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Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sull’ascesa di Al-Jazeera English come media più professionale e meno parziale dell’ominima emittente panaraba.

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Analisi
Al-Jazeera news anchors Veronica Pedrosa
(photo: aaron-sekhri.com)

Sono passati ormai diciassette anni dalla nascita dell’emittente satellitare panaraba Al-Jazeera (AJ), un progetto rivelatosi in grado di rivoluzionare una regione abituata alla rigida censura governativa. Nel 2006, una volta conseguita l’affermazione del canale quale fonte giornalistica più autorevole del mondo arabo, l’emirato del Golfo ha deciso di imporre il suo marchio nel club degli imperi mediatici anglofoni attraverso il lancio di Al-Jazeera English (AJE), originariamente nota con il nome di Al-Jazeera International.

Fin dall’inizio, l’emittente è stata oggetto di accese polemiche sia nel mondo arabo, preoccupato che l’obiettivo fosse uno smorzamento occidentalizzato delle posizioni anti-imperialiste, sia in Occidente, data la demonizzazione islamofoba attuata per anni dalle aree politiche conservatrici nei confronti del canale. Simili pregiudizi e l’ostracismo della concorrenza hanno finora relegato la popolarità di AJE tanto in Asia che in Africa e mettono ora a dura prova il successo di Al-Jazeera America appena sbarcata negli States.

La chiave del successo delle due emittenti anglofone del network del Qatar sui mercati europei e americani sarà la mobilitazione dell’opinione pubblica in favore della libertà d’espressione e del pluralismo mediatico, senza aspettarsi che l’orientamento trascenda il contesto mediorientale d’origine e venga meno alla missione di megafono del ‘sud globale’ [1].

L’altro lato della medaglia è il parallelo declino della credibilità di AJ, divenuta strumento della politica estera della famiglia reale al-Thani, in netto contrasto con la professionalità di AJE: il rischio è che il canale anglofono diventi un biglietto da visita dell’emirato al di fuori della regione, riducendo AJ a innocuo strumento di propaganda.

Perché Al-Jazeera English non ha mai inteso emulare la BBC o la CNN

Alla nascita di AJE, molti giornalisti di AJ avevano espresso il loro timore che il modello di resistenza mediatica, reso celebre dallo smascheramento dei crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq, venisse filtrato dal team di giornalisti ‘importati’ da canali come la Bbc. Stando alla testimonianza di William Stebbins, caporedattore di AJE a Washington dal 2005 al 2010, il Ministero degli Esteri statunitense aveva promesso maggiore accessibilità alle fonti governative in cambio di pressioni sullo staff arabo ostile alla Casa Bianca.

Doha aveva subito resistito a un simile snaturamento dell’identità del marchio Al-Jazeera, promuovendo l’artefice del successo del canale arabo, il palestinese Wadah Khanfar, alla direzione generale del network televisivo; Khanfar aveva quindi provveduto a mutare il nome dell’emittente anglofona da Al-Jazeera International ad Al-Jazeera English, in un chiaro ridimensionamento delle aspirazioni dei ‘nuovi arrivati’. A dispetto dell’indipendenza da Doha sbandierata dall’ex-direttore amministrativo di AJE, Nigel Parsons, Khanfar ha cercato di mantenere l’emittente anglofona fedele alla missione di Al-Jazeera di essere una voce degli emarginati del “sud globale”.

Diversi analisti hanno però bocciato la professionalità di AJE, dando per scontato fosse stata concepita per ‘redimere’ i presunti eccessi anti-americani della ‘sorella’ araba. In questo senso, erano state emblematiche le dimissioni del 2008 di David Marash, celebre presentatore americano assunto da AJE, il quale aveva dichiarato di non identificarsi nella visione “araba e post-colonialista” del canale. Marash aveva dimostrato di non tenere così in alcuna considerazione l’orientamento del pubblico di AJE. Come messo in luce dagli studiosi di media Mohammad al-Nawawy e Shawn Powers, chi preferisce AJE alla Cnn o alla Bbc si distingue infatti per una posizione critica nei confronti della politica estera americana.

La chiave di lettura dell’orientamento di AJE risiede nelle teorie formulate da Kai Hafez [2], che considera gli spettatori un ‘elettorato’ piuttosto che un pubblico universale privo di idee pregresse. Nel contesto contemporaneo saturo d’informazione, i telespettatori cercano delle conferme delle loro convinzioni, quelli di AJE tanto quanto quelli della BBC.

La possibile via del successo per Al-Jazeera English in Occidente

Se finora i pregiudizi sul mondo arabo e alcuni calcoli di natura commerciale della concorrenza hanno limitato la popolarità di AJE negli States e in Europa, una piccola esperienza locale di successo può indicare le carte da giocare per assicurarsi il pubblico occidentale. Il dottorando William Youmans ha seguito in dettaglio il caso di un provider via cavo del Vermont (Usa), la Burlington TV, una delle pochissime piattaforme ad aver accettato di trasmettere AJE nel 2007, in un Paese dove l’emittente qatarense è riuscita ad assicurarsi un canale solamente quest’anno con l’acquisto di Current TV, l’emittente posseduta da Al Gore.

Si tratta di un caso particolare, in considerazione della natura semi-pubblica della Burlington TV, che è solita consultare i suoi telespettatori in quanto fruitori di un servizio, e dell’orientamento politico a favore del partito democratico prevalente nello stato del Vermont. Nel 2008, il fatto che alcuni residenti si fossero opposti alla trasmissione di Al-Jazeera ha spinto le autorità locali a indire una serie di dibattiti, a cui hanno partecipato cittadini e membri dello staff di AJE: in merito alle obiezioni avanzate dal fronte del ‘no’, è stato concluso che non vi fossero prove sufficienti né del contenuto anti-israeliano né dell’influenza della natura anti-democratica dell’emirato sul palinsesto. In nome della libertà d’espressione e del dialogo interculturale, il comune di Burlington ha deciso di non interrompere le trasmissioni di AJE.

Alcuni dei partecipanti al dibattito hanno confermato la validità delle teorie di Hafez sul pubblico inteso come ‘elettorato’ dalle posizioni predefinite, sminuendo l’eventualità che i telespettatori sviluppino tendenze anti-americane a causa di Al-Jazeera English. L’esperienza di Burlington potrebbe suggerire alla direzione di AJE e AJA la strategia migliore per guadagnare popolarità in Occidente, promuovendo dei dibattiti tra fasce di pubblico politicizzato e già incline alla ‘contro-informazione’.

Al-Jazeera English guadagna credibilità a spese di Al-Jazeera

Pur condividendo una visione contro-egemonica nei confronti dei media occidentali, il divario creatosi tra AJE e AJ in termini di credibilità è invece evidente in determinati contesti, Egitto e Bahrain in primis, dove la mano pesante dell’emirato ha condizionato la copertura degli eventi. A differenza della questione palestinese, dove l’insistenza di Doha nel mantenere dei buoni rapporti con Tel Aviv sin dal 1996 non ha condizionato la copertura del conflitto in senso filo-israeliano, la tutela dei legami con i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita ha limitato la professionalità di AJ nell’occuparsi di Egitto e Bahrain.

Nel primo caso, i segnali della faziosità di Al-Jazeera Mubashir Misr (Al-Jazeera in diretta dall’Egitto- il canale creato ad hoc per seguire gli eventi egiziani) sono innumerevoli: basti constatare il dominio assoluto delle interviste a opinionisti a sostegno del deposto presidente islamista Mohammed Mursi sulla pagina YouTube del canale o la scelta di concedere oltre venti minuti al dotto islamico Yusef al-Qaradawi, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani, per rivolgersi “al popolo egiziano” alla stregua di un presidente.

In merito invece al Bahrain, nonostante lo spazio concesso all’opposizione bahrainita anche su programmi di punta come Al-Ittijah Al-Mu’akis (La Direzione Opposta), la presa di posizione del canale al fianco della monarchia è palese in servizi come quello di Fawzi Bushra del 16 marzo 2011, dove l’insurrezione bahrainita viene definita “confusa” rispetto ai moti popolari egiziani e tunisini, in quanto divisa tra sciiti e sunniti.

Il Qatar, in qualità di membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), ha acconsentito all’invio delle truppe del Dir’ al-Jazirah (Scudo della Penisola) in Bahrain il 14 marzo 2011 in supporto del regime. Come rivelato da un documento dell’ambasciata statunitense di Doha pubblicato da Wikileaks, al-Jazeera è riuscita a mediare la riconciliazione con l’Arabia Saudita nel 2010 attraverso una copertura favorevole della famiglia reale; Riyadh si è del resto collocata in prima linea nel supportare l’intervento in Bahrain, temendo pericolose ripercussioni nelle regioni sciite saudite.

Al contrario, AJE ha riservato maggiore spazio alla rivoluzione bahrainita, approfondita tramite un documentario intitolato ‘Shouting in the Dark’. In questo caso, il canale anglofono ha seguito una politica redazionale indipendente da Doha, evitando per esempio di applicare due pesi e due misure in Bahrain e in Siria, contesto quest’ultimo in cui AJ si è schierata apertamente con i rivoluzionari, omaggiandoli di una copertura continua degli eventi. L’intensità del conflitto esploso in Siria non legittima completamente la scala di priorità, considerata l’attenzione maggiore dedicata ai rivoluzionari pacifisti egiziani in confronto ai loro omologhi bahrainiti.

Le dimissioni di Wadah Khanfar del 2011 e la nomina alla direzione del network di un membro della famiglia reale senza alcuna esperienza giornalistica, Ahmad Bin Jassem al-Thani, avevano già suggerito un giro di vite delle élite qatariote. Un ulteriore passo indietro è stato il ripristino del Ministero dell’Informazione nel rimpasto ministeriale guidato dal nuovo emiro Shaykh Tamim Bin Hamad al-Thani, asceso al trono il 26 giugno scorso: tale ministero, da sempre utilizzato come strumento di controllo nel mondo arabo, era stato abolito dal padre Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani in un gesto di apertura coinciso con il lancio di Al-Jazeera nel ’96. Lo stesso Khanfar aveva del resto motivato il suo abbandono sostenendo di aver portato a termine la sua “missione”, trasformando Al-Jazeera in un network internazionale d’informazione.

Ora che il Qatar è riuscito ad affermarsi come potenza, si trova immerso in un contesto costellato da realtà mediatiche intraprendenti quanto Al-Jazeera, emerse dalla caduta dei vari regimi (si pensi al ricco panorama satellitare iracheno): non trattandosi più di un’eccezione regionale, AJ potrebbe iniziare a essere percepita come realtà nazionale, chiamata a monitorare l’operato della classe dirigente. Secondo l’analisi dell’ex-caporedattore di AJE William Stebbins, l’emirato ha preferito limitare i danni e ripiegare su una missione molto meno ambiziosa di quella di Khanfar.

Nonostante dipenda finanziariamente dalle stesse casse e sia già stata oggetto delle pressioni di Doha, AJE sembra mantenere livelli superiori di professionalità. L’abdicazione volontaria di Shaykh Hamad, per esempio, è stata sì erta a “passo senza precedenti” [3] nella regione, ma senza scadere negli elogi sperticati dell’emittente araba, la quale non ha esitato a dedicargli una sezione speciale sul sito. AJE si è invece distinta mandando in onda una puntata di Inside Story (26 giugno 2013), in cui il corrispondente del The Guardian britannico, Ian Black, ha ricordato come il Qatar abbia prorogato di recente il mandato del Consiglio Consultivo, procrastinando ulteriormente le elezioni parlamentari. Sempre Inside Story (14 giugno 2013), ha dedicato un’altra puntata ai timori connessi allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei preparativi per la Coppa del Mondo di calcio, in programma a Doha nel 2020.

D’altro canto, come suggerito dall’ex-caporedattore Stebbins, le maggiori libertà concesse ad AJE potrebbero essere parte di una strategia volta a presentare un’immagine più liberale al pubblico anglofono esterno alla regione, mantenendo invece un controllo più rigido sul contenuto di AJ. Paradossalmente, considerando l’originale funzione di resistenza svolta nei confronti dei media occidentali, Al-Jazeera finirebbe per rassomigliare alla Cnn, di cui ai tempi della guerra in Iraq veniva criticata la disparità dei contenuti a seconda del pubblico: propaganda militarista per i telespettatori americani e commenti più sobri su Cnn International. Un’ Al-Jazeera lontana dagli albori da paladino della libertà d’informazione, rifondata sul consenso interno e le immagini edulcorate all’estero.

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Note

[1] Nelle parole di Ibrahim Helal, vice direttore delle notizie e dei programmi di AJE. Si veda: Mohammed el-Nawawy e Shawn Powers, Mediating Conflict. Al-Jazeera English and the Possibility of a Conciliatory Media [2008].

[2] Hafez, K. (2000) The West and Islam in the Mass Media: Cornerstones for a New International Culture of Communication in the 21st Century. Center for European Integration Studies Discussion Paper, 61, 3.

[3] In realtà esiste un precedente: il sultano dell’Oman Taimur bin Faisal bin Turki (1913 – 1932) abdicò infatti volontariamente in favore del primogenito.

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Maliki impone la chiusura di dieci canali satellitari in Iraq

Un articolo che ho scritto per ArabMediaReport sull’ennesima repressione dei media avvenuta in Iraq…

(Immagine ripresa da http://www.anhri.net)

Iraq: dieci canali satellitari obbligati alla chiusura

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Andrea Glioti

Il 29 aprile la Commissione dei Media e delle Telecomunicazioni, Cmt, irachena ha decretato il blocco di dieci canali satellitari: gli iracheni Baghdad TV, Al-Sharqiya, Sharqiya News, Babiliya, Salahuddin, Al-Fallujah, al-Tagheer e al-Gharbiya, oltre all’emittente kuwaitiana Anwar 2 e il portale arabo di  Al-Jazeera. Non potendo interrompere le trasmissioni di emittenti situate all’estero, la misura si limita al blocco delle attività dei loro inviati in Iraq.

L’accusa è di aver istigato l’odio confessionale tramite la loro copertura dei recenti scontri tra manifestanti sunniti ed esercito, sfociati nel bagno di sangue di Hawija, Kirkuk, del 23 aprile scorso, quando l’irruzione delle truppe governative ha causato la morte di cinquanta civili. L’ideale copertura del massacro di Hawija, agli occhi delle autorità irachene, rimane probabilmente quella dell’emittente governativa Al-Iraqiya, che ha dedicato la sua programmazione del 23 aprile a un festival di poesia tenutosi a Bassora.

Basta osservare quali canali sono stati oggetto della misura repressiva per rendersi conto della matrice politica del provvedimento.

Al-Jazeera non è mai stata benvista dalla leadership sciita irachena, fin da quando simpatizzava apertamente con la resistenza all’occupazione americana. Le relazioni tra Bagdad e questa emittente del Qatar continuato ad essere tese, anche alla luce dell’ospitalità offerta da Doha all’ex-vice presidente iracheno Tareq al-Hashimi, fuggito prima di essere condannato in contumacia per terrorismo.

Al-Sharqiya è di proprietà del miliardario Saad Bazzaz, ex-baathista legato al ministero dell’informazione iracheno. Nel 2008 la stazione aveva esplicitamente accusato l’emittente governativa Al-Iraqiya di aver istigato l’assassinio di una sua troupe a Mosul, in seguito a un reportage sulle torture nelle carceri irachene. Il giornale di proprietà di Bazzaz, Al-Zaman, è già stato al centro di una causa per aver ricevuto finanziamenti dall’intelligence saudita.

Baghdad TV è la voce del Partito Islamico Iracheno, versione locale dei Fratelli Musulmani. Dall’inizio delle proteste governative nel dicembre 2012, ha dedicato alle proteste un’intensa copertura, integrata dalla nascita di programmi ad hoc. In questo caso, l’accusa d’istigazione all’odio confessionale sembra più plausibile, considerando lo spazio dedicato  alla retorica esplicitamente settaria di alcuni leader sunniti.

Babiliya è di proprietà di Saleh al-Mutlak, ex-vice-premier iracheno, escluso dalle liste dei candidati alle elezioni politiche del 2010 per la sua precedente militanza baathista. In passato, era già stato temporaneamente rimosso dall’incarico per aver accusato di despotismo il premier Nuri al-Maliki. A gennaio Mutlak ha consegnato le dimissioni, cercando di presentarsi come paladino delle rivendicazioni sunnite.

Salahuddin e Al-Fallujah sono emittenti dal chiaro interesse regionale, concentrato in due roccaforti degli oppositori di Maliki. Il canale kuwaitiano sciita Anwar 2, di proprietà di una famiglia iraniana, è l’unica eccezione tra le emittenti di proprietà sunnita colpite dal provvedimento, ma non si può che interpretarlo come uno specchietto per le allodole.

Non si può negare che le manifestazioni in corso nelle province sunnite presentino dei tratti confessionali: se si trattasse solamente di indignazione verso l’autoritarismo di Maliki, non si vedrebbe sventolare la bandiera irachena dei tempi di Saddam. Risulta tuttavia poco credibile formulare accuse di istigazione alla violenza confessionale in un contesto politico dominato dalla retorica confessionale dei partiti islamici sia sciiti che sunniti.

Dalle colonne del quotidiano Al-Quds al-Arabi, il politologo Muthanna Abdullah denuncia l’attacco contro le stazioni televisive, inquadrandolo in un unico piano repressivo, militare oltreché mediatico, finalizzato a imporre un terzo mandato di Maliki come primo ministro. Non può del resto passare inosservata la somiglianza tra il capo d’imputazione delle emittenti e l’articolo 4 della legge anti-terrorismo invisa ai manifestanti sunniti: il nesso è la persecuzione di chiunque sia ritenuto reo di istigazione alla violenza. Il provvedimento emesso dalla Cmt denuncia appunto la “promozione di organizzazioni terroristiche messe al bando”.

Le restrizioni della CMT erano già state oggetto delle critiche del Commitee to Protect Journalist, Cpj, basato a New York. Un provvedimento emanato nel 2004, prima della stesura della costituzione irachena garante della libertà di stampa, ha infatti conferito alla Cmt il potere di chiudere i media che violano i termini delle licenze rilasciate da quest’ultima. Ciononostante, la suddetta commissione non avrebbe nemmeno l’autorità di emettere simili licenze, essendo nata per occuparsi dell’amministrazione delle frequenze. Già nel 2010, il Cpj sottolineava come le restrizioni dell’operato della stampa sulla base di licenze governative fossero una ben nota pratica dittatoriale..

Al di là della palese repressione mediatica, l’Iraq continua a rimanere vittima di una crescente polarizzazione che non risparmia le poche realtà indipendenti dell’informazione. Il fallimento della riconciliazione nazionale post-Saddam ha scatenato una caccia al baathista in ogni settore lavorativo. Dietro ogni programma critico del nuovo regime viene ricercata un’agenda insurrezionalista, un caporedattore baathista. Senza una reale riconciliazione a livello politico, la funzione critica dei media indipendenti continuerà a essere irrimediabilmente ostacolata.

 

 

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Hezbollah nel dopo-Assad

Scritto all’indomani dell’attentato del luglio 2012 a Damasco, in cui ha perso la vita ‘Asef Shawkat. Pubblicato da TMNews a settembre..

Hezbollah: come sopravvivere alla Siria

Di Andrea Glioti

Geografia e armi

Il partito-milizia sciita libanese di Hezbollah si trova in una situazione estremamente delicata dall’inizio della rivoluzione siriana. Asse portante della Resistenza (muqawama) contro Israele, insieme a Iran, Siria e Hamas, il movimento si è trovato costretto a rimanere fedele a Damasco, da cui dipende militarmente. La geografia stessa del Libano, circondato da Siria e Israele, impone a Hezbollah di scongiurare una chiusura del permeabile confine siriano, alla quale non riuscirebbe a ovviare per vie aeree e marittime. Il movimento sciita si è così inimicato parte dell’opinione pubblica sunnita, simpatizzante con i correligionari, che rappresentano la maggioranza nell’opposizione siriana. Hezbollah si trova schiacciato tra la volontà di Damasco, che potrebbe trascinarlo in un conflitto regionale, e la necessità di tornare in auge tra i sunniti. La panacea più rapida sarebbe una guerra contro Israele, ma c’è chi nel frattempo guarda oltre, verso le nuove alleanze del dopo-Asad.

L’ufficio stampa di Hezbollah si rifiuta di rilasciare interviste circa la situazione politica siro-libanese. “È una fase delicata, dopo gli attentati di Damasco del 19 luglio,” spiega Hussein, 22 anni, ex-miliziano originario di Nabatiyeh, “Hizbullah studia attentamente le sue prossime posizioni e lascia che sia Nasrallah [NdA: il segretario generale del partito] a parlare.” Hussein ha accettato di parlare, ma chiede che non venga rivelato il suo nome e il motivo per cui non è più un membro di Hezbollah.

La Siria decide

“Abbiamo un attore [politico], Hezbollah, noto per pragmatismo e razionalità [NdA: si pensi all’evoluzione dall’ideologia khomeinista a partito politico pienamente integrato nel sistema libanese], che ha visto la sua capacità decisionale scivolargli gradualmente dalle mani per finire in quelle del regime di Asad,” sostiene Nicholas Noe, curatore di “Voice of Hezbollah: The Statements of Hassan Nasrallah”.

“Prima degli attentati del 19 luglio a Damasco, Nasrallah aveva riconosciuto gli errori commessi dal regime siriano,” afferma Hussein, “ma ora l’uccisione di tre uomini fondamentali per Hezbollah, come Asef Shawkat, Dawud Rajha e soprattutto Hassan Turkmani, ha cambiato tutto.” Dice di non aver visto Nasrallah così furioso dai tempi dell’assassinio di Imad Mughniyeh [NdA: uno dei leader militari di Hezbollah]: il segretario generale teme il peggio, poiché per rimpiazzare le vittime dell’attentato sono stati scelti dei profili votati esclusivamente alla soluzione militare, come il nuovo Ministro della Difesa, il generale Fahed al-Freij. Noe ha le idee molto chiare sullo scenario peggiore: “Il regime di Asad non avrebbe alcun problema, qualora fosse in procinto di crollare, a trascinare tutti gli attori regionali in un conflitto e, a questo punto, sarebbe molto facile coinvolgere Israele.” Del resto, lo stesso Presidente siriano Bashar al-Asad aveva già minacciato di trasformare il Medio Oriente in un nuovo Afghanistan, nell’eventualità di un intervento militare in Siria.

E se fosse Israele a dettare le tempistiche di un’offensiva? Il Ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Liberman, ha già avvisato che Tel Aviv non esiterà ad attaccare, nel momento in cui dovesse accorgersi del trasferimento di armi chimiche dalla Siria a Hezbollah. D’altro canto, lo Stato ebraico non si trova nelle condizioni disperate del Governo siriano e una sua iniziativa rimane meno probabile. Secondo l’analisi del politologo Ghassan al-‘Azzi, pubblicata dal Centro Studi di Al-Jazeera, Israele preferisce vedere Hezbollah affondare in una crisi interna, piuttosto che scatenare una guerra dagli alti costi umani. Tuttavia, non è da escludere che Tel Aviv decida di sfruttare la debolezza dell’asse della Resistenza, all’indomani della caduta del regime di Asad, lanciando una duplice offensiva contro Iran e Hezbollah.

E se la Siria decidesse invece di far divampare il proprio confitto in Libano, sfruttando la preesistente divisione tra sciiti e sunniti e trasformando la rivoluzione in violenza settaria? Sono questi i timori di buona parte dei sunniti nel Libano settentrionale, dove ciò che avviene in Siria ha ripercussioni più immediate, vista l’alta concentrazione di profughi siriani. Il regime sembra pronto a tutto, pur di controbilanciare le pressioni internazionali e imporre la sua presenza al tavolo dei negoziati di un’eventuale pacificazione. Il canale televisivo MTV, vicino alla coalizione libanese anti-siriana del 14 Marzo, riferisce di un aumento dell’afflusso di armi nei sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah.

Hussein non è d’accordo, “Hezbollah sa bene di andare a perdere nello scoppio di una guerra civile.” Del resto, fa notare il politologo Al-‘Azzi, nell’ipotesi di un conflitto interno libanese, le truppe di Hezbollah sarebbero dispiegate e visibili al nemico israeliano, mentre un dominio politico rimane molto meno “costoso”. L’attuale coalizione al Governo in Libano è quella filo-siriana dell’8 Marzo, di cui fa parte Hezbollah.

Calo di popolarità e dopo-Asad

“Mi ricordo bene Tripoli [NdA: seconda città libanese e roccaforte del conservatorismo sunnita] stracolma di bandiere di Hezbollah, dopo la liberazione del Libano meridionale dall’occupazione israeliana nel 2000,” osserva Hussein, “ma nel giro di cinque anni [NdA: assassinio del premier sunnita Rafiq Hariri nel 2005] è cambiato tutto.” “L’unica opzione per riabilitare le fortune del regime, e in un certo modo anche la reputazione di Hezbollah, è attraverso un conflitto con Israele,” sostiene Noe. Anche Hussein non ha dubbi: “In caso di una guerra contro Israele, molti siriani si unirebbero a noi, soprattutto quelli che sono rimasti neutrali durante la crisi.”

Ciononostante, Hezbollah non è così miope da non prepararsi al dopo-Asad, anche se ufficialmente viene ostentata una fiducia cieca nella sopravvivenza del regime. “Non credo nell’isolamento della Resistenza, in caso salgano al potere in Siria i Fratelli Musulmani [NdA: sunniti],” afferma Hussein, “la Russia e la Cina non lo permetteranno.” Il giovane ex-miliziano esprime il suo ottimismo e mi fa notare il timido avvicinamento all’Iran di Mohammad Morsi, neo-Presidente egiziano appartenente ai Fratelli Musulmani. Nell’attesa di assicurarsi i favori dell’Egitto, Teheran può contare sulla mediazione di Al-Nahda: il partito islamico sunnita al potere in Tunisia ha infatti insistito nell’invitare Hezbollah al suo congresso del 13 luglio, dove erano presenti anche le varie delegazioni dei Fratelli Musulmani. Al-Nahda gode di buoni rapporti con la Repubblica Islamica dai tempi dell’esilio sotto il dittatore filo-occidentale Ben Ali.

“La visione a lungo termine che emerge dai discorsi pubblici di Hezbollah è un tentativo di superare il conflitto tra sciiti e sunniti e formare un’ampia alleanza islamica attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa con lo scopo di strangolare Israele,” spiega Nicholas Noe. Tuttavia, supponendo che Hezbollah abbia successo nel riconciliarsi con gli islamici sunniti saliti al potere nei vari contesti post-rivoluzionari, riuscirà a riconciliarsi con l’opposizione siriana, che lo considera direttamente coinvolto nei massacri dei civili? “Hezbollah non è presente in Siria,” sostiene fermamente Hussein, “non si comprende che le forze speciali non verrebbero mai sprecate in Siria: sono il frutto di costosi corsi di addestramento in Iran e destinate a essere utlizzate contro il nemico principale, Israele.” Spetterà ai siriani accettare o meno simili spiegazioni.

ahmadinejad Bashar Nasrallah

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Syrian journalist critical of foreign media and their coverage of the uprising


A short interview with a Syrian journalist based for many years in Damascus. Originally published in The Majalla

The Media and the Revolution

Syrian journalist: “Foreign media don’t care about protecting Syrian activists and fixers.” An interview with a Syrian journalist, who has been working for a private publication for the last five years in Damascus.
syrian media
The Majalla: What was the level of polarization on both sides before the revolution?
No one hated Bashar Al-Assad before the revolution, few people were criticizing him. The country was not ready for a revolution, I think 51 percent of Syrians wanted reforms
Q:What are the taboos of the Syrian press nowadays? Is there a way to cross “red lines” without facing the wrath of the authorities?The taboos are the army, ethnic minorities, the President and all the “mafia” members. I crossed the red lines several times: I wrote about Kurds, judicial corruption, and educational corruption. The way to do it is to talk with high officials, not civil servants, and be able to defend your point. However, sometimes they caused me trouble for really stupid layout-related issues. Look what happened to the Syrian-Palestinian writer Salamah Kilah, who has been arrested because they found a leftist magazine in his apartment!

Q: Has anything changed since the lifting of the State of Emergency in April 2011?
The end of the State of Emergency worsened the situation and the escalation produced more lies from State-run media. [Pro-revolution] citizen journalist Bara’a Al-Bushi has been killed in Al-Tell (Damascus), while he was talking to [pro-opposition] Orient TV. Four journalists from the State-run TV station Al-Ikhbariyyah were abducted this month. The explosion which targeted the State-TV offices [August 6] occurred really nearby the Presidential palace in the Muhajereen neighborhood. How is it possible? The Syrian Centre for Media and Freedom of Expression was originally supported by Asma Al-Assad, but its president Mazen Darwish is detained since February 16 … The situation resembles the attacks on journalists that happened in Lebanon between 2005 and 2010 [responsibility for which is blamed on the Syrian Government by numerous analysts].

Q: What do you think about the mushrooming media of the opposition, are they reliable and independent?

I am wary of certain sponsors: why this businessman or country is sponsoring that media, what does he want from the post-Assad era? Some Gulf-funded TV stations are moved by clear political and sectarian agendas.
As for reliability, modern media depends on citizen journalists and revolutionary media are transparent and spontaneous, but sometimes you need to verify their accuracy.

Q: How do you evaluate the role played by internet in this revolution?

Look, in my village there are around 67.000 residents and I would say that only 200 of them have internet access. New media are important because they end up being broadcast on TV.

Those people who use new media will shape the change in this country, but they will not obtain Government posts in the future Syria.

Q: What is your opinion of the behavior of foreign media in Syria during the uprising?

The media have the duty of taking risks, regardless of threats. It’s not true that Al-Jazeera is not allowed inside the country: numerous foreign media were given permits to follow the UN observers. Al-Jazeera has been in Gaza and Iraq and they cannot enter Syria? On the other side, the same goes for pro-regime media such as [the Iranian] Press TV, who didn’t risk going into areas controlled by the Free Syrian Army.
Then you have those foreign journalists who reported about Syria while enjoying the summer in Beirut … Other foreign journalists have provided information about activists to the Syrian intelligence. I have been personally interrogated for working as a fixer, and the journalist I was following has never helped me … he didn’t even bring a bulletproof vest for me!

Q: Does regime change imply media freedom?

No, the future of media will imply lots of suffering and the regime will stay strong. I’m also concerned about the “newcomers,” those kidnapping journalists. For this aspect, I would like to quote Mazen Darwish, when he said: “I am not afraid of sectarianism, Islamists or Alawis, I’m afraid of tyranny and oppression, wherever it comes from.” The Syrian people won’t stay silent, because as long as there is no acceptance of other opinions, we won’t have a more liberal media.

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