di Asad? Com’è moralmente giustificata agli occhi del proprio elettorato la priorità assoluta di garantire armi e fondi che Hezbollah riceve dall’Iran attraverso la Siria?

Per analizzare la posizione di Hezbollah in Libano rispetto agli eventi in Siria mi è stato necessario demolire l’idea univoca e omogenea che spesso si ha di questo  partito. Pertanto, in luce dei risultati della mia ricerca, analizzerò in primis un Hezbollah inaspettatamente disomogeneo rispetto alla attuale crisi del regime siriano su un piano partitico-nazionale, principale intermediario tra la politica interna libanese, le agende politiche estere e gli equilibri regionali; poi su quello locale-amministrativo, autoproclamatosi attore politico distinto da quello partitico-nazionale[1]; e infine un Hezbollah inteso come realtà “popolare”, ovvero la ricezione delle decisioni del partito da parte della gente locale, arbitrariamente considerata dall’esterno come sostenitrice di ogni direzione politica che il partito prenda.

Convergenze e divergenze storiche tra i due partiti

È innanzitutto importante individuare le logiche interne al Partito di Dio, nonché ciò che accomuna e distingue il Baath siriano dal Hezbollah libanese. Hezbollah, da un lato, ottenne consensi tessendo solide reti di protezione sociale per la popolazione sciita oppressa all’interno del Libano, e divenendo partito solo attraverso gli anni. Il Baath siriano, invece, si impose già nel 1963 solo facendosi Stato, e coltivò poi la propria fama attraverso retoriche politiche e simbolismi durante il mandato di Hafez, padre di Bashar al Asad (1969-2000), quali la difesa della causa palestinese – nonostante le contraddizioni storiche del regime al riguardo[2] – e il nazionalismo arabo, anch’esso in realtà contraddetto dall’alleanza del regime siriano con l’Iran di Khomeini in funzione anti-Shah da prima dello scoppio della Rivoluzione del 1979[3].

Ambedue i partiti nascono da zone di marginalizzazione sociale e arretratezza rurale e intellettuale: così erano gli sciiti di Jabal ‘Amel[4] fino al principio degli anni ’70, prima che ottenessero i primi servizi sanitari e scolastici tramite il “Movimento dei Diseredati” fondato da Musa al Sadr e l’istituzione del Consiglio Sciita, prima del quale tale comunità faceva riferimento al Consiglio musulmano Sunnita. In modo simile, gli alawiti di Qardaha, area prossima alla città siriana costiera di Lattakia, erano negletti dal potere centrale, lavoratori nei campi di tabacco e visti come portatori di arretratezza sin dal tardo ‘800. Dopo la presa di potere del Baath del 1963[5] gli alawiti iniziarono a occupare posizioni professionali di rilievo, e a rafforzarsi ulteriormente nel settore educativo dopo la Guerra di Ottobre contro Israele del 1973.

Tuttavia, tra i due partiti vi son state spesso notevoli divergenze. Vale la pena ricordarne qualcuna per metter in luce ancora una volta il quietismo comportamentale che Hezbollah ha sempre adottato con la Siria di Asad, purché quest’ultima continui a proteggere la Resistenza armata contro il nemico sionista. Un esempio è dato dal massacro del 1987, durante la guerra civile libanese, quando l’esercito siriano uccise 23 miliziani di Basta (Beirut), sostenitori di Hezbollah, come denunciò il religioso sciita el Sayyid Mohammed Hussein Fadlallah[6]. Inoltre, nel 1993 l’esercito libanese, su ordine siriano, uccise nuovamente sostenitori di Hezbollah mentre protestavano nei sobborghi a sud di Beirut contro gli accordi di Oslo tra Arafat e Rabin[7]. Tale episodio incrinò ulteriormente i rapporti tra Hezbollah e Rafiq al Hariri, tanto da essere addotto come una delle prove che sia stato il Partito di Dio ad aver ucciso l’ex Primo Ministro il 14 Febbraio 2005 per vendetta. La Siria, secondo questa visione, avrebbe attaccato Hezbollah e appoggiato l’alleanza di Hariri, Stati Uniti e Arabia Saudita, dato l’avvicinamento di allora di tali potenze dovuto al loro recente unanime appoggio al Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein nella Seconda Guerra del Golfo (1990-91).

Asad e Hezbollah: il caposaldo di una lotta condivisa contro oppressione sionista e imperialismo occidentale

Si possono inoltre riscontrare vari parallelismi simbolici tra queste due realtà politiche. Come Hafez al Asad durante il suo mandato esigeva soprattutto un’adesione popolare ai simboli utilizzati dal regime nella piazza pubblica[8], Hezbollah, considerati i discorsi pubblici del suo leader el Sayyid Hasan Nasrallah, pare voler assicurare tra i suoi sostenitori una semplice adesione simbolica al lealismo asadiano all’interno dei confini libanesi: questa loro mossa politica non rispecchia infatti necessariamente la visione della gente locale. In quanto simbolica, come avveniva nella Siria di Hafez al Asad[9], tale adesione deve poter assicurare la sopravvivenza fattuale di un potere dietro a un’ideologia dominante, e, in tal senso, non forzando necessariamente adesioni alle idee ufficiali del partito in qualità di attore regionale. Questo è stato, a mio personale avviso, il maggior fraintendimento mediatico sul comportamento di Hezbollah verso il proprio elettorato libanese riguardo alla questione siriana.

Il legame di Hezbollah al regime degli Asad – prima con Hafez sino al 2000, in seguito con il figlio Bashar fino ai nostri giorni – è anche inevitabilmente legato, in senso confessionale, alla fatwa del 1973 dell’Imam Musa al Sadr che dichiarava ufficialmente gli alawiti, comunità religiosa governante in Siria, parte della branca sciita dell’Islam. Tale vicinanza tra i due attori regionali è stata progressivamente espressa sia sul piano finanziario sia simbolico, condividendo con il proprio alleato, in modo fedele e assoluto, l’interpretazione storica dei fatti regionali: difatti, ad esempio, la costruzione del monumento di Qana[10] per i martiri libanesi del massacro israeliano dell’Aprile 1996 avvenne solo poi nel 2000 con i fondi di Hafez al Asad.

Strategie comportamentali di Hezbollah sul piano regionale e municipale rispetto alla questione siriana

Vari eventi e testimonianze oggi dimostrano la partecipazione attiva militare di Hezbollah in difesa del regime di Bashar al Asad, tramite la presenza totale di circa 3.500 miliziani nell’area siriana confinante con la Valle della Beqaa libanese, dall’altezza della strada che da Beirut porta a Damasco fino a nord della cittadina di Qusayr, e nei sobborghi meridionali della capitale siriana, dove si trova la celebre moschea di Saiyyda Zeinab (vedere cartina).

Alcuni media internazionali[11], sulla scia dell’influenza iraniana nel Libano del post-guerra (1990) e nel caos iracheno durante l’invasione americana del 2003, hanno già parlato di tutela iraniana di una rete di miliziani che protegga i loro interessi anche nell’incerto futuro regionale in Siria – come per esempio l’alleanza di milizie siriane sciite e alawite chiamate “Jeysh al Sha’by”, finanziate per l’appunto da Teheran. Tale milizia è stata definita da David Cohen, Sottosegretario del Dipartimento del Tesoro americano, “joint venture tra Hezbollah e l’Iran”.

Hezbollah, tuttavia, pare aver tenuto sin dal principio un profilo basso, ad esempio celebrando sempre con toni contenuti i funerali dei martiri in Siria – lo scorso Ottobre nella valle della Beqaa e a inizio Febbraio a ‘Arab Selim, a Sud del Libano – morti “compiendo i loro doveri di jihad”[12]. Nasrallah ha tra l’altro più volte negato[13] il coinvolgimento del suo partito nella crisi siriana l’Ottobre scorso, sostenendo che molti combattenti decidono di andare a difendere il regime di Asad su iniziativa individuale. Questa loro attuale prudenza comportamentale a livello regionale è stata anche dimostrata dalla mancata risposta militare al recente attacco israeliano in Siria lo scorso 30 Gennaio[14].

È possibile distinguere dal partito come attore regionale il “Hezbollah municipale”, ovvero quello che amministra gran parte dei distretti a sud di Beirut, considerati comuni indipendenti dalla municipalità della capitale libanese.

Il tono pacato del “Hezbollah municipale” è stato osservato nella fama di disponibilità che il Partito è riuscito a guadagnarsi presso le municipalità del Sud del Libano nella sfera internazionale degli aiuti umanitari ai rifugiati siriani che abitano l’area ancora in numeri esigui[15]. Questa può essere interpretata come una strategia politica del partito per mantenere il controllo della presenza locale dei profughi siriani, e quindi prevenire disordini nelle proprie aree. Tale disponibilità alla cooperazione del Hezbollah municipale è stata segnalata anche da un annuncio ufficiale da parte del Segretario del Partito Saiyyd Hasan Nasrallah sul canale “al Manar” il Settembre scorso, annunciando aiuti umanitari ai cittadini siriani.

Tali tattiche politiche di cooperazione anche con chi rappresenta, in linea di massima, l’ideologia opposta, e nel contempo evitando attentamente contraddizioni eclatanti in termini etici, sono tipiche del Partito di Dio, come dimostra la sua storia sociale di politiche pragmatiche – si pensi alla partecipazione di Hezbollah nel recentissimo progetto di vaccinazione di bambini siriani e libanesi in collaborazione con UNICEF in tutto il Libano. Tale atteggiamento sempre più diplomatico ha guadagnato negli anni una certa fama di apertura e flessibilità del Partito che ne ha spesso accresciuto i consensi anche in strati confessionalmente diversi da quelli sciiti, e di estrazione sociale ben diversificata all’interno del Libano contemporaneo[16].

Il fraintendimento dei media internazionali sull’alleanza Hezbollah-Asad

La studiosa libanese Amal Saad-Ghorayeb, schieratasi apertamente con la repressione di Bashar al Asad, ha distinto l’approccio di Hezbollah alla libertà, fatto di continua lotta per la giustizia, dall’approccio liberale e occidentale di lotta contro le costrizioni esterne e il potere centrale, presupposto della rivoluzione siriana. È la Resistenza stessa contro Israele a prevalere anche sulla dimensione politica di Hezbollah. Il fraintendimento culturale, a detta di Saad-Ghorayeb, ha radice dunque in un incompreso concetto di libertà collettiva, e non individuale e liberale in senso occidentale.

Gran parte della stampa internazionale ha invece letto il supporto di Hezbollah al regime siriano dopo l’inizio delle insurrezioni in termini di “tradimento” delle radici popolari del partito libanese stesso, noto come paladino d’inclusione, giustizia sociale, riscatto degli oppressi e cittadinanza mobilitata, poiché Hezbollah aveva invece supportato le rivoluzioni in Bahrein, Egitto, Libia e Tunisia. Tale visione in realtà esprime la delusa affezione a Hezbollah di un’esigua intelligentia internazionale, anti-imperialista a Oriente come a Occidente.

Al Sud del Libano è facile ritrovarsi a parlare con gente locale degli eventi in Siria, e constatare che la visione predominante sia quella di Bashar al Asad nelle vesti di “un buon governatore”, “leale con il suo popolo”, “garante di pace e stabilità” o “reale difensore della causa palestinese”.

Ciononostante, le opinioni dei residenti sono alquanto discordanti nelle aree nominate dai mass media “roccaforte di Hezbollah”[17]. Alcuni residenti non si sentono rappresentati dalla politica dominante di accostamento agli Asad, rivendicando giustizia e dignità nella loro “libanesità” spesso sfidata e umiliata dal regime siriano nella storia araba levantina[18].

Mahmud, 30 anni, di Jnah – area costiera delle periferie meridionali di Beirut – sostiene la resistenza di Hezbollah contro il nemico Sionista ma si oppone fortemente agli Asad, ricordandomi cosa il suo paese ha dovuto subire da più decenni a causa del regime siriano. Walid, padre di una famiglia numerosa abitante nel quartiere di Haret Hreik, mi parla dell’ipocrisia ideologica e pragmatica del Partito di Dio riguardo alla questione siriana, dal momento che “la ragione principale di tale supporto è soltanto il fornimento di armi e risorse dall’Iran che passa attraverso la Siria”. Similmente, Rihab, 26 anni, madre di famiglia in uno dei villaggi libanesi del Sud che porta ancora le cicatrici dell’occupazione israeliana (1978-2000), mi parla delle ragioni pragmatiche di Nasrallah di parlare a favore del regime siriano, ma che, in fin dei conti, “il leader siriano è buono con il suo popolo fornendo una protezione sociale che qui in Libano invece ci possiamo solo sognare”.

L’accostamento del Hezbollah regionale al governo siriano e la consapevolezza a livello locale che ciò sia dovuto a questioni di Realpolitik contrastano con la mentalità del partito – vedi supra – e non sembrano contribuire a un quadro di “delusioni politiche” a livello individuale del singolo cittadino, come è spesso stato rilevato invece nei media internazionali che hanno affrontato tale questione[19].

Basandomi su molteplici esperienze vissute con la cosiddetta “gente di Hezbollah”[20], la parziale perdita di consenso del partito a livello politico-nazionale, piuttosto, è dovuta a una crescente mancanza di trasparenza nella gestione interna dei fondi e a corruzione clientelare (in Libano nota come wasta), e non dunque all’allineamento alla Siria di Asad, come sostenuto da parte della stampa internazionale. Wasta che rende Hezbollah sempre più simile al resto dei partiti politici libanesi, e dimostrandone – malgrado l’intrascurabile agenda politica iraniana che fornisce loro la linfa vitale – un compiuto processo di “libanesizzazione”, termine che servì a indicare la loro entrata ufficiale in politica nelle elezioni municipali del 1992.

Quindi, una strategia locale fatta di astute diplomazie da un lato, e di normalizzazione morale dell’appoggio al regime siriano dall’altro, sono le pedine che Hezbollah sta attualmente giocando al fine di edificare un proprio modus vivendi nell’ancora nebbioso post-Asad. Tali mosse strategiche delineano la complessità del partito nel percorso dal 1992 verso un complesso processo di istituzionalizzazione, che è talvolta ancora rifiutata nella compagine internazionale, giacché Hezbollah è tuttora definito da alcuni governi “organizzazione terroristica”. Le rinnovate accuse che Hezbollah ha ricevuto da parte della Bulgaria riguardo all’attacco terroristico su un bus carico di turisti israeliani lo scorso Luglio[21], sono un esempio della resistenza del partito a dinamiche che lo farebbero retrocedere sino a una sua nuova de-istituzionalizzazione.

Il futuro di Hezbollah sul piano regionale, locale e popolare

È dunque la questione siriana odierna che ridisegna e fa emergere con sfumature disomogenee cosa sia Hezbollah in Libano oggigiorno, rispetto al regime di Asad, rispetto al resto della scena politica interna libanese, e rispetto alla “sua” gente. In conclusione, il Hezbollah regionale vede se stesso come inscalfibile da una situazione siriana prettamente interna. E, allo stesso tempo, emerge maggiormente come un partito libanese a pieno titolo agli occhi dello scenario politico interno, distanziandosi dal suo passato di costituire l’alternativa allo Stato; e, in vista del post-Asad, il partito viene interpretato come più disposto a negoziare con gli altri attori politici, come affermato recentemente da uno degli esponenti della rivale coalizione del 14 Marzo Sami Gemayel, de facto riferendosi al possesso di armi da parte del partito[22]. Hezbollah abbandonerebbe così gradualmente la sua reputazione di “rivale dello Stato” par excellence.

Al cospetto di molti dei suoi veterani sostenitori locali, sempre più critici e disillusi soprattutto nelle periferie meridionali di Beirut, Hezbollah, prima concepito come iniziatore di una morale sociale attiva e consapevole, garante della loro stessa sopravvivenza fino alla fine della guerra civile, e “forza sovrannaturale” militare, quale è stata percepita negli anni della resistenza islamica all’occupazione israeliana, oggi, a livello popolare, viene vissuto in misura crescente come ambiguo partito politico, parte integrante della scena libanese, e pertanto come uno tra i “freddi mostri” di cui ogni Stato è costituito, per dirla con il filosofo Nietzsche.

È quindi in questo senso che il futuro siriano, indipendentemente da come muteranno gli allineamenti regionali, sarà indubbiamente la cartina di tornasole dell’evoluzione del Hezbollah regionale innanzitutto,  e, solo di riflesso, del Hezbollah locale-amministrativo. Come sempre, è in realtà la gente a esser profeta di un inevitabile cambiamento.


[1] Interviste da me condotte con il Vice-Sindaco di Haret Hreik, Hajj Ahmed Hatoum, il 31 Gennaio 2012 e 6 Febbraio 2013.

[2] Hafez al Asad il 12 Agosto del 1976 bombardò il campo palestinese di Tel al Zaatar durante la Guerra civile libanese pur di evitare uno scontro diretto con Israele. Tale azione permise inoltre a Asad di entrare in Libano senza che Israele si opponesse.

[3] Così anche durante la Prima Guerra del Golfo degli anni ’80, in cui la Siria, nuovamente al fianco dell’Iran dei Pasdaran – i “Guardiani della Rivoluzione” – si alleò contro l’Iraq di Saddam Hussein.

[4] “Jabal ‘Amel” stava storicamente a indicare il Sud del Libano, prima delle maggiori migrazioni sciite ai sobborghi meridionali di Beirut. Il termine anticamente indicava anche la parte settentrionale della Galilea.

[5] I Baathisti vennero definiti dal leader egiziano Gamal ‘Abd el Naser “fascisti”, a dispetto del loro slogan ufficiale, a cui tutti nell’Esercito dovevan fare giuramento: “Unità, Libertà e Socialismo”.

[7] Il seguente filmato in Arabo del canale al Manar ne è una testimonianza: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=U171R7siAvY# .

[8] Come menzionato sopra, i simboli sono sempre stati quelli della difesa assoluta della causa palestinese e del nazionalismo arabo.

[9] Per approfondire il simbolismo utilizzato in Siria negli anni del mandato di Hafez consiglio la lettura di Lisa Wedeen, “Ambiguities of Domination: Politics, Rhetoric and Symbols in Contemporary Syria”, The University of Chicago Press, 1999.

[10] Cittadina a Sud del Libano a pochi kilometri di distanza da Tiro, occupata dalle truppe israeliane fino al 2000.

[15] La mappa della presenza dei rifugiati siriani in Libano è consultabile sul sito ufficiale di UNHCR: http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/page?page=49e486676 .

[16] Per quanto la mia analisi, come anticipato, verta su una distinzione del piano politico-regionale rispetto a quello comunale-locale – ovvero maggiormente legato ai servizi sociali offerti dagli enti specializzati del partito – tengo a sottolineare che Hezbollah va concepito come un unico ente militare, politico e sociale. Diversamente, i servizi sociali che offre, come quelli ancora parzialmente coperti da un’aura di mistero per i profughi siriani, finiscono per essere concepiti come meri strumenti di strategie politiche – soltanto perché di Islam e di Hezbollah si tratta – anziché parte integrante della logica sciita provvidenziale del partito.

[17] Si intendono le periferie Sud della capitale libanese.

[18] La cosiddetta “tutela” siriana in Libano durò dal 1976 fino all’Aprile 2005, a seguito della Rivoluzione dei Cedri libanese che protestava la prolungata presenza siriana, spesso sinonimo di rapimenti, stupri e abusi di potere, oltre a terrorismo psicologico suscitato nella popolazione libanese, dominata dalla paura di reagire a tale oppressione.

[20] La ricerca che ho condotto sul campo tra Settembre 2011 e Febbraio 2012 prevede l’analisi delle dinamiche sociali e individuali che emergono come risposta locale agli interventi umanitari nei sobborghi meridionali di Beirut dopo la guerra del 2006 con Israele, sino a oggi nei villaggi dell’Akkar – Nord Libano – a seguito del notevole afflusso di rifugiati siriani.

[22] Discorso tenuto all’Università di Sydney in Australia, il 21 Maggio 2012.

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Ethnography of the Everyday Speech in contemporary Lebanon (by Estella Carpi – January 2010)

The Italian Academic Review “Orientalia Parthenopea” published an extract of my MA Thesis in Linguistic Anthropology in a Lebanese environment. The specific anthropological branch called “Ethnography of the Everyday Speech” has been largely developed by Alessandro Duranti (UCLA, USA) that studied Western Samoa back in the ’80s. He mostly drew on pragmatics and socio-linguistics studies.

At the link here below you can find my academic article at full:

http://www.academia.edu/595746/_Hi_kifek_ca_va_Unavventura_etnopragmatica_nel_Libano_contemporaneo_

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Le tensioni all’indomani dell’omicidio del capo dell’intelligence della polizia libanese Wissam al-Hassan

Articolo da me pubblicato per TMNews dieci giorni dopo l’assassinio di al-Hassan in Libano. La Siria come mandante più probabile e la reazione di Hezbollah. Qualche giorno di tensione, ma il Libano mantiene il suo precario equilibrio…

All’ombra della Siria la guerra civile “rimandata” in Libano

A dieci giorni dall’omicidio del capo dell’intelligence al Hassan

Roma, 29 ott. (TMNews) – L’eco delle bombe è tornato a Beirut venerdì 19 ottobre: il generale sunnita Wissam al-Hassan, capo del reparto dell’intelligence della polizia libanese (Forze di Sicurezza Interna- FSI), è stato ucciso da un’autobomba nel quartiere di Ashrafiyeh.

wissam al-hassan

Hassan era una figura controversa, aveva goduto di buoni rapporti con Damasco e svelato alcune reti di spionaggio israeliane, nonostante fosse stato il responsabile principale della sicurezza del premier Rafiq Hariri, martire per eccellenza della coalizione anti-siriana del 14 Marzo. Ciononostante, la situazione d’emergenza in cui si trova il regime siriano, il ruolo giocato da Hassan nell’ostacolare i suoi piani di destabilizzazione del Libano e legami del generale con l’opposizione siriana catapultano Damasco in cima alla lista dei sospetti. Al contrario, il principale alleato del governo siriano in Libano, gli sciiti di Hezbollah, non ha alcun interesse nello scatenere un conflitto confessionale tramite simili attentati, come dimostra il cauto autocontrollo esercitato in patria sin dall’inizio della rivoluzione siriana.

Chi era Wissam al-Hassan? Il generale Hassan aveva preso il controllo dell’agenzia d’intelligence della polizia all’indomani dell’assassinio del premier Hariri (2005), quando il reparto era stato creato per bilanciare l’influenza di Damasco sui servizi segreti militari e sull’altra agenzia, la Sicurezza Generale. Nonostante il rapporto di fiducia con l’ex-primo ministro, Hassan era stato sospettato di coinvolgimento nell’attentato dal Tribunale Speciale per il Libano, poiché non faceva parte della scorta di Hariri il giorno della sua morte. Aveva inoltre fatto da intermediario tra Hezbollah e Saad Hariri1 nel 2007, quando era stato concesso al partito di mantenere il suo circuito di telecomunicazioni nella valle della Biqaa e nel Libano meridionale. D’altra parte, l’avanzato livello tecnologico del dipartimento di Hassan era stato fondamentale nell’imputazione dei quattro membri di Hezbollah per l’omicidio del primo ministro. All’ìnterno della coalizione del 14 Marzo, non tutti si fidavano di Hassan, ma era stato Saad Hariri a promuoverlo in un ruolo ancora più centrale, in seguito alla morte del padre.

Le ragioni di Damasco Il regime siriano rimane il principale indiziato, a partire dalla chiarezza delle minacce di Bashar al-Asad di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, pur di rimanere al potere. Non è un caso che dal 2008, quando gli Accordi di Doha hanno garantito all’opposizione filo-siriana di far parte di un governo di unità nazionale, il Libano non sia stato teatro di attentati di questo genere. L’attuale esecutivo, formatosi nel 2011 dopo la caduta del governo di Saad Hariri, non presenta poi nemmeno un ministro del 14 Marzo. Oggi invece, avendo perso il controllo di buona parte del suo territorio, il regime siriano è ridotto a una condizione di “semi-Stato”, fa notare lo scrittore libanese Elias Khoury, e si trova costretto a internazionalizzare il conflitto per sopravvivere alla crisi. L’obiettivo è sedere al tavolo dei negoziati nella risoluzione di uno stato d’emergenza. Hassan potrebbe essere stato punito per il recente arresto di Michel Samaha, ex-ministro dell’informazione libanese vicino a Damasco, accusato di essere in procinto di realizzare una serie di attentati per conto del regime siriano. Secondo l’analista politico Elias Muhanna, non è da escludere che il generale abbia ordito una trappola in coordinazione con qualche figura dell’opposizione siriana infiltrata a Damasco, vista l’eccezionale singolarità del complotto di Samaha: l’ex-ministro sessantaquattrenne si sarebbe trovato a trasportare esplosivi in macchina, pur non avendo mai avuto alcuna esperienza militare, e le prove sarebbero state così schiaccianti da indurre al silenzio tutti gli alleati libanesi di Damasco al momento dell’arresto. Incoraggiato dalla crisi dell’establishment siriano, Hassan ha forse osato troppo accusando anche Ali Mamluk, una delle figure di punta dell’intelligence siriana. Pur essendo da tempo sulla lista nera di Damasco, un altro fattore determinante nella decisione di eliminarlo ora è stato il suo noto legame con l’opposizione siriana. David Ignatius del Washington Post ha rivelato di recente il contenuto dell’ultima visita di Hassan a Washington ad agosto: il generale libanese aveva cercato di garantire all’Esercito libero siriano (Els) un supporto logistico più convinto da parte americana, rassicurando la Casa Bianca sul contenimento dei gruppi islamici più radicali al suo interno. Si aggiunga poi che, colpendo il vertice dell’intelligence della polizia, Damasco ha preso di mira il nesso principale costruito da Hariri tra servizi segreti libanesi e sauditi. Lo schieramento filo-siriano libanese punterà prevedibilmente il dito su Israele, che pure aveva le sue ragioni per eliminare Hassan, ma la crisi siriana e la rapida successione dell’affare Samaha e dell’attentato rendono l’uccisione del generale una necessità molto più urgente agli occhi di Damasco.

Hezbollah si controlla Gli sciiti di Hezbollah vengono accusati di combattere al fianco di Asad in Siria e di essere stati gli esecutori dell’attentato contro Hassan. La prima ipotesi è molto più realistica della seconda. Il 6 ottobre, Hezbollah ha tentato di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica sul suo fronte militare principale, quello anti-israeliano, tramite il primo storico lancio di un drone in territorio nemico. Tuttavia, il movimento fa ormai fatica a smentire la sua presenza in Siria, alla luce del crescente numero di “martiri caduti adempiendo obblighi di jihad”, senza che vi sia un fronte aperto con Israele. Un ricercatore universitario mi ha confermato di recente che le stesse famiglie dei martiri ammettono di avere perso i loro cari in Siria. Se la permanenza di Asad al potere è determinante per l’afflusso di armi destinate al partito sciita, Hezbollah non ha invece nessun interesse a “importare” in Libano il conflitto siriano e lo ha dimostrato con un atteggiamento estremamente cauto sin dall’inizio della rivoluzione siriana. Il partito ha mantenuto un’immagine pulita, lasciando i lavori “sporchi” a clan sciiti armati come i Meqdad, responsabili del rapimento di decine di cittadini siriani ad agosto. Il caos non è funzionale agli interessi di Hezbollah, che fonda il controllo del territorio su un ordine militarizzato, ma solamente a quelli della Siria. Restano da valutare i limiti del potere decisionale del partito sciita, dal momento che Damasco sa bene di doverlo trascinare nel conflitto, se intende destabilizzare il Libano: non ci sarà infatti nessuna guerra civile, se l’iniziativa è lasciata in mano al disorganizzato fronte sunnita del 14 Marzo. Saad Hariri si trova all’estero da oltre un anno, le correnti salafite emergenti hanno eroso la sua popolarità e le probabilità di un golpe sono pari alla velleità della tentata irruzione in parlamento di domenica 21 ottobre. Quanto all’Els, non ha nessun interesse nell’aprire un fronte in Libano, preferendo che il nord rimanga il suo “cortile posteriore”, un rifugio per le operazioni logistiche. Hezbollah mantiene quindi l’ultima parola sulla stabilità, in base alla sua coesione e all’indiscutibile superiorità militare.

A una settimana dall’assassinio di Hassan, Beirut è tornata momentaneamente alla calma, in virtù dell’autocontrollo di Hezbollah e delle pressioni dei governi occidentali, che hanno espresso il loro supporto per l’attuale governo di Miqati, onde evitare un vuoto di potere. L’appuntamento è alla prossima provocazione di Damasco.

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Hezbollah nel dopo-Assad

Scritto all’indomani dell’attentato del luglio 2012 a Damasco, in cui ha perso la vita ‘Asef Shawkat. Pubblicato da TMNews a settembre..

Hezbollah: come sopravvivere alla Siria

Di Andrea Glioti

Geografia e armi

Il partito-milizia sciita libanese di Hezbollah si trova in una situazione estremamente delicata dall’inizio della rivoluzione siriana. Asse portante della Resistenza (muqawama) contro Israele, insieme a Iran, Siria e Hamas, il movimento si è trovato costretto a rimanere fedele a Damasco, da cui dipende militarmente. La geografia stessa del Libano, circondato da Siria e Israele, impone a Hezbollah di scongiurare una chiusura del permeabile confine siriano, alla quale non riuscirebbe a ovviare per vie aeree e marittime. Il movimento sciita si è così inimicato parte dell’opinione pubblica sunnita, simpatizzante con i correligionari, che rappresentano la maggioranza nell’opposizione siriana. Hezbollah si trova schiacciato tra la volontà di Damasco, che potrebbe trascinarlo in un conflitto regionale, e la necessità di tornare in auge tra i sunniti. La panacea più rapida sarebbe una guerra contro Israele, ma c’è chi nel frattempo guarda oltre, verso le nuove alleanze del dopo-Asad.

L’ufficio stampa di Hezbollah si rifiuta di rilasciare interviste circa la situazione politica siro-libanese. “È una fase delicata, dopo gli attentati di Damasco del 19 luglio,” spiega Hussein, 22 anni, ex-miliziano originario di Nabatiyeh, “Hizbullah studia attentamente le sue prossime posizioni e lascia che sia Nasrallah [NdA: il segretario generale del partito] a parlare.” Hussein ha accettato di parlare, ma chiede che non venga rivelato il suo nome e il motivo per cui non è più un membro di Hezbollah.

La Siria decide

“Abbiamo un attore [politico], Hezbollah, noto per pragmatismo e razionalità [NdA: si pensi all’evoluzione dall’ideologia khomeinista a partito politico pienamente integrato nel sistema libanese], che ha visto la sua capacità decisionale scivolargli gradualmente dalle mani per finire in quelle del regime di Asad,” sostiene Nicholas Noe, curatore di “Voice of Hezbollah: The Statements of Hassan Nasrallah”.

“Prima degli attentati del 19 luglio a Damasco, Nasrallah aveva riconosciuto gli errori commessi dal regime siriano,” afferma Hussein, “ma ora l’uccisione di tre uomini fondamentali per Hezbollah, come Asef Shawkat, Dawud Rajha e soprattutto Hassan Turkmani, ha cambiato tutto.” Dice di non aver visto Nasrallah così furioso dai tempi dell’assassinio di Imad Mughniyeh [NdA: uno dei leader militari di Hezbollah]: il segretario generale teme il peggio, poiché per rimpiazzare le vittime dell’attentato sono stati scelti dei profili votati esclusivamente alla soluzione militare, come il nuovo Ministro della Difesa, il generale Fahed al-Freij. Noe ha le idee molto chiare sullo scenario peggiore: “Il regime di Asad non avrebbe alcun problema, qualora fosse in procinto di crollare, a trascinare tutti gli attori regionali in un conflitto e, a questo punto, sarebbe molto facile coinvolgere Israele.” Del resto, lo stesso Presidente siriano Bashar al-Asad aveva già minacciato di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, nell’eventualità di un intervento militare in Siria.

E se fosse Israele a dettare le tempistiche di un’offensiva? Il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liberman, ha già avvisato che Tel Aviv non esiterà ad attaccare, nel momento in cui dovesse accorgersi del trasferimento di armi chimiche dalla Siria a Hezbollah. D’altro canto, lo Stato ebraico non si trova nelle condizioni disperate del Governo siriano e una sua iniziativa rimane meno probabile. Secondo l’analisi del politologo Ghassan al-‘Azzi, pubblicata dal Centro Studi di Al-Jazeera, Israele preferisce vedere Hezbollah affondare in una crisi interna, piuttosto che scatenare una guerra dagli alti costi umani. Tuttavia, non è da escludere che Tel Aviv decida di sfruttare la debolezza dell’asse della Resistenza, all’indomani della caduta del regime di Asad, lanciando una duplice offensiva contro Iran e Hezbollah.

E se la Siria decidesse invece di far divampare il proprio confitto in Libano, sfruttando la preesistente divisione tra sciiti e sunniti e trasformando la rivoluzione in violenza settaria? Sono questi i timori di buona parte dei sunniti nel Libano settentrionale, dove ciò che avviene in Siria ha ripercussioni più immediate, vista l’alta concentrazione di profughi siriani. Il regime sembra pronto a tutto, pur di controbilanciare le pressioni internazionali e imporre la sua presenza al tavolo dei negoziati di un’eventuale pacificazione. Il canale televisivo MTV, vicino alla coalizione libanese anti-siriana del 14 Marzo, riferisce di un aumento dell’afflusso di armi nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah.

Hussein non è d’accordo, “Hezbollah sa bene di andare a perdere nello scoppio di una guerra civile.” Del resto, fa notare il politologo Al-‘Azzi, nell’ipotesi di un conflitto interno libanese, le truppe di Hezbollah sarebbero dispiegate e visibili al nemico israeliano, mentre un dominio politico rimane molto meno “costoso”. L’attuale coalizione al Governo in Libano è quella filo-siriana dell’8 Marzo, di cui fa parte Hezbollah.

Calo di popolarità e dopo-Asad

“Mi ricordo bene Tripoli [NdA: seconda città libanese e roccaforte del conservatorismo sunnita] stracolma di bandiere di Hezbollah, dopo la liberazione del Libano meridionale dall’occupazione israeliana nel 2000,” osserva Hussein, “ma nel giro di cinque anni [NdA: assassinio del premier sunnita Rafiq Hariri nel 2005] è cambiato tutto.” “L’unica opzione per riabilitare le fortune del regime, e in un certo modo anche la reputazione di Hezbollah, è attraverso un conflitto con Israele,” sostiene Noe. Anche Hussein non ha dubbi: “In caso di una guerra contro Israele, molti siriani si unirebbero a noi, soprattutto quelli che sono rimasti neutrali durante la crisi.”

Ciononostante, Hezbollah non è così miope da non prepararsi al dopo-Asad, anche se ufficialmente viene ostentata una fiducia cieca nella sopravvivenza del regime. “Non credo nell’isolamento della Resistenza, in caso salgano al potere in Siria i Fratelli Musulmani [NdA: sunniti],” afferma Hussein, “la Russia e la Cina non lo permetteranno.” Il giovane ex-miliziano esprime il suo ottimismo e mi fa notare il timido avvicinamento all’Iran di Mohammad Morsi, neo-Presidente egiziano appartenente ai Fratelli Musulmani. Nell’attesa di assicurarsi i favori dell’Egitto, Teheran può contare sulla mediazione di Al-Nahda: il partito islamico sunnita al potere in Tunisia ha infatti insistito nell’invitare Hezbollah al suo congresso del 13 luglio, dove erano presenti anche le varie delegazioni dei Fratelli Musulmani. Al-Nahda gode di buoni rapporti con la Repubblica Islamica dai tempi dell’esilio sotto il dittatore filo-occidentale Ben Ali.

“La visione a lungo termine che emerge dai discorsi pubblici di Hezbollah è un tentativo di superare il conflitto tra sciiti e sunniti e formare un’ampia alleanza islamica attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa con lo scopo di strangolare Israele,” spiega Nicholas Noe. Tuttavia, supponendo che Hezbollah abbia successo nel riconciliarsi con gli islamici sunniti saliti al potere nei vari contesti post-rivoluzionari, riuscirà a riconciliarsi con l’opposizione siriana, che lo considera direttamente coinvolto nei massacri dei civili? “Hezbollah non è presente in Siria,” sostiene fermamente Hussein, “non si comprende che le forze speciali non verrebbero mai sprecate in Siria: sono il frutto di costosi corsi di addestramento in Iran e destinate a essere utlizzate contro il nemico principale, Israele.” Spetterà ai siriani accettare o meno simili spiegazioni.

ahmadinejad Bashar Nasrallah

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Clean and constant water supply still a distant hope for many in Lebanon

water sinkAn article I published in the Daily Star back in March 2011, after conducting a poll in several neighborhoods of Beirut. Anyone who has been living in Lebanon knows perfectly how water supplies are still a mirage in many areas of the country, despite its richness of springs. 

Clean and constant water supply still a distant hope for many

March 22, 2011 12:00 AM, By Andrea Glioti

BEIRUT: Lebanon’s gas, or its potential for gas, might be the “hot” topic of 2011, but the public still faces considerable burdens ensuring its supply of water. Very few people escape a set of high costs for water, whether for drinking, household needs or other purposes. At the home level, people can’t rely on public water supplies and thus regularly pay private water companies and well-owners for their daily needs.

In Beirut and its suburbs, state water supply cuts might last from two to five days, and even longer, while the cost of securing water from privately-run firms and wells is on the rise, reaching fees equivalent to a year’s salary on minimum wage ($4,000) – compared to much-lower rates in the U.S. and Europe, for example, relative to wages. Furthermore, the quality of water extracted from homemade wells is often poor, due to the intrusion of seawater and sewage.

People would certainly like to avoid the financial burden and the hassle of arranging visits by trucks distributing water, if they could secure a continuous flow of water from the state-run Beirut and Mount Lebanon Water Authority.

Elias Mfarrej, 26, from Dikwaneh, regards the private supplies “an extra expenditure that unnecessarily burdens people,” but he clearly has no other alternative, since the 16-apartment building where he lives gets water only two hours per day.

This falls far below the minimum daily standards of 1m3 of water for each 200m2 the water authority is supposed to guarantee, based on United Nations guidelines.

Even in supposedly upscale areas such as Ramlet al-Baida, some people complain that the situation is dire.

“I used to get water from the government once every four to five days,” says Mohammad Faqour, 79, noting that even this low supply has deteriorated.

In the neighbourhood of al-Khandaq al-Ghamiq, not too far from the glittering Beirut Central District, the dire status of electricity supplies has hurt the flow of water through domestic pumps.

“The government water comes when the electricity is off,” says Khalil Homsi, 42. “And only one hour when the electricity is on, so this is the only time when the water comes in full force – when the electricity is off, the water comes in drips.”

Some areas known for facing hardship in terms of electricity supplies, such as the southern suburbs, seem to enjoy relatively better services when it comes to water.

“The government water service is much better than the electricity service,” Nazih Dirani, 24, says, “usually 24 hours per day, but every couple of days they cut it off.”

For a still-underperforming authority, its fees remain quite high, at LL235,000 per year, equal to around 4 percent of the minimum wage.

Yassra Houri, 84, from al-Tariq al-Jadideh, said she pays an even higher annual fee of LL265,000.

As for the water that comes from privately-owned wells, in Ramlet al-Baida Faqour says he pays a fixed $4,000 annual subscription, the equivalent of an entire year’s salary on the minimum wage of LL500,000, or $333, a month. Moreover, the fee could arbitrarily rise, as it is wholly determined by the owner of the well, without any staggered rates based on individual consumption.

In other cases, the financial burden for non-state supplies of water is less significant. It nonetheless reaches 30 percent of the minimum wage in al-Tariq al-Jadideh, 25 percent in al-Khandaq al-Ghamiq and 12 percent in Dikwaneh, according to people surveyed.

According to World Bank figures, 75 percent of total household water expenses in Lebanon are related to the private sector water market.

Another worrying aspect is that these expenditures are subject to unpredictable jumps. Last year, the price of one barrel (200 liters) rose by 50 percent in Ain al-Rummaneh, the southern suburbs, and al-Tariq al-Jadideh.

“This week, it’s been four days that we didn’t get any public water,” remarks Annamaria Haddad, 21, from Ain al-Rummaneh, “the situation is only getting worse and we will have to buy private water more often.”

Rana Dirani, 29, from Achrafieh, is of the same opinion.

“One gallon [20 liters] costs around LL20,000, at least. So if this happens continuously, then it will affect our budget in a big way, because it’s equal to a whole day’s salary.”

Besides the financial aspects, the water extracted from local wells is often of poor quality, resulting in the calcification of household pipes, as in the case of Khalil, who relies on a well dug in Burj Abi Haidar

According to a study carried on by USEK hydrogeologist Dr. Mark Saadeh in 2008, the poor quality is down to the intrusion of seawater, in turn a result of the overexploitation of coastal aquifers. The seawater is rich in chloride and sulphates, meaning that it is corrosive to plumbing.

Moreover, because of the proximity of wells to sewer lines, there is a constant risk of waterborne diseases. Faqour’s water became salty because of the large number of buildings overusing the same well, and he doesn’t conceal his concerns about it.

“Since we use it to take baths and wash our food, it will probably affect our health in the long run,” he says.

This doesn’t necessarily mean that the water coming from other sources enjoys better standards.

“I don’t know where this private water comes from, but I know that it’s not very clear water. If I had the choice I wouldn’t buy it,” Haddad says. “This is why we try to buy the minimum possible of this water.”

The water provided by the authority to Beirut is also below drinking standards and often contaminated with seawater, although the authority regularly says its water is free of contaminants.

“The government water is very contaminated, of course we cannot drink it, during the summer it becomes very salty,” Nazih points out. “Also, the privately-supplied water is not suitable for drinking, but at least it’s not salty like the government water.”

A simple plastic gauge inserted into the main pipe is the only system regulating the flow of water into households. Abdo Tayar, an advisor to the Ministry of Water and Electricity who was quoted in a magazine interview as saying that “those who remove the gauge get more, and those who keep it get less than 1m3 per day.”

There are well-known national needs in the water sector when it comes to irrigation and dams, but the more basic need for less expensive and better quality water at home remains an eyesore in the country’s post-war reconstruction era.

The illegal diverting of public water supplies hasn’t become “an issue” as in the electricity sector, but if the structural problems in the sector persist, perhaps people will start talking about stealing water as much as they do stealing electricity.

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Nasawiya: obstacles on the road to gender equality in Lebanon (in Arabic)

we can do it arabo femministaAn article I wrote back in October 2010, it was published in the November issue of Hibr. Unfortunately Hibr ceased to exist online some months ago, it was a great English-Arabic project putting together many young Lebanese reporters and I had the chance to publish a couple of articles. This one was more of a test to publish something in Arabic, but the topic was worth the attention of anyone interested in Middle Eastern gender movements: I met with Farah Salka, general coordinator of the feminist collective Nasawiya

نسوية: العقبات على طريق التمكين الجنسي في لبنان

نسوية مجموعة ناشطة منذ عام ٢٠٠٨ تضم رجالاً ونساء وتعنى بقضايا العدل الجنسي وحماية حقوق المرأة والمساواة بين الرجال والنساء. بحسب فرح سالكا، المنسقة العامة لنسوية، لا توجد رتب أو مجلس إدارة داخل المجموعة فكل الحملات تنتج عن قرار يؤخذ عبر مناقشة يشارك فيها الجميع.

نسوية مسؤولة عن مشروع “غيري عادتك وبتزيد سعادتك”، الذي يقوم على إجراء ورشات عمل حول كيفية نشر الأفكار النسائية في كل لبنان. تشرح سالكا أنّ “نسوية تنظم هذه الدورات التدريبية عن مواضيع مثل وسائل الاعلام الإجتماعية والعنف المنزلي بحسب الطلب”، وتشير إلى أن “غيري عادتك وبتزيد سعادتك” تجاوز حدود بيروت ليصل الى أفقر المناطق في لبنان.

النسائية بالنسبة لنسوية هي “عامل تغيير في المجتمع”، إضافة إلى اختيارها العلمانية طريقاً واضحاً لتغيير “النظام الطائفي” في لبنان. تعتبر سالكا بأن السبب الرئيسي لظاهرة عدم المساواة بين الجنسين في لبنان هي سيطرة المؤسسات الدينية على قانون الأحوال الشخصية.

يرفض العديد من النساء أن يعتبرن نسائيات، لأنهنّ يعتبرن أنّ صراع النسائيات هو ضد كل الرجال وليس ضد الحكم الذكوري. ورفضت بعض الباحثات، مثل أمينة ودود وفاطمة مرنيسي، إرث النسائية الغربية وحاولن مكافحة الحكم الذكوري من المنظور الإسلامي.

و بغضّ النظر عن الهويات المتنوعة الدينية والعلمانية الموجودة في نسوية تقبل سالكا تأثير النسائية الغربية والمضمون المشترك لنضالها مع نضال الحركات النسائية في الغرب.

بكل الاحوال ,على الرغم من ان مكافحة الحكم الذكوري هو في وسط حملات نسوية، من غير المرجّح أنّ يحقق هذا النهج نتائج فورية خصوصاً في المناطق الفقيرة التي تسيطر عليها الاُمّية والتديّن.

بالإضافة إلى ذلك، تشجّع سالكا تعاون نسوية مع منظمات الدفاع عن حقوق الأقليات – المهاجرون، اللاجئون الفلسطينيون، بائعات الهوا- وهي تدعو المجتمع المدني إلى مضافرة جهوده في هذه المسألة. موقف سالكا واضح وثابت “الفكرة النسائية على خلاف مع أي نوع من التمييز”.

لا تحظى النساء على الساحة السياسية  سوى بمساحة ضيقة فهناك 4 نساء فقط في البرلمان، وتشكو سالكا أيضاً من النساء داخل البرلمان اللواتي لا تعرن أي اهتمام لقضايا التمييز ضد المرأة ولا يرفعن لواء المساواة، مؤكدة ان الطريق السياسي مغلق أمام كل ناشطة نسائية بدون وساطات ودفع الأموال.

 في الختام, طالما أنّ السلطة باقية في أيادي القوات القوى السياسية المحافظة، يجب على المجتمع المدني مضاعفة جهوده ونسوية عنصر فاعل ومهم في تعزيز هذا المجتمع في وجه السلطة السياسية المتحجرة.

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