Posts Tagged With: Egitto

Wafaa al-Kilani: contro ogni taboo o solo chiacchere da salotto?

Sui programmi televisivi della presentatrice egiziana Wafaa al-Kilani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dai tempi della sua ascesa sugli schermi di Rotana Music (2005), colosso saudita dell’intrattenimento musicale, fino all’ “adozione” libanese sotto Lbc (2009) e infine l’approdo all’Mbc saudita (2012), lo stile diretto e a volte sfrontato della presentatrice egiziana Wafaa al-Kilani l’ha resa una delle figure più discusse della televisione araba.

Da “Controcorrente” (Dod el-Tayyar, 2008), a “Senza Censura” (Bidun Raqaba, 2009), passando per “Che cosa c’è” (Fiha Ehh, 2010) e “Il Verdetto” (al-Hukm, 2014), l’impostazione si ripropone con alcune varianti, ed è quella di un interrogatorio serrato, il cui scopo è mettere in difficoltà l’ospite con ogni mezzo possibile. Si tratta senza dubbio di un pregio, in un panorama di giornalisti dediti ad allestire “salotti da tè” e incensare le celebrità invitate.

E’ così che in questa puntata di “Senza Censura, l’altezzosa stella del cinema egiziano Nadia al-Gundi si trova a difendersi da chi la accusa di aver impersonato se stessa nel corso di tutta la sua carriera cinematografica, dimostrando una scarsa capacità di adattarsi ai personaggi interpretati. Il fatto che celebrità simili abbiano accettato di essere messe in imbarazzo al tavolo di “Senza Censura”, ha portato i più scettici a supporre che siano state pagate per farlo, ma Wafaa al-Kilani ha prevedibilmente smentito tali illazioni.

Al di là dell’imbarazzo causato al jet-set dello spettacolo, l’aspetto più interessante di “Senza Censura” è stato senz’altro il coraggio nell’affrontare una serie di taboo sociali e sessuali, tra cui il diritto all’aborto per le donne vittime di stupri, l’eutanasia, i matrimoni tra omosessuali e la convivenza tra coppie non sposate. Tuttavia, la scelta ricorrente di discutere tali tematiche nei confini limitanti del botta e risposta “Contrario e Favorevole” (Didd wa Ma’a), a cui si sono dovuti sottoporre tutti gli ospiti del programma, ha finito per erodere le zone grigie più interessanti delle risposte complesse fornite da intellettuali come la femminista egiziana Nawal al-Saadawi e l’attivista laica kuwaitiana Ibtihal al-Khatib.

La puntata di cui è stata ospite al-Saadawi il 9 dicembre 2009, come fa notare il ricercatore Ahmad Mahmud al-Qasim sul sito Green Column (al-Rukn al-Akhdar), ha avuto il merito di dibattere taboo sociali di fondamentale importanza quali il sesso, la religione e la politica. Per di più in un contesto pre-rivoluzionario, dove non era da tutti esplicitare il proprio rigetto della farsa delle presidenziali egiziane in diretta televisiva.

Alcune risposte di al-Saadawi sono momenti di alta televisione, come quando sottolinea l’assenza del libero arbitrio nella scelta di ogni religione ereditata dalla propria famiglia e la soggezione dell’aspetto della donna alle pressioni sociali, nel caso decida di nascondersi con l’hijab dagli sguardi che la vorrebbero macchina sessuale, ma anche qualora preferisca attirare tali sguardi truccandosi. L’aspetto patinato della presentatrice al-Kilani e la sua difesa dell’educazione islamica ricevuta non potrebbero essere più appropriati nel dialogo con al-Saadawi. “A che conclusioni sei giunta dopo tutti questi libri che hai studiato?” chiede al-Kilani sfacciatamente. “La ricerca è continua, non esiste una fine,” risponde al-Saadawi. “Tutto ha una fine, a differenza della fede,” insiste la presentatrice. “La creatività è una serie di domande aperte,” replica l’intellettuale. Se da un lato questo dialogo conferma una certa trivialità di Kilani, che apostrofa la nota femminista chiedendole a cosa servano tutti i suoi studi in assenza di fede, dall’altro le sue domande rispecchiano quelle che una porzione significativa dei telespettatori avrebbero voluto porre. Al-Saadawi viene così esposta alle critiche della strada, di chi ha imparato a osservare il mondo attraverso la lente delle tradizioni culturali e religiose.

Detto ciò, “Senza Censura” rimane un prodotto di quella che al-Saadawi definisce la “colonizzazione (isti’mar) dei media arabi”, asserviti pertanto alle leggi del mercato tanto quanto lo sono le emittenti commerciali occidentali: la maggioranza degli ospiti non sono pertanto dei luminari, ma VIP dello spettacolo. Dietro il pretesto dichiarato di “mostrare ilvolto umano degli artisti”, al-Kilani si accanisce spesso sulle vicende personali degli ospiti, vantandosi di essere riuscita a “mettere il dito nelle piaghe della loro infanzia”. Un approccio simile tradisce un cedimento a favore del gossip da tabloid ed è stato a buon diritto ridicolizzato anche dalla comica libanese Bassem al-Feghali, che ha realizzato un breve videoclip imitando Wafaa al-Kilani, il suo stile inquisitorio e il gusto per le tragedie personali: “Hai mai provato a suicidarti? Ti è piaciuto? Perché non ci provi un’altra volta?” sono alcune delle domande scandite in rima con la voce sensuale di al-Feghali.

La stessa resistenza alla censura sbandierata nel titolo del programma sembra essere soggetta a dei limiti. In occasione della puntata dedicata allo “scandalo” che aveva investito nel 2009 l’icona del cinema egiziano Nour al-Sharif e gli attori Hamdi al-Wazir e Khalid Abul-Naga, accusati da un giornale cairota (al-Balagh) di partecipare a festini omosessuali, si suppone che ogni riferimento alla condotta sessuale di Sharif sia stato eliminato prima di mandare in onda la registrazione del talk show: come osserva Mohammad Abdul-Rahmansulle pagine del quotidiano libanese al-Akhbar, in un articolo intitolato “Wafaa al-Kilani: Nour al-Sharif è una linea rossa!”, desta più di un sospetto il fatto che si sia lasciato spazio alle osservazioni dell’avvocato Nabih al-Wahsh sulla condotta sessuale di al-Wazir e Abul-Naga senza nessun riferimento a Sharif. La scelta stessa di dar spazio a una vicenda simile in chiave scandalistica, invitando degli avvocati in studio perché prendessero le parti dei litiganti, è alquanto discutibile, quando lo “scandalo” di Sharif poteva essere un pretesto per discutere la percezione dell’omosessualità nella società egiziana (i due giornalisti coinvolti erano stati accusati di diffamazione e condannati a pagare 40.000 lire egiziane [circa 4600 euro]). Forse avrebbe significato osare troppo anche per “Senza Censura”.

All’impostazione dei programmi di al-Kilani bisogna comunque riconoscere il coraggio di affrontare alcune tematiche controverse attraverso uno stile diretto e accattivante, anche se il passaggio alla saudita Mbc nel 2012 è stato accompagnato da un affievolirsi dei toni. Il tutto a conferma dell’avanguardia storica dei media libanesi nel panorama regionale in quanto a libertà d’espressione, a dispetto delle tensioni che continuano ad attraversare il Paese da 40 anni a questa parte.

 

Advertisements
Categories: Egitto, Libano, media arabi, Uncategorized | Tags: , , , , , , | Leave a comment

Finanza islamica, FMI e “nuove” autarchie: Egitto e Tunisia discutono il loro futuro economico

Un’analisi che avevo scritto per ArabMediaReport su come vengono affrontate una serie di tematiche di carattere economico sui media egiziani e tunisini. Avevo discusso l’eventuale emersione di modelli economici alternativi a due anni dal rovesciamento dei rispettivi regimi. 

lagarde 2

Seppure non siano emersi veri e propri modelli alternativi al neoliberismo sull’onda delle rivoluzioni del 2011, il sistema economico dominante è oggetto di accesi dibattiti nei programmi televisivi dei Paesi in transizione.

Nel caso della Tunisia, l’indignazione di parte dell’opinione pubblica non è stata sufficiente a impedire un nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’Egitto dei Fratelli Musulmani (2012-2013) ha invece cercato di perseguire una contraddittoria coesistenza tra finanza islamica e negoziati con il FMI, con l’esito comune di mettere a rischio la sovranità politico-economica. Con il ritorno de facto dei militari al potere a giugno del 2013, il Cairo ha congelato invece di declinato il prestito del FMI e ora sventola la bandiera di un’autarchia dal retrogusto nasseriano. Ciononostante, non sono pochi i segnali che fanno presagire un cambiamento di facciata senza adottare politiche sociali sostanzialmente differenti da quelle neoliberiste.

(…)

Finanza islamica, FMI e “nuove” autarchie: Egitto e Tunisia discutono il loro futuro economico

Categories: Egypt, Tunisia | Tags: , , , , , , | Leave a comment

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sull’ascesa di Al-Jazeera English come media più professionale e meno parziale dell’ominima emittente panaraba.

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Analisi
Al-Jazeera news anchors Veronica Pedrosa
(photo: aaron-sekhri.com)

Sono passati ormai diciassette anni dalla nascita dell’emittente satellitare panaraba Al-Jazeera (AJ), un progetto rivelatosi in grado di rivoluzionare una regione abituata alla rigida censura governativa. Nel 2006, una volta conseguita l’affermazione del canale quale fonte giornalistica più autorevole del mondo arabo, l’emirato del Golfo ha deciso di imporre il suo marchio nel club degli imperi mediatici anglofoni attraverso il lancio di Al-Jazeera English (AJE), originariamente nota con il nome di Al-Jazeera International.

Fin dall’inizio, l’emittente è stata oggetto di accese polemiche sia nel mondo arabo, preoccupato che l’obiettivo fosse uno smorzamento occidentalizzato delle posizioni anti-imperialiste, sia in Occidente, data la demonizzazione islamofoba attuata per anni dalle aree politiche conservatrici nei confronti del canale. Simili pregiudizi e l’ostracismo della concorrenza hanno finora relegato la popolarità di AJE tanto in Asia che in Africa e mettono ora a dura prova il successo di Al-Jazeera America appena sbarcata negli States.

La chiave del successo delle due emittenti anglofone del network del Qatar sui mercati europei e americani sarà la mobilitazione dell’opinione pubblica in favore della libertà d’espressione e del pluralismo mediatico, senza aspettarsi che l’orientamento trascenda il contesto mediorientale d’origine e venga meno alla missione di megafono del ‘sud globale’ [1].

L’altro lato della medaglia è il parallelo declino della credibilità di AJ, divenuta strumento della politica estera della famiglia reale al-Thani, in netto contrasto con la professionalità di AJE: il rischio è che il canale anglofono diventi un biglietto da visita dell’emirato al di fuori della regione, riducendo AJ a innocuo strumento di propaganda.

Perché Al-Jazeera English non ha mai inteso emulare la BBC o la CNN

Alla nascita di AJE, molti giornalisti di AJ avevano espresso il loro timore che il modello di resistenza mediatica, reso celebre dallo smascheramento dei crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq, venisse filtrato dal team di giornalisti ‘importati’ da canali come la Bbc. Stando alla testimonianza di William Stebbins, caporedattore di AJE a Washington dal 2005 al 2010, il Ministero degli Esteri statunitense aveva promesso maggiore accessibilità alle fonti governative in cambio di pressioni sullo staff arabo ostile alla Casa Bianca.

Doha aveva subito resistito a un simile snaturamento dell’identità del marchio Al-Jazeera, promuovendo l’artefice del successo del canale arabo, il palestinese Wadah Khanfar, alla direzione generale del network televisivo; Khanfar aveva quindi provveduto a mutare il nome dell’emittente anglofona da Al-Jazeera International ad Al-Jazeera English, in un chiaro ridimensionamento delle aspirazioni dei ‘nuovi arrivati’. A dispetto dell’indipendenza da Doha sbandierata dall’ex-direttore amministrativo di AJE, Nigel Parsons, Khanfar ha cercato di mantenere l’emittente anglofona fedele alla missione di Al-Jazeera di essere una voce degli emarginati del “sud globale”.

Diversi analisti hanno però bocciato la professionalità di AJE, dando per scontato fosse stata concepita per ‘redimere’ i presunti eccessi anti-americani della ‘sorella’ araba. In questo senso, erano state emblematiche le dimissioni del 2008 di David Marash, celebre presentatore americano assunto da AJE, il quale aveva dichiarato di non identificarsi nella visione “araba e post-colonialista” del canale. Marash aveva dimostrato di non tenere così in alcuna considerazione l’orientamento del pubblico di AJE. Come messo in luce dagli studiosi di media Mohammad al-Nawawy e Shawn Powers, chi preferisce AJE alla Cnn o alla Bbc si distingue infatti per una posizione critica nei confronti della politica estera americana.

La chiave di lettura dell’orientamento di AJE risiede nelle teorie formulate da Kai Hafez [2], che considera gli spettatori un ‘elettorato’ piuttosto che un pubblico universale privo di idee pregresse. Nel contesto contemporaneo saturo d’informazione, i telespettatori cercano delle conferme delle loro convinzioni, quelli di AJE tanto quanto quelli della BBC.

La possibile via del successo per Al-Jazeera English in Occidente

Se finora i pregiudizi sul mondo arabo e alcuni calcoli di natura commerciale della concorrenza hanno limitato la popolarità di AJE negli States e in Europa, una piccola esperienza locale di successo può indicare le carte da giocare per assicurarsi il pubblico occidentale. Il dottorando William Youmans ha seguito in dettaglio il caso di un provider via cavo del Vermont (Usa), la Burlington TV, una delle pochissime piattaforme ad aver accettato di trasmettere AJE nel 2007, in un Paese dove l’emittente qatarense è riuscita ad assicurarsi un canale solamente quest’anno con l’acquisto di Current TV, l’emittente posseduta da Al Gore.

Si tratta di un caso particolare, in considerazione della natura semi-pubblica della Burlington TV, che è solita consultare i suoi telespettatori in quanto fruitori di un servizio, e dell’orientamento politico a favore del partito democratico prevalente nello stato del Vermont. Nel 2008, il fatto che alcuni residenti si fossero opposti alla trasmissione di Al-Jazeera ha spinto le autorità locali a indire una serie di dibattiti, a cui hanno partecipato cittadini e membri dello staff di AJE: in merito alle obiezioni avanzate dal fronte del ‘no’, è stato concluso che non vi fossero prove sufficienti né del contenuto anti-israeliano né dell’influenza della natura anti-democratica dell’emirato sul palinsesto. In nome della libertà d’espressione e del dialogo interculturale, il comune di Burlington ha deciso di non interrompere le trasmissioni di AJE.

Alcuni dei partecipanti al dibattito hanno confermato la validità delle teorie di Hafez sul pubblico inteso come ‘elettorato’ dalle posizioni predefinite, sminuendo l’eventualità che i telespettatori sviluppino tendenze anti-americane a causa di Al-Jazeera English. L’esperienza di Burlington potrebbe suggerire alla direzione di AJE e AJA la strategia migliore per guadagnare popolarità in Occidente, promuovendo dei dibattiti tra fasce di pubblico politicizzato e già incline alla ‘contro-informazione’.

Al-Jazeera English guadagna credibilità a spese di Al-Jazeera

Pur condividendo una visione contro-egemonica nei confronti dei media occidentali, il divario creatosi tra AJE e AJ in termini di credibilità è invece evidente in determinati contesti, Egitto e Bahrain in primis, dove la mano pesante dell’emirato ha condizionato la copertura degli eventi. A differenza della questione palestinese, dove l’insistenza di Doha nel mantenere dei buoni rapporti con Tel Aviv sin dal 1996 non ha condizionato la copertura del conflitto in senso filo-israeliano, la tutela dei legami con i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita ha limitato la professionalità di AJ nell’occuparsi di Egitto e Bahrain.

Nel primo caso, i segnali della faziosità di Al-Jazeera Mubashir Misr (Al-Jazeera in diretta dall’Egitto- il canale creato ad hoc per seguire gli eventi egiziani) sono innumerevoli: basti constatare il dominio assoluto delle interviste a opinionisti a sostegno del deposto presidente islamista Mohammed Mursi sulla pagina YouTube del canale o la scelta di concedere oltre venti minuti al dotto islamico Yusef al-Qaradawi, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani, per rivolgersi “al popolo egiziano” alla stregua di un presidente.

In merito invece al Bahrain, nonostante lo spazio concesso all’opposizione bahrainita anche su programmi di punta come Al-Ittijah Al-Mu’akis (La Direzione Opposta), la presa di posizione del canale al fianco della monarchia è palese in servizi come quello di Fawzi Bushra del 16 marzo 2011, dove l’insurrezione bahrainita viene definita “confusa” rispetto ai moti popolari egiziani e tunisini, in quanto divisa tra sciiti e sunniti.

Il Qatar, in qualità di membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), ha acconsentito all’invio delle truppe del Dir’ al-Jazirah (Scudo della Penisola) in Bahrain il 14 marzo 2011 in supporto del regime. Come rivelato da un documento dell’ambasciata statunitense di Doha pubblicato da Wikileaks, al-Jazeera è riuscita a mediare la riconciliazione con l’Arabia Saudita nel 2010 attraverso una copertura favorevole della famiglia reale; Riyadh si è del resto collocata in prima linea nel supportare l’intervento in Bahrain, temendo pericolose ripercussioni nelle regioni sciite saudite.

Al contrario, AJE ha riservato maggiore spazio alla rivoluzione bahrainita, approfondita tramite un documentario intitolato ‘Shouting in the Dark’. In questo caso, il canale anglofono ha seguito una politica redazionale indipendente da Doha, evitando per esempio di applicare due pesi e due misure in Bahrain e in Siria, contesto quest’ultimo in cui AJ si è schierata apertamente con i rivoluzionari, omaggiandoli di una copertura continua degli eventi. L’intensità del conflitto esploso in Siria non legittima completamente la scala di priorità, considerata l’attenzione maggiore dedicata ai rivoluzionari pacifisti egiziani in confronto ai loro omologhi bahrainiti.

Le dimissioni di Wadah Khanfar del 2011 e la nomina alla direzione del network di un membro della famiglia reale senza alcuna esperienza giornalistica, Ahmad Bin Jassem al-Thani, avevano già suggerito un giro di vite delle élite qatariote. Un ulteriore passo indietro è stato il ripristino del Ministero dell’Informazione nel rimpasto ministeriale guidato dal nuovo emiro Shaykh Tamim Bin Hamad al-Thani, asceso al trono il 26 giugno scorso: tale ministero, da sempre utilizzato come strumento di controllo nel mondo arabo, era stato abolito dal padre Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani in un gesto di apertura coinciso con il lancio di Al-Jazeera nel ’96. Lo stesso Khanfar aveva del resto motivato il suo abbandono sostenendo di aver portato a termine la sua “missione”, trasformando Al-Jazeera in un network internazionale d’informazione.

Ora che il Qatar è riuscito ad affermarsi come potenza, si trova immerso in un contesto costellato da realtà mediatiche intraprendenti quanto Al-Jazeera, emerse dalla caduta dei vari regimi (si pensi al ricco panorama satellitare iracheno): non trattandosi più di un’eccezione regionale, AJ potrebbe iniziare a essere percepita come realtà nazionale, chiamata a monitorare l’operato della classe dirigente. Secondo l’analisi dell’ex-caporedattore di AJE William Stebbins, l’emirato ha preferito limitare i danni e ripiegare su una missione molto meno ambiziosa di quella di Khanfar.

Nonostante dipenda finanziariamente dalle stesse casse e sia già stata oggetto delle pressioni di Doha, AJE sembra mantenere livelli superiori di professionalità. L’abdicazione volontaria di Shaykh Hamad, per esempio, è stata sì erta a “passo senza precedenti” [3] nella regione, ma senza scadere negli elogi sperticati dell’emittente araba, la quale non ha esitato a dedicargli una sezione speciale sul sito. AJE si è invece distinta mandando in onda una puntata di Inside Story (26 giugno 2013), in cui il corrispondente del The Guardian britannico, Ian Black, ha ricordato come il Qatar abbia prorogato di recente il mandato del Consiglio Consultivo, procrastinando ulteriormente le elezioni parlamentari. Sempre Inside Story (14 giugno 2013), ha dedicato un’altra puntata ai timori connessi allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei preparativi per la Coppa del Mondo di calcio, in programma a Doha nel 2020.

D’altro canto, come suggerito dall’ex-caporedattore Stebbins, le maggiori libertà concesse ad AJE potrebbero essere parte di una strategia volta a presentare un’immagine più liberale al pubblico anglofono esterno alla regione, mantenendo invece un controllo più rigido sul contenuto di AJ. Paradossalmente, considerando l’originale funzione di resistenza svolta nei confronti dei media occidentali, Al-Jazeera finirebbe per rassomigliare alla Cnn, di cui ai tempi della guerra in Iraq veniva criticata la disparità dei contenuti a seconda del pubblico: propaganda militarista per i telespettatori americani e commenti più sobri su Cnn International. Un’ Al-Jazeera lontana dagli albori da paladino della libertà d’informazione, rifondata sul consenso interno e le immagini edulcorate all’estero.

———————

Note

[1] Nelle parole di Ibrahim Helal, vice direttore delle notizie e dei programmi di AJE. Si veda: Mohammed el-Nawawy e Shawn Powers, Mediating Conflict. Al-Jazeera English and the Possibility of a Conciliatory Media [2008].

[2] Hafez, K. (2000) The West and Islam in the Mass Media: Cornerstones for a New International Culture of Communication in the 21st Century. Center for European Integration Studies Discussion Paper, 61, 3.

[3] In realtà esiste un precedente: il sultano dell’Oman Taimur bin Faisal bin Turki (1913 – 1932) abdicò infatti volontariamente in favore del primogenito.

Categories: Al-Jazeera, Arab Gulf, Bahrain, Egypt, Qatar, Saudi Arabia | Tags: , , , , , , , , , , , | Leave a comment

I Cristiani mediorientali e la necessità di sentirsi protetti da una dittatura ‘secolare’- Middle Eastern Christians and their need to feel protected by ‘secular’ dictatorships

Sul tema delle minacce pendenti sul capo dei cristiani mediorientali, su cui non mancano gli sproloqui (vedi molto di ciò che è stato detto in occasione della Pasqua 2013 a Roma ). In questo articolo, pubblicato su Left-Avvenimenti, prendo in considerazione il legame tra cristiani e dittature, sull’esempio egiziano, iracheno e siriano. 

After the Italian version, I’ve pasted the English unpublished one, which is longer and includes references to Lebanese Christians.

Cristo si è fermato a Damasco

di ANDREA GLIOTI

Terrorizzati dalla possibilità di un governo dominato dai partiti musulmani, i cristiani del Medio Oriente preferiscono appoggiare i dittatori. Eppure Mubarak, Saddam e Assad non li hanno difesi

maalula

Quando si spengono le luci su un regime apparentemente laico, ma dittatoriale, tra i cristiani del Medio Oriente si scatena la paura. Perché il vecchio sistema non era democratico, ma dava sicurezze, mentre le guerre e le rivoluzioni lasciano aperta la domanda: “Che ne sarà di noi?”. Prima c’è stato l’Iraq, dove soltanto pochi cattolici traevano beneficio dal regime ba’thista, ma non vi è dubbio che le minoranze religiose subissero meno violenze ai tempi di Saddam. Eppure il dittatore iracheno non aveva nessuna simpatia per i cristiani, come dimostra la strage di assiri durante la campagna di Anfal. Poi è arrivato l’Egitto, dove la caduta di Mubarak ha coinciso con un aumento delle violenze contro i cristiani, mentre il dittatore era noto per i suoi buoni rapporti con il patriarca copto Shenouda III. Allo stesso tempo, Mubarak sapeva bene come giocarsi le paure della minoranza religiosa e scatenare episodi di violenza occasionali per mostrare ai copti cosa sarebbe successo senza il suo regime: non è un caso che l’ex ministro degli Interni, Habib al-Adly, sia sotto inchiesta, sospettato di essere coinvolto nell’attentato che colpì una chiesa di Alessandria nel gennaio 2011.

Oggi è il turno della Siria, dove cristiani e musulmani hanno convissuto a lungo pacificamente, ben prima dell’avvento della dittatura ba’thista di Bashar al Assad. Tra gli anni 40 e i 50, ad esempio, il cristiano Fares al-Khoury è stato uno dei primi ministri siriani più popolari tra i musulmani. Tuttavia oggi molti credenti sono succubi della propaganda governativa che collega la sopravvivenza delle minoranze a quella del regime.

E così, la maggioranza “silenziosa” dei cristiani sembra scegliere il male minore, un regime panarabo apparentemente laico piuttosto che un governo islamico eletto regolarmente. Non si può negare che i partiti islamici siano promotori di una visione politica confessionale e discriminatoria, ma spesso quando entrano nella legalità e partecipano finalmente alle elezioni optano per un compromesso sulle ideologie. È successo in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno abbandonato il radicalismo sotto la guida di Hussein al-Hodeibi (1949-73), per poi scegliere un accesso monitorato alle elezioni legislative a partire dalla fine degli anni Ottanta. E l’attuale presidente egiziano Mohammad al-Morsi è un prodotto di questo sviluppo storico, come testimonia la sua nomina di un assistente presidenziale copto. Al contrario, i regimi nazionalisti come quelli di Mubarak in Egitto, Saddam in Iraq e Assad in Siria hanno mantenuto un laicismo di facciata, ma non sono mai stati meno autoritari di quelli islamici di Iran e Arabia Saudita.

Perché dunque, con la loro caduta, i cristiani avrebbero bisogno di un protettore, che si tratti di un despota o di un partito? Due anni fa, durante un sermone nel monastero libanese di Mar Antonios Qozhaya (Valle di Qadisha), il prete insisteva sulla resistenza dei cristiani maroniti allo sradicamento dalle loro terre voluto dalla maggioranza musulmana. Dimenticava che i peggiori scontri confessionali nella storia del Libano – i 15 anni di guerra civile – furono innescati da fattori socio-economici e politici e non da forme d’intolleranza religiosa. Eppure i cristiani continuano a considerarsi un’entità bisognosa di protezione e non una componente in grado di contribuire alla democratizzazione del Medio Oriente, autoraffigurandosi come un organo trapiantato nel tessuto sociale. Un comportamento che apre la porta allo sfruttamento delle divisioni religiose da parte delle potenze occidentali, il che in Siria significherebbe, per esempio, una divisione del Paese in regioni cristiane, alauite e druse come ai tempi del mandato francese (1923-43).

Insieme ai sunniti, i cristiani di Siria hanno formato per secoli la colonna vertebrale delle classi agiate mercantili, senza guadagnare nulla dall’ascesa al potere del partito Ba’th nel 1963. Al contrario, c’è chi sostiene che le nazionalizzazioni di Hafez al-Asad li abbiano danneggiati, costringendo molti a migrare. Tuttavia, diversi sostenitori del regime citano in propria difesa le poche poltrone assegnate a personalità cristiane, come il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, e l’ex ministro della Difesa, Dawud Rajiha.

Oggi, una delle brigate aleppine dell’Esercito libero siriano – che lotta contro il regime – ha assicurato il suo impegno a difendere la multiconfessionalità del Paese, come fonte di ricchezza culturale per la Siria del futuro. Se i cristiani ignoreranno simili appelli, preferendo difendere lo status quo, non verranno ascoltati nella fase di transizione post rivoluzionaria. Storicamente, ricordano i dissidenti cristiani siriani Michel Kilo e Michel Shammas, ciò che ha aiutato i cristiani a essere accettati dalla maggioranza musulmana è stata invece la loro presa di posizione contro la brutalità delle crociate e del colonialismo, a prescindere dalla fede degli invasori. Purtroppo la responsabilità del silenzio dei cristiani durante la cosiddetta Primavera araba è anche del clero e della sua radicata inclinazione a sostenere regimi autoritari. Uno dei pochi uomini di Chiesa che ha osato criticare esplicitamente il regime siriano, padre Paolo dall’Oglio, è stato espulso dal Paese, mentre la maggioranza del clero siriano, insieme al patriarca maronita libanese Beshara al-Ra’i, hanno esibito un sostegno più o meno esplicito al governo del presidente Assad.

Una Chiesa che fomenta l’odio al fianco del potere temporale, scrive Michel Kilo nel suo articolo pubblicato sul quotidiano libanese As-Safir a giugno, è colpevole di distorcere il messaggio originario della cristianità, fondato sulla tolleranza e l’inclusione. Benedetto XVI è appena arrivato a Beirut per manifestare il consueto messaggio di solidarietà rivolto ai cristiani “in pericolo”, ma un appello a schierarsi al fianco dei musulmani che lottano per la democrazia sarebbe forse più utile. Le Chiese mediorientali non possono essere considerate innocenti, nel momento in cui tacciono di fronte ai massacri per salvaguardare i propri interessi, proprio come papa Pio XII non è stato mai assolto dalla storia per essere rimasto in silenzio di fronte all’olocausto.

___________________________________________________________________________________________________

How democratic changes will affect the “protection” of Christians in the Middle East.

By Andrea Glioti

There is a common mantra among Middle Eastern Christians, when the lights of a supposedly secular dictatorship fade away: “What will be our fate?”  In Iraq, only few Christian figures benefited economically from the Baathist regime, there were no thousands of Tariq Aziz, but there is no doubt that minorities were less targeted by violent attacks under Saddam. Does this mean that the Iraqi dictator held Christians in special consideration? Perhaps we should pose this question to the Christian Assyrians, who were driven out of an “Arabized” Kirkuk together with the Turkmen and the Kurds, and to those who were killed and displaced by the Anfal campaign. In Egypt, the fall of Mubarak has seen a rise of sectarian violence against Christians, while the overthrown President was known for his good ties with the deceased Coptic Pope Shenouda III. However, Mubarak knew how to play subtly on Christian fears and engineer violence to show the minority what would have happen without him in power: as a matter of fact, a probe has been open against the former Interior Minister, Habib al-Adly, for serious suspects about his involvement in the church bombing occurred in Alexandria in January 2011. In Syria, Christians and Muslims have been living peacefully together since long time before the Baathist autocracy, but some surprisingly agree with the Government propaganda that minorities need the regime to stay to protect them. Between the ’40s and the ‘50s, in a fairly democratic period, the Christian Fares al-Khoury has been one of the most popular Syrian Prime Ministers among Muslims.

The “silent” majority of Christians seems to opt for what they perceive as the lesser of the evils, a supposedly secular Pan Arab regime rather than an Islamist Government elected by fair elections.

There is no doubt that a party labeling itself as “Islamist” supports a sectarian, non-inclusive vision of politics, but the participation to a more democratic electoral process is often a prelude to renegotiate ideologies. The example of Hezbollah is blatant for how the movement developed from a product of the Iranian revolution to a fully integrated actor of the Lebanese political sphere, starting from the elections in 1992. Hezbollah’s sectarian Islamist background did not prevent the party from joining an alliance of interests with the Christian Free Patriotic Movement. Another example is the Egyptian Muslim Brotherhood’s de-radicalization under the leadership of Hussein al-Hodeibi (1949-73) and its subsequent controlled access to politics in the late ‘80s. Mohammad al-Morsi is a product of this historical development, just like his recent appointment of a Coptic presidential assistant.

Pan Arab ethno-nationalist regimes like Iraq and Egypt were [are- in the case of Syria] no less authoritarian than Islamist ones like Saudi Arabia and Iran, so that there is an evident contradiction in the Christian support for them. The final aim should be to achieve a State, which is not defined by religion or ethnicity: this means rejecting all sorts of political sectarianism, whether they are phrased in an explicit fashion- the Lebanese case- or in an implicit one- the Pan Arab rhetoric of protected minorities. This is why I prefer to use the term “supposedly secular”: a regime banking on the protection of Christians cannot be defined neither secular (‘almani) nor civil (madani, as some Middle Eastern thinkers prefer to define their aspirations to avoid being labeled as anti-clerical Jacobins).

Why do Christians need someone, whether a despot or a party, to protect them? Do they fear the imposition of shari’a, as we read on most of the Western press? It is worth noting that Egyptian, Iraqi and Syrian laws have been always grounded in shari’a principles under their Pan Arab rulers. For what concerns persecutions, Christians were victims of Muslim violence throughout their history in the Middle East, just like Muslims have been repeatedly assaulted by European Christian crusaders and colonialists later on. There is a widespread generalization, when mentioning episodes of sectarian violence against Christians, as if they were all dictated exclusively by religious intolerance: on the contrary, one cannot understand Al-Qa’ida’s bombings of Iraqi churches without considering the resentment generated among Muslims by the neocon US-led invasion of Iraq.

Around two years ago, in the Lebanese monastery of Mar Antonios Qozhaya (Qadisha Valley), I happened to hear a fiercely sectarian sermon from a priest, insisting on the resistance of local Christians against their eradication at the hands of the Muslim majority. Nowadays, nothing seems changed in Beirut, where streets are plastered with slogans from Phalangists and Lebanese Forces, stressing the permanence of Christians in Lebanon through (armed) resistance. What is easily forgotten is that the worst outburst of Muslim-Christian strife of Lebanese modern history, the civil war, was fueled by socio-economic and political reasons rather than religious hate. 

As long as Christians perceive themselves as an entity in need of protection and not a component capable of contributing to the democratization of Middle Eastern societies, they will resemble an implanted organ in the social fabric. They will disavow their historical legacy of bridging cultural and technical resources back and forth between Europe and the Arab world. They will encourage a miserable return to the exploitation of sectarian cleavages by Western powers, that would mean in Syria, for example, a division of the country into Christian, Alawi and Druze states just like under the French mandate (1923-43).

Last February in Istanbul, one of the main figures of the expatriate Syrian opposition, ‘Ammar al-Qurabi, told me: “Why those who are scared do not participate to the demonstrations to voice their concerns?” Fearful Christians defending the status quo will never be listened in the post-revolutionary transitional phase. What actually helped Christians being accepted by the Muslim majority, according to the Syrian Christian dissident thinkers Michel Kilo and Michel Shammas, was their stances against the brutality of colonialism and crusades.

A heavy responsibility for the silence of Christians in the so-called “Arab spring” is in the hands of the clerical institutions and their well-rooted inclination to back authoritarian regimes. One of the few religious figures explicitly criticizing the Syrian regime’s practices, Father Paolo dall’Oglio, has been expelled from the country.  On the contrary, most of the Syrian clergy and the Lebanese Maronite Patriarch, Beshara al-Ra’i, showed a more or less explicit support for the atrocities committed by the State during the uprising. With regards to this, it is worth to remember the fate of the reactionary French and Russian clergy after the two popular revolutions, when an explosion of violent anti-clericalism swept away the church.

A church fostering hate on the side of temporal authorities, notes Michel Kilo in his article appeared on As-Safir on June 16, is a complete distortion of the original message of Christianity, which is about tolerance and inclusion. The Eastern churches cannot be deemed innocent when staying silent in front of massacres to safeguard their interests, just like Pope XII has never been absolved for not uttering a word about the Holocaust. 

Categories: Egypt, Iraq, Syria | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

Create a free website or blog at WordPress.com.

Exiled Razaniyyat

Personal observations of myself, others, states and exile.

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

Salim Salamah's Blog

Stories & Tales about Syria and Tomorrow

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)