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Keeping the Faith? Examining the Roles of Faith and Secularism in Syrian Diaspora Organizations in Lebanon (February 2020)

The “Diaspora Organisations in International Affairs” book, edited by Dennis Dijkzeul and Margit Fauser is now out! Elena Fiddian-Qasmiyeh and I contributed with the chapter Keeping the Faith? Examining the Roles of Faith and Secularism in Syrian Diaspora Organizations in Lebanon. Here below our abstract.

For more details on the other contributions: https://www.routledge.com/Diaspora-Organizations-in-International-Affairs-1st-Edition/Dijkzeul-Fauser/p/book/9781138589131

Since the start of the Syrian conflict in 2011, Syrian diaspora organisations (Dos) in Lebanon have been providing diverse forms of support, relief and assistance to Syrian refugees. Whether in areas which are difficult for international providers to access, or in major towns and cities where international actors including the UN, INGOs and state actors have been providing assistance, Syrian Diaspora Organisations (DO)s have played a vital role in providing support and relief to their Syrian fellows. At times, these DO initiatives have been actively funded by international donors or developed in formal partnership with UN agencies and INGOs, while in other contexts they take place on the margins of (or at times in ways that directly challenge) formal humanitarian aid structures.

Against this backdrop, and based on long-standing research vis-à-vis local, national and international responses to displacement from Syria within Lebanon, this chapter examines the diverse roles that faith and secularism play in the initiatives developed by Syrian diaspora organisations based in Lebanon, exploring how and with what effect faith, religion, secularism (and secularist frameworks) relate to Syrian DOs’ relationships with different local, national and international actors, including Syrian refugees, members of host populations and diverse UN Agencies, NGOs and INGOs.

Syrian DOs in Lebanon include organisations established and led by activists, ex-protesters, established Syrian migrant workers, and religious leaders who have ‘become’ relief providers since the crisis broke out. On the one hand, by drawing on interviews with members of a range of Syrian DOs in Lebanon, this chapter explores the personal and collective reasons behind the act of establishing these organisations. On the other hand, it will investigate the social roles played by secular and faith-based DO members who engage in relief work, and their contextual relationship with their international and secular counterparts. This is particularly important in light of the strong financial and political support that a core group of popular secular(ist) Syrian DOs have received from international donors/agencies. In contrast, faith-based diaspora organisations have often been viewed by members of the international community (both in the context of Syria and more broadly) as exiled communities that do not fulfil key international humanitarian principles such as neutrality, impartiality or universality as they are assumed to prioritise political or sectarian dimensions through providing assistance (only or primarily) to their co-nationals/co-ethnics. This secular-centric interpretation of the partialist nature of faith-motivated assistance remains particularly biased towards diaspora groups that mobilise within the global South, where the source of crisis supposedly lies.

By providing examples from Beirut and from northern Lebanon, this chapter will show how DOs’ configuration and engagement with specific international and local communities have been changing since the outbreak of the crisis in Syria in 2011. By analysing the organisational configuration (including partnership models) and the forms of provision of these secular and faith-based DOs, we are particularly interested in examining how intra-community solidarity is (or is not) built within southern host societies through Syrian DOs’ initiatives – this is a dynamic that has received hardly any attention from scholars examining diaspora transnational endeavours.

With the purpose of investigating the human and social geographies of such secular and faith-based DOs, our chapter aims to draw on lessons from anthropological, sociological, and IR studies, in a bid to construct a deeper understanding of secular and faith-based DO-led aid provision and their social impacts in settings of the global South which geographically (and geopolitically) neighbour new and ongoing crises.

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The Armenian Sanjak in Beirut (by Estella Carpi – February 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/sanjak-tra-gli-armeni-dimenticati-di-beirut.html

Sanjak, tra gli armeni dimenticati di Beirut

 

20 FEBBRAIO 2012

(di Estella Carpi*, Osservatorio Iraq) “Kess ekht el bakhra elli gebetkon la hon“, che per necessità eufemiche tradurrei “al diavolo la nave che vi ha portato qui”. Sono le parole che i libanesi cristiano-maroniti solevano dire agli armeni sino a qualche decennio fa, come mi racconta la mia amica R., 26 anni, libanese di origini turco-armene.

R. mi accompagna negli strettissimi vicoli del Sanjak  (dal turco “sandžak”, distretto amministrativo dell’Impero Ottomano) per mostrarmi gli ultimi resti di quello che verrà presto totalmente distrutto per essere rivenduto sul mercato degli immobili da parte della municipalità di Borj Hammoud, ad est di Beirut.

Il Sanjak è formato da 20 metri quadrati di terreno che da alcuni anni il comune vorrebbe trasformare in un centro commerciale con circa 70 punti vendita e in un’area residenziale di almeno 184 appartamenti.

Si chiamerà St. Jacques Plaza e, secondo l’architetto Vasken K. Chekijian, è stato concepito per venire incontro ai dilaganti bisogni consumistici dell’emergente classe piccolo-medio borghese del quartiere di Borj Hammoud.

Queste vie del quartiere armeno, noto come luogo di nascita dell’attuale segretario generale di Hezbollah Sayyd Hassan Nasrallah, sono raramente oggetto di notizia a livello locale, e quindi anche internazionale.

Quel che interessa ai media riguarda infatti il “problema” della crescente mescolanza etnica e religiosa del posto, dovuta a un massiccio arrivo di immigrati dall’esterno che trovano nell’area affitti economicamente più accessibili rispetto agli altri quartieri della capitale libanese.

I residenti della piccola realtà nascosta in cui mi son incanalata sono esclusivamente di origine armena, insediati in loco dopo la fuga da Alessandretta a partire dal 1939, zona precedentemente indipendente al confine sud turco-siriano, ed oggi invece parte della regione turca di Hatay.

Nel corso degli anni raramente mi son imbattuta in una letteratura che affrontasse dignitosamente la questione degli armeni in Libano, le loro identità intrecciate e le dinamiche di insediamento in una dialettica ineluttabile di inclusione ed esclusione.

Attualmente gli armeni libanesi sono 150 mila, il 4% dell’intera popolazione. Il disinteresse politico che accompagna la loro situazione non li ha fatti desistere dall’entrare a far parte del lotto identitario delle rivendicazioni, delle auto-vittimizzazioni e delle etero-semplificazioni tipiche delle comunità libanesi.

R. mi racconta come talvolta in famiglia, scherzando, rinfreschino le parole dell’allora ministro della Difesa Israeliano Ariel Sharon, dopo i massacri compiuti nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila del 16 settembre 1982, perpetrati dai falangisti (kata’eb) alleati alle forze israeliane: “Non fidarti di calarti giù nel pozzo se la corda che ti conduce è maronita”.

In compenso, gli armeni vengono costantemente dipinti dalla società libanese come mercanti di gioielli, mangiatori di basterma, parlanti un arabo pessimo, auto-segregati ed “ammucchiati” – metkawtrin – nell’area di Borj Hammoud ed ‘Anjar, vicino al confine siriano nella Valle della Bekaa.

R. mi racconta il dolore di essere da sempre considerate come una cittadina di seconda classe, e di come questo complesso identitario abbia spesso innestato dinamiche politicamente contraddittorie e da lei descritte come artificiali: alcuni discendenti dei suoi amici armeno-siriani emigrati in Libano collaborarono nel 1982 con le Forze Libanesi poichè, cosi facendo, avrebbero ottenuto ‘in dono’ la cittadinanza libanese.

Nelle vie del Sanjak, R. mi presenta le sue vecchie conoscenze, spesso di origine turca o siriana e di cittadinanza libanese, ma che negano al mio cospetto ogni identità che non sia meramente quella armena.

S. vive in una microscopica abitazione che si allaga ogniqualvolta piove a causa della totale assenza di canali di scolo nei vicoli. Mi racconta con la sua arabyya mukassara – una parlata imperfetta – che nessuno è mai stato dimenticato da Dio come il popolo armeno.

Nonostante ciò, nella realtà beirutina gli armeni hanno avuto vari screzi e misconoscimenti tra loro stessi. Non per questioni confessionali (cattolici vs ortodossi), come si aspettano in tanti, vittime di un invadente confessionalismo totalizzante e dietrologico, quanto piuttosto per motivi meramente economici.

Il ‘buon Marx’ sembra essere tuttora più che attuale nel suo dipingere la sovrastruttura culturale ed identitaria stessa come riflesso della realtà materiale ed economica sottostante.

S. mi racconta come a Beirut gli armeni solevano distinguersi, seppur non in modo netto, secondo graduali linee di demarcazione dettate dallo status sociale e dal ‘potere d’acquisto’.

Ogni gruppo tendeva a distinguersi rispetto al lato del fiume – annahr – in cui si era insediato. Lo stesso rivolo d’acqua che oggi segnala la fine del quartiere cristiano di Mar Mikhael all’estremità orientale di Beirut e l’inizio del quartiere armeno di Borj Hammoud, aldilà del fiume.

Per l’appunto, ognuno tendeva a distinguere l’alterità con l’espressione armena gamurḉen antin – “aldilà del ponte” – e a delineare se stessi come  gamurḉen astῑn – “da questo lato del ponte”.

Al lato ovest del fiume, ancor parte del quartiere di Mar Mikhael Annahr, risiedevano gli armeni più abbienti, mentre i meno danarosi – oggi abitanti del Sanjak – vivevano sul lato est.

R. mi dice che in linea molto generale questa antica distinzione tende ad essere ancora tale.

Mi allontano dal Sanjak con una sete di documenti, di legittimizzazioni e delegittimizzazioni, di queste discusse bugie amministrative e di atroci garanzie che tutto quello che ho visto continuerà ad essere raso al suolo, nel silenzio di tutti.

Chiedo a qualche passante dell’area circostante se conosce quei vicoli, se ne sa qualcosa, e da quanto tempo è sorto quel parcheggio costruito smantellando buona parte dell’originario distretto. I passanti rispondono con una scrollata di spalle o un puntuale ma baref (“non lo so”).

Prima di abbandonare l’area scorgo su un muro una scritta: “mafia”. Universalmente efficace.

Le scuse ufficiali della municipalità si basano sul principio che soltanto il 30% degli attuali residenti del Sanjak sono diretti discendenti degli abitanti originari.

Raffi Kokoghlanian, vicesindaco della municipalità di Borj Hammoud, ha spesso rassicurato che ogni famiglia residente riceverà come indennizzo tra i 3 e i 5 mila dollari, un valore maggiore a quello delle attuali abitazioni, come lui stesso ha specificato nell’intervista al quotidiano armeno “Nouvelles d’Armenie”.

Pensare però che possano bastare questi ‘spiccioli’ alle 45 famiglie del Sanjak per riprocurarsi un tetto nell’attuale avido mercato immobiliare libanese supera i limiti di qualsiasi populismo amministrativo.

E il ricordo va al forzato nuzuh – migrazione interna a uno stesso paese – degli sciiti provenienti dal sud del Libano e diretti al downtown di Beirut a partire dal 1978, come anche a quello dei libanesi sciiti e dei palestinesi da Beirut est nel 1976, dei cristiani dallo Chouf nel 1983, e dei residenti secolari di ‘Ayn al Mreisse, e di tante altre aree beirutine spodestati dal 1990 in poi, privati di un tetto e di qualsiasi proprieta, dispersi da 15 anni di guerra civile.

Un tragico déjà vu fatto di occupazioni, sfratti, ricostruzioni e mercificazioni di cui continua a macchiarsi impunemente e indiscriminatamente il Libano contemporaneo (Osservatorio Iraq).

—-

*Estella Carpi è PhD Candidate alla University of Sydney in Australia e attualmente PhD Fellow presso l’American University of Beirut.

La foto nella slide in home page è di Scout Tufankjian.

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