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La Siria sta a sud di Kobani? I media arabi reagiscono a una storia di resistenza curda

Analisi della reazione dei media arabi alla battaglia di Kobani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dal 16 settembre scorso, è difficile che un telespettatore non sia al corrente dell’esistenza della cittadina curdo-siriana di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) messa sotto assedio dai jihadisti dello Stato Islamico (noto in Occidente come ISIS), secondo il noto canovaccio adottato dalle piattaforme mediatiche per catalizzare l’attenzione del pubblico su un contesto a discapito degli altri: tra non molto, il destino di Kobani sarà probabilmente lo stesso delle altre città siriane sulle quali i riflettori si sono già spenti da tempo.

Il caso Kobani è stato innescato in primis dai media occidentali, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ‘plasmare’ il paradigma della resistenza del mondo civilizzato (con tanto di donne combattenti) alla barbarie dell’ISIS. La copertura mediatica è stata senz’altro funzionale al successivo intervento NATO, come lo erano state, qualche mese addietro, le immagini dei curdi yazidi iracheni, costretti dai medesimi jihadisti ad asserragliarsi sul monte Sinjar.

Sempre di curdi si tratta in un contesto regionale dove i massacri di cui sono state vittime gli arabi non hanno suscitato la stessa indignazione occidentale né tantomeno sono riusciti a creare un casus belli per un intervento esterno ‘umanitario’ (si pensi al massacro perpetrato con degli armamenti chimici nei pressi di Damasco nell’agosto del 2013 o alle periodiche offensive israeliane su Gaza). La reazione dei media arabi al caso Kobani non si è fatta pertanto attendere e si è ramificata in tendenze alquanto diversificate: nel quadro geopolitico, la battaglia di Kobani è stata strumentalizzata per scagliarsi contro determinate potenze regionali, o analizzata alla luce delle sottese agende neo-colonialiste occidentali; in alcuni casi si è preferito ridurre le aspirazioni dei curdi al separatismo, in altri ci si è invece preoccupati di comprendere meglio la loro posizione nel conflitto siriano; altrove, si è cercato infine di attutire gli attriti esistenti proponendo delle storie di fratellanza arabo-curda, o si è contestata l’equazione mediatica tra ISIS e arabi, ma c’è anche chi ha optato per l’autocritica, riconoscendo ai curdi il diritto a prendere le distanze dalla ‘decadenza’ araba.

Kobani al centro degli scacchieri geopolitici

Su vari fronti, gli eventi di Kobani forniscono un’occasione d’oro per scagliarsi contro le politiche di Ankara, in un momento difficile in cui la posizione ambigua di Erdogan nei confronti dello Stato Islamico ha già incrinato i rapporti con Washington e destabilizzato il processo di pace in corso con i militanti curdi del Pkk.

Il quotidiano libanese Al-Safir, voce storica della sinistra panaraba vicina a Damasco, si affida alla penna di Mohammad Nureddin per castigare il “disorientamento (takhabbut)” delle politiche turche nei confronti della questione curda e del conflitto siriano.

Tuttavia, sono senza dubbio i media egiziani a toccare il fondo nelle invettive anti-Erdogan: alcuni tra i maggiori quotidiani e siti di informazione egiziani (tra cui Al-Shuruq e Al-Yawm al-Sabi’) dedicano infatti ampio spazio alla ‘bufala’ dei cori pro-Sisi, che sarebbero stati intonati dai curdi durante gli scontri con la polizia turca, nel corso di una manifestazione solidale con la resistenza di Kobani. Il caso nasce da un video pubblicato da un gruppo di sostenitori del presidente egiziano e dal loro fraintendimento della sigla ‘Isid‘ (Stato Islamico in turco) frettolosamente trasformata in ‘Sisi‘. A testimonianza della grossolanità in cui sono sprofondati i media egiziani in seguito all’ascesa al potere del feldmaresciallo, nessuno si è preoccupato di verificare la notizia e l’attenzione per Kobani è stata ispirata più dalla propaganda governativa che dalla reale intenzione di comprendere gli eventi in corso.

Alcune griglie di interpretazione della sinistra panaraba continuano poi a essere utilizzate per comprendere la strumentalizzazione mediatica dell’assedio di Kobani alla luce dei calcoli geopolitici dell’Occidente. Sul libanese Al-Safir si riconduce pertanto la resistenza curda alla resistenza del tessuto sociale e della conformazione geografica del territorio ai confini della Turchia moderna tracciati al tavolo degli accordi di Losanna (1923), o si discutono le nuove frammentazioni politiche ‘covate’ dalle potenze NATO, che si tratti di una “buffer zone” in Siria o di uno Stato curdo filo-occidentale.

La reale importanza strategica di Kobani e lo spauracchio dello Stato Islamico, che da mesi domina i media occidentali come una “bestia dalle capacità illimitate”, sono poi oggetto dello scetticismo di Abdullah Suleiman Ali (Al-Safir, 23 ottobre), che mette anche in guardia dall’esagerazione di media occidentali e curdi nel riportare il numero dei caduti tra le fila dei mujahidin. Si continua a propendere per la ‘cospirazione’ nascosta al grande pubblico, un piano a lungo termine di ristrutturazione del Medio Oriente di cui lo Stato Islamico continua a essere uno strumento fondamentale.

L’assenza totale di corrispondenti arabi e occidentali sul fronte dello Stato Islamico ha del resto legittimato un certo scetticismo nei confronti della copertura mediatica dell’assedio, in un campo di battaglia in cui l’unico contraltare alle fonti curde continuano a essere i video diffusi dalla formazione jihadista. Tra questi passerà sicuramente alla storia il reportage fatto realizzare all’ostaggio britannico John Cantlie il 28 ottobre, dove si sottolinea come i media si affidino ai comunicati della Casa Bianca e dei comandanti curdi, in assenza di reporter occidentali nelle aree controllate dallo Stato Islamico a Kobani. Detto ciò, è innegabile che i rapimenti e le decapitazioni dei reporter occidentali abbiano garantito allo Stato Islamico tale monopolio della copertura mediatica, il tutto a beneficio della già efficiente macchina propagandistica del ‘Califfato’.

La sproporzione tra l’attenzione mediatica e le dimensioni strategico-umanitarie dell’assedio di Kobani vengono anche criticate sui mezzi d’informazione più vicini all’opposizione siriana, seppur le conclusioni geopolitiche siano chiaramente diverse da quelle tratte dalle firme di Al-Safir.

Al-Jazeera riprende così l’ironia degli attivisti siriani e pubblica un articolo online dal titolo “La Siria si trova a Sud di Kobani?!” Si riporta quindi un’intervista rilasciata da Mohammad Amin, redattore del sito dell’opposizione Siraj Press, in cui viene ricordato come la conquista da parte dello Stato Islamico di territori ben più vasti di Kobani non abbia destato tale fermento mediatico. Le potenze occidentali mirano a estorcere denaro dalle capitali finanziarie del mondo arabo dietro il pretesto della minaccia jihadista e forse anche a distogliere l’attenzione dai massacri perpetrati dal regime siriano, secondo la lettura di Amin.

E se l’idea che Kobani abbia gettato nell’oblio i crimini di Damasco accomuna la maggioranza degli attivisti siriani, anche sul fronte opposto, quello del canale Al-Manar del partito sciita libanese Hezbollah, alleato fedele di Bashar al-Assad, si ritiene che l’assedio di Ayn al-Arab abbia favorito soprattutto gli interessi del regime baathista, che mantiene a distanza lo Stato Islamico e si prepara a raccogliere i frutti dei rapporti incrinatisi tra Ankara e Washington.

Comprendere le relazioni arabo-curde in Siria: verso una convivenza scevra da pregiudizi?

Al di là delle dinamiche geopolitiche, nei media arabi le azioni dei curdi continuano a essere talvolta inquadrate dalla lente pregiudiziale del separatismo.

Così un servizio prevalentemente equilibrato realizzato da Majid Abdul-Hadi per Al-Jazeerada Kobani viene intitolato dalla redazione qatarina “La battaglia di Kobani riporta in vita il sogno dei curdi di uno Stato che li unisca”, pur non presentando alcun’intervista a sostegno di tale tesi. Non manca poi la presa di distanza da “quella che alcuni curdi ritengono” l’oppressione storica derivata dalla condizione di etnìa priva di Stato nazione: una precisazione che non avrebbe di certo accompagnato un servizio sulle tribolazioni palestinesi.

Alcune icone di Al-Jazeera, come il conduttore del programma “La Direzione Opposta (Al-Ittijah al-Mu’akis)” Faisal al-Qasim, noto sostenitore dell’opposizione siriana, non hanno del resto mai nascosto le loro antipatie per le rivendicazioni curde. Anche la redazione della saudita Al-Arabiya, stando a quanto mi riportavano alcuni giornalisti curdi siriani che hanno avuto modo di collaborarci, non nasconde il suo scarso interesse per le aspirazioni nazionaliste quando commissiona dei servizi dalle regioni curde.

In alcuni casi, le emittenti più vicine all’opposizione siriana si sono però proposte di approfondire le posizioni dei curdi con l’intento di attenuare le tensioni con la comunità araba. In una puntata di “Seduta Libera (Jalsah Hurrah)” trasmessa dall’emiratina Alaan Tv, il conduttore si è preoccupato a buon diritto di confutare l’equazione, a volte piuttosto esplicita, tracciata da alcuni media, tra arabi e Stato Islamico, ricordando come diversi dei comandanti del ‘Califfato’ siano curdi e la maggioranza delle vittime mietute dalla formazione jihadista siano di fatto arabe.

L’equazione tra arabi e Stato Islamico è di fatti smentita dalla stessa propaganda dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, se si osserva il video “La Risoluzione del Ribelle (‘Azm al-Abaat)” dedicato all’assedio di Kobani, in cui vengono enunciati i principi fondanti dell’ideologia del nemico, il Pkk, combattuto in quanto ateo, socialista, fautore della promiscuità e dedito alla fondazione di uno Stato (non islamico) curdo, ma non sulla base dell’etnia dei suoi militanti. Nel video vengono poi dati alle fiamme alcolici e sostanze stupefacenti rinvenute nelle case degli abitanti di Kobani: nell’ottica fondamentalista, i curdi sono ben accetti a patto che si sottomettano alle norme draconiane del ‘Califfato’, e di fatti Ayn al-Arab (L’Occhio degli Arabi) viene ribattezzata Ayn al-Islam, senza alcun riferimento etnico.

Detto ciò, l’assenza di un discrimine etnico-linguistico a livello ideologico sia sul fronte jihadista che su quello nazionalista curdo – lo stesso Pkk sottolinea il carattere multi-etnico della sue strutture di “autogoverno (al-idara al-dhatia)” in Siria – non significa che non esistano dei combattenti animati da pulsioni razziste, in considerazione delle numerose conversazioni avute durante il mio ultimo soggiorno siriano (Apr-Ott 2013).

Le presunte intenzioni riconciliatorie della puntata sopracitata del programma di Alaan Tvsono però tradite dall’impostazione del dibattito con gli ospiti curdi siriani in studio: si tratta di una vera e propria raffica di domande inquisitorie, ispirate dai sentimenti anti-curdi raccolti nelle ‘strade’ arabe, senza alcun accenno allo sciovinismo diffuso in alcune frange dell’opposizione araba o alla minore resistenza incontrata dalle formazioni jihadiste nelle regioni arabe in confronto a quelle curde.

D’altro canto, c’è chi preferisce analizzare la questione curda alla luce di un’autocritica della propria comunità di appartenenza, piuttosto che tentare una riconciliazione o illudersi che non ci sia alcun nesso tra le società arabe e l’ascesa dello Stato Islamico. Succede così che il giornalista di Al-Safir Rabi’ Barakat conceda ai curdi il diritto a mantenersi immuni alla “decadenza (inhitat)” e all’“ignoranza” (volutamente definita jahiliyyah, in riferimento all’era pre-islamica) degli arabi, di cui ISIS sarebbe la perfetta incarnazione.

A prescindere dalla vicinanza di Al-Jazeera ai Fratelli Musulmani, alcuni dei collaboratori dell’emittente si sono inoltre distinti per un’analisi più lucida delle circostanze che hanno apportato una nuova linfa vitale alle istanze nazionaliste dei curdi di Siria, ben prima dell’assedio di Kobani, come nel caso di un articolo del 2 aprile del giornalista siriano Imad Mufarrij Mustafa: si parla infatti di una comunità curdo-siriana in bilico tra un’identità siriana da sempre negatale da Damasco e un’identità curda rafforzata di recente dalla militarizzazione e sfruttata dai maggiori partiti nazionalisti curdi iracheni e turchi (il Pdk di Barzani e il Pkk di Ocalan).

Persino Al-Arabiya ha più volte fatto ricorso ai risvolti sentimentali di alcune storie raccolte sul fronte di Kobani per limare le spigolose relazioni arabo-curde: è il caso del serviziodedicato a Bervin, combattente delle YPJ (l’ala femminile dei militanti del Pkk siriano) che rincontra suo padre in trincea dopo una lunga separazione. Nello stesso filone si inserice un’inchiesta ripresa dall’emittente algerina Al-Khabr (KBC), dove l’inviato si reca sulle tracce di Linda Chalabi, combattente algerina nelle fila delle YPJ di Kobani, che si sente in dovere di difendere la sua seconda patria, dove si era trasferita sette anni fa al seguito del marito curdo siriano e dove “il popolo curdo non l’ha mai fatta sentire un’estranea”.

In conclusione, risulta difficile individuare un approccio omogeneo nella copertura mediatica araba degli eventi di Kobani. Le rivendicazioni curde sono senz’altro diventate oggetto di dibattito su una serie di piattaforme influenzate da svariate correnti politiche, un dato in sè positivo alla luce della reticenza del secolo scorso, soprattutto se lo si unisce alla maggiore propensione all’autocritica della comunità di appartenenza, all’accento posto sulle esperienze condivise tra le due comunità e all’analisi scevra da pregiudizi delle dinamiche socio-politiche alla radice delle istanze nazionaliste curde.

Per quanto riguarda nello specifico l’assedio di Kobani, va inoltre riconosciuto ai media arabi di essersi astenuti dalla spettacolarizzazione propria della copertura occidentale: ci si è continuati a occupare dei massacri in corso nelle altre città siriane, dove la stragrande maggioranza delle vittime non hanno la ‘fortuna’ di appartenere a una minoranza, e non si è trasformata la cittadina curda in un’icona nemmeno troppo implicitamente xenofoba della resistenza contro la barbarie arabo-islamica.

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Analisi dei media curdi tra stampa e televisioni satellitari

Un analisi che ho scritto per ArabMediaReport sui media curdi tra Turchia, Siria, Iraq e Iran…

kurd media

Dall’oppressione al nazionalismo, le emittenti satellitari consolidano un senso di appartenenza transnazionale, nonostante l’assenza di una lingua condivisa. Come i media di un attore anti-istituzionale come il Partito dei lavoratori del Kurdistan, Pkk, siano diventati uno strumento di pressione difficilmente arginabile dagli Stati nazione. La regione autonoma curdo irachena e suoi media istituzionali, tra interessi commerciali e repressione del dissenso. I curdi della Siria e dell’Iran ancora relegati ad attori secondari.

Anche se la televisione non è in grado di rivitalizzare linguaggi e culture da sola, riesce a conferire credibilità e legittimità a un idioma, specialmente se si tratta di un lingua minacciata. Così si esprime lo studioso Amir Hassanpour, nel descrivere la missione dei neonati media curdi. La lingua in questione è stata repressa in tutti i modi immaginabili nelle quattro ‘province’ del Kurdistan- Siria, Iran, Iraq e Turchia- e gode di un riconoscimento ufficiale solamente nel Governo Regionale del Kurdistan, Grk. Le emittenti della regione irachena, divenuta de facto autonoma nel 1991, hanno pertanto giocato un ruolo fondamentale nel legittimare lo stato di questa lingua ostracizzata.

Al di fuori dell’isola felice del Kurdistan iracheno, dove da oltre un ventennio il sistema educativo è quasi interamente in curdo, ben poche persone hanno studiato la propria lingua e ancora meno hanno avuto accesso alle pubblicazioni clandestine.

La repressione continua a dominare il panorama mediatico curdo. In Iran, dopo la parentesi riformista di Khatami (1997-2005), l’intolleranza si è abbattuta nuovamente sulle pubblicazioni indipendenti. La Turchia detiene il primato mondiale di giornalisti detenuti, tre quarti dei quali lavoravano per media filo-curdi. Se si esclude l’introduzione di corsi universitari di curdo lo scorso aprile, il regime siriano non ha mai concesso alcuna apertura. Anche quest’ultima mossa però è stato solo l’ennesimo tentativo di mantenere la minoranza neutrale nella rivoluzione in corso dal 2011.

 

Un nazionalismo senza una lingua condivisa

In un simile contesto repressivo, la stessa nascita della stampa coincide con l’emergere del movimento nazionalista: il primo periodico curdo (Kurdistan) venne pubblicato al Cairo nel 1898 con l’intento dichiarato di sostenere il popolo curdo. Considerato il pubblico ristretto di lettori politicizzati, in Kurdistan Identity, Discourse and Media, Jaffar Sheyholislami descrive la stampa come artefice del nazionalismo, mentre riserva alle televisioni satellitari la definizione di veri e propri mass media, in grado di formare una coscienza curda transnazionale. Le televisioni terrestri sono invece rimaste sotto il controllo delle propagande governative, anche quando hanno accettato di includere programmi in curdo.

Le emittenti satellitari che si sono dedicate alla diffusione del nazionalismo curdo hanno dovuto innanzitutto ovviare all’assenza di una lingua unificata. Esistono infatti vari dialetti molto diversi tra loro, i più diffusi sono il Kurmanji nell’area turco-siriana e il Sorani in quella iracheno-iraniana.

Non esiste nemmeno una scrittura condivisa, dato che i curdi di Siria e Turchia utilizzano l’alfabeto latino codificato negli anni ’30 da Jaladat Ali Badarkhan, editore della rivista letteraria curdo-siriana Hawar, mentre in Iraq e Iran si ricorre all’alfabeto arabo. Ciononostante, il progetto nazionalista di canali satellitari come Kurdistan TV, KTV, prevede un’unità linguistica forzata. Come osservato da Sheyholislami, nelle lezioni di Kurmanji per bambini oggetto di un programma chiamato Zimanî Kurdî, lingua curda, il dialetto Sorani non viene nemmeno preso in considerazione. L’unità linguistica matrice dello Stato nazione ottocentesco europeo viene perseguita combinando i diversi dialetti all’interno dei notiziari, nei quali, per esempio, il presentatore si esprime in Kurmanji e l’inviato in Sorani.

 

Il satellite vettore di un senso di appartenenza transnazionale

Come sottolineato da Sheyholislami, KTV cerca di consolidare una memoria storica comune e promuove il modello della regione autonoma al di là dei confini iracheni. La memoria storica viene resa omogenea al costo di distorsioni nel programma Emřo le Mêjû da, Oggi nella Storia,in cui il Trattato di Sevres firmato nel 1920 dall’impero ottomano e dalla potenze alleate viene ricordato come documento fondante della “nazione curda”, senza specificare che si trattasse esclusivamente di parte del Kurdistan turco.

Allo stesso tempo, nei notiziari si parla di “Kurdistan iracheno e turco”, tessendo i legami transnazionali nel rispetto dei confini nazionali. Al contrario, i corrispondenti dall’estero della stessa emittente tendono a riferirsi al “Kurdistan meridionale e settentrionale”, a testimonianza di una maggiore libertà nel dar voce alle rivendicazioni indipendentiste: la loro visione è quella di un’unica patria avversa ai confini nazionali.

 

 Il Pkk e i suoi canali satellitari: guerriglia senza confini

Oltre a Kdp, il Partito democratico del Kurdistan, che controlla anche Zagros TV e Korek TV, l’altro impero mediatico e’ quello degli insurrezionalisti del Pkk turco: Roj TV -emittente principale del partito- Newroz TV -voce del Partito della Vita Libera del Kurdistan, sezione iraniana del Pkk- MMC -canale musicale che predilige canzoni curde e straniere dai contenuti rivoluzionari- Ronahi TV –emittente legata alla frangia siriana del partito, il Pyd, Partito dell’unione democratica.

Il linguaggio politico di tutte questi canali é esplicitamente “pan curdo”. A differenza di KTV, non vi è alcuna necessità di edulcorarlo a tutela delle relazioni estere. La programmazione dedica ampio spazio al folclore curdo, oltre che alla glorificazione della lotta armata dei “compagni” di partito, tramite numerosi videoclip musicali girati nella roccaforte dei monti Qandil iracheni.

L’aspetto più interessante del Pkk è la sua capacità di sfruttare la natura deterritorializzata del satellite per resistere ogni misura repressiva: l’esempio più noto è quello di MED-TV, la prima stazione satellitare curda nata nel 1995, la cui licenza venne revocata nel 1999 in seguito alle pressioni turche sul governo inglese che la ospitava. Il canale ‘rinacque’ in Francia comeMEDYA TV , ma fu immediatamente obbligato a sospendere le trasmissioni nel 2004. L’ultimo anello della catena è Roj TV, basata in Danimarca dal 2004.

Il governo turco continua a esercitare pressioni su questo canale danese accusato di sostenere un’organizzazione considerata terroristica dall’Unione Europea. La questione Roj TV continua a rischiare di compromettere le relazioni tra i due Paesi. Nel luglio 2010, Wikileaks aveva già pubblicato un documento dell’ambasciata americana di Ankara, datato gennaio 2010, dal quale si apprendeva che la diplomazia turca attendeva la chiusura dell’emittente in cambio del consenso di Ankara all’elezione del danese Anders Fogh Rasmussen alla presidenza della NATO (2009). Lo scorso 21 marzo però, Erdogan è riuscito a ‘strappare’ al primo ministro danese la promessa di chiudere Roj TVin cambio di un aumento del volume degli scambi commerciali da 1,7 a 5 miliardi di dollari. Ciononostante, la licenza di Roj TV non è ancora stata revocata. La vicenda presenta delle somiglianze con l’esperienza di al-Zawra’ , canale filo-Saddam dell’iracheno Mishaan al-Juburi, capace di eludere a lungo le pressioni governative trasmettendo dall’operatore egiziano Nilesat.

Il dossier Roj TV ha inoltre influito sulla decisione del governo Erdogan di inaugurare la prima emittente curda del Paese, TRT 6, nel 2009. Le ripercussioni della controversia hanno dimostrato come le emittenti satellitari siano divenute uno strumento di pressione politica ancora più efficace delle armi nelle mani del Pkk, seppur in assenza dell’apparato istituzionale di cui dispone la regione autonoma irachena.

Barzani: partnerariato commerciale in formato televisivo

Se le piattaforme del Pkk cercano appoggio all’estero, sapendo di poter innescare crisi diplomatiche tra Ankara e i suoi partner commerciali, il presidente della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, Masud Barzani, utilizza il soft power televisivo per promuovere nuove intese commerciali.

Basta pensare alle serie televisive sudcoreane divenute un vero e proprio cult nel Kurdistan iracheno, sulla base dell’alleanza militare e commerciale tra i due Paesi. Le radici vanno ricercate nello stazionamento degli oltre tremila soldati del contingente sudcoreano Zaytun nella regione autonoma dal 2004 al 2008. Si tratta del più massiccio dispiegamento di truppe sudcoreane all’estero dalla fine della guerra del Vietnam. Le autorità del Kurdistan si mostrarono particolarmente favorevoli alla presenza delle truppe di Seul, vero e proprio trampolino di lancio per una serie di intese commerciali: l’ultima joint venture riguarderebbe la realizzazione di un raccordo anulare tra Mosul, Erbil e Kirkuk. Prevedendo i margini di profitto derivabili dal business della ricostruzione post-bellica, Seul ha promosso un’immagine positiva delle proprie truppe. La biografia televisiva del primo monarca della dinastia coreana Goguryeo, Jumong Taewang (37-19 a.c), continua a riscuotere un enorme successo nella versione doppiata in Kurmanji.

 

I limiti della libertà d’espressione nel Kurdistan iracheno

Il governo del Kurdistan iracheno è ormai consapevole delle potenzialità dei media e ne fa pieno uso per promuovere la propria immagine e consolidare rapporti commerciali. Allo stesso tempo, come qualsiasi altro esecutivo in Medio Oriente, il Grk è consapevole delle minacce poste dai media indipendenti. A dispetto dell’oppressione di cui sono stati oggetto i principali partiti curdi iracheni, le autorità non si fanno scrupoli a reprimere brutalmente le forme di dissenso, seppur in proporzione minore rispetto ad Ankara, Bagdad, Teheran e Damasco.

Nel 2008, il quotidiano indipendente Hawleti è stato oggetto di una causa da tredici milioni di dinari per aver tradotto un articolo del giornalista americano Michael Rubin sull’entità abnorme del patrimonio di Barzani e dell’altro veterano della politica curda irachena, il presidente iracheno Jalal Talabani dell’Unione Patriottica del Kurdistan. Nel 2010, il governo ha chiesto un risarcimento pari a un miliardo di dollari e la chiusura del settimanale Rozhnama, a causa di un articolo sul contrabbando di petrolio diretto in Iran. La stazione televisiva Nalia è stata assaltata dai sostenitori di Barzani nel 2013 dopo aver trasmesso una telefonata critica dell’icona del nazionalismo curdo, il padre dell’attuale presidente, Mostafa Mullah Barzani (1903-1979).

I giornalisti continuano ad essere oggetto di intimidazioni, se non rapiti e uccisi, quando osano criticare le ‘sacre’ famiglie Barzani e Talabani. Questa è stata la sorte di Sardasht Osman, uno studente noto sul web per le critiche rivolte alla famiglia Barzani, assassinato nel 2010 senza che sia mai stata fatta giustizia. Il suo omicidio è stato attribuito a dalle cellule islamiche della città di Mosul. 

 

Nell’ombra: Iran e Siria

Rispetto alla vitalità del Pkk e delle autorità curdo irachene in ambito televisivo, il Kurdistan siriano e quello iraniano rimangono due contesti secondari, per via dei mezzi limitati, dell’impreparazione e di una diaspora dimostratasi meno propositiva.

Tra le poche eccezioni vi sono le emittenti di partito curdo-iraniane, inaugurate nel 2006 dai comunisti del Komala –Komala TV-, dall’Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan orientale –Rojhelat TV– e dal Partito democratico del Kurdistan Iraniano (Tishk TV). Le emittenti sono tutte basate in Europa. Tuttavia, si tratta di stazioni satellitari con una programmazione ridotta, inferiore alle realtà collegate al Pkk e al Kurdistan iracheno.

In Iran la morsa dell’ex presidente Mohammad Ahmadinejad si è abbattuta sulla stampa curda, dopo la momentanea apertura di Khatami, sotto il quale venivano stampati ben sette settimanali curdi. Tra i pochi sopravvissuti vi sono il settimanale Sirwan e il bisettimanale Hawar.

D’altro canto, una simile repressione in patria viene compensata dall’appoggio fornito ai media di proprietà di Jalal Talabani: il presidente curdo iracheno alleato di Teheran che controllaKurdsat,Gali Kurdistan, al-Hurriyah TV e PUK TV. Secondo alcuni dei suoi critici, sarebbe stato proprio l’Iran a sponsorizzare Kurdsat per bilanciare l’appoggio fornito dalla Turchia alla KTV di Barzani, in funzione di contenimento delle emittenti del Pkk. I vari canali negano di aver ricevuto un simile sostegno, ma la repressione interna dei media curdi non impedisce a Turchia e Iran di sostenerli, quando vengono fondati da alleati strategici all’estero.

Per quanto riguarda la Siria, se si esclude Ronahi, l’unica realtà satellitare esistente, anch’essa collegata al Pkk , i rimanenti partiti curdi hanno avuto modo di agire liberamente solo da un anno, da quando il regime ha ritirato le sue forze di sicurezza dalle regioni a maggioranza curda. Si tratta di un panorama politico frammentato, dipendente dall’appoggio dei partiti curdi iracheni e privo di una consolidata rete di espatriati in grado di dare vita a dei canali satellitari.

La nuova libertà di movimento di cui godono i curdi siriani si è tradotta nella circolazione alla luce del sole di diverse pubblicazioni in curdo, ma si tratta di una fase ancora prematura e dominata dalla partigianeria politica per poterne effettuare una valutazione compiuta.

 

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Against the partition of Syria

An analysis I wrote for WOZ  , criticizing the partition of Syria advocated by some analysts. The German version is not available yet on their website, I’ll fix the link as soon as it will be published. (Image taken from socioecohistory.wordpress.com)

Fragmentation will serve no one’s interests in Syria

By Andrea Glioti

syrbalk

Amuda (Hasakeh, Syria)- June 7, 2013

An increasing number of analysts see partition as the only solution to the ongoing conflict in Syria. It is undeniable that the regime has started paving the way for its plan B: the establishment of an Alawi State stretching from the coast to Homs, due to the territories lost in favor of the opposition. However, this is an emergency plan rather than a priority and the regime is still firmly in control of the country’s economic capitals (Damascus and Aleppo). Fragmentation would also imply a major central Sunni State, a Kurdish State in the North-Eastern Jazira plain and a Druze State in the South, but none of these sects would be satisfied by the establishment of these new entities, either for economic reasons  or territorial boundaries. Instead of serving as a reconciliation plan, such a division would only serve foreign interests and deepen sectarian tensions.

The only feasible solution is a decentralized State, balancing the representation of all Syrian sects, without marking a Sunni revenge over the other components.

The regime has already started to lay the foundations of the Alawi State. The month of May was featured by an escalation of sectarian violence along the Alawi-majority coast (massacres of Baniyas and Bayda) in a clear attempt to ‘cleanse’ Sunni villages. On June 5, the fall of the strategic town of Qusayr (Western Homs Governorate) in the hands of the regime has reopened the corridor to the Lebanese border and paved the way for the next offensive on Homs: this city is crucial to the survival of Asad’s last shelter, as it would link the Syrian coast to the Lebanese Biqaa valley controlled by Hezbollah, thus circumventing the Sunni-majority Northern Lebanon. This would ensure a continuous flow of weapons and fighters to launch further attacks on the rebels’ bases in the countryside of Damascus.

Having said this, the Alawi State remains an emergency plan, because of its scarce energy resources and the worrisome perspective of being stripped off the country’s economic capitals. Oil and gas fields are in fact concentrated in Deyr az-Zor and Hasakeh and the oil flow to the coast has been officially halted by rebel groups;  the country’s biggest dam is located on the Euphrates river, in the Eastern province of Raqqa, which is completely controlled by the opposition. In the so far unlikely hypothesis of a central Syria dominated by the opposition, the only bargaining chip of the Alawi State would be its access to the sea.

Furthermore, there is no guarantee that all Alawis would be willing to live in Assad’s fiefdom: even if they don’t side with the opposition, two main Alawi tribes, al-Haddadiyah and al-Khiyatiyah, are loyal to Bashar’s exiled uncle Rifaat al-Asad. The history of Alawis saw them ‘jumping’ from rural outcasts to the backbone of the Baathist Syrian intelligence, but will the limited resources of a tiny coastal State be able to absorb thousands of former security officials?

From the Iranian perspective, as noted by the former air force officer Abdul-Nasser al-’Aid in an op-ed published by the Pan Arab daily Al-Hayat, supporting an Alawi State would imply a much heavier military and economic burden than mobilizing Shi’a power networks within Syria or Lebanon. In addition to this, al-’Aid suggests that the ‘Alawi elites are likely to leave the country once Damascus will fall in the hands of the opposition, thus casting again the shadow of poorness on the Alawi villages.

From the point of view of the opposition, the hypothesis of a Sunni State with no access to the sea is equally discouraging. The recently approved Government decree ruling the creation of three new provinces- Manbij in the countryside of Aleppo, Badiya in the desert East of Homs and Qamishli in the Kurdish lands of the Jazira- suggests also a narrower extension of the regions the regime is willing to give up to the Sunni rebels: Aleppo won’t be abandoned that easily and the new province of Qamishli is likely to include more than a half of Hasakeh’s oil fields currently controlled by the Kurdish PYD (Democratic Union Party)-affiliated YPG militia. The Kurdish leadership has stated clearly that the- mostly Sunni Arabs have no right over these oil reserves

Even if the Kurdish shadow State dominated by the PYD received temporarily from the regime numerous oil wells, in order to trigger an ethnic divide within the opposition and deter Turkish interference, it would be foolish for Damascus to abandon its energy reserves. If Kurds opt for separatism, the regime would easily mobilize Arab tribes against them, as it still counts on thousands of loyal settlers brought here in the ’60s to change forcibly the demographic balance.

Besides this, the Kurdish State envisaged by the Government decree would be much smaller than West Kurdistan, thus failing to meet Kurdish demands and replicating the Iraqi scenario of Arab-Kurdish contended regions. Finally, the PYD’s political program is shaped on self-administration without geographical borders, encompassing the institutions of every Syrian Kurdish community and ruling out the need of an independent State.

The Druze State in the South seems a more likely option, being part of a plan drafted by a major regional power like Israel to protect the Golan border from the Islamist brigades within the Syrian opposition.  The border has remained quiet for the last forty years and some Druzes have historically cultivated good ties with Israel: Galilean Druzes still serve in the Israeli army, for example. However, the Syrian Druze stronghold Jabal al-Duruz is still totally under the regime’s control and fragmentation is explicitly rejected by the Druze tribal leader Sultan Basha al-Atrash. Under any circumstances, the feasibility of a Druze State is challenged by the Sunni enclave of Daraa, which is located exactly between Jabal al-Duruz and the Golan Heights.

In conclusion, the fragmentation of Syria might serve the Israeli interests by weakening one of its regional rivals, but for sure it doesn’t benefit any of the Syrian communities. Dividing the country along sectarian lines would not be possible without forced population exchanges, supposing that this would help reducing violence: those proposing a solution similar to the partition of Pakistan and India appear completely unaware of the Syrian peculiarities, which cannot be simply overcome by the creation of two or four sectarian States.

The only viable solution is decentralization, according to a model similar to the PYD’s program: self-management of each community according to demographic figures [1], on condition that the borders of local and central powers are precisely defined.

First of all, the Sunni-majority opposition should start accepting decentralization, differently from what it has done so far with the Kurds, and support a fair representation of all minorities within the State apparatus. Any sort of ‘Sunni revival’ is likely to ignite separatist trends. The Baathist regime is unlikely to accept decentralization: its vision is centered on preserving absolute power either on a national or local scale. It will be up to the opposition to exert pressures on Damascus to preserve Syria’s diverse religious and ethnic fabric.


[1] However, it is debatable whether the PYD had the right to set up Kurdish institutions even in the Kurdish-majority neighborhoods located in cities where Kurds are not the majority like Aleppo.

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La strategia della tensione siriana tra Turchia, Pkk e petrolio

Articolo pubblicato su Left (Avvenimenti). Ho cercato di tracciare una linea continua tra attentati di Reyhanli (Turchia), trattative di pace tra Pkk e Ankara e i possibili movimenti di Damasco nei confronti delle regioni petrolifere finite nelle mani dei curdi siriani (e in particolare della frangia siriana del Pkk, il Pyd). Nel sottotitolo pubblicato sul sito (e purtroppo in quello andato in stampa) compare la frase: i curdi “vorrebbero vendere il greggio all’Europa”, ma si tratta del frutto di un’aggiunta della redazione che non trova fondamento nell’articolo. Dovrebbero provvedere al più presto ad eliminarla.

Ostaggi del Petrolio

S1100007 

di Andrea Glioti

(Maabadeh-Hasakeh-Siria)

I curdi non si meritano la pace. Specie se vogliono il petrolio. L’11 maggio a Reyhanli, estremo sud della Turchia, due enormi esplosioni hanno fatto 51 morti e circa 200 feriti. Un attentato orchestrato al di là di quel confine che corre a pochi chilometri dalla città. È il tentativo siriano di boicottare i negoziati di pace tra i guerriglieri curdi del Pkk e il governo Erdogan. Il regime di Bashar al-Asad intende dimostrare alla Turchia che non può conseguire una stabilizzazione interna se non smette di sostenere l’opposizione siriana. Pacificare il fronte curdo, proseguendo nei negoziati con Ocalan, non è la strategia giusta per assicurarsi la quiete al confine.

Dopo un periodo di relativa calma, il popolo curdo deve tornare alla realtà. Anche nelle città del nord est siriano come Tell Tamr e Hasakeh si sono intensificati gli scontri tra tribù arabe e milizie lealiste al regime da una parte, e frangia siriana del Pkk (Pyd- Partito dell’unione democratica) dall’altra. Il messaggio è inequivocabile: l’autonomia de facto conseguita nell’ultimo anno dalla minoranza curda siriana è frutto della necessità del governo di Damasco di garantirsi una regione cuscinetto al confine turco. Una riconciliazione curdo-turca vanificherebbe però il piano, trasformando quell’area in provincia occidentale di un’altra comunità ostile. Se questo dovesse succedere, il regime di Bashar non esiterà a volgere la sua artiglieria verso il Kurdistan siriano, anche perché c’è un altro interesse da salvaguardare: buona parte delle risorse energetiche di Damasco si trovano qui, e oggi sono finite in mano al Pyd.

Damasco conosce bene l’importanza della provincia di Hasakeh, dove si concentra oltre metà del petrolio del Paese. Il regime, infatti, ha sempre negato l’autosufficienza alle regioni curde, collegando i loro pozzi petroliferi alle raffinerie di Homs e Banyas nella Siria occidentale. Oggi le trivelle si stagliano inerti all’orizzonte, ma per la prima volta i pozzi sono stati “affidati in custodia esente da cauzione” al Pyd. La notizia emerge da documenti governativi pubblicati dal settimanale indipendente Jisr. «Circa il 60 per cento dei pozzi è in mano al Pyd e il rimanente 40 per cento si trova sotto il controllo dell’opposizione araba», precisa K., che lavora come ingegnere specializzato in trivellazione nelle Direzione locale del ministero del Petrolio. Il Pyd sta approfittando della situazione di stallo nel conflitto siriano per gettare le fondamenta di un’autosufficienza energetica. Tra i suoi progetti c’è anche quello di avviare l’importazione di gas dal Kurdistan iracheno e di comprare elettricità dalla Turchia.

Il progetto di autonomia del Partito curdo ha preso avvio nell’estate del 2012, quando il Pyd ha colto l’occasione del ritiro della maggioranza delle forze di sicurezza governative per creare una rete di nuove istituzioni: corpi di polizia, esercito, associazioni e scuole. Tutto ciò è stato possibile con il tacito consenso del regime, nonostante i dirigenti del Pyd neghino ogni forma di coordinamento. La realtà sulle relazioni con Damasco è sotto gli occhi di tutti: a Qamishli, dove l’intelligence siriana non ha abbandonato le proprie sedi, i posti di blocco delle milizie curde distano pochi isolati da quelli del regime e le gigantografie del presidente troneggiano ancora sugli edifici governativi.

Per sradicare il regime, però, la Ue tenta di sostenere l’opposizione anche in Kurdistan. L’ha fatto abolendo, il 22 aprile, l’embargo petrolifero. Ma i risultati sono stati opposti. Il fronte anti regime si è diviso, perché il Pyd intende presentarsi come partner commerciale indipendente, diverso sia dal regime di Damasco che dall’opposizione araba. «La Commissione suprema curda (la maggiore coalizione politica della regione, dominata dal Pyd) è l’unico soggetto autorizzato alla compravendita del petrolio in nome dei curdi», sottolinea Bashir Malla, membro del Pyd, «ma la Ue non l’ha nemmeno menzionata nel suo appello rivolto esclusivamente all’opposizione araba». La decisione europea ha irritato anche i leader militari della ribellione araba. «Siamo contrari alla vendita del petrolio prima della formazione di un governo a interim nelle zone liberate», ci dice il maggior Muntasir al-Khaled, comandante del consiglio militare dell’Esercito siriano libero (Esl) di Hasakeh. «Per il momento i pozzi sono in mano a una moltitudine di forze armate che non dialogano tra di loro». L’obiettivo dell’esercito dei ribelli è di unificare politicamente le regioni petrolifere attraverso un’offensiva militare. «Se ora l’opposizione decidesse di accettare l’offerta europea, il regime bombarderebbe immediatamente qualsiasi cargo di petrolio diretto all’estero», commenta M., ingegnere elettrico che lavora a Hasakeh. Finora le regioni curde sono state risparmiate dalla devastazione, ma il petrolio potrebbe portare la guerra anche qui.

Il Pyd conosce i propri limiti da “custode” delle regioni petrolifere: sa di non potersi ancora permettere di riavviare le trivellazioni e di dover mantenere aperto il dialogo con Damasco. «L’interruzione della produzione petrolifera sta danneggiando l’intero Paese e, per il momento, il regime rimane l’unico possibile acquirente del greggio», ammette Bashir Malla. Il Pyd viene accusato di aver continuato a pompare petrolio verso le raffinerie governative per diverse settimane, dopo aver preso in consegna i pozzi. «Il Pyd si è impadronito delle trivelle il primo marzo 2013, ma il petrolio ha continuato ad arrivare a Banyas fino al 20 del mese, quando alcuni gruppi dell’opposizione araba hanno chiuso le valvole a Tell Hamis», ricorda l’ingegnere elettrico.

Oggi, per il regime, le aree amministrate dai curdi sono diventate meno affidabili. E in caso di un avvicinamento tra la Turchia (che sostiene i ribelli siriani) e il Pkk (alleato dei curdi del Pyd) Damasco potrebbe decidere di puntare su nuovi partner per la tutela delle sue riserve energetiche. Nella frammentazione siriana, infatti, ci sono rivalità etniche che il regime di Bashar può essere sfruttare per trovare referenti affidabili. Basta camminare per le vie di Ma’abadeh, cittadina curda nei pressi del confine iracheno, per accorgersi degli inconfondibili volti olivastri dei profughi arabi provenienti dalla martoriata provincia di Deyr az-Zor. Tra il Pyd e alcuni clan di quella zona non corre buon sangue dal 2004, quando il regime li utilizzò per reprimere una rivolta curda scoppiata a Qamishli. E nella cittadina di Tell Tamr un’ altra tribù lealista, la Sharabin, è stata coinvolta di recente in alcuni scontri con le milizie del Pyd. Si tratta solo di una delle carte a disposizione del regime, ma anche l’opposizione trova orecchie ricettive alla sua propaganda etno-nazionalista contro i curdi: l’episodio più recente è stato il coinvolgimento di parte del clan Baggara nella fallimentare offensiva lanciata dall’Esercito di liberazione a Ras al-’Ayn. Gli arabi volevano “liberare” le regioni curde ma non ci sono riusciti. «Abbiamo accettato di rispettare una tregua, ma non consideriamo liberate le regioni sotto il controllo del Pyd», chiarisce il comandante dell’Esl, Muntasir al-Khalid. «Quando cadrà il regime dovranno innalzare la bandiera della rivoluzione e non quella del loro partito».E quando si tratta di gas e petrolio, persino gli accordi tra opposizione e regime non sono da escludere. «Sappiamo per certo che, in passato, il regime ha pagato alcune fazioni dell’opposizione per assicurarsi il passaggio degli oleodotti tra Hasakeh e Deyr az-Zor», afferma K., l’ingegnere petrolifero.

Mentre i contendenti trattano sotto banco, la gente comune continua a convivere con la carenza di derivati petroliferi fondamentali come il mazout, l’olio combustibile più utilizzato a scopo domestico. Le strade sono costellate di venditori ambulanti di mazout raffinato in casa, il cui prezzo conosce rialzi vertiginosi a seconda dell’oscillazione del dollaro sul mercato nero. In più, la raffinazione casalinga non prevede nessuna protezione dall’inalazione di gas tossici come l’idrogeno solforato. «Abbiamo riscontrato un aumento dei casi di ustioni e infiammazioni polmonari causate da questi processi artigianali di raffinazione», conferma Wa’el Abu Ahmad, medico che lavora a Ras al-’Ayn, presso la falange dell’opposizione Ghoraba’ Sham. «La scarsità di mazout potrebbe anche causare un’epidemia di colera quest’estate, perché senza carburante si fermano gli automezzi che ritirano la spazzatura e puliscono le strade». Perché nella terra delle trivelle, la benzina è un lusso che i curdi non si possono permettere.

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Documentary on cross-border smuggling – Iran-Iraq border (March 2013)

Image.

(Map taken from: http://www.wikipedia.org)

This documentary, recently proposed by the Iran-Israel Observer, shows interesting snapshots of the plagued everyday life led by the inhabitants of Iranian Kurdistan bordering Iraq.

Both women and men, constantly living in financial hardships, end up smuggling petrol across the border by carrying heavy tanks on their back, and sometimes even getting to destination without being able to negotiate for a good price.

In the third part of the documentary, the failure in asking the hand of a girl in marriage due to chronic poverty, reasserts the overpowering and bitter determinism of their life. The whole documentary seems to suggest that not in all parts of the earth there is room for deciding one’s own destiny.

The looming unpredictability of their journey disrupts their everydayness and highlights the paradox of being kept hostage by their only possible job: earning money by doing something illegal, therefore jeopardising their own life. The same life they had been trying to preserve.

Indeed, while watching the final scene, the spectator, arrogantly aware of her agency in the sordid dichotomy between empowered and deprived, is going to wonder: what is survival for?

(Estella Carpi)

http://iran-israel-observer.com/2013/03/02/documentary-cross-border-smuggling-iran-iraq-border/

Documentary: Cross-border Smuggling – Iran-Iraq Border

2MAR

There are numerous documentaries that have been made on different aspects of life in Iran.

But I have not come across many which look at life outside Tehran.

The documentary below, filmed in Iran’s Kurdistan province is very interesting.

It looks at the life of a number of Iranian Kurdish fuel smugglers who risk their life to smuggle fuel across the border into Iraq, so that they can help their families financially.

Some as young as 13 have to drop out of school to smuggle fuel for a living, and die while doing their job.

Part 1

Part 2

Part 3

Part 4

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I curdi in Siria da che parte stanno?

Articolo pubblicato originariamente su SiriaLibano. Riflessioni sulla divisione dello scenario politico curdo-siriano. Lo pseudonimo Shanar copriva l’identità dell’attivista curda Hervin Ose (Movimento del Futuro), attualmente ‘in salvo’  all’estero.

Siria, i curdi da che parte stanno?

18 NOVEMBRE 2011

pyd militants(di Diego Caserio) In Siria la comunità curda rappresenta il gruppo etnico più consistente dopo gli arabi, tra 1.5 e 2 milioni concentrati soprattutto nella regione nord-orientale di al-Hasake, pari a quasi il 10% della popolazione.

Il regime bathista reprime ogni forma di riconoscimento dell’identità curda, in ossequio all’ideologia arabo-nazionalista, che definisce le istituzioni della Repubblica araba siriana. In quest’ottica si comprendono i vari soprusi di cui sono stati oggetto, come lo status di apolidi di circa 300.000 curdi dell’Hasake, registrati come “stranieri” (ajanib) da un censo condotto nel 1962 e la campagna di arabizzazione demografica delle aree curde promossa negli anni ’60 dal governo.

L’8 aprile 2011, a qualche settimana dall’inizio della rivolta, Il presidente Bashar al-Asad ha concesso la cittadinanza agli “stranieri” dell’Hasake, ma il provvedimento non é stato sufficiente a tenere i curdi lontani dalle manifestazioni anti-governative.

Shanar vive tra Damasco e Qamishli (Hasake), impegnata da anni come attivista del partito clandestino curdo Movimento del Futuro (Tayyar al-Mustaqbal), ha conosciuto la brutalità delle forze di sicurezza in carcere. La sua storia é emblematica delle divisioni interne allo scenario politico curdo e di quelle che lo separano dall’opposizione araba.

Il leader del Movimento del Futuro, Mishaal Tammo, é stato assassinato il 7 ottobre, lasciando ben pochi dubbi sull’identità dei mandanti. Il governo di al-Asad ha finora limitato la repressione nelle zone curde, timoroso di aprire un fronte difficilmente controllabile, capace di contare sull’eventuale supporto delle milizie curde turche e irachene. Perché avrebbe dunque deciso di colpire proprio Mishaal Tammo in un momento così delicato?

Il Movimento del Futuro, nonostante si tratti di uno dei partiti più giovani (2005), con un seguito tra le nuove generazioni, si è affermato come l’unica fazione disposta ad anteporre la causa rivoluzionaria siriana alle rivendicazioni specificamente curde, anche al costo di collaborare con la Turchia. Lo stesso Tammo era tra i fondatori del Consiglio nazionale siriano (Cns), l’istituzione creata a settembre sotto l’egida turca dall’opposizione araba espatriata e boicottata dagli altri undici partiti curdi siriani.

Tra questi ultimi, incide il peso del Pyd, la sezione siriana del Pkk di Ocalan, opposta ad ogni forma di collaborazionismo con Ankara e storicamente legata al regime siriano in funzione anti-turca.  ”Il Pyd non tollera che si invochi la caduta del regime nelle manifestazioni e ricorre alla violenza per mettere a tacere chi la pensa diversamente,” mi rivela Shanar infuriata, “sono stati loro ad uccidere Tammo!”.

Gli altri undici partiti curdi, mi fa notare Shanar, non parlano di ‘rivoluzione’ (thawra) nei loro comunicati ufficiali, ma si limitano al termine ‘proteste’ (ihtijajat). Solo di recente, altri due partiti curdi siriani, lo Yekiti e l’Azadi, hanno invocato esplicitamente la caduta del regime. Secondo Shanar, gli interessi della Siria post-rivoluzionaria, legittimano il supporto di qualsiasi potenza estera, persino la Turchia. “Abbiamo sempre aiutato i profughi curdi provenienti dalla Turchia e dall’Iraq, ora dove sono i partiti curdi di questi paesi, quando siamo noi ad aver bisogno di loro?”

Per appurare la fondatezza delle accuse di Shanar, ho voluto incontrare un militante del Pyd, Amed, architetto di Damasco con un passato da guerrigliero. La sua prospettiva e` diametralmente opposta sui rapporti con i vicini curdi, verso i quali, prima di tutto, bisognerebbe dimostrare solidarietà di fronte all’offensiva militare turca nel Kurdistan iracheno. “Come possiamo parlare di alleanza con un’opposizione araba e un Movimento del Futuro che sventolano bandiere turche e fondano un Consiglio Nazionale a Istanbul, mentre l’esercito di Erdogan bombarda il nostro popolo in Iraq?” Amed non tollera alcun tipo di insinuazione contro il suo partito, che ha distribuito aiuti umanitari a Dar’a, la città meridionale della Siria posta sotto assedio militare alla fine di aprile.

“Shanar ci accusa di sventolare le bandiere del nostro partito, e non quelle siriane, durante le manifestazioni?”, è la domanda retorica di Amed, “le bandiere sono un simbolo delle nostre capacità di mobilitazione e delle rivendicazioni curde assenti nei programmi del Movimento del Futuro.” Nelle parole di Amed è evidente la priorità delle istanze curde su quelle della rivoluzione siriana: “Chiederemo la caduta del regime, quando verrà organizzata una conferenza in Siria, nella quale l’opposizione araba sottoscriva le rivendicazioni del popolo curdo, ovvero i diritti culturali e linguistici, un governatore curdo nell’Hasake, il ritorno dei nostri espatriati.”

Una simile divisione fornisce tempo prezioso al regime di al-Asad. Tammo é stato ucciso perché era una figura scomoda, disponibile a ridimensionare la specificità curda in favore di un avvicinamento all’opposizione araba. Le proteste di massa che hanno caratterizzato il suo funerale avranno comunque conseguenze limitate, non potendo contare sul peso politico-militare del Pyd-Pkk.

Quest’ultimo, nonostante la legittima insistenza sul rifiuto dell’appoggio turco e sulle rivendicazioni curde, rischia di ridiventare uno strumento di pressione su Ankara nelle mani di Damasco. Alcuni segnali arrivano dalla cattura del tenente colonnello Hussein Harmoush, leader dei disertori siriani fuggito in Turchia, che si dice sia stato consegnato alle autorità siriane in cambio di alcuni guerriglieri del Pkk e dalla recente escalation di attentati realizzati dal partito di Ocalan in Turchia. Che si tratti di una coincidenza? Ciononostante, il Pkk, memore di quando Damasco espulse Ocalan, causandone la successiva cattura, potrebbe anche decidere di privilegiare l’unità curda agli interessi degli Assad.

Ho ricevuto una mail da Shanar qualche giorno fa, in cui accusava il Pyd-Pkk di volerla assassinare. L’ultimo messaggio di risposta proveniente dal suo cellulare mi é stato scritto da qualcun altro: “Darò fuoco a te, al Dio curdo e a quel popolo di cani che sono i curdi.” Se dovesse morire anche Shanar, l’ipotesi che il Pyd-Pkk collabori con il regime diventerebbe sempre più credibile, allontanando ulteriormente la nascita di un movimento curdo coeso.

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Goodbye Yankees. Iraq anno zero

Articolo originariamente pubblicato su Europa a un mese dal ritiro delle truppe americane…

Goodbye Yankees. Iraq anno zero.

Di Andrea Glioti

Tra un mese il ritiro Usa, ma Bagdad non si sente pronta

Third Army assists USF-I complete Iraq repostureA quasi nove anni dall’invasione americana del 2003 stavolta il ritiro è davvero alle porte. Il paese però naviga ancora in un sanguinario conflitto sunnita-sciita mai realmente terminato e sempre a rischio di riesplodere con tutta la violenza del biennio 2006-2008. ll miglioramento dello stato della sicurezza degli ultimi tre anni, millantato dal premier sciita Nouri al Maliki, è nelle parole più che nei fatti, considerata la frequenza giornaliera degli attentati. La quotidianità è fatta di innumerevoli vittime civili (domenica scorsa tre esplosioni a Bagdad hanno fatto otto morti), anche se l’ultimo massacro “degno” dell’attenzione mediatica risale al 12 settembre, sulla strada di Nakhib, dove rimasti uccisi 22 pellegrini sciiti di ritorno dalla Siria.

Lo spettro della secessione
Quell’attentato ha scatenato accuse reciproche tra la provincia (muhafaza) sunnita di al Anbar, dove è avvenuto, e quella sciita di Karbala, da cui proveniva la maggioranza delle vittime. Un sintomo evidente delle tensioni istituzionali che percorrono il paese. In un simile contesto, il presidente sunnita della camera, Usama al Nujaifi, reputa tra l’altro opportuno sottolineare periodicamente come i sunniti si sentano cittadini di serie B, marginalizzati dall’attuale governo dominato dalla coalizione sciita dello Stato di diritto (Dawlat al Qanun) e pertanto legittimati a creare una regione autonoma (iqlim) sunnita. Nujaifi non ha dovuto attendere molto perché qualcuno raccogliesse il suo appello: pochi giorni fa, la provincia sunnita di Salahuddin ha presentato la richiesta formale per diventare regione autonoma, suscitando la levata di scudi dei fedeli di Maliki, appellatisi alla tutela dell’unità nazionale. Sarà curioso osservare la reazione di questi ultimi quando la provincia sciita di Bassora, roccaforte degli elettori del premier, chiederà di diventare una regione.
Le aspirazioni federaliste, al di là delle connotazioni confessionali, sono espressione di interessi economici e tutelate dalla Costituzione. Partecipando alla sua stesura nel 2005, il costituzionalista Zaid al Ali aveva già sottolineato come non vi fossero sufficienti garanzie contro la disintegrazione del paese e la formazione di macro-regioni su base etnico-confessionale: un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita.

Autogoverno e petrolio
Il rischio è all’ordine del giorno e lo stesso Kurdistan iracheno, l’unica regione autonoma attualmente esistente, non fornisce segnali incoraggianti, quando il suo presidente Ma’sud Barzani afferma di essere pronto a combattere per i curdi, qualora questi gli chiedessero l’indipendenza.
A prescindere dalle istanze separatiste, ai curdi non mancano gli interessi per minacciare l’unità nazionale: la questione più spinosa rimane il destino della regione di Kirkuk, che galleggia su un mare di petrolio. Gli abitanti del Kurdistan ne reclamano l’annessione tramite referendum, sulla base dell’articolo 140 della Costituzione. Il governo di Bagdad ha superato da tempo la scadenza fissata per la risoluzione del problema (prevista entro il 2007) e si discute ancora della restituzione delle terre dei coloni arabi insediati da Saddam durante la campagna di arabizzazione della provincia. Diversi politici arabi hanno inoltre esplicitato la loro netta opposizione alle rivendicazioni curde.

«Non lasciateci soli»
Solo la presenza americana ha finora evitato che le milizie arabe si scontrassero con quelle curde (peshmerga); tuttavia nel 2012 il Pentagono dovrà aver completato il ritiro del suo contingente e basterà ben poco ad accendere gli animi intorno ai pozzi petroliferi di Kirkuk.
Il paradosso più triste è che il ritiro americano – diventato realtà ufficiale solo negli ultimi mesi – rischia di divenire fonte di ulteriore instabilità. L’Iraq, secondo numerose fonti governative e militari irachene, è impreparato a gestire autonomamente la sicurezza interna.
In un colloquio con un funzionario statunitense, lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito iracheno avrebbe definito le forze armate irachene «incapaci di difendere il paese prima del 2020». Difatti la maggioranza dei partiti si era detta favorevole alla permanenza di un contingente limitato di addestratori militari statunitensi, ma l’accordo è saltato per l’insistenza di Washington affinché si concedesse loro l’immunità giudiziaria, condizione inaccettabile per un popolo memore degli orrori di Fallujah e Abu Ghraib. È degli ultimi giorni la notizia, riportata dal quotidiano panarabo al Hayat, di un probabile ultimo incontro tra Usa e Iraq per discutere la questione dell’immunità. Tuttavia, qualora venisse raggiunto un accordo, Bagdad rischierebbe comunque il tracollo politico-militare: le forze irachene sarebbero infatti chiamate a difendere gli addestratori dai Sadristi, il partito-milizia islamista sciita che, oltre ad occupare diversi ministeri, rifiuta categoricamente ogni forma di presenza americana dopo il 2011.
L’Iraq si trova inoltre impossibilitato a rivolgersi altrove, visti i rapporti burrascosi che intercorrono con i paesi confinanti. È di questi giorni la notizia delle offerte provenienti da Ankara e Teheran per addestrare le truppe irachene, proposta declinata dall’Iraq che, secondo fonti governative citate da al Hayat, preferirebbe mantenere i paesi confinanti estranei alla questione.

Tra Turchia, Iran e Kuwait
La reazione non sorprende, considerando i continui bombardamenti turco-iraniani sul Kurdistan iracheno, dove trovano appoggio le milizie anti-governative curde del Pkk (Turchia) e del Pjak (Iran). Senza menzionare le ingerenze politiche e militari iraniane: dopo l’invasione americana, Teheran è diventata molto influente sulla maggioranza delle fazioni sciite irachene e viene accusata di supportarne i relativi gruppi paramilitari. Il contenzioso con la Turchia e l’Iran riguarda anche le risorse idriche, essendo l’economia irachena fortemente condizionata dall’accesso ai corsi d’acqua provenienti da questi paesi (Tigri ed Eufrate in primis). Per quanto riguarda il Kuwait, l’Iraq sta ancora pagando le sanzioni imposte al regime di Saddam per la guerra del Golfo ed è alle prese con un progetto kuwaitano, il porto Mubarak, che rischia di ostacolare la navigazione irachena e scatenare un nuovo conflitto. È al seguito dell’assembramento di gruppi paramilitari sciiti al confine con il Kuwait che Bagdad ha affermato di non essere in grado di prevenire eventuali attacchi.
Il governo iracheno è tanto impotente di fronte alle violazioni commesse da Turchia, Iran e Kuwait, quanto incapace di arginare le attività militari del Pkk e del Pjak o di impedire che imujaheddin iracheni attacchino il Kuwait. Non è credibile nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini come non lo è a livello internazionale.

Rimpiangere Saddam
Nonostante sia noto il rimpianto di molti iracheni per la sicurezza dell’era di Saddam, ci si aspetterebbe che un minimo miglioramento dettato dalla nascita di istituzioni democratiche sia avvenuto. Stando alle parole del ministro degli esteri, Hosheyr Zibari, l’Iraq avrebbe rappresentato l’avanguardia delle primavere arabe. Zibari glissa sull’“aiutino” ricevuto dall’esterno, ma non si può negare che Maliki sia preferibile a Saddam.
Detto ciò, l’attuale premier è però dotato di una spiccata inclinazione al despotismo: da febbraio la piazza Tahrir di Bagdad si riempie ogni venerdì di manifestanti anti-governativi, ma il primo ministro ha già sposato i metodi di altri colleghi, causando morti e feriti tra i dimostranti. Persino un giornalista, Hadi al Mahdi, tra i più noti organizzatori del movimento di piazza Tahrir, è stato assassinato nel suo appartamento a settembre “in circostanze misteriose”. Sul piano della distribuzione delle cariche governative, Maliki ha assunto il controllo dei tre ministeri della sicurezza (difesa, interni e sicurezza nazionale), mantenuti volutamente vacanti negli ultimi dieci mesi, ed evitato la creazione del Consiglio nazionale per le politiche strategiche, che avrebbe dovuto controbilanciare la presidenza del consiglio sotto la guida del rivale Allawi (della Lista al Iraqiya).

La primavera islamica
Forse i più cinici chiuderebbero un occhio sulle istituzioni democratiche, se il governo fosse in grado di garantire una distribuzione della ricchezza e dei servizi proporzionata alle risorse naturali di cui dispone. Non è il caso dell’Iraq, in cui lo stato della rete elettrica nazionale è ancora lontano da standard accettabili e il relativo ministero, travolto da scandali di corruzione, considera un traguardo le 12 ore giornaliere di corrente.
Il settore petrolifero sta lentamente tornando ai livelli produttivi antecedenti l’invasione americana, ma – secondo l’Usaid – oltre 7 milioni di iracheni rimangono sotto la soglia della povertà. Mentre i due principali partiti (al Iraqiya e Stato di diritto) continuano a litigare per la spartizione delle cariche politiche, gli unici a preoccuparsi del problema sono stati i Sadristi, che hanno minacciato di abbandonare l’esecutivo, se non verrà destinato un sussidio ricavato dalle rendite petrolifere a ogni cittadino e non si provvederà a rifornire di carburante gratuito i proprietari di generatori elettrici. L’equazione “islamismo + assistenzialismo = voti” si ripete ancora: i Sadristi sono stati infatti tra i vincitori delle elezioni del 2010.
L’Iraq dimenticato dai media occidentali e arabi, corsi dietro alle “primavere”, è tutt’altro che stabile, dilaniato da correnti separatiste e recrudescenze settarie.
Il contesto iracheno merita maggiore attenzione, perché, al di là delle modalità diverse della caduta del regime, rimane una fonte ricca di avvertimenti per gli “autunni” dei rivoluzionari mediorientali.

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