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Ethnographic research in Sydney’s Lebanese western suburbs (by Estella Carpi – July 2012)

Sulla scia del pensiero del sociologo algerino ‘Abdelmalek el Sayyad mi sono qui domandata che ruolo giocasse la cosi’ chiamata “doppia assenza” tra i migranti Libanesi di prima e seconda generazione nei distretti occidentali di Sydney, dove vivo attualmente. Sentirsi “un po’ di qui e un po di li'” per il migrante e’ considerato “normale”: in che senso?

http://www.sirialibano.com/lebanon/il-libano-oltreoceano-teatro-di-doppia-assenza.html

Il Libano oltreoceano: teatro di “doppia assenza”?

17 LUGLIO 2012

(di Estella Carpi*). Come Umm Isa in La Porta del Sole di Elias Khury, quando forzatamente abbandona Gerusalemme durante la nakba palestinese e pensa alle sue zucchine lasciate rosolare sul fuoco, ho lasciato il Libano lo scorso marzo con una sensazione di incompiutezza. Incompiutezza intesa come impossibile ritorno alle cose per come le ho abbandonate.

Sul volo da Beirut a Sydney, pensavo al personale Odi et Amo che mi lega al Libano, e che accomuna i miei sentimenti e quelli degli autoctoni.

“Questo Paese è una barzelletta”, dice il tassista mentre tenta di avanzare in Corniche al Nabaa, totalmente allagata a causa della pioggia incessante.

“Non c’è cervello in giro!”, mi dice un altro mentre evita un incidente con un’altra auto che tenta di sorpassarlo.

“È tutta un’unica menzogna… Che ti aspetti in questo posto?”, ripete la gente in attesa di una risposta dalla compagnia aerea libanese Mea in sciopero da ore all’aeroporto di Beirut nel dicembre 2011.

“Ho 65 anni, ho combattuto nelle Forze Libanesi durante la guerra civile, e tuttora penso di non essere capace di vivere nel mio Paese”, dice un mio intervistato.

“Il Libano? È una sorta di kirkhane (casinò), cara mia, che accetta qualunque scommessa. Tanto alla fine sei tu quello che ci perdi in ogni caso!”, mi dice un giovane di Zgharte, davanti ad un piatto di hummus in un ristorante di Tripoli.

“Perché… c’è forse qualcosa di serio e reale in questo posto?!”, risponde con fare ironico un amico libanese alla spiegazione di una mia uscita scherzosa.

L’impressione certamente fuorviante che potrebbe restare è un immenso senso di disaffezione dei libanesi verso il loro Paese. Disaffezione cronica. E come poterlo chiamare disincanto, quando storicamente mai nulla, nel Paese dei cedri, ha permesso di costruirsi illusioni in prima istanza?

Nei sobborghi occidentali di Sydney, la neo-patria dei libanesi d’oltreoceano, ho ritrovato tra le vecchie e nuove generazioni in un primo momento l’ancor sconosciuto Libano dell’affezione; quello che avevo ben raramente incontrato tra i “neo-rifugiati” a Bir Hassan e a Shiyyah, o tra alcuni residenti di Dahiyye – sobborghi sud di Beirut – delusi e disillusi dalle politiche locali. Un’affezione difficilmente ritrovabile anche nei tanto decantati pub artificiosi di Gemmayze, o tra gli stretti vicoli fangosi di Burj al Barajne.

Pur nello smarrimento identitario, come me lo han definito gli stessi emigrati libanesi delle più vecchie generazioni, e pur nell’esilio linguistico di non padroneggiare appieno la lingua inglese, e, allo stesso tempo, di avere sempre più frequenti amnesie in dialetto libanese, il tipico attaccamento libanese al territorio riemerge nei sobborghi di Sydney in tutta la sua potenza. Le memorie dei cecchini, dei vicini nel panico, degli spari dietro l’angolo, dell’insicurezza generale ai tempi della guerra civile che hanno spinto alcuni tra questa gente a emigrare e di cui ben pochi tra loro si sentono di raccontare, si mescola all’orgoglio di appartenere genealogicamente alle oligarchie locali ai tempi del mandato francese (1920-1943).

È interessante come tra la gente della diaspora più datata, diventi bizzarramente motivo di orgoglio l’appartenenza al Libano dei “topi nel formaggio” – come il presidente riformista Fuad Shehab (1958-1964) chiamava le poche famiglie influenti e avide di spadroneggiare. Dico “bizzarramente” perchè quei topi nel formaggio sono ancora sulla bocca di buona parte della cosiddetta società civile libanese laica e libertaria, che li reputa la prima fonte dei mali odierni, e che disprezza e accusa questi molteplici don Rodrigo comunitari e feudatari, poi miliziani da strapazzo, poi signori della guerra, infine padroni della politica odierna e inguaribili tessitori della rete di vassallaggio “collaboratrice” della cosiddetta comunità internazionale. Signorotti condonati, perdonati, e persino rafforzati grazie alla grande bufala dell’amnestia generale promossa dallo Stato (marzo 1991) che ha ignorato, calpestato e omologato le esperienze e le sofferenze individuali delle vittime della guerra civile.

Nel talvolta mancato adattamento alla società australiana attuale di cui i migranti velatamente mi parlano, e nell’ideale tensione costante a impersonare il Libano dell’affezione, la “doppia assenza” di cui parlava il sociologo algerino Abdelmalek Sayyad prorompe in tutta la sua ambivalenza espressiva.

L’illusione dell’espatriato, e la sofferenza dell’immigrato. L’incapacità di tornare, e lo smarrimento nel restare.

In altre parole, il “gene diasporico libanese”, come lo chiamano essi stessi, è prodotto in zone di confine; e potrebbe sopravvivere solo sul confine, fino a incarnare il confine stesso.

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Sami Gemayel’s talk at the University of Sydney (by Estella Carpi – May 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/sami-gemayel-uomo-dal-multiforme-ingegno.html

Sami Gemayel, uomo “dal multiforme ingegno”?

29 MAGGIO 2012

(di Estella Carpi*). Lo scorso 21 maggio eravamo una sessantina ad assistere all’intervento di Sami Gemayel, eminente membro del partito falangista libanese, noto per le sue posizioni conservatrici, sulla scia dei suoi avi.

L’evento è stato organizzato dalla Australian Lebanese Association con sede a Sydney. Fondata nel 1947, ha tra i suoi principi portanti il suo carattere non religioso, non confessionale e soprattutto apolitico.

Talmente non confessionale e apolitico da invitare a parlare di democrazia l’attuale leader del partito falangista cristiano libanese. Strategie anticonfessionali o aconfessionali, a detta loro, che dopo varie interviste con le più disparate associazioni libanesi, mi sono purtroppo estremamente note.

Dopo essersi laureato all’università Saint Joseph di Beirut, Gemayel è attualmente dottorando presso l’università di Grenoble. Fratello di Pierre – eminente figura politica anti-siriana assassinata nel 2006 – ha sempre rappresentato nella compagine odierna, nonostante la sua giovane età, il pugno duro cristiano-libanese che invoca l’unione politica nazionale dei cristiani come unica soluzione per i problemi del Libano contemporaneo.

Mi siedo a fianco di un’anziana libanese velata. Il dettaglio pseudo-orientalista mi è necessario per non negarvi la serie di pensieri stereotipati che mi sopraggiungono nel trovarla in un contesto del genere: probabilmente seguace del partito al Mustaqbal fondato da Rafiq Hariri e fiera paladina della coalizione del 14 marzo?

Entra finalmente Gemayel: non sentivo una standing ovation di tale portata dai tempi del concerto degli Smashing Pumpkins nei miei tardi anni Novanta. Il suo discorso sfiora dal primo minuto il populismo più raccapricciante: diritti umani, democrazia in Libano, demolizione del sistema confessionale fonte di tutti i mali, la Siria occupante, l’Iran opprimente, Hezbollah burattino e ruffiano delle agende siro-iraniane, e il Libano, per l’ennesima volta, bellissimo staterello caduto vittima delle avide mire straniere. E via con l’applauso, come sempre, sulle note della litania della “guerra degli altri”.

Non mi sorprende che Sami Gemayel si erga a paladino della giustizia e della democrazia occidentali, per non smentire coloro che lo hanno presentato in apertura dell’evento come un uomo che “piange, soffre e gioisce con il Libano”. Un uomo d’azione che ha fatto il possibile per liberare il suo Paese dall’oppressione siriana durante la cosiddetta Rivoluzione dei Cedri del 2005. Gemayel ci chiede un minuto di silenzio per ricordare le vittime degli ultimi tragici eventi di Tripoli e poi di tutta la storia libanese.

Ci rinfresca la memoria sull’occupazione siriana del Libano (al wikala al suriyya, 1976-2005), e sull’imminente necessità di smantellare il regime di Bashar al Assad. Nel quadro del bassissimo livello dell’informazione sulla rivoluzione siriana in cui sono sprofondati in troppi, Gemayel, pur partendo da prospettive diametralmente opposte alle mie, mi trova d’accordo sul fatto che, dati gli eventi degli ultimi mesi, sia inconcepibile dubitare ancora che possa esistere un regime peggiore di questo attuale nella vicina Siria.

Ciononostante Gemayel, da buona “rosa tra le spine” – come Papa Leone X chiamava i cristiani d’Oriente – non risparmia la sua intramontabile islamofobia, dubitando della capacità “islamica” dei Fratelli Musulmani e potenzialmente dei salafiti, di far avanzare la democrazia e di migliorare il livello di occupazione, educazione e sanità, sulla linea dei cambiamenti rivendicati durante la cosiddetta primavera araba.

Se Gemayel evita perlomeno la tipica retorica maronita che prende le distanze dall’arabità, è invece un membro del pubblico a farlo: “Feci questa stessa domanda a tuo padre un decennio fa: quale sarà l’evoluzione del Libano dopo questa fase? Come garantiremo la pace alla comunità cristiana in Libano?”.

Lo spettatore – o ammiratore, sarebbe più opportuno chiamarlo – si rallegra che gli venga data la stessa risposta di un decennio prima: “Il Libano risorgerà più forte e unito di prima. E nelle prossime elezioni non ci saranno più scontri tra le Falangi e le Forze libanesi”. Trasformare il Libano nella Svizzera del Medio Oriente, come lo si  chiamava prima della guerra civile (1975-1990), dove ogni emigrato desidererebbe tornare, pare costituire l’apice dell’ottimismo delle Falangi di Sami Gemayel.

Sulle parole della peroratio, non resisto e chiedo all’anziana signora velata al mio fianco perché mai Gemayel la entusiasmi così tanto: “Non ne so molto di politica, ma viene dal mio Paese e rappresenta l’unico legame con la patria che mi resta ora come ora”. È risaputo che gli emigranti della diaspora tendono a riprodurre nel Paese di destinazione le stesse divisioni del Paese d’origine nello spazio urbano e nell’immaginario ideologico, spesso enfatizzandole. Serbi, croati, macedoni e bosniaci, maroniti, sciiti e sunniti libanesi, palestinesi e israeliani nell’Australia attuale sembrano più divisi che mai. Eppure, le loro diverse esistenze confessionali, al di là di ogni alleanza politica, ripensando alla nostra anziana signora, paiono ora riconciliarsi ai livelli più alti: quelli politici.

Come farmi sfuggire l’opportunità di una domanda a Sami Gemayel? Alzo la mano, quasi mi inerpico sulla sedia, ma non mi viene data priorità rispetto alle moltissime altre mani alzate e viene dichiarato concluso l’evento.

Come parlare di democrazia in Libano senza parlare di responsabilità, gettata tra le mani del primo sventurato come una patata bollente? Come invocare lo smantellamento del sistema confessionale e denunciare i favoritismi nepotistici tipici libanesi senza rinunciare a se stessi, eredi dei medesimi privilegi, in quelle medesime vesti politiche, portatrici sane di misfatti passati?

“L’ipocrisia è inseparabile dall’essere uomo come la viscidità dall’essere pesce”, diceva d’altronde Sören Kierkegaard. Come parlare di necessità del voto libero, non coatto, né comprato, negando esplicitamente allo stesso tempo la legittimazione di Hezbollah e il suo vasto – seppur a mio avviso declinante – consenso popolare? Come arrivare a lamentare l’attuale condizione dei maroniti ridotti a cittadini di secondo grado? Con che realismo e onestà politici parlare della necessità di “neutralità e decentralizzazione” in una realtà dove le amministrazioni locali – il Metn, per quanto lo riguarda – non sono altro che il volto postmoderno di clientelismi di stampo feudale, tuttora prostituiti a un’ambigua comunità internazionale? Con che coraggio invocare l’imparzialità sulla questione arabo-israeliana, quando migliaia di figli della Nakba palestinese vivono di stenti all’interno dei confini libanesi e si vedono negati quei diritti che lui stesso reputa “inattuabili” se all’interno di una realtà islamica? Queste sono solo alcune delle tante domande che avrei voluto porgli.

È un inno a Sami Gemayel, uomo che in Libano “non è libero come lo è qui ora mentre lo vedete in carne ed ossa”, e un bell’Allah yehmik (Dio ti protegga) a lui dedicato a chiudere l’evento.

Come direbbe Gibran, “Pietà per la nazione, i cui uomini sono pecore e i pastori sono guide cattive… Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi e i cui saggi sono messi a tacere. Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi. Pietà per la nazione”.

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* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.

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Lebanese post-memory in western Sydney (by Estella Carpi – July 2012)

Qui e’ stato il concetto di Marianne Hirsch di “post-memoria” a ispirarmi la ricerca di cosa e come venga vissuto il ricordo lieto e nostalgico del Libano, o ricordo inteso come trauma post-guerra nella comunita’ libanese della periferia di Sydney.

http://www.sirialibano.com/lebanon/il-libano-oltreoceano-la-post-memoria.html

20 LUGLIO 2012

(di Estella Carpi*). “Ho qui figli e famiglia oramai da moltissimi anni, ma tornerei in Libano”, mi dice Elias, uno dei migliori fornai dimanaqish a Sydney. “Adesso non c’è più la guerra, davvero, si starebbe benissimo. Ogni anno ritorno e vado su a Faraya. Magari potessi starmene lì, all’ombra dei miei alberi”.

“Son i Palestinesi che hanno rovinato il Libano. È per questo che son venuto qui a rifarmi una vita. Ci hanno sottratto le risorse e le forze, ci hanno logorato con la loro avidità”, mi dice un anziano bottegaio.

O., 27 anni, di Tripoli, davanti a unashisha all’uva racconta: “Son qui dal 2007. Sono partito dopo gli scontri di Nahr al Bared, dove Fath al Islam tagliò la gola a mio cugino che allora combatteva nell’esercito. Così lo hanno sgozzato – imita il gesto passando la mano sinistra sulla gola – senza esitazione. Eppure non mi sono mai stancato di stare lì a sentire le solite baggianate. Perché non me ne è mai importato: è solo e sempre la politica che rovina il Libano. Ma basta tapparsi le orecchie, e non ascoltare. Il Libano può essere vissuto solo senza politica… Qui metto via i soldi, e poi ritorno. Lo so che ritorno. Perché come il Libano non v’è nulla al mondo, grazie a quello che Hariri ha fatto per noi. Sono lontano, ma Hariri e la mia gratitudine per lui scorrono nelle mie vene, ovunque io vada”.

W. nella biblioteca di Canterbury, nella periferia occidentale di Sydney, mi parla di come la distanza dal Paese le abbia in realtà permesso, ogniqualvolta torni, di scoprire nuovi spazi che non aveva mai esplorato prima all’interno del Libano stesso: “Con la migrazione mi si è aperto un nuovo Libano al cospetto, devo dire. Mentre vivevo lì non avrei mai sfiorato l’idea di metter il naso al di fuori della mia day’a (villaggio)”.

A., 34 anni, di Tiro, mi parla della spossatezza psicologica di essere costantemente ignorati dallo Stato, della gelosia che nutriva verso chi invece ai servizi poteva accedere: verso chi la salute se la poteva permettere, verso chi l’istruzione per costruirsi i mezzi per edificarsi un futuro privo di armi, illusioni, resistenze e martiri poteva ottenerla.

Il peso delle istituzioni, o meglio il peso della loro perfida assenza, riempie ancora le memorie delle vecchie generazioni. Il coraggio che era quello di partire e di condannarsi, in un certo senso, a essere cittadini di secondo grado in qualità di neo-immigrati, diventa ora quello di tornare, di rivivere, di reimmedesimarsi.

Ringrazio Marianne Hirsch che, parlando dei figli dei sopravvissuti all’Olocausto, ha coniato il termine “post-memoria”. Il termine offre a tutti noi il modo di esplorare la diversificazione generazionale dei fenomeni di appartenenza e degli effetti delle sofferenze ereditate.

Il Libano oltreoceano della post-memoria che mi è raccontato dai più giovani libanesi nati e cresciuti in Australia, davvero mi lascia un’immagine fatta di cedri e ‘ud, di fumanti makanek, squisiti fattoush e melodie di Feyrouz. La post-memoria di chi ha udito i racconti dei genitori, quando ha avuto la fortuna di udirli, di chi non è mai stato testimone degli atroci eventi dei vari massacri, si alleggerisce oltreoceano e, stando a quanto raccontano, alleggerisce anche in qualche modo l’attaccamento al territorio.

Lungi da qualsiasi meccanicismo inutilmente volto a dimostrare una tensione tra integrati e disadattati, continuità e rottura, nostalgia e oblio, la memoria delle più giovani generazioni libanesi emigrate in Australia, se da un lato non può esser letterale, ovvero costituita da eventi storici personalmente vissuti, dall’altro lato resta pur sempre semiotica: il segno per antonomasia che tende a disegnare una loro identità supposta. Un’identità non lungamente sfidata e apostrofata dalla beffa delle istituzioni libanesi, a differenza di quella dei loro genitori.

La temporalità della migrazione, le risorse economiche, il precedente status sociale, giocano ancora un ampio ruolo nel creare l’immaginario ideologico e lo stile di vita di questi migranti. Sembra che tutto questo invece abbia ben poco a che fare con la loro appartenenza confessionale.

La reticenza a raccontare la guerra civile e la totale disaffezione verso l’olistica politicizzazione della realtà libanese, sono rintracciabili più nei suoi migranti che in coloro che restano. Al di là di tutto, la sorpresa e l’imbarazzata gelosia che i migranti – nonché io stessa – provano verso chi in Libano resta, è facile da percepire.

Eppure quello che accomuna le due sponde del confine è il senso di vergogna dei propri ricordi e dei propri vuoti di memoria libanesi allo stesso tempo, considerando che chi resta, come brillantemente osservava Hoda Barakat nel suo Lettere da una straniera, simula “dei buchi di memoria ancora più grandi e più profondi”.

(parte 1)

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* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.

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“Leave to Remain: a Memoir” by ‘Abbas al Zein (by Estella Carpi – May 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/partire-per-restare-memorie-di-un-migrante-libanese.html

Partire per restare, memorie di un migrante libanese

20 MAGGIO 2012

(di Estella Carpi*). Qualche ora insieme ad Abbas El Zein nel campus dell’Università di Sydney spinge decisamente a leggere il suo libro Leave to Remain: a Memoir. Libanese nato a Haret Hreik, Abbas El Zein emigra in Australia nel 1995 per insegnare ingegneria civile e costruire la sua famiglia. A parte la sua rinomata stoffa di ingegnere, El Zein ha un’ottima vena narrativa che gli vale il Community Relations Commission Award del New South Wales nel 2010.

Anche a distanza di tre anni dalla pubblicazione, vale decisamente la pena recensire il suo secondo libro sulle sue memorie beirutine in qualità di autoctono e di migrante. È la paradossale modalità inglese di chiamare il permesso di soggiorno “nulla osta a restare” – “leave to remain”, per l’appunto – nei suoi anni di studente e neo-migrante in Inghilterra a suggerirgli il titolo del libro.

Il testo si presenta sotto forma di etnografia prettamente autobiografica che spazia dal Libano all’Australia e dall’Inghilterra all’Iraq, e riluce in molti suoi punti di ironia tagliente e di umorismo liberatorio, mescolati alla sofferenza lancinante della popolazione sciita durante gli anni della guerra civile.

In un’abilmente evitata spettacolarizzazione delle sue esperienze famigliari e individuali, El Zein coinvolge il lettore quando ilare parla dell’ethos americanista della Facoltà di Ingegneria all’Università Americana di Beirut negli anni della sua giovinezza, o ancora quando, tra le prime righe del libro, menziona i racconti della madre che gli ricorda come da bambino soleva cadere dal letto, tendenza che lui ricollega alla sua incapacità di vivere sui “bordi delle cose” e quindi alla sua tendenza cronica a estremizzarle.

È interessante come l’autore riesca a utilizzare costantemente un tono piuttosto mesto, se consideriamo il carico umano delle esperienze narrate. Ad esempio quando racconta la morte di sua nonna materna, vittima delle bombe israeliane nella prima operazione militare in Libano del 1978, chiamata – con tanta grazia da parte dell’esercito israeliano e delle narrative storiche più raccapriccianti su quegli anni – “Operazione di Pace in Galilea”. Il quadro narrativo della morte della nonna è stemperato con delicata normalità nei suoi ricordi di bambino-lettore di Tintin, Asterix e Obelix: l’autore si sforza di verbalizzare quei giorni per riviverne l’esperienza mentale.

Nella descrizione della fuga della sua famiglia dal Sud del Libano a Broumana, nel Metn, durante la guerra civile, e del loro rifiuto categorico di essere definiti “rifugiati” – fobia tipica libanese – e di esser dispersi dalla normalizzazione della violenza in corso, l’autore riesce nell’intento di condividere il ricordo delle esperienze individuali senza eccedere in patetismi. La volontà sembra essere quella di innestare un senso di consapevolezza fattuale di quel che è stato, piuttosto che sentimentalizzare ciò che inevitabilmente resta solo ricordo soggettivo.

El Zein si fida emotivamente del lettore, il quale non scambierà per rinnegazione identitaria il processo di straniamento dello scrittore, rintracciabile in alcune pagine del testo che riecheggiano i formalisti russi, come nel tono piuttosto distaccato nel descrivere il pellegrinaggio alle tombe di Kerbala e la sua prima partecipazione alla Ashura sciita che commemora la morte dell’Imam Hussein (680 d.C.).

“Beirut, with its taut pluralism and cynical tolerance, provided living space for our hybrid selves” (“Beirut, con il suo pluralismo teso e la sua tolleranza cinica, ha offerto uno spazio vitale alle nostre identità ibride”), ricorda El Zein parlando della Beirut pre-guerra e di come essa contrasti con la delusione di tornare nel suo Paese dopo anni di studio all’estero per lavorare come consulente presso il Ministero dell’Ambiente durante il mandato presidenziale di Elias Hraoui (1989-1998).

Le memorie degli anni post-Taef, la mercificazione degli spazi beirutini nel progetto di ricostruzione e l’amnistia generale promossa dallo Stato libanese dopo la guerra civile, costituiscono gli unici passaggi in cui l’autore inasprisce il tono e fa trapelare un sentimento di rabbia per l’infinita serie di aborti legali generati da quella che definisce la nota negligenza civica e noncuranza pratica delle istituzioni libanesi.

Nella seconda parte della sua autobiografia, invece, El Zein lascia maggior spazio all’introspezione.  Autodefinendosi “vittima e beneficiario della globalizzazione, della corruzione e della sua preoccupante incapacità di stabilirsi in un posto una volta per tutte”, approda in Australia con un’immensa sete di legge dopo gli anni travagliati della guerra civile libanese, per antonomasia baratro dello stato di diritto.

Benché l’autore non cada quasi mai nell’allettante quanto comune abuso dell’auto-analisi, mi rammarico che nelle sue ultime pagine si ritrovi un eccessivo descrittivismo di quadri famigliari, capace di minare con un velato autocelebrativismo il fino ad allora riuscito anti-patetismo rappresentativo.

In una Sydney ipocritamente permeabile ai dissensi e abile nel rendere invisibili al visitatore temporaneo e inesperto le molteplici sofferenze sociali dei suoi numerosi migranti, El Zein fa intuire al lettore attento la sua maturata, leggera ma ferma consapevolezza dell’ineluttabile solitudine a cui condanna la lucida memoria di atrocità storiche, scomode parti del sé.

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