Posts Tagged With: confessionalismo

Ethnography of the Everyday Speech in contemporary Lebanon (by Estella Carpi – January 2010)

The Italian Academic Review “Orientalia Parthenopea” published an extract of my MA Thesis in Linguistic Anthropology in a Lebanese environment. The specific anthropological branch called “Ethnography of the Everyday Speech” has been largely developed by Alessandro Duranti (UCLA, USA) that studied Western Samoa back in the ’80s. He mostly drew on pragmatics and socio-linguistics studies.

At the link here below you can find my academic article at full:

http://www.academia.edu/595746/_Hi_kifek_ca_va_Unavventura_etnopragmatica_nel_Libano_contemporaneo_

Categories: Lebanon | Tags: , , , | Leave a comment

My comments on Beirut Diaries, by Mai Masri (by Estella Carpi – April 2010)

http://letturearabe.wordpress.com/2010/04/11/beirut-diaries/

Beirut Diaries

aprile 11, 2010

Beirut Diaries, regia di Mai Masri, Libano 2006, 80′

Beirut Diaries si svolge all’indomani dell’assassinio di Rafìk Harīrī, avvenuto all’inizio del 2005. Per il Libano, soprattutto per la parte musulmana, rappresenta uno choc e la rottura definitiva con la Siria, alla quale esso viene attribuito, nonché la fine del nazionalismo arabo sostenuto da un’appartenenza confessionale.

Da quel momento in poi, infatti, i libanesi musulmani, fino ad allora sempre sotto tono e “silenziosi” sulla politica siriana, si staccheranno definitivamente dall’ingombrante vicino. Il documentario è tutto sommato valido, seppur dopo un po’ pleonastico, soprattutto perché riesce a far percepire il gran trambusto opinionistico e spesso divergente dei libanesi.

Quello che apparentemente può sembrare nel film il superamento della confessionalità di fronte a un evento di estrema gravità, e che da questo senso di comunanza di intenti e ideali  – che dovrebbero essere la costruzione del Libano – alla fine si rivela tuttavia essere, nello svolgersi degli eventi (che in realtà non ci sono, poiché non “succede” nulla), il motivo per cui non succede niente, la “malattia” di questo Paese.

Le comunità non rappresentano altro che deviazioni ideologiche prive di consistenza ontologica se non quella fittizia e arbitraria che riesce a edificare stendardi identitari ingannevoli, stereotipati e fuorvianti che, nonostante ciò, hanno lo scioccante potere di rendere idee e pretesti realtà fattuale dando luogo a nepotismi, reti clientelari sui posti di lavoro, in panetteria come nei parcheggi… Purtroppo però senza identità religiosa (ostentata) non si è nessuno. Il nome non basta, la nazionalità nemmeno.

Non si tratta di un film, ma di un documento che si propone di essere lo specchio della realtà. È noto, tuttavia, che nel solo dover rispondere a delle domande o di essere consapevoli che si stia “apparendo” a un audience vasto, la realtà viene forzata. E anche questa è realtà.

Il mettere costantemente in luce la diversità confessionale del Libano contemporaneo non è quindi un espediente teorico per intagliare con maggiore forza i presunti “confini” tra le comunità qui presenti, quanto invece è un modo di non far passare sotto silenzio, per l’ennesima volta, questo confessionalismo ancor oggi onnipotente che decide non solo il sistema, ma anche la microcosmica vita di un qualsiasi individuo, ed è un modo di non far tacere le nobili voci critiche ed indignate riguardo al disgustoso divario sociale ed economico del Paese, fortemente anti-egualitario.

Estella Carpi

Categories: Lebanon | Tags: , , | Leave a comment

“Lettera da una strainera” by Hoda Barakat (by Estella Carpi – April 2010)

http://letturearabe.altervista.org/lettere-da-una-straniera/

Lettere da una straniera

Pubblicato il aprile 28, 2010 da letturearabe
Hoda Barakat, Lettere da una straniera, traduzione di S. Pagani, Ponte alle Grazie, Milano 2006
Tra uno spazio interiore di smarrimento ed uno esteriore di inevitabile lontananza si collocano le parole di Barakat, e sono esse ad avere il potere di rivelare l’intimo della coscienza del migrante, tramite una disonestà espressiva che ossimoricamente rivela con onestà le ferite profonde causate dall’abbandono del Paese.
Tra le pagine fluenti del romanzo, si staglia il “noi”, quasi lo si volesse definire, classificare, amare e negare allo stesso tempo; rivela tutto il rifiuto che il migrante ha di ricordare, e, analogamente il dolore ch’egli prova nell’oblio: “Mi vergogno dei miei vuoti di memoria e dei miei ricordi…”.
La rimozione dalla memoria collettiva, così artificiale ed illusoria, delle piaghe quotidiane che affliggono il Libano, e la quale induce i migranti libanesi a svuotare la coscienza pubblica in luoghi lontani, emerge dalla negazione anaforica dell’Io collettivo, che prende posto con prepotenza sulle pagine del romanzo:
“Non siamo una comunità, non ci somigliamo e non c’è niente che ci tenga uniti… Non costituiamo una comunità. Le nostre somiglianze ci infastidiscono, come tutto ciò che ce le ricorda…  Non siamo una comunità, né da vicino né da lontano… Non siamo una comunità, ma un esile filo si insinua tra noi”.
Si fa strada il paradosso secondo cui chi resta dimentica, al fine di poter essere capace di perdonare. Il ritorno diventa un errore. Poiché si fa strada la
realizzazione che la vita è andata avanti anche senza di “loro”, che hanno scelto l’espatrio. Nel rifiuto di tutto ciò che potrebbe intrappolarli, la memoria viene vissuta metaforicamente come una “zavorra”, e la soluzione sta dunque in una
“amnesia totale e programmata… quella collettiva perdita di memoria che è in realtà la causa prima per la quale la guerra è continuata e per la quale forse ricomincerà”.
Il romanzo ha la capacità di configurarsi quasi come un’analisi psichica del paradossale comportamento della memoria umana, che fluisce nervosamente
tra una gelosa custodia del passato e un’affrettata demolizione delle immagini ch’esso lascia nella nostra mente. Il peso del ricordo, e di ciò ch’esso comporta, è vissuto in particolar misura da Barakat attraverso il caffè Radwa, i concerti di Fayrouz e i piatti di tabbouleh. “Se i ricordi, per loro natura, appartengono al passato, anche noi, finché ricordiamo, gli apparteniamo”. Il ricordo oscilla tra quello di un Paese “pieno di sprint”, e quello di un Paese “che resterà sempre testardo come una capra, persino se si mettesse a volare con due ali grandi come questo palazzo”.
Si scorge l’esilio interiore di chi migra, e di chi non migra, poiché anche quest’ultimo ha “dei buchi di memoria ancora più grandi e più profondi”.
Migranti son coloro che hanno lasciato il Libano; loro che, giunti in Occidente, prendono sul serio persino la pubblicità nella casella della posta; loro che si lamentano dei numerosi problemi che i documenti di soggiorno avanzano; loro che non hanno niente in comune e si incontrano “come treni che si affiancano correndo in direzioni opposte”; loro che scelgono di tornare nell’unico posto in cui l’oblio è impossibile; loro che vorrebbero che i loro figli gli assomigliassero e vorrebbero somigliare, a loro volta, ai loro genitori…
Barakat individua all’interno della realtà linguistica l’epicentro dell’infinito scorrere della vita identitaria, e di qui la sua personale scelta di continuare a
scrivere letteratura in lingua araba. La vita identitaria, inafferrabile come l’etere nel suo eterno svilupparsi, riflette nel romanzo i movimenti della psiche umana, e si condensa in parole fatte d’acqua: “perché l’acqua non ha paese, e non fa che seguire il proprio corso…”.
E. Carpi
Categories: Book Reviews | Tags: , , , | Leave a comment

“Islam Obscured” by Daniel Varisco (by Estella Carpi – June 2012)

La mia recensione di uno dei libri migliori che abbia mai letto.

http://letturearabe.altervista.org/islam-obscured/

Islam obscured

Pubblicato il giugno 29, 2012 da letturearabe

D. M. Varisco, Islam obscured. The rhetoric of anthropological representation, Palgrave MacMillan, New York 2005.

Anche a distanza di ben sei anni, vale la pena recensire il testo dell’antropologo Americano Daniel Varisco, considerate l’urgenza attuale di de-cristallizzare i discorsi sull’Islam, particolarmente nel contesto accademico italiano.

Attraverso una rassegna concettuale di eminenti studiosi tra i quali Ernest Gellner e Clifford Geertz, e la de-mitizzazione della sociologa marocchina Fatima Mernissi che ancora pecca di una visione monolitica dell’Islam, Varisco riesce totalmente, a mio avviso, nell’intento di decostruire il solo Islam univoco, omogeneo, aspettatamente coerente e destoricizzato che ci viene rifilato.

L’Islam che definirei “monolitico” tuttora pervade i discorsi dei più esperti: Varisco, attraverso il suo background squisitamente antropologico, invoca invece all’osservazionedegli individui che si auto-definiscono “musulmani”, piuttosto che alla catalogazione di ciò che l’Islam teologicamente prevede. L’Islam, come qualsiasi altra religione intesa sia come istituzione che pratica culturale, può soltanto essere rappresentato.

Per demolire le tuttora ancor troppo diffuse stagnazioni dogmatiche e una comprensione campanilistica dell’Islam, è quindi necessario, sostiene Varisco, tener conto del fatto che additiamo costantemente ai misfatti compiuti dai musulmani con maggior indignazione, in riflesso appunto alla nostra lettura dell’Islam, inteso come insieme di valori e pratiche rigorosamente coerenti, rispetto a qualsiasi altra religione.

I musulmani sono invece “conservatori o comunisti, maschi o femmine, giovani e vecchi, ricchi e poveri, di buon umore o mal intenzionati”, che poco hanno a che fare con una logica islamica del “prendere o lasciare”, quale invece ampiamente diffusa nella letteratura al riguardo.

A dimostrazione del fatto che la sola lunga storia della fede islamica sia stata essenzializzata in ideal-tipi, Varisco sarcasticamente ci chiede se abbiamo per caso mai letto libri dal titolo “Il Cristianesimo osservato” o “Aldilà del pane e del vino”.

Il suo rifiuto categorico di avanzare un ulteriore modello, seppur variegato, di Islam, epistemologicamente risparmia all’antropologia di sfornare ulteriori categorie improduttive su di esso.

“Che senso ha parlare specificamente di una “sessualità cristiana”, o qualcosa di assurdo come l’“ordine sociale ebreo”? Ebrei e cristiani agiscono forse come meri cloni di una visione totalizzante e universalmente valida di sessualità, aldilà di ogni contesto sociale?” Le questioni sollevate da Varisco risultano di estrema importanza per riconoscere come i musulmani differiscano non solo individualmente, ma anche culturalmente.

Con il potenziale sovversivo che l’antropologia, per sua natura, offre in modo particolare, Varisco ricorda all’occidentale orientalista o all’orientale auto-orientalista od occidentalista che l’Islam dev’essere scoperto e analizzato non solo come sistema di credenze, ma soprattutto come dinamica comportamentale e relazionale in un suo specifico ambiente culturale.

Le attuali interpretazioni confessionalizzanti dei cambiamenti sociali attuali in Medio Oriente, chiamano con forza l’importanza di tradurre e diffondere questo testo di Varisco in lingua italiana.

Solo con la denaturalizzazione dell’Islam sarà possible effettuare una graduale, nonché faticosa, decolonizzazione concettuale del mondo musulmano e delle sue molteplici soggettività.

“Quando studio il comportamento musulmano, non vedo altro che individui che negoziano le loro proprie identità in contesti in cronico cambiamento”, specifica l’autore. Varisco non cede alla tentazione seducente di svendere facili verità, ed esplora ampiamente con fare leggero, umano, psicologicamente spesso e ilare insieme, come soltanto chi è musulmano può osservare l’Islam. A tutti gli altri, antropologi inclusi, non resta che rappresentare le loro rappresentazioni.

La lettura di Varisco, infine, si delinea a mio avviso come un dovere morale in particolare per coloro che si professano attuali guardiani della Conoscenza e fieri promotori di ecumenismi religiosi e culturali tesi alla “Fratellanza” (a quando la “Sorellanza”?).

“It is the character of lived experience I want to explore, not the nature of man”.
(M. Jackson)

E. Carpi

Categories: Book Reviews | Tags: , , , | Leave a comment

“Una sera qualsiasi a Beirut” by Selim Nassib (by Estella Carpi – April 2010)

http://letturearabe.wordpress.com/2010/04/28/una-sera-qualsiasi-a-beirut/

Una sera qualsiasi a Beirut

aprile 28, 2010

S. Nassib, Una sera qualsiasi a Beirut, trad. dal francese di G. Panfili, e/o, Roma 2006

In questa serie di racconti che prende il nome da uno di essi, Selim Nassib riesce ad accostare la dimensione emotiva attraverso cui vive da lontano il Libano – il suo Paese – e quella razional-esplicativa della sua vita da emigrato in Francia, dove esercita la professione di giornalista, che lo costringe, in un certo senso, a render esegetico il sentire dell’autoctono che guarda da lontano la sua terra.

È nella dimensione che l’autore chiama sensuale, in cui “sentiva quel che la gente sentiva”, che Nassib riesce, attraverso il discorso diretto libero, il ritmo narrativo incalzante e l’uso frenetico dell’asindeto, a mettere su carta la realtà libanese come non ancora compresa e analizzata, quasi non ancora pensata, e di cui si propone demiurgo solo nelle sue vesti di giornalista emigrato.

È cosi che la narrazione pompa energicamente nelle vene di una Beirut narrata della sua anomala quotidianità, in cui il lavare i piatti, la scelta di un disco da ascoltare, le cuciture di un completo che si strappano e l’incedere dei miliziani che irrompono in casa si mescolano con tragica normalità.

All’interno di una analogia geometrica Nassib riesce a denunciare un Paese dove la legge è una soltanto ed è come la scarpa che il potere porta loro, “deve andare bene a tutti”, e, allo stesso tempo, a empatizzarsi con i tetti, le strade, gli uomini che ripetono la preghiera, “è la loro difesa e la loro consolazione, la pronunciano a testa alta verso il cielo che viene giù”. È una geometria in cui “il nostro mondo è un cerchio e il centro è il punto in cui ci troviamo… intorno al thè. Lui solo ha intuito che la nostra tragedia non era soltanto uno sradicamento, un’oppressione, ma qualcosa di immateriale, lo stravolgimento dei segni, lo stupro del nostro universo circolare ad opera della linea retta del Muro”.

Nessib dà voce alla componente palestinese in Libano attraverso una lente identitaria bifocale, che mette a fuoco gente che ha venduto tutto per poter sopravvivere, gente che si rende conto di come la paura israeliana sia il loro incubo, “un abisso impossibile da colmare”, in cui la vendetta “fa male come un dolore che non si placa, una chimera che non si dissipa, un vulcano che non si spegne mai del tutto”, in cui “le porte del villaggio gli si sono chiuse in faccia, non ha più lavoro, la comunità l’ha respinto… e senza la comunità, qui…”. E dall’altro lato Nessib, travestito da fotografo armeno, nota come questi arabi abbiano “le facce da ebrei”.

È la sua esperienza di emigrazione che gli permette, in primis, di scrivere scomodamente seduto sul confine tra l’esogeno e l’endogeno, passando così dal parlare di una Palestina vissuta attraverso gli occhi dei figli della Nakba, i quali riconoscono con foga e dolore luoghi vissuti in precedenza, a quella vissuta dagli occhi di un fotografo armeno – pertanto con le medesime esperienze interiori di un popolo la cui pelle respira ancora attraeverso le cicatrici del genocidio – il quale riesce ad oggettivare il proprio co-sentire verso le vittime dell’oppressione israeliana.

E. Carpi

 

Categories: Book Reviews | Tags: , , , | Leave a comment

Blog at WordPress.com.

Exiled Razan رزان في المنفى

Personal observations on myself, others, states, and exile. شوية خواطر في المنفى

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

AnthrObservations

A blog about understanding humanity- by G. Marranci, PhD

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

[was] appunti e note sul mondo islamico contemporaneo

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)