Posts Tagged With: Kuwait

Da alleati a terroristi: la guerra mediatica del Golfo ai Fratelli Musulmani

(Originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Nel 2014 sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di dichiarare i Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) un’organizzazione terroristica, a dispetto dell’alleanza storica tra il movimento di Hasan al-Banna e le monarchie del Golfo e della posizione del Qatar, che rimane tuttora il suo maggiore sponsor.

Tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) permangono infatti delle divergenze: oltre alla posizione antitetica del Qatar, il Kuwait presenta un’opinione pubblica divisa, consapevole degli stretti legami esistenti tra casa regnante e Fratelli Musulmani. In parallelo alla lenta riconciliazione con Doha e all’ascesa al trono di Salman Abdul-‘Aziz lo scorso gennaio, la stessa Arabia Saudita sembra essere leggermente più possibilista per quanto riguarda il dialogo con i Fratelli. Sul fronte dell’intransigenza si trovano invece gli Emirati, che a differenza degli altri regimi del Golfo, possono addurre come motivazione lo smascheramento di una presunta rete insurrezionalista collegata agli Ikhwan nel 2013.

Le diverse posizioni emergono dall’analisi della copertura mediatica dei Fratelli sulle emittenti del Golfo: la stessa retorica utilizzata nell’attaccarli è sintomo di problemi ben più profondi legati alle contingenze regionali e all’esigenza delle monarchie di salvaguardare la propria stabilità. È solo attraverso una lettura connessa ai nodi irrisolti della democratizzazione che si può comprendere come tutto d’un tratto il vecchio alleato sia diventato un acerrimo nemico.

Retorica anti-Ikhwan

Numerose posizioni appartengono al filone complottistico, come le teorie di un collettivo di attivisti filo-governativi sauditi, il Gruppo Nayef Bin Khaled, che si è costruito un seguito notevole su YouTube, attraverso dei video-collage in cui accostano una serie di dichiarazioni di leader dei Fratelli Musulmani per smascherare le loro cospirazioni. In questo video, ad esempio, si mostrano i discorsi precedenti alla rivoluzione del 2011 di uno dei leader yemeniti dei Fratelli Musulmani, Abdul-Majid al-Zindani, in cui accusa Israele e Usa di istigare i popoli arabi a insorgere contro i propri governi, per poi passare alla gioia di Zindani all’indomani del rovesciamento del regime del presidente Ali Abdullah Saleh e accusarlo di doppiezza nei confronti dei governanti. Il paradosso è che il disprezzo nei confronti dei Fratelli Musulmani, in quanto presunti agenti di Washington, proviene da un collettivo lealista saudita, schierato a difesa delle istituzioni di un regime da sempre allineato al blocco Nato.

Allargando invece lo sguardo sul tumultuoso contesto regionale, persino un autore schierato con Riyadh come Abdullah Bin Bijad al-‘Otaibi scrive sul quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat che la messa al bando dei Fratelli Musulmani in Arabia Saudita è motivata anche dalla loro capacità di sfruttare le rivendicazioni della gente per “spezzare le file (shaqq al-sufuf)”, ovvero dare vita a una nuova base di dissenso. Nel Golfo, come in altri regimi, la paura del cambiamento interno si nasconde dietro complottismi più o meno fondati (e a volte alquanto “fantasiosi”).

Nell’universo dei linciatori di piazza dei Fratelli Musulmani vi è poi chi si concentra sugli aspetti ideologici e rema controtendenza rispetto al mare di analisti che riconducono gruppi come l’autoproclamatosi “ Stato Islamico” al wahhabismo saudita: lo stesso ‘Otaibi profonde infatti i suoi sforzi in difesa della dottrina officiale dei Sa’ud sul sito di Al-Arabiya e accusa i Fratelli Musulmani di essere la prima fonte d’ispirazione dei gruppi jihadisti. L’autore sostiene infatti che il wahhabismo sia inconciliabile con i movimenti armati clandestini, in quanto condizionato dal riconoscimento della legittimità delle istituzioni. Naturalmente, a ‘Otaibi non interessa ricordare che gli Ikhwan sono stati perseguitati da diversi regimi, mentre il wahhabismo è diventato la dottrina ufficiale di una dittatura. Risultano invece interessanti i riferimenti dell’autore alla simbologia e agli strumenti di propaganda utilizzati dallo Stato Islamico, dal “sorriso del morto” alla “luce nei sepolcri”, fino agli inni islamici, che sarebbero ricollegabili alla letteratura degli Ikhwan piuttosto che a quella wahhabita.

Un aspetto innegabile della strategia utilizzata dai Fratelli per assumere il controllo delle società in cui operano, nonché uno degli assi centrali delle invettive scagliategli contro, è la natura “massonica” del movimento, capace di infiltrarsi nelle istituzioni inserendo i propri adepti in settori chiave come l’istruzione e costruire degli imperi finanziari fondati sulle donazioni dei membri. Una sorta di Comunione e Liberazione del mondo musulmanocontro cui si scaglia il conduttore kuwaitiano Mohammad Mulla (Shahed TV), accusando i Fratelli di aver “occupato (ihtallu)” le istituzioni, operando anche in segreto attraverso i loro seguaci non dichiarati.

Il potere conquistato dagli Ikhwan nei ministeri dell’istruzione, al punto da condizionare la redazione dei curriculum scolastici e controllare le attività studentesche, è stato del resto un tratto comune alla storia del movimento in Kuwait, Arabia Saudita e Emirati. Scrivendo sul magazine saudita al-Majalla, Abdullah al-Rashid ricorda come l’episodio che scatenò agli inizi degli anni ’90 la prima campagna di epurazioni degli impiegati Ikhwan all’interno del ministero dell’istruzione a Dubai fu una borsa di studio negata a uno studente universitario, che non nutriva particolari simpatie per i Fratelli. In Kuwait, scrive Ali al-Kandari in una ricerca pubblicata da Al-Jazeera, il peso sociale concesso agli Ikhwan attraverso il monopolio dell’educazione era invece parte della tacita intesa stretta con la casa regnante dei Sabah, a condizione di evitare lo scontro politico. Tale alleanza ha retto dagli anni ’60 almeno fino al 2007, quando il braccio politico dei Fratelli in Kuwait (Hads) ha portato avanti con successo la sua prima campagna contro la corruzione governativa. Oggi Hads prosegue il suo boicottaggio del Parlamento, chiedendo una riduzione dei poteri dell’emiro.

Lo sfruttamento delle istituzioni, la natura segreta dell’organizzazione, l’adescamento dei giovani e l’utilizzo delle donazioni destinate alla Palestina per finanziare le proprie attività sono al centro di una breve fiction emiratina intitolata “I Fatti dell’Organizzazione dei Fratelli Musulmani negli Emirati“(Haqaiq tanzim al-Ikhwan al-muslimin fi al-Imarat): un’ “arsenale” quindi di topos etici, dal movimento che agisce nell’ombra e corrompe le future generazioni al raggiro dei pii musulmani intenzionati ad aiutare i correligionari palestinesi.

Uno spezzone del filmato viene poi dedicato al tema controverso della bay’ah, il giuramento di fedeltà islamico storicamente riservato ai governanti di una comunità sulla base di una serie di condizioni.  Gli Ikhwan la utilizzano invece per cementare la lealtà dei seguaci alla loro guida (murshid). La voce fuori campo accusa i Fratelli di spacciare per religione un affare politico, tuttavia, il messaggio trasmesso da un dotto islamico per rimettere sulla retta via il giovane protagonista traviato dagli Ikhwan è intrinsecamente politico: la bay’ah rimane una prerogativa del Profeta e dei leader di Stato, ma non di gruppi come gli Ikhwan.

Se si escludono gli arresti avvenuti nel 2013 negli Emirati, la propaganda anti-Fratelli dispone di ben pochi esempi di insurrezionalismo interni al Golfo imputabili all’organizzazione. Di fatti, le invettive di emittenti saudite come Al-Arabiya si concentrano sugli eventi egiziani, accusando il movimento di essere responsabile anche dell’assassinio di Sadat da parte del Jihad Islamico (1981), un collettivo che aveva preso le distanze dalle posizioni moderate del leader locale dei Fratelli Hassan al-Hudaybi (1951-73), pur essendo influenzato dall’ala oltranzista degli Ikhwan vicina alle idee di Sayyid Qutb tra gli anni ’50 e i ’60.

Già nel 2004, quando l’allora ministro degli interni saudita Nayef Bin Abdul-Aziz aveva imputato ai Fratelli Musulmani la diffusione dell’estremismo responsabile degli attacchi dell’11 settembre, lo scrittore statunitense Graham Fowler aveva sottolineato in un articolo pubblicato da Al-Jazeera come il movimento islamico ripudiasse in realtà la violenza nella maggioranza dei Paesi in cui era attivo (con l’eccezione del Sudan e della Palestina). Fowler aveva quindi ricollegato le dichiarazioni del ministro saudita alla necessità di svincolare Riyadh da una posizione difficile, bersaglio delle critiche statunitensi post-11 settembre e dell’ostilità dei militanti islamici, più che a una reale minaccia posta dagli Ikhwan. Allo stesso modo, una lettura odierna della guerra mediatica saudita contro il movimento non può prescindere dal contesto regionale che vede Riyadh adirata dall’avvicinamento iraniano-statunitense e imputata di essere la fonte ideologica – se non finanziaria- a cui si abbevera lo Stato Islamico.

Il fronte dei recalcitranti nella guerra ai Fratelli Musulmani: Kuwait e … Arabia Saudita?

Gli Emirati sembrano i più determinati a reprimere gli Ikhwan, anche a livello mediatico, dove sono pressoché inesistenti le prospettive critiche sulle posizioni governative.
Tuttavia, lo sradicamento dei Fratelli dagli Emirati passa da una potenziale destabilizzazione del Golfo, per via dei rapporti stretti esistenti tra il movimento e alcuni regimi: di fatti, il capo della polizia di Dubai Dahi Khalfan, già al centro di una polemica con il leader spirituale degli Ikhwan Yusuf al-Qaradawi, ha più volte accusato il Kuwait di essere il principale finanziatore delle attività del gruppo negli Emirati. Ed è proprio dalle emittenti del Kuwait che provengono le apologie più frequenti del movimento islamico, come quella pronunciata sugli schermi di al-Adala TV dall’ex-parlamentare kuwaitiano Saleh al-Mulla, il quale sottolinea la contraddizione del supporto espresso dal Bahrain per la classificazione degli Ikhwan comegruppo terroristico, dal momento che il suo ministro degli esteri li aveva appena definiti “una componente importante del tessuto sociale bahrainita, che agisce secondo la legge.”

Non è un caso che, dei tre Paesi, quello dove i media offrono una maggiore pluralità di opinioni al riguardo sia il Kuwait, che è stato toccato dall’ondata di proteste che ha attraversato la regione nel 2011, e dove è comunque difficile si giunga a uno scontro tra monarchia e Fratelli Musulmani, per via dei buoni rapporti costruitisi in decenni di solidarietà in funzione anti-nazionalista e anti-comunista, che ricordano la situazione degli Ikhwan in Giordania. Anche nel contesto attuale, in cui i Fratelli si trovano schierati con l’opposizione, è più probabile che ad avere successo sia l’ala del movimento più pronta al compromesso, ovvero quella storicamente legata al palazzo da interessi economici. Gli sviluppi più recenti hanno di fatti visto l’inizio di una scissione tra partito Hads e movimento dei Fratelli, poiché l’impero finanziario di quest’ultimo iniziava a risentire dell’ostilità governativa.

Persino in Arabia Saudita c’è chi ritiene controproducenti gli effetti di una guerra aperta ai Fratelli Musulmani, come è emerso da un’intervista rilasciata ultimamente a Rotana TVdall’ex-parlamentare saudita Ahmad al-Tuwaijri, che ha definito “un insulto all’Arabia Saudita” la classificazione terroristica di un movimento legittimo esteso dal Marocco all’Indonesia. Gli Ikhwan, prosegue Tuwaijri, dovrebbero essere considerati “estensione strategica” degli interessi della monarchia, anche alla luce delle relazioni storiche con i Sa’ud, i quali iniziarono ad accogliere i membri egiziani del movimento ai tempi delle persecuzioni di Jamal Abdul-Nasser negli anni ’60.
La riconciliazione tra i custodi della Mecca e quelli che sono stati a lungo i loro alleati in politica estera, in funzione anti-nasserista, anti-baathista e anti-comunista, sembrerebbe del resto l’opzione più prudente per fronteggiare un contesto regionale ricco di insidie, tra cui spicca l’ascesa al potere degli Houthi sciiti in Yemen. Nonostante l’opposizione degli Emirati, il riavvicinamento tra Riyadh e Doha e alcune dichiarazioni più aperte al dialogo con i Fratelli Musulmani rilasciate in passato dal nuovo sovrano saudita Salman Abdul-‘Aziz sembrano inserirsi nella stessa direzione.

Tuttavia, come sottolinea l’opinionista saudita Noura Mash’al sul sito Noon Post, gli Ikhwan sono destinati a rimanere un rivale politico e ideologico ingombrante per l’egemonia saudita. Tra le petromonarchie, l’ago della bilancia continua così a essere il regno wahhabita, in quanto maggiore potenza politico-mediatica, chiamata ancora una volta a ritrovare un difficile equilibrio tra le forme d’Islam politico supportate all’estero (i Fratelli Musulmani ieri, i salafiti oggi) e le loro ripercussioni interne, un equilibrio già spezzatosi nel 2011 con l’ascesa al potere di numerosi gruppi vicini ai Fratelli e nel 2014 con l’emersione dello Stato Islamico.

Il nodo irrisolto ben più profondo resta però il processo di democratizzazione, che ha toccato solo marginalmente i Paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo nel 2011 e di cui le tensioni con gli Ikhwan saranno soltanto una delle molteplici manifestazioni future.

 

Advertisements
Categories: Arabia Saudita, EmiratiArabiUniti, Golfo Arabo, Kuwait, media arabi, Qatar | Tags: , , , , , | Leave a comment

Il vertice “storico” della Lega Araba a Bagdad è un flop a metà (marzo 2012)

Articolo pubblicato originariamente su Europa Quotidiano in data 29 marzo 2012.

Il vertice “storico” è un flop a metà

In Iraq il primo summit internazionale dal 1990. I sunniti stanno a casa.

Flag_of_the_Arab_League_with_flags'_stars_03

Di Andrea Glioti

Da diversi mesi lo scenario politico iracheno è dominato dai preparativi del 23esimo vertice della Lega araba organizzato a Bagdad, che terminerà oggi con l’incontro dei capi di stato. Nonostante le imponenti misure di sicurezza che hanno accompagnato l’evento, alcuni colpi di mortaio sono riusciti a minacciare l’ambasciata iraniana ai margini della “zona verde” dove era in corso l’evento. Come da copione, la città “blindata” ha fatto patire soprattutto i suoi cittadini, costretti a casa senza poter comunicare, a causa di “problemi tecnici” che, secondo il ministero della difesa, avrebbero causato il blocco delle reti di telefonia mobile. Nel frattempo, appena nove leader su ventidue dei paesi membri della Lega araba hanno partecipato all’evento, sollazzandosi tra Sheraton e datteri serviti su piatti d’oro da 24 carati.
Per le autorità irachene rimane un evento storico, il primo vertice organizzato a Bagdad a ventidue anni dalla guerra del Golfo in Kuwait, cui hanno fatto seguito le sanzioni economiche e l’occupazione statunitense. Negli ultimi mesi, non a caso, il governo iracheno, guidato da Nouri al Maliki ha ricucito attentamente i rapporti con i paesi del Golfo.
Il premier sciita si è recato in Kuwait lo scorso 14 marzo per ottenere importanti promesse sulla fine delle sanzioni postbelliche; in cambio l’Iraq ha preso l’impegno a rispettare la demarcazione dei confini sancita dalle Nazioni Unite e di risarcire la Kuwait Airways per il furti commessi durante l’invasione. Il riavvicinamento si è concretizzato nella partecipazione dell’emiro del Kuwait al summit di oggi, anche se, stando a quanto riportato dall’agenzia al Sumaria News, sua altezza al Sabah avrebbe abbandonato il summit prima della conclusione.
L’Arabia Saudita, tuttora priva di un’ambasciata a Bagdad, ha ripreso le relazioni diplomatiche tramite il suo ambasciatore in Giordania. Persino il re (sunnita) del Bahrain ha presenziato all’evento, rassicurato dal divieto imposto da Maliki agli sciiti di inscenare proteste contro la repressione di cui sono vittime i suoi correligionari nel regno del Golfo. Il tutto sotto l’occhio attento degli Usa, che vedrebbero di buon occhio un allontanamento dell’Iraq dall’orbita iraniana.
D’altro canto, il peso politico delle risoluzioni adottate dal vertice è pressocché nullo: stando al comunicato che anticipa gli esiti dell’incontro (la Dichiarazione di Baghdad), la posizione della Lega araba sulla rivoluzione siriana si risolverà in un prevedibile sostegno al piano di Kofi Annan.
Ancora più gravi le ripercussioni del vetice sulla crisi interna scaturita lo scorso dicembre dal mandato d’arresto emesso nei confronti del vice presidente sunnita Tariq al Hashimi: i preparativi del summit hanno posticipato la conferenza finalizzata alla riconciliazione nazionale al 5 aprile. Iyyad ‘Allawi, il leader della coalizione al Iraqiya, di cui fa parte Hashimi, ha di fatti minacciato di internazionalizzare la crisi irachena nel corso del meeting della Lega araba, sostenendo che la frattura interna allo scenario politico iracheno andasse risolta prima del vertice.
Bisogna notare poi che mentre la Dichiarazione di Baghdad tesse l’elogio dei «cambiamenti portati dalle primavere arabe», l’Iraq rischia di precipitare verso una nuova dittatura. Il governo Maliki è infatti oggetto di critiche per il suo despotismo e la repressione sistematica delle manifestazioni popolari. Una denuncia che arriva tanto da organizzazioni come Human Rights Watch, quanto da alleati di governo sciiti come Moqtada al Sadr.

Categories: Iraq | Tags: , , , , , | Leave a comment

Goodbye Yankees. Iraq anno zero

Articolo originariamente pubblicato su Europa a un mese dal ritiro delle truppe americane…

Goodbye Yankees. Iraq anno zero.

Di Andrea Glioti

Tra un mese il ritiro Usa, ma Bagdad non si sente pronta

Third Army assists USF-I complete Iraq repostureA quasi nove anni dall’invasione americana del 2003 stavolta il ritiro è davvero alle porte. Il paese però naviga ancora in un sanguinario conflitto sunnita-sciita mai realmente terminato e sempre a rischio di riesplodere con tutta la violenza del biennio 2006-2008. ll miglioramento dello stato della sicurezza degli ultimi tre anni, millantato dal premier sciita Nouri al Maliki, è nelle parole più che nei fatti, considerata la frequenza giornaliera degli attentati. La quotidianità è fatta di innumerevoli vittime civili (domenica scorsa tre esplosioni a Bagdad hanno fatto otto morti), anche se l’ultimo massacro “degno” dell’attenzione mediatica risale al 12 settembre, sulla strada di Nakhib, dove rimasti uccisi 22 pellegrini sciiti di ritorno dalla Siria.

Lo spettro della secessione
Quell’attentato ha scatenato accuse reciproche tra la provincia (muhafaza) sunnita di al Anbar, dove è avvenuto, e quella sciita di Karbala, da cui proveniva la maggioranza delle vittime. Un sintomo evidente delle tensioni istituzionali che percorrono il paese. In un simile contesto, il presidente sunnita della camera, Usama al Nujaifi, reputa tra l’altro opportuno sottolineare periodicamente come i sunniti si sentano cittadini di serie B, marginalizzati dall’attuale governo dominato dalla coalizione sciita dello Stato di diritto (Dawlat al Qanun) e pertanto legittimati a creare una regione autonoma (iqlim) sunnita. Nujaifi non ha dovuto attendere molto perché qualcuno raccogliesse il suo appello: pochi giorni fa, la provincia sunnita di Salahuddin ha presentato la richiesta formale per diventare regione autonoma, suscitando la levata di scudi dei fedeli di Maliki, appellatisi alla tutela dell’unità nazionale. Sarà curioso osservare la reazione di questi ultimi quando la provincia sciita di Bassora, roccaforte degli elettori del premier, chiederà di diventare una regione.
Le aspirazioni federaliste, al di là delle connotazioni confessionali, sono espressione di interessi economici e tutelate dalla Costituzione. Partecipando alla sua stesura nel 2005, il costituzionalista Zaid al Ali aveva già sottolineato come non vi fossero sufficienti garanzie contro la disintegrazione del paese e la formazione di macro-regioni su base etnico-confessionale: un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita.

Autogoverno e petrolio
Il rischio è all’ordine del giorno e lo stesso Kurdistan iracheno, l’unica regione autonoma attualmente esistente, non fornisce segnali incoraggianti, quando il suo presidente Ma’sud Barzani afferma di essere pronto a combattere per i curdi, qualora questi gli chiedessero l’indipendenza.
A prescindere dalle istanze separatiste, ai curdi non mancano gli interessi per minacciare l’unità nazionale: la questione più spinosa rimane il destino della regione di Kirkuk, che galleggia su un mare di petrolio. Gli abitanti del Kurdistan ne reclamano l’annessione tramite referendum, sulla base dell’articolo 140 della Costituzione. Il governo di Bagdad ha superato da tempo la scadenza fissata per la risoluzione del problema (prevista entro il 2007) e si discute ancora della restituzione delle terre dei coloni arabi insediati da Saddam durante la campagna di arabizzazione della provincia. Diversi politici arabi hanno inoltre esplicitato la loro netta opposizione alle rivendicazioni curde.

«Non lasciateci soli»
Solo la presenza americana ha finora evitato che le milizie arabe si scontrassero con quelle curde (peshmerga); tuttavia nel 2012 il Pentagono dovrà aver completato il ritiro del suo contingente e basterà ben poco ad accendere gli animi intorno ai pozzi petroliferi di Kirkuk.
Il paradosso più triste è che il ritiro americano – diventato realtà ufficiale solo negli ultimi mesi – rischia di divenire fonte di ulteriore instabilità. L’Iraq, secondo numerose fonti governative e militari irachene, è impreparato a gestire autonomamente la sicurezza interna.
In un colloquio con un funzionario statunitense, lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito iracheno avrebbe definito le forze armate irachene «incapaci di difendere il paese prima del 2020». Difatti la maggioranza dei partiti si era detta favorevole alla permanenza di un contingente limitato di addestratori militari statunitensi, ma l’accordo è saltato per l’insistenza di Washington affinché si concedesse loro l’immunità giudiziaria, condizione inaccettabile per un popolo memore degli orrori di Fallujah e Abu Ghraib. È degli ultimi giorni la notizia, riportata dal quotidiano panarabo al Hayat, di un probabile ultimo incontro tra Usa e Iraq per discutere la questione dell’immunità. Tuttavia, qualora venisse raggiunto un accordo, Bagdad rischierebbe comunque il tracollo politico-militare: le forze irachene sarebbero infatti chiamate a difendere gli addestratori dai Sadristi, il partito-milizia islamista sciita che, oltre ad occupare diversi ministeri, rifiuta categoricamente ogni forma di presenza americana dopo il 2011.
L’Iraq si trova inoltre impossibilitato a rivolgersi altrove, visti i rapporti burrascosi che intercorrono con i paesi confinanti. È di questi giorni la notizia delle offerte provenienti da Ankara e Teheran per addestrare le truppe irachene, proposta declinata dall’Iraq che, secondo fonti governative citate da al Hayat, preferirebbe mantenere i paesi confinanti estranei alla questione.

Tra Turchia, Iran e Kuwait
La reazione non sorprende, considerando i continui bombardamenti turco-iraniani sul Kurdistan iracheno, dove trovano appoggio le milizie anti-governative curde del Pkk (Turchia) e del Pjak (Iran). Senza menzionare le ingerenze politiche e militari iraniane: dopo l’invasione americana, Teheran è diventata molto influente sulla maggioranza delle fazioni sciite irachene e viene accusata di supportarne i relativi gruppi paramilitari. Il contenzioso con la Turchia e l’Iran riguarda anche le risorse idriche, essendo l’economia irachena fortemente condizionata dall’accesso ai corsi d’acqua provenienti da questi paesi (Tigri ed Eufrate in primis). Per quanto riguarda il Kuwait, l’Iraq sta ancora pagando le sanzioni imposte al regime di Saddam per la guerra del Golfo ed è alle prese con un progetto kuwaitano, il porto Mubarak, che rischia di ostacolare la navigazione irachena e scatenare un nuovo conflitto. È al seguito dell’assembramento di gruppi paramilitari sciiti al confine con il Kuwait che Bagdad ha affermato di non essere in grado di prevenire eventuali attacchi.
Il governo iracheno è tanto impotente di fronte alle violazioni commesse da Turchia, Iran e Kuwait, quanto incapace di arginare le attività militari del Pkk e del Pjak o di impedire che imujaheddin iracheni attacchino il Kuwait. Non è credibile nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini come non lo è a livello internazionale.

Rimpiangere Saddam
Nonostante sia noto il rimpianto di molti iracheni per la sicurezza dell’era di Saddam, ci si aspetterebbe che un minimo miglioramento dettato dalla nascita di istituzioni democratiche sia avvenuto. Stando alle parole del ministro degli esteri, Hosheyr Zibari, l’Iraq avrebbe rappresentato l’avanguardia delle primavere arabe. Zibari glissa sull’“aiutino” ricevuto dall’esterno, ma non si può negare che Maliki sia preferibile a Saddam.
Detto ciò, l’attuale premier è però dotato di una spiccata inclinazione al despotismo: da febbraio la piazza Tahrir di Bagdad si riempie ogni venerdì di manifestanti anti-governativi, ma il primo ministro ha già sposato i metodi di altri colleghi, causando morti e feriti tra i dimostranti. Persino un giornalista, Hadi al Mahdi, tra i più noti organizzatori del movimento di piazza Tahrir, è stato assassinato nel suo appartamento a settembre “in circostanze misteriose”. Sul piano della distribuzione delle cariche governative, Maliki ha assunto il controllo dei tre ministeri della sicurezza (difesa, interni e sicurezza nazionale), mantenuti volutamente vacanti negli ultimi dieci mesi, ed evitato la creazione del Consiglio nazionale per le politiche strategiche, che avrebbe dovuto controbilanciare la presidenza del consiglio sotto la guida del rivale Allawi (della Lista al Iraqiya).

La primavera islamica
Forse i più cinici chiuderebbero un occhio sulle istituzioni democratiche, se il governo fosse in grado di garantire una distribuzione della ricchezza e dei servizi proporzionata alle risorse naturali di cui dispone. Non è il caso dell’Iraq, in cui lo stato della rete elettrica nazionale è ancora lontano da standard accettabili e il relativo ministero, travolto da scandali di corruzione, considera un traguardo le 12 ore giornaliere di corrente.
Il settore petrolifero sta lentamente tornando ai livelli produttivi antecedenti l’invasione americana, ma – secondo l’Usaid – oltre 7 milioni di iracheni rimangono sotto la soglia della povertà. Mentre i due principali partiti (al Iraqiya e Stato di diritto) continuano a litigare per la spartizione delle cariche politiche, gli unici a preoccuparsi del problema sono stati i Sadristi, che hanno minacciato di abbandonare l’esecutivo, se non verrà destinato un sussidio ricavato dalle rendite petrolifere a ogni cittadino e non si provvederà a rifornire di carburante gratuito i proprietari di generatori elettrici. L’equazione “islamismo + assistenzialismo = voti” si ripete ancora: i Sadristi sono stati infatti tra i vincitori delle elezioni del 2010.
L’Iraq dimenticato dai media occidentali e arabi, corsi dietro alle “primavere”, è tutt’altro che stabile, dilaniato da correnti separatiste e recrudescenze settarie.
Il contesto iracheno merita maggiore attenzione, perché, al di là delle modalità diverse della caduta del regime, rimane una fonte ricca di avvertimenti per gli “autunni” dei rivoluzionari mediorientali.

Categories: Iraq, Kurdistan | Tags: , , , , , , , , , , | Leave a comment

Blog at WordPress.com.

Exiled Razaniyyat

Personal observations of myself, others, states and exile.

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

Salim Salamah's Blog

Stories & Tales about Syria and Tomorrow

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)