Saudi Arabia

Guerre al di là del Mediterraneo: ecco perché la religione non c’entra (by Estella Carpi and Enrico Bartolomei, April 2016)

Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra

“Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra”

Dalla Siria all’Iraq, dall’Afghanistan alla Palestina, passando per il Libano e i tumulti sull’altra sponda del Mediterraneo: il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.
MONDOULTIME NOTIZIE 29 APRILE 2016 17:16 di Davide Falcioni

Articolo a cura di Enrico Bartolomei e Estella Carpi *

Dall’inizio dei movimenti di contestazione nel mondo arabo, che hanno rovesciato regimi pluridecennali in apparenza incrollabili e rimesso in discussione gli equilibri di potere nella regione, nei principali media e nei circoli degli esperti di politica estera si è affermata la tendenza a spiegare le cause delle proteste attraverso le lenti del confessionalismo, per cui i fattori che determinano la vita politica nel mondo arabo-musulmano sarebbero le tradizioni religiose nella loro irriducibile differenza. Il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta, mascherando le ambizioni regionali delle potenze straniere e fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.

Questa griglia di lettura della realtà ha radici profonde che vanno oltre il mondo arabo, ed è stata alimentata da una teoria molto influente delle relazioni internazionali inaugurata dal politologo americano Samuel Huntington, che ha avanzato la tesi dello “scontro di civiltà”, spiegando come alla base dei conflitti post-Guerra Fredda ci siano in primo luogo le differenze culturali e religiose tra i vari popoli. Questa visione semplicistica e fondamentalista degli eventi storici, per cui i gruppi sociali vengono definiti in base alle appartenenze etniche, religiose o comunitarie, non solo ignora la molteplicità dei fattori alla base dei conflitti contemporanei, ma anche l’uso politico che abili “manipolatori del confessionalismo” fanno di queste differenze per difendere i propri interessi.

La grande narrazione confessionale
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra globale al “terrorismo islamico” – inaugurata dagli Stati Uniti con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq – è diventata la copertura usata dalle classi dirigenti di vari regimi per eliminare gruppi insorgenti, movimenti separatisti o di liberazione. All’indomani degli attentati, l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon paragonò il leader di al-Qaeda Osama Bin Laden al presidente palestinese Yasser Arafat, presentando l’invasione militare della Cisgiordania durante la Seconda Intifada come necessaria per “smantellare le infrastrutture del terrorismo”. Lo stesso discorso viene ora riproposto, questa volta nei confronti del partito politico palestinese Hamas, prima di ogni operazione militare nella Striscia di Gaza. Il nuovo clima politico post-11 settembre permise anche al presidente russo Vladimir Putin di ridefinire la seconda guerra cecena come guerra contro il terrorismo, giustificando agli occhi della comunità internazionale la brutale repressione della guerriglia cecena.

Recentemente, il primo ministro Benyamin Netanyahu non ha esitato a strumentalizzare l’ondata di razzismo e islamofobia seguita agli attentati di Parigi, equiparando il “terrorismo dell’ISIS” al “terrorismo palestinese” nel tentativo di convincere i dirigenti e l’opinione pubblica europea che la lotta di liberazione palestinese è mossa dallo stesso odio anti-ebraico e anti-occidentale che viene generalmente attribuito al salafismo jihadista.

I manipolatori delle identità confessionali
Lungi dall’essere entità omogenee con caratteristiche immutabili, le identità confessionali ed etniche sono costruzioni sociali, vale a dire il prodotto storico di conflitti tra vari gruppi sociali che hanno utilizzato le diversità tra le varie componenti sociali nella lotta per il controllo di risorse materiali. Le appartenenze confessionali nei conflitti sono state strumentalizzate politicamente in primis dai manipolatori delle identità, come le classi dirigenti o i gruppi in competizione per la costruzione del consenso o per il controllo delle risorse. Questi principali attori manipolatori sono a loro volta il prodotto di una complessa relazione con la costruzione della loro stessa identità e garanzia di potere politico. Pertanto, il discorso confessionale è pienamente impiegato nei rapporti di potere ed è spesso elaborato come razionalizzazione d’interessi politici e strutture di dominio.

La strategia coloniale del divide et impera
Il confessionalismo è servito a legittimare la spartizione coloniale europea del Medio Oriente in seguito alla prima guerra mondiale. Presentare i conflitti nel mondo arabo-musulmano come il risultato dell’eterna lotta tra sunniti e sciiti, dispensa l’occidente dalle sue responsabilità storiche di protettore o rivale di questo o quel gruppo religioso o etnico. Difatti, la Francia e la Gran Bretagna hanno cinicamente sfruttato queste diversità per assicurarsi il controllo geopolitico delle risorse energetiche e la sicurezza domestica nella regione, ridisegnando arbitrariamente i confini, creando entità statali artificiali e ostacolando l’emergere di movimenti e partiti multiconfessionali e transnazionali (come quello comunista e panarabista baathista, o nasserista) che ponevano al centro delle loro rivendicazioni l’emancipazione politica ed economica piuttosto che le appartenenze comunitarie, religiose o etniche.
in foto: Israeli security forces walk in the Jerusalem’s Old City near the al–Aqsa mosque
In altri casi, le potenze straniere hanno affidato alle “minoranze confessionali” le leve di un potere parziale rendendolo solo complementare agli interessi esteri. Ad esempio, in seguito alle lotte che i drusi del Monte Libano sotto l’egida britannica conducevano nel XIX secolo contro la componente cristiano-maronita – supportata dalla Francia – il confessionalismo fu istituzionalizzato nel sistema politico (1920) con la creazione dello stato libanese su base elitaria cristiano-maronita, contribuendo a innescare tensioni che hanno dato origine a decenni di guerra civile. In Palestina, la Gran Bretagna s’impegnò con la Dichiarazione di Balfour (1917) a sostenere il progetto sionista di creare uno Stato ebraico, favorendo l’immigrazione di coloni ebrei europei. In Siria, le truppe coloniali francesi arruolarono le minoranze, tra cui gli alawiti, per sedare la rivolta nazionalista araba. La setta alawita venne poi dichiarata ramo della corrente sciita negli anni Settanta a seguito di un avvicinamento politico tra il presidente siriano alawita Hafez al-Asad e l’Imam sciita Musa as-Sadr. A seguito dell’attuale conflitto siriano e l’escalation della violenza attuale, è significativo che un’élite di esponenti intellettuali della comunità alawita abbia dichiarato un distanziamento dal regime di Asad e quindi la propria indipendenza confessional-clericale dalla corrente sciita dell’Iran e del Hezbollah libanese, strenui difensori del regime siriano.

Il confessionalismo e l’autoritarismo delle élite arabe
L’utilizzo delle identità religiose o etniche a fini politici costituisce tuttora un capitolo importante nella strategia del divide et impera messa in atto da diversi attori politici, così come lo era al tempo della dominazione coloniale europea.

L’intervento USA in Iraq nel 2003, finalizzato all’instaurazione di un governo sciita per rispecchiare l’appartenenza confessionale di gran parte della popolazione, come anche la lotta per l’egemonia regionale tra Iran e Arabia Saudita, hanno rafforzato la retorica delle identità comunitarie, fomentando in particolare lo scontro binario tra sunniti e sciiti. I movimenti di contestazione popolare nel mondo arabo, incentrati su rivendicazioni di democratizzazione dei sistemi politici e di giustizia sociale, sono stati anch’essi deragliati sui binari del confessionalismo – se non dall’interferenza straniera – da regimi autoritari, élite al potere, o quei gruppi che vogliono ritagliarsi una fetta di legittimità, ergendosi a difensori di questa o quella comunità.
L’uso politico della religione ha inoltre permesso ai regimi autoritari di contrastare la creazione di fronti unitari, agitando lo spettro di una sanguinosa guerra civile e infondendo dunque un ampio desiderio di stabilità da raggiungere a qualsiasi costo. In Siria, la trasformazione della rivolta popolare in guerra civile a sfondo confessionale ha permesso al regime di Bashar al-Asad di giustificare la repressione militare dei manifestanti, descritti come terroristi tout court, così come alle potenze regionali come Iran da un lato, e vari Paesi del Golfo arabo dall’altro, di intervenire nel conflitto. A loro volta, le milizie sciite o sunnite si sono spesso presentate come difensori ufficiali delle rispettive comunità religiose. Formazioni jihadiste come il Fronte an-Nusra e lo “Stato Islamico” hanno proclamato di voler riscattare la comunità sunnita oppressa dal “regime eretico alawita” e dai suoi alleati sciiti.

Intimorite dinanzi alla prospettiva di un sollevamento popolare, anche le monarchie del Golfo hanno riproposto la tesi della lotta religiosa tra sunniti e sciiti per impedire il diffondersi di movimenti di contestazione interni. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha potuto giustificare l’intervento militare in Bahrein presentando il movimento di protesta locale come una rivolta sciita orchestrata dall’Iran. Il governo del Bahrein, a sua volta, ha strumentalizzato le proprie politiche migratorie accogliendo solo rifugiati siriani sunniti – seppur in numero esiguo – pur di contrastare i sollevamenti popolari interni a maggioranza sciita. Il paradigma confessionale è stato utilizzato anche per liquidare le forze del cambiamento rivoluzionario e quindi restaurare quelle del vecchio regime. Il colpo di stato del generale Abdel Fattah as-Sisi nel luglio 2013 è stato presentato come necessario per impedire l’islamizzazione forzata dell’Egitto ad opera dei Fratelli Musulmani e i loro tentativi di provocare una guerra civile.

Dal discorso confessionale ai flussi migratori in Europa
All’interno di confini più simbolici che territoriali, le diverse componenti sociali han sentito il bisogno di definirsi come diverse l’una dall’altra e di reclamare diritti o adempiere ai doveri civili definendosi in termini identitari, piuttosto che come parte costituente di uno stato sociale che garantisce diritti e servizi di prima necessità.

Ma in che modo il discorso confessionale dello scontro di civiltà tocca le sponde europee? In nome della sicurezza contro la minaccia globale del terrorismo islamico, una serie di legislazioni anti-terrorismo limitano le libertà civili e i diritti fondamentali della persona. Anche negli stati che si definiscono democratici, lo “stato di diritto” lascia progressivamente il posto allo “stato d’emergenza”. Il discorso confessionale serve anche per giustificare la gestione militare e securitaria dei fenomeni migratori. Nella propaganda islamofobica e xenofoba, ormai non più appannaggio esclusivo dell’estrema destra, le categorie dei migranti e dei richiedenti asilo vengono sempre più associate al pericolo dell’invasione islamica, che metterebbe in discussione la purezza dei valori cristiani e occidentali, e alla minaccia del terrorismo jihadista. L’equazione clandestino-musulmano-terrorista diventa sempre più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica europea.

L’uso di identità confessionali ed etniche per spiegare eventi storici, politici, e addirittura psicologici, è di per sé un atto fondamentalista. In questo senso, le violenze di oggi su scala globale e la convinzione che i flussi migratori siano un qualcosa da accogliere o rifiutare, fanno parte di una lotta all’affermazione di valori e principi propri che si vogliono sancire come universali.

Mentre il profugo o il migrante sono concepiti come elementi in eterna lotta, gli aiuti umanitari sono standardizzati, spesso tradendo la diversità dei bisogni dei beneficiari. La sofferenza dell’Altro, come la sua minacciosa violenza, sono rese omogenee e indivisibili. Quando episodi di violenza spezzano la normalità su cui son disegnate le nostre vite quotidiane, e quando tali episodi sono relazionabili a fenomeni transnazionali generati o facilitati da migrazioni o rivendicazioni di stampo confessionale – prevalentemente islamico – i clandestini che sbarcano, denigrati esclusivamente secondo la loro matrice identitaria confessionale, vengono meccanicamente associati al fallimento delle politiche europee e alle reti islamiche estremiste transnazionali.

In altre parole, la paura delle società occidentali di tradursi in spazi a rischio imprevedibile – cosa che finora ha prevalentemente turbato le vite umane nel “Sud globale” – è arginata tramite avanzate tecnologie di sicurezza e sorveglianza, nonché prontamente consolata da mezzi informativi e di assistenza sociale che tendono a mantenere i confini identitari del “diverso”: l’assimilazione o il riconoscimento dell’eterogeneità di quest’ultimo diluirebbero troppo la sua presenza all’interno delle società di arrivo.

Il “diverso”, da una parte, è in lotta col proprio simile nel Sud globale, in quanto parte di un mosaico identitario che va “sanato” da principi e diritti universali, propugnati dal nostro lato del Mediterraneo. Il “diverso” diventa invece uniformabile ai suoi simili quando il Sud globale si sposta verso il Nord globale, ponendo quest’ultimo al cospetto di nuove rivendicazioni. Mentre ci proponiamo di curare e arginare l’emergenza negli stati mediorientali attraverso agenzie umanitarie in loco, l’insicurezza imprevedibile alla quale siamo di fronte ora – la stessa che pone sullo stesso piano gli immaginari “Nord” e “Sud” – finisce per rafforzare questi totalitarismi identitari: i veri mali del nostro tempo.

* Enrico Bartolomei ha conseguito il dottorato di ricerca in storia dell’area euro-mediterranea all’Università di Macerata. E’ tra gli autori di Gaza e l’industria israeliana della violenza (DeriveApprodi 2015) e tra i curatori dell’edizione italiana di L’occupazione israeliana (Diabasis 2016) di Neve Gordon.

Estella Carpi ha conseguito un dottorato in antropologia sociale alla University of Sydney (Australia). Attualmente consulente di ricerca per la New York University (Abu Dhabi) e Lebanon Support (Beirut), si occupa principalmente di Levante arabo.

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Volgograd bombings shed light on Russia’s “Chechen” approach to Syria

ATTENTION EDITORS - VISUAL COVERAGE OF SCENES OF INJURY OR DEATH Investigators work at the site of a blast on a trolleybus in Volgograd December 30, 2013. A bomb blast ripped a trolleybus apart in Volgograd on Monday, killing 14 people in the second deadly attack in the southern city in two days and raising fears of further violence as Russia prepares to host the Winter Olympics. REUTERS/Stringer (RUSSIA - Tags: CIVIL UNREST CRIME LAW DISASTER TRANSPORT) TEMPLATE OUT


Investigators work at the site of a blast on a trolleybus in Volgograd December 30, 2013. A bomb blast ripped a trolleybus apart in Volgograd on Monday, killing 14 people in the second deadly attack in the southern city in two days and raising fears of further violence as Russia prepares to host the Winter Olympics. REUTERS/Stringer

An article I originally wrote for WOZ Die Wochenzeitung, which was not published in the end. A shorter version was published in Italian for Europa Quotidiano on 19 January 2014. The subheading of the Italian version emphasizes the role of the Gulf monarchies in backing al-Qaeda factions in Syria, which is a bit of a simplification, in my opinion (the reality is more nuanced, some Gulf rulers are not particularly supportive of Islamist factions, in some cases it’s more about private Gulf citizens, religious preachers, etc.). The English version I wrote for WOZ went deeper in analysing the similarities between Chechnya and Syria. I am copying both texts below. 

(January 8, 2014) Between the 29th and the 30th of December 2013, two twin blasts hit the Russian city of Volgograd, resulting in the death of 33 people and 85 injuries. Most analysts link the bombings to a backlash of the Russian stance on Syria: in particular, the speculations hint at the involvement of the Saudis, on the basis of the meetings held between Putin and the Saudi intelligence chief Bandar bin Sultan in August 2013. According to the content of the talks leaked to the Russian press and the Lebanese daily As-Safir, Bandar was turned off despite the set of economic, political and military deals offered to the Kremlin, including the containment of a Chechen insurgent network financed by Riyadh, in exchange for the end of the Russian support for Bashar al-Asad.

After the Americans – the historical ally of the Gulf kingdom – failed to fulfill their promise to intervene militarily against the use of chemical weapons in Syria in August 2013 and they reached a nuclear agreement in November with Iran – regional nemesis of Saudi Arabia – the Volgograd bombings look like the tail strike of an isolated Riyadh.

However, the interests served by the Volgograd bombings stretch to include even the opponents of Riyadh, the Syrian regime and Moscow. Russia might have preferred to fight the Chechen mujahidin in Syria rather than back home, but it would be naive to assume the Kremlin didn’t expect a blowback “bred” in the Syrian training camps.

In an op-ed published on January 2 on the website Ra’i al-Yawm (Today’s Opinion), the veteran editor in chief of the pan Arab daily al-Quds al-Arabi, Abdul-Bari ‘Atwan, points out how the Syrian opposition has actually been weakened by the Volgograd attacks, which are likely to set the so-called “War on Terror” rather than the replacement of Bashra al-Asad as the priority of the upcoming Geneva II peace talks (scheduled on January 22). The negotiations are in fact due to happen in a tense regional situation dominated by the escalation of al-Qa’ida-linked attacks in Lebanon, the al-qa’idist Islamic State of Iraq and the Levant’s (ad-Dawla al-Islamiyya fil-‘Iraq wa Bilad as-Sham, known in English as ISIS) persistent sway over Northern Syria and its recent conquest of the city of Fallujah in Western Iraq. This means that the vision of Damascus and Moscow on the Syrian uprising, which equates it to a foreign-backed destabilization of the regional security, is likely to prevail.

‘Atwan suggests that “those who planned the bombings might have taken [the blow to the Syrian opposition] in consideration.” In relation to this, it ought to be reminded that the strongest battalion of Caucasian mujahidin – the Army of Migrants and Supporters (Jaiysh Muhajirin wa al-Ansar) led by the emir Abu Omar as-Shishani, who is a Chechen from Georgia – has recently merged into ISIS. This latter faction has been accused of having been infiltrated by the regime from all sides: Syrian activists, the Western-friendly armed rebels of the Free Syrian Army, the Kurdish Democratic Union Party (PYD) and even the Salafi Islamic Front (al-Jabhat al-Islamiyya), which is currently fighting a newly erupted war against ISIS. During my stay in Syria in 2013, I gathered witness accounts on Ahmad Muhammad “Abu Rami”, the former Syrian military intelligence chief in Rmaylan (North-Eastern Syria), who allegedly joined the rows of the al-qa’idist Jabhat an-Nusra in November 2012. Numerous Jabhat an-Nusra’s fighters subsequently joined ISIS after its rise to prominence in 2013. The ties between the Syrian regime and the al-qa’idist networks in Iraq at the time of the US occupation are also a matter of fact, and some of the commanders of the major Islamist factions active in Syria today have been “surprisingly” granted amnesty in May 2011, a few months after the outbreak of the uprising. All these factors bring grist to the mill of a Syrian-Russian coordination to stage a false flag attack in Volgograd.

As usual, the truth is exclusively known behind the curtains of intelligence circles, but the Volgograd bombings should convince more observers of the large extent to which the Chechen wars (1994-2009)- and the Caucasian separatism in general- shaped the Russian policies on Syria. As already observed by the Brooking Institution Senior Fellow Fiona Hill in a piece appeared in Foreign Affairs in March 2013, Putin crushed the Chechen insurgencies to prevent what he envisaged as a Balkanization of Russia. And Syria doesn’t look that different to him: it needs the Russian support to maintain national integrity and crush an Islamist-led rebellion, since the Americans would probably behave like in Afghanistan and Lybia, supporting a regime change at the cost of seeing “terrorists” in power.

In February 2012, I met in Istanbul ‘Ammar al-Qurabi, one of the most televised figures of the Syrian opposition, and he confessed me how Georgia was crucial to any shift in the Russian position on Syria already in 2011. Qurabi met with a delegation of Duma representatives in November 2011 and he was told that the US was required to stop interfering in the Russian interests in Georgia.

There are also some striking similarities between the Caucasus and Syria in the religious radicalization of the rebels, as Wahhabism was not popular in Chechnya until the Gulf sponsors started to channel ideology and funds into the Caucasian battlefields. Syria and Chechnya were home to a wide range of moderate Sufi schools, until the Gulf monarchies exported their brand of orthodox Islamism in a bid to support armed resistance. The most well-known Chechen emir fighting in Syria nowadays, ISIS Abu Omar al-Shishani, is believed to be sponsored by the Kuwaiti Salafi preacher Hajaj bin Fahad al-‘Ajmi.
Even the security solution (al-hall al-amniyy) adopted in Syria to crush the uprising has clearly resembled the atrocities committed by Moscow in dealing with the Caucasian insurgents: Chechen families were prevented from burying their dear ones killed by the Russian army and the snipers were regularly deployed to “enforce” this ban. In June 2012, the Syrian director Haytham al-Haqqi wrote for the Pan Arab daily Al-Hayat that it would be enough to replace “Syrian” with “Chechen” in the official statements of the Russian FM Sergej Lavrov to realize that it’s the same old discourse: “the army is legitimately intervening to rescue civilians from terrorists.”

 

Le Olimpiadi di Sochi e la “Syria connection” degli attentati in Russia

L’ombra delle monarchie del Golfo – finanziatrici di al Qaeda in Siria – dietro la nuova ondata di attentati nel sud della Russia

Il 17 gennaio un nuovo attentato ha causato il ferimento di 14 persone a Makhachkala, in Russia, nella repubblica meridionale del Dagestan, una delle roccaforti degli insorti islamici caucasici insieme all’Inguscezia e alla Cecenia. L’attacco fa seguito alla doppia esplosione di Volgograd (29-30 dicembre), che ha causato la morte di 33 persone e 85 feriti. Il tutto a ridosso dei giochi olimpici invernali in programma a Sochi dal 7 febbraio.

La maggioranza degli analisti riconducono gli attentati alla posizione della Russia sul conflitto in corso in Siria: in particolare, i sospetti puntano in direzione di un coinvolgimento saudita, sulla base degli incontri avvenuti tra agosto e dicembre tra Vladimir Putin e il capo dell’intelligence saudita Bandar Bin Sultan. Secondo quanto è stato rivelato al quotidiano libanese As-Safir il 21 agosto scorso, i tentativi del principe Bandar di porre fine al sostegno russo del regime di Bashar al Assad sarebbero infatti falliti, nonostante le offerte economiche, militari e politiche comprendessero la neutralizzazione di una rete di ribelli ceceni finanziata dalla petromonarchia.
Gli attentati di Volgograd sembrerebbero pertanto il colpo di coda di un’Arabia Saudita isolata, tradita dall’alleato storico statunitense, venuto meno alle sue promesse d’intervento militare in Siria a seguito dell’uso di armamenti chimici in agosto e riconciliatosi con l’arcinemico di Riyad, l’Iran, tramite l’accordo sul nucleare siglato a novembre.

Tuttavia, gli attentati di Volgograd e del Dagestan giocano paradossalmente a vantaggio di Mosca e Damasco. Sebbene alla Russia non fosse dispiaciuto “delocalizzare” il conflitto caucasico in Siria, divenuta catalizzatore di centinaia di mujahidin russi unitisi alle file dei ribelli, il Cremlino aveva di certo tenuto in conto il ritorno in patria dei combattenti.

In un editoriale del caporedattore del quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi, Abdul-Bari al ‘Atwan, pubblicato il 2 gennaio sul sito Ra’i al-Yawm (L’Opinione del Giorno), si sottolinea come l’opposizione siriana esca indebolita dagli attentati di Volgograd: la priorità degli imminenti negoziati di Ginevra II (22 gennaio) è infatti diventata la guerra al “terrorismo” piuttosto che la deposizione di Bashar al Assad, in un contesto regionale dominato dagli attentati di matrice qaedista in Libano, dalla persistente influenza dei qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis l’acronimo inglese) nel nord della Siria e dalla loro recente conquista della città di Fallujah, nell’Iraq occidentale.

Ciò significa che la visione di Mosca e Damasco sulla rivoluzione siriana, ridotta a destabilizzazione della sicurezza regionale finanziata da varie potenze internazionali, potrebbe avere la meglio al tavolo dei negoziati. Come suggerito da ‘Atwan, lasciando supporre un coinvolgimento di forze alleate al regime siriano, «chi ha pianificato la realizzazione degli attentati potrebbe aver tenuto questo [danno inflitto all’opposizione siriana] in considerazione».

Al di là dell’identità dei perpetratori, nota esclusivamente alle sfere dell’intelligence internazionale, gli attacchi verificatisi in Russia ricordano la stretta connessione tra il separatismo caucasico e la posizione del Cremlino sulla Siria. Come già osservato dalla studiosa Fiona Hill della Brookings Institution, in un articolo pubblicato da Foreign Affairs a marzo del 2013, Putin guidò la repressione della seconda insurrezione cecena (1999-2009) spinto dalla convinzione di lottare contro la balcanizzazione della Russia. Ai suoi occhi, la Siria non è poi così diversa: necessita il sostegno di Mosca per preservare l’integrità territoriale e reprimere una rivolta guidata da “terroristi” islamici.

Il 29 febbraio 2012, a Istanbul, Europa aveva appreso da ‘Ammar al Qurabi, uno dei volti televisivi più noti dell’opposizione siriana, come la Georgia – e quindi il Caucaso in generale – fossero cruciali ai fini di un cambiamento della posizione russa sulla Siria già dal 2011: nel corso di un incontro con Qurabi del novembre 2011, la delegazione della Duma aveva infatti posto tra le condizioni la fine delle interferenze statunitensi in Georgia.

Tra Cecenia e Siria, non sfuggono poi le somiglianze nella radicalizzazione religiosa dei ribelli. L’ortodossia wahhabita – corrente ultraconservatrice dell’islam nata in Arabia saudita – non era affatto diffusa nella repubblica caucasica finché le monarchie del Golfo non hanno iniziato a sostenere la causa dei mujahidin: la Siria e la Cecenia erano al contrario terreni fertili di numerose correnti moderate di sufismo.

Attualmente, stando a quanto riportato da uno dei massimi esperti di Siria, il professor Joshua Landis, il principale comandante ceceno attivo in Siria, l’emiro dell’Isis Abu ‘Omar al Shishani, viene finanziato dal predicatore salafita kuwaitiano Hajaj bin Fahad al ‘Ajmi. Il regime siriano sembra poi aver trovato una fonte d’ispirazione anche nelle tecniche repressive adoperate da Mosca: alle famiglie cecene veniva infatti impedito di seppellire i familiari uccisi dall’esercito russo, pena la morte incombente dai cecchini appollaiati sui tetti.

Il 16 giugno 2012, il regista siriano Haytham al Haqqi ha scritto in un articolo pubblicato dal quotidiano panarabo Al-Hayat che basterebbe sostituire il termine “siriano” con “ceceno” nelle dichiarazioni sulla Siria del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov per accorgersi di come si tratti dello stesso vecchio discorso: «L’esercito è legittimato a intervenire per salvare i civili dai terroristi».

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Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sull’ascesa di Al-Jazeera English come media più professionale e meno parziale dell’ominima emittente panaraba.

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Analisi
Al-Jazeera news anchors Veronica Pedrosa
(photo: aaron-sekhri.com)

Sono passati ormai diciassette anni dalla nascita dell’emittente satellitare panaraba Al-Jazeera (AJ), un progetto rivelatosi in grado di rivoluzionare una regione abituata alla rigida censura governativa. Nel 2006, una volta conseguita l’affermazione del canale quale fonte giornalistica più autorevole del mondo arabo, l’emirato del Golfo ha deciso di imporre il suo marchio nel club degli imperi mediatici anglofoni attraverso il lancio di Al-Jazeera English (AJE), originariamente nota con il nome di Al-Jazeera International.

Fin dall’inizio, l’emittente è stata oggetto di accese polemiche sia nel mondo arabo, preoccupato che l’obiettivo fosse uno smorzamento occidentalizzato delle posizioni anti-imperialiste, sia in Occidente, data la demonizzazione islamofoba attuata per anni dalle aree politiche conservatrici nei confronti del canale. Simili pregiudizi e l’ostracismo della concorrenza hanno finora relegato la popolarità di AJE tanto in Asia che in Africa e mettono ora a dura prova il successo di Al-Jazeera America appena sbarcata negli States.

La chiave del successo delle due emittenti anglofone del network del Qatar sui mercati europei e americani sarà la mobilitazione dell’opinione pubblica in favore della libertà d’espressione e del pluralismo mediatico, senza aspettarsi che l’orientamento trascenda il contesto mediorientale d’origine e venga meno alla missione di megafono del ‘sud globale’ [1].

L’altro lato della medaglia è il parallelo declino della credibilità di AJ, divenuta strumento della politica estera della famiglia reale al-Thani, in netto contrasto con la professionalità di AJE: il rischio è che il canale anglofono diventi un biglietto da visita dell’emirato al di fuori della regione, riducendo AJ a innocuo strumento di propaganda.

Perché Al-Jazeera English non ha mai inteso emulare la BBC o la CNN

Alla nascita di AJE, molti giornalisti di AJ avevano espresso il loro timore che il modello di resistenza mediatica, reso celebre dallo smascheramento dei crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq, venisse filtrato dal team di giornalisti ‘importati’ da canali come la Bbc. Stando alla testimonianza di William Stebbins, caporedattore di AJE a Washington dal 2005 al 2010, il Ministero degli Esteri statunitense aveva promesso maggiore accessibilità alle fonti governative in cambio di pressioni sullo staff arabo ostile alla Casa Bianca.

Doha aveva subito resistito a un simile snaturamento dell’identità del marchio Al-Jazeera, promuovendo l’artefice del successo del canale arabo, il palestinese Wadah Khanfar, alla direzione generale del network televisivo; Khanfar aveva quindi provveduto a mutare il nome dell’emittente anglofona da Al-Jazeera International ad Al-Jazeera English, in un chiaro ridimensionamento delle aspirazioni dei ‘nuovi arrivati’. A dispetto dell’indipendenza da Doha sbandierata dall’ex-direttore amministrativo di AJE, Nigel Parsons, Khanfar ha cercato di mantenere l’emittente anglofona fedele alla missione di Al-Jazeera di essere una voce degli emarginati del “sud globale”.

Diversi analisti hanno però bocciato la professionalità di AJE, dando per scontato fosse stata concepita per ‘redimere’ i presunti eccessi anti-americani della ‘sorella’ araba. In questo senso, erano state emblematiche le dimissioni del 2008 di David Marash, celebre presentatore americano assunto da AJE, il quale aveva dichiarato di non identificarsi nella visione “araba e post-colonialista” del canale. Marash aveva dimostrato di non tenere così in alcuna considerazione l’orientamento del pubblico di AJE. Come messo in luce dagli studiosi di media Mohammad al-Nawawy e Shawn Powers, chi preferisce AJE alla Cnn o alla Bbc si distingue infatti per una posizione critica nei confronti della politica estera americana.

La chiave di lettura dell’orientamento di AJE risiede nelle teorie formulate da Kai Hafez [2], che considera gli spettatori un ‘elettorato’ piuttosto che un pubblico universale privo di idee pregresse. Nel contesto contemporaneo saturo d’informazione, i telespettatori cercano delle conferme delle loro convinzioni, quelli di AJE tanto quanto quelli della BBC.

La possibile via del successo per Al-Jazeera English in Occidente

Se finora i pregiudizi sul mondo arabo e alcuni calcoli di natura commerciale della concorrenza hanno limitato la popolarità di AJE negli States e in Europa, una piccola esperienza locale di successo può indicare le carte da giocare per assicurarsi il pubblico occidentale. Il dottorando William Youmans ha seguito in dettaglio il caso di un provider via cavo del Vermont (Usa), la Burlington TV, una delle pochissime piattaforme ad aver accettato di trasmettere AJE nel 2007, in un Paese dove l’emittente qatarense è riuscita ad assicurarsi un canale solamente quest’anno con l’acquisto di Current TV, l’emittente posseduta da Al Gore.

Si tratta di un caso particolare, in considerazione della natura semi-pubblica della Burlington TV, che è solita consultare i suoi telespettatori in quanto fruitori di un servizio, e dell’orientamento politico a favore del partito democratico prevalente nello stato del Vermont. Nel 2008, il fatto che alcuni residenti si fossero opposti alla trasmissione di Al-Jazeera ha spinto le autorità locali a indire una serie di dibattiti, a cui hanno partecipato cittadini e membri dello staff di AJE: in merito alle obiezioni avanzate dal fronte del ‘no’, è stato concluso che non vi fossero prove sufficienti né del contenuto anti-israeliano né dell’influenza della natura anti-democratica dell’emirato sul palinsesto. In nome della libertà d’espressione e del dialogo interculturale, il comune di Burlington ha deciso di non interrompere le trasmissioni di AJE.

Alcuni dei partecipanti al dibattito hanno confermato la validità delle teorie di Hafez sul pubblico inteso come ‘elettorato’ dalle posizioni predefinite, sminuendo l’eventualità che i telespettatori sviluppino tendenze anti-americane a causa di Al-Jazeera English. L’esperienza di Burlington potrebbe suggerire alla direzione di AJE e AJA la strategia migliore per guadagnare popolarità in Occidente, promuovendo dei dibattiti tra fasce di pubblico politicizzato e già incline alla ‘contro-informazione’.

Al-Jazeera English guadagna credibilità a spese di Al-Jazeera

Pur condividendo una visione contro-egemonica nei confronti dei media occidentali, il divario creatosi tra AJE e AJ in termini di credibilità è invece evidente in determinati contesti, Egitto e Bahrain in primis, dove la mano pesante dell’emirato ha condizionato la copertura degli eventi. A differenza della questione palestinese, dove l’insistenza di Doha nel mantenere dei buoni rapporti con Tel Aviv sin dal 1996 non ha condizionato la copertura del conflitto in senso filo-israeliano, la tutela dei legami con i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita ha limitato la professionalità di AJ nell’occuparsi di Egitto e Bahrain.

Nel primo caso, i segnali della faziosità di Al-Jazeera Mubashir Misr (Al-Jazeera in diretta dall’Egitto- il canale creato ad hoc per seguire gli eventi egiziani) sono innumerevoli: basti constatare il dominio assoluto delle interviste a opinionisti a sostegno del deposto presidente islamista Mohammed Mursi sulla pagina YouTube del canale o la scelta di concedere oltre venti minuti al dotto islamico Yusef al-Qaradawi, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani, per rivolgersi “al popolo egiziano” alla stregua di un presidente.

In merito invece al Bahrain, nonostante lo spazio concesso all’opposizione bahrainita anche su programmi di punta come Al-Ittijah Al-Mu’akis (La Direzione Opposta), la presa di posizione del canale al fianco della monarchia è palese in servizi come quello di Fawzi Bushra del 16 marzo 2011, dove l’insurrezione bahrainita viene definita “confusa” rispetto ai moti popolari egiziani e tunisini, in quanto divisa tra sciiti e sunniti.

Il Qatar, in qualità di membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), ha acconsentito all’invio delle truppe del Dir’ al-Jazirah (Scudo della Penisola) in Bahrain il 14 marzo 2011 in supporto del regime. Come rivelato da un documento dell’ambasciata statunitense di Doha pubblicato da Wikileaks, al-Jazeera è riuscita a mediare la riconciliazione con l’Arabia Saudita nel 2010 attraverso una copertura favorevole della famiglia reale; Riyadh si è del resto collocata in prima linea nel supportare l’intervento in Bahrain, temendo pericolose ripercussioni nelle regioni sciite saudite.

Al contrario, AJE ha riservato maggiore spazio alla rivoluzione bahrainita, approfondita tramite un documentario intitolato ‘Shouting in the Dark’. In questo caso, il canale anglofono ha seguito una politica redazionale indipendente da Doha, evitando per esempio di applicare due pesi e due misure in Bahrain e in Siria, contesto quest’ultimo in cui AJ si è schierata apertamente con i rivoluzionari, omaggiandoli di una copertura continua degli eventi. L’intensità del conflitto esploso in Siria non legittima completamente la scala di priorità, considerata l’attenzione maggiore dedicata ai rivoluzionari pacifisti egiziani in confronto ai loro omologhi bahrainiti.

Le dimissioni di Wadah Khanfar del 2011 e la nomina alla direzione del network di un membro della famiglia reale senza alcuna esperienza giornalistica, Ahmad Bin Jassem al-Thani, avevano già suggerito un giro di vite delle élite qatariote. Un ulteriore passo indietro è stato il ripristino del Ministero dell’Informazione nel rimpasto ministeriale guidato dal nuovo emiro Shaykh Tamim Bin Hamad al-Thani, asceso al trono il 26 giugno scorso: tale ministero, da sempre utilizzato come strumento di controllo nel mondo arabo, era stato abolito dal padre Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani in un gesto di apertura coinciso con il lancio di Al-Jazeera nel ’96. Lo stesso Khanfar aveva del resto motivato il suo abbandono sostenendo di aver portato a termine la sua “missione”, trasformando Al-Jazeera in un network internazionale d’informazione.

Ora che il Qatar è riuscito ad affermarsi come potenza, si trova immerso in un contesto costellato da realtà mediatiche intraprendenti quanto Al-Jazeera, emerse dalla caduta dei vari regimi (si pensi al ricco panorama satellitare iracheno): non trattandosi più di un’eccezione regionale, AJ potrebbe iniziare a essere percepita come realtà nazionale, chiamata a monitorare l’operato della classe dirigente. Secondo l’analisi dell’ex-caporedattore di AJE William Stebbins, l’emirato ha preferito limitare i danni e ripiegare su una missione molto meno ambiziosa di quella di Khanfar.

Nonostante dipenda finanziariamente dalle stesse casse e sia già stata oggetto delle pressioni di Doha, AJE sembra mantenere livelli superiori di professionalità. L’abdicazione volontaria di Shaykh Hamad, per esempio, è stata sì erta a “passo senza precedenti” [3] nella regione, ma senza scadere negli elogi sperticati dell’emittente araba, la quale non ha esitato a dedicargli una sezione speciale sul sito. AJE si è invece distinta mandando in onda una puntata di Inside Story (26 giugno 2013), in cui il corrispondente del The Guardian britannico, Ian Black, ha ricordato come il Qatar abbia prorogato di recente il mandato del Consiglio Consultivo, procrastinando ulteriormente le elezioni parlamentari. Sempre Inside Story (14 giugno 2013), ha dedicato un’altra puntata ai timori connessi allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei preparativi per la Coppa del Mondo di calcio, in programma a Doha nel 2020.

D’altro canto, come suggerito dall’ex-caporedattore Stebbins, le maggiori libertà concesse ad AJE potrebbero essere parte di una strategia volta a presentare un’immagine più liberale al pubblico anglofono esterno alla regione, mantenendo invece un controllo più rigido sul contenuto di AJ. Paradossalmente, considerando l’originale funzione di resistenza svolta nei confronti dei media occidentali, Al-Jazeera finirebbe per rassomigliare alla Cnn, di cui ai tempi della guerra in Iraq veniva criticata la disparità dei contenuti a seconda del pubblico: propaganda militarista per i telespettatori americani e commenti più sobri su Cnn International. Un’ Al-Jazeera lontana dagli albori da paladino della libertà d’informazione, rifondata sul consenso interno e le immagini edulcorate all’estero.

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Note

[1] Nelle parole di Ibrahim Helal, vice direttore delle notizie e dei programmi di AJE. Si veda: Mohammed el-Nawawy e Shawn Powers, Mediating Conflict. Al-Jazeera English and the Possibility of a Conciliatory Media [2008].

[2] Hafez, K. (2000) The West and Islam in the Mass Media: Cornerstones for a New International Culture of Communication in the 21st Century. Center for European Integration Studies Discussion Paper, 61, 3.

[3] In realtà esiste un precedente: il sultano dell’Oman Taimur bin Faisal bin Turki (1913 – 1932) abdicò infatti volontariamente in favore del primogenito.

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Golfo-Iran, quando un film sul Profeta è guerra fredda

Mio breve articolo pubblicato oggi su ArabMediaReport in merito ai risvolti politici della competizione Qatar-Iran sui rispettivi film sul Profeta…

Iran VS Qatar: la rivalità sul set cinematografico della pellicola su Maometto

Andrea Glioti

message

La guerra fredda tra Iran e Paesi del Golfo travalica lo scacchiere delle relazioni internazionali e inizia a combattersi sui set cinematografici. A creare l’ennesima diatriba è la vita del profeta Maometto.

Il progetto da un miliardo di dollari di Doha è un prodotto della Al-Noor Holdings, sette episodi per un vero e proprio colossal in stile hollywoodiano, prodotto dal pluripremiato americano, Barrie Osborne famoso per Il Signore degli Anelli. Il rivale iraniano da 30 milioni di dollari sarà la creazione dell’acclamato regista Majid al-Majidi (I bambini del cielo), le cui riprese sono già iniziate nell’ottobre 2012. Majidi conta anche su Vittorio Storaro, direttore della fotografia de L’Ultimo Imperatore di Bertolucci.

A differenza dell’intento provocatorio di alcune rappresentazioni occidentali di Maometto- si pensi alle vignette danesi del 2005 o al trailer del film The Innocence of Muslims dell’anno scorso- l’obiettivo comune dei due progetti mediorientali è di illustrare la vera natura del messaggio islamico a un pubblico non musulmano.  Lo stesso Majidi è noto per essersi ritirato dall’edizione del 2006 del festival cinematografico danese Natfilm, in segno di protesta contro le vignette pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten.

Tuttavia, a prescindere dalle buone intenzioni, le rappresentazioni artistiche della vita del Profeta sono regolarmente seguite da reazioni violente, dietro il pretesto dell’ortodossia ‘iconoclasta’ islamica. Si pensi anche solo al più illustre precedente cinematografico, The Message di Mustafa Akkad del 1976. Nonostante il consenso alla proiezione della pellicola di una delle fonti più autorevoli dell’ortodossia sunnita, la moschea di Al-Azhar, e il rispetto del divieto di mostrare la persona del Profeta, il film venne citato tra i moventi di un sequestro di ostaggi a Washington nel 1977.

Le eventuali conseguenze assumono tratti confessionali ancora più preoccupanti, se si considera la decisione di Majidi di interpretare Maometto, senza mostrarne il volto, in linea con la tradizione sciita, ma in affronto all’Islam sunnita.

Non a caso, il progetto di Doha si atterrà al divieto di impersonare il Profeta, seguendo le direttive dell‘alim sunnita Yusuf al-Qaradawi, figura di spicco dei Fratelli Musulmani egiziani, che deve la sua consacrazione mediatica ad Al-Jazeera. L’inclusione di Qaradawi nella pianificazione del colossal è già un segnale della sua connotazione politica. Non passa poi inosservato come Al-Noor Holdings sia anche impegnata in una joint-venture con una casa di produzione turca (Kalinos) per la realizzazione di una serie televisiva sulla vita del sultano Mehmet II Al-Fatih, Il Conquistatore che si propone di fare luce sulle relazioni arabo-ottomane in quell’importante periodo storico. Il tutto sembra parte di un disegno mediatico, che riflette l’allineamento del Qatar e della Turchia sull’asse anti-iraniano innescato dalle rivoluzioni del 2011.

Del resto, la scelta di Majidi di recitare il Profeta ha già sollevato un’onda di polemiche provenienti da una commissione saudita connessa alla Lega Musulmana Mondiale, che ha chiesto all’Iran di mettere al bando la pellicola e incitato i credenti a boicottarla. Non si è fatta attendere la reazione analoga della moschea di Al-Azhar del Cairo, dove il divieto di recitare la parte di qualsiasi profeta risale addirittura al 1926. Non si tratta nemmeno della prima diatriba con una produzione iraniana. Già nel 2010 una serie televisiva sulla vita del profeta Giuseppe era stata oggetto dell’intolleranza dell’istituzione egiziana.

D’altra parte, ai suoi tempi, nemmeno The Message era rimasto immune alla strumentalizzazione a fini politici, se si pensa al consenso di Qaddhafi a completarne le riprese in Libia. Fu con questa mossa che il deposto raìs libico assicurò Akkad come regista per il successivo manifesto cinematografico anti-colonialista: Il Leone del Deserto sulla vita dell’eroe rivoluzionario Omar al-Mukhtar.

 

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Saudi-Qatari hegemony struggle over the spoils of the ‘Arab Spring’

About the rivarly between Saudi Arabia and Qatar in the struggle for hegemony over the context shaped by the ‘Arab Spring’. This never got published, as it was due to appear on The Majalla, but the Saudi magazine is reluctant to publish features it considers detrimental to Saudi interests. It was written in May 2012

Qatar has been undoubtedly the leading actor of the Arab spring on the international scene. Doha finalized its bid for power started in 1996, when Al-Jazeera was founded and Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani overthrew his father in a silent coup. The tiny emirate provided a powerful media platform for Tunisian, Egyptian, Libyan and Syrian revolutionaries and further consolidated its financial support for the different branches of the dissident Muslim Brotherhood (MB), banking on their electoral success. On the other hand, Qatar remained fully aware that political turmoil was in its interests as long as it wasn’t a threat to Gulf monarchies, therefore it agreed on the deployment of GCC troops in Bahrain to help the Sunni ruler resisting a Shi’a uprising.

While cultivating its dreams of expansion, the emirate has always been living under the Saudi shadow. Even Al-Jazeera became wary of annoying Riyadh and was allowed to open its offices in the kingdom last January, only after allegedly toning down the coverage in the last years. However, the future of Qatar’s political leverage in the region is highly dependent on its will to challenge Saudi Arabia by maintaining good ties with the MB and the Iranian camp. At the same time, Doha needs to balance carefully interferences in post-revolutionary contexts to avoid cleavages between its Islamist allies and their rivals.

 

qatar saudi

 

For what concerns the low profile competition with Saudi Arabia, Egypt is a particularly crucial context. Although tracking down the foreign funds received by both the MB and the Salafi Al-Nour Party is particularly difficult, due to their recent history as legal political forces, the Qataris- and Turkey’s ruling AKP- have been focusing on the Brotherhood, whereas the Saudis preferred sponsoring the Salafi newcomers. Former MB leader Sayyid ‘Abdul-Sattar al-Malija claims $95 million have been received by the Brotherhood from Qatar for the parliamentary elections. Saudi Prince Talal Bin ‘Abdul-Aziz al-Sa’ud denied Government funds have been channeled to Al-Nour, but he didn’t exclude financial support coming from Saudi Salafis. In the end, Wahhabism, the Saudi branch of Salafism, is a homebred version of apolitical Islam the Sa’ud family has always been keen on exporting, whereas the originally militant Islamism promoted by the Egyptian MB and its ties with Iran have often been perceived as a threat. Riyadh would have clearly preferred Mubarak to stay and relations with Egypt are already tense, after demonstrators assaulted the Saudi embassy in Cairo, protesting against the arrest of an Egyptian lawyer in the kingdom.

Bearing in mind the dependence of the Egyptian military from the US, the MB is not left without any alternative to Saudi Arabia, as Iran is just waiting around the corner: the former head of Tehran’s political bureau in Cairo, Sayyed Hadi-Khosrow Shahi, called on the Iranian authorities to be patient, because once the military junta will be handing over its powers- if it ever will- the MB will be the first party interested in establishing new relations with Tehran. After all, Iran has been waiting for this moment for the last thirty years.

In this context, Qatar is in a really favorable position, taking into account its ties with Iran and the influence held over the most prominent expatriate of the Egyptian MB, Shaykh Yusuf al-Qaradawi. The Sunni cleric is significantly indebted to the emirate, where he was granted Qatari citizenship, after fleeing from Nasserist Egypt in the ‘60s. Qaradawi is known for his political opportunism, the leftist Lebanese-American professor As’ad Abu Khalil said of him that he “would subtract a daily prayer if ordered to do so by the Emir who sponsors him”. The Brotherhood’s spiritual guide has been functional to Qatari interests for a long time, being also one of the pillars of Al-Jazeera’s popularity, but to which extent is the emirate willing to jeopardize its relations with other Gulf countries, by following the Brotherhood’s emboldened political status? A significant episode was the quarrel between Qaradawi and the head of Dubai’s police, Dahi Khalfan: the latter was attacked virulently by the Egyptian Brotherhood’s spokesperson, Mahmud Ghozlan, who threatened to mobilize the Muslim world against the Emirates, after Khalfan dared attacking Qaradawi for his criticism on the UAE’s alleged deportation of several Syrian protesters. What if this is only the beginning and the MB will feel entitled again to raise its voice against Gulf countries? The Emirates and Saudi Arabia are not likely to stand on the side of the Egyptians and the Qataris might be asked to take distances from Qaradawi, but what if they refuse and choose to defy their neighbors? Doha’s leadership needs to ponder over its choices, but it clearly doesn’t lack ambitions.

Tunisia is another political battlefield, where the Qataris are more in the position to pull the strings than the Saudis, taking in consideration their ties with both the ruling Al-Nahda Movement – the closest to the Brotherhood, ideologically speaking – and its supporters in Tehran. In Cairo and Tunis, the Brotherhood and al-Nahda have been struggling for decades against Western-sponsored autocrats, hence they pursued good relations with the Iranian camp. In April, the Central Bank of Tunisia received a half a billion dollars loan from Doha.

Qatar and Saudi Arabia are more likely to act hand in hand in Syria, where the Syrian MB is opposed to a regime closely allied to the Iranians, thus earning the Saudi support under any circumstances. However, the main political body of the Syrian Brotherhood, the Syrian National Council (SNC), is rapidly losing popularity among revolutionaries for its little achievements, whereas Salafi trends are gaining wider support in an increasingly sectarian confrontation with Alawis. If Asad will be overthrown, figures like the Saudi-based Syrian Salafi preacher ‘Adnan al-‘Ar’ur and his followers could rely on Riyadh’s support to enter politics. This would open room for confrontation with Doha’s favorites in the SNC.

Besides the possibility of triggering Saudi concerns, Qatar is facing an equally serious risk of splitting post-revolutionary contexts by favoring certain parties over the others. In an interview I had with Samir Nashar, one of the members of the SNC executive committee, he motivated his rejection of the extension of Burhan Ghalioun’s presidential mandate, by claiming it was dictated by foreign pressures possibly coming from Qatar. Already in November, the former Libyan Prime Minister Mohammad Jibril accused Doha of promoting the rise of some rebel factions. In Algeria, according to secular parties, Islamists received Qatari financial support for their recent electoral campaign. The Egyptian presidential candidate and former member of the Brotherhood, ‘Abd al-Mun’im Abu al-Futuh, has been targeted with similar allegations. In Yemen, the independent MP Ahmad Sayf Hashid blamed the local MB branch, the Reform (Islah) Party, of being more despotic than the ousted President ‘Ali ‘Abdallah Saleh and he accused the bloc of using Qatari funds to win over its foes. The Qatari selective support has become an increasingly common reason for attacking political rivals and it could be enough to question electoral results and stir up violence.

“Qatar is reacting to the fact that the traditional heavy-weights in the Middle East – namely Egypt and Saudi Arabia – are not playing their customary roles”, explained the veteran correspondent of the New York Times, Anthony Shadid, “there is a political void in the region that both Qatar and Turkey to some extent have stepped into”. The continuation of Qatar’s rise to power is largely dependent on its skills to carefully erode Saudi regional hegemony and weigh out interferences in the countries of the Arab awakening.

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