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Da alleati a terroristi: la guerra mediatica del Golfo ai Fratelli Musulmani

(Originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Nel 2014 sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di dichiarare i Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) un’organizzazione terroristica, a dispetto dell’alleanza storica tra il movimento di Hasan al-Banna e le monarchie del Golfo e della posizione del Qatar, che rimane tuttora il suo maggiore sponsor.

Tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) permangono infatti delle divergenze: oltre alla posizione antitetica del Qatar, il Kuwait presenta un’opinione pubblica divisa, consapevole degli stretti legami esistenti tra casa regnante e Fratelli Musulmani. In parallelo alla lenta riconciliazione con Doha e all’ascesa al trono di Salman Abdul-‘Aziz lo scorso gennaio, la stessa Arabia Saudita sembra essere leggermente più possibilista per quanto riguarda il dialogo con i Fratelli. Sul fronte dell’intransigenza si trovano invece gli Emirati, che a differenza degli altri regimi del Golfo, possono addurre come motivazione lo smascheramento di una presunta rete insurrezionalista collegata agli Ikhwan nel 2013.

Le diverse posizioni emergono dall’analisi della copertura mediatica dei Fratelli sulle emittenti del Golfo: la stessa retorica utilizzata nell’attaccarli è sintomo di problemi ben più profondi legati alle contingenze regionali e all’esigenza delle monarchie di salvaguardare la propria stabilità. È solo attraverso una lettura connessa ai nodi irrisolti della democratizzazione che si può comprendere come tutto d’un tratto il vecchio alleato sia diventato un acerrimo nemico.

Retorica anti-Ikhwan

Numerose posizioni appartengono al filone complottistico, come le teorie di un collettivo di attivisti filo-governativi sauditi, il Gruppo Nayef Bin Khaled, che si è costruito un seguito notevole su YouTube, attraverso dei video-collage in cui accostano una serie di dichiarazioni di leader dei Fratelli Musulmani per smascherare le loro cospirazioni. In questo video, ad esempio, si mostrano i discorsi precedenti alla rivoluzione del 2011 di uno dei leader yemeniti dei Fratelli Musulmani, Abdul-Majid al-Zindani, in cui accusa Israele e Usa di istigare i popoli arabi a insorgere contro i propri governi, per poi passare alla gioia di Zindani all’indomani del rovesciamento del regime del presidente Ali Abdullah Saleh e accusarlo di doppiezza nei confronti dei governanti. Il paradosso è che il disprezzo nei confronti dei Fratelli Musulmani, in quanto presunti agenti di Washington, proviene da un collettivo lealista saudita, schierato a difesa delle istituzioni di un regime da sempre allineato al blocco Nato.

Allargando invece lo sguardo sul tumultuoso contesto regionale, persino un autore schierato con Riyadh come Abdullah Bin Bijad al-‘Otaibi scrive sul quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat che la messa al bando dei Fratelli Musulmani in Arabia Saudita è motivata anche dalla loro capacità di sfruttare le rivendicazioni della gente per “spezzare le file (shaqq al-sufuf)”, ovvero dare vita a una nuova base di dissenso. Nel Golfo, come in altri regimi, la paura del cambiamento interno si nasconde dietro complottismi più o meno fondati (e a volte alquanto “fantasiosi”).

Nell’universo dei linciatori di piazza dei Fratelli Musulmani vi è poi chi si concentra sugli aspetti ideologici e rema controtendenza rispetto al mare di analisti che riconducono gruppi come l’autoproclamatosi “ Stato Islamico” al wahhabismo saudita: lo stesso ‘Otaibi profonde infatti i suoi sforzi in difesa della dottrina officiale dei Sa’ud sul sito di Al-Arabiya e accusa i Fratelli Musulmani di essere la prima fonte d’ispirazione dei gruppi jihadisti. L’autore sostiene infatti che il wahhabismo sia inconciliabile con i movimenti armati clandestini, in quanto condizionato dal riconoscimento della legittimità delle istituzioni. Naturalmente, a ‘Otaibi non interessa ricordare che gli Ikhwan sono stati perseguitati da diversi regimi, mentre il wahhabismo è diventato la dottrina ufficiale di una dittatura. Risultano invece interessanti i riferimenti dell’autore alla simbologia e agli strumenti di propaganda utilizzati dallo Stato Islamico, dal “sorriso del morto” alla “luce nei sepolcri”, fino agli inni islamici, che sarebbero ricollegabili alla letteratura degli Ikhwan piuttosto che a quella wahhabita.

Un aspetto innegabile della strategia utilizzata dai Fratelli per assumere il controllo delle società in cui operano, nonché uno degli assi centrali delle invettive scagliategli contro, è la natura “massonica” del movimento, capace di infiltrarsi nelle istituzioni inserendo i propri adepti in settori chiave come l’istruzione e costruire degli imperi finanziari fondati sulle donazioni dei membri. Una sorta di Comunione e Liberazione del mondo musulmanocontro cui si scaglia il conduttore kuwaitiano Mohammad Mulla (Shahed TV), accusando i Fratelli di aver “occupato (ihtallu)” le istituzioni, operando anche in segreto attraverso i loro seguaci non dichiarati.

Il potere conquistato dagli Ikhwan nei ministeri dell’istruzione, al punto da condizionare la redazione dei curriculum scolastici e controllare le attività studentesche, è stato del resto un tratto comune alla storia del movimento in Kuwait, Arabia Saudita e Emirati. Scrivendo sul magazine saudita al-Majalla, Abdullah al-Rashid ricorda come l’episodio che scatenò agli inizi degli anni ’90 la prima campagna di epurazioni degli impiegati Ikhwan all’interno del ministero dell’istruzione a Dubai fu una borsa di studio negata a uno studente universitario, che non nutriva particolari simpatie per i Fratelli. In Kuwait, scrive Ali al-Kandari in una ricerca pubblicata da Al-Jazeera, il peso sociale concesso agli Ikhwan attraverso il monopolio dell’educazione era invece parte della tacita intesa stretta con la casa regnante dei Sabah, a condizione di evitare lo scontro politico. Tale alleanza ha retto dagli anni ’60 almeno fino al 2007, quando il braccio politico dei Fratelli in Kuwait (Hads) ha portato avanti con successo la sua prima campagna contro la corruzione governativa. Oggi Hads prosegue il suo boicottaggio del Parlamento, chiedendo una riduzione dei poteri dell’emiro.

Lo sfruttamento delle istituzioni, la natura segreta dell’organizzazione, l’adescamento dei giovani e l’utilizzo delle donazioni destinate alla Palestina per finanziare le proprie attività sono al centro di una breve fiction emiratina intitolata “I Fatti dell’Organizzazione dei Fratelli Musulmani negli Emirati“(Haqaiq tanzim al-Ikhwan al-muslimin fi al-Imarat): un’ “arsenale” quindi di topos etici, dal movimento che agisce nell’ombra e corrompe le future generazioni al raggiro dei pii musulmani intenzionati ad aiutare i correligionari palestinesi.

Uno spezzone del filmato viene poi dedicato al tema controverso della bay’ah, il giuramento di fedeltà islamico storicamente riservato ai governanti di una comunità sulla base di una serie di condizioni.  Gli Ikhwan la utilizzano invece per cementare la lealtà dei seguaci alla loro guida (murshid). La voce fuori campo accusa i Fratelli di spacciare per religione un affare politico, tuttavia, il messaggio trasmesso da un dotto islamico per rimettere sulla retta via il giovane protagonista traviato dagli Ikhwan è intrinsecamente politico: la bay’ah rimane una prerogativa del Profeta e dei leader di Stato, ma non di gruppi come gli Ikhwan.

Se si escludono gli arresti avvenuti nel 2013 negli Emirati, la propaganda anti-Fratelli dispone di ben pochi esempi di insurrezionalismo interni al Golfo imputabili all’organizzazione. Di fatti, le invettive di emittenti saudite come Al-Arabiya si concentrano sugli eventi egiziani, accusando il movimento di essere responsabile anche dell’assassinio di Sadat da parte del Jihad Islamico (1981), un collettivo che aveva preso le distanze dalle posizioni moderate del leader locale dei Fratelli Hassan al-Hudaybi (1951-73), pur essendo influenzato dall’ala oltranzista degli Ikhwan vicina alle idee di Sayyid Qutb tra gli anni ’50 e i ’60.

Già nel 2004, quando l’allora ministro degli interni saudita Nayef Bin Abdul-Aziz aveva imputato ai Fratelli Musulmani la diffusione dell’estremismo responsabile degli attacchi dell’11 settembre, lo scrittore statunitense Graham Fowler aveva sottolineato in un articolo pubblicato da Al-Jazeera come il movimento islamico ripudiasse in realtà la violenza nella maggioranza dei Paesi in cui era attivo (con l’eccezione del Sudan e della Palestina). Fowler aveva quindi ricollegato le dichiarazioni del ministro saudita alla necessità di svincolare Riyadh da una posizione difficile, bersaglio delle critiche statunitensi post-11 settembre e dell’ostilità dei militanti islamici, più che a una reale minaccia posta dagli Ikhwan. Allo stesso modo, una lettura odierna della guerra mediatica saudita contro il movimento non può prescindere dal contesto regionale che vede Riyadh adirata dall’avvicinamento iraniano-statunitense e imputata di essere la fonte ideologica – se non finanziaria- a cui si abbevera lo Stato Islamico.

Il fronte dei recalcitranti nella guerra ai Fratelli Musulmani: Kuwait e … Arabia Saudita?

Gli Emirati sembrano i più determinati a reprimere gli Ikhwan, anche a livello mediatico, dove sono pressoché inesistenti le prospettive critiche sulle posizioni governative.
Tuttavia, lo sradicamento dei Fratelli dagli Emirati passa da una potenziale destabilizzazione del Golfo, per via dei rapporti stretti esistenti tra il movimento e alcuni regimi: di fatti, il capo della polizia di Dubai Dahi Khalfan, già al centro di una polemica con il leader spirituale degli Ikhwan Yusuf al-Qaradawi, ha più volte accusato il Kuwait di essere il principale finanziatore delle attività del gruppo negli Emirati. Ed è proprio dalle emittenti del Kuwait che provengono le apologie più frequenti del movimento islamico, come quella pronunciata sugli schermi di al-Adala TV dall’ex-parlamentare kuwaitiano Saleh al-Mulla, il quale sottolinea la contraddizione del supporto espresso dal Bahrain per la classificazione degli Ikhwan comegruppo terroristico, dal momento che il suo ministro degli esteri li aveva appena definiti “una componente importante del tessuto sociale bahrainita, che agisce secondo la legge.”

Non è un caso che, dei tre Paesi, quello dove i media offrono una maggiore pluralità di opinioni al riguardo sia il Kuwait, che è stato toccato dall’ondata di proteste che ha attraversato la regione nel 2011, e dove è comunque difficile si giunga a uno scontro tra monarchia e Fratelli Musulmani, per via dei buoni rapporti costruitisi in decenni di solidarietà in funzione anti-nazionalista e anti-comunista, che ricordano la situazione degli Ikhwan in Giordania. Anche nel contesto attuale, in cui i Fratelli si trovano schierati con l’opposizione, è più probabile che ad avere successo sia l’ala del movimento più pronta al compromesso, ovvero quella storicamente legata al palazzo da interessi economici. Gli sviluppi più recenti hanno di fatti visto l’inizio di una scissione tra partito Hads e movimento dei Fratelli, poiché l’impero finanziario di quest’ultimo iniziava a risentire dell’ostilità governativa.

Persino in Arabia Saudita c’è chi ritiene controproducenti gli effetti di una guerra aperta ai Fratelli Musulmani, come è emerso da un’intervista rilasciata ultimamente a Rotana TVdall’ex-parlamentare saudita Ahmad al-Tuwaijri, che ha definito “un insulto all’Arabia Saudita” la classificazione terroristica di un movimento legittimo esteso dal Marocco all’Indonesia. Gli Ikhwan, prosegue Tuwaijri, dovrebbero essere considerati “estensione strategica” degli interessi della monarchia, anche alla luce delle relazioni storiche con i Sa’ud, i quali iniziarono ad accogliere i membri egiziani del movimento ai tempi delle persecuzioni di Jamal Abdul-Nasser negli anni ’60.
La riconciliazione tra i custodi della Mecca e quelli che sono stati a lungo i loro alleati in politica estera, in funzione anti-nasserista, anti-baathista e anti-comunista, sembrerebbe del resto l’opzione più prudente per fronteggiare un contesto regionale ricco di insidie, tra cui spicca l’ascesa al potere degli Houthi sciiti in Yemen. Nonostante l’opposizione degli Emirati, il riavvicinamento tra Riyadh e Doha e alcune dichiarazioni più aperte al dialogo con i Fratelli Musulmani rilasciate in passato dal nuovo sovrano saudita Salman Abdul-‘Aziz sembrano inserirsi nella stessa direzione.

Tuttavia, come sottolinea l’opinionista saudita Noura Mash’al sul sito Noon Post, gli Ikhwan sono destinati a rimanere un rivale politico e ideologico ingombrante per l’egemonia saudita. Tra le petromonarchie, l’ago della bilancia continua così a essere il regno wahhabita, in quanto maggiore potenza politico-mediatica, chiamata ancora una volta a ritrovare un difficile equilibrio tra le forme d’Islam politico supportate all’estero (i Fratelli Musulmani ieri, i salafiti oggi) e le loro ripercussioni interne, un equilibrio già spezzatosi nel 2011 con l’ascesa al potere di numerosi gruppi vicini ai Fratelli e nel 2014 con l’emersione dello Stato Islamico.

Il nodo irrisolto ben più profondo resta però il processo di democratizzazione, che ha toccato solo marginalmente i Paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo nel 2011 e di cui le tensioni con gli Ikhwan saranno soltanto una delle molteplici manifestazioni future.

 

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Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sull’ascesa di Al-Jazeera English come media più professionale e meno parziale dell’ominima emittente panaraba.

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Analisi
Al-Jazeera news anchors Veronica Pedrosa
(photo: aaron-sekhri.com)

Sono passati ormai diciassette anni dalla nascita dell’emittente satellitare panaraba Al-Jazeera (AJ), un progetto rivelatosi in grado di rivoluzionare una regione abituata alla rigida censura governativa. Nel 2006, una volta conseguita l’affermazione del canale quale fonte giornalistica più autorevole del mondo arabo, l’emirato del Golfo ha deciso di imporre il suo marchio nel club degli imperi mediatici anglofoni attraverso il lancio di Al-Jazeera English (AJE), originariamente nota con il nome di Al-Jazeera International.

Fin dall’inizio, l’emittente è stata oggetto di accese polemiche sia nel mondo arabo, preoccupato che l’obiettivo fosse uno smorzamento occidentalizzato delle posizioni anti-imperialiste, sia in Occidente, data la demonizzazione islamofoba attuata per anni dalle aree politiche conservatrici nei confronti del canale. Simili pregiudizi e l’ostracismo della concorrenza hanno finora relegato la popolarità di AJE tanto in Asia che in Africa e mettono ora a dura prova il successo di Al-Jazeera America appena sbarcata negli States.

La chiave del successo delle due emittenti anglofone del network del Qatar sui mercati europei e americani sarà la mobilitazione dell’opinione pubblica in favore della libertà d’espressione e del pluralismo mediatico, senza aspettarsi che l’orientamento trascenda il contesto mediorientale d’origine e venga meno alla missione di megafono del ‘sud globale’ [1].

L’altro lato della medaglia è il parallelo declino della credibilità di AJ, divenuta strumento della politica estera della famiglia reale al-Thani, in netto contrasto con la professionalità di AJE: il rischio è che il canale anglofono diventi un biglietto da visita dell’emirato al di fuori della regione, riducendo AJ a innocuo strumento di propaganda.

Perché Al-Jazeera English non ha mai inteso emulare la BBC o la CNN

Alla nascita di AJE, molti giornalisti di AJ avevano espresso il loro timore che il modello di resistenza mediatica, reso celebre dallo smascheramento dei crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq, venisse filtrato dal team di giornalisti ‘importati’ da canali come la Bbc. Stando alla testimonianza di William Stebbins, caporedattore di AJE a Washington dal 2005 al 2010, il Ministero degli Esteri statunitense aveva promesso maggiore accessibilità alle fonti governative in cambio di pressioni sullo staff arabo ostile alla Casa Bianca.

Doha aveva subito resistito a un simile snaturamento dell’identità del marchio Al-Jazeera, promuovendo l’artefice del successo del canale arabo, il palestinese Wadah Khanfar, alla direzione generale del network televisivo; Khanfar aveva quindi provveduto a mutare il nome dell’emittente anglofona da Al-Jazeera International ad Al-Jazeera English, in un chiaro ridimensionamento delle aspirazioni dei ‘nuovi arrivati’. A dispetto dell’indipendenza da Doha sbandierata dall’ex-direttore amministrativo di AJE, Nigel Parsons, Khanfar ha cercato di mantenere l’emittente anglofona fedele alla missione di Al-Jazeera di essere una voce degli emarginati del “sud globale”.

Diversi analisti hanno però bocciato la professionalità di AJE, dando per scontato fosse stata concepita per ‘redimere’ i presunti eccessi anti-americani della ‘sorella’ araba. In questo senso, erano state emblematiche le dimissioni del 2008 di David Marash, celebre presentatore americano assunto da AJE, il quale aveva dichiarato di non identificarsi nella visione “araba e post-colonialista” del canale. Marash aveva dimostrato di non tenere così in alcuna considerazione l’orientamento del pubblico di AJE. Come messo in luce dagli studiosi di media Mohammad al-Nawawy e Shawn Powers, chi preferisce AJE alla Cnn o alla Bbc si distingue infatti per una posizione critica nei confronti della politica estera americana.

La chiave di lettura dell’orientamento di AJE risiede nelle teorie formulate da Kai Hafez [2], che considera gli spettatori un ‘elettorato’ piuttosto che un pubblico universale privo di idee pregresse. Nel contesto contemporaneo saturo d’informazione, i telespettatori cercano delle conferme delle loro convinzioni, quelli di AJE tanto quanto quelli della BBC.

La possibile via del successo per Al-Jazeera English in Occidente

Se finora i pregiudizi sul mondo arabo e alcuni calcoli di natura commerciale della concorrenza hanno limitato la popolarità di AJE negli States e in Europa, una piccola esperienza locale di successo può indicare le carte da giocare per assicurarsi il pubblico occidentale. Il dottorando William Youmans ha seguito in dettaglio il caso di un provider via cavo del Vermont (Usa), la Burlington TV, una delle pochissime piattaforme ad aver accettato di trasmettere AJE nel 2007, in un Paese dove l’emittente qatarense è riuscita ad assicurarsi un canale solamente quest’anno con l’acquisto di Current TV, l’emittente posseduta da Al Gore.

Si tratta di un caso particolare, in considerazione della natura semi-pubblica della Burlington TV, che è solita consultare i suoi telespettatori in quanto fruitori di un servizio, e dell’orientamento politico a favore del partito democratico prevalente nello stato del Vermont. Nel 2008, il fatto che alcuni residenti si fossero opposti alla trasmissione di Al-Jazeera ha spinto le autorità locali a indire una serie di dibattiti, a cui hanno partecipato cittadini e membri dello staff di AJE: in merito alle obiezioni avanzate dal fronte del ‘no’, è stato concluso che non vi fossero prove sufficienti né del contenuto anti-israeliano né dell’influenza della natura anti-democratica dell’emirato sul palinsesto. In nome della libertà d’espressione e del dialogo interculturale, il comune di Burlington ha deciso di non interrompere le trasmissioni di AJE.

Alcuni dei partecipanti al dibattito hanno confermato la validità delle teorie di Hafez sul pubblico inteso come ‘elettorato’ dalle posizioni predefinite, sminuendo l’eventualità che i telespettatori sviluppino tendenze anti-americane a causa di Al-Jazeera English. L’esperienza di Burlington potrebbe suggerire alla direzione di AJE e AJA la strategia migliore per guadagnare popolarità in Occidente, promuovendo dei dibattiti tra fasce di pubblico politicizzato e già incline alla ‘contro-informazione’.

Al-Jazeera English guadagna credibilità a spese di Al-Jazeera

Pur condividendo una visione contro-egemonica nei confronti dei media occidentali, il divario creatosi tra AJE e AJ in termini di credibilità è invece evidente in determinati contesti, Egitto e Bahrain in primis, dove la mano pesante dell’emirato ha condizionato la copertura degli eventi. A differenza della questione palestinese, dove l’insistenza di Doha nel mantenere dei buoni rapporti con Tel Aviv sin dal 1996 non ha condizionato la copertura del conflitto in senso filo-israeliano, la tutela dei legami con i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita ha limitato la professionalità di AJ nell’occuparsi di Egitto e Bahrain.

Nel primo caso, i segnali della faziosità di Al-Jazeera Mubashir Misr (Al-Jazeera in diretta dall’Egitto- il canale creato ad hoc per seguire gli eventi egiziani) sono innumerevoli: basti constatare il dominio assoluto delle interviste a opinionisti a sostegno del deposto presidente islamista Mohammed Mursi sulla pagina YouTube del canale o la scelta di concedere oltre venti minuti al dotto islamico Yusef al-Qaradawi, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani, per rivolgersi “al popolo egiziano” alla stregua di un presidente.

In merito invece al Bahrain, nonostante lo spazio concesso all’opposizione bahrainita anche su programmi di punta come Al-Ittijah Al-Mu’akis (La Direzione Opposta), la presa di posizione del canale al fianco della monarchia è palese in servizi come quello di Fawzi Bushra del 16 marzo 2011, dove l’insurrezione bahrainita viene definita “confusa” rispetto ai moti popolari egiziani e tunisini, in quanto divisa tra sciiti e sunniti.

Il Qatar, in qualità di membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), ha acconsentito all’invio delle truppe del Dir’ al-Jazirah (Scudo della Penisola) in Bahrain il 14 marzo 2011 in supporto del regime. Come rivelato da un documento dell’ambasciata statunitense di Doha pubblicato da Wikileaks, al-Jazeera è riuscita a mediare la riconciliazione con l’Arabia Saudita nel 2010 attraverso una copertura favorevole della famiglia reale; Riyadh si è del resto collocata in prima linea nel supportare l’intervento in Bahrain, temendo pericolose ripercussioni nelle regioni sciite saudite.

Al contrario, AJE ha riservato maggiore spazio alla rivoluzione bahrainita, approfondita tramite un documentario intitolato ‘Shouting in the Dark’. In questo caso, il canale anglofono ha seguito una politica redazionale indipendente da Doha, evitando per esempio di applicare due pesi e due misure in Bahrain e in Siria, contesto quest’ultimo in cui AJ si è schierata apertamente con i rivoluzionari, omaggiandoli di una copertura continua degli eventi. L’intensità del conflitto esploso in Siria non legittima completamente la scala di priorità, considerata l’attenzione maggiore dedicata ai rivoluzionari pacifisti egiziani in confronto ai loro omologhi bahrainiti.

Le dimissioni di Wadah Khanfar del 2011 e la nomina alla direzione del network di un membro della famiglia reale senza alcuna esperienza giornalistica, Ahmad Bin Jassem al-Thani, avevano già suggerito un giro di vite delle élite qatariote. Un ulteriore passo indietro è stato il ripristino del Ministero dell’Informazione nel rimpasto ministeriale guidato dal nuovo emiro Shaykh Tamim Bin Hamad al-Thani, asceso al trono il 26 giugno scorso: tale ministero, da sempre utilizzato come strumento di controllo nel mondo arabo, era stato abolito dal padre Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani in un gesto di apertura coinciso con il lancio di Al-Jazeera nel ’96. Lo stesso Khanfar aveva del resto motivato il suo abbandono sostenendo di aver portato a termine la sua “missione”, trasformando Al-Jazeera in un network internazionale d’informazione.

Ora che il Qatar è riuscito ad affermarsi come potenza, si trova immerso in un contesto costellato da realtà mediatiche intraprendenti quanto Al-Jazeera, emerse dalla caduta dei vari regimi (si pensi al ricco panorama satellitare iracheno): non trattandosi più di un’eccezione regionale, AJ potrebbe iniziare a essere percepita come realtà nazionale, chiamata a monitorare l’operato della classe dirigente. Secondo l’analisi dell’ex-caporedattore di AJE William Stebbins, l’emirato ha preferito limitare i danni e ripiegare su una missione molto meno ambiziosa di quella di Khanfar.

Nonostante dipenda finanziariamente dalle stesse casse e sia già stata oggetto delle pressioni di Doha, AJE sembra mantenere livelli superiori di professionalità. L’abdicazione volontaria di Shaykh Hamad, per esempio, è stata sì erta a “passo senza precedenti” [3] nella regione, ma senza scadere negli elogi sperticati dell’emittente araba, la quale non ha esitato a dedicargli una sezione speciale sul sito. AJE si è invece distinta mandando in onda una puntata di Inside Story (26 giugno 2013), in cui il corrispondente del The Guardian britannico, Ian Black, ha ricordato come il Qatar abbia prorogato di recente il mandato del Consiglio Consultivo, procrastinando ulteriormente le elezioni parlamentari. Sempre Inside Story (14 giugno 2013), ha dedicato un’altra puntata ai timori connessi allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei preparativi per la Coppa del Mondo di calcio, in programma a Doha nel 2020.

D’altro canto, come suggerito dall’ex-caporedattore Stebbins, le maggiori libertà concesse ad AJE potrebbero essere parte di una strategia volta a presentare un’immagine più liberale al pubblico anglofono esterno alla regione, mantenendo invece un controllo più rigido sul contenuto di AJ. Paradossalmente, considerando l’originale funzione di resistenza svolta nei confronti dei media occidentali, Al-Jazeera finirebbe per rassomigliare alla Cnn, di cui ai tempi della guerra in Iraq veniva criticata la disparità dei contenuti a seconda del pubblico: propaganda militarista per i telespettatori americani e commenti più sobri su Cnn International. Un’ Al-Jazeera lontana dagli albori da paladino della libertà d’informazione, rifondata sul consenso interno e le immagini edulcorate all’estero.

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Note

[1] Nelle parole di Ibrahim Helal, vice direttore delle notizie e dei programmi di AJE. Si veda: Mohammed el-Nawawy e Shawn Powers, Mediating Conflict. Al-Jazeera English and the Possibility of a Conciliatory Media [2008].

[2] Hafez, K. (2000) The West and Islam in the Mass Media: Cornerstones for a New International Culture of Communication in the 21st Century. Center for European Integration Studies Discussion Paper, 61, 3.

[3] In realtà esiste un precedente: il sultano dell’Oman Taimur bin Faisal bin Turki (1913 – 1932) abdicò infatti volontariamente in favore del primogenito.

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Manaf Tlass and the myth of the ‘transition man’

Pezzo pubblicato per la TMNews sulla diserzione del generale siriano Manaf Tlass.

Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione?

Amico di infanzia di Assad, sunnita, lavora da ‘esilio’ a Parigi

Di Andrea Glioti 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il 5 luglio scorso il generale di brigata Manaf Tlass, figlio del sempiterno Ministro della Difesa Mustafa Tlass (1972-2002), ha annunciato la sua diserzione dal regime dell’amico Bashar al-Assad. Si è trattato dell’abbandono più importante dall’inizio della rivoluzione, non tanto per il rango di Tlass, ma per l’intimità che lo legava al Presidente. Il 24 luglio, durante il suo primo discorso trasmesso dall’emittente saudita Al-Arabiya, Tlass ha annunciato di voler contribuire alla costruzione della Siria del dopo-Assad.

Non stupisce l’interesse dei media per questo fascinoso generale brizzolato dalla camicia sbottonata, il cui aspetto ricorda più Che Guevara che le uniformi ingessate della gerarchia militare siriana. Tlass si rivolge ai siriani dal suo dorato esilio parigino, ma resta da appurare se abbia davvero le credenziali per guidare una fase di transizione e se l’opposizione sia disposta ad accettarlo.

 

Carte in regola

 

In quanto a buoni contatti con i salotti della politica internazionale, Tlass ha tutti i requisiti. La sorella Nahed ‘Ojjeh fa parte dell’alta società parigina ed è rimasta vedova di un miliardario venditore d’armi saudita. L’Arabia Saudita e il suo supporto finanziario agli armamenti dell’Esercito Libero Siriano dell’opposizione possono fungere da trampolino per l’affermazione di Tlass presso gli ambienti della resistenza armata. Dal canto suo, il generale non ha perso tempo nell’ingraziarsi gli sponsor della rivoluzione siriana: dopo il pellegrinaggio minore (‘umrah) compiuto alla Mecca per aumentare la sua credibilità come leader sunnita, il 1 agosto si è recato a Istanbul per rompere il digiuno del Ramadan in compagnia dei funzionari turchi. 

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe conducendo delle trattative con i Governi arabi al fine di porre Tlass al centro di una fase di transizione. Come fa notare il fondatore dell’Arab Studies Journal, Bassam Haddad, non bisogna dimenticare che la generazione agiata a cui appartiene il generale (che è nato nel 1963) non ha mai combattuto una guerra contro Israele ed ha ereditato un antisionismo molto più malleabile. E di questo gli Stati Uniti sono pienamente consapevoli. 

Malvisto dall’opposizione 

Ma come era prevedibile, Tlass non ha tardato a suscitare le critiche di parte dell’opposizione. I Fratelli Musulmani, tramite la loro voce più intransigente, l’ex-leader Ali Sadraddin Bayanuni, hanno fatto sapere di rifiutare un ruolo di Tlass nella transizione, memori delle nefandezze commesse dal padre Mustafa nei loro confronti. Lo stesso Manaf, ricorda la scrittrice siriana Salma Idilbi, giocò un ruolo fondamentale nell’ “addomesticare” le voci degli intellettuali siriani della Primavera di Damasco (2000).(segue)

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## Siria/ Il generale Tlass sarà l’uomo della transizione? -2-

 

‘Colomba’ emarginata ben vista dagli Usa o ultima carta regime?

 

Roma, 6 ago. (TMNews) – Il generale Tlass è stato indiscutibilmente parte dell’apparato repressivo, ma le critiche dell’opposizione siriana non hanno risparmiato nessuno dei suoi leader dall’inizio della rivoluzione: e proprio questa frammentazione avrebbe spinto “Gli Amici della Siria”, il gruppo di Paesi raccoltisi a supporto dei rivoluzionari, a puntare su Tlass. Chi accetta la figura del generale, come lo storico dissidente Michel Kilo, ne apprezza la propensione per la soluzione politica della crisi, che ne avrebbe determinato l’emarginazione a Damasco. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’International Crisis Group (ICG), Tlass si era adoperato per raggiungere degli accordi su scala locale nelle prime fasi della rivolta, ma i suoi sforzi erano stati vanificati dall’ostracismo di altri elementi del regime decisi ad adottare il pugno di ferro. L’ICG fa quindi notare come, storicamente, i funzionari baathisti emarginati tendano a cercare di riacquisire i favori delle elités, una volta riassorbitasi la crisi del momento: il fatto che Tlass abbia abbandonato la Siria sarebbe quindi un segnale di un punto di non ritorno.

Il ricercatore esperto di Siria, Joshua Landis, ha scritto sul suo blog Syria Comment che, a prescindere dall’accettazione dell’opposizione, le classi medio-alte urbanizzate, rimaste silenziose durante la rivoluzione, preferiranno un personaggio laico e benestante come Tlass ai vari comandanti dell’Esercito Siriano Libero. Il generale sarebbe in grado di difenderle dalla rabbia dei rivoluzionari delle campagne e questo genere di garanzie sono già state fornite dal primo discorso trasmesso da Al-Arabiya. Tuttavia, il protrarsi del conflitto e l’ascesa delle milizie in Siria rischia di marginalizzare Tlass e i dissidenti all’estero in generale: in un contesto militarizzato, saranno le armi a decidere la portata della rivoluzione sociale e la sorte delle classi agiate.

Diserzione a tavolino

Gli scettici sottolineano come Tlass non avesse ormai alcun peso nell’establishment siriano: il comando della 105esima divisione della Guardia Repubblicana gli era stato revocato già un anno fa, a causa della sua opposizione alla repressione, relegandolo quasi agli arresti domiciliari. In realtà, l’ipotesi dell’emarginazione è molto più rassicurante della sua antitesi. La stampa turca (Sabah) fa notare che Tlass non avrebbe mai abbandonato il Paese senza il consenso di Assad, il quale potrebbe averlo incaricato di mediare una transizione per conto del regime. Lo stesso discorso del generale del 24 luglio non contiene alcun riferimento esplicito alle dimissioni di Assad e Damasco potrebbe aver optato per un’apertura diplomatica parallela alla repressione in corso. Forse non è un caso che, in un’intervista concessa al quotidiano As-Sharq al-Awsat, Tlass abbia sminuito le responsabilità del Presidente, accusando i vertici dei servizi di sicurezza di avergli confuso le idee.

 

A rendere il quadro post-rivoluzionario ancora più tetro, subentrano poi i presunti piani statunitensi incentrati sulla figura di Tlass. Sia la stampa turca che quella filo-siriana (il quotidiano libanese Al-Akhbar) menzionano un consiglio militare, sul modello egiziano, quale punto d’incontro delle visioni di Tlass e Washington sulla fase di transizione. I funzionari occidentali citati dal Wall Street Journal sottolineano la necessità di un personaggio capace di ristabilire la sicurezza e tenere sotto controllo gli armamenti chimici siriani. Il generale sembra avere tutti i requisiti per traghettare la rivoluzione siriana verso un “aborto” militarizzato, capace di riconciliare Casa Bianca e Cremlino e arrestare momentaneamente le violenze.

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Il vertice “storico” della Lega Araba a Bagdad è un flop a metà (marzo 2012)

Articolo pubblicato originariamente su Europa Quotidiano in data 29 marzo 2012.

Il vertice “storico” è un flop a metà

In Iraq il primo summit internazionale dal 1990. I sunniti stanno a casa.

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Di Andrea Glioti

Da diversi mesi lo scenario politico iracheno è dominato dai preparativi del 23esimo vertice della Lega araba organizzato a Bagdad, che terminerà oggi con l’incontro dei capi di stato. Nonostante le imponenti misure di sicurezza che hanno accompagnato l’evento, alcuni colpi di mortaio sono riusciti a minacciare l’ambasciata iraniana ai margini della “zona verde” dove era in corso l’evento. Come da copione, la città “blindata” ha fatto patire soprattutto i suoi cittadini, costretti a casa senza poter comunicare, a causa di “problemi tecnici” che, secondo il ministero della difesa, avrebbero causato il blocco delle reti di telefonia mobile. Nel frattempo, appena nove leader su ventidue dei paesi membri della Lega araba hanno partecipato all’evento, sollazzandosi tra Sheraton e datteri serviti su piatti d’oro da 24 carati.
Per le autorità irachene rimane un evento storico, il primo vertice organizzato a Bagdad a ventidue anni dalla guerra del Golfo in Kuwait, cui hanno fatto seguito le sanzioni economiche e l’occupazione statunitense. Negli ultimi mesi, non a caso, il governo iracheno, guidato da Nouri al Maliki ha ricucito attentamente i rapporti con i paesi del Golfo.
Il premier sciita si è recato in Kuwait lo scorso 14 marzo per ottenere importanti promesse sulla fine delle sanzioni postbelliche; in cambio l’Iraq ha preso l’impegno a rispettare la demarcazione dei confini sancita dalle Nazioni Unite e di risarcire la Kuwait Airways per il furti commessi durante l’invasione. Il riavvicinamento si è concretizzato nella partecipazione dell’emiro del Kuwait al summit di oggi, anche se, stando a quanto riportato dall’agenzia al Sumaria News, sua altezza al Sabah avrebbe abbandonato il summit prima della conclusione.
L’Arabia Saudita, tuttora priva di un’ambasciata a Bagdad, ha ripreso le relazioni diplomatiche tramite il suo ambasciatore in Giordania. Persino il re (sunnita) del Bahrain ha presenziato all’evento, rassicurato dal divieto imposto da Maliki agli sciiti di inscenare proteste contro la repressione di cui sono vittime i suoi correligionari nel regno del Golfo. Il tutto sotto l’occhio attento degli Usa, che vedrebbero di buon occhio un allontanamento dell’Iraq dall’orbita iraniana.
D’altro canto, il peso politico delle risoluzioni adottate dal vertice è pressocché nullo: stando al comunicato che anticipa gli esiti dell’incontro (la Dichiarazione di Baghdad), la posizione della Lega araba sulla rivoluzione siriana si risolverà in un prevedibile sostegno al piano di Kofi Annan.
Ancora più gravi le ripercussioni del vetice sulla crisi interna scaturita lo scorso dicembre dal mandato d’arresto emesso nei confronti del vice presidente sunnita Tariq al Hashimi: i preparativi del summit hanno posticipato la conferenza finalizzata alla riconciliazione nazionale al 5 aprile. Iyyad ‘Allawi, il leader della coalizione al Iraqiya, di cui fa parte Hashimi, ha di fatti minacciato di internazionalizzare la crisi irachena nel corso del meeting della Lega araba, sostenendo che la frattura interna allo scenario politico iracheno andasse risolta prima del vertice.
Bisogna notare poi che mentre la Dichiarazione di Baghdad tesse l’elogio dei «cambiamenti portati dalle primavere arabe», l’Iraq rischia di precipitare verso una nuova dittatura. Il governo Maliki è infatti oggetto di critiche per il suo despotismo e la repressione sistematica delle manifestazioni popolari. Una denuncia che arriva tanto da organizzazioni come Human Rights Watch, quanto da alleati di governo sciiti come Moqtada al Sadr.

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La Siria verso uno scenario libico?

Articolo pubblicato originariamente da Il Riformista il 17 novembre 2011. La seguente è la versione senza tagli e ritocchi della redazione.

La doppia escalation siriana: isolamento e rivolta armata. Come Tripoli?

Di Diego Caserio

khadafiForse oggi, 16 novembre 2011, a otto mesi dall’inizio della rivolta, il regime siriano é riuscito a materializzare le sue paure: si trova a fronteggiare una resistenza armata sufficientemente organizzata- l’Esercito Siriano Libero (ESL)- e le potenze regionali- la Lega Araba- hanno deciso di isolarlo, supportate dall’Occidente. Il Governo di Bashar al-Assad, nel tentativo di delegittimare le aspirazioni dei manifestanti, ha infatti continuamente sbandierato gli spauracchi del terrorismo e della cospirazione saudita-israelo-americana.

Dall’annuncio della formazione dell’ESL a luglio, le file dei disertori si sono ingrossate così come si sono intensificati gli attacchi sferrati contro l’esercito e le forze di sicurezza. Siamo passati dai video mostrati dalla televisione di stato siriana (As-Suriyya) ad aprile, dove si mostravano gruppi sparuti inscenare imboscate poco credibili, a una milizia organizzata di ribelli, capace di uccidere 34[1] soldati lealisti vicino a Dar’a e attaccare una sede dell’intelligence dell’aeronautica (Amn al-Jawyy) nei sobborghi di Damasco negli ultimi tre giorni. L’attacco alla sede dei servizi segreti dell’aeronautica, come fa notare l’opinionista del The Guardian Ian Black, ha un significato profondo agli occhi dei dissidenti, trattandosi di un organo fondamentale dell’apparato repressivo, storicamente collegato a Hafez al-Assad, padre dell’attuale Presidente e capo delle forze aeree prima del colpo di stato del ’68. Tuttavia, lo squilibrio delle forze in campo é ancora evidente, non é stata un’intera divisione (firqa) a defezionare, ma solo un gruppo eterogeneo: la maggioranza degli armamenti pesanti e dei vertici militari rimangono al fianco del regime. Lo scenario potrebbe essere ribaltato da un intervento turco in appoggio all’opposizione, dato che ormai da mesi ad Ankara si discute la creazione di una zona cuscinetto a sud del confine siriano, ma l’ipotesi resta minata dalle capacità di Damasco di replicare appoggiando le operazioni del PKK curdo in territorio turco.

Per quanto riguarda il “complotto,” nell’ottica di Damasco, questo sembra essersi concretizzato nella sospensione della Siria dalla Lega Araba, di cui si aspetta la formalizzazione mercoledì 16 in Marocco. Figure chiave dell’orbita saudita-americana come il Re di Giordania e l’ex-capo dell’intelligence di Riyadh, Turki al-Faysal, sono stati chiari: Assad é arrivato al capolinea. Quest’ultimo non ha escluso un intervento NATO in stile libico e il Segretario Generale della Lega Araba, Amin al-‘Arabi, ha detto che “tutto il possibile verrà fatto per fermare lo spargimento di sangue in Siria.” La diplomazia qatarina, vera protagonista della seconda fase delle “primavere arabe,” in virtù del potere mediatico di Al-Jazeera e dei rapporti cementati con i vari movimenti islamisti sunniti della regione, ha tessuto le trame dell’ultima decisione contro una Siria laica e legata all’asse sciita di Tehran.

La stessa Turchia, il secondo esercito all’interno della NATO, sembra essere passata alle vie di fatto in questa direzione e, dopo le lunghe filippiche rivolte dal Premier Erdogan ad Assad, ha sospeso le esplorazioni gasifere coordinate con la Siria e minaccia di tagliare i rifornimenti elettrici.

L’isolamento di Damasco é stato finora limitato dall’opposizione di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma un ulteriore resistenza delle due potenze di fronte allla maggioranza dei Governi arabi, alla Turchia, e soprattutto alle petromonarchie del Golfo, potrebbe generare una situazione troppo pesante da sostenere.

La Lega Araba storicamente non ha mai avuto un grande peso politico, ma rischia di causare un “terremoto” regionale, per usare le parole di Bashar al-Assad, qualora la sospensione della Siria fosse da intendersi come preludio a un “opzione libica.” La Siria confina con Paesi estremamente instabili come il Libano e l’Iraq, che di fatti non hanno appoggiato la risoluzione della Lega Araba, timorosi di compromettere un’equilibrio politico interno fortemente condizionato dall’orbita siro-iraniana. Nell’ipotesi di un intervento NATO, i confini della Siria risulterebbero facilmente permeabili alle numerose milizie filo-iraniane- Hizbullah libanese in primis- provenienti da Libano e Iraq. Si rischierebbe di trasformare una legittima rivolta siriana in un conflitto regionale con il rischio di pericolose derive confessionali tra sciiti e sunniti.

Lo scenario é oltremodo tetro e le responsabilità sono tanto siriane quanto occidentali. Da parte siriana, i limiti sono evidenti, e principalmente individuabile nella resistenza ostinata ad aprire un dialogo significativo con l’opposizione. Sul fronte occidentale, il regime di Damasco andava isolato molto tempo prima, per evitarne il consolidamento e simili conseguenze. L’isolamento doveva essere motivato proprio con il disprezzo dei diritti umani esibito dalla Siria negli ultimi 40 anni, e non sulla base del cosiddetto “terrorismo” contro Israele. Al contrario, Damasco é stata riavvicinata dal blocco sovietico, promuovendo turismo europeo e relazioni commerciali con un regime immutato nella sua spietatezza. Basti pensare che, secondo la banca dati della CIA, l’Italia risulta il primo partner commerciale europeo della Siria. Qualche decennio fa, si sarebbero forse evitati i circa 4000 morti di quest mesi e l’ipotesi di un disastroso intervento NATO.


[1] Cifre fornite dall’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani con sede a Londra.

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