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Maliki impone la chiusura di dieci canali satellitari in Iraq

Un articolo che ho scritto per ArabMediaReport sull’ennesima repressione dei media avvenuta in Iraq…

(Immagine ripresa da http://www.anhri.net)

Iraq: dieci canali satellitari obbligati alla chiusura

iraqsatelitte2804

Andrea Glioti

Il 29 aprile la Commissione dei Media e delle Telecomunicazioni, Cmt, irachena ha decretato il blocco di dieci canali satellitari: gli iracheni Baghdad TV, Al-Sharqiya, Sharqiya News, Babiliya, Salahuddin, Al-Fallujah, al-Tagheer e al-Gharbiya, oltre all’emittente kuwaitiana Anwar 2 e il portale arabo di  Al-Jazeera. Non potendo interrompere le trasmissioni di emittenti situate all’estero, la misura si limita al blocco delle attività dei loro inviati in Iraq.

L’accusa è di aver istigato l’odio confessionale tramite la loro copertura dei recenti scontri tra manifestanti sunniti ed esercito, sfociati nel bagno di sangue di Hawija, Kirkuk, del 23 aprile scorso, quando l’irruzione delle truppe governative ha causato la morte di cinquanta civili. L’ideale copertura del massacro di Hawija, agli occhi delle autorità irachene, rimane probabilmente quella dell’emittente governativa Al-Iraqiya, che ha dedicato la sua programmazione del 23 aprile a un festival di poesia tenutosi a Bassora.

Basta osservare quali canali sono stati oggetto della misura repressiva per rendersi conto della matrice politica del provvedimento.

Al-Jazeera non è mai stata benvista dalla leadership sciita irachena, fin da quando simpatizzava apertamente con la resistenza all’occupazione americana. Le relazioni tra Bagdad e questa emittente del Qatar continuato ad essere tese, anche alla luce dell’ospitalità offerta da Doha all’ex-vice presidente iracheno Tareq al-Hashimi, fuggito prima di essere condannato in contumacia per terrorismo.

Al-Sharqiya è di proprietà del miliardario Saad Bazzaz, ex-baathista legato al ministero dell’informazione iracheno. Nel 2008 la stazione aveva esplicitamente accusato l’emittente governativa Al-Iraqiya di aver istigato l’assassinio di una sua troupe a Mosul, in seguito a un reportage sulle torture nelle carceri irachene. Il giornale di proprietà di Bazzaz, Al-Zaman, è già stato al centro di una causa per aver ricevuto finanziamenti dall’intelligence saudita.

Baghdad TV è la voce del Partito Islamico Iracheno, versione locale dei Fratelli Musulmani. Dall’inizio delle proteste governative nel dicembre 2012, ha dedicato alle proteste un’intensa copertura, integrata dalla nascita di programmi ad hoc. In questo caso, l’accusa d’istigazione all’odio confessionale sembra più plausibile, considerando lo spazio dedicato  alla retorica esplicitamente settaria di alcuni leader sunniti.

Babiliya è di proprietà di Saleh al-Mutlak, ex-vice-premier iracheno, escluso dalle liste dei candidati alle elezioni politiche del 2010 per la sua precedente militanza baathista. In passato, era già stato temporaneamente rimosso dall’incarico per aver accusato di despotismo il premier Nuri al-Maliki. A gennaio Mutlak ha consegnato le dimissioni, cercando di presentarsi come paladino delle rivendicazioni sunnite.

Salahuddin e Al-Fallujah sono emittenti dal chiaro interesse regionale, concentrato in due roccaforti degli oppositori di Maliki. Il canale kuwaitiano sciita Anwar 2, di proprietà di una famiglia iraniana, è l’unica eccezione tra le emittenti di proprietà sunnita colpite dal provvedimento, ma non si può che interpretarlo come uno specchietto per le allodole.

Non si può negare che le manifestazioni in corso nelle province sunnite presentino dei tratti confessionali: se si trattasse solamente di indignazione verso l’autoritarismo di Maliki, non si vedrebbe sventolare la bandiera irachena dei tempi di Saddam. Risulta tuttavia poco credibile formulare accuse di istigazione alla violenza confessionale in un contesto politico dominato dalla retorica confessionale dei partiti islamici sia sciiti che sunniti.

Dalle colonne del quotidiano Al-Quds al-Arabi, il politologo Muthanna Abdullah denuncia l’attacco contro le stazioni televisive, inquadrandolo in un unico piano repressivo, militare oltreché mediatico, finalizzato a imporre un terzo mandato di Maliki come primo ministro. Non può del resto passare inosservata la somiglianza tra il capo d’imputazione delle emittenti e l’articolo 4 della legge anti-terrorismo invisa ai manifestanti sunniti: il nesso è la persecuzione di chiunque sia ritenuto reo di istigazione alla violenza. Il provvedimento emesso dalla Cmt denuncia appunto la “promozione di organizzazioni terroristiche messe al bando”.

Le restrizioni della CMT erano già state oggetto delle critiche del Commitee to Protect Journalist, Cpj, basato a New York. Un provvedimento emanato nel 2004, prima della stesura della costituzione irachena garante della libertà di stampa, ha infatti conferito alla Cmt il potere di chiudere i media che violano i termini delle licenze rilasciate da quest’ultima. Ciononostante, la suddetta commissione non avrebbe nemmeno l’autorità di emettere simili licenze, essendo nata per occuparsi dell’amministrazione delle frequenze. Già nel 2010, il Cpj sottolineava come le restrizioni dell’operato della stampa sulla base di licenze governative fossero una ben nota pratica dittatoriale..

Al di là della palese repressione mediatica, l’Iraq continua a rimanere vittima di una crescente polarizzazione che non risparmia le poche realtà indipendenti dell’informazione. Il fallimento della riconciliazione nazionale post-Saddam ha scatenato una caccia al baathista in ogni settore lavorativo. Dietro ogni programma critico del nuovo regime viene ricercata un’agenda insurrezionalista, un caporedattore baathista. Senza una reale riconciliazione a livello politico, la funzione critica dei media indipendenti continuerà a essere irrimediabilmente ostacolata.

 

 

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I canali televisivi iracheni tra confessionalismo e tentativi di superarlo

Uno sguardo allo stato delle emittenti televisive in Iraq. La censura non funziona, lo sviluppo di contenuti alternativi al confessionalismo sortisce risultati migliori. Pubblicato su ArabMediaReport

Iraq: il satellite oltrepassa il confessionalismo

ANALISI
maliki on sumaria from sumaria.tv

“I media iracheni dieci anni dopo il cambiamento: confessionali, partitici e faziosi” è questo il giudizio impietoso di ‘Uday Hatim, direttore della Società per la difesa della libertà di stampa di Bagdad [1]. Esattamente dieci anni fa, le truppe statunitensi invadevano l’Iraq, causando una liberalizzazione incontrollata del mercato mediatico: dal divieto assoluto si passò a diverse centinaia di canali satellitari. La parabola diventa rapidamente lo strumento d’informazione più popolare tra gli iracheni. In un contesto dominato da media partitici e islamici però, la pluralità non implica altrettanta credibilità e indipendenza. Le tensioni tra comunità sciita e sunnita che vengono spesso fomentate dalle trasmissioni di emittenti faziose. La Commissione dei media e delle telecomunicazioni [2], Cmt, decreta poi delle sanzioni che vengono influenzate dall’attuale esecutivo. L’unica via d’uscita dai media confessionali sarebbe l’esistenza di un’emittente pubblica imparziale, accompagnata dal consolidamento del ruolo degli imprenditori privati nei canali indipendenti. Allo stato attuale però, Al-Iraqiya, l’emittente pubblica, è ancora molto vicina al partito del premier Nuri al-Maliki. Ciononostante, alcune realtà indipendenti si sono affermate nell’ultimo decennio come le principali fonti d’intrattenimento e di programmi al servizio del pubblico. Sono proprio i loro palinsesti, lontani dal confessionalismo politico, a fornire la più valida alternativa all’istigazione alla violenza. Le prospettive rimangono incoraggianti, sebbene l’indipendenza finanziaria di questi canali rimanga molto più precaria rispetto a quella dei loro rivali, esponendoli al rischio di dover scendere a compromessi con i poteri costituiti.

Esempi di emittenti legate al confessionalismo politico

Sunniti

Bagdad è il canale che si occupa principalmente delle regioni sunnite ed è finanziato dal partito Islamico Iracheno del vice-presidente latitante, Tariq al-Hashimi, condannato a morte in contumacia per terrorismo. A causa di manifestazioni di lutto in diretta per la morte di Saddam, già nel 2007 i suoi studi erano stati temporaneamente chiusi. Ѐ sufficiente seguire l’intensa copertura delle manifestazioni anti-governative in corso nelle province sunnite per rendersi conto del carattere settario dell’emittente. Il palinsesto di Bagdad è dominato da tematiche islamiche. Ben sei programmi, tra cui la competizione di recitazione coranica, Qari’ al-Iraq, Il Lettore dell’Iraq, sono dedicati a queste.

Sciiti 

Il Supremo consiglio islamico iracheno,Scii, controlla tre canali: Al-Furat a Bagdad, Al-Nahraynad Al-Kut e la terrestre Al-Ghadir a Najaf. L’emittente principale, Al-Furat, è ‘costellata’ di programmi religiosi sciiti, come il giornaliero La Giurisprudenza di Mustafa e Le Letture Islamiche. Nel contesto di Furat, anche le difficoltà più comuni affrontate dai giovani iracheni, come le spese per il matrimonio, diventano una scusa per promuovere i sussidi dispendiati dal leader dello Scii, ‘Ammar al-Hakim.

La televisione statale

Il panorama televisivo iracheno non è solo diviso tra schieramenti politico-religiosi, ma resta privo di un’emittente statale equidistante dai partiti. Al-Iraqiya fa parte del Network mediatico iracheno,Nmi[3], l’istituzione governativa creata dagli Stati Uniti per sostituire il ministero dell’informazione di Saddam Hussein. Inizialmente, la stazione ha conservato il primato dello share, non essendo necessario un ricevitore satellitare per vederla, ma è stata poi superata dalla concorrente indipendente Al-Sharqiya. Durante gli anni dell’autorità provvisoria della coalizione statunitense, Al-Iraqiya era considerata a ragione il portavoce dell’occupazione americana. La credibilità dell’emittente non migliorò con il passaggio nelle mani del governo ad interim iracheno guidato da ’Iyyad ‘Allawi, quando iniziò a essere vista come un organo dell’esecutivo dominato dagli sciiti. Per essere un’emittente statale, non può passare inosservato lo spazio riservato a programmi islamici sciiti come Ishraqat al-Tadhiyya, Le Radiosità del Sacrificio, e Yanabi‘ al-Hikma, Le Sorgenti di Saggezza. [4]

Il messaggio ufficiale di Al-Iraqiya rimane però l’unità dell’Iraq: fanno parte di questa retorica programmi come Ahazij, Canzoni, dove i vari leader tribali iracheni si riuniscono intorno al presentatore per lodare la riconciliazione nazionale attuata dal governo. La divisione politico-confessionale finisce purtroppo per influenzare anche la credibilità dei media: è vero che l’indipendente Al-Sharqiya viene considerata l’emittente più credibile, ma nel sud sciita la gerarchia si inverte ed è Al-Iraqiya a conquistare la palma dell’affidabilità.

Il confine indefinito tra monitoraggio dei contenuti settari e repressione 

La censura dell’istigazione all’odio settario non sembra del resto produrre alcun risultato tangibile. L’attuale Cmt è stata fondata nel 2004, seguendo il modello anglo-americano. L’organo non è riuscito nei suoi intenti neanche in un caso d’istigazione alla violenza contro una cultura giovanile, quella degli Emo, dalle conseguenze molto più ridotte delle tensioni tra sunniti e sciiti. In seguito all’omicidio di decine di giovani Emo, apparentemente considerati ‘adoratori di Satana’ occidentalizzati da alcune milizie sciite, l’emittente Al-Sharqiya ha intervistato degli psicologi e i ragazzi minacciati per comprendere il fenomeno. Al contrario, il canale del primo ministro sciita al-Maliki, Al-Masar, ha trasmesso un servizio sui presunti tratti in comune tra Emo, massoneria, sionismo e satanismo.

La prova più lampante dell’inefficienza della Cmt è stata la chiusura, nel 2006, della stazione satellitare Al-Zawra’ dell’ex-parlamentare Misha‘an al-Juburi, diventata celebre come ‘pulpito’ dei video dei jihadisti iracheni. A Juburi è bastato affidarsi alla piattaforma egiziana Nilesat, e a quella saudita Arabsat, per aggirare il divieto e fondare un nuovo canale chiamato Al-Ra’i.

Come sostenuto nel 2007 dal ricercatore Ibrahim al-Marashi, il superamento dell’istigazione ai conflitti confessionali passa attraverso la produzione di contenuti alternativi alla violenza quotidiana. Al contrario, il governo iracheno insiste in un utilizzo selettivo della Cmt per mettere a tacere i media dell’opposizione. Non si può infatti interpretare in altro modo la minaccia di sospendere le trasmissioni rivolta, il 25 febbraio scorso, esclusivamente al canale Bagdad. Nessun emittente sciita egualmente settario è stato incluso.

La soluzione negli imprenditori privati ‘indipendenti’ 

La produzione di contenuti validi, alternativi alla violenza faziosa – programmi di intrattenimento, cultura, e denuncia – dovrebbe nascere dalle sinergie di un’emittente statale apartitica e di un gruppo di imprenditori privati slegati dai leader politici e religiosi. Non è un caso che tre delle cinque principali stazioni satellitari indipendenti abbiano sede all’estero, dove, oltre alle maggiori condizioni di sicurezza, riescono a mantenere uno sguardo che trascende le divisioni interne all’Iraq.

Le ristrettezze economiche affrontate da alcuni canali hanno portato i loro dirigenti ad accettare l’appoggio di gruppi di pressione esterni al progetto originale: i problemi sono spesso gli stessi ritrovati nell’analisi della stampa irachena, quali l’assenza di un vero e proprio mercato pubblicitario indipendente dagli annunci governativi. Riconosciuta l’importanza di valutare l’effettiva indipendenza dei canali privati, non bisogna però dimenticarsi l’uso indiscriminato della diffamazione a sfondo politico-religioso negli ultimi dieci anni. Non è raro che accuse di faziosità vengano formulate sulla base della religione del proprietario dell’emittente o della sua passata militanza nel partito Ba‘th di Saddam. La strumentalizzazione delle purghe anti-ba‘thiste rientra del resto tra i fattori scatenanti delle proteste in corso nelle province sunnite ed è stata sempre una manifestazione di lutto per l’esecuzione di Saddam a decretare la momentanea chiusura degli studi di Al-Sharqiya nel 2007. Alcuni magnati dei media iracheni presentano senz’altro delle inclinazioni politiche, ma non vanno sottovalutati i tentativi di screditarli ad opera di determinate fazioni interessate a consolidare il proprio monopolio mediatico.

In cima alla lista delle televisioni indipendenti popolari troviamo Al-Sharqiya. Fondata dal milionario Sa’ad al-Bazzaz, figura di punta del ministero dell’informazione di Saddam, tornato in patria nel 2003 dopo undici anni di esilio. Il canale si è dovuto trasferire a Dubai nel 2007, in seguito all’episodio relativo alla morte di Saddam. Viene pertanto considerata un’emittente filo-sunnita, anche per via dei finanziamenti sauditi ricevuti dal giornale di Bazzaz, Al-Zaman.

Un’altra emittente popolare è Al-Fayha’. In origine trasmetteva da Dubai, dal 2006 invece da Sulaymania.  In una puntata di Fida’ al-hurria, Lo Spazio della Libertà, dedicata alle tensioni tra i combattenti curdi e il commando operativo del Tigri inviato da Maliki nelle zone contese nei pressi di Kirkukl’approccio dell’attuale direttore Mohammad al-Ta’i è stato quello di chi invita i soldati di entrambe le parti a riflettere, invece di eseguire gli ordini. Nel palinsesto è inoltre incluso un programma in curdo, Ayun Kurdistan, Gli Occhi del Kurdistan, chiara testimonianza dell’esistenza di un pubblico multietnico.

Al-Bagdadia ha invece sede al Cairo ed è stata fondata dall’uomo d’affari di Nasiriya, ‘Aoun Hussein al-Khashlok. C’è chi lo descrive come un uomo arricchitosi velocemente in modo sospetto, vicino al regime ba‘thista. Ciononostante, Al-Bagdadia dimostra un approccio deciso e irriverente nei confronti dei politici iracheni, nonché una coscienza laica, votata alla critica dell’Islam politico.

Il canale Al-Sumaria si trova a Beirut da dove mantiene una delle condotte più imparziali nel panorama satellitare iracheno. Nel riferirsi agli ufficiali di sicurezza vittime degli attentati parla di “morti” e non di “martiri”, mentre utilizza il termine “uomini armati” per quelli che gli altri canali chiamano “terroristi”.

Al-Diyar è infine una televisione terrestre inaugurata nel 2004 e diretta dall’ex-direttore della radio e della televisione ba‘thiste, Faysal al-Yasiri. Recentemente, in seguito a dei problemi economici, Yasiri ha cercato di vendere il canale ad ’Ayyad ‘Allawi, per poi optare per il supporto di uno degli uomini d’affari di fiducia di Maliki, ‘Usam al-Asadi. Restano da constatare le conseguenze sull’indipendenza editoriale della stazione.

Più intrattenimento e servizio pubblico 

Come scelta editoriale, i canali indipendenti come Al-Diyar e Al-Sumaria mostrano raramente immagini in diretta delle conseguenze degli attentati, mostrando maggiore interesse per le questioni sociali.I temi d’intrattenimento vanno dall’oroscopo, a volte considerato un tabù islamico, alle trasmissioni di satira.

Sempre nell’ambito dell’intrattenimento, vi è una proporzione maggiore di format importati dall’estero e musalsalat, fiction, irachene e non. Alcune delle storie più popolari sono decisamente anti-conformiste e attingono al mondo degli anti-eroi, come la storica serie Dhi’ab al-layl, Lupi della Notte, di Al-Sharqiya, che narra le gesta, estremamente d’attualità, di un gruppo di sequestratori iracheni. In altri casi le musalsalat sono concepite per esorcizzare drammi condivisi da tutti gli iracheni, come nel caso di Al-Maz, trasmessa da Al-Sumaria,ambientata in una delle centrali dei servizi segreti più tristemente note dell’era di Saddam. Questa tratta un tema ancora d’attualità, se si pensa alle accuse rivolte a Maliki di tenere sotto controllo alcune prigioni segrete.

L’altra principale categoria di programmi oggetto d’interesse delle realtà indipendenti sono quelli al servizio del pubblico. In questo caso, programmi analoghi sono reperibili anche su Al-Iraqiyae sui canali islamici Bagdad e Al-Furat. Uno dei format più diffusi è l’invito di un funzionario governativo per rispondere ai quesiti del pubblico da casa o a quelli elaborati dal presentatore durante un’inchiesta [5]. In onda su Al-SumariaKalam Leaks affronta anche le problematiche relative all’assenza di infrastrutture e servizi di base, interrogando i funzionari sul da farsi.

La scelta di discutere tematiche d’interesse comune emerge come un passo deciso verso il superamento delle divisioni politico-confessionali. Come ricordava nel 2006 il giornalista Paul Cochrane, la sfera mediatica irachena si è pur sempre sviluppata in concomitanza con l’esplosione del conflitto tra sunniti e sciiti e necessiterà di tempo per mutare d’aspetto. Ciononostante, vi è motivo di essere ottimisti, quantomeno perché, a differenza del Libano, il confessionalismo non è mai stato radicato nel sistema politico iracheno. Un’altra fonte di speranza è la maturità raggiunta dai canali satellitari indipendenti nel determinare i loro palinsesti lontano dalle agende partitiche.


[1] Jam‘iyyat al-difa‘ ‘an hurriyyat al-sahafa.

[2] Hiy’at al-i‘lam wa al-ittisalat

[3] Shabkat al-l’lam al-‘Iraqi

[4] Basta ricordare un episodio della serie Terrorismo nel Pugno della Giustizia[1], sul genere ‘confessioni in diretta’ molto popolare anche nella Siria di Bashar al-Assad, dove l’inquirente accusa di terrorismo alcuni membri dei clan sunniti Juburi, Janabi e Dulaimi.

[5] Si vedano Il Dialogo Elettronico su Bagdad52 Minuti su Al-Sumaria, In Attesa della Soluzione su Al-Fahya.

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