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La Siria verso uno scenario libico?

Articolo pubblicato originariamente da Il Riformista il 17 novembre 2011. La seguente è la versione senza tagli e ritocchi della redazione.

La doppia escalation siriana: isolamento e rivolta armata. Come Tripoli?

Di Diego Caserio

khadafiForse oggi, 16 novembre 2011, a otto mesi dall’inizio della rivolta, il regime siriano é riuscito a materializzare le sue paure: si trova a fronteggiare una resistenza armata sufficientemente organizzata- l’Esercito Siriano Libero (ESL)- e le potenze regionali- la Lega Araba- hanno deciso di isolarlo, supportate dall’Occidente. Il Governo di Bashar al-Assad, nel tentativo di delegittimare le aspirazioni dei manifestanti, ha infatti continuamente sbandierato gli spauracchi del terrorismo e della cospirazione saudita-israelo-americana.

Dall’annuncio della formazione dell’ESL a luglio, le file dei disertori si sono ingrossate così come si sono intensificati gli attacchi sferrati contro l’esercito e le forze di sicurezza. Siamo passati dai video mostrati dalla televisione di stato siriana (As-Suriyya) ad aprile, dove si mostravano gruppi sparuti inscenare imboscate poco credibili, a una milizia organizzata di ribelli, capace di uccidere 34[1] soldati lealisti vicino a Dar’a e attaccare una sede dell’intelligence dell’aeronautica (Amn al-Jawyy) nei sobborghi di Damasco negli ultimi tre giorni. L’attacco alla sede dei servizi segreti dell’aeronautica, come fa notare l’opinionista del The Guardian Ian Black, ha un significato profondo agli occhi dei dissidenti, trattandosi di un organo fondamentale dell’apparato repressivo, storicamente collegato a Hafez al-Assad, padre dell’attuale Presidente e capo delle forze aeree prima del colpo di stato del ’68. Tuttavia, lo squilibrio delle forze in campo é ancora evidente, non é stata un’intera divisione (firqa) a defezionare, ma solo un gruppo eterogeneo: la maggioranza degli armamenti pesanti e dei vertici militari rimangono al fianco del regime. Lo scenario potrebbe essere ribaltato da un intervento turco in appoggio all’opposizione, dato che ormai da mesi ad Ankara si discute la creazione di una zona cuscinetto a sud del confine siriano, ma l’ipotesi resta minata dalle capacità di Damasco di replicare appoggiando le operazioni del PKK curdo in territorio turco.

Per quanto riguarda il “complotto,” nell’ottica di Damasco, questo sembra essersi concretizzato nella sospensione della Siria dalla Lega Araba, di cui si aspetta la formalizzazione mercoledì 16 in Marocco. Figure chiave dell’orbita saudita-americana come il Re di Giordania e l’ex-capo dell’intelligence di Riyadh, Turki al-Faysal, sono stati chiari: Assad é arrivato al capolinea. Quest’ultimo non ha escluso un intervento NATO in stile libico e il Segretario Generale della Lega Araba, Amin al-‘Arabi, ha detto che “tutto il possibile verrà fatto per fermare lo spargimento di sangue in Siria.” La diplomazia qatarina, vera protagonista della seconda fase delle “primavere arabe,” in virtù del potere mediatico di Al-Jazeera e dei rapporti cementati con i vari movimenti islamisti sunniti della regione, ha tessuto le trame dell’ultima decisione contro una Siria laica e legata all’asse sciita di Tehran.

La stessa Turchia, il secondo esercito all’interno della NATO, sembra essere passata alle vie di fatto in questa direzione e, dopo le lunghe filippiche rivolte dal Premier Erdogan ad Assad, ha sospeso le esplorazioni gasifere coordinate con la Siria e minaccia di tagliare i rifornimenti elettrici.

L’isolamento di Damasco é stato finora limitato dall’opposizione di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma un ulteriore resistenza delle due potenze di fronte allla maggioranza dei Governi arabi, alla Turchia, e soprattutto alle petromonarchie del Golfo, potrebbe generare una situazione troppo pesante da sostenere.

La Lega Araba storicamente non ha mai avuto un grande peso politico, ma rischia di causare un “terremoto” regionale, per usare le parole di Bashar al-Assad, qualora la sospensione della Siria fosse da intendersi come preludio a un “opzione libica.” La Siria confina con Paesi estremamente instabili come il Libano e l’Iraq, che di fatti non hanno appoggiato la risoluzione della Lega Araba, timorosi di compromettere un’equilibrio politico interno fortemente condizionato dall’orbita siro-iraniana. Nell’ipotesi di un intervento NATO, i confini della Siria risulterebbero facilmente permeabili alle numerose milizie filo-iraniane- Hizbullah libanese in primis- provenienti da Libano e Iraq. Si rischierebbe di trasformare una legittima rivolta siriana in un conflitto regionale con il rischio di pericolose derive confessionali tra sciiti e sunniti.

Lo scenario é oltremodo tetro e le responsabilità sono tanto siriane quanto occidentali. Da parte siriana, i limiti sono evidenti, e principalmente individuabile nella resistenza ostinata ad aprire un dialogo significativo con l’opposizione. Sul fronte occidentale, il regime di Damasco andava isolato molto tempo prima, per evitarne il consolidamento e simili conseguenze. L’isolamento doveva essere motivato proprio con il disprezzo dei diritti umani esibito dalla Siria negli ultimi 40 anni, e non sulla base del cosiddetto “terrorismo” contro Israele. Al contrario, Damasco é stata riavvicinata dal blocco sovietico, promuovendo turismo europeo e relazioni commerciali con un regime immutato nella sua spietatezza. Basti pensare che, secondo la banca dati della CIA, l’Italia risulta il primo partner commerciale europeo della Siria. Qualche decennio fa, si sarebbero forse evitati i circa 4000 morti di quest mesi e l’ipotesi di un disastroso intervento NATO.


[1] Cifre fornite dall’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani con sede a Londra.

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10. Blogging and reporting on five months of Syrian uprising (in Italiano): Intervista a Michel Kilo: “La rivolta pacifica in Siria non durerà ancora a lungo”

Intervista originariamente pubblicata su Il Riformistarealizzata a fine agosto 2011, poco prima di lasciare la Siria e non potervi più rientrare a causa del lavoro svolto come giornalista. 

Michel Kilo: I Cristiani siriani sono dei somari e non hanno ragione di temere la rivoluzione.

20120725-MichelKilo605 

di Sean T. Serioca

 

3 Settembre 2011

“Non posso parlare in nome dei cristiani, perché non sono mai stato cristiano e di certo non lo divento ora,” questa la risposta di Michel Kilo, intellettuale dissidente di estrazione cristiana, quando gli chiedo di spiegarmi la percezione cristiana degli eventi in corso.

Come giornalista, Kilo ha scritto per quotidiani libanesi di orientamento politico opposto, filo-siriano ed anti-siriano, come An-Nahar e As-Safir. Il suo primo arresto, al seguito del quale emigrò in Francia, risale all’inizio degli anni ’80. Tornato in Siria nel ’91, é stato uno dei promotori della Dichiarazione di Damasco del 2005, pietra miliare delle aspirazioni dell’opposizione riformista. Nel 2006 é stato incarcerato e condannato l’anno successivo a tre anni di detenzione, per aver firmato la Dichiarazione di Beirut e Damasco, nella quale veniva chiesto al regime siriano di riconoscere la sovranità nazionale del Libano. In libertà dal 2009, Kilo ha proseguito il suo impegno politico, culminato nell’organizzazione del primo storico incontro di dissidenti tollerato dal regime siriano, tenutosi all’Hotel Semiramis di Damasco il 27 giugno 2011.

La popolazione siriana é a maggioranza musulmana sunnita (74%), ma una delle minoranze più consistenti é proprio quella cristiana (8%). I cristiani siriani sono rimasti per lo più marginali o contrari alle proteste che hanno attraversato la Siria negli ultimi sei mesi, temendo l’alterazione di uno status quo che garantisce loro delle posizioni privilegiate e la possibile deriva fondamentalista sunnita. Qual’é la sua opinione sulle paure dei cristiani?

I cristiani che hanno paura sono dei somari. Non vi é alcuna ragione di temere il sopravvento dei fondamentalisti, non essendosi visto nessuno slogan islamista durante le proteste. Mi sento di escludere categoricamente il pericolo di un conflitto religioso. Sarebbe ora che gli analisti occidentali la smettessero di adoperare questi preconcetti orientalisti [NdR: le classificazioni semplicistiche delle società mediorientali in “blocchi” confessionali, senza distinguere un contesto dall’altro]! Cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme pacificamente in Siria, persino durante quei 200 anni successivi alla conquista islamica, quando i primi rappresentavano ancora la maggioranza.

Quindi la migliore garanzia contro un conflitto religioso sarebbe la storia siriana. Mi sembra promettente che tale convinzione venga condivisa da dissidenti di origini etniche e tendenze politiche completamente diverse, come il giornalista curdo Kamal Sheikho e l’islamista di Dar’a Mohammad Ammar. Che cosa risponde a coloro che individuano invece nelle divisioni dell’opposizione un  segnale di debolezza?

L’opposizione non necessita di una struttura organizzativa unificata, é sufficiente che si condividano i medesimi obiettivi, mezzi e fondamenti…Non vogliamo combattere un sistema a partito unico sostituendolo con un altro dello stesso genere! L’opposizione ha dato prova di essere effettivamente unita, quando tutti i suoi fronti si sono rifiutati di partecipare agli incontri del Dialogo Nazionale promosso dal governo agli inizi di luglio.

Uno dei network più attivi tra i manifestanti, i Comitati Locali di Coordinamento, ha boicottato la vostra iniziativa del 27 giugno, giudicandola improntata al dialogo con il regime. Esiste una simile frattura tra “strade” e fautori del dialogo?

In questo momento il dialogo non é funzionale alla causa rivoluzionaria: lo sarebbe solo se riuscisse ad indebolire il regime e garantire la libertà del popolo. Detto ciò, poiché rimango contrario sia all’intervento militare della comunità internazionale che al passaggio ad una resistenza armata, considero essenziale che le porte del dialogo rimangano aperte, anche se parlare di riforme  con questo regime sembra insensato.

 

Come giudica invece le mosse delle comunità di espatriati siriani, l’ultima delle quali é la formazione del Consiglio Nazionale Transitorio ad Istanbul[1]?

La reputo un’iniziativa completamente insensata: prima di tutto bisogna rovesciare il regime, poi si parlerà di consigli transitori! Formare un consiglio transitorio sarà un lavoro alquanto veloce dopo la caduta del regime.

“L’unità dei mezzi” adottati dall’opposizione nella sua lotta contro il regime, di cui lei parla, si trova ora di fronte a un esame fondamentale, moltiplicandosi gli appelli alla resistenza armata. Per quanto ritiene che la rivolta possa rimanere ancora pacifica?

Entro massimo due mesi, la comunità internazionale deciderà di intervenire militarmente o le manifestazioni perderanno la loro natura pacifica.

 

Dal momento che deplora ogni risoluzione violenta, come pensa si possa riuscire a rovesciare Assad? Confida nell’aumento delle defezioni militari?

Sì, confido nelle defezioni militari, che già hanno registrato l’abbandono di tre generali, uno di Homs e due dell’Houran. Ne sono al corrente da fonti fidate ministeriali. L’esercito non ha del resto alcun interesse a rimanere indissolubilmente legato al regime: in quanto istituzione, gli conviene garantirsi un futuro nella Siria post-Ba’thista.


[1] Al momento dell’intervista, il Consiglio Nazionale Siriano, istituito sempre a Istanbul in data 15 settembre, non aveva ancora visto la luce. Michel Kilo ha comunque preso le distanze da entrambe le assemble rappresentative nate in Turchia.

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