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Golfo-Iran, quando un film sul Profeta è guerra fredda

Mio breve articolo pubblicato oggi su ArabMediaReport in merito ai risvolti politici della competizione Qatar-Iran sui rispettivi film sul Profeta…

Iran VS Qatar: la rivalità sul set cinematografico della pellicola su Maometto

Andrea Glioti

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La guerra fredda tra Iran e Paesi del Golfo travalica lo scacchiere delle relazioni internazionali e inizia a combattersi sui set cinematografici. A creare l’ennesima diatriba è la vita del profeta Maometto.

Il progetto da un miliardo di dollari di Doha è un prodotto della Al-Noor Holdings, sette episodi per un vero e proprio colossal in stile hollywoodiano, prodotto dal pluripremiato americano, Barrie Osborne famoso per Il Signore degli Anelli. Il rivale iraniano da 30 milioni di dollari sarà la creazione dell’acclamato regista Majid al-Majidi (I bambini del cielo), le cui riprese sono già iniziate nell’ottobre 2012. Majidi conta anche su Vittorio Storaro, direttore della fotografia de L’Ultimo Imperatore di Bertolucci.

A differenza dell’intento provocatorio di alcune rappresentazioni occidentali di Maometto- si pensi alle vignette danesi del 2005 o al trailer del film The Innocence of Muslims dell’anno scorso- l’obiettivo comune dei due progetti mediorientali è di illustrare la vera natura del messaggio islamico a un pubblico non musulmano.  Lo stesso Majidi è noto per essersi ritirato dall’edizione del 2006 del festival cinematografico danese Natfilm, in segno di protesta contro le vignette pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten.

Tuttavia, a prescindere dalle buone intenzioni, le rappresentazioni artistiche della vita del Profeta sono regolarmente seguite da reazioni violente, dietro il pretesto dell’ortodossia ‘iconoclasta’ islamica. Si pensi anche solo al più illustre precedente cinematografico, The Message di Mustafa Akkad del 1976. Nonostante il consenso alla proiezione della pellicola di una delle fonti più autorevoli dell’ortodossia sunnita, la moschea di Al-Azhar, e il rispetto del divieto di mostrare la persona del Profeta, il film venne citato tra i moventi di un sequestro di ostaggi a Washington nel 1977.

Le eventuali conseguenze assumono tratti confessionali ancora più preoccupanti, se si considera la decisione di Majidi di interpretare Maometto, senza mostrarne il volto, in linea con la tradizione sciita, ma in affronto all’Islam sunnita.

Non a caso, il progetto di Doha si atterrà al divieto di impersonare il Profeta, seguendo le direttive dell‘alim sunnita Yusuf al-Qaradawi, figura di spicco dei Fratelli Musulmani egiziani, che deve la sua consacrazione mediatica ad Al-Jazeera. L’inclusione di Qaradawi nella pianificazione del colossal è già un segnale della sua connotazione politica. Non passa poi inosservato come Al-Noor Holdings sia anche impegnata in una joint-venture con una casa di produzione turca (Kalinos) per la realizzazione di una serie televisiva sulla vita del sultano Mehmet II Al-Fatih, Il Conquistatore che si propone di fare luce sulle relazioni arabo-ottomane in quell’importante periodo storico. Il tutto sembra parte di un disegno mediatico, che riflette l’allineamento del Qatar e della Turchia sull’asse anti-iraniano innescato dalle rivoluzioni del 2011.

Del resto, la scelta di Majidi di recitare il Profeta ha già sollevato un’onda di polemiche provenienti da una commissione saudita connessa alla Lega Musulmana Mondiale, che ha chiesto all’Iran di mettere al bando la pellicola e incitato i credenti a boicottarla. Non si è fatta attendere la reazione analoga della moschea di Al-Azhar del Cairo, dove il divieto di recitare la parte di qualsiasi profeta risale addirittura al 1926. Non si tratta nemmeno della prima diatriba con una produzione iraniana. Già nel 2010 una serie televisiva sulla vita del profeta Giuseppe era stata oggetto dell’intolleranza dell’istituzione egiziana.

D’altra parte, ai suoi tempi, nemmeno The Message era rimasto immune alla strumentalizzazione a fini politici, se si pensa al consenso di Qaddhafi a completarne le riprese in Libia. Fu con questa mossa che il deposto raìs libico assicurò Akkad come regista per il successivo manifesto cinematografico anti-colonialista: Il Leone del Deserto sulla vita dell’eroe rivoluzionario Omar al-Mukhtar.

 

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Le ripercussioni della rivoluzione siriana sull’Iraq

Il 5 marzo è uscito il nuovo numero di Limes sulla Siria. Vi ho contribuito con un articolo sui curdi siriani (“I curdi tra incudine e martello”) e le implicazioni estese al Kurdistan in senso lato (iraniano, turco ed iracheno), uno ‘a sei mani’ con Lorenzo Trombetta e Lorenzo Declich (“Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana”) e uno in collaborazione con Eva Zeidan (“Tra Hama e Hims, epicentro delle stragi”). Un altro mio articolo sulle ripercussioni della rivoluzione siriana in Iraq (“Il fattore Iraq nella guerra di Siria”) è stato invece pubblicato sul sito di Limes il 14 marzo 2013. Non sono un sostenitore della terminologia “guerra siriana” adoperata ampiamente da Limes per definire la rivoluzione siriana (e non ho scelto il titolo del mio articolo sull’Iraq), poiché tende a livellare quella che è nata come una rivolta popolare a scontro tra due fazioni. Resto però consapevole delle dimensioni geopolitiche del conflitto in corso in Siria, che coinvolge molti attori regionali e non in una vera e propria ‘proxy war’.

n.b.: non so perché ma le ‘shin’ arabe vengono traslitterate con una semplice ‘s’ sul sito di Limes.

Il fattore Iraq nella guerra di Siria

di Andrea Glioti

Iraqi Sunni Muslims take part in an anti-government demonstration in Falluja

Il fallimento dell’esperimento democratico avviato dagli Usa a Baghdad rafforza il nascente jihadismo siriano, che trova una sponda in Iraq. La geografia dei gruppi tribal-confessionali. Il ruolo di Russia e Turchia. Verso una regionalizzazione del conflitto?

La storia moderna delle relazioni siro-irachene è quella di due fratelli divisi da un’insormontabile rivalità. Fratelli, in quanto prodotti politici dell’ideologia baatista, divisi dall’esilio iracheno del padre intellettuali del partito, Michel ‘Aflaq, espulso dai giovani golpisti siriani nel 1966. I due fratelli rimangono separati negli anni di Saddam (1979-2003) e Hafiz al Asad (1970-2000), quando Damasco stringe una duratura alleanza con l’Iran e lo supporta nella sua resistenza contro l’aggressione irachena (1980-88). Anche in occasione della seconda guerra del Golfo (1991), la Siria assume posizioni antitetiche e appoggia l’intervento americano in Kuwait.

Eppure, le strategie adottate dal gruppo di ufficiali al potere nei due paesi sono affini: provengono da una minoranza (sunnita nel caso iracheno, alauita in quello siriano); ripudiano ufficialmente il confessionalismo, ma fanno affidamento su correligionari e membri del proprio clan ai vertici dei servizi di sicurezza; si professano laici, ma terrorizzano le minoranze con lo spettro di opposizioni islamiche intolleranti, cosicché i sunniti diventano jihadisti salafiti nella retorica di al-Asad e gli sciiti iracheni degli iraniani desiderosi d’instaurare un’altra repubblica islamica (1).

 

Solo nel 2003, dichiarando la sua opposizione all’invasione americana, Damasco si schiera con i fedelissimi di Saddam, aprendo le porte al vicepresidente ‘Izzat al-Duri e al segretario del consiglio regionale iracheno del Ba‘t Yusuf al-Ahmad, oltre a intensificare i legami con numerosi circoli jihadisti sunniti, cui permette l’ingresso in Iraq dai suoi confini. Il regime di Bassar al-Asad si inimica così il nuovo establishmentislamico sciita di Baghdad, almeno fino al 2008, quando avvia un riavvicinamento protrattosi sino ai giorni nostri.

 

Nel contesto dell’attuale offensiva antiraniana portata avanti dall’asse che congiunge Turchia e paesi del Golfo, Baghdad è legata in modo indissolubile all’Iran, prima che alla Siria, ma non può rischiare di rimanere l’unico governo arabo filo-iraniano, nell’eventualità della caduta di al-Asad e dell’ascesa di un’opposizione memore dei legami tra al-Maliki e il regime. L’Iraq necessita quindi dell’appoggio di una superpotenza come la Russia e Mosca è interessata a compensare la perdita dei mercati libici e siriani, limitando l’egemonia statunitense nella regione. Questione problematica nel caso iracheno, poiché gli Usa rimangono l’artefice e il principale sponsor militare dell’attuale governo. Le pressioni americane impongono così a Baghdad di ripiegare su una posizione neutrale di facciata in merito alla Siria. L’altro aspetto fondamentale della vicinanza agli Asad è il contenimento del cosiddetto neo-ottomanesimo di Ankara, sponsor di punta dell’opposizione siriana e più volte intromessasi anche negli affari iracheni, creando tensioni tra le varie comunità.

 

Baghdad non s’illude certo che la Siria sia in grado di contenere il movimento dei nemici dell’Iraq sul proprio territorio, ripagando la fedeltà di al-Maliki. I baatisti al-Ahmad e al-Duri potrebbero infatti non essere più in Siria e godere già dell’appoggio saudita contro la classe dirigente sciita irachena. D’altronde, Damasco ha tutto l’interesse a destabilizzare la regione lungo linee confessionali, in virtù dei suoi radicati legami con i circuiti jihadisti sunniti. Ma il risvolto più preoccupante del ritorno dei jihadisti iracheni in Siria, supportati dalle formazioni siriane, non è il jihadismo in sé, quanto il fatto che esso troverebbe un fertile terreno di rivendicazioni e malcontento sociale in Iraq. La militanza islamica potrebbe finire per coinvolgere fasce dell’elettorato sunnita, che in passato hanno preso le distanze dalla lotta armata contro il governo, come i leader tribali, i cittadini colpiti dalla campagna di de-baatificazione, gli ex combattenti delle sahwa (milizie formate da clan arabi sunniti, istituite dalle truppe americane per combattere gli insorti) esclusi dalle istituzioni militari controllate dagli sciiti. L’Iraq è infatti tornato a essere teatro di manifestazioni di massa su scala nazionale: oggetto della contestazione è il dispotismo di al-Maliki e il suo uso indiscriminato delle leggi antiterrorismo.

 

Se le proteste del 2011 scoppiate sull’onda del tumulto regionale avevano coinvolto sia la capitale sia le province sciite meridionali, con un ruolo preminente di intellettuali e giornalisti, le manifestazioni in corso dal dicembre 2012 hanno un carattere prettamente confessionale. Si tratta di un altro parallelismo con la Siria, dove la confessionalizzazione militarizzata ha rappresentato una seconda fase della rivolta (2). Anche se, a dispetto della connotazione sunnita, i leader tribali sono riusciti finora a limitare le violenze in Iraq. Seppure a livello embrionale, sono emersi nuovi collettivi che mirano a sfruttare l’occasione per catalizzare il malcontento sunnita e attrarre finanziamenti da Turchia e paesi del Golfo. I legami tra questi ultimi e tribù arabe siro-irachene sono oltremodo fluidi al momento, in virtù del crollo del sistema di clientelismi instaurato dal regime di al-Asad e delle tensioni in crescita tra al-Maliki e i leader clanici. Per il primo ministro iracheno, la chiave di volta per evitare un destino simile ad al-Asad sono le riforme e l’inclusione dell’opposizione, su cui era stato formato il governo nel 2010. Altrimenti, l’Iraq rimarrà il prodotto di una transizione democratica forzata e incompiuta, un paradossale scambio di ruoli tra oppressi e oppressori.

 

È innegabile che il premier sciita iracheno Nuri al-Maliki debba anche a Damascola sua carriera politica, essendogli stato concesso di proseguire le attività del partito islamico al-Da‘wa (La chiamata) dalla capitale siriana per ben diciassette anni d’esilio coatto (3). Tuttavia, dalla caduta di Saddam le relazioni con il regime siriano sono diventate molto più problematiche di quelle indissolubili, di carattere ideologico, che legano i partiti islamici sciiti iracheni a Teheran. L’Iran è il vero garante del potere di al-Maliki, persino quando viene contrastato da altri esponenti sciiti (4).

 

Per quanto riguarda invece la Siria, al di là dell’incongruenza ideologica – che contraddistingue peraltro anche i rapporti siro-iraniani – l’approccio iracheno è sempre stato fondato sul sospetto. Fino al 2010 al-Maliki ha continuato ad accusare al-Asad di finanziare e nascondere i baatisti responsabili di alcuni degli attentati più sanguinari in Iraq (5). Ciononostante, la nomina nel 2008 di un ambasciatore siriano in Iraq, il primo tra tutti i paesi arabi dopo la caduta di Saddam, aveva già segnato l’inizio di una distensione, fondata su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza da parte siriana, in cambio di legami economici più stretti con l’Iraq (6). Ancora più determinanti, nel mutare l’attitudine del premier iracheno verso la Siria, sono state le pressioni esercitate da Teheran su Damasco, affinché supportasse al-Maliki invece che ‘Allawi alle elezioni del 2010 (7).

 

A parte l’Iran, l’attore principale che ha interesse a mantenere l’Iraq al fianco della Siria è senza dubbio la Russia, nel tentativo di recuperare un regime come quello iracheno, in cui Washington nutre scarsa fiducia per via dell’influenza iraniana (8). Vi sono però difficoltà non indifferenti, essendo il Pentagono il primo fornitore dell’esercito iracheno. A ottobre, l’Iraq ha siglato un accordo di oltre quattro miliardi di dollari per l’acquisto di elicotteri e sistemi antiaerei da Mosca, un affare che avrebbe reso Baghdad il secondo acquirente di armi russe al mondo dopo l’India (9). Finora il primato mediorientale nell’acquisto di armi russe era detenuto dalla Siria. Che non si tratti solo di affari lo hanno confermato le dichiarazioni di Putin, secondo cui le posizioni dell’Iraq e della Russia sulla Siria sono «identiche» (10). Dal 10 novembre 2012 l’accordo rischia però di essere annullato, essendo stata aperta un’inchiesta per corruzione. Prevedibilmente, il sospetto ricade su un intervento di boicottaggio degli Usa, in pieno stile guerra fredda, nonostante la Casa Bianca abbia ufficialmente sminuito l’importanza dell’accordo (11). Non a caso, parallelamente all’affare russo l’Iraq ha approvato il 24 gennaio un anticipo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisto dei primi diciotto caccia F16 americani su un totale di trentasei (12). Una vera e propria contesa per il mercato militare iracheno, sulla quale gli Usa sembrano avere momentaneamente la meglio (13).

 

L’ufficiale neutralità ostentata da al-Maliki sulla crisi siriana non è però risultata convincente agli occhi degli Stati Uniti: convinta che l’Iraq funga da corridoio per il passaggio di armi e milizie iraniane, la Casa Bianca ha continuato ad accusare Baghdad di trascurare i controlli pattuiti. Ad avvalorare le tesi americane concorrono le perquisizioni degli aerei iraniani diretti in Siria, due nell’arco degli ultimi cinque mesi, di cui una effettuata «per errore» su un volo di ritorno da Damasco (14). Il governo iracheno viene inoltre accusato di vendere olio combustibile a basso costo al regime siriano, per aiutarlo ad aggirare le sanzioni internazionali (15).

 

Sul piano degli equilibri internazionali, l’altra priorità di al-Maliki è il contenimento delle ambizioni egemoniche turche nel Vicino Oriente. I partiti sciiti si sono lamentati ripetutamente delle interferenze turche: ad esempio, Istanbul ospita da oltre un anno il vicepresidente iracheno Tariq al-Hasimi di al-hizb al-islami al-‘iraqi (Partito islamico iracheno), considerato un perseguitato (sunnita, s’intende), nonostante sia stato condannato a morte in contumacia con accuse di terrorismo. Il 2 agosto 2012, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha inoltre visitato Kirkuk, storico pomo della discordia dai ricchi giacimenti petroliferi, conteso tra arabi, curdi e turcomanni, suscitando l’ira delle autorità di Baghdad, per aver informato del suo arrivo solamente le autorità del Kurdistan iracheno (16). La mossa di Davutoglu è stata chiaramente percepita come un tentativo di aggirare i partiti sciiti e proporsi come mediatore fra le tre comunità. Si comprende pertanto un altro dei motivi per cui al-Maliki si mantiene a distanza dall’opposizione siriana sponsorizzata da Ankara.

 

Sul piano internazionale, al-Maliki sta cercando d’interpretare i cambiamenti della regione, ma ciò non sarà sufficiente ad arginare le minacce più immediate poste dal collasso del regime siriano.

 

Durante la sua ultima apparizione televisiva, il 5 gennaio 2013, ‘Izzat al-Duri è stato chiaro su come intenda sfruttare l’attuale ondata di proteste nelle province sunnite per lanciare una nuova chiamata alle armi. L’ex vicepresidente afferma quindi di trovarsi nella provincia irachena di Babele. Ciò che sembra evidente è che al-Duri non si trovi più in Siria, mentre diversi indizi fanno ipotizzare una sua presenza in Arabia Saudita (17). Il supporto del regno wahhabita non rappresenta un’ipotesi illogica, se si considera come i rapporti tra baatisti iracheni e al-Asad si fossero già incrinati nel 2007, con il riavvicinamento di Damasco a Baghdad (18) e quanto l’aumento del malcontento popolare verso al-Maliki sia propizio all’agenda antiraniana condivisa dalle petromonarchie e dai baatisti iracheni.

 

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

 

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

 

Le proteste sono scoppiate il 23 dicembre 2012. Il pretesto: l’ennesimo arresto di membri della scorta di personalità di spicco sunnite, accusati di terrorismo. Il bersaglio: il ministro delle Finanze Rafi‘ ‘Isawi, ultimo esponente dell’Mni rimasto a occupare un ministero di rilievo e sostituito da al-Maliki con un ministro sadrista ad interim, conferendo tinte ulteriormente confessionali all’attuale governo. La frustrazione dell’elettorato sunnita non riguarda solo la visibilità politica: i manifestanti chiedono l’abrogazione dell’articolo 4 della legge antiterrorismo, che consente detenzioni preventive senza capi d’imputazione o processi, il rilascio dei detenuti vittime di questa norma e una riforma della legge sulle epurazioni antibaatiste, che ha limitato l’assunzione di numerosi sunniti qualificati in posizioni governative.

 

Le province dove sono esplose le proteste (Ninive, Diyala’, Salah al-Din, Kirkuk e soprattutto Anbar (22)) sono quelle dei combattenti sottopagati delle sahwa, quotidianamente alle prese con gli insorti sunniti e sempre più tentati di unirsi a loro. Una volta ritiratesi le truppe americane (fine 2011), numerosi membri delle sahwasono rimasti senza lavoro (23); i ministeri della Difesa e dell’Interno, oltre all’intelligence, restano controllati da uomini di fiducia di al-Maliki, in qualità di ministri ad interim. Non è un caso che, il 29 gennaio, il governo abbia reagito alle proteste promettendo di incrementare i salari delle sahwa (24).

 

A differenza delle manifestazioni scoppiate a febbraio del 2011 sull’onda dei tumulti regionali e represse brutalmente dal governo Maliki, le proteste in corso hanno una chiara dimensione tribale e confessionale, anche solo a giudicare dalle province interessate e dai protagonisti. Le relazioni tra i leader tribali sunniti (25) e il primo ministro sono critiche, basti pensare alla reazione del leader delle  di Anbar, Sayh Ahmad Abu Risa, all’uccisione di alcuni manifestanti a Falluga (Anbar) per mano dell’esercito il 25 gennaio: il capo clan ha minacciato di lanciare il jihad contro i soldati se i responsabili non fossero stati assicurati alla giustizia entro una settimana (26).

 

Per comprendere il peso economico di queste tribù, basti ricordare che le immense riserve di gas ancora vergini di ‘Akkaz si trovano nella provincia di Anbar, 30 chilometri a sud del passaggio di frontiera siriano di al-Qa’im, al di là del quale molti parenti dei clan iracheni combattono nelle file dell’opposizione siriana. La più importante città siriana nei pressi del confine iracheno, nonché fulcro dell’industria petrolifera siriana, Dayr al-Zawr, sarebbe attualmente quasi in mano all’opposizione.

 

L’ex ambasciatore siriano in Iraq Nawaf al-Faris, passato all’opposizione nel luglio 2012, è il leader del potente clan di al-Garrah dell’area di al-Bukamal, adiacente al confine iracheno. Al-Garrah fa parte della confederazione tribale ‘Aqidat, la più grande della Siria orientale, con estensioni fino in Arabia Saudita (27). È proprio attraverso queste reti che le potenze del Golfo riescono a inserirsi nel conflitto siriano (28): prima di disertare, al-Faris subì infatti consistenti pressioni da parte dei leader dell’‘Aqidat perché smettesse di armare i miliziani lealisti. Molti altri leader tribali hanno scelto di supportare l’opposizione siriana: nel marzo 2012, un altro clan di spicco di Anbar, i Dulaym, ha rivelato alla stampa americana di aver inviato centinaia di migliaia di dollari e combattenti a Dayr al-Zawr (29). Secondo Nawaf al-Basir, leader di un’altra delle principali tribù siro-irachene (la Baqqara), fino ad allora il capo della Dulaym, Magid ‘Ali Sulayman, era il garante del controllo del confine iracheno per conto di Maliki, che gli aveva affidato il monitoraggio del traffico d’armi gestito dai clan sunniti (30).

 

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

 

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Per approfondire leggi “Guerra mondiale in Siria“, disponibile anche su iPad.

Note

(1) «Syrian Wounds and Iraqi Scars», OpenDemocracy, 24/9/2012
(2) La prima fase, relativamente pacifica, si estende da metà marzo a fine luglio 2011. Si può però parlare di fase militare solo nel 2012, in seguito ai primi tre attentati degni di nota verificatisi a Damasco e Aleppo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012.
(3) Anche il presidente iracheno Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) deve molto a Damasco, avendovi fondato il suo partito. Di fatti le posizioni di Talabani sulla rivoluzione siriana sono molto più ambigue di quelle del presidente del Kurdistan iracheno, Mas‘ud Barzani.
(4) È stato il caso di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, costretto a desistere dal voto sulla sfiducia a Nuri al-Maliki lo scorso giugno. Si veda al-Sarq al-Awsat, 4/6/2012, goo.gl/rTSWM
(5) Déjà Vu All Over Again? Iraq’s Escalating Political Crisis, International Crisis Group (Icg) Report n. 126, 3077/2012, p. 14
(6) In particolare, l’utilizzo iracheno dei porti mediterranei siriani, la riapertura dell’oleodotto che congiunge Kirkuk alla città costiera siriana di Baniyas, il collegamento dei giacimenti di gas di ‘Akkaz alle raffinerie siriane, la creazione di aree di libero scambio lungo le frontiere e l’integrazione delle reti ferroviarie nazionali. Cfr. Reshuffling The Cards (II): Syria’s New Hand, Icg Report n. 93, 16/12/2009, pp. 15-16
(7) Ibidem, p. 14. Le elezioni si sono concluse con la formazione di un governo di coalizione tra i maggiori partiti islamici sciiti, l’Alleanza del Kurdistan e l’Mni di ‘Allawi. Di fatto però, al-Maliki ha mantenuto vacanti tre ministeri, assegnandoli a suoi uomini di fiducia, invece di ripartirli all’interno della coalizione.
(8) Cfr. Russia Today Arabic, 12/11/2012 (goo.gl/YVea1) e 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG) – e al-Safir, 17/11/2012 (goo.gl/w4bZ6)
(9) «Inside Story: What is behind Iraq’s Arms Deal with Russia», Aljazeera, 10/10/2012.
(10) Cfr. Russia Today Arabic, 11/11/2012 (goo.gl/pPJlG).
(11) Al caso di corruzione si sommano i timori di Barzani, presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, per un eventuale utilizzo dell’artiglieria contro i curdi. I rapporti tra al-Maliki e Barzani sono molto tesi, dopo che a novembre si è sfiorato un conflitto etnico nei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni, in seguito al dispiegamento del Commando operativo del Tigri agli ordini del premier. I curdi rivendicano un territorio ben più ampio di quello concesso loro, che si estenderebbe anche alle province di Kirkuk, Ninive, Salah al-Din, Diyala e Wasit.
(12) Si veda al-Hayat, 24/1/2013 (goo.gl/fvQnc); «Iraqi Dispute over Alleged Israeli Device in F-16 Purchase», al-Monitor, 7/11/2012.
(13) «Iraq Signs Contract for 18 F-16 Fighter Jets», Press Tv, 19/10/2012.
(14) Cfr. al-Mada, 30/10/2012 (goo.gl/9qnbP); «Flow of Arms to Syria Through Iraq Persists, to U.S. Dismay», The New York Times, 2/12/2012.
(15) «Iraq Lacks a Unified Foreign Policy Because It Lacks a Unified Country», Musings On Iraq, 16/1/2013; «Iraqi Shi’ite Militants Fight for Syria’s Assad», Reuters, 16/10/2012.
(16) Cfr. al-Monitor, 3/8/2012 (goo.gl/oO09Q).
(17) «Where Is Izzat al-Duri?», Iraq and Gulf Analysis, 8/4/2012; «Saddam’s Vice President Izzat al-Duri Did not Travel to Saudi Arabia via Erbil airport», EKurd.net, 13/11/2012.
(18) «Revenging Aflaq (i): Former Iraqi Baathists In Syria: Who Are These Guys?», WikiLeaks, documento proveniente dall’ambasciata americana di Damasco datato 1/10/2009 (goo.gl/EE0H9). Fonti interne al Partito dell’accordo nazionale di ‘Allawi accennano a contatti tra al-Duri, Aõmad e alcuni paesi del Golfo già l’anno scorso: al centro vi sarebbe l’offerta di una fuga sicura in cambio di un chiaro sostegno alla rivoluzione siriana. Cfr. al-Siyasa, 12/8/2012 (goo.gl/S2VY2).
(19) Tentative Jihad: Syria’s Fundamentalist Opposition, Icg Report n. 131, 12/10/2012, p. 3
(20) Il Fronte è uno dei pochi collettivi jihadisti siriani a ricorrere agli attentati suicidi, marchio di fabbrica di al-Qa‘ida in Iraq. Cfr. ivi, pp. 11-12. Uno dei forum di riferimento più noti dei jihadisti globali è il Shamikh1.info, contenente numerosi riferimenti al fronte iracheno e maliano.
(21) Si pensi al massacro della prigione di Saydnaya (5 luglio 2008), quando un gruppo di jihadisti in stretti rapporti con il regime siriano organizzò una sedizione. Cfr. «When Chickens Come Home to Roost: Syria’s Proxy War in Iraq at Heart of 2008-09 Seidnaya Prison Riots», Wikileaks, documento dell’ambasciata americana di Damasco datato 24/2/2010. Il regime siriano è anche noto per i legami sospetti costruiti con il gruppo jihadista Fath al-Islam, attivo nel campo palestinese di Nahr al-Barid (Tripoli, Libano).
(22) Per una mappatura aggiornata delle proteste, cfr. Political Update: Mapping the Iraq Protests, Institute for the Study of War.
(23) Si veda il quotidiano panarabo ‘Ilaf, 2/9/2012, goo.gl/WB4eC
(24) PUKmedia, 31/1/2013 (goo.gl/kSjAz).
(25) Per una panoramica delle tribù arabe irachene, cfr. A. AL-‘AZZAWI, Le tribù dell’Iraq (‘Aas’ir al- ‘Iraq), consultabile presso Irq4all.com.
(26) «Iraq Sunnis Threaten Army Attacks after Protest Deaths», Bbc, 26/1/2013. Abu Risa è stato inoltre punito per il suo ruolo attivo nelle proteste, venendo privato della scorta: cfr. al-Sarq al-Awsat, 1/2/2013 (goo.gl/MgExp).
(27) «A Damascus Loyalist Defects as Violence Affects the Tribes», The National, 16/7/2012.
(28) «Tribal Bonds Strengthen the Gulf’s Hand in a New Syria», The National, 16/2/2012.
(29) «Iraqi’s Sending Arms, fighters into Syria», Cnn, 28/3/2012.
(30) «Magid ‘Ali Sulayman ha ricevuto 10 milioni di dollari (…) e 50 guardie del corpo da Nuri al-Maliki: lo scopo è di impedire ogni sorta di traffico attraverso il confine siriano, la tribù controllerà la frontiera al servizio degli interessi della Siria. (…) Esiste inoltre un progetto per espandere i confini delle province irachene sciite di Karbala’ e Nagaf lungo il confine giordano-saudita, per creare una sorta di “cintura sciita” a spese della provincia sunnita di Anbar», intervista del’autore a Sayh Nawaf Basir, Istanbul, 29/2/2012.
(31) al-Sumariyya TV, 15/8/2012 (goo.gl/7nuwk).
(32) Se n’è parlato sulla stampa iraniana ed egiziana, citando il quotidiano socialista turco Aydinlik Gazete, che a fine gennaio ha pubblicato un reportage sul presunto addestramento ricevuto nella centrale della polizia di Golbasi (Ankara). Sempre secondo la stampa turca, l’Eil raggrupperebbe combattenti baatisti; esso sarebbe un’iniziativa di ‘Izzat al-Duri e del vicepresidente Tariq al-Hasimi, latitante in Turchia. Cfr. «Turkey Training anti-Iraq Ba’athi militants: Turkish media», PressTV, 26/1/2013; al-Yawm al-Sabi‘, 12/2/2013 (goo.gl/MigAx)
(33) Nella formazione del collettivo militare sarebbe Taha al-Dulaymi, un predicatore islamico sunnita. Il primo comunicato dell’Eil fa già riferimento alle rivendicazioni dei manifestanti; tuttavia, secondo alcuni politici dell’Anbar, nonostante le pressioni turche persistono rivalità tra leader baatisti e tribali ai vertici dell’organizzazione. Ciononostante, a dicembre al-Maliki ha affermato di aver formato un nuovo nucleo delle Forze di sicurezza nelle province di Ninive, Kirkuk e Diyala per fronteggiare l’Esercito libero. Cfr. «A Wary Iraq Weighs Its Options as Syrian Civil War Deepens»,Christian Science Monitor, 6/12/2012.
(34) Al contrario, le ultime notizie testimoniano un continuo utilizzo indiscriminato delle epurazioni antibaatiste: il presidente dell’Alta commissione elettorale indipendente, Miqdad al-Sarifi, ha riferito di recente che 131 candidati baatisti sono stati esclusi dalle prossime elezioni, in programma il 20 aprile; il 14 febbraio, il presidente della Corte federale Medhat Mahmud è stato deposto dal suo incarico dalla Commissione di de-baatificazione; gli operai della compagnia petrolifera di Stato sostengono che al-Maliki voglia applicare l’articolo 4 della legge sull’antiterrorismo contro di loro, solo per aver chiesto la distribuzione di 365 miliardi di dollari di profitti e il licenziamento del direttore (goo.gl/1h1W0).

(14/03/2013)
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Hezbollah nel dopo-Assad

Scritto all’indomani dell’attentato del luglio 2012 a Damasco, in cui ha perso la vita ‘Asef Shawkat. Pubblicato da TMNews a settembre..

Hezbollah: come sopravvivere alla Siria

Di Andrea Glioti

Geografia e armi

Il partito-milizia sciita libanese di Hezbollah si trova in una situazione estremamente delicata dall’inizio della rivoluzione siriana. Asse portante della Resistenza (muqawama) contro Israele, insieme a Iran, Siria e Hamas, il movimento si è trovato costretto a rimanere fedele a Damasco, da cui dipende militarmente. La geografia stessa del Libano, circondato da Siria e Israele, impone a Hezbollah di scongiurare una chiusura del permeabile confine siriano, alla quale non riuscirebbe a ovviare per vie aeree e marittime. Il movimento sciita si è così inimicato parte dell’opinione pubblica sunnita, simpatizzante con i correligionari, che rappresentano la maggioranza nell’opposizione siriana. Hezbollah si trova schiacciato tra la volontà di Damasco, che potrebbe trascinarlo in un conflitto regionale, e la necessità di tornare in auge tra i sunniti. La panacea più rapida sarebbe una guerra contro Israele, ma c’è chi nel frattempo guarda oltre, verso le nuove alleanze del dopo-Asad.

L’ufficio stampa di Hezbollah si rifiuta di rilasciare interviste circa la situazione politica siro-libanese. “È una fase delicata, dopo gli attentati di Damasco del 19 luglio,” spiega Hussein, 22 anni, ex-miliziano originario di Nabatiyeh, “Hizbullah studia attentamente le sue prossime posizioni e lascia che sia Nasrallah [NdA: il segretario generale del partito] a parlare.” Hussein ha accettato di parlare, ma chiede che non venga rivelato il suo nome e il motivo per cui non è più un membro di Hezbollah.

La Siria decide

“Abbiamo un attore [politico], Hezbollah, noto per pragmatismo e razionalità [NdA: si pensi all’evoluzione dall’ideologia khomeinista a partito politico pienamente integrato nel sistema libanese], che ha visto la sua capacità decisionale scivolargli gradualmente dalle mani per finire in quelle del regime di Asad,” sostiene Nicholas Noe, curatore di “Voice of Hezbollah: The Statements of Hassan Nasrallah”.

“Prima degli attentati del 19 luglio a Damasco, Nasrallah aveva riconosciuto gli errori commessi dal regime siriano,” afferma Hussein, “ma ora l’uccisione di tre uomini fondamentali per Hezbollah, come Asef Shawkat, Dawud Rajha e soprattutto Hassan Turkmani, ha cambiato tutto.” Dice di non aver visto Nasrallah così furioso dai tempi dell’assassinio di Imad Mughniyeh [NdA: uno dei leader militari di Hezbollah]: il segretario generale teme il peggio, poiché per rimpiazzare le vittime dell’attentato sono stati scelti dei profili votati esclusivamente alla soluzione militare, come il nuovo Ministro della Difesa, il generale Fahed al-Freij. Noe ha le idee molto chiare sullo scenario peggiore: “Il regime di Asad non avrebbe alcun problema, qualora fosse in procinto di crollare, a trascinare tutti gli attori regionali in un conflitto e, a questo punto, sarebbe molto facile coinvolgere Israele.” Del resto, lo stesso Presidente siriano Bashar al-Asad aveva già minacciato di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, nell’eventualità di un intervento militare in Siria.

E se fosse Israele a dettare le tempistiche di un’offensiva? Il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liberman, ha già avvisato che Tel Aviv non esiterà ad attaccare, nel momento in cui dovesse accorgersi del trasferimento di armi chimiche dalla Siria a Hezbollah. D’altro canto, lo Stato ebraico non si trova nelle condizioni disperate del Governo siriano e una sua iniziativa rimane meno probabile. Secondo l’analisi del politologo Ghassan al-‘Azzi, pubblicata dal Centro Studi di Al-Jazeera, Israele preferisce vedere Hezbollah affondare in una crisi interna, piuttosto che scatenare una guerra dagli alti costi umani. Tuttavia, non è da escludere che Tel Aviv decida di sfruttare la debolezza dell’asse della Resistenza, all’indomani della caduta del regime di Asad, lanciando una duplice offensiva contro Iran e Hezbollah.

E se la Siria decidesse invece di far divampare il proprio confitto in Libano, sfruttando la preesistente divisione tra sciiti e sunniti e trasformando la rivoluzione in violenza settaria? Sono questi i timori di buona parte dei sunniti nel Libano settentrionale, dove ciò che avviene in Siria ha ripercussioni più immediate, vista l’alta concentrazione di profughi siriani. Il regime sembra pronto a tutto, pur di controbilanciare le pressioni internazionali e imporre la sua presenza al tavolo dei negoziati di un’eventuale pacificazione. Il canale televisivo MTV, vicino alla coalizione libanese anti-siriana del 14 Marzo, riferisce di un aumento dell’afflusso di armi nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah.

Hussein non è d’accordo, “Hezbollah sa bene di andare a perdere nello scoppio di una guerra civile.” Del resto, fa notare il politologo Al-‘Azzi, nell’ipotesi di un conflitto interno libanese, le truppe di Hezbollah sarebbero dispiegate e visibili al nemico israeliano, mentre un dominio politico rimane molto meno “costoso”. L’attuale coalizione al Governo in Libano è quella filo-siriana dell’8 Marzo, di cui fa parte Hezbollah.

Calo di popolarità e dopo-Asad

“Mi ricordo bene Tripoli [NdA: seconda città libanese e roccaforte del conservatorismo sunnita] stracolma di bandiere di Hezbollah, dopo la liberazione del Libano meridionale dall’occupazione israeliana nel 2000,” osserva Hussein, “ma nel giro di cinque anni [NdA: assassinio del premier sunnita Rafiq Hariri nel 2005] è cambiato tutto.” “L’unica opzione per riabilitare le fortune del regime, e in un certo modo anche la reputazione di Hezbollah, è attraverso un conflitto con Israele,” sostiene Noe. Anche Hussein non ha dubbi: “In caso di una guerra contro Israele, molti siriani si unirebbero a noi, soprattutto quelli che sono rimasti neutrali durante la crisi.”

Ciononostante, Hezbollah non è così miope da non prepararsi al dopo-Asad, anche se ufficialmente viene ostentata una fiducia cieca nella sopravvivenza del regime. “Non credo nell’isolamento della Resistenza, in caso salgano al potere in Siria i Fratelli Musulmani [NdA: sunniti],” afferma Hussein, “la Russia e la Cina non lo permetteranno.” Il giovane ex-miliziano esprime il suo ottimismo e mi fa notare il timido avvicinamento all’Iran di Mohammad Morsi, neo-Presidente egiziano appartenente ai Fratelli Musulmani. Nell’attesa di assicurarsi i favori dell’Egitto, Teheran può contare sulla mediazione di Al-Nahda: il partito islamico sunnita al potere in Tunisia ha infatti insistito nell’invitare Hezbollah al suo congresso del 13 luglio, dove erano presenti anche le varie delegazioni dei Fratelli Musulmani. Al-Nahda gode di buoni rapporti con la Repubblica Islamica dai tempi dell’esilio sotto il dittatore filo-occidentale Ben Ali.

“La visione a lungo termine che emerge dai discorsi pubblici di Hezbollah è un tentativo di superare il conflitto tra sciiti e sunniti e formare un’ampia alleanza islamica attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa con lo scopo di strangolare Israele,” spiega Nicholas Noe. Tuttavia, supponendo che Hezbollah abbia successo nel riconciliarsi con gli islamici sunniti saliti al potere nei vari contesti post-rivoluzionari, riuscirà a riconciliarsi con l’opposizione siriana, che lo considera direttamente coinvolto nei massacri dei civili? “Hezbollah non è presente in Siria,” sostiene fermamente Hussein, “non si comprende che le forze speciali non verrebbero mai sprecate in Siria: sono il frutto di costosi corsi di addestramento in Iran e destinate a essere utlizzate contro il nemico principale, Israele.” Spetterà ai siriani accettare o meno simili spiegazioni.

ahmadinejad Bashar Nasrallah

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Hezbollah and the Syrian regime: surviving by sticking to old alliances?

A short interview with a former young militant from Hebzollah about the party’s position on the Syrian uprising. Originally published in The Majalla.

Hezbollah Stubborn on Syria

Former Hezbollah fighter: The party will not change its position on Syria and it will survive after Assad.

Hezbollah-Fighters

An interview with Hussein, a 22 year-old former Hezbollah member and fighter. Originally from Nabatiyeh (Southern Lebanon). Hussein now lives in Beirut. In 2006, during the Israeli aggression on Lebanon, he was only 16 and his responsibilities included delivering Kalashnikov ammunition to the fighters. In 2008, during the clashes between the March 14 coalition and Hezbollah, he was holding his gun in the streets of Beirut.

The Majalla: Do you fear a scenario for Lebanon similar to 2008, which featured confrontations between pro-Syrian and anti-Syrian camps? Some media close to the March 14 coalition claim that more weapons are arriving in the Southern suburbs (Al-Dahiyeh Al-Junubiyyeh).

No, listen, Hezbollah knows perfectly that it would lose in the outbreak of a civil war. What happened in 2008 was different: there was no looting and civilians were not harmed, on the contrary, clashes took place between armed factions and Hezbollah was not the only one involved.

Q: Do you think there is any possibility Hezbollah will change its position with regards to the Syrian revolution?

Not after the bombings on the 19th of July [when three leading figures of the Syrian regime, Assef Shawkat, Dawud Rajha and Hassan Turkmani, were killed]. Before these attacks, Nasrullah recognized the necessity of a political change led by the regime, and the mistakes committed by Damascus. However, figures like Hassan Turkmani played a crucial role in supplying weapons to the Resistance [Hezbollah] and I haven’t seen Nasrullah so furious since the murder of Imad Mughniyeh [Hezbollah’s leading military official killed in a car-bombing in Damascus in 2008]. Turkmani and Rajha could have helped launching a political way out, but those chosen to replace them believe exclusively in the military solution.

Q: Do Lebanese Shi’as still believe in the survival of the Syrian regime?

Yes, most of them. The Syrian Government has launched its offensive on Aleppo and maintaining control over the economic capital and Damascus would ensure a good position to resist, even if the countryside is in the hands of the rebels. On the contrary, in case the regime loses Aleppo, we would have another war in the Middle East: Bashar Al-Assad would attack Israel before giving up and I am sure that many Syrians would join us, particularly those who have remained neutral so far.

Q: The Syrian opposition has repeatedly accused Hezbollah of sending special forces to support the Syrian Army, how do you comment on this?

Hezbollah is not in Syria. The party’s special forces wouldn’t be wasted there: they’re the outcome of expensive military training in Iran, aimed at confronting the main enemy, Israel.

Q: Do you fear isolation if the Syrian regime collapses?

I don’t fear isolation, even today Hezbollah keeps on receiving weapons, regardless of what is happening in Syria. Provided that the Muslim Brotherhood seize power in Syria, both Russia and China will keep the channels open between the Resistance [Hezbollah] and Iran. Tehran is still convinced of the survival of Assad, but it will have enough time to pursue an agreement with a hypothetical new Syrian Government led by the Muslim Brotherhood, just like it’s doing in Egypt with [President] Morsi.

 

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L’Iraq traballa, Teheran alza la voce

Articolo pubblicato su Europa Quotidiano, il tema è una delle ricorrenti crisi politiche irachene, tra le pressioni iraniane su Muqtada al-Sadr e i vani tentativi di ritirare la fiducia dal nuovo despota Nouri al-Maliki…

L’Iraq traballa, Teheran alza la voce

Ieri 150 morti, l’Iran teme il caos a Bagdad

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Di Andrea Glioti

Beirut

La politica irachena attraversa una fase di ridefinizione delle alleanze tra partiti e minoranze, che stanno dando vita a nuovi blocchi di potere. Quello che non cambia è la violenza che quotidianamente scuote il paese. Al centro dell’attuale crisi politica c’è il ritiro della fiducia al primo ministro sciita, Nouri al Maliki, avanzato dall’Alleanza del Kurdistan, dalla Lista al Iraqiya sostenuta in maggioranza dai sunniti, e dai seguaci dell’islamico sciita Moqtada al Sadr. Questa strana alleanza a tre spiega che la colpa è dell’autoritarismo di Maliki e del suo mancato rispetto degli accordi sottoscritti a Erbil nel dicembre 2010, grazie ai quali si era giunti alla formazione dell’attuale governo di coalizione.

Il presidente e i picconatori
Sul testo degli accordi e su quanto fosse stato effettivamente concordato tra la Coalizione dello stato di diritto di Maliki e al Iraqiya esiste una certa confusione. L’unico documento firmato dal presidente del Kurdistan, Mas’ud Barzani, dal leader di al Iraqiya Iyyad Allawi e dal primo ministro Maliki prevedeva la creazione di un Consiglio nazionale per le politiche strategiche sotto la presidenza di Allawi. Peccato che ora Maliki sostenga che tale organismo sia anti-costituzionale, perché sottrae quote di potere esecutivo al premier. Barzani afferma invece di aver firmato un accordo separato con Maliki, incentrato su 19 condizioni, la più importante delle quali era l’implementazione dell’articolo 140 della Costituzione – referendum popolare per risolvere l’assegnazione dei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni – entro due anni.
Sia che abbia ragione Maliki sia che invece siano i suoi oppositori a essere nel giusto, il presidente della repubblica, il curdo Jalal Talabani, si è rifiutato di ratificare la petizione per il ritiro della fiducia, sostenendo siano state raccolte solo 160 firme, senza raggiungere il quorum di 163 (metà dei parlamentari iracheni più uno). In una lettera inviata a Barzani, il presidente ha minacciato le dimissioni, qualora venisse costretto a cambiare posizione, insistendo sulle garanzie ricevute da Maliki circa il rispetto degli accordi sottoscritti.
La soluzione rimasta in mano agli oppositori è rivolgere un’interrogazione parlamentare a Maliki, seguita da una seduta in cui si voti il ritiro della fiducia. L’opposizione di Talabani inizia però a far vacillare il fronte dei dissidenti, tanto che alcuni esponenti della leadership del partito di Barzani (Partito democratico del Kurdistan, Pdk) si sono detti favorevoli a sostenere la soluzione proposta dal presidente iracheno.
Ultimamente, lo stesso Moqtada al Sadr sembra ritrattare la sua intransigenza sul ritiro della fiducia, sostenendo di volersi concentrare su un programma di riforme.

Le pressioni degli ayatollah
Curdi contro curdi, sciiti contro sciiti. L’empasse era inevitabile. Negli sviluppi della vicenda però non vanno sottovalutate le spinte provenienti dalle potenze regionali, l’Iran sul fronte sciita, i paesi del Golfo e la Turchia su quello sunnita. Teheran ha fatto pressione per mantenere Maliki in sella al governo almeno altri due mesi, e Sadr ha dovuto trascorrere dieci giorni nella Repubblica islamica. Il marja’iyyah – la fonte di riferimento religioso – dei sadristi, l’ayatollah Kazim al Ha’iri, ha persino emesso una fatwa dall’Iran contro le alleanze con i partiti laici, per impedire l’avvicinamento di Sadr ai curdi e ad al Iraqiya. Ma Moqtada al Sadr per ora non si smuove.
Ma come si deve interpretare la sua insistenza nel contrapporsi a Maliki? Diversi analisti considerano la posizione del leader sadrista di natura strategica e non tattica, finalizzata quindi a indebolire le aspirazioni di Maliki all’egemonia sul panorama politico sciita.
In un’intervista rilasciata al sito di al Jazeera dagli analisti politici Sarmad al Ta’i e Ahmad al Abyad, le aspirazioni di Sadr vengono considerate alquanto ambiziose. Il primo sostiene che il giovane leader sadrista stia cercando di dimostrare all’Iran – e all’universo sciita in generale – di non essere un semplice catalizzatore di voti, ma un asse portante della politica irachena e una futura autorità religiosa. Non è inoltre la prima volta che al Sadr prende cautamente le distanze da Teheran per arginarne le ingerenze nella politica interna irachena. Al Abyad vede invece nella presa di posizione di Sadr un tentativo di ripulire la sua immagine di miliziano, impegnato in prima linea durante gli anni più sanguinari del conflitto confessionale iracheno (2006-2008). Avvicinarsi ai curdi e ai sunniti di al Iraqiya per isolare Maliki diventa quindi un primo timido passo in direzione del superamento dei trinceramenti confessionali. Una promettente lettura degli sviluppi politici tutta da verificare.

Frammenti di Kurdistan
E le divisioni tra curdi? Secondo il direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Sulaymaniya, Sardar Qadir, intervistato dal quotidiano panarabo al Hayat, un ruolo fondamentale nella diatriba in corso è svolto dalle posizioni dei due leader negli schieramenti regionali: Barzani più vicino al Golfo e alla Turchia, Talabani all’Iran. Da parte sua, Maliki ha poi giocato sulle rivalità mai sopite tra Unione patriottica del Kurdistan di Talabani (Upk) e il Pdk di Barzani. Il presidente iracheno Talabani sembra essersi già premunito per un’eventuale rottura con Barzani, e agli inizi di giugno ha elogiato per la prima volta il suo acerrimo rivale curdo Nashirvan Mustafa, leader del Movimento del cambiamento (Gorran). Il partito di Mustafa è particolarmente popolare nella roccaforte dell’Upk, la provincia di Sulaymaniyya, e detiene 25 seggi nel parlamento curdo. Allearsi con il Gorran consentirebbe a Talabani di scaricare il Pdk mantenendo all’incirca lo stesso peso in parlamento.

Una primavera mai sbocciata
La routine della precarietà politica irachena si accompagna agli altrettanto consueti spargimenti di sangue. Il bilancio degli attacchi verificatisi ieri nelle province di Karbala e Diwaniyah è di oltre 150 morti. Il politologo inglese Charles Tripp fa notare come la violenza sia stata strumentalizzata da Maliki e dai suoi seguaci. Per dare l’impressione di essere in controllo del paese, con l’avvicinarsi del ritiro statunitense e nei mesi successivi, Maliki è passato da un uso della forza mirato a contenere i gruppi paramilitari, alla repressione indiscriminata di ogni forma di opposizione, anche non violenta. Basti ricordare la repressione dei moti di piazza divampati in Iraq sull’onda della primavera araba e pressoché ignorati dai media occidentali e arabi.
La pratica di cooptare alcune milizie nella politica irachena non deve essere vista solo come una forma di riconciliazione – prosegue Tripp – poiché dietro vi si nasconde uno sdoganamento della violenza informale, allo scopo di utilizzarla a beneficio dello stato. Così Maliki ha favorito l’entrata in politica della Lega dei Virtuosi (‘Asa’ib Ahl al-Haqq) in funzione anti-sadrista. Secondo l’analisi di Tripp, la violenza non governativa è poi l’unico sistema consolidato per ottenere un riconoscimento politico, un canale di «dialogo» con il governo, facendo ricorso allo stesso «linguaggio» adoperato dalle autorità.
E se è il governo stesso ad alimentare il caos, le speranze di stabilizzazione sono quasi inesistenti.

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Goodbye Yankees. Iraq anno zero

Articolo originariamente pubblicato su Europa a un mese dal ritiro delle truppe americane…

Goodbye Yankees. Iraq anno zero.

Di Andrea Glioti

Tra un mese il ritiro Usa, ma Bagdad non si sente pronta

Third Army assists USF-I complete Iraq repostureA quasi nove anni dall’invasione americana del 2003 stavolta il ritiro è davvero alle porte. Il paese però naviga ancora in un sanguinario conflitto sunnita-sciita mai realmente terminato e sempre a rischio di riesplodere con tutta la violenza del biennio 2006-2008. ll miglioramento dello stato della sicurezza degli ultimi tre anni, millantato dal premier sciita Nouri al Maliki, è nelle parole più che nei fatti, considerata la frequenza giornaliera degli attentati. La quotidianità è fatta di innumerevoli vittime civili (domenica scorsa tre esplosioni a Bagdad hanno fatto otto morti), anche se l’ultimo massacro “degno” dell’attenzione mediatica risale al 12 settembre, sulla strada di Nakhib, dove rimasti uccisi 22 pellegrini sciiti di ritorno dalla Siria.

Lo spettro della secessione
Quell’attentato ha scatenato accuse reciproche tra la provincia (muhafaza) sunnita di al Anbar, dove è avvenuto, e quella sciita di Karbala, da cui proveniva la maggioranza delle vittime. Un sintomo evidente delle tensioni istituzionali che percorrono il paese. In un simile contesto, il presidente sunnita della camera, Usama al Nujaifi, reputa tra l’altro opportuno sottolineare periodicamente come i sunniti si sentano cittadini di serie B, marginalizzati dall’attuale governo dominato dalla coalizione sciita dello Stato di diritto (Dawlat al Qanun) e pertanto legittimati a creare una regione autonoma (iqlim) sunnita. Nujaifi non ha dovuto attendere molto perché qualcuno raccogliesse il suo appello: pochi giorni fa, la provincia sunnita di Salahuddin ha presentato la richiesta formale per diventare regione autonoma, suscitando la levata di scudi dei fedeli di Maliki, appellatisi alla tutela dell’unità nazionale. Sarà curioso osservare la reazione di questi ultimi quando la provincia sciita di Bassora, roccaforte degli elettori del premier, chiederà di diventare una regione.
Le aspirazioni federaliste, al di là delle connotazioni confessionali, sono espressione di interessi economici e tutelate dalla Costituzione. Partecipando alla sua stesura nel 2005, il costituzionalista Zaid al Ali aveva già sottolineato come non vi fossero sufficienti garanzie contro la disintegrazione del paese e la formazione di macro-regioni su base etnico-confessionale: un nord curdo, un centro sunnita e un sud sciita.

Autogoverno e petrolio
Il rischio è all’ordine del giorno e lo stesso Kurdistan iracheno, l’unica regione autonoma attualmente esistente, non fornisce segnali incoraggianti, quando il suo presidente Ma’sud Barzani afferma di essere pronto a combattere per i curdi, qualora questi gli chiedessero l’indipendenza.
A prescindere dalle istanze separatiste, ai curdi non mancano gli interessi per minacciare l’unità nazionale: la questione più spinosa rimane il destino della regione di Kirkuk, che galleggia su un mare di petrolio. Gli abitanti del Kurdistan ne reclamano l’annessione tramite referendum, sulla base dell’articolo 140 della Costituzione. Il governo di Bagdad ha superato da tempo la scadenza fissata per la risoluzione del problema (prevista entro il 2007) e si discute ancora della restituzione delle terre dei coloni arabi insediati da Saddam durante la campagna di arabizzazione della provincia. Diversi politici arabi hanno inoltre esplicitato la loro netta opposizione alle rivendicazioni curde.

«Non lasciateci soli»
Solo la presenza americana ha finora evitato che le milizie arabe si scontrassero con quelle curde (peshmerga); tuttavia nel 2012 il Pentagono dovrà aver completato il ritiro del suo contingente e basterà ben poco ad accendere gli animi intorno ai pozzi petroliferi di Kirkuk.
Il paradosso più triste è che il ritiro americano – diventato realtà ufficiale solo negli ultimi mesi – rischia di divenire fonte di ulteriore instabilità. L’Iraq, secondo numerose fonti governative e militari irachene, è impreparato a gestire autonomamente la sicurezza interna.
In un colloquio con un funzionario statunitense, lo stesso capo di stato maggiore dell’esercito iracheno avrebbe definito le forze armate irachene «incapaci di difendere il paese prima del 2020». Difatti la maggioranza dei partiti si era detta favorevole alla permanenza di un contingente limitato di addestratori militari statunitensi, ma l’accordo è saltato per l’insistenza di Washington affinché si concedesse loro l’immunità giudiziaria, condizione inaccettabile per un popolo memore degli orrori di Fallujah e Abu Ghraib. È degli ultimi giorni la notizia, riportata dal quotidiano panarabo al Hayat, di un probabile ultimo incontro tra Usa e Iraq per discutere la questione dell’immunità. Tuttavia, qualora venisse raggiunto un accordo, Bagdad rischierebbe comunque il tracollo politico-militare: le forze irachene sarebbero infatti chiamate a difendere gli addestratori dai Sadristi, il partito-milizia islamista sciita che, oltre ad occupare diversi ministeri, rifiuta categoricamente ogni forma di presenza americana dopo il 2011.
L’Iraq si trova inoltre impossibilitato a rivolgersi altrove, visti i rapporti burrascosi che intercorrono con i paesi confinanti. È di questi giorni la notizia delle offerte provenienti da Ankara e Teheran per addestrare le truppe irachene, proposta declinata dall’Iraq che, secondo fonti governative citate da al Hayat, preferirebbe mantenere i paesi confinanti estranei alla questione.

Tra Turchia, Iran e Kuwait
La reazione non sorprende, considerando i continui bombardamenti turco-iraniani sul Kurdistan iracheno, dove trovano appoggio le milizie anti-governative curde del Pkk (Turchia) e del Pjak (Iran). Senza menzionare le ingerenze politiche e militari iraniane: dopo l’invasione americana, Teheran è diventata molto influente sulla maggioranza delle fazioni sciite irachene e viene accusata di supportarne i relativi gruppi paramilitari. Il contenzioso con la Turchia e l’Iran riguarda anche le risorse idriche, essendo l’economia irachena fortemente condizionata dall’accesso ai corsi d’acqua provenienti da questi paesi (Tigri ed Eufrate in primis). Per quanto riguarda il Kuwait, l’Iraq sta ancora pagando le sanzioni imposte al regime di Saddam per la guerra del Golfo ed è alle prese con un progetto kuwaitano, il porto Mubarak, che rischia di ostacolare la navigazione irachena e scatenare un nuovo conflitto. È al seguito dell’assembramento di gruppi paramilitari sciiti al confine con il Kuwait che Bagdad ha affermato di non essere in grado di prevenire eventuali attacchi.
Il governo iracheno è tanto impotente di fronte alle violazioni commesse da Turchia, Iran e Kuwait, quanto incapace di arginare le attività militari del Pkk e del Pjak o di impedire che imujaheddin iracheni attacchino il Kuwait. Non è credibile nel garantire la sicurezza dei suoi cittadini come non lo è a livello internazionale.

Rimpiangere Saddam
Nonostante sia noto il rimpianto di molti iracheni per la sicurezza dell’era di Saddam, ci si aspetterebbe che un minimo miglioramento dettato dalla nascita di istituzioni democratiche sia avvenuto. Stando alle parole del ministro degli esteri, Hosheyr Zibari, l’Iraq avrebbe rappresentato l’avanguardia delle primavere arabe. Zibari glissa sull’“aiutino” ricevuto dall’esterno, ma non si può negare che Maliki sia preferibile a Saddam.
Detto ciò, l’attuale premier è però dotato di una spiccata inclinazione al despotismo: da febbraio la piazza Tahrir di Bagdad si riempie ogni venerdì di manifestanti anti-governativi, ma il primo ministro ha già sposato i metodi di altri colleghi, causando morti e feriti tra i dimostranti. Persino un giornalista, Hadi al Mahdi, tra i più noti organizzatori del movimento di piazza Tahrir, è stato assassinato nel suo appartamento a settembre “in circostanze misteriose”. Sul piano della distribuzione delle cariche governative, Maliki ha assunto il controllo dei tre ministeri della sicurezza (difesa, interni e sicurezza nazionale), mantenuti volutamente vacanti negli ultimi dieci mesi, ed evitato la creazione del Consiglio nazionale per le politiche strategiche, che avrebbe dovuto controbilanciare la presidenza del consiglio sotto la guida del rivale Allawi (della Lista al Iraqiya).

La primavera islamica
Forse i più cinici chiuderebbero un occhio sulle istituzioni democratiche, se il governo fosse in grado di garantire una distribuzione della ricchezza e dei servizi proporzionata alle risorse naturali di cui dispone. Non è il caso dell’Iraq, in cui lo stato della rete elettrica nazionale è ancora lontano da standard accettabili e il relativo ministero, travolto da scandali di corruzione, considera un traguardo le 12 ore giornaliere di corrente.
Il settore petrolifero sta lentamente tornando ai livelli produttivi antecedenti l’invasione americana, ma – secondo l’Usaid – oltre 7 milioni di iracheni rimangono sotto la soglia della povertà. Mentre i due principali partiti (al Iraqiya e Stato di diritto) continuano a litigare per la spartizione delle cariche politiche, gli unici a preoccuparsi del problema sono stati i Sadristi, che hanno minacciato di abbandonare l’esecutivo, se non verrà destinato un sussidio ricavato dalle rendite petrolifere a ogni cittadino e non si provvederà a rifornire di carburante gratuito i proprietari di generatori elettrici. L’equazione “islamismo + assistenzialismo = voti” si ripete ancora: i Sadristi sono stati infatti tra i vincitori delle elezioni del 2010.
L’Iraq dimenticato dai media occidentali e arabi, corsi dietro alle “primavere”, è tutt’altro che stabile, dilaniato da correnti separatiste e recrudescenze settarie.
Il contesto iracheno merita maggiore attenzione, perché, al di là delle modalità diverse della caduta del regime, rimane una fonte ricca di avvertimenti per gli “autunni” dei rivoluzionari mediorientali.

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