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Dieci anni di stampa irachena: dalla liberalizzazione al declino

Analisi pubblicata su ArabMediaReport.

Bagdad non legge più: la stampa irachena dalla liberalizzazione al declino

ANALISI
Iraqi press freedom image from al-Mortaqa

Secondo un antico detto arabo “il Cairo scrive, Beirut pubblica e Bagdad legge,” tuttavia, la realtà attuale è lontana anni luce dall’eredità storica del Paese mesopotamico. L’Iraq presenta un tasso di alfabetizzazione del 78.2 per cento [1], ma mentre la quasi totalità dei suoi cittadini (97 per cento) si informa settimanalmente dai canali televisivi nazionali, circa due terzi della popolazione (61 per cento) non apre mai un giornale [2]. Il calo d’interesse per la stampa va attribuito a una serie di fattori, tra cui l’insicurezza della distribuzione del supporto cartaceo in un Paese ancora instabile, la maggiore accessibilità della televisione per le fasce meno educate e la faziosità di numerose testate governative e partitiche.

L’analisi seguente intende far luce su quest’ultimo aspetto, proponendo una rassegna dei principali quotidiani iracheni alla luce della loro soggezione a pressioni politiche: emergerà un quadro in cui si salvano in parte le realtà indipendenti, chiamate però a sopravvivere solo con i guadagni generati da pubblicità e vendite.

Prima e dopo il Baath

Ai tempi del partito Baath di Saddam Hussein, la stampa era tenuta rigidamente sotto controllo. In seguito al golpe del ’68, i principali quotidiani sono stati sequestrati o chiusi, mentre il presidente del sindacato dei giornalisti iracheni, ‘Aziz Abdul-Barakat, è stato giustiziato. Negli anni ’90 la morsa si è stretta ulteriormente con la nomina alla guida del sindacato di ‘Uday Hussein, primogenito di Saddam.

Alla vigilia dell’invasione americana del 2003, il governo controllava cinque quotidiani, quattro emittenti radiofoniche e tre canali televisivi. L’eccezione era rappresentata dal Kurdistan, dove l’autonomia di fatto conseguita all’indomani della seconda Guerra del Golfo (1990-91) aveva permesso la circolazione della stampa di partito curda.

La caduta di Saddam ha quindi comportato un’esplosione sregolata di nuove realtà mediatiche. Per comprenderne le proporzioni basti ricordare che, nel luglio 2003, in Iraq venivano pubblicate 158 testate, di cui 82 nate nel mese precedente [3]. Anche se molti di questi giornali hanno successivamente chiuso i battenti per ragioni economiche o legate alla precarietà della sicurezza, la stampa irachena rimane tutt’oggi uno dei contesti più diversificati del Medio Oriente.

La stampa governativa e il controllo statale

La professionalità dei giornalisti è il principale parametro utilizzato dai lettori per valutare la stampa, seguita dall’indipendenza dal governo e dai partiti politici: una valutazione particolarmente negativa, considerando che la percentuale di iracheni che si affida alla stampa per le notizie è calata dal 64 per cento al 39 per cento dal 2011 al 20124. Secondo uno studio condotto da Hussein Isma’il Hidad presso il dipartimento di studi mediatici dell’Università di Dhi Qar nel gennaio 2011, il 40.44 per cento dei giornali non riporta le fonti: il peggiore risulta essere il governativo Al-Sabah e il migliore l’indipendente Al-Sabah al-Jadid, a conferma di come gli indipendenti siano più professionali, a dispetto dell’accesso esclusivo alle fonti garantito normalmente ai quotidiani statali arabi. Occorre pertanto interrogarsi sulla credibilità delle testate governative e di partito che rappresentano una porzione significativa della stampa irachena.

Al-Sabah  si contende oggi con l’indipendente Al-Zaman il titolo di testata più letta del Paese [5]. Nel 2004 l’Autorità Provvisoria della Coalizione emise la circolare 66 che fece dell’ente creato per il finanziamento di Al-Sabaah, il Network Mediatico Iracheno, l’emittente statale. Per il caporedattore Isma’il Zayer ciò significava la fine dell’indipendenza. Questo decise di portarsi dietro buona parte della redazione e fondare l’indipendente Al-Sabah al-Jadid. Da allora la testata ha conosciuto un successo non indifferente, arrivando a conquistarsi un pubblico di lettori ai livelli di Al-Sabah e Al-Zaman nel 2010 [6].

Al-Sabah dovette invece fare i conti con l’agenda politica dei suoi sponsor che imposero una marginalizzazione dei crimini commessi dall’occupazione occidentale. L’amministrazione americana giunse addirittura a infiltrare alcuni dei quotidiani indipendenti più rispettati (Al-Zaman, Al-Dustur, Al-Mada), diffondendo articoli scritti dal Lincoln Group, una società al soldo del Pentagono, che vennero tradotti e venduti come se fossero l’opera di free lance iracheni. Le innumerevoli interferenze della Coalizione finirono per intaccare la credibilità dei nuovi media. In seguito alle elezioni del 2005, Al-Sabah passò quindi a essere percepito come uno strumento di propaganda dei partiti sciiti al governo. Non a caso la redazione fu il bersaglio di due attentati suicidi nel 2006, all’apice del conflitto confessionale tra sunniti e sciiti. Oggi, per comprendere come Al-Sabah sia vicino alle posizioni della Coalizione dello Stato di Diritto del premier sciita Nouri al-Maliki, è sufficiente soffermarsi sulla copertura delle manifestazioni anti-governative in corso nelle province sunnite: la prima pagina del 13 gennaio titolava “Le masse di Bagdad rifiutano il ritorno del Baath”. Questo era un chiaro riferimento ai sostenitori di Maliki scesi in piazza nella capitale e un’implicita accusa di sostenere il partito di Saddam rivolta ai manifestanti della provincia sunnita di Anbar. Al-Sabah rimane quindi un giornale popolare, non in virtù della sua imparzialità, ma per via della base di lettori simpatizzanti dei partiti al potere.

Del resto, le relazioni tra Maliki e la stampa non sono limitate ai quotidiani governativi, ma si estendono alla rappresentanza sindacale dei giornalisti: il 28 gennaio 2009, il New York Timesha parlato di un incontro tenutosi tra il premier e il sindacato, un mese prima delle elezioni provinciali, durante il quale ai giornalisti sarebbero stati offerti appezzamenti di terra a prezzi irrisori, in cambio di articoli incentrati su “progresso e ricostruzione.” Inoltre, l’attuale presidente del sindacato, Mu’ayyid al-Lami, è stato accusato dal caporedattore del quotidiano indipendenteal-Mada, Fakhri Karim, di aver ricevuto oltre tre milioni di dollari dal primo ministro per supportare la sua candidatura al terzo mandato nel 2014. La bozza di legge sui diritti dei giornalisti proposta dal governo Maliki è stata di fatti criticata, poiché definisce la professione sulla base dell’iscrizione al “docile” sindacato.

Stampa di partito

La liberalizzazione della stampa successiva al collasso del Baath ha dato poi origine a una serie di testate finanziate da partiti islamici ed etno-nazionalisti che non hanno nulla da invidiare adAl-Sabah in quanto a faziosità. Per di più, sfruttando un contesto privo della minima regolamentazione dei contenuti, se si esclude quelli contrari agli interessi del nuovo establishment, i quotidiani di partito si sono fatti promotori del confessionalismo iracheno [7].

Tra i nomi di punta della stampa partitica islamica sciita troviamo Jaridat al-Da’wahal-Bayyan(appartenenti al Partito ad-Da’wah di Maliki), al-‘Adalah (appartenente al Consiglio Supremo Islamico Iracheno di ‘Ammar al-Hakim), Ishraqat al-Sadr,  al-Hawza al-Natiqa (appartenenti al Movimento Sadrista di Moqtada as-Sadr) e al-Bayyinah (appartenente a Hezbollah iracheno). Quest’ultimo fornisce esempi significativi, non troppo velati, di retorica confessionale. Il 15 gennaio è stata pubblicata una vignetta satirica, in cui si raffigurava il premier turco Racep Tayyp Erdogan, intento a incantare il serpente del confessionalismo, suggerendo così che il fronte sunnita iracheno- sponsorizzato da Turchia e Paesi del Golfo- sia l’unico responsabile di fomentare conflitti settari.

Passando sul fonte sunnita, si nota una minore diffusione di giornali. Le epurazioni dei baathisti più importanti, insieme al boicottaggio sunnita delle elezioni del 2005 e alla minore dinamicità delle reti clandestine sunnite in confronto a quelle sciite sotto Saddam, hanno infatto limitato il fiorire di una stampa di partito sunnita. Le uniche eccezioni significative sono l’Unione degli ‘Ulama’ Musulmani in Iraq, che controlla il quotidiano Al-Basa’ir, e il Partito Islamico Iracheno, affiliato ai Fratelli Musulmani, che si era già dotato del giornale Dar al-Salam negli anni ’70 del suo esilio londinese. Anche in questo caso la retorica confessionale è velata, ma presente. Lo specchietto delle allodole pubblicato in un articolo che, il 12 maggio 2009, esortava ad apprendere dall’esperienza della guerra civile libanese e non indicare la confessione nel censimento della popolazione, era infatti stato preceduto, 16 aprile 2009, da un elogio di Saladino l’Ayyubide  -“divino mujaheddin”-  lo stesso Saladino che bruciò i testi dei Fatimidi sciiti al Cairo nel XII secolo d.c.

Esistono poi le varie testate in mano ai partiti etno-nazionalisti: oltre al contesto del Kurdistan, sono degni di nota il quotidiano turcomanno Sada Tall ‘Afar [8] e le sue posizioni critiche dell’espansionismo e del federalismo curdo e la testata del Movimento Democratico Assiro,Bahra al-Diya’, che dedica una particolare attenzione alla diaspora armena.

Le testate “indipendenti”

In un simile panorama dominato da realtà governative e partitiche poco credibili, la professionalità della stampa viene risollevata dai quotidiani indipendenti, pur non rimanendo totalmente immune alle pressioni dei vari attori politici iracheni e regionali.

Il panarabo Al-Zaman, uno dei giornali più rispettati dell’Iraq, fa parte dell’impero mediatico di Saad Bazzaz, emigrato nel Regno Unito nel 1992, dopo essere stato una delle figure di punta del ministero dell’informazione baathista. Al-Zaman venne all luce nel 1997 a Londra e nel 2003, quando poté insediarsi anche in patria, era una testata affermata a livello internazionale.

Come diversi altri media indipendenti iracheni, il quotidiano di Bazzaz ha accettato di ricevere finanziamenti sauditi, svelati dalla causa per diffamazione aperta, nel 2005,  contro questo giornale da una delle mogli dell’emiro del Qatar, Shaykha Moza. Ciononostante, Al-Zamanmantiene buoni livelli di professionalità. Il 13 gennaio, per esempio, il sito del quotidiano ha pubblicato un articolo sulle esecuzioni arbitrarie delle colf indonesiane e cingalesi in Arabia Saudita. Rimane inoltre un modello di giornalismo “scomodo” per la classe politica irachena, visto che nel 2006 il parlamento ha chiesto a Maliki di obbligarlo alla chiusura, per via delle critiche rivolte a una bozza di legge sul federalismo.

Un altro quotidiano indipendente che gode di buona reputazione è Al-Dustur. Di proprietà di Bassem al-Shaykh, si è distinto per le critiche alle ingerenze iraniane nella politica irachena, tanto che nel 2008 l’ambasciata di Teheran aveva minacciato di fargli causa. D’altra parte, in un’inchiesta condotta dal The Times, Bassem al-Shaykh è stato accusato di aver ricevuto 1500 dollari per pubblicare articoli favorevoli a Washington nel 2005. Al-Dustur non si può definire filo-americano, ma gli editoriali del proprietario rivelano un atteggiamento quantomeno compiacente nei riguardi della Casa Bianca. Basta pensare a quanto pubblicato il 3 luglio 2012 sulla questione della multinazionale petrolifera americana Exxon Mobil entrata in rotta di collisione con il governo centrale per un contratto firmato con il Kurdistan. Bassem al-Shaykh aveva sottolineato come bisognasse preservare gli interessi nazionali senza perdere un alleato strategico del peso degli Stati Uniti.

Tra le testate di sinistra e dichiaratamente laiche, spicca Al-Mada, di proprietà di Fakhri Karim, uomo d’affari ed ex-consigliere del presidente iracheno Jalal Talabani. Nel mondo dell’informazione, Karim viene accusato dai rivali di promuovere gli interessi della regione autonoma curda, in virtù dei suoi stretti rapporti con Talabani e il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani. Bisogna riconoscere che, mentre la linea di Al-Mada è impietosa nei confronti di Maliki, lo spazio dedicato nell’ultimo mese all’opposizione curda contrapposta a Talabani e Barzani é pressoché inesistente e gli unici riferimenti ai diritti umani in Kurdistan sono note positive. Tuttavia, Al-Mada mantiene un profilo al di sopra delle parti e vanta un primato nazionale di otto inserti di carattere culturale, sportivo, storico e d’intrattenimento.

Il problema degli indipendenti rimane quello di far quadrare i conti, affidandosi esclusivamente alla pubblicità, ragion per cui quotidiani di partito come Dar al-Salam sono invece completamente privi di réclame. Le testate indipendenti hanno inoltre accusato il colpo del conflitto confessionale che ha limitato l’espansione pubblicitaria di molte aziende. Inoltre, gli indipendenti sembra ricavino dal 40 al 70 per cento dei loro introiti da quella pubblicità governativa che Maliki ha deciso di ridurre nel 2008 [9]. Non sorprende che un governo autoritario come l’attuale non sia interessato alla crescita di una stampa imparziale e indipendente.

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1Percentuale aggiornata al 26 luglio 2012 (CIA World Factbook).

2 Le cifre appartengono a un sondaggio condotto in Iraq dall’Ong americana IREX (International Research and Exchanged Board) nel 2012. Vedi: http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Per l’elenco completo delle testate: http://www.al-bab.com/arab/countries/iraq/press2003.htm

 Cfr. http://www.slideshare.net/hamzoz/ss-14147047

Idem.

 Cfr. http://www.irex.org/resource/iraq-media-study-national-audience-analysis

7 I limiti imposti sui contenuti sono quelli sanciti, vagamente, dalla Costituzione approvata nel 2005, che garantisce la libertà di stampa, a patto che non si violino “ordine pubblico e moralità.” Una definizione poco precisa, volutamente interpretabile dall’esecutivo a fini repressivi.

Il quale non dispone però di un sito internet consultabile.

10 Cfr. http://www.menassat.com/?q=alerts/4054-iraqi-newspapers-hit-huge-drop-government-advertising

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Kurdistan iracheno: l’isola felice della libertà d’espressione made in Usa?- Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

Articolo pubblicato su Left-Avvenimenti in seguito al mio viaggio nel Kurdistan iracheno. Le contraddizioni del fiore all’occhiello della ‘democrazia’ esportata dall’invasione statunitense.

The second one is a longer different version in English. I wrote it upon my return from Iraqi Kurdistan, which is considered by some to be the best democratic model shaped by the US invasion…even though it is a region run by two untouchable families…

Benvenuti in Affaristan

PresidentBushAndBarzani

di ANDREA GLIOTI

Greggio e zero tasse: le regioni curde sono un paradiso per gli imprenditori. Ma la democrazia resta una chimera

 

«Lo vedi quel complesso?». Halo, imprenditore francese di origini curde, indica un blocco di cemento sulla strada tra Erbil e Sulaymaniyah: «È una prigione cogestita dal governo del Kurdistan e dagli americani, ci tengono la maggior parte dei terroristi mediorientali. E da lì stai certo che non scappano». La “fortezza Kurdistan” ha ben poco in comune con l’instabilità del resto dell’Iraq, a partire dalla bandiera, che troneggia su ogni edificio. È quella con il sole dorato, che rappresenta il sogno nazionalista dei Curdi: una grande unica patria che si estenda tra Siria, Iraq, Iran e Turchia. I giovani, nel Nord di quello che fu l’Iraq, parlano solo curdo. L’arabo è legato solo alle funzioni religiose: l’era del panarabismo di Saddam Hussein è lontana anni luce.

La storia recente dell’Iraq, quella dell’occupazione statunitense, è completamente stravolta in Kurdistan. In questa regione la popolazione segue le regole del governo locale, ormai in gran parte autonomo da Baghdad. E qui l’intervento Usa non viene ricordato come invasione, ma come «liberazione» (tahrir). Gli statunitensi sono amici venuti ad aiutare, persone da cui imparare. A Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, una coppia di americani gestisce un fast food tappezzato di bandiere a stelle e strisce, dove l’insegna pubblicizza hamburger preparati nel pieno rispetto della “tradizione culinaria” Usa. Anche la classe dirigente ha fiducia in Washington. «Il sogno di un unico grande Kurdistan può diventare realtà grazie al supporto internazionale e al piano americano per un “Nuovo grande Medio Oriente”», azzarda a mezza voce Adbul-Wahhab Ali, portavoce del Pdk, il partito del presidente Mas’ud Barzani. Secondo il progetto nazionalista, circa trenta milioni di curdi potrebbero unirsi in uno degli Stati più ricchi di risorse naturali al mondo, grazie agli enormi giacimenti di petrolio e gas. «I ventun’anni (1991-2012) di autonomia del Kurdistan iracheno hanno aperto l’acceso ad aziende occidentali e russe. Questo percorso porterà a uno Stato, anche se non sappiamo ancora quando», prosegue fiducioso Ali.

Per l’imprenditore curdo-francese Halo la regione federalista non è tanto il coronamento delle lotte nazionaliste curde, quanto un solido connubio di affari e sicurezza. «Qui pago molte meno tasse che in Francia. Un cittadino curdo non versa più di cento dollari all’anno in contributi e i servizi sono quasi tutti a carico dello Stato». Un paradiso dei business, ben dipinto da Khorshid Delli, analista politico di Al-Jazeera: «Le compagnie petrolifere occidentali preferiscono Erbil a Baghdad perché cedono una percentuale di gran lunga minore dei loro profitti alle autorità locali».

L’emblema del boom economico è la capitale Erbil, cresciuta rapidamente da torrido villaggio ad agglomerato di centri commerciali e hotel di lusso. In una regione ricca di risorse e con un benessere diffuso, il rischio è quello di diventare troppo simili al modello delle monarchie del Golfo: un’economia che si basa sulla rendita, dove i regimi autoritari restano al potere in virtù della minima pressione fiscale e della distribuzione di servizi a costo zero. Gli stretti rapporti politico-economici tra Kurdistan e Usa rendono ancora più calzante il paragone con le monarchie dei petroldollari, dove le violazioni dei diritti umani sono raramente oggetto delle critiche americane. Un esempio è la legge sul Consiglio nazionale di sicurezza, che secondo l’opposizione ha spartito i vertici delle forze dell’ordine tra i due partiti al governo. «È restrittiva della libertà, ma non ha ricevuto nessuna critica dal consolato americano», protesta il direttore del Centro Metro per la difesa dei giornalisti, Rahman Gharib. «L’Occidente sta progettando di trasformarci in un mercato petrolifero sicuro, privo di diritti, proprio come i Paesi del Golfo».

In Kurdistan la sfera pubblica è rimasta dominata per oltre vent’anni da due famiglie, quella del leader dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) Jalal Talabani e quella del presidente e guida del Pdk Mas’ud Barzani. Agli occhi dell’opposizione, le classi dirigenti curde non sono poi così differenti da quelle arabe. «L’unica differenza tra noi e loro è che loro sono governati da una famiglia, noi da due», ironizza Ahmad Khaled, membro dell’ufficio stampa del partito d’opposizione Gorran. «Il modello della società è tribale: Gheddafi e Barzani sono della stessa pasta, lasciano il potere ai figli», sostiene con rabbia Hogr Shikha, avvocato e veterano della difesa dei diritti umani. Si riferisce a Nechirvan Barzani, nipote del presidente Mas’ud, attuale primo ministro del Kurdistan.

Neanche ai giornalisti è permesso criticare le due potenti famiglie. «Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto oltre 300 denunce di violazioni dei diritti dei reporter», riferisce Gharib. Nel 2010, ad esempio, il giornalista Sardasht Osman è stato ucciso proprio dopo aver scritto un articolo sulla famiglia Barzani. «Osman non aveva criticato Kak Mas’ud (“fratello Mas’ud”, soprannome con cui è noto Barzani tra i suoi sostenitori), aveva parlato di sua moglie e della figlia, del suo onore e della sua dignità», obietta con stizza il portavoce del Pdk Abdul-Wahhab Ali. Secondo Ali e i giudici del Kurdistan, Osman non sarebbe però stato ucciso per aver “mancato di rispetto” alla famiglia Barzani, ma perché coinvolto nella nebulosa organizzazione di un attentato di matrice islamica. «È un’assurdità. Osman era di orientamento laico, non avrebbe mai frequentato dei jihadisti», ribatte Biradost Azizi, giornalista curdo siriano che lavora a Sulaymaniyah dal 2004.

Azizi è arrivato in Kurdistan dopo essere stato espulso dall’università di Damasco a causa delle sue attività politiche. Anche a Sulaymaniyah, però, si è trovato a essere accusato di danneggiare la causa nazionalista in nome della libertà d’espressione. «Cinque mesi – racconta Azizi – fa ho ricevuto l’invito a presentarmi in tribunale con l’accusa di aver “diffamato” il Pkk», il partito indipendentista del Kurdistan turco. «Ho obiettato di non poter essere processato per le mie idee politiche, ma il giudice mi ha risposto che il Pkk non si tocca perché ha combattuto per i territori curdi». Azizi racconta di essere stato minacciato dagli esponenti del Pkk e da quelli del suo alleato siriano, il Pyd. Non ha paura di parlarne o forse non ha tempo di pensarci: la vita è frenetica per un siriano in Kurdistan, 500 dollari al mese per lavorare in radio, poche ore di sonno, un corpo smagrito dal lavoro e dalla militanza politica.

«Le autorità del Kurdistan sostengono che le manifestazioni in difesa dei diritti umani ostacolino il percorso verso uno Stato curdo indipendente», spiega Khaled, del partito d’opposizione Gorran. «Militarizzano la società al fine di reprimere le rivendicazioni popolari», aggiunge il portavoce. Le mobilitazioni di cui parla Khaled sono esplose in piazza nel febbraio del 2011 e culminate in un sit in lungo 62 giorni a Sulaymaniyah. Migliaia di manifestanti scesi in strada per chiedere una maggiore trasparenza finanziaria, il ricambio della classe dirigente, l’indipendenza delle istituzioni e la libertà d’espressione. Nel silenzio dei media occidentali, tutto si era concluso in una campagna di arresti a tappeto e nell’uccisione di dieci dimostranti. A un anno e mezzo da quegli eventi, il fallimento della “Primavera curda” fa ancora meno notizia, sepolta dagli interessi imprenditoriali dei cacciatori di petrolio.

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Iraqi Kurds: We are luckier than Arabs because we can choose between two parties

By Andrea Glioti

Sulaymaniyah-Erbil (Iraqi Kurdistan)

The sparks of the “Kurdish spring” went largely unnoticed in Western media, due to the tight economic relations between the Iraqi Kurdistan Regional Government (KRG), the US and Europe.  After the overthrown of Saddam Hussein in 2003, the region became known as a safe haven for investments, but the appetite for profits might marginalize considerations on human rights to promote a Gulf model of Western ally.  Despite the more democratic features of the KRG in comparison with Arab states, the public sphere is controlled by the same two families (Barzani and Talabani) since twenty years and the Kurdish nationalist struggle is used as a pretext to quell freedom of expression, just like the Israeli threat has been exploited to enforce longstanding states of emergency in Egypt and Syria.

2011 Protests

The unmet demands for financial transparency, political turnover, freedom of expression and independent institutions came finally under the spotlights in February 2011, when security forces killed ten of the thousands of protesters, who staged a 62-days-long sit-in in Sulaymaniyah. “I cannot confirm that [those responsible of violence] have been arrested,” admits Farid Sarasard, a member of the leading council of Talabani’s Patriotic Union of Kurdistan (PUK), “the arrest warrants have been issued, but not executed and so far there has been no trial.” “The [murder] case has been transferred to the military courts,” explains the lawyer Hogr Shikha, head of the UN-tied Public Aid Organization (PAO), “of course, no one has been held responsible!”

Mass demonstrations were triggered by the Arab uprisings, but the local discontent was ripe for an outbreak since at least one decade. “In Kurdistan, differently from Europe, out of 300 demands, they are likely to agree on two-three manifestations organized by the ruling parties,” clarifies Shikha, “the unauthorized [ones] are considered illegal and the authorities might resort to repression against demonstrators,” continues Shikha.

The party which is mainly blamed for shooting down protesters, Barzani’s Kurdistan Democratic Party (KDP), claims violence was committed from both sides and questions the spontaneous nature of the movement: “it was clearly a conspiracy of the opposition [Change Movement] against us, if you notice that there was no attack on the headquarters of the PUK [N/A: the other ruling party],” affirms the KDP spokesperson in Sulaymaniyah, Abdul-Wahhab ‘Ali. There is also room to criticize protesters for not being ready to understand a democratic legal framework, after decades of dictatorship. “It’s not about being free to take the streets, it is necessary to demand an authorization, but dictatorship still prevents people from understanding laws,” complains Abdul-Wahhab ‘Ali.

Restoring silence

It has been one year and a half since the clashes in Sulaymaniyah and streets are surprisingly quiet. What happened to the movement? Some say the momentum was lost due to the violence deployed against journalists and activists. “The Patriotic Union of Kurdistan gave orders to the Secretary General of Peshmergas [NdA: Kurdish armed forces], Mahmud Sangawi, […] to use all sorts of violence […] against the forces having a key role in demonstrations,” recalls PAO’s Hogr Shikha.

Despite a considerable space for free media, violence against journalists is an increasingly common trend in Iraqi Kurdistan. “The last year we received more than 300 pleas for the violation of the rights of journalists,” affirms Rahman Gharib, director of the METRO Center for the Defense of Journalists. The last case is the one of Karzan Karim, a journalist accused of “terrorism” and sentenced to two years on October 7, for leaking information about corruption and nepotism in the Erbil airport. Similarly to many of his colleagues, Karim was writing under a pseudonym.

There seem to be precise red lines the press is not allowed to cross: two years ago, the Kurdish journalist Sardasht Osman was allegedly killed for criticizing KRG President Mas’ud Barzani. “Osman was not a journalist […], he was said to have written two articles under a pseudonym on the ‘toilet-website’ Kurdistan Post ,” belittles Abdul-Wahhab Ali (KDP), “he didn’t criticize, he talked about Barzani’s wife and daughter, about his dignity and honor.” Ali reports the official verdict on the murder of Osman, a secular-minded journalist assassinated by a group of Islamic terrorists he was supposedly in touch with.

In defense of journalists, the METRO center calls for the application of the press law. “There are problems between the press law and the criminal law,” explains PAO’s Hogr Shikha, “the first one is private […], therefore subject to the public criminal law.” Journalists criticizing authorities are detained for defamation on the basis of the criminal law, rather than fined according to the press law.  What is intentionally ignored is one paragraph of the criminal law, recalled by the former chief judge of Saddam’s trial, Rizgar Mohammad Amin, which singles journalists out for their criticism of public figures: the accused should be acquitted, if he provides evidence of his claims.

Like the Gulf?

The response of the authorities to these political demands has been to divert the attention on economic-services based reforms. “We work day and night to supply [the region] with water and electricity, a unified wage system shaped on the Emirati model will be adopted,” boasts KDP’s Abdul-Wahhab ‘Ali, “a social welfare law based on the Scandinavian experience will be under study.”  However, “economic demands are secondary,” according to NGO director Mohammad ‘Atta (Civil Development Organization), “as the middle class is still strong.”  “We have witnessed financial and administrative reforms,” points out Sarasard (PUK), “but the region needs political reforms.”

In a region with good living standards, the risk is the development of a Gulf-styled “rentier” State providing low-price services in exchange of limited political freedoms.  “The National Security Council law [A/N: and the related distribution of security posts between the ruling parties] curb freedoms and there was no comment from the American consulate,” protests METRO’s Gharib, “the West is planning to turn us into a safe [oil] market where freedoms are repressed, just like Gulf countries.” “The protests in Sulaymanyah were not covered by Western media,” adds Ahmad Khaled, a member of the press room of the opposition Change Movement.

Kurdish cause first

In the eyes of the opposition and various social actors, the Kurdish ruling classes are not so different from their Arab counterparts. “The only difference between us and the Arab countries is that they are ruled by one family and this region is run by two families, but the political composition is the same: there is no democracy,” claims Khaled, “the [regional] Constitution will be approved by the two [ruling] parties and not by unanimity.” According to PAO’s Hogr Shikha, “the model is tribal: Qaddhafi and Barzani are the same, they put their sons in power.” The nephew of Mas’ud Barzani, Nechirvan Barzani, is the current Prime Minister in the KRG.

In order to maintain the status quo, the political leadership keeps on exploiting Kurdish nationalist feelings like Arab rulers did with the Palestinian cause. “These are simple cards [the authorities] play to touch the sensibility of the youth,” says Kamal Raouf, editor-in-chief of the independent daily Hawleti, “they tell you the Kurdish society is safe, if you help us against this or that individual.”

The opposition goes further, by claiming that the Government regularly engines foreign threats to prioritize the nationalist struggle over popular demands. “Border areas were shelled [by Turkey and Iran] at the same time demonstrations took place,” says Khaled (Change Movement), “there is an agreement between the ruling parties and the neighboring countries.”

On a positive note, some political figures seem to realize that nationalism should not be exploited to curb freedoms: “I’m against this way of enhancing nationalism, as it has negative repercussions on the growth of democracy,” states PUK’s Farid Sarasard. Bearing in mind that Kurds amount to nearly 30 million people spread between Turkey, Iraq, Iran and Syria, the democratization of Iraqi Kurdistan would imply a much wider echo.

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L’Iraq traballa, Teheran alza la voce

Articolo pubblicato su Europa Quotidiano, il tema è una delle ricorrenti crisi politiche irachene, tra le pressioni iraniane su Muqtada al-Sadr e i vani tentativi di ritirare la fiducia dal nuovo despota Nouri al-Maliki…

L’Iraq traballa, Teheran alza la voce

Ieri 150 morti, l’Iran teme il caos a Bagdad

Khamenei-and-Nouri-al-Maliki-Tehran1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Andrea Glioti

Beirut

La politica irachena attraversa una fase di ridefinizione delle alleanze tra partiti e minoranze, che stanno dando vita a nuovi blocchi di potere. Quello che non cambia è la violenza che quotidianamente scuote il paese. Al centro dell’attuale crisi politica c’è il ritiro della fiducia al primo ministro sciita, Nouri al Maliki, avanzato dall’Alleanza del Kurdistan, dalla Lista al Iraqiya sostenuta in maggioranza dai sunniti, e dai seguaci dell’islamico sciita Moqtada al Sadr. Questa strana alleanza a tre spiega che la colpa è dell’autoritarismo di Maliki e del suo mancato rispetto degli accordi sottoscritti a Erbil nel dicembre 2010, grazie ai quali si era giunti alla formazione dell’attuale governo di coalizione.

Il presidente e i picconatori
Sul testo degli accordi e su quanto fosse stato effettivamente concordato tra la Coalizione dello stato di diritto di Maliki e al Iraqiya esiste una certa confusione. L’unico documento firmato dal presidente del Kurdistan, Mas’ud Barzani, dal leader di al Iraqiya Iyyad Allawi e dal primo ministro Maliki prevedeva la creazione di un Consiglio nazionale per le politiche strategiche sotto la presidenza di Allawi. Peccato che ora Maliki sostenga che tale organismo sia anti-costituzionale, perché sottrae quote di potere esecutivo al premier. Barzani afferma invece di aver firmato un accordo separato con Maliki, incentrato su 19 condizioni, la più importante delle quali era l’implementazione dell’articolo 140 della Costituzione – referendum popolare per risolvere l’assegnazione dei territori contesi tra arabi, curdi e turcomanni – entro due anni.
Sia che abbia ragione Maliki sia che invece siano i suoi oppositori a essere nel giusto, il presidente della repubblica, il curdo Jalal Talabani, si è rifiutato di ratificare la petizione per il ritiro della fiducia, sostenendo siano state raccolte solo 160 firme, senza raggiungere il quorum di 163 (metà dei parlamentari iracheni più uno). In una lettera inviata a Barzani, il presidente ha minacciato le dimissioni, qualora venisse costretto a cambiare posizione, insistendo sulle garanzie ricevute da Maliki circa il rispetto degli accordi sottoscritti.
La soluzione rimasta in mano agli oppositori è rivolgere un’interrogazione parlamentare a Maliki, seguita da una seduta in cui si voti il ritiro della fiducia. L’opposizione di Talabani inizia però a far vacillare il fronte dei dissidenti, tanto che alcuni esponenti della leadership del partito di Barzani (Partito democratico del Kurdistan, Pdk) si sono detti favorevoli a sostenere la soluzione proposta dal presidente iracheno.
Ultimamente, lo stesso Moqtada al Sadr sembra ritrattare la sua intransigenza sul ritiro della fiducia, sostenendo di volersi concentrare su un programma di riforme.

Le pressioni degli ayatollah
Curdi contro curdi, sciiti contro sciiti. L’empasse era inevitabile. Negli sviluppi della vicenda però non vanno sottovalutate le spinte provenienti dalle potenze regionali, l’Iran sul fronte sciita, i paesi del Golfo e la Turchia su quello sunnita. Teheran ha fatto pressione per mantenere Maliki in sella al governo almeno altri due mesi, e Sadr ha dovuto trascorrere dieci giorni nella Repubblica islamica. Il marja’iyyah – la fonte di riferimento religioso – dei sadristi, l’ayatollah Kazim al Ha’iri, ha persino emesso una fatwa dall’Iran contro le alleanze con i partiti laici, per impedire l’avvicinamento di Sadr ai curdi e ad al Iraqiya. Ma Moqtada al Sadr per ora non si smuove.
Ma come si deve interpretare la sua insistenza nel contrapporsi a Maliki? Diversi analisti considerano la posizione del leader sadrista di natura strategica e non tattica, finalizzata quindi a indebolire le aspirazioni di Maliki all’egemonia sul panorama politico sciita.
In un’intervista rilasciata al sito di al Jazeera dagli analisti politici Sarmad al Ta’i e Ahmad al Abyad, le aspirazioni di Sadr vengono considerate alquanto ambiziose. Il primo sostiene che il giovane leader sadrista stia cercando di dimostrare all’Iran – e all’universo sciita in generale – di non essere un semplice catalizzatore di voti, ma un asse portante della politica irachena e una futura autorità religiosa. Non è inoltre la prima volta che al Sadr prende cautamente le distanze da Teheran per arginarne le ingerenze nella politica interna irachena. Al Abyad vede invece nella presa di posizione di Sadr un tentativo di ripulire la sua immagine di miliziano, impegnato in prima linea durante gli anni più sanguinari del conflitto confessionale iracheno (2006-2008). Avvicinarsi ai curdi e ai sunniti di al Iraqiya per isolare Maliki diventa quindi un primo timido passo in direzione del superamento dei trinceramenti confessionali. Una promettente lettura degli sviluppi politici tutta da verificare.

Frammenti di Kurdistan
E le divisioni tra curdi? Secondo il direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Sulaymaniya, Sardar Qadir, intervistato dal quotidiano panarabo al Hayat, un ruolo fondamentale nella diatriba in corso è svolto dalle posizioni dei due leader negli schieramenti regionali: Barzani più vicino al Golfo e alla Turchia, Talabani all’Iran. Da parte sua, Maliki ha poi giocato sulle rivalità mai sopite tra Unione patriottica del Kurdistan di Talabani (Upk) e il Pdk di Barzani. Il presidente iracheno Talabani sembra essersi già premunito per un’eventuale rottura con Barzani, e agli inizi di giugno ha elogiato per la prima volta il suo acerrimo rivale curdo Nashirvan Mustafa, leader del Movimento del cambiamento (Gorran). Il partito di Mustafa è particolarmente popolare nella roccaforte dell’Upk, la provincia di Sulaymaniyya, e detiene 25 seggi nel parlamento curdo. Allearsi con il Gorran consentirebbe a Talabani di scaricare il Pdk mantenendo all’incirca lo stesso peso in parlamento.

Una primavera mai sbocciata
La routine della precarietà politica irachena si accompagna agli altrettanto consueti spargimenti di sangue. Il bilancio degli attacchi verificatisi ieri nelle province di Karbala e Diwaniyah è di oltre 150 morti. Il politologo inglese Charles Tripp fa notare come la violenza sia stata strumentalizzata da Maliki e dai suoi seguaci. Per dare l’impressione di essere in controllo del paese, con l’avvicinarsi del ritiro statunitense e nei mesi successivi, Maliki è passato da un uso della forza mirato a contenere i gruppi paramilitari, alla repressione indiscriminata di ogni forma di opposizione, anche non violenta. Basti ricordare la repressione dei moti di piazza divampati in Iraq sull’onda della primavera araba e pressoché ignorati dai media occidentali e arabi.
La pratica di cooptare alcune milizie nella politica irachena non deve essere vista solo come una forma di riconciliazione – prosegue Tripp – poiché dietro vi si nasconde uno sdoganamento della violenza informale, allo scopo di utilizzarla a beneficio dello stato. Così Maliki ha favorito l’entrata in politica della Lega dei Virtuosi (‘Asa’ib Ahl al-Haqq) in funzione anti-sadrista. Secondo l’analisi di Tripp, la violenza non governativa è poi l’unico sistema consolidato per ottenere un riconoscimento politico, un canale di «dialogo» con il governo, facendo ricorso allo stesso «linguaggio» adoperato dalle autorità.
E se è il governo stesso ad alimentare il caos, le speranze di stabilizzazione sono quasi inesistenti.

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Il vertice “storico” della Lega Araba a Bagdad è un flop a metà (marzo 2012)

Articolo pubblicato originariamente su Europa Quotidiano in data 29 marzo 2012.

Il vertice “storico” è un flop a metà

In Iraq il primo summit internazionale dal 1990. I sunniti stanno a casa.

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Di Andrea Glioti

Da diversi mesi lo scenario politico iracheno è dominato dai preparativi del 23esimo vertice della Lega araba organizzato a Bagdad, che terminerà oggi con l’incontro dei capi di stato. Nonostante le imponenti misure di sicurezza che hanno accompagnato l’evento, alcuni colpi di mortaio sono riusciti a minacciare l’ambasciata iraniana ai margini della “zona verde” dove era in corso l’evento. Come da copione, la città “blindata” ha fatto patire soprattutto i suoi cittadini, costretti a casa senza poter comunicare, a causa di “problemi tecnici” che, secondo il ministero della difesa, avrebbero causato il blocco delle reti di telefonia mobile. Nel frattempo, appena nove leader su ventidue dei paesi membri della Lega araba hanno partecipato all’evento, sollazzandosi tra Sheraton e datteri serviti su piatti d’oro da 24 carati.
Per le autorità irachene rimane un evento storico, il primo vertice organizzato a Bagdad a ventidue anni dalla guerra del Golfo in Kuwait, cui hanno fatto seguito le sanzioni economiche e l’occupazione statunitense. Negli ultimi mesi, non a caso, il governo iracheno, guidato da Nouri al Maliki ha ricucito attentamente i rapporti con i paesi del Golfo.
Il premier sciita si è recato in Kuwait lo scorso 14 marzo per ottenere importanti promesse sulla fine delle sanzioni postbelliche; in cambio l’Iraq ha preso l’impegno a rispettare la demarcazione dei confini sancita dalle Nazioni Unite e di risarcire la Kuwait Airways per il furti commessi durante l’invasione. Il riavvicinamento si è concretizzato nella partecipazione dell’emiro del Kuwait al summit di oggi, anche se, stando a quanto riportato dall’agenzia al Sumaria News, sua altezza al Sabah avrebbe abbandonato il summit prima della conclusione.
L’Arabia Saudita, tuttora priva di un’ambasciata a Bagdad, ha ripreso le relazioni diplomatiche tramite il suo ambasciatore in Giordania. Persino il re (sunnita) del Bahrain ha presenziato all’evento, rassicurato dal divieto imposto da Maliki agli sciiti di inscenare proteste contro la repressione di cui sono vittime i suoi correligionari nel regno del Golfo. Il tutto sotto l’occhio attento degli Usa, che vedrebbero di buon occhio un allontanamento dell’Iraq dall’orbita iraniana.
D’altro canto, il peso politico delle risoluzioni adottate dal vertice è pressocché nullo: stando al comunicato che anticipa gli esiti dell’incontro (la Dichiarazione di Baghdad), la posizione della Lega araba sulla rivoluzione siriana si risolverà in un prevedibile sostegno al piano di Kofi Annan.
Ancora più gravi le ripercussioni del vetice sulla crisi interna scaturita lo scorso dicembre dal mandato d’arresto emesso nei confronti del vice presidente sunnita Tariq al Hashimi: i preparativi del summit hanno posticipato la conferenza finalizzata alla riconciliazione nazionale al 5 aprile. Iyyad ‘Allawi, il leader della coalizione al Iraqiya, di cui fa parte Hashimi, ha di fatti minacciato di internazionalizzare la crisi irachena nel corso del meeting della Lega araba, sostenendo che la frattura interna allo scenario politico iracheno andasse risolta prima del vertice.
Bisogna notare poi che mentre la Dichiarazione di Baghdad tesse l’elogio dei «cambiamenti portati dalle primavere arabe», l’Iraq rischia di precipitare verso una nuova dittatura. Il governo Maliki è infatti oggetto di critiche per il suo despotismo e la repressione sistematica delle manifestazioni popolari. Una denuncia che arriva tanto da organizzazioni come Human Rights Watch, quanto da alleati di governo sciiti come Moqtada al Sadr.

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I Nuovi Tiranni di Bagdad

Articolo scritto per Europa Quotidiano

I Nuovi Tiranni di Bagdad

Altri 70 morti in un Paese dominato da corruzione e faide confessionali

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Di Andrea Glioti

A Bagdad si continua a morire. Il risultato della “democratizzazione” irachena, dopo quasi nove anni di presenza statunitense, è una sfera politica polarizzata lungo meridiani confessionali ed etnici con poche speranze di consolidare l’attuale coalizione tripartita (curda, araba sciita e araba sunnita) al governo.
Riemergono tendenze autoritarie molto simili ai tempi di Saddam. La frammentazione politica destabilizza la sicurezza: ieri una serie di attentati ha fatto circa settanta vittime e più di quattrocento feriti, in sette diverse province del paese. Ma la frammentazione rende anche l’Iraq un terreno sempre fertile per le interferenze estere.

La paralisi
Come previsto, il ritiro americano completato al termine dell’anno scorso ha coinciso con una nuova crisi politica, esplosa con violenza il 19 dicembre, quando il ministero dell’interno, controllato de facto dalla coalizione del premier sciita Nouri al Maliki, ha reso pubbliche le confessioni di alcuni membri della scorta del vice presidente sunnita, Tariq al Hashimi (della lista al Iraqiya), coinvolti in operazioni terroristiche. I capi d’imputazione di cui dovrà rispondere Hashimi sono tutti punibili con la sentenza capitale. Hashimi si è dato subito alla fuga, rifugiandosi nella regione autonoma del Kurdistan, dove può contare sull’appoggio del presidente curdo-iracheno Jalal Talabani.
Non si tratta di un caso isolato: l’evento è stato infatti accompagnato da un attacco contro un’altra personalità sunnita di spicco di al Iraqiya, il vice primo ministro Saleh al Mutlak, destituito da Maliki per averlo definito un dittatore. A livello locale, l’offensiva lanciata dal partito del premier si è espletata in una campagna di arresti, che ha colpito i membri del consiglio della provincia a maggioranza sunnita di Diyala.
È così cominciato l’ennesimo giro di consultazioni per convocare una conferenza nazionale e riconciliare le parti. Ognuna delle quali ha posto le sue condizioni: il presidente del Kurdistan Mas’ud Barzani esige che l’incontro venga organizzato nella regione autonoma; la coalizione di Maliki pretende che non vi venga discusso il caso Hashimi; al Iraqiya chiede le dimissioni del primo ministro. Le ultime indiscrezioni non escludono un rinvio della conferenza a una data da definirsi – ma successiva al 29 marzo, quando Bagdad ospiterà il prossimo summit della Lega araba.
Dopo due mesi di incontri, non sono stati ancora definiti luogo e data di una tavola rotonda già destinata al fallimento. Al Iraqiya, che fino al 6 febbraio ha disertato le riunione del consiglio dei ministri, minaccia di tornare a boicottare il governo e la riconciliazione rimane un’ipotesi remota.

L’ago della bilancia
Il fatto che Talabani abbia offerto protezione ad Hashimi ha poi creato animosità tra la coalizione dello stato di diritto di Maliki e i partner di governo curdi. L’Alleanza del Kurdistan ormai accusa esplicitamente Maliki di despotismo e inaffidabilità (per non aver ancora convocato il referendum sulle sorti dei territori intorno a Kirkuk, contesi tra arabi, turcomanni e curdi). La stampa irachena ha parlato di invettive «senza precedenti», alludendo alla possibilità di una rottura del patto tra Maliki e i curdi. Come previsto, i sunniti di al Iraqiya e l’Alleanza del Kurdistan non escludono ora la formazione di nuove alleanze, in caso di fallimento della conferenza nazionale.
L’avvicinamento di al Iraqiya ai curdi è stato però percepito con preoccupazione dagli arabi sunniti di Kirkuk, parte dell’elettorato di al Iraqiya, i quali non hanno tardato a ricordare alla lista di averla votata perché tutelasse i diritti degli arabi nella provincia.
Dal canto loro i partiti sciiti, pur rappresentando la maggioranza in parlamento, sono consapevoli di non poter perdere un alleato prezioso come i curdi: si spiega così la recente abrogazione delle leggi emanate da Saddam alla radice dell’espropriazione delle terre di proprietà curda e turcomanna. I partiti curdi hanno reagito positivamente, ma il Fronte turcomanno ha criticato un simile provvedimento, che riguarderebbe una minima porzione dei territori turcomanni.

Sciiti contro sciiti
L’alternativa alla riconciliazione, caldeggiata da numerosi partiti sciiti, sarebbe un governo di maggioranza sciita, evitando di dipendere dalle diatribe con al Iraqiya. In questa direzione, secondo Khalid Walid di niqash.org, sembra collocarsi l’assimilazione politica dell’ex gruppo di insorti sciiti della Lega dei virtuosi (’Asa’ib Ahl al Haqq), guidato da Qays al Khaza’ali: Maliki starebbe cercando di bilanciare il peso politico di Moqtada al Sadr tra gli elettori sciiti, assicurandosi il supporto di uno dei suoi principali rivali. I sadristi rimangono infatti un alleato scomodo, memori di come Maliki e gli Usa li abbiano assediati a Bassora nel 2008 e tuttora propensi a negoziare una riconciliazione con al Iraqiya. L’entrata in politica della Lega dei virtuosi potrebbe avere però effetti indesiderati, considerando la rigida opposizione dei sadristi e la spaccatura che potrebbe aprirsi tra i seguaci di al Sadr e Maliki. Ultimamente, il leader sadrista ha moderato i toni contro i seguaci di Khaza’ali, ma non vi sono sufficienti garanzie che la tregua resista a lungo.
Maliki rischia un isolamento progressivo, mentre si moltiplicano le critiche alle sue tendenze autoritarie: Human Rights Watch ha definito l’Iraq un paese «in discesa verso il despotismo», la commissione parlamentare per i diritti umani ha denunciato la presenza di prigioni segrete sotto il controllo della 56ma brigata di Bagdad, un reparto militare incaricato della protezione del primo ministro.

Kurdistan, la repubblica dei partiti
Ma le derive autoritarie non sono una prerogativa del premier: basta osservare gli sviluppi politici interni al Kurdistan. Nijirvan Barzani, nipote del presidente della regione autonoma e membro del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), è succeduto al primo ministro Barham Salih dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) di Jalal Talabani, secondo un accordo informale tra i due partiti, che prevede un avvicendamento del premier ogni due anni; Barham Salih sarebbe invece l’erede destinato a sostituire Talabani. In un simile contesto intriso di nepotismo, l’opposizione curda, rappresentata dal Movimento del cambiamento (Gorran) e dall’Unione islamica del Kurdistan, fatica a trovare spazio. Anche in Kurdistan la stampa locale è oggetto di attacchi quotidiani, soprattutto quando racconta i movimenti di protesta. In occasione dell’anniversario delle rivolte contro la partitocrazia curda (15 febbraio 2011), che causarono la morte di numerosi manifestanti, la giornalista indipendente olandese Judit Neurink ha lanciato un appello al premier Barzani perché i giornalisti smettano di essere percepiti ostilmente dalle autorità. Pochi giorni fa, ho avuto l’occasione di incontrare alcuni attivisti curdi a Beirut: si lamentavano di essere passati dalla tirannia del regime (istibdad al-nizam) di Saddam alla tirannia dei partiti (istibdad al-ihzab).

Il solito Risiko
Una simile frammentazione interna facilita l’interferenza delle potenze straniere. Iran e Usa sono stati in prima fila nella crisi tra al Iraqiya e Stato di diritto. La Turchia ha insistito sull’innocenza del sunnita Hashimi, in funzione di contenimento dell’influenza iraniana. Come ha fatto notare il deputato della coalizione di Maliki, Izzat Shabandar, l’Iraq si trova schiacciato tra la dottrina politica di Khomeini e l’ottomanesimo turco.
Il risultato sono stati alcuni razzi caduti a gennaio sull’ambasciata turca e un appello lanciato da un nuovo collettivo (Badr9) affinché le varie fazioni confessionali non abbandonino la lotta armata per difendersi dalle intromissioni delle potenze regionali. Segnali non certo incoraggianti. Oltretutto la strategia adottata dal governo per migliorare la sicurezza interna – con l’assimilazione delle milizie nella vita politica del paese – suscita parecchi dubbi: gruppi come la Lega dei virtuosi vengono infatti accusati di essere supportati dall’Iran e di essere stati tra i protagonisti dei massacri tra sunniti e sciiti del 2006-’07. I leader di un altro gruppo radicale sunnita, l’Esercito islamico iracheno (al Jaysh al Islamiyy al Iraqiyy), accusato di essere stato tra i protagonisti delle violenze a sfondo confessionale, sono in procinto di entrare in politica.
Vi sono pertanto dei dubbi legittimi sulla compatibilità di queste bande con il principio adottato nel concedere l’amnistia: quello di non aver sparso del sangue iracheno.

Agli iracheni chi ci pensa?
Sullo sfondo dimenticato dei giochi di potere regionali e delle diatribe tra i partiti iracheni, la popolazione continua a tollerare condizioni di vita miserabili. In un paese che fattura miliardi solo grazie alle entrate petrolifere, il governo non è in grado di calmierare i prezzi del petrolio bianco, fondamentale per il riscaldamento delle abitazioni nella stagione invernale.
L’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere rischia inoltre di penalizzare fortemente l’economia nazionale, in caso l’Iran decidesse di bloccare lo Stretto di Hormuz in reazione alle sanzioni europee e americane sulle esportazioni petrolifere. Il bilancio pubblico del 2012 dovrebbe essere approvato in questi giorni, dopo mesi di scontri, che hanno ritardato lo stanziamento dei fondi necessari alla realizzazione di numerosi progetti. Una notizia positiva proviene quantomeno dalla possibile distribuzione del 20 per cento degli introiti petroliferi tra la popolazione, grazie all’insistenza dei sadristi. Mentre gli attentati continuano a mietere vittime quotidianamente, la fine dell’occupazione americana non ha comportato nessun genere di risarcimento, né dal punto di vista economico né da quello giudiziario: basti ricordare l’assoluzione nel mese scorso del sergente statunitense Frank Wuterich. Il militare ha ammesso di aver ordinato di sparare in occasione del massacro di Haditha (uccisione di venti civili iracheni), ma non sconterà nemmeno la pena minima di tre mesi di detenzione, grazie a un patteggiamento con l’accusa.

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Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Articolo originariamente pubblicato su Europa

Ma in Iraq è ancora tempo di epurazioni arbitrarie. L’esempio da non seguire

Di Andrea Glioti

ICTJ-Feature-Iraq-DeBaathification-Report-2013Ieri, in Marocco, il governo iracheno ha rifiutato ancora di votare per la sospensione dal consiglio della Lega araba della Siria guidata dal partito Baath di Bashar Assad. Baath come il partito che fu di Saddam Hussein.
Ma in questi stessi giorni a Bagdad si fanno i conti con la difficile questione dell’epurazione della vecchia leadership baathista. Che ancora oggi viene usata come arma politica da parte del governo a guida sciita.
Dopo la caduta di Saddam, i partiti al governo hanno proceduto alla persecuzione sistematica degli alti funzionari baathisti e, come spesso succede in simili circostanze, non hanno risparmiato neppure coloro che si erano iscritti al partito solo per necessità di lavoro.
La commissione di de-baathificazione è stata presieduta da personaggi del calibro di Ahmad Chalabi, uno con più di un conto in sospeso in Iraq, visto che nel 2003 aveva persuaso il Pentagono che Saddam possedesse armi di distruzioni di massa. Nel 2008 la legge sulle epurazioni è stata modificata con l’intento di tutelare gli impieghi statali di quei cittadini che non potevano aver avuto un ruolo attivo nella repressione, occupando posizioni minori all’interno del Baath.
Ciò nonostante, nel 2011 la situazione non sembra migliorata e le epurazioni continuano a essere percepite dalla minoranza sunnita, privilegiata dall’ex dittatore, come uno strumento politico nelle mani della maggioranza sciita alla guida del paese.
Nel mese scorso il ministro dell’istruzione al Adib, membro della Coalizione dello stato di diritto del premier sciita Maliki, ha decretato la destituzione di oltre 140 professori e addetti delle università di Tikrit e Mosul, sulla base della loro appartenenza ai vertici del Baath. Pochi giorni dopo, strana coincidenza, il governo ha lanciato una campagna di arresti su scala nazionale contro delle cellule baathiste, accusate di essere coinvolte nell’organizzazione di un colpo di stato.
L’intenzione di favorire l’associazione baathisti-terroristi appare fin troppo evidente: l’analista di politica irachena Reidar Visser fa notare come i comunicati ufficiali degli arresti abbiano sottolineato i ranghi dei presunti golpisti all’interno del partito, un criterio seguito nelle epurazioni, ma assolutamente irrilevante per quanto riguarda un’operazione anti-terrorismo.
L’articolo 7 della Costituzione irachena afferma infatti che «la semplice appartenenza al partito Baath non è un motivo sufficiente a essere chiamati a comparire davanti alle autorità giudiziarie». Quanto poi le accuse rivolte ai professori baathisti fossero fondate è stato dimostrato dallo stesso Maliki, che ha immediatamente promesso alla provincia di Salahuddin (dove si trova Tikrit) di rinunciare alle epurazioni, quando quest’ultima ha avanzato la richiesta di diventare una regione autonoma alla fine di ottobre. La de-baathificazione diventa così una carta sul tavolo dei negoziati politici, alla stregua del federalismo, lontana anni luce dagli originali principi di giustizia che dovrebbero ispirarne l’attuazione.
Proprio come le tendenze regionaliste, le epurazioni rischiano di acuire ulteriormente le tensioni esistenti tra schieramenti politici sciiti e sunniti. La campagna di arresti e quella contro i professori di Mosul e Tikrit hanno suscitato l’indignazione di alcuni dei principali leader sunniti: l’ex baathista Saleh al Mutlak, già interdetto dalle elezioni del 2010 a causa del suo legame con il partito, e il vice presidente iracheno Tariq al Hashimi.
Altre personalità sunnite influenti a livello locale, come il principe tribale al Dulaimi di Anbar, hanno avvertito che gli arresti potrebbero innescare una spirale caotica.
Il clima è già sufficientemente teso, se si pensa che lo scorso 25 ottobre Ali al Lami, il presidente della Commissione di responsabilità e giustizia che si occupa delle epurazioni, è stato assassinato a Bagdad. Secondo il quotidiano panarabo As Sharq al Awsat, al Lami aveva voluto il licenziamento di oltre 800 persone nel solo 2010, sulla base della loro appartenenza al partito Baath.
Già da tempo il principale rivale di Maliki, la Lista al Iraqiya, chiedeva che una nuova commissione venisse guidata da un presidente eletto dal parlamento e non dal primo ministro.
Le epurazioni rimangono una questione estremamente delicata. I politici iracheni si riempiono spesso e volentieri la bocca di lodevoli condanne contro coloro che «si sono sporcati le mani di sangue iracheno».
Conosciamo i rischi di un’amnistia “togliattana” che, nell’intento di riappacificare un paese, assolva anche diversi carnefici; d’altra parte, ne conosciamo anche i meriti – l’aver evitato il protrarsi di una lunga guerra civile.
Le classi dirigenti irachene sono chiamate a trovare una soluzione migliore di “un colpo di spugna”, evitando comunque di sporcarsi le mani dello stesso sangue sparso dai loro predecessori. L’esempio iracheno è quantomai fondamentale alla luce degli sviluppi regionali: un Medio Oriente postrivoluzionario guarderà verso Bagdad, quando dovrà considerare la sorte delle sue folte schiere di veri o presunti lealisti. Un po’ come l’Europa guardò al terrore giacobino nelle sue successive esperienze rivoluzionarie.

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