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Baghdad: Copertura mediatica delle elezioni parlamentari irachene (30 aprile 2014)

Un’articolo che scrissi per Arab Media Report sulla copertura mediatica delle emittenti irachene durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni dell’aprile 2014. 

(Photo’s source: ash-Sharq al-Awsat English)

Elezioni in Iraq, dai pulpiti mediatici le ricette di stabilità di laici e islamici

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month's polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term.  AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month’s polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term. AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

Il 30 aprile si vota per le elezioni parlamentari in Iraq e il fittissimo panorama mediatico iracheno si è già trasformato nel pulpito di un numero spropositato di coalizioni e partiti. Il numero di candidati ufficiali annunciati dalla commissione elettorale parlamentare è di 9,045.

A livello mediatico, la proliferazione di nuove liste viene in parte attribuita all’emendamento della legge elettorale approvato il 4 novembre 2013, visto da alcune fazioni politiche minori come una svolta in direzione di un sistema proporzionale. D’altro canto, c’è chi sottolinea come si tratti di “una proposta di legge” (muqtarah qanun) approvata dal parlamento e la corte suprema irachena rimanga teoricamente in grado di dichiarare incostituzionali (art. 60) le proposte di legge che non sono state ideate dall’esecutivo. Ne parla anche lo storico esperto di Iraq Reidar Visser, il quale sostiene inoltre che l’emendamento in questione caratterizzerebbe al contrario il sistema elettorale in senso più maggioritario, e di ciò è pienamente consapevole anche la deputata Hanan al-Fatlawi della Coalizione dello Stato di Diritto (I’tilaf Dawla al-Qanun) guidata dal premier Nouri al-Maliki.

Uno degli argomenti all’ordine del giorno nei palinsesti televisivi è la contesa tra partiti laici e islamici e, in particolare, la possibilità che la successione di governi corrotti, dominati da partiti islamici negli ultimi dieci anni, possa fornire chance maggiori alle liste laiche. Ed è proprio parlando di “fallimento (fashl)” degli islamici e delle potenzialità dei partiti laici che il conduttore apre questa puntata del 23 aprile 2014 del programma Sabahi jadid (La mia mattina è nuova), in onda sul canale indipendente Al-Sumaria. Si concede spazio all’ospite Jasim al-Hilfi, esponente dell’Alleanza Civile Democratica (al-Tahaluf al-Madaniyy al-Dimuqratiyy), il quale insiste sulla necessità di porre fine al sistema vigente fondato sulla ripartizione delle cariche sulla base di “quote confessionali” (al-muhassasa at-ta’ifiyya).

Nel replicare a Hilfi, l’altro ospite in studio, Kamal al-Saadi, esponente della coalizione di Maliki, sostiene che nessuna dottrina islamica sia mai stata imposta alla gente e insiste su come le “competenze (kafa’at)” dei governanti non vengano intaccate dalle loro peculiarità ideologiche. Al di là della necessità di sottrarre qualche voto ai partiti laici e sunniti, in cui si inserisce una simile retorica, al-Saadi è ben consapevole del ruolo cruciale giocato dalle autorità religiose nel catalizzare il supporto degli elettori: basti osservare questo video pubblicato da un gruppo di sostenitori di Maliki, preoccupatisi di reperire un comunicato ufficiale di uno dei porta voci dell’Ayatollah Sistani, in cui si conferma che l’eminente autorità sciita di Najaf non supporta il Blocco al-Muwatin (Il Cittadino) di Ammar al-Hakim. Le autorità religiose si sono tra l’altro espresse diverse volte contro i partiti laici, basti pensare a quando l’Ayatollah iraniano al-Ha’iri, fonte di riferimento (marja’iyyah) diMoqtada al-Sadr, aveva espresso la sua contrarietà a un probabile voto di Sadr – che è ora uscito dalla scena politica – a sostegno di partiti non islamici, confermando l’interesse del clero sciita ad assicurarsi che l’Iraq continui a essere dominato da forze politiche di matrice ideologica religiosa.

Secondo l’autore iracheno Mustafa al-Khadimi, è proprio la tinta confessionale a dominare la competizione elettorale, in assenza di programmi elettorali dettagliati, dal momento che la maggioranza delle liste sembrano sottovalutare la esigenze dell’elettore iracheno e preferiscono sommergerlo di slogan. Ed è difficile dargli torto osservando le pagine Facebook e Twitter create a sostegno di alcuni dei principali candidati alla presidenza del consiglio: Maliki viene presentato come il capo delle forze armate, l’unico “duce” (qa’id) in grado di guidare l’Iraq a patto che riesca a formare un “governo di maggioranza” (hukuma al-aghlabiyya), ma anche come un premier orgoglioso della sua “identità sciita” (shi’iyy al-huwiyya). Dal canto suo, il presidente sunnita della camera, Usama al-Nujaifi, candidato della lista al-Muttahidun (Gli Uniti) ha messo in guardia il Consiglio degli Ulema di Baghdad dal “cambiamento demografico” (al-taghiir al-dimughrafiyy) in atto nella capitale, vale a dire l’aumento degli sciiti a scapito dei sunniti, insistendo su quanto il voto sunnita sia fondamentale nel contrastare l’emarginazione politica di tale comunità.

Sia la retorica militarista che le tensioni interconfessionali non possono essere scisse dalla situazione della provincia occidentale dell’Anbar, ancora contesa tra truppe governative, miliziani di ISIS (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e clan sunniti insorti contro Baghdad. Chi si propone come un’alternativa alla classe dirigente è chiamato pertanto a rassicurare gli elettori circa la sua intransigenza sulla minaccia dei “terroristi” (irhabiyyun): al-Hilfi (Alleanza Civile Democratica) si preoccupa pertanto di sottolineare il suo supporto per “l’impavido” (basil) esercito iracheno nella lotta “contro le forze terroristiche che intendono riportare l’Iraq sotto una dittatura”. Nello stesso ambito, è interessante notare come la libertà di espressione sia tollerata, dal punto di vista dell’establishment, a patto che non miri alla “distruzione dello Stato” (tahdim al-dawla): è questa infatti la descrizione dell’agenda delle emittenti “prezzolate” (ma’jura) e prive di “oggettività” (mawdu’iyya) fornita da al-Saadi, in un chiaro riferimento a Baghdad, il canale espressione del dissenso sunnita, finanziato dal Partito Islamico di Tareq al-Hashimi. Al-Saadi, in qualità di rappresentate di una coalizione di forze islamiche sciite e secondo un canovaccio ben noto alle classi dirigenti irachene, utilizza sempre la situazione precaria della sicurezza per giustificare i fallimenti degli ultimi dieci anni: “Stiamo ricostruendo lo Stato dalle fondamenta, in condizioni innaturali, confrontando il terrorismo, e possiamo pertanto parlare di successi relativi e non di fallimento da parte dei partiti islamici.”

La gestione del dossier della sicurezza viene invece utilizzata come prova della corruzione e del carattere fallimentare dei due mandati Maliki (2006-2010, 2010-2014) nei programmi schierati apertamente contro il governo.  È questo il caso di Sanawat al-Fashl (“Gli Anni del Fallimento”), programma del canale indipendente al-Baghdadia presentato da Abdul-Hamid al-Sa’ih, lanciato a fine marzo con l’intento di passare in rassegna i fallimenti dei governi Maliki, dedicando una serie di episodi a ogni ministero. In questa puntata del 13 aprile 2014, si menziona l’aumento delle vittime del terrorismo a partire dal 2013 (9571 vittime), dopo un netto miglioramento tra il 2009 e il 2012 (4587 caduti nel 2012). In meno di quattro mesi dall’inizio del 2014 sono state uccise 3354 persone, un numero quasi equivalente al totale dei caduti del 2012.

Si ricorda inoltre l’importazione dal Regno Unito di 6000 attrezzature per la rivelazione di ordigni esplosivi (ajhiza kashf al-mutafajjirat), per un costo complessivo di 100 milioni di dollari, attrezzature di cui i politici iracheni avevano garantito l’efficienza al 100 percento e che si sono rivelate una truffa colossale ideata da tale James McCornick, il quale le aveva assemblate in modo artigianale in Inghilterra.

Infine, vengono citate le ricorrenti evasioni di prigionieri al-qa’idisti dalle carceri irachene, emblema della corruzione esistente all’interno degli istituti penitenziari: la fuga più clamorosa si è registrata a luglio del 2012 a Tikrit, città natale di Saddam Hussein, mettendo in libertà 102 membri di al-Qa’ida, di cui 47 condannati a morte.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, la sicurezza risulta quindi uno dei cavalli di battaglia di entrambi i fronti. Da una parte, la sicurezza giustifica i limiti dei successi governativi, invitando i cittadini ad assicurarsi che la guerra contro i “terroristi” venga condotta da chi l’ha guidata sin dal rovesciamento di Saddam. Dall’altra, la sicurezza è emblema dei fallimenti di Maliki e dovrebbe spronare gli elettori a votare per il cambiamento, per una maggiore trasparenza nella gestione di un ministero dell’interno sprofondato nella corruzione come le altre “branchie” del potere esecutivo.

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ISIL e al-Qa’ida nel panorama mediatico siriano, libanese e iracheno: spauracchi e avanguardia comunicativa

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sulla rappresentazione mediatica di ISIL (Da’ish) e al-Qa’ida in Siria, Libano e Iraq, prendendo in considerazione sia le emittenti siriane, irachene e libanesi che i video di propaganda delle due organizzazioni armate. L’analisi era stato scritta nel gennaio del 2014, quando la scissione tra al-Qa’ida e ISIL si era appena concretizzata a livello ufficiale, non vi è quindi distinzione tra queste due formazioni a livello ideologico e pragmatico e ci si concentra sul confronto tra rappresentazione istituzionale (e pertanto derogatoria) del jihadismo salafita sunnita e propaganda destinata alla promozione delle sua causa. 

(Photo’s source: al-Jazeera)

Al-Qaeda nel Levante e in Iraq: tra strumentalizzazione ed efficacia comunicativa

jolani announcem aljaz

L’ascesa in Siria di due formazioni al-qaediste, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS l’acronimo in inglese, Da’ish quello in arabo) eJabhat al-Nusra (Il Fronte del Supporto), e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza del Libano e dell’Iraq hanno riportato lo spauracchio di al-Qaeda alla ribalta mediatica nei tre Paesi. La minaccia terroristica si presta alle strumentalizzazioni politiche: accostare i rivali all’insurrezionalismo islamico significa demonizzarli e marginalizzarne le rivendicazioni originarie. Lontano dall’ipocrisia dei programmi elettorali, la militanza al-qaedista si presenta dal suo canto come unica fonte di salvezza degli oppressi. Senza alcuna necessità di velare le connotazioni confessionali, a differenza degli attori istituzionali, il messaggio al-qaedista offre una valvola di sfogo riservata ai sunniti emarginati di questi tre Paesi, i quali condividono la convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato e dalla comunità internazionale.


Noi non siamo come loro: Al-Qaeda e il riscatto degli ultimi

Le forme più radicali del jihadismo sunnita maturate in Iraq hanno trovato nuova linfa vitale in Siria e uno sbocco potenziale in Libano. Osservare i punti di forza del messaggio degli al-qaedisti attivi nel contesto siriano può pertanto aiutare a comprendere i successi del loro proselitismo. In un video pro-ISIS diffuso su YouTube in data 5 gennaio 2014, il mujahidviene presentato come ultima speranza dei sunniti siriani, abbandonati sia dai governi che da quei dotti islamici asserviti all’inazione dell’Occidente. Sicché il mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-’Aziz Al-Shaykh, il quale ha definito l’adescamento dei giovani musulmani perché partano per il jihad in Siria un “tradimento dell’Umma [la comunità dei fedeli]“, viene accusato di essere al servizio dei “collaborazionisti” (Sahawat è il termine utilizzato, in riferimento alle milizie sunnite irachene addestrate dagli Usa per combattere contro al-Qaeda). Il video agisce sulle corde più sensibili dell’opinione pubblica musulmana: immagini di bambini uccisi da armamenti chimici, donne costrette a imbracciare le armi a causa del gran numero di uomini massacrati.

Nella puntata di “Liqa’ al-Yawm” (L’Incontro di Oggi) del 19 dicembre 2013, Taysir ‘Alwani di Al-Jazeera ha realizzato una lunga intervista con Abu Mohammad al-Jawlani, l’emiro di Jabhat al-Nusra. Il gruppo è senza dubbio la formazione al-qaedista più popolare in Siria, contando sulla militanza di meno stranieri rispetto a ISIS.

Il leader della Nusra articola innanzitutto la sua captatio benevolentiae nei confronti dei siriani, collocando il suo movimento sul cammino della militanza jihadista repressa a Hama nel 1982.

A tre anni dallo scoppio della rivoluzione, le parole di al-Jawlani rispecchiano inoltre la visione di molti siriani, per i quali la paralisi dell’Occidente equivale a un sostegno per il regime di Asad: “La comunità internazionale ha offerto rose ai sunniti siriani, mentre li accoltellava alle spalle”. Secondo il leader della Nusra, la popolarità dei mujahidin cresce in modo direttamente proporzionale alla connivenza tra comunità internazionale e regime siriano, risvegliando finalmente le coscienze sunnite contro i despoti miscredenti scelti dall’Occidente a tutela dei confini israeliani, vale a dire i “disertori” (rawafid) sciiti e alauiti. Facendosi megafono di numerosi siriani rimasti nelle aree più devastate del Paese, al-Jawlani liquida i negoziati tenutisi a Ginevra tra 22 e il 31 gennaio come un compromesso inaccettabile, un tentativo di sostituire Bashar al-Asad con un suo collaboratore, sul modello dell’accordo raggiunto in Yemen per la deposizione di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.
Siria: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi

Nell’ottica del regime siriano, l’ascesa di al-Qaeda è giunta invece alla vigilia dei colloqui di Ginevra, a sottolineare come la permanenza di Bashar al-Asad sia negli interessi della lotta al terrorismo dell’Occidente.

Secondo un servizio datato 1 dicembre 2013 dell’emittente statale Al-Ikhbariya, i crimini di ISIS in Siria e in Iraq sono da imputare ai “mezzi uomini” della casa regnante saudita, che starebbero puntando tutto su al-Qaeda dopo essere stati isolati dal riavvicinamento tra Iran e Usa suggellato dall’accordo sul nucleare del 24 novembre 2013).

La visione di Damasco coincide con quella delle emittenti sciite filo-governative irachene. Nel documentario “Al-Imarat al-Sawda’ (L’Emirato Nero)”, trasmesso il 20 novembre da Al-Ahd, canale dell’ex-milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haqq (La Lega dei Giusti), l’analista Ahmad al-Hatif adduce l’espulsione di Al-Qaeda quale fine legittimo dell’offensiva lanciata dal regime siriano nella Ghuta, la piana ad est di Damasco, ignorando la presenza limitata di gruppi al-qaedisti in questa regione. L’intento è lo stesso del regime siriano, di presentare la composita galassia dei ribelli come un monolite al-qaedista.

Dal gennaio del 2014, con il lancio delle operazioni militari culminate nella riconquista di Fallujah, la città irachena della provincia occidentale di Anbar caduta nelle mani di ISIS , l’industria propagandistica di Damasco ha trovato un alleato ancora più solido in Bagdad. “La responsabilità di ciò che è successo è anche di quei Paesi che hanno armato l’opposizione siriana, perché ora queste armi vengono usate in Iraq,” afferma ‘Ali al-Shalah, deputato della coalizione guidata dal premier iracheno Nouri al-Maliki, nell’edizione dell’8 gennaio del programma “Hadith al-Watan (Il Discorso della Nazione)”, in onda sull’emittente libanese filo-siriana Al-Mayadeen.
A dispetto della tinta omogenea utilizzata da Damasco e Baghdad nel dipingere i ribelli siriani, è un dato di fatto come ISIS venga ormai identificato come un corpo estraneo all’opposizione sia dalle sue componenti laiche che da quelle islamiche. Il gruppo al-qaedista si è infatti reso protagonista di una serie interminabile di esecuzioni sommarie nelle regioni controllate dagli insorti. Il 10 dicembre 2013, sulle frequenze del canale Shadaa al-Hurria (Il Canto della Libertà), persino lo sceicco salafita siriano ‘Adnan al-’Ar’ur si è mostrato fortemente critico, denunciando l’illegittimità delle sentenze emesse da ISIS, definito “una fazione rappresentante il 5% dei siriani e non uno Stato.” Il 3 gennaio 2014, la maggiore formazione islamica siriana, al-Jabhat al-Islamiyya (il Fronte Islamico), ha infine dichiarato guerra a ISIS , colpevole di aver ucciso Abu Rayyan, uno dei comandanti della brigata Ahrar as-Sham (I Liberi del Levante).

Lo sguardo degli attivisti laici siriani sul fenomeno ISIS è sintetizzato da “Kif tasna’u al-Da’ishi (Come si Produce un Militante di ISIS)“, cortometraggio animato satirico diffuso il 23 gennaio dal collettivo di artisti arabi Kharabeesh (Scarabocchi): il combattente locale di ISIS viene rappresentato come un pupazzo agli ordini di un fantoccio straniero, l’emiro, pilotato delle agenzie dell’intelligence internazionali. Nella didascalia del video, si ironizza su come la nuova ondata destabilizzante al-qaedista “susciti lo stupore degli osservatori del Medio Oriente,” pur giungendo alle porte di Ginevra II.
Iraq: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi pt. II

In Iraq, il taglio dei programmi che celebrano il dispiegamento delle truppe in Anbar in funzione anti-qaedista è molto simile alla propaganda, che ha accompagnato le operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane durante la rivoluzione: musica trionfale, confessioni intimorite dei “ratti” (jirdhan) al-qaedisti – come li definisce in uno speciale del 29 dicembre 2013 il canale Al-Afaq, di proprietà del partito di Maliki, ad-Da’wat al-Islamiyya (Il Richiamo Islamico) – al ritmo incalzante dei quesiti degli inquirenti, incarnazione mediatica delle istituzioni irachene dominate dagli sciiti.

Sul fronte dell’opposizione – oggi marcatamente sunnita – si contesta come la minaccia di ISIS abbia eclissato le ragioni di una contestazione anti-governativa esplosa già a dicembre del 2012, in segno di protesta contro il ricorso sistematico alla legge anti-terrorismo per attaccare gli esponente sunniti dell’opposizione.

In un servizio del 2 gennaio 2014, Al-Arabiya dedica spazio alle istanze dei clan sunniti dell’Anbar, insorti contro l’arresto del parlamentare sunnita Ahmad al-’Alwani il 28 dicembre 2013, i quali respingono le accuse del premier Maliki di aver facilitato la successiva presa di Falluja da parte di ISIS . La versione dell’opposizione è che a creare le condizioni caotiche favorevoli all’ingresso di al-Qaeda sarebbero stati invece gli scontri tra le tribù locali e l’esercito inviato da Bagdad. Su questo nodo si innesta la polemica tra l’emittente statale Al-Iraqiya e una delle voci dell’opposizione, Baghdad TV, di orientamento islamico sunnita. In un servizio del 12 gennaio, Baghdad TV replica alle accuse di istigazione alla violenza provenienti da Al-Iraqiya, difendendo il diritto di esigere chiarezza sulla natura delle operazioni militari condotte nell’Anbar e di mostrare le proteste degli abitanti di Falluja contro l’arrivo delle truppe nella città di al-Ramadi.

Viene inoltre criticata la rappresentazione dell’Anbar come focolaio di violenza, immagine del resto già cristallizzata nei media filo-governativi: il sopracitato documentario, trasmesso da Al-’Ahd il 20 novembre, descriveva per esempio le regioni occidentali irachene come “il rifugio sicuro di ISIS .” D’altro canto, non stupisce come il messaggio al-qaedista faccia da tempo breccia in Iraq, un Paese dove la comunità internazionale non ha saputo opporsi all’insediamento della classe dirigente sciita per mano dell’occupazione statunitense e alla conseguente marginalizzazione di ampi strati della popolazione sunnita.

Libano: vecchi fantasmi e polarizzazione

Per quanto riguarda i media libanesi, la minaccia al-qaedista viene localizzata nei campi profughi palestinesi, considerati un “ricettacolo” di destabilizzazione sin dai tempi della guerra civile. Sul fatto che i campi profughi offrano un riparo agli estremisti sono tutti d’accordo, dalle emittenti più vicine alla coalizione anti-siriana del 14 Marzo (LBC) a quelle controllate dagli asadisti dell’8 Marzo (OTV).

La polarizzazione degli schieramenti libanesi riemerge invece nell’identificare il mandante dei recenti attentati al-qaedisti a Beirut. In un servizio della LBC del 20 dicembre 2013, si sottolinea l’interesse condiviso tra ISIS e il regime siriano, intenzionato a presentarsi impegnato nella lotta al terrorismo di fronte all’Occidente. Diverso l’approccio dei canali più vicini a Damasco, propensi a rappresentare l’opposizione siriana come un agglomerato indistinto di estremisti islamici e una minaccia alla sovranità nazionale libanese. È questa la linea adottata da Al-Jadeed il 2 ottobre, sottolineando le ambizioni estese a tutto il Levante non solo di ISIS, ma anche delle tredici formazioni “estremiste” islamiche allontanatesi il 24 settembre dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane della Rivoluzionarie e dell’Opposizione filo-occidentale.

Alcune emittenti esterne al panorama libanese, come Al-Arabiya, abbozzano una contestualizzazione socio-economica del radicalismo sunnita libanese piuttosto che una sua demonizzazione. Nella puntata del 3 maggio del programma “Sina’at al-Mawt (La Fabbrica della Morte)”, l’ospite è un giovane tripolino simpatizzante di al-Qaeda, che combatte al fianco dei ribelli in Siria. L’intervistato afferma di non saper leggere il Corano, estrae dal portafoglio le poche banconote rimastegli e la carta d’identità e si lamenta: “Questa [carta d’identità] non serve neanche a farmi ricoverare in ospedale in Libano! […] Cosa devo fare? Iniziare a rapire gli stranieri e chiedere il riscatto? […] Torno in Siria a combattere, non ho nulla da perdere”.

Al-Arabiya riesce a inquadrare la precarietà sociale del potenziale fondamentalista, ma tradisce la sua faziosità filo-saudita nel dare voce quasi esclusivamente ai sunniti nell’ambito di un’inchiesta sulla presenza di al-Qaeda in Libano.

Nel Paese dei cedri , l’ascesa di al-Qaeda potrebbe cavalcare l’attesa di una rivalsa sunnita cronicamente delusa dalle forze elettorali dai tempi dell’uccisione del premier Rafiq al-Hariri (2005), in un contesto da allora dominato dall’egemonia politico-militare di Hezbollah. Come in Iraq e in Siria, la comunità internazionale ha dato prova d’impotenza: nel caso del Tribunale Speciale per il Libano istituito dall’Onu, l’immunità de facto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio Hariri ha esposto la vulnerabilità dei politici sunniti assurti a icone di opposizione al regime siriano e ai suoi alleati.

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