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Recensione di “Come uno Stato. Hizbullah e la Mimesi Strategica”, di Marina Calculli (gennaio 2019)

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Hezbollah: come uno Stato

Se gli studi sul maggior partito libanese sciita Hezbollah sono ormai prolifici, Come uno Stato: Hizbullah e la Mimesi Strategica di Marina Calculli offre un’analisi acuta e per certi versi insolita.

Come uno StatoIl libro, composto da un’introduzione, cinque capitoli e un’incisiva conclusione, ha il pregio della chiarezza strutturale e contenutistica. Con uno scopo finemente analitico, Come uno Stato sembra pensato per un pubblico sia accademico che non accademico, ma che si suppone abbia una minima familiarità con il partito di Hezbollah e il Libano. Ad aprire il libro è una solida introduzione che delinea in modo nitido il contesto teorico e politologico in cui l’autrice intende collocare la propria analisi. Il  libro si costituisce di 5 capitoli, strettamente interconnessi e scorrevoli alla lettura.

Come uno Stato identifica le peculiarità di Hezbollah senza dipingere il partito come un fenomeno di natura quasi anomala da denigrare o elogiare, come invece alcuni studiosi hanno suggerito in passato, abbracciando un iperbolico eccezionalismo negativo o positivo (si legga Augustus Norton e Nicholas Blanford nella letteratura anglofona, Mausolino e Angelino nella letteratura italiana, o Amal Sa‘d Ghorayeb nella letteratura libanese). Allo stesso tempo, il libro di Calculli ha il pregio di contestualizzare Hezbollah in una più ampia costellazione di partiti libanesi, discutendo ad esempio nel secondo capitolo la realtà delle Kata’eb – la destra falangista libanese – e la formazione coloniale di matrice francese dello stato libanese.

Hezbollah dunque emerge come singolare, ma a tratti paragonabile ad altre realtà politiche libanesi. Più recentemente, da una vasta letteratura permeata dall’eccezionalismo politico – che, ad esempio, spesso enfatizza la violenza politica adottata da Hezbollah durante la guerra civile libanese (1975-1990), seppur fosse una pratica comune ad altre parti del conflitto – si è approdati quasi a una banalizzazione delle peculiarità del Partito di Dio o a una sua mera lettura socio-economica, con il rischio, a mia veduta, di svuotarne le caratteristiche strategiche, per le quali ideologia e prassi non possono restare un binomio antitetico. Calculli riesce invece a ricostruire la peculiarità ideologica e logico-strategica di Hezbollah, pur evitando l’eccezionalismo astorico.

Come uno Stato, avanzando l’idea della mimesi strategica, riesce a definire con sistematicità una letteratura libanese antecedente che, nei decenni, ha analizzato le strategie politiche, militari e di auto-affermazione di Hezbollah nel processo di ricostruzione post-bellica della guerra dell’estate 2006 contro Israele (in Libano chiamata comunemente harb tammuz, “la guerra di luglio”). Calculli, seppur parlando dalla prospettiva delle Relazioni Internazionali, attraverso il concetto di mimesi strategica offre finalmente uno strumento di interpretazione incisivo e appropriato per comprendere le contraddizioni comportamentali e diplomatiche nella storia relazionale tra Hezbollah, lo stato libanese e l’esercito regolare libanese. Tale tendenza mimetica del partito è adottata dal partito sia in contesto geopolitico – a cui l’analisi dall’autrice da priorità – sia nel contesto della ricostruzione urbana; la quale, di natura transnazionale, si ricollega quindi al contesto geopolitico.

All’interno delle politiche di ricostruzione dopo la guerra di luglio, infatti, le pianificazioni urbana e territoriale sono state delegate a Hezbollah dallo stato libanese, che ha approcciato il partito come attore privato a cui assegnare appalti. Questa tendenza comportamentale di Hezbollah, confermata pertanto dalla letteratura urbanistica locale, non era stata concettualizzata in modo metodico. Come uno Stato arriva estremamente puntuale e incisivo nel proporre una lettura organica delle politiche di Hezbollah.

Inoltre, il rapporto di fatto complesso tra Hezbollah e il regime siriano che il libro contribuisce a ricostruire è offuscato da un’apparente linearità degli eventi odierni in Siria – all’interno dei quali il partito libanese ha contribuito ampiamente alla sopravvivenza del regime di Bashar al-Asad. Analogamente, il rapporto tra Hezbollah e le Forze Armate regolari libanesi emerge nel libro come complementare e, per l’appunto, mimetico. In tale quadro, Hezbollah risulta farsi promotore dell’insurgency durante la guerra civile (1975-1990) e della counterinsurgency con l’emergere dello Stato Islamico (p. 147).

Calculli traccia la traiettoria storica del processo trasformativo del partito concentrandosi su tre spartiacque temporali: la fine della guerra civile libanese, la “guerra al terrore” post-settembre 2001 e il conflitto siriano che inizia con la crisi politica del marzo 2011. In tale analisi tripartitica, l’agentività elastica di Hezbollah emerge con chiarezza. A mio avviso, il ruolo del partito nella guerra di luglio è affrontato in modo analogamente fondamentale nell’analisi di Calculli: la costruzione da parte del partito della propria moralità pubblica al di fuori dello Stato ma non in opposizione ad esso durante l’ultima guerra contro Israele potrebbe quindi essere letta come una quarta giuntura critica.

Come uno stato

È “l’ostentazione pubblica della competizione” (p. 150) di Hezbollah a permettere tale elasticità politica, che si preoccupa più della performance contestuale che di immutabili credenze ideologiche, e sembra fare eco alla politica del “come se” di cui parlava l’antropologa statunitense Lisa Wedeen in Ambiguities of Domination (1999): la politica di pubblica dissimulazione del regime siriano. Un ulteriore approfondimento teorico della dissimulazione come strategia di sovranità nel contesto libanese, e come quest’ultima si intrecci ad altre politiche di dissimulazione regionali, potrebbe costituire un intrigante seguito analitico di Come uno Stato.

Infine, il libro si fonda su una metodologia ancora di minoranza all’interno delle Relazioni Internazionali: le interviste in prima persona con personaggi politici eminenti, che raramente si ritrovano all’interno di studi non tradizionalmente etnografici. Calculli, a tal proposito, suggerisce implicitamente l’importanza delle fonti primarie in discipline spesso sviluppate su annunci diplomatici e discorsi ufficiali. L’importanza di tale metodologia qualitativa è però evidenziata troppo poco nell’introduzione, quando invece costituisce, a mia veduta, uno dei punti di maggior forza del libro.

Come uno Stato , infine, spezza il rigido binomio tra lo stato ufficiale e Hezbollah, andando oltre la visione del partito come “stato nello stato” o come “anti-stato” tout court. Nell’attuale letteratura sullo stato libanese, che sembra finalmente distanziarsi da definizioni sterilmente normative di statalità “forti” e “deboli”, il libro di Calculli è una lettura particolarmente consigliata a chi desidera comprendere Hezbollah come ideologia e prassi in chiave relazionale e temporale e, finalmente, al di là del suo carattere islamico: il partito rispetto allo stato libanese, agli altri partiti politici e a eventi chiave di giuntura e disgiuntura nelle politiche globali.

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