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Silence over abduction of Razan Zaitouneh and VDC group

Investigating on the code of silence which followed the abduction of the four VDC activists in opposition-held Duma…

Silence continues over abduction of Syrian human rights lawyer

free four douma

On Dec. 9, the Syrian human rights lawyer and founder of the Violations Documentation Center(VDC), Razan Zaitouneh, was kidnapped in the city of Duma (Eastern Ghouta, east of Damascus) with three other activists from the VDC: Samira al-Khalil, Wael Hamada and Nazim al-Hamadi. Their case threatens to be the umpteenth forgotten abduction of Syrian activists.

In Eastern Ghouta, what emerges from the reaction of activists and citizen journalists is their reluctance to explicitly accuse the chief suspect and the main local armed faction, the Army of Islam (Jaiysh al-Islam) led by Zahran Alloush. There is a shared belief that the minor brigades present in the area might be responsible for the episode and a common understanding — supported by the Army of Islam — that the importance of Zaitouneh’s work has to be belittled.

http://www.al-monitor.com/pulse/ar/contents/articles/originals/2014/01/syria-duma-activists-opposition-zaitouneh-abduction.html

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Siria: Dall’inizio del terrore alla fine della paura

Un breve collage di testimonianze per cercare di fornire un quadro della rivoluzione siriana, sulla base della mia esperienza a Damasco. Come sempre, un articolo sporadico così breve, mantenuto su tematiche generali per scelta della redazione,  fatica comunque ad avvicinare un lettore originariamente privo d’interesse per la Siria. La versione di seguito è quella senza tagli e modifiche della redazione de il Fatto Quotidiano, dove l’articolo è stato pubblicato in data 1 novembre 2011. 

Cinque mesi di aspettative a Damasco…

1 novembre 2011

di Diego Caserio

revolution syria guevaraQualche settimana fa, cercavo di spiegare a un amico come I maggiori intellettuali dissidenti siriani abbiano poca voce in capitolo nelle strade in cui avvengono le proteste, e mi é stato risposto che, in fondo, non saranno i manifestanti ad avere “voce in capitolo” nella ricostruzione di una Siria post-rivoluzionaria. É difficile confutare l’evidenza storica di una simile affermazione. Basti pensare a Khomeini, Guida Suprema dell’Iran post-rivoluzionario, che guidò la resistenza allo Shah da Parigi. Detto ciò, i giovani manifestanti rimangono potenzialmente in grado di influenzare il corso del cambiamento, quanto meno nella fase iniziale: é il caso dell’Egitto, dove folle di dimostranti continuano a scendere in piazza, affinché la rivoluzione giunga a compimento, al di là della deposizione del satrapo. La differenza é che al Cairo il rovesciamento del regime é avvenuto in un mese circa, in Siria sono oltre sette mesi che i manifestanti pagano con il sangue la loro determinazione. Il rischio, sempre più concreto, é che i comitati organizzativi perdano il controllo del movimento pacifico, a favore di una lunga militarizzazione del confronto, al termine della quale, i ruoli decisionali verrebbero occupati dai leader delle milizie. “Noi un’idea di rappresentazione democratica ce l’abbiamo pure,” mi confida Hamza, uno dei ragazzi di Duma, il sobborgo di Damasco più devastato dalla repressione, “abbiamo scelto un paio di persone conosciute da tutti nel quartiere, preferisco che mi rappresenti un uomo di 50 anni che manifesta insieme a me ad uno che qui non si é mai visto.”

La rivolta siriana é stata innanzitutto sovvertimento delle certezze più radicate per i locali. Quando si é iniziato a comprendere che il tutto non si sarebbe risolto in un paio di settimane, amici e negozianti siriani hanno iniziato a chiedermi: “E tu come pensi che vada a finire? Il punto di vista di uno straniero é diverso , forse hai anche delle risposte differenti, no?” Un connubio di umiltà intellettuale e sincero spaesamento.

Ahmad era uno studente universitario di Damasco. Sull’onda dell’entusiasmo generato dalla rivoluzione tunisina e da quella egiziana, confidava in un rovesciamento del regime in qualche settimana. Con il passare delle settimane, affioravano le incertezze: “È probile sia necessario passare alla lotta armata…le armi ci sono.” Qundi I primi tentativi nel suo vicinato, Dummar, un gigantesco sobborgo dove si trovano i quartieri generali della Quarta Divisione dell’esercito, guidata dal fratello del Presidente, Maher al-Assad, e rinomata per la sua brutalità. A Dummar la gente aveva ancora paura a maggio, rimaneva inchiodata dal terrore davanti a Ahmad e i suoi amici, quando questi gridavano “hurria!” (libertà) uscendo dalla moschea, dopo la preghiera del venerdì. Di conseguenza, Ahmad preferiva partecipare alle proteste in programma in centro, nel quartiere di Midan, dove affluiva gente da ogni angolo di Damasco.

Spesso non esistevano vere e proprie strutture organizzative. “Se io ti incontro in una protesta, so di poter contare su di te e ci teniamo in contatto,” mi fa notare Tareq, un amico di Ahmad che abitava nel quartiere popolare di Rukneddin, ”é tutto molto spontaneo insomma.”

Nei mesi estivi, però, sono state tradite molte delle aspettative. Il mese sacro islamico di Ramadan (agosto 2011) era stato preannunciato come un passaggio decisivo: “Vedrai, ogni giorno sarà come un venerdì di protesta…la gente lavora meno, si creano più opportunità di assembramento nelle moschee…e quelli religiosi vorranno avere l’onore di morire da martiri in una manifestazione”. I martiri non erano mancati, come aveva previsto Hamza, ma nulla era mutato nell’equilibrio delle forze in campo, rimasto a favore del regime.

In parallelo all’evoluzione delle aspettative dei manifestanti, ho assistito alla reazione propagandistica del regime, disposto a tutto pur di recuperare il controllo dell’opinione pubblica. Così le compagnie telefoniche statali iniziavano a convocare in piazza via sms i cittadini siriani, perché dimostrassero il loro amore patrio (per il regime). I vari mezzi di trasporto trasmettevano a ripetizione canzoni nazionaliste, che si sentivano molto di rado all’inizio dell’insurrezione. Manifesti apocalittici facevano la loro comparsa sui lampioni, “no al conflitto confessionale, sì alle riforme”, e il logo di Al-Jazeera, responsabile di avere distorto gli eventi in corso in Siria, veniva raffigurato sui cestini della spazzatura.

A livello generale, il fenomeno più sorprendente era la scomparsa graduale della paura. Ancora mi ricordo un agente immobiliare, che a mala pena accennava alla sua rabbia nei confronti del regime, tenendo d’occhio che nessuno origliasse dalla porta del suo ufficio. Qualche mese dopo, mi é capitato di prendere un taxi e trovarmi di fianco ad un autista desideroso di sfogarsi, di raccontarmi tutto d’un fiato dei suoi amici arrestati. Questo forse, di tutti i cambiamenti, é quello più irreversibile e fondamentale, poiché la fine dell’era del terrore riguardava tutti, non solo i manifestanti.

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8. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): I rivoluzionari di Damasco preparano la sfida del Ramadan

I preparativi e le aspettative degli attivisti damasceni per il Ramadan 2011. Il pezzo, diviso in tre sezioni, era stato originariamente pubblicato dall’agenzia TMNews.
Ramadan_MassacreI rivoluzionari di Damasco preparano la sfida del Ramadan
Damasco non è più marginale nella protesta

Di Sean T. Serioca*

Roma, 28 lug. (TMNews) – Il mese sacro di Ramadan si avvicina,
carico di aspettative per il moltiplicarsi delle occasioni di
assembramento, ma rimangono numerosi gli interrogativi sul
livello di organizzazione raggiunto dai manifestanti della
capitale siriana. Nel frattempo, il regime continua a reprimere
brutalmente le proteste, assottigliando le possibilità di una
riconciliazione con le ‘strade’ ed esasperando un clima di
confronto ormai non così lontano dalla resistenza armata.

Sta diventando sempre più difficile difendere la tesi di una
Damasco marginale al movimento che ha sconvolto la Siria negli
ultimi quattro mesi. Venerdì scorso, i quartieri di Qabun e
Rukneddin, che non fanno parte dei sobborghi, sono stati blindati
da posti di blocco militari. Ero solito recarmi a Qabun durante i
venerdì di protesta, assistendo a manifestazioni di almeno 2000
persone, ma la scorsa settimana sono stato costretto a desistere
dai checkpoints posti ad ogni vicolo d’accesso. Midan, uno dei
quartieri centrali adiacenti alla città vecchia, é diventato
anch’esso uno dei cuori pulsanti della mobilitazione ed attivisti
di ogni dove vi convergono regolarmente non solo il venerdì.

Negli ultimi tre mesi, ho potuto assistere alla crescita numerica
dei partecipanti a Midan ed all’invariabile replica del regime:
pullman stracolmi di forze di sicurezza e picchiatori in borghese
sguinzagliati dietro ai dissidenti. Lo scorso venerdì, mi sono
trovato per un attimo ad attraversare la linea del confronto a
Nar ‘Aisheh, vicino Midan, da una parte ragazzi armati di fionde
e pietre, dall’altra uomini armati di tutto punto. Mi sono
ricordato immediatamente di quel coro, che si sentiva all’inizio
delle proteste, “Bashar, codardo, dirigi le tue truppe verso il
Golan”, invitando il Presidente ad utilizzare l’esercito per
liberare le alture occupate del Golan e non per massacrare i
propri cittadini.

Non si esclude più neanche il ricorso alle armi

Ma per le strade di Damasco non ci sono
solamente ragazzi e dissidenti politici ‘di professione.’ Proprio
ieri mi sono recato a Qadam, quartiere molto popolare della
periferia di Damasco, teatro di proteste, abitato prevalentemente
da ex-contadini, profughi del Golan e famiglie della regione
meridionale dell’Houran. Qui ho ascoltato i racconti di un gruppo
di operai metalmeccanici. “Proprio ieri sono arrivati quelli
della sicurezza, 80 automobili, si sono portati via 300 persone e
ne hanno uccise due, tra cui un bambino di 8 anni” mi dice Abu
Rashid, “si tratta di arresti a tappeto…a loro non interessa
sapere chi ha partecipato alle manifestazioni.” Sembra proprio
questo clima di terrore a spingere inizialmente un operaio a
partecipare alla mobilitazione, piuttosto che l’intenzione di
rovesciare il regime.

Quello che succederà dopo un eventuale collasso del regime rimane
un’incognita pericolosa. Ciò che é difficile mettere in dubbio é
il divario apertosi tra ‘le strade’ e quel gruppo di
intellettuali, guidato da storici dissidenti come Luay Hussein,
Michel Kilo e Aref Dalila, che accetterebbe un dialogo con il
partito Ba’th, a patto che cessi la violenza. “Non ci può essere
nessun dialogo,” afferma categorico Abu Rashid, “i vertici
responsabili della repressione devono essere processati tutti.”
Circa tre settimane fa, ho avuto l’occasione d’intervistare Aref
Dalila il quale, seppur riconoscendo la divergenza tra le sue
opinioni e quelle dei manifestanti, mi ha fatto notare come ‘le
strade’ non abbiano nessuna idea di come rovesciare il regime. In
effetti, questo rimane un nodo problematico, soprattutto finché
le proteste rimangono prevalentemente pacifiche.

Tuttavia, dopo quattro mesi di repressione sanguinaria, i
manifestanti non appaiono più intenzionati a rifiutare ad ogni
costo l’uso delle armi. L’episodio più significativo si é
verificato a Homs venerdì scorso, con l’uccisione di 20 cadetti
dell’esercito siriano, probabilmente per mano di alcuni elementi
defezionati. La settimana scorsa ho avuto modo di essere
aggiornato da un attivista, Ibrahim, sulla situazione a Duma, uno
dei sobborghi più ‘caldi’ di Damasco, dove vengono già utilizzate
delle molotov contro le forze di sicurezza. “Vogliamo mantenere
il tutto pacifico,” mi dice Ibrahim, “fino a quando non sarà una
questione di sopravvivenza.”

In queste parole risiede anche l’incoscienza di chi é convinto di
poter controllare il caos di un conflitto armato tra regime e
opposizione. “Ci sarà un periodo di caos, ma non durerà molto,
saremo in grado di arginarlo ed evitare il degenero in una guerra
civile,” afferma convinto Ibrahim di Duma. Anche Abu Rashid
condivide tale ottimismo: “Sappiamo che andiamo incontro al
rischio di una guerra civile, ma persino una guerra civile
sarebbe meglio di quello che stiamo passando ora…e comunque non
durerebbe più di un anno.” Ed é così che per alcuni dei
manifestanti l’esasperazione porta a preferire il rischio
dell’ignoto alla nota oppressione governativa.

Restano i dubbi su livello organizzativo dell’opposizione

Nonostante la crescente motivazione,
rimangono gli interrogativi sul livello organizzativo raggiunto
dall’opposizione, che appare tutt’altro che omogeneo da un
quartiere all’altro. A Qabun, la coordinazione raggiunta é
piuttosto impressionante: i manifestanti marciano indossando
cappellini bianchi distribuiti per riconoscere eventuali
infiltrati, prima della fine della preghiera del venerdì schiere
di uomini presidiano l’ingresso delle moschee, così come vengono
organizzati veri e propri picchetti di fronte alle abitazioni,
per evitare l’accesso dei cecchini. Detto ciò, finora l’apparato
di sicurezza é riuscito ad isolare i vari quartieri teatro di
proteste ed evitare assembramenti di proporzioni maggiori.

Le strutture informali dietro le proteste sembrano ancora
incapaci di congiungere i vari poli della mobilitazione, e questo
é emerso chiaramente dal fallimento della manifestazione
organizzata in piena città vecchia mercoledì scorso, quando ci si
aspettava ingenuamente che il corteo di Qabun raggiungesse il
centro, per unirsi agli altri già in marcia. Gli stessi Comitati
di Coordinamento Locale, saliti alla ribalta mediatica come rete
di coordinamento dei giovani manifestanti, appaiono più un punto
di raccolta del materiale da inoltrare ai media: né a Qadam né a
Duma sembrano rivestire un ruolo di rilievo.

La prova del nove sarà il mese di Ramadan, che quest’anno
coincide all’incirca con Agosto. Il mese sacro dei musulmani é
carico di aspettative per la causa rivoluzionaria. “Ogni giorno,
dopo i tarawih [NdR: preghiere serali supplementari del Ramadan]
ci sarà l’occasione di una protesta…più gente in strada la
sera, meno lavoro, e in generale più occasioni di assembramento,”
afferma fiducioso Omar, “inoltre, molti dei manifestanti sono
musulmani e la loro massima aspirazione sarà immolarsi da martiri
della rivoluzione durante il Ramadan.” Sembra che il primo giorno
di Ramadan, lunedì, sia in programma un’iniziativa di massa per
cercare di occupare finalmente Piazza degli Ommayadi. Gli
attivisti siriani attendono quindi con ansia la prossima
settimana, ma, anche se qualcuno già sogna nuova Piazza Tahrir,
sia la conquista che l’occupazione della piazza rimangono
dipendenti dal consolidamento delle strutture

* Uno degli pseudonimi da me utilizzati quando mi trovavo a Damasco

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7. Blogging and reporting on five months of revolution from Syria (in Italiano): Proteste nel centro di Damasco: “Se rimaniamo fino a domattina saremo mezzo milione”

La cronologia di un giorno di preparativi e della realizzazione di una manifestazione anti-governativa nel centro della città vecchia di Damasco…

Proteste nel centro di Damasco: “Se rimaniamo fino a domattina saremo mezzo milione.”

27 luglio 2011
damascus_old_city_by_waseemmahainy-d4zlfbsMartedì 19 Luglio, ore 22:00. Incontro Ahmed, attivista e studente universitario, in un caffé vicino a casa, non lo vedo da circa due mesi. L’ultima volta ci eravamo sentiti brevemente al telefono e mi aveva detto che non era il caso di incontrarci per un po’: l’avevano arrestato e detenuto per 10 giorni. Mi racconta come in carcere diversi aguzzini si erano alternati per picchiarlo selvaggiamente, finché un ufficiale lo aveva sorpreso dicendogli: “Grida, fai un po’ di casino, almeno saranno convinti che ti sto sistemando.” Un segno che anche all’interno dei temuti servizi segreti vi sono anime diverse e, forse, alcuni stanno realizzando l’insulsa natura di una guerra combattuta da 4 mesi contro i loro stessi connazionali.
L’idea di chi si mobilita nei quartieri di Midan, Qabun, Masakin Barze, solo per citarne alcuni, é sempre la stessa di giungere a occupare una delle due piazze principali della Damasco moderna, Piazza degli Abbasidi o Piazza degli Ommayadi. Ma anche per le migliaia di manifestanti che si riversano nelle strade di Qabun, rimane pressoché impossibile oltrepassare le imponenti schiere di forze di sicurezza, puntualmente collocate agli imbocchi del quartiere in tumulto. Proprio per questo motivo, i ragazzi della rivoluzione siriana vogliono tornare a mobilitare il centro della capitale, quella città vecchia rimasta quieta dopo le prime sporadiche manifestazioni di Marzo. “Domani ci troviamo alle 7 in via Qaymariyeh, nella città vecchia, vedi di esserci,” mi avvisa Ahmed prima di salutarci.
Mercoledì 20 Luglioore 17:00. Prima di dirigermi a Qaymariyeh, ho preso appuntamento con Hamza, un altro giovane attivista del sobborgo di Duma, salito alla ribalta delle cronache per l’intervento dell’esercito siriano ad Aprile e la violenza continua della repressione, resa più agevole in aree periferiche.
All’arrivo di Hamza, gli chiedo subito conferma della protesta in programma alle 7. Lui mi osserva basito, chiedendomi “E tu come fai a sapere della protesta di oggi?” Lo tranquillizzo, spiegandogli da chi ho saputo della mobilitazione, e mi rendo conto di come ogni singola iniziativa venga realmente coordinata attraverso “catene di persone fidate”, come le definisce Hamza. Non esistono veri e propri comitati organizzativi, i Comitati di Coordinamento Popolare [Ndr la rete di coordinamento più nota dei giovani attivisti siriani], secondo Hamza, non hanno assunto alcuna rilevanza a Duma. Il fatto che io fossi già al corrente di una manifestazione organizzata in strada tramite un “passaparola” poteva dunque sembrare una falla nelle reti informali di coordinamento.
“Stiamo aspettando intorno alle 300 persone e verso le 6:30 dovremmo essere raggiunti dai ragazzi di Qabun,” Hamza ripone grandi speranze nella riuscita della protesta, “se rimaniamo fino a domattina saremo mezzo milione.” Le possibilità di occupare una parte del centro iniziano però ad affievolirsi, se riflettiamo su quanto sia realistico aspettarsi che i manifestanti di Qabun giungano marciando fino alla città vecchia. “Per lo meno, se convergendo da Qabun terranno occupate le forze di sicurezza intorno alla Piazza degli Abbasidi, noi avremmo maggiore libertà di movimento in centro,” afferma Hamza, cercando di intravedere un risvolto positivo. Poco dopo si congeda, dicendo di dover indossare una maschera e raggiungere gli altri manifestanti.
Ore 19:00. Mi posiziono in un ristorante adiacente a via Qaymaryeh, quando i vari “Il popolo siriano é uno solo!” e “Dio…la Siria…la libertà e null’altro!” incominciano a vibrare nell’aria, tra le espressioni attonite di negozianti e ristoratori: “Rally pro-regime o protesta? Protesta, protesta…vieni fuori a vedere!” Le serrande vengono chiuse velocemente ed un centinaio di manifestanti procedono spediti verso la Moschea degli Ommayadi. Appena 10 minuti dopo, un nugolo di sgherri nerboruti proveniente da diverse direzioni li accerchia velocemente, iniziano a volare sedie, calci, un ragazzo viene trascinato in un negozio e tempestato di pugni da un gruppo di sostenitori del regime. Bastano pochi attimi perché si scateni il caos. La manifestazione pacifica si disperde velocemente, un altro uomo in borghese, armato di una vera e propria sciabola, si getta all’inseguimento dei dimostranti, mentre una ragazza inorridita inizia ad urlare contro i presenti: “Uno tira fuori un coltello e voi ve ne state tutti fermi a guardare?!” A questo punto, la maggioranza dei contestatori sembra riuscita a fuggire o disperdersi nella folla, ed uno di loro mi si avvicina, dicendomi: “I servizi segreti erano stati informati due ore prima della protesta, ora é meglio che ve ne andiate…A breve qui sarà pieno di polizia.” Quanto ai ragazzi di Qabun, non sono mai arrivati in centro.
La città vecchia si riaddormenta rapidamente. Nessuno ha notato il volto di Hamza, che ricompare da un vicolo facendo finta di niente e mi saluta velocemente. Se ne torna a Duma, in una dimensione parallela accerchiata dai checkpoint, dove per aggirarli sa già di dover allungare il ritorno attraverso i campi. Nell’attesa del prossimo tentativo di rompere il silenzio del centro di Damasco.
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