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ISIL e al-Qa’ida nel panorama mediatico siriano, libanese e iracheno: spauracchi e avanguardia comunicativa

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sulla rappresentazione mediatica di ISIL (Da’ish) e al-Qa’ida in Siria, Libano e Iraq, prendendo in considerazione sia le emittenti siriane, irachene e libanesi che i video di propaganda delle due organizzazioni armate. L’analisi era stato scritta nel gennaio del 2014, quando la scissione tra al-Qa’ida e ISIL si era appena concretizzata a livello ufficiale, non vi è quindi distinzione tra queste due formazioni a livello ideologico e pragmatico e ci si concentra sul confronto tra rappresentazione istituzionale (e pertanto derogatoria) del jihadismo salafita sunnita e propaganda destinata alla promozione delle sua causa. 

(Photo’s source: al-Jazeera)

Al-Qaeda nel Levante e in Iraq: tra strumentalizzazione ed efficacia comunicativa

jolani announcem aljaz

L’ascesa in Siria di due formazioni al-qaediste, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS l’acronimo in inglese, Da’ish quello in arabo) eJabhat al-Nusra (Il Fronte del Supporto), e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza del Libano e dell’Iraq hanno riportato lo spauracchio di al-Qaeda alla ribalta mediatica nei tre Paesi. La minaccia terroristica si presta alle strumentalizzazioni politiche: accostare i rivali all’insurrezionalismo islamico significa demonizzarli e marginalizzarne le rivendicazioni originarie. Lontano dall’ipocrisia dei programmi elettorali, la militanza al-qaedista si presenta dal suo canto come unica fonte di salvezza degli oppressi. Senza alcuna necessità di velare le connotazioni confessionali, a differenza degli attori istituzionali, il messaggio al-qaedista offre una valvola di sfogo riservata ai sunniti emarginati di questi tre Paesi, i quali condividono la convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato e dalla comunità internazionale.


Noi non siamo come loro: Al-Qaeda e il riscatto degli ultimi

Le forme più radicali del jihadismo sunnita maturate in Iraq hanno trovato nuova linfa vitale in Siria e uno sbocco potenziale in Libano. Osservare i punti di forza del messaggio degli al-qaedisti attivi nel contesto siriano può pertanto aiutare a comprendere i successi del loro proselitismo. In un video pro-ISIS diffuso su YouTube in data 5 gennaio 2014, il mujahidviene presentato come ultima speranza dei sunniti siriani, abbandonati sia dai governi che da quei dotti islamici asserviti all’inazione dell’Occidente. Sicché il mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-’Aziz Al-Shaykh, il quale ha definito l’adescamento dei giovani musulmani perché partano per il jihad in Siria un “tradimento dell’Umma [la comunità dei fedeli]“, viene accusato di essere al servizio dei “collaborazionisti” (Sahawat è il termine utilizzato, in riferimento alle milizie sunnite irachene addestrate dagli Usa per combattere contro al-Qaeda). Il video agisce sulle corde più sensibili dell’opinione pubblica musulmana: immagini di bambini uccisi da armamenti chimici, donne costrette a imbracciare le armi a causa del gran numero di uomini massacrati.

Nella puntata di “Liqa’ al-Yawm” (L’Incontro di Oggi) del 19 dicembre 2013, Taysir ‘Alwani di Al-Jazeera ha realizzato una lunga intervista con Abu Mohammad al-Jawlani, l’emiro di Jabhat al-Nusra. Il gruppo è senza dubbio la formazione al-qaedista più popolare in Siria, contando sulla militanza di meno stranieri rispetto a ISIS.

Il leader della Nusra articola innanzitutto la sua captatio benevolentiae nei confronti dei siriani, collocando il suo movimento sul cammino della militanza jihadista repressa a Hama nel 1982.

A tre anni dallo scoppio della rivoluzione, le parole di al-Jawlani rispecchiano inoltre la visione di molti siriani, per i quali la paralisi dell’Occidente equivale a un sostegno per il regime di Asad: “La comunità internazionale ha offerto rose ai sunniti siriani, mentre li accoltellava alle spalle”. Secondo il leader della Nusra, la popolarità dei mujahidin cresce in modo direttamente proporzionale alla connivenza tra comunità internazionale e regime siriano, risvegliando finalmente le coscienze sunnite contro i despoti miscredenti scelti dall’Occidente a tutela dei confini israeliani, vale a dire i “disertori” (rawafid) sciiti e alauiti. Facendosi megafono di numerosi siriani rimasti nelle aree più devastate del Paese, al-Jawlani liquida i negoziati tenutisi a Ginevra tra 22 e il 31 gennaio come un compromesso inaccettabile, un tentativo di sostituire Bashar al-Asad con un suo collaboratore, sul modello dell’accordo raggiunto in Yemen per la deposizione di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.
Siria: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi

Nell’ottica del regime siriano, l’ascesa di al-Qaeda è giunta invece alla vigilia dei colloqui di Ginevra, a sottolineare come la permanenza di Bashar al-Asad sia negli interessi della lotta al terrorismo dell’Occidente.

Secondo un servizio datato 1 dicembre 2013 dell’emittente statale Al-Ikhbariya, i crimini di ISIS in Siria e in Iraq sono da imputare ai “mezzi uomini” della casa regnante saudita, che starebbero puntando tutto su al-Qaeda dopo essere stati isolati dal riavvicinamento tra Iran e Usa suggellato dall’accordo sul nucleare del 24 novembre 2013).

La visione di Damasco coincide con quella delle emittenti sciite filo-governative irachene. Nel documentario “Al-Imarat al-Sawda’ (L’Emirato Nero)”, trasmesso il 20 novembre da Al-Ahd, canale dell’ex-milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haqq (La Lega dei Giusti), l’analista Ahmad al-Hatif adduce l’espulsione di Al-Qaeda quale fine legittimo dell’offensiva lanciata dal regime siriano nella Ghuta, la piana ad est di Damasco, ignorando la presenza limitata di gruppi al-qaedisti in questa regione. L’intento è lo stesso del regime siriano, di presentare la composita galassia dei ribelli come un monolite al-qaedista.

Dal gennaio del 2014, con il lancio delle operazioni militari culminate nella riconquista di Fallujah, la città irachena della provincia occidentale di Anbar caduta nelle mani di ISIS , l’industria propagandistica di Damasco ha trovato un alleato ancora più solido in Bagdad. “La responsabilità di ciò che è successo è anche di quei Paesi che hanno armato l’opposizione siriana, perché ora queste armi vengono usate in Iraq,” afferma ‘Ali al-Shalah, deputato della coalizione guidata dal premier iracheno Nouri al-Maliki, nell’edizione dell’8 gennaio del programma “Hadith al-Watan (Il Discorso della Nazione)”, in onda sull’emittente libanese filo-siriana Al-Mayadeen.
A dispetto della tinta omogenea utilizzata da Damasco e Baghdad nel dipingere i ribelli siriani, è un dato di fatto come ISIS venga ormai identificato come un corpo estraneo all’opposizione sia dalle sue componenti laiche che da quelle islamiche. Il gruppo al-qaedista si è infatti reso protagonista di una serie interminabile di esecuzioni sommarie nelle regioni controllate dagli insorti. Il 10 dicembre 2013, sulle frequenze del canale Shadaa al-Hurria (Il Canto della Libertà), persino lo sceicco salafita siriano ‘Adnan al-’Ar’ur si è mostrato fortemente critico, denunciando l’illegittimità delle sentenze emesse da ISIS, definito “una fazione rappresentante il 5% dei siriani e non uno Stato.” Il 3 gennaio 2014, la maggiore formazione islamica siriana, al-Jabhat al-Islamiyya (il Fronte Islamico), ha infine dichiarato guerra a ISIS , colpevole di aver ucciso Abu Rayyan, uno dei comandanti della brigata Ahrar as-Sham (I Liberi del Levante).

Lo sguardo degli attivisti laici siriani sul fenomeno ISIS è sintetizzato da “Kif tasna’u al-Da’ishi (Come si Produce un Militante di ISIS)“, cortometraggio animato satirico diffuso il 23 gennaio dal collettivo di artisti arabi Kharabeesh (Scarabocchi): il combattente locale di ISIS viene rappresentato come un pupazzo agli ordini di un fantoccio straniero, l’emiro, pilotato delle agenzie dell’intelligence internazionali. Nella didascalia del video, si ironizza su come la nuova ondata destabilizzante al-qaedista “susciti lo stupore degli osservatori del Medio Oriente,” pur giungendo alle porte di Ginevra II.
Iraq: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi pt. II

In Iraq, il taglio dei programmi che celebrano il dispiegamento delle truppe in Anbar in funzione anti-qaedista è molto simile alla propaganda, che ha accompagnato le operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane durante la rivoluzione: musica trionfale, confessioni intimorite dei “ratti” (jirdhan) al-qaedisti – come li definisce in uno speciale del 29 dicembre 2013 il canale Al-Afaq, di proprietà del partito di Maliki, ad-Da’wat al-Islamiyya (Il Richiamo Islamico) – al ritmo incalzante dei quesiti degli inquirenti, incarnazione mediatica delle istituzioni irachene dominate dagli sciiti.

Sul fronte dell’opposizione – oggi marcatamente sunnita – si contesta come la minaccia di ISIS abbia eclissato le ragioni di una contestazione anti-governativa esplosa già a dicembre del 2012, in segno di protesta contro il ricorso sistematico alla legge anti-terrorismo per attaccare gli esponente sunniti dell’opposizione.

In un servizio del 2 gennaio 2014, Al-Arabiya dedica spazio alle istanze dei clan sunniti dell’Anbar, insorti contro l’arresto del parlamentare sunnita Ahmad al-’Alwani il 28 dicembre 2013, i quali respingono le accuse del premier Maliki di aver facilitato la successiva presa di Falluja da parte di ISIS . La versione dell’opposizione è che a creare le condizioni caotiche favorevoli all’ingresso di al-Qaeda sarebbero stati invece gli scontri tra le tribù locali e l’esercito inviato da Bagdad. Su questo nodo si innesta la polemica tra l’emittente statale Al-Iraqiya e una delle voci dell’opposizione, Baghdad TV, di orientamento islamico sunnita. In un servizio del 12 gennaio, Baghdad TV replica alle accuse di istigazione alla violenza provenienti da Al-Iraqiya, difendendo il diritto di esigere chiarezza sulla natura delle operazioni militari condotte nell’Anbar e di mostrare le proteste degli abitanti di Falluja contro l’arrivo delle truppe nella città di al-Ramadi.

Viene inoltre criticata la rappresentazione dell’Anbar come focolaio di violenza, immagine del resto già cristallizzata nei media filo-governativi: il sopracitato documentario, trasmesso da Al-’Ahd il 20 novembre, descriveva per esempio le regioni occidentali irachene come “il rifugio sicuro di ISIS .” D’altro canto, non stupisce come il messaggio al-qaedista faccia da tempo breccia in Iraq, un Paese dove la comunità internazionale non ha saputo opporsi all’insediamento della classe dirigente sciita per mano dell’occupazione statunitense e alla conseguente marginalizzazione di ampi strati della popolazione sunnita.

Libano: vecchi fantasmi e polarizzazione

Per quanto riguarda i media libanesi, la minaccia al-qaedista viene localizzata nei campi profughi palestinesi, considerati un “ricettacolo” di destabilizzazione sin dai tempi della guerra civile. Sul fatto che i campi profughi offrano un riparo agli estremisti sono tutti d’accordo, dalle emittenti più vicine alla coalizione anti-siriana del 14 Marzo (LBC) a quelle controllate dagli asadisti dell’8 Marzo (OTV).

La polarizzazione degli schieramenti libanesi riemerge invece nell’identificare il mandante dei recenti attentati al-qaedisti a Beirut. In un servizio della LBC del 20 dicembre 2013, si sottolinea l’interesse condiviso tra ISIS e il regime siriano, intenzionato a presentarsi impegnato nella lotta al terrorismo di fronte all’Occidente. Diverso l’approccio dei canali più vicini a Damasco, propensi a rappresentare l’opposizione siriana come un agglomerato indistinto di estremisti islamici e una minaccia alla sovranità nazionale libanese. È questa la linea adottata da Al-Jadeed il 2 ottobre, sottolineando le ambizioni estese a tutto il Levante non solo di ISIS, ma anche delle tredici formazioni “estremiste” islamiche allontanatesi il 24 settembre dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane della Rivoluzionarie e dell’Opposizione filo-occidentale.

Alcune emittenti esterne al panorama libanese, come Al-Arabiya, abbozzano una contestualizzazione socio-economica del radicalismo sunnita libanese piuttosto che una sua demonizzazione. Nella puntata del 3 maggio del programma “Sina’at al-Mawt (La Fabbrica della Morte)”, l’ospite è un giovane tripolino simpatizzante di al-Qaeda, che combatte al fianco dei ribelli in Siria. L’intervistato afferma di non saper leggere il Corano, estrae dal portafoglio le poche banconote rimastegli e la carta d’identità e si lamenta: “Questa [carta d’identità] non serve neanche a farmi ricoverare in ospedale in Libano! […] Cosa devo fare? Iniziare a rapire gli stranieri e chiedere il riscatto? […] Torno in Siria a combattere, non ho nulla da perdere”.

Al-Arabiya riesce a inquadrare la precarietà sociale del potenziale fondamentalista, ma tradisce la sua faziosità filo-saudita nel dare voce quasi esclusivamente ai sunniti nell’ambito di un’inchiesta sulla presenza di al-Qaeda in Libano.

Nel Paese dei cedri , l’ascesa di al-Qaeda potrebbe cavalcare l’attesa di una rivalsa sunnita cronicamente delusa dalle forze elettorali dai tempi dell’uccisione del premier Rafiq al-Hariri (2005), in un contesto da allora dominato dall’egemonia politico-militare di Hezbollah. Come in Iraq e in Siria, la comunità internazionale ha dato prova d’impotenza: nel caso del Tribunale Speciale per il Libano istituito dall’Onu, l’immunità de facto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio Hariri ha esposto la vulnerabilità dei politici sunniti assurti a icone di opposizione al regime siriano e ai suoi alleati.

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Sudan sempre al centro delle dispute tra media occidentali e arabi

Riprendo a caricare quanto ho pubblicato nel corso dell’ultimo anno, dopo una lunga scandalosa inattività…

Questo articolo è stato pubblicato da Arab Media Report il 27 gennaio 2014 e si occupa del dibattito mediatico di cui è stato da sempre oggetto un Paese martoriato come il Sudan, dando vita ad accese polemiche tra redazioni arabe e occidentali…

omar_al-bashir running away from Ocampo

Il fatto che il Sudan sia tornato temporaneamente all’attenzione dei media, per via degli scontri in corso nella neonata repubblica meridionale tra i sostenitori del presidente Salva Kiir e quelli del suo rivale ed ex vice Riek Machar, fornisce uno spunto di riflessione sulla copertura mediatica di un paese da sempre al centro di polemiche tra redazioni arabe e occidentali. La diatriba è radicata nel conflitto tra nord e sud esploso negli anni ’50, diramatosi nella guerra del Darfur (Sudan occidentale) dal 2003 e passato dalla creazione del Sud Sudan nel 2011. La nascita dello stato meridionale ha avuto delle ripercussioni inevitabili sulle proteste anti-governative scoppiate nello stesso anno nel nord del paese e inaspritesi nella seconda metà del 2013, da quando il presidente Omar al-Bashir ha imposto l’aumento del prezzo del carburante a seguito della temporanea sospensione dei rifornimenti petroliferi provenienti dal sud (gennaio 2012- aprile 2013).

Durante la crisi umanitaria del Darfur, i media arabi erano già stati accusati dai loro omologhi occidentali e dall’opposizione sudanese di aver mostrato scarso interesse per i crimini commessi dal regime di Khartoum. Nel 2008, riflettendo l’opinione più diffusa nel mondo arabo, il direttore del quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi, ‘Abdul-Bari ‘Atwan, aveva replicato sostenendo che i media occidentali avevano esagerato le proporzioni degli eventi del Darfur per legittimare la nascita del Sud Sudan. Secondo ‘Atwan, una simile insistenza sul Darfur sarebbe servita a distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse dalle truppe occidentali in Iraq e Afghanistan. Le sue dichiarazioni rispecchiano la propensione dei media arabi a occuparsi dei conflitti sudanesi come un complotto israelo-americano finalizzato al controllo delle risorse energetiche del paese. Per quanto siano innegabili sia le relazioni tra i separatisti del sud e Tel Aviv che la concentrazione del 70 percento dei giacimenti petroliferi del paese nella repubblica meridionale, l’approccio dei media arabi tradisce un interesse limitato alla geopolitica internazionale, a fronte di una scarsa presenza di reporter sul campo.

Nel luglio 2013, la “paladina” mediatica delle rivoluzioni arabe, Al-Jazeera, è tornata al banco degli imputati per la marginalizzazione delle proteste anti-governative sudanesi: la replica della redazione è stata che solo alcune centinaia di manifestanti avrebbero preso parte alle proteste, a differenza degli altri paesi arabi. Pur essendosi occupata delle rivendicazioni popolari sudanesi, l’emittente qatarense è ormai nota per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani e a uno dei loro “megafoni”, lo Shaykh Yusuf al-Qaradawi, il quale ha definito “buona” la situazione sudanese, rifiutando il paragone con la dittatura militare di Hosni Mubarak in Egitto. Il regime di Omar al-Bashir è pur sempre ideologicamente islamico e il parere di Qaradawi non può che essere condiviso da una parte dell’opinione pubblica musulmana.

L’altro colosso mediatico panarabo, Al-Arabiya, ha dedicato spazio alle proteste, pur definendole un movimento “senza precedenti” dall’ascesa al potere di Bashir (1989) e riconducibile agli “slogan della primavera araba”. In realtà, come osserva Stephen Zunes, esperto di politica mediorientale, il Sudan aveva conosciuto episodi di mobilitazione popolare già negli anni ’90 e nel 2005, ben prima della “primavera araba”.

Sul fronte dei media occidentali, nel caso del Darfur, non sono mancate le consuete derive orientaliste, rese ancora più incontrastate dalla marginalità dei media arabi nella copertura degli eventi. La stessa definizione di genocidio è stata spesso fondata su demarcazioni etno-confessionali arbitrarie: la popolazione del Darfur è musulmana e lo scontro non era pertanto tra musulmani e cristiani come nel caso del conflitto tra nord e Sud Sudan, né tantomeno si trattava di un regime “arabo” intento a massacrare “africani” non arabi, essendo la distinzione ben più sottile e connessa a questioni identitarie e linguistiche.

Tutte queste sfumature si sono perse nella versione mainstream degli eventi, con conseguenze non indifferenti sull’odierna copertura delle proteste in Sudan. Il blogger sudanese Mohammad al-Dahshan ha imputato infatti lo scarso interesse dimostrato anche dai media occidentali all’immagine cristallizzata dei sudanesi settentrionali, identificati come gli stessi musulmani arabi “malvagi” che massacravano i cristiani del sud e gli “africani” del Darfur. La loro ribellione contro lo stesso governo responsabile dei massacri non suscita alcun interesse in assenza dei dovuti approfondimenti del contesto storico, politico e religioso. Lo studioso di religioni Alex Thurston ha per esempio sottolineato come una delle figure chiave dell’opposizione, Sadiq al-Mahdi- pronipote del leader islamico Mohammad Ahmad al-Mahdi, che guidò la ribellione contro i colonialisti inglesi nel 1885- renda ulteriormente complesso il ruolo giocato dall’Islam nella politica sudanese. Un ruolo probabilmente troppo complesso per essere analizzato da un’industria mediatica in grado di osservare le forze islamiche esclusivamente in funzione del loro dirottamento dei moti popolari.

In questi giorni, l’ennesima esplosione di tensioni mai sopite, la faida tra il clan di Kiir e quello di Machar nel Sud Sudan, potrebbe avvalorare l’originale scetticismo dei media arabi nei confronti della divisione del paese e distanziarli ulteriormente dal giornalismo occidentale. Tuttavia, alcuni arguti editoriali, come quello dell’egiziano Mohammad Abu al-Fadl, pubblicato il 29 dicembre 2013 sul quotidiano panarabo Al-Arab, lasciano ben sperare per il futuro, astenendosi dalla condanna della nascita della repubblica meridionale e dall’apologia più o meno implicita del regime di Khartoum: vi si riconosce invece come Omar al-Bashir possa approfittare dell’attenzione mediatica attratta dal sud per arginare nell’ombra il dissenso esploso al nord. Porre le basi per un dialogo tra media arabi e occidentali non potrà che far luce sulla complessità dello scenario sudanese.

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