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Nuove avanguardie multimediatiche: i web-doc interattivi nel mondo arabo

Una panoramica delle ultime tipologie di web-doc interattivi (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

In un panorama mediatico che si muove sempre più verso l’interattività con il pubblico, attraverso crowdfunding e social network, i web-doc interattivi possono rappresentare un’innovazione significativa, capace di ampliare ulteriormente gli orizzonti del dialogo tra addetti al settore e utenti.

Per commemorare il quarto anniversario della tragica rivoluzione (15 marzo 2011-2015), Al-Jazeera English ha lanciato il documentario “Life on Hold” sulle vite e i ricordi dei rifugiati siriani in Libano.

Il progetto, realizzato in partnership con la compagnia canadese Kung Fu, permetterà al pubblico di scegliere quali sezioni video delle storie dei protagonisti visualizzare e sarà presente una sezione aperta ai commenti e alle proposte degli utenti. Interessante anche l’idea di coinvolgere l’artista siriano Tammam Azzam, reso famoso per aver diffuso una originale versione di “Il Bacio” di Klimt che grazie a Photoshop è apparsa su un palazzo devastato dal conflitto. Questo avrà il compito di illustrare le memorie dei rifugiati e i commenti condivisi dal pubblico sui social media, dando così vita a una forma d’interattività artistica.

Il Canada si trova attualmente all’avanguardia nella realizzazione di web-doc interattivi, la stessa Kung Fu ha già prodotto Out My Window, uno dei primi progetti a 360 gradi, incentrato sulle storie di vita urbana ospitate dagli alti condomini delle città di svariati continenti.

Secondo la professoressa Sandra Gaudenzi, esperta di media interattivi presso il London College of Media, i web-doc si possono suddividere in tre categorie: quelli in cui l’interattività è limitata alla scelta dell’ordine dei filmati che si vogliono visualizzare, altri progetti “semi-aperti” in cui l’utente può mutare il contenuto, ma non la struttura del progetto, e infine alcuni documentari dove l’interattività non conosce confini, in cui il pubblico è in grado di alterare completamente la struttura originaria.

Nonostante il ruolo concesso ad Azzam, “Life on Hold” rientra più nella prima categoria, come altri progetti precedenti che si sono occupati della regione mediorientale. Tra questi “Gaza Sderot: life in spite of everything” (2008) del canale franco-tedesco ARTE, un documentario sulle vite parallele degli abitanti della Striscia e dell’antistante cittadina israeliana, in cui il pubblico ha la possibilità di scorrere tra personaggi, tematiche e mappe, al fine di scegliere ciò che più gli interessa. Documentario dagli intenti un po’ cerchiobottisti, che di certo non sono stati apprezzati in ambienti filo-palestinesi. Interessante però la scelta di svelare le storie dei personaggi settimanalmente, mano a mano che sono state girate, in modo da incoraggiare la partecipazione degli utenti attraverso blog e forum.

Nella stessa categoria, ma nato da un’idea di ben altro spessore intellettuale, è bene ricordare “Dream Homes Property Consultant (DHPC)” (2013) di Alexandra Handal, che si propone di documentare le memorie dei palestinesi di Gerusalemme Ovest espulsi dalle loro abitazioni dalla nascita di Israele (1948). A prescindere dalla scelta tematica, il progetto si presenta in un formato alquanto originale, il sito di un’agenzia immobiliare come tante, dove l’utente è chiamato a selezionare tra le voci “Arab-style hot properties”, “neighborhoods”, “new projects”, per poter esplorare i ricordi trasposti in video dei protagonisti dei vari quartieri. Quando si clicca, per esempio, sulla sezione “Frequently Asked Questions (FAQ)”, compare una lista di studi fotografici situati a Gerusalemme Ovest, di cui è possibile solamente sapere che sono stati chiusi nel ’48 e la decisione di riaprirli è ancora “in sospeso”. L’autrice ha dichiarato di essere stata ispirata nella sua opera di denuncia dagli annunci delle agenzie immobiliari israeliane, dove le abitazioni espropriate nel ’48 vengono pubblicizzate sotto l’attraente categoria “Arab-style”, un termine che, nelle parole di Handal, “è stato privato della memoria palestinese e ridotto a terminologia architettonica.” Un’altra scelta politico-artistica degna di nota è il fatto che fotografie e video siano affiancati dalle mappe disegnate dagli ex-proprietari delle abitazioni, attraverso le quali l’autrice è riuscita a localizzarle senza dover richiedere dei permessi alle autorità israeliane per farsi accompagnare da chi si trova ora nei Territori Occupati Palestinesi.

Al di fuori del contesto arabo, invece, sono stati diffusi anche alcuni progetti che rientrano nella seconda categoria, caratterizzati da un livello maggiore di interattività. Uno di questi è “Journey to the End of Coal” (2008) di Samuel Bollendorff e Abel Ségrétin, prodotto dalla francese Honkeytonk, dove il pubblico diventa protagonista di un’inchiesta giornalistica sulle condizioni disperate dei minatori di carbone cinesi ed è libero di scegliere il percorso del suo viaggio e le domande da porre ai minatori stessi proprio come in un librogame.

Un esperimento che trascende i confini di questa categoria, sconfinando nel formato videogame, è poi “Fort McMoney” (2013) del canadese David Dufresne: un viaggio nei giacimenti petroliferi dell’Alberta, dove ogni singolo giocatore è chiamato a convincere gli altri partecipanti delle sue idee e votare in dei veri e propri referendum per determinare il corso di un progetto energetico, mentre si informa attraverso le interviste realizzate dall’autore con attivisti ambientalisti e imprenditori petroliferi.

Da qualche anno iniziano infine a circolare anche i web-doc più futuristici, quelli che permettono un’interattività illimitata, in cui è lo spettatore a riplasmare la struttura del racconto video.

17.000 Islands” (2013) è nato dall’idea dell’indonesiano Edwin e del norvegese Thomas Østbye di creare un “arcipelago di impressioni” per contestare l’omogeneizzazione culturale promossa dalla realizzazione del parco tematico Taman Mini a Jakarta nel 1975, sotto la dittatura di Suharto. Al pubblico viene così permesso di montare un nuovo documentario a partire dalle immagini girate dagli autori e assemblare una rappresentazione dell’Indonesia su una vera e propria mappa videografica

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Sudan sempre al centro delle dispute tra media occidentali e arabi

Riprendo a caricare quanto ho pubblicato nel corso dell’ultimo anno, dopo una lunga scandalosa inattività…

Questo articolo è stato pubblicato da Arab Media Report il 27 gennaio 2014 e si occupa del dibattito mediatico di cui è stato da sempre oggetto un Paese martoriato come il Sudan, dando vita ad accese polemiche tra redazioni arabe e occidentali…

omar_al-bashir running away from Ocampo

Il fatto che il Sudan sia tornato temporaneamente all’attenzione dei media, per via degli scontri in corso nella neonata repubblica meridionale tra i sostenitori del presidente Salva Kiir e quelli del suo rivale ed ex vice Riek Machar, fornisce uno spunto di riflessione sulla copertura mediatica di un paese da sempre al centro di polemiche tra redazioni arabe e occidentali. La diatriba è radicata nel conflitto tra nord e sud esploso negli anni ’50, diramatosi nella guerra del Darfur (Sudan occidentale) dal 2003 e passato dalla creazione del Sud Sudan nel 2011. La nascita dello stato meridionale ha avuto delle ripercussioni inevitabili sulle proteste anti-governative scoppiate nello stesso anno nel nord del paese e inaspritesi nella seconda metà del 2013, da quando il presidente Omar al-Bashir ha imposto l’aumento del prezzo del carburante a seguito della temporanea sospensione dei rifornimenti petroliferi provenienti dal sud (gennaio 2012- aprile 2013).

Durante la crisi umanitaria del Darfur, i media arabi erano già stati accusati dai loro omologhi occidentali e dall’opposizione sudanese di aver mostrato scarso interesse per i crimini commessi dal regime di Khartoum. Nel 2008, riflettendo l’opinione più diffusa nel mondo arabo, il direttore del quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi, ‘Abdul-Bari ‘Atwan, aveva replicato sostenendo che i media occidentali avevano esagerato le proporzioni degli eventi del Darfur per legittimare la nascita del Sud Sudan. Secondo ‘Atwan, una simile insistenza sul Darfur sarebbe servita a distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse dalle truppe occidentali in Iraq e Afghanistan. Le sue dichiarazioni rispecchiano la propensione dei media arabi a occuparsi dei conflitti sudanesi come un complotto israelo-americano finalizzato al controllo delle risorse energetiche del paese. Per quanto siano innegabili sia le relazioni tra i separatisti del sud e Tel Aviv che la concentrazione del 70 percento dei giacimenti petroliferi del paese nella repubblica meridionale, l’approccio dei media arabi tradisce un interesse limitato alla geopolitica internazionale, a fronte di una scarsa presenza di reporter sul campo.

Nel luglio 2013, la “paladina” mediatica delle rivoluzioni arabe, Al-Jazeera, è tornata al banco degli imputati per la marginalizzazione delle proteste anti-governative sudanesi: la replica della redazione è stata che solo alcune centinaia di manifestanti avrebbero preso parte alle proteste, a differenza degli altri paesi arabi. Pur essendosi occupata delle rivendicazioni popolari sudanesi, l’emittente qatarense è ormai nota per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani e a uno dei loro “megafoni”, lo Shaykh Yusuf al-Qaradawi, il quale ha definito “buona” la situazione sudanese, rifiutando il paragone con la dittatura militare di Hosni Mubarak in Egitto. Il regime di Omar al-Bashir è pur sempre ideologicamente islamico e il parere di Qaradawi non può che essere condiviso da una parte dell’opinione pubblica musulmana.

L’altro colosso mediatico panarabo, Al-Arabiya, ha dedicato spazio alle proteste, pur definendole un movimento “senza precedenti” dall’ascesa al potere di Bashir (1989) e riconducibile agli “slogan della primavera araba”. In realtà, come osserva Stephen Zunes, esperto di politica mediorientale, il Sudan aveva conosciuto episodi di mobilitazione popolare già negli anni ’90 e nel 2005, ben prima della “primavera araba”.

Sul fronte dei media occidentali, nel caso del Darfur, non sono mancate le consuete derive orientaliste, rese ancora più incontrastate dalla marginalità dei media arabi nella copertura degli eventi. La stessa definizione di genocidio è stata spesso fondata su demarcazioni etno-confessionali arbitrarie: la popolazione del Darfur è musulmana e lo scontro non era pertanto tra musulmani e cristiani come nel caso del conflitto tra nord e Sud Sudan, né tantomeno si trattava di un regime “arabo” intento a massacrare “africani” non arabi, essendo la distinzione ben più sottile e connessa a questioni identitarie e linguistiche.

Tutte queste sfumature si sono perse nella versione mainstream degli eventi, con conseguenze non indifferenti sull’odierna copertura delle proteste in Sudan. Il blogger sudanese Mohammad al-Dahshan ha imputato infatti lo scarso interesse dimostrato anche dai media occidentali all’immagine cristallizzata dei sudanesi settentrionali, identificati come gli stessi musulmani arabi “malvagi” che massacravano i cristiani del sud e gli “africani” del Darfur. La loro ribellione contro lo stesso governo responsabile dei massacri non suscita alcun interesse in assenza dei dovuti approfondimenti del contesto storico, politico e religioso. Lo studioso di religioni Alex Thurston ha per esempio sottolineato come una delle figure chiave dell’opposizione, Sadiq al-Mahdi- pronipote del leader islamico Mohammad Ahmad al-Mahdi, che guidò la ribellione contro i colonialisti inglesi nel 1885- renda ulteriormente complesso il ruolo giocato dall’Islam nella politica sudanese. Un ruolo probabilmente troppo complesso per essere analizzato da un’industria mediatica in grado di osservare le forze islamiche esclusivamente in funzione del loro dirottamento dei moti popolari.

In questi giorni, l’ennesima esplosione di tensioni mai sopite, la faida tra il clan di Kiir e quello di Machar nel Sud Sudan, potrebbe avvalorare l’originale scetticismo dei media arabi nei confronti della divisione del paese e distanziarli ulteriormente dal giornalismo occidentale. Tuttavia, alcuni arguti editoriali, come quello dell’egiziano Mohammad Abu al-Fadl, pubblicato il 29 dicembre 2013 sul quotidiano panarabo Al-Arab, lasciano ben sperare per il futuro, astenendosi dalla condanna della nascita della repubblica meridionale e dall’apologia più o meno implicita del regime di Khartoum: vi si riconosce invece come Omar al-Bashir possa approfittare dell’attenzione mediatica attratta dal sud per arginare nell’ombra il dissenso esploso al nord. Porre le basi per un dialogo tra media arabi e occidentali non potrà che far luce sulla complessità dello scenario sudanese.

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