Middle East

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html

Sarafand cimitero nuovo

(di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo.

A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella regione di Sahel az Zahrani tra Sidone e Tiro, nel sud del Libano – c’è un cimitero nuovo e uno vecchio. Basta una chiacchierata con gli abitanti della cittadina per rendersi conto che la gestione degli spazi cimiteriali rivela questioni di sovranità territoriale, una diversa dignità morale degli abitanti, e i poteri formali e informali esistenti che decidono della vita come della morte di tanti.

Il cimitero è solo una delle tante forme di politica dello spazio a Sarafand. In una realtà come il Libano in cui, ogniqualvolta si ripresentino crisi politico-umanitarie, la gestione dei servizi pubblici viene condotta da attori in gran parte esterni (agenzie Onu e organizzazioni non governative), la gestione delle morti e il diritto allo spazio e al riconoscimento socio-morale che ne deriva tornano nelle mani delle municipalità locali. E di queste si rispolverano così le croniche carenze amministrative e finanziarie. Questo accade in misura ancora più evidente a Sarafand, dove l’azione umanitaria delle agenzie internazionali si focalizza molto meno frequentemente.

Sarafand è abitata da lungo tempo da lavoratori siriani, spesso impiegati in lavori manuali, nella pulizia delle strade, nel settore edile e agricolo. Alla luce della crisi politica del 2011, migliaia di questi migranti hanno portato in Libano le loro famiglie estese. Il numero dei rifugiati siriani a Sarafand – di cui troppo spesso si fa un fascio d’erba unico – si dice ora superi quello della popolazione locale. Il comune di Sarafand e il capo dell’Unione delle municipalità di Sahel az Zahrani, evidenziano entrambi le difficoltà di trovare spazi per seppellire i morti. Un problema che precede di gran lunga la crisi siriana.

Secondo alcuni cittadini locali, i rifugiati siriani che abitano a Sarafand ormai da qualche anno sarebbero stati sul punto di organizzare un sit-in di carattere politico per rivendicare spazio per seppellire i propri morti. Conversando con i rifugiati di Sarafand, si tocca con mano la frustrazione che la vita nel Paese ospitante riserva ai profughi di guerra e violenze, e la condanna alla morte sociale di queste componenti demografiche. Se in tempo di crisi cibo, medicine, materassi e servizi forniti dalle agenzie umanitarie non possono di certo compensare la graduale perdita quotidiana della precedente normalità, essere riconosciuti come abitanti con dignità al diritto di sepoltura, di ricordo e di riconoscimento sociale post mortem solleva le medesime responsabilità umane.

In seguito a queste rivendicazioni e per evitare che le richieste assumessero infine la tinta di una protesta politica, il cimitero nuovo di Sarafand è stato allargato di qualche ettaro.

Secondo alcuni abitanti libanesi, la comunità palestinese locale è stata disposta a concedere parte del proprio spazio ai nuovi arrivati siriani per la sepoltura dei loro defunti. La comunità palestinese, dal proprio canto, non si è sentita invece interpellata in tale decisione municipale. Una giovane donna palestinese commenta che “essere figli di uno Stato non riconosciuto, di nessuna amministrazione, costringe alla limitazione dei propri diritti… Ci è stato forse chiesto cosa volessimo concedere? Non vi è nessun rappresentante della comunità palestinese né tantomeno nessuno è stato interpellato a questo riguardo… e ancora la definiscono una nostra concessione”.

Molti dei rifugiati siriani di Sarafand vivono in edifici nuovi, apparentemente costruiti per ghettizzare la popolazione non locale in spazi definiti e lontani dal resto della realtà urbana. C’è chi ritiene la municipalità efficiente e disponibile, ma impossibilitata a risolvere la questione dello spazio cimiteriale perché non all’interno delle proprie capacità giuridiche. C’è chi invece accusa la municipalità di riuscire ad avviare progetti ambiziosi di riciclaggio e preziose partnerships con agenzie internazionali, senza voler risolvere la questione dello spazio cimiteriale. “Nessuna speranza per ricordare. Nessuna speranza per morire in pace! La municipalità rifiuta la concessione di spazi per i nostri morti perché spera di liberarsi di noi… Ho provato a cercare in tutto il Libano un modo per non mandare il corpo di mia madre in Siria… Non ritornerò facilmente lì dove son cresciuto… Dovrei lasciarla appassire lontana dal mio ricordo e dalla mia devozione? Non è facile neanche ottenere un’ambulanza per un siriano durante le ore del coprifuoco serale… Il maltrattamento che subiamo all’ordine del giorno non renderà la nostra permanenza temporanea”, afferma in modo significativo un uomo siriano di mezza età.

Secondo alcune voci locali, tuttavia, non sarebbe lo status legale e neppure la nazionalità del defunto a garantire una degna sepoltura e una degna devozione da parte dei propri familiari. È piuttosto lo status sociale a determinare la dignità del vivo come del morto. “L’unica cosa che importa” – mi dice un venditore di schede telefoniche sulla strada principale di Sarafand –  “è che tipo di siriano sei, che tipo di palestinese sei, e così via… qual è il tuo status sociale, insomma”.

Della stessa opinione è un altro residente di Sarafand che accenna al fatto che “per seppellire il corpo di una persona illustre, miracolosamente, lo spazio si trova!”. Una cittadina libanese di Sarafand in modo analogo esclama: “La municipalità aveva appena negato la possibilità di nuove sepolture nel cimitero nuovo anche per noi libanesi, quand’ecco che un imprenditore ha avuto modo addirittura di farsi spazio in quello vecchio!”.

Classe sociale, status legale, wasta locale. I fattori che danno diritto a vivere e morire sono diversi quanto le narrative locali della diseguaglianza che ho dovuto digerire in un solo pomeriggio.

Con sgomento del grande Totò, neanche la morte, a Sarafand, è ‘na livella.

Categories: Lebanon, Middle East, Syria, Uncategorized | Tags: , , , , | Leave a comment

Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf.

We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon.

Here below the executive summary of our research.

This report aims to analyze how formal and informal security providers implement their respective social order agendas through a security “assemblage”. It also aims to inform the debate on refugee protection and security provision in urban settings, in the context of Lebanon’s hybrid security system. The accounts collected illustrate how state security institutions tacitly accept – or even rely on – informal security actors, managing at times to achieve their political and strategic goals through decentralized and/or illegal forms of control. In this vein, local municipalities imposed curfews and street patrols, which, far from being an institutional measure, follow a flexible and unpredictable pattern.1 Three localities have been selected for the purpose of this research – namely Aley in Mount Lebanon, Ebrine in North Lebanon, and Shebaa in South Lebanon. The choice of these localities was driven by their different political and social history, their demographic homogeneity or diversity, and their relationship with surrounding regions. The investigation of the Syrian refugees’ access to security systems constitutes an interpretative lens through which the analysis of securitization processes in Lebanon can be undertaken. The notion of security we will discuss here is polysemantic: it does not only encompass regional or domestic conflicts, but also suggests a particular social form of waiting; a climate of fear portending the worse that is yet to come. As a matter of fact, this climate of fear encourages preemptive security measures and serves as a deterrent against violent outbursts. Therefore, manifestations of insecurity or security threats are often routinized perceptions and, as such, integrated into accounts of ordinary everyday life. Security plays a multifaceted role in the three settings selected for thorough analysis. It builds the cohesiveness of the local communities, while fending off endemic societal fragmentation. This is mainly because local people tend to identify with a single homogenous entity that needs to protect itself against external threats, with these threats being represented nowadays by Syrian refugees, who may become “radicalized” and destabilize the “host” space. And since security goes beyond the exclusion of risk and jeopardy, the official discourse of local security providers entails the protection of refugees. While we draw on the classic normative distinction of security providers into formal and informal, our analysis moves beyond such a rigid differentiation. The formal/ informal dichotomy fades away when security is discussed as a hybrid assemblage of unpredictable and situational forces enforced in particular circumstances. Our findings confirm that formal security is partially implemented through informal local actors, providing a terrain of common interest in the preservation of social order. In addition, security cannot be viewed as a given “social fact”: it is rather a contextual process embedded in multiple power relations that preserve social order in a given space and reinforce social status and community identification.

Categories: Lebanon, Middle East, Syria, Uncategorized | Tags: , , | Leave a comment

Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

image4Call for Papers for the panel—“Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) Region” to take place at the sixth Istanbul Human Security Conference, The Human Security Implications of the Refugee Crisis: Evaluating Current Policies and Discussing Potential Solutions, 19-20-21 October 2016. This panel will be under the “Responses to Refugee Crises in the World” conference theme.

Please send 200 word (max) abstracts to Estella Carpi at estella.carpi@gmail.com no later than Friday, May 27. Authors of accepted papers will be notified Monday, May 30 for final panel submission June 1.

_____________________________________________________________________

Panel proposal for: “Responses to Refugee Crises in the World”

Panel Title: “Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) region”

Estella Carpi (New York University – Abu Dhabi) and Giulia El Dardiry (McGill University)

From domestic affairs to international politics, “human security” has been associated with a reframing of political discourse in which the “human” rather than the “state” has become the fundamental objective of political action. In emergency contexts, this has resulted in increasing humanitarian efforts to provide personal, political, economic, community, environmental, health, and food security to distressed communities.

Characterized by protracted conflicts, a precarious economy and endemic political instability, the MENA is a region where humanitarian and political action in service of “human security” continues to be urgent. However, in the long shadow cast by the defining experience of the Palestinian refugee displacements, international actors are increasingly framing the transnational mobilities of Sudanese, Somalis, Iraqis, Libyans, and Syrians as an instantiation of the global threat posed by open borders.

This panel asks how humanitarian practices deployed on the ground with the explicit aim of guaranteeing “human security” contribute instead to maintaining the Middle East geopolitical order. The selected papers will critically interrogate how the discourse of “human security”—rather than shifting political priorities from states to people—re-inscribes state power and interests, successfully vesting geopolitics with the moral aura of a people-centered approach, even as it displaces millions from their homes.

Categories: Middle East, Turkey, Uncategorized | Tags: | Leave a comment

Il discorso confessionale e il fondamentalismo annesso (by Estella, May 2016)

http://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/attualita-culturale/Le-chiavi-di-lettura-occidentali-sui-confilitti-in-medio-oriente-un-paradigma-confessionale-Ne-parliamo-con-l-antropologa-sociale-Estella-Carpi-7299122.html

Edizione del 06.05.2016

Le chiavi di lettura occidentali sui confilitti in medio oriente: un paradigma confessionale? Ne parliamo con l’ antropologa sociale Estella Carpi

Categories: Lebanon, Middle East, Syria, Uncategorized | Tags: , , | Leave a comment

الأقلّيات” و”الأغلبيات”: تناوب على السلطة أم تمثيل عددي؟”

الأقلّيات” و”الأغلبيات”: تناوب على السلطة أم تمثيل عددي؟”

يتّفق العلماء والمفكرون وأصحاب الرأي والجمهور العام، في كثيرٍ من الأحيان، على أن الشاغل الرئيسي والحتمي في الشرق الأوسط المعاصر هو التنوع الديني، والحاجة إلى حماية «الأقليات» الدينية، فقد أصبح تدريجياً ما يُعرفُ بالأقليات الدينية سمةً أساسية من سمات السياسة الدوَلية. وعادةً تُنَاقَش هذه «الأقليات» على أنّها كيانات غير قابلة للتغيير، وأنها متميّزة بأصول سياسية متجانسة في الشؤون الدوَلية، وأيضاً كفئات تحليلية يمكن من خلالها فهم الشرق الأوسط بشكل سريع.

وسيشيرُ التحليل التالي إلى تجاهل الميزات المصطنعة للأقليات الدينية، كما الأغلبيات، في السياسة الدوَلية المعاصرة. وستعتمد الأمثلة التاريخية التالية على مفاهيم تفسيرية شاملة، لشرح الامتيازات المدنية أو الحرمان الإجتماعي، وسيتم تسليط الضوء على الصداقة أو العداوة التي تشكّل العلاقات بين «الأقليات» الدينية المختلفة.

في محاولة استقراء ظهور مصطلح «الأقليات» في الإنتاج العِلمي، يربط المؤرّخ بينجامين وايت في 2011 تاريخَ الأقليات بتكوين الدول القومية في الشرق الأوسط. وكتب وايت أن مصطلح «الأقليات» كان قد ظهر في الثلاثينات من القرن الماضي فقط بسبب البيروقراطية الفرنسية، التي كانت لا تزال تهيمن على البلاد في ذلك الوقت، وبسبب تدخّل الدولة في حياة الناس اليومية. وفعلاً ازداد استخدام مصطلح «الأقلية» خصوصاً في الفترة الّتي أعقبت الانتداب الفرنسي لسوريا في الأربعينات. ومن ثم بدأت الدولة في الشرق الأوسط الحديث تُمثّلُ الناس بشكلٍ جماعي، كما بدأ كل عنصرٍ في المجتمع ينظر إلى نفسه بوصفه قابلاً للتصنيف، إمّا بناءاً على استياء الأقليات من حرمان أفرادها من الخدمات المجتمعية، أو على إشباع الأغلبيات نتيجةً للإشراك المجتمعي. وفي الواقع، يشيرُ تمثيل هذه الفئات الاجتماعية بذاته إلى التماسك والتجانس.

وبناءاً على ما كان يصفه العالم الاجتماعي بيير بورديو بـ «الرأسمال الإعلامي والمعرفي»، تُعزى المسميات الطائفية إلى إرادات شعبية متنوعة في جميع أنحاء الشرق الأوسط. وهكذا فإنه على سبيل المثال، يبدو من الطبيعي أن يُحكَم العراق بهيمنة نظام شيعي بعد عهد صدام حسّين، فقط لأنّ أغلبية السكان شيعة. وعلى نحو مماثل بعد أن بدأت في عام 2011 أزمة سياسية غير مسبوقة  في سوريا، فإنه لا يمكن الحكم دون اعتراض لدى الأغلبية السنية السورية كون النظام الحاكم من الأقلية العلوية. وكذلك بما أنه من السائد لدى الخبراء أنّ أكثرية الناس في البحرين شيعة، لذا فإنهم يحتاجون إلى نظام شيعي لإنهاء السخط المحلّي وتلبية المطالب بالحرّية. وأيضاً من السائد التفكيرُ أن السلطة الحاكمة في إيران مستقرّة، فقط بفضل ائتلاف شيعي حاكم على الأغلبية الشيعة الساحقة.

يستطيعُ الإنسان عن طريق فهم ماضيه أن يشعر بواجب المحافظة على الوعي الجماعي, إذ إنّ الارتباط المباشر بين الأغلبيات وفكرة الهيمنة، وبين الأقليات وفكرة التبعية، يُلقي بظلّه على مواقع السلطة المتغيرة التي تُكوّن أساس العلاقات المجتمعية. وفي هذا الصدد, تقدم الثورة السورية حالةً مثاليةً من خلال تصويرها على وسائل الإعلام الدوَلية، وبشكلٍ سابقٍ لأوانه، كحربٍ أهلية، أو عبارة عن مجموعة مطالب طائفية ومتحيزة للأغلبية السنية. ومن المضلّل القول إنّ تحرير الأغلبية السنية يؤدي إلى اضطهاد الأقليات، وبالإضافة إلى ذلك يحجب هذا الاعتقاد توزيع السلطة الواقعي في المجتمع السوري. ومع ذلك, فقد قلّل هذا التفسير للحقائق الاجتماعية في سوريا من التضامن الدوَلي مع المتظاهرين السوريين، على خلاف الثورتين المصرية والتونسية.

وفي الواقع، تتراوح درجة تعاطف المجتمع الدوَلي مع قضايا سياسية معينة, حيث يقوم بالتدخل العسكري في الشرق الأوسط على أساس الاحتياج المضلّل إلى حماية الأقليات الأساسية المقيمة في الإقليم. وفي هذا السياق، يتم التلميح لازدواجية المعرفة بالأغلبيات والأقليات. على سبيل المثال، إنّ وصف الأكراد بالأقلّية في العراق وإيران وسوريا وتركيا كونهم «مظلومين» اجتماعياً، هو وصفٌ مخادعٌ إذا أردنا تفسير سبب سوء أوضاعهم المعيشية، أو التركيز على الجوهر السياسي لمفهوم «الأقلية».

وفعلاً، «الأقلّية» الكردية تتألّف من حوالي 30 مليون شخص، ولكن إلى اليوم لا يزال فكر الدولة القومية يسبّب وصفهم بالأقلية. وبالمثل، اعتمد تدخّل الدولة في الحياة اليومية في الشرق الأوسط، وعموماً الكيانات «اللوثيانية»، على إستراتيجية «فرّق تسُد» الّتي شجّعت الحركات الانفصالية والاستقلال السياسي للمجتمعات المختلفة، كوسيلةٍ وحيدة لقبول هويتها.

وكانت أعمال العنف التي يرتكبها «تنظيم الدولة» ضدّ عناصر المجتمع الموجودة في بلاد ما بين النهرين، تعزّز الاقتناع بأهمية «حماية الأقليات الدينية»، وبالتالي تكرّس استخدام الدين كأداة لإنتاج المعرفة الحصريّة.

أمّا حالياً، يقوم التنظيم بالاعتداء يومياً على المسلمين والمسيحيين بنحو مماثل، وغالباً يقتل الأشخاص الذين يرفضون سلطته بشكل مباشر، أو يعارضون «الخلافة» بأشكالٍ عديدة, ولكن فقط بفضل أعدادهم نصفهم بالمظلومين، لكي نعبّر عن مخاوفنا ونوايانا السياسية.

ومفهومُ التحليل العلمي «للدين» على أنّه خانةٌ فارغة، نستطيع ملأها بأي معنى، هو مفهومٌ مغلوط، ولكنّه لا يزال قادراً على صياغة الأحداث، وعلى رفع المشاعر الجماعية على نطاقٍ واسع. وفي الأمثلة التي قدّمتها سابقاً، في فهم تاريخ الشرق الأوسط، يعتمدُ فكر الهويات المتجانسة على أساليب معرفية مضلّلة، كما لو أنّها كيانات موضوعية ومعبّرة عن مبادئ سياسية ثابتة. وبعبارة أخرى، يتم اعتبار عناصر المجتمع الدينية والعرقية في حال طمحت إلى وطن مستقلّ وانتِماء فطري إلى أراضيها، على أساس هويتها فقط. ومثلاً لماذا لا يُعدّ المسيحيون الخاضعون لسلطة «تنظيم الدولة»، ولا الأكراد أيضاً، معارضين لسلطة الدولة المطلقة أو لأي كيانٍ أخر؟

يلجأ المجتمع الدولي، وليس السياسيون فقط، إلى لغة «حماية الأقليات» واستراتيجيتها على نحوٍ متزايد، فالحماية الاستعمارية للأقليات في الشرق الأوسط حوّلت المجموعات المتدينة غير المتجانسة، إلى كيانات متماسكة منفصلة. وعلى ضوء ذلك تتعرّض «الأقلّيات» أيضاً لخطر المجازر، أو التمييز بالحقوق المدنية، كلما تطلّبت ذلك المصالح السياسية أو ظروفٌ مادية معينة، ومن المفارقات أن يأتي حُرّاس الأقلّيات الأجانب لإنقاذها في السياق التاريخي الذي ترعرعت فيه.

وعلاوةً على ذلك, حسب الرأي السائد في الخارج وفي الشرق الأوسط، تتصادم هذه المقومات الدينية بشكلٍ دائم. وإذا نظرنا إلى الجذور التاريخية للعداوات الإقليمية المزمنة، فقد خدمت حماية الأقليات عبر التاريخ نفوذ السلطات الغربية في المنطقة, مثل الحماية الفرنسية للمسيحيين في سوريا، والحماية الفرنسية للموارنة في جبل لبنان، وخصوصاً أثناء الاقتتال مع الدروز، الذين كانوا تحت رعاية البريطانيين في القرن التاسع عشر.

وبالتالي، التلاعبُ السياسي في مفاهيم الأقليات والأغلبيات في إنتاج معرفة الشرق الأوسط، هو غالباً عملٌ أيديولوجي لا يزال يُصبَغ بمواريث استعمارية، وبالتأكيد ليس سيناريو الشرق الأوسط استثنائياً في هذا الإطار، لأنّ بعض المجموعات الاجتماعية أصغر من ما يسمّى «الأغلبيات» العرقية أو الدينية التي تعيش في الدولة القومية نفسها، ولكنّها لم تطور الإحساس الذاتي بأنّها «أقليات». على سبيل المثال، تُمثَّل الجاليات الآسيوية في تشيلي كمجتمعاتِ مهاجرين في الأخبار وفي الأدب المتعلق بهم، وعلى النقيض من ذلك، يُسمّى المغتربون من بوليفيا وبيرو في تشيلي «بالأقليات»، لأنهم هاجروا من دوَل جارة حاربت تشيلي في حرب إقليمية في القرن التاسع عشر، وذلك يؤكد استخدام الاستقطاب الثنائي السياسي لمفاهيم الأغلبية والأقلية.

ينتهجُ الحُكّام والجمهور والعلماء التصنيف الديني كإشارةٍ إلى قُربٍ أو بُعدٍ سياسي، وعلى نحو مماثل كان المسيحيون الأرثوذكسيون اليونانيون أكثر استعداداً لقبول الأمة العربية السورية في الثلاثينات من المذاهب المسيحية الأخرى، وكان يسمّى هذا المجموع «بقرابة الإسلام» في ظلّ وجود أغلبية مسلمة في الحركة القومية السورية، وعامّةً تحُثّ القضايا السياسية المشتركة المسلمين على البحث عن تسميات معبّرة عن قُربٍ ديني من المسيحيين الأرثوذكسيين. وطبعاً العامل السياسي هو مكوِّنٌ واحدٌ لمفهوم الدين القديم والمتعدّد، الذي يُستعمل إلى حدّ كبير في العلوم السياسية والاجتماعية. والنظرة التحليلية لمفهوم الدين، هي وسيلة مصطنعة تحتوي على عادات ومبادئ وعقائد وأخلاق معنوية، وسلوكيات بشرية متناقضة.

تؤدّي فرضية «استثنائية الشرق الأوسط»، إلى تصوّر انقسام الإقليم بشكل فطريٍ ومُبرَم، إلى أقليات دينية وعرقية متجانسة ومطواعة لسياسات الهوية, ومن مسؤوليتنا مواجهةُ سوء الفهم والقصور الفكري الأهلي والدوَلي، والعمل على تحسين أساليب معرفية وإدراكية في النقاش حول الشرق الأوسط.

Categories: Middle East, Uncategorized | Tags: , , , , | Leave a comment

Il male della Banalità (lettera aperta contro la disinformazione in Italia)

IL MALE DELLA BANALITÀ

LETTERA APERTA SULLA GRAVE E SUPERFICIALE NARRAZIONE DEI FATTI DI COLONIA

Siamo un gruppo di studiosi e docenti universitari di storia, letteratura e cultura dei paesi arabi, africani e islamici, e scriviamo dopo la pubblicazione di alcuni articoli sulla stampa italiana a seguito dei fatti di Colonia.

Da essi è scaturito un dibattito pubblico superficiale, incentrato sulla paura dell’Islam, dell’immigrato, dell’arabo; focalizzato, in senso lato, sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “altro” e, in quanto tale, “pericoloso”. Si tratta di un discorso che, come insegna uno dei testi fondanti degli studi post-coloniali (Edward Said, Orientalismo), ha radici storiche profonde, riproponendosi con recrudescenza in ogni momento di crisi.

RITENIAMO IMPORTANTE PRENDERE POSIZIONE CONTRO LA STAMPA GENERALISTA CHE FA DELLA BANALIZZAZIONE E DELLA SCHEMATIZZAZIONE, ANTITESI DI OGNI FORMA DI ANALISI COMPLESSA E ARTICOLATA, IL MEZZO DI UN PROGETTO DI DISINFORMAZIONE DI MASSA QUANTOMENO PRETERINTENZIONALE.

In particolare ci ha colpito, il 10 Gennaio scorso, l’editoriale intitolato “Da dove viene il branco di Colonia” di Maurizio Molinari, già corrispondente da Gerusalemme per La Stampa e suo neo-direttore, oltre che autore del controverso instant book IL CALIFFATO DEL TERRORE”.

Varie critiche sono state subito mosse al testo, un vero e proprio pamphlet. Ad esempio, il collettivo di scrittori WUMING osserva come “nel generale squallore e servilismo”, sia tuttavia “importante segnalare passaggi di fase, salti di qualità, ulteriori salti in basso e spostamenti a destra”[1].

Concordiamo sul fatto che questo articolo sia un punto di non ritorno dell’informazione di bassa qualità che da anni sedicenti “specialisti” offrono al pubblico italiano. Ci pare che esso condensi in maniera esemplare una serie di strategie di riduzione del pensiero, di cui riteniamo gravi le ripercussioni sulla formazione dell’opinione pubblica.

Nel suo articolo, in un crescendo di affermazioni a dir poco peregrine, Molinari inventa una vera e propria “genealogia della barbarie” araba, che sarebbe, a suo dire, basata sull’ “ancestrale” e “atavico” elemento tribale.

Egli individua nel cosiddetto “senso di appartenenza tribale” la causa degli atti violenti contro le donne a Colonia. Tale sentimento (che Ibn Khaldūn, uno dei precursori della sociologia moderna nel XIV secolo, denomina asabiyyah), sarebbe stato temporaneamente “domato” dalle forme di controllo sociale esercitate dagli stati-nazione mediorientali, e sarebbe ora rinascente in seguito alla parziale disgregazione dei poteri statuali dell’area dopo le rivolte del 2011.

L’editoriale-pamphlet si distingue per i toni caricaturali, per la totale a-storicità della sua fantasiosa teoria, per il disprezzo del più basilare fact-checking, anche in relazione ai fatti di cronaca dei quali pretende di fornire un’interpretazione storica e socio-antropologica.

A FRONTE DI QUESTO PERICOLOSO RIDUZIONISMO, CREDIAMO NECESSARIO INTRODURRE UNA RIFLESSIONE PIÙ AMPIA SUL SIGNIFICATO E SUGLI OBIETTIVI DEL TIPO DI NARRAZIONE MEDIATICA PROPOSTA NON SOLO DA MOLINARI, MA DA MOLTI GIORNALISTI E INTELLETTUALI ITALIANI.

Nel testo succitato, l’autore ribadisce come le violenze sessiste di Colonia siano state causate dal riattivarsi “dell’atavico tribalismo arabo”. I problemi di questa interpretazione sono fondamentalmente due: da un lato si presuppone un “eccezionalismo arabo” che non è fondato su alcun dato empirico; dall’altro emerge una totale ignoranza delle dinamiche storiche di sviluppo sociale e politico dei mondi mediorientale e africano moderni e contemporanei.

INDUBBIAMENTE IL LEALISMO TRIBALE È UN FENOMENO SOCIALE ESISTENTE NELLE AREE GEOGRAFICHE IN CUI SI SONO SVILUPPATE LA CIVILTÀ ARABO-ISLAMICHE. D’ALTRA PARTE, ESSO HA CARATTERIZZATO L’ORGANIZZAZIONE DEI GRUPPI UMANI IN ALTRE AREE DEL GLOBO LE CUI SOCIETÀ TRADIZIONALI ERANO DI TIPO SEGMENTARIO E BASATE SUL CONCETTO DI PARENTELA, COSÌ COME AVVENIVA IN EUROPA PERFINO ALL’INTERNO DEGLI IMPERI PLURINAZIONALI BEN OLTRE IL TARDO MEDIOEVO.

Il tribalismo, quindi, non è ascrivibile specificamente al contesto semitico (pensiamo ad esempio ai clan celtici, alle gentes romane originarie, ai Baschi, alle popolazioni migranti dall’Asia centrale durante il III e IV sec. d.C….) così come pretende una cattiva divulgazione di una certa antropologia de-storificante o pseudo-folklorica intrisa di imperialismo coloniale – dalle cui scorie sarebbe necessario affrancare il discorso pubblico italiano e europeo. Allo stesso modo, usanze come la razzia o la vendetta sono correlate con l’economia politica di società – per lo più nomadi – con una precaria disponibilità di risorse alimentari e non, come sembra ribadire il direttore della Stampa, con una supposta inferiorità culturale.

Altri usi o istituzioni citati dal giornalista, sempre a dimostrazione della primordialità, dell’atavismo e della “genetica” incompatibilità tra cultura araba e cultura occidentale, non sono esclusivi delle popolazioni arabo-musulmane (pensiamo all’uso del velo nell’antica Grecia, o a Bisanzio) e vanno invece visti come indicatori di una fase storica associabile alla sedentarizzazione e alla crescente stratificazione sociale ed economico-politica.

Tali processi non avvennero certo nel deserto – che fa invece da sfondo a tutta la narrativa di Molinari – ma in ambito urbano. L’uso del velo – indicato nel testo pretestuosamente come chador, un tipo di velo specificamente iraniano che poco ha in comune con il “branco” stigmatizzato in quanto proveniente dal Medio Oriente arabo e dal Nord Africa – o l’istituzione dell’harem, sono costruzioni sociali che vanno contestualizzate nel tempo e nello spazio, e che con alcune varianti, sono comuni a tutte le forme di patriarcato.

NELLO STESSO ORDINE DI RIFLESSIONI, LA QUESTIONE DI GENERE NEI PAESI DEL MEDIO ORIENTE E DEL NORD AFRICA (GENERALMENTE INDICATI DALL’ACRONIMO MENA – MIDDLE EAST AND NORTH AFRICA REGION), RAPPRESENTA UN NODO MOLTO COMPLESSO INTORNO AL QUALE SI ARTICOLA L’EVOLUZIONE UGUALITARIA DELLA SOCIETÀ, MA È MOLTO RISCHIOSO TRATTARE TALE ARGOMENTO IN MODO CULTURALISTA.

Se è vero che la sessualità è un tabù in molti contesti pubblici (così come avviene, d’altronde, anche nei paesi di tradizione cattolica), affermare che i diritti delle donne nella regione MENA siano minacciati dall’Islam, inteso come entità astorica e misogina in sé, è fuorviante, perché in tal modo si trascura sia l’uso patriarcale dell’Islam a scapito di popolazioni in buona parte analfabete e in condizioni socioeconomiche precarie, sia il ruolo di primo piano svolto dalle donne nelle lotte di liberazione contro l’oppressione coloniale, sia gli sforzi di una parte delle società di quei paesi che attualmente combatte per l’affermazione e il rispetto dei diritti delle donne.

Movimenti femministi, intellettuali, accademici e militanti, di ispirazione religiosa e laica, denunciano da decenni, in varie forme, le discriminazioni di genere; chiedono riforme ai governi, sono promotori di progetti di sensibilizzazione ai diritti umani all’interno delle loro stesse società, propongono reinterpretazioni coraggiose delle Sure del Corano.

Quale spazio viene concesso a questi attori sociali sui nostri media? Molto poco. Esaminare la questione di genere nelle società a maggioranza islamica in modo culturalista significa trascurare i molteplici fattori che determinano la discriminazione e ignorare gli sforzi della società civile in favore dell’uguaglianza.

In una fase così delicata del multiculturalismo europeo e del più ampio contesto geopolitico, una simile analisi è funzionale a una rappresentazione razzista ed eurocentrica dell’Islam e delle culture arabe e dei molteplici mondi “altri” dai quali provengono gli attuali flussi migratori che si cerca di stigmatizzare in massa. Ci appare pericoloso e irresponsabile, da parte di chi è consapevole di avere una considerevole capacità di influenzare l’opinione pubblica, diffondere rappresentazioni come quelle qui descritte, che contribuiscono non solo alla cattiva informazione, ma spesso alla determinazione degli indirizzi politici e strategici dei governi italiani.

Gran parte della stampa odierna sembra completamente ignorare che gli stati arabi moderni non sono nati attraverso il “magico” contatto con l’Occidente per mezzo di figure come quella, ridicolamente idolatrata, di Thomas Edward Lawrence, ma da processi di cooptazione dell’autorità locale assai complessi, funzionali a specifiche pratiche amministrative proprie delle potenze coloniali (la cantonalizzazione, il mantenimento di sistemi legali multipli, nazionale e consuetudinario nelle aree tribali, per fare due semplici esempi).

La storia del Medio Oriente e dell’Africa contemporanei non è basata sulla contrapposizione di paradigmi assoluti: tradizione vs/modernità tribù vs/ Stato. In quelle regioni, come ovunque, la storia politica e sociale risponde ad un plasmarsi e riplasmarsi di valori simbolici e pratiche di potere, in processi indotti o maturati dall’interno, frutto di dinamiche alle quali non è estraneo il colonialismo europeo – colonialismo che ha spesso impedito l’emergere di strutture di potere alternative a quelle indotte dalle amministrazioni europee.

In Africa e in Medio Oriente, cosi come ovunque nel mondo, tradizione e modernità non si configurano come opposti inconciliabili: segmenti di continuità tradizionale si alternano a fratture, in una dialettica che caratterizza tutti i processi culturali. Tristemente, ci sembra che gli unici soggetti che appaiono impermeabili a queste dinamiche, replicando stereotipi risalenti almeno a duecento anni fa, rimangano i giornalisti e gli intellettuali mainstream, forse più attenti a costruire narrazioni avallanti pratiche securitarie e neoliberiste, che non a spiegare i processi politici in corso.

In effetti, è intellettualmente meno impegnativo accontentarsi di paradigmi interpretativi che imbrigliano la complessità entro categorie fisse e contrapposte, che cercare di restituire le intersezioni della mutevole e molteplice natura dei fenomeni sociali.

NON SONO LE ANALISI, GIOCATE SU DICOTOMIE E LOGICHE BINARIE, DIFFUSISSIME SUI MAGGIORI MEZZI D’INFORMAZIONE, CHE OFFRIRANNO ALL’OPINIONE PUBBLICA GLI STRUMENTI NECESSARI PER COMPRENDERE IL PRESENTE. AL CONTRARIO, ORA PIÙ CHE MAI, FAMILIARIZZARE CON L’IDEA DI COMPLESSITÀ E INTERDIPENDENZA È IMPRESCINDIBILE PER EVITARE LOGICHE DI SCONTRO E DEMONIZZAZIONE DI DIFFERENZE REALI, E PIÙ ANCORA, IMMAGINATE.

Come cittadini e cittadine che da anni si dedicano allo studio del mondo arabo-islamico e delle società a maggioranza musulmana, animati da un forte senso di responsabilità civica, siamo pronti a dare il nostro contributo per svolgere un’azione di divulgazione che consideriamo essenziale nella presente congiuntura storica.

Tuttavia, notiamo con sgomento e con crescente sdegno il proliferare di un giornalismo insinuante e sciatto che strizza l’occhio al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione, che parla di alterità culturale e complesse dinamiche storiche, sociali e politiche con disarmante banalità e ignoranza niente affatto ingenua.

Con uguale preoccupazione osserviamo che, da un lato, questo tipo di giornalismo evita sistematicamente di porre questioni critiche ai nostri governanti sulle loro responsabilità in materia di politica estera e migrazione; dall’altro, l’irresponsabilità dei nostri governanti li spinge ad attingere al giornalismo più approssimativo con l’intenzione di illustrare la complessità del mondo arabo-islamico. Peraltro, le nuove sfide politiche e sociali che i grandi flussi migratori ci presentano attualmente vengono raramente discusse in relazione al modo in cui le società mediorientali, africane e l’islam sono raccontate e rappresentate.

Troppo spesso tale crisi dell’informazione in Italia e altrove viene giustificata dalle leggi di un mercato in continuo cambiamento, che esige puntualità e celerità della notizia, nonché la sua spettacolarizzazione. Se la tirannia di una notizia veloce, semplice, e capace di destare interesse pubblico porta al tramonto di analisi capaci di informare in primis, invochiamo un maggior coinvolgimento degli studiosi di queste aree nel processo di creazione dell’informazione, facendo ben attenzione a distinguere tra chi si dice “specialista” senza minimamente entrare in contatto con le società delle quali propone analisi generaliste e sommarie, e chi invece interroga queste società quanto la propria, producendo quello che in gergo si chiama un “sapere condiviso”.

PER ADESIONI:informabene2016@libero.it

[1] Si veda anche la recensione di tutti gli editoriali comparsi sul tema realizzata dal sito VALIGIA BLU

Primi firmatari:

Giuseppe Acconcia, Il Manifesto e Università di Londra
Anna Baldinetti, professore associato Storia dell’Africa mediterranea e del Medio Oriente, Università di Perugia
Francesca Biancani, docente a contratto, Storia e Istituzioni del Medio Oriente, Università di Bologna
Sara Borrillo, post-doc, Dip. Asia, Africa e Mediterraneo, Università L’Orientale di Napoli
Estella Carpi, ricercatrice, Lebanon Support e New York University (Abu Dhabi)
Marina Calculli, Fulbright research fellow, Institute for Middle Eastern Studies, The G. Washington University
Francesco Correale, CNRS – UMR 7324 CITERES, Tours
Luca D’Anna, Assistant Professor of Arabic, The University of Mississippi (Oxford)
Cecilia Dalla Negra, giornalista, vice-direttore di Osservatorio Iraq – Medio Oriente e e Nord Africa
Enrico De Angelis, American University in Cairo
Anna Maria Di Tolla, Professore associato in Lingue e letterature dell’Africa e dell’Asia,
Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
Ersilia Francesca, Professore Associato in Storia dei Paesi Islamici, Università L’Orientale di Napoli
Gennaro Gervasio, Lecturer in Middle East Politics, The British University in Egypt – Il Cairo
Jolanda Guardi, Universitat Rovira i Virgili. Researcher
Marco Lauri, docente a contratto, letteratura e filologia araba, Università di Macerata.
Chiara Loschi, dottoranda in Scienze Politiche Università degli Studi di Torino
Beatrice Nicolini, Professore Associato di Storia e istituzioni dell’Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Maria Elena Paniconi, ricercatrice in Lingua e letteratura araba, Università di Macerata
Nicola Perugini, Brown University
Paola Rivetti, School of Law and Government, Dublin City University
Azzurra Sarnataro, dottoranda Civil, Building and Environmental Engineering, Università La Sapienza di Roma
Simone Sibilio, docente di letteratura araba Ca’ Foscari di Venezia, direttore master MiLCO
Maria Giovanna Stasolla, Professore Ordinario di Storia dei Paesi Islamici, Università di Roma “Tor Vergata”
Serena Tolino, post-doctoral fellow, Università di Zurigo

Categories: Middle East, Uncategorized | Tags: , | Leave a comment

Flussi migratori e compassione europea: a quando informazione e sostenibilità? (by Estella Carpi, October 2015)

migrants2

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Sembra esser stata soprattutto la foto di Aylan, il bimbo siriano di origini curde affogato nelle acque turche sulla spiaggia di Bodrum il 2 settembre, insieme alle ondate di profughi che tentano il passaggio dall’Europa orientale – provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan – ad avere finalmente ridestato il pubblico occidentale dal suo torpore rendendo spaventosamente tangibile il limite umano al quale ci hanno condotti le crisi politiche transnazionali e le controversie dell’assistenza umanitaria “nord-sud”.

Sull’onda degli studi di Lili Chouliaraki, il fenomeno che abbiamo di fronte è quello che potrebbe essere definito come l’emergere di un nuovo “spettatore ironico” della sofferenza altrui; l’utente del vocabolario compassionevole del “Facebook like”, che auto-celebra e pubblicizza i propri atti di carità, e scambia il consumo etico per solidarietà informata e sostenibile. Ancora una volta, la solidarietà effimera coltivata nell’ambiente mediatico, e la compassione di massa verso l’astratta moltitudine dei “disperati”, troppo raramente reclama la storicità degli eventi, e racconta le loro tristi storie per attivare le nostre intenzioni e difenderle.

Ancora una volta, la solidarietà che poco s’interroga sul perché del rapido passaggio dall’indifferenza alla compassione pubblica è promossa in termini di stile di vita, e non di una mentalità civico-politica davvero informata e reattiva.

Dopo la diffusione dell’immagine del corpo esanime del piccolo Aylan, i media europei hanno dato maggior spazio alla discussione degli aiuti informali e formali che le popolazioni forniscono ai profughi, e le proteste civili organizzate per esprimere lo spirito di solidarietà e accoglienza presenti nell’Unione europea. Iniziative che, finché l’emergenza colpiva soltanto il panorama mediorientale, non erano state attuate a pari livello.

La compassione pubblica suscitata dalla “crisi dei profughi” – un  appellativo,peraltro, capace di coprire insieme cause politiche e responsabilità esterne alla radice di tale crisi – si è ora per fortuna trasformata in motore di assistenza transnazionale, oltrepassando la mera compassione da spettatori in poltrona.

Un’educazione “sentimentale”, come la chiamava Richard Rorty, sarebbe forse utile nelle scuole europee per coltivare un sentire condiviso nelle nuove generazioni e offrire un terreno comune di condivisione ed empatia. Se da un lato, infatti, è indispensabile che la sensibilità verso la differenza non sia data per scontata e che ci venga dunque insegnata, dall’altro lato, come si può evitare che la cultura dei diritti umani, di cui il cosiddetto “nord globale” si fa paladino, resti effimera tanto quanto l’interesse pubblico verso il disperato fenomeno di esodi e dispersioni? La sponsorizzazione dei diritti umani, che ha già da tempo assunto la fisionomia del liberalismo di stampo occidentale e paternalismo terzomondista, stenta ad offrire una migliore spiegazione delle ragioni alla radice di tali crisi nel marasma mediatico odierno.

Il cittadino europeo medio ha dimostrato ancora una volta di mobilitarsi e affrontare il proprio incontro con i profughi/migranti in termini squisitamente umanitari e in relazione a uno stato di eccezione ritenuto temporaneo, restando tra l’altro restio ad affrontare la fase successiva fatta di richiesta di diritti.

Nel caos dei mesi di agosto e settembre, il temporaneo ripristino dei controlli di frontiera in Germania e Austria, la costruzione del muro al confine serbo–ungherese, e lo sgambetto teso a un profugo siriano dalla giornalista ungherese Petra Laszlo, sono segnali evidenti di un rafforzamento delle frontiere non solo materiali, ma anche morali nei paesi più toccati dalle ondate migratorie. Tali episodi sembrano significare ben più che un’ingente “crisi di profughi”: sembra trattarsi piuttosto di una vera e propria crisi delle interazioni e degli incontri umani.

Inoltre, i recenti sviluppi hanno dimostrato che i paesi Ue non possono far fronte da soli a tali flussi migratori, e l’impegno da parte dell’Onu diventa quindi sempre più radicato al loro interno. La sfida maggiore consiste nella necessità improvvisa di integrare la convenzionale risposta umanitaria, offerta all’interno di strutture di accoglienza popolate da residenti intenzionati a divenire stanziali, con percorsi per l’accoglienza di quei migranti che a volte restano per pochi giorni, o addirittura per poche ore, prima di proseguire verso la destinazione desiderata. La gestione di quello che potremmo chiamare un “transito d’emergenza”, specialmente in Italia, Grecia, Serbia, e Ungheria, è ancora un ambito ignoto alle organizzazioni umanitarie europee, e ha richiesto l’apertura di nuove sedi locali di alcune grandi organizzazioni non governative internazionali come World Vision, Islamic Relief e Action Aid.

La vera sfida in ambito europeo è riconsiderare radicalmente l’approccio verticale nord-sud e comunque ‘occidente-centrico’ perpetrato nel nome degli storici stendardi della responsabilità internazionale morale, che ha gradualmente ridotto le politiche umanitarie e di cooperazione allo sviluppo a meri strumenti di sicurezza internazionale. L’altra sfida è quella di capire di essere tutti quanti soggetti e attori di uno stesso ordine geopolitico integrato. Prendere atto di tutto questo non solo risparmierebbe molte vite, ma potrebbe probabilmente evitare molti degli  “effetti collaterali” dei ciclici conflitti internazionali.

La realizzazione dei diritti di asilo e protezione in materia d’immigrazione, in quanto diritti umani convenzionalmente riconosciuti, non dovrebbe dipendere dal carattere effimero di sfuggenti e non sempre pienamente informate solidarietà sociali. La vera scommessa sarà continuare a sostenere e implementare tali diritti quando l’attuale compassione di massa verrà meno dopo la foga ‘emergenziale’ di questi mesi.

Categories: Africa, Europe, Middle East | Tags: , , , , , , , | Leave a comment

The Abused Politics of “Minorities” and “Majorities”: Quantifiable Entities or Shifting Sites of Power? (by Estella Carpi, May 2015)

PAKISTAN_-_protesta_donne_contro_discriminazione

(Photo taken from: http://www.asianews.it)

http://humanityjournal.org/blog/the-abused-politics-of-minorities-and-majorities-quantifiable-entities-or-shifting-sites-of-power/

THE ABUSED POLITICS OF “MINORITIES” AND “MAJORITIES”: QUANTIFIABLE ENTITIES OR SHIFTING SITES OF POWER?

Scholars, pundits, opinion-makers, and the general public too often agree that the primary concern to address today in the contemporary Middle East is religious diversity and the need to protect religious minorities. As a result, the so-called religious minorities have gradually come to constitute a fundamental feature of state politics. They are usually depicted and discussed as unchangeable entities presenting coherent political assets in international affairs, as well as analytical categories through which a more immediate understanding of the Middle Eastern scenario is finally possible.

This analysis will argue that the constructed character of religious minorities and majorities has too often been disregarded in international politics. It will employ historical examples as holistic explanatory notions for civic privileges or deprivations, or to stress amity or enmity that have been awarded to religious minorities.

In the effort to trace the emergence of the language surrounding “minorities,” historian Benjamin T. White in 2011 associated the history of minorities with the historical formation of nation-states in the Middle East. He unearthed how a language of minorities only emerged in the 1930s with French bureaucracy, which was still dominating the country at that time: the central state presence in people’s everydayness was intensifying. The use of the term “minority” increased, in particular, in the post-French mandate Syria (1940s). Once state, in the modern Middle East, began to more fully represent the people, all “groupable” societal component collectively began to perceive themselves in terms of frustrated minorities or accomplished majorities. Arguably, this was in order to feel more included and entitled to services and benefits. It is inescapable, in fact, that representativeness implies per se cohesion and sameness.

In what Pierre Bourdieu would name the “informational capital” around the Middle East, confessional labels are attributed to diverse popular wills. This, for instance, deceivingly led us to think that Saddam Hussein’s Iraq was actually in need of a Shiite regime, in that the national population is predominantly Shiite. And that Syria, from 2011 onwards, underwent an unprecedented political crisis because the ruling regime is from the Alawite minority, and, as such, it cannot rule undisturbed over a Sunni majority. Or, again, how many times have knowledge producers argued that the mainly Shi‘a-populated Bahrein needs a Shiite regime to stop local discontent and meet the reiterated requests for freedom once for all? Or also that the ruling power in Iran keeps the country stable because there is a Shiite coalition there ruling over a Shiite-majority population?

In the capacity of beings craving historical understanding, we constantly feel like we owe consciousness to our past: the quick association of majority with domination and, likewise, minority with subordination, risks shadowing the shifting sites of power that underly societal relations. The Syrian revolution offers a perfect case in point, in that it has prematurely been portrayed by several media as a “civil war,” as well as a confessionally biased demand for greater freedoms coming from the Syrian Sunni majority. The interpretation according to which the Sunni majority protesting could result in the oppression of the minority groups living within the state boundaries, would obscure the actual distribution of power within Syrian society. Such a biased interpretation of social facts is said to have resulted in poor international solidarity for the protesters in Syria with respect to the Egyptian or the Tunisian revolution.

Indeed, the alternately scant or deep empathy that the international community has developed towards particular political causes or military interventions in the Middle East is often dictated by the alleged need to protect the “primordial” minorities populating the region. In this regard, the gnoseological minority-majority dyad is employed to describe homogenizable religious as well as ethnic groups. For instance, speaking of Kurds as a minority is highly misleading: in the palingenetic effort to repoliticize the minority concept and explore the present life conditions, the Kurds and groups alike should simply be described as “oppressed.” Yet they constitute a heterogeneously oppressed or disempowered population of approximately 30 million people majorly distributed between Iran, Syria, Iraq, and Turkey. The nation-state boundary logic has forced them to be described in minority terms. Similarly, it is the invasive presence of the state in the Middle East—generally a Leviathan entity using divide-and-rule strategies – that has triggered a longing for secessionism and identity-defined independence in particular religious or ethnic groups.

A further example has been provided by the violence used by Da‘esh (ISIS) against the ethnic and religious groups who inhabit the Arab Jazira—the ancient Upper Mesopotamia extended between Syria and Iraq—which has led people to talk of the importance of protecting religious minorities, and therefore using religion as a mere gnoseological instrument. In fact, the populations attacked by Da‘esh nowadays are Muslim as well. Like Christians, Muslims are killed on a daily basis. The killed ones, hence, are those who are simply refusing, in many forms, to live under the caliphate. Their “numberization” has long served political intentions and fears. And here lies the fallacy of ‘’religion’’ meant as an empty category that we can fill with any meaning, but still massively capable, however it is interpreted, to shape events and raise different collective sentiments.

In the examples provided above, identity politics trumps any other gnoseological understanding of the Middle East’s changing scenario, by departing from the idea that “minority identities” are objectively something, and can be filled up with a fixed political content. In other words, religious and ethnic groups are spoken of as if they owned a pseudo-national imagination and an identity-shaped attachment to their territory. Therefore, neither Christians under Da‘esh nor the Kurds are seen as simply reacting to state-owned power, or to any entity where power is temporarily located.

History has clearly shed a revealing light on how the international community, and not only politicians, have increasingly used the expression—and consequently adopted the strategy of—”protecting minorities.” It is the colonial protection of minorities in the Middle East that turned socially heterogeneous groups of religious believers into separate bodies. By doing so, they further exposed them to the risk of massacres or civic inferiority whenever prevailing political interests and material circumstances do not allow the traditional protectors to defend such “minorities.” Paradoxically, such outsider protectors tend to rush over to allegedly fight on behalf of domestic groups in the historical context in which the latter have actually grown.

Furthermore, the common myth on which the international and domestic understanding of the Middle East relies is that such reified religious categories are permanently at odds with one another. If we look at the historical roots of what is depicted as a chronic regional enmity, the protection of minority communities has always been leverage for western sway in the Middle Eastern region. Like the case of the French protecting the Christians in Syria and the Maronites in Mount Lebanon, especially during the fight against the British-supported Druzes in the 19th century.

The political use of the notions of minorities and majorities in the epistemic construction of the Middle East is therefore ideological work still encrusted with colonial nuances. And this is certainly not peculiar to the Middle Eastern scenario. In fact, some social groups, smaller in terms of numbers with respect to the ethnic or religious majority living within the same nation-state, have not developed their own sense of properly constituting a “minority.” For example, the Asian communities in Chile are mostly represented as migrant groups in the news and in the literature concerning them. By contrast, Bolivian and Peruvian migrants in Chile are spoken of as “minorities”, in that they migrated from countries against which Chile had fought a regional war in the 19th century. This further confirms the political use of the majority-minority Manicheism.

Religious labels have also been used by governors, common people and scholars as a way to point to proximity or distance in terms of political purposes. The Christian Greek Orthodox, who, unlike other Christian groups, used to be more willing to accept a Syrian Arab nationhood over the 1930s, exemplify this phenomenon, as they had tellingly been called the “cousins of Islam,” being the Muslims the vast majority among Syrian nationalists. Thereby, the commonality of a political cause was leading the Muslims to find linguistic expressions of religious proximity to describe their Christian Orthodox fellows.

The political is obviously only one dimension of the polyhedric character of this ancient all-encompassing concept of religion, which is largely adopted in social and political sciences to advance gnoseological analyses. We should rather reclaim “religion” as a constructed human way of naming an immense range of practices, beliefs, theological tenets as well as contradictory human behaviors related to this realm of meanings.

Certainly, the abused description of “Middle Eastern exceptionalism” does not lie in anirremediable and almost innate division of the region into monolithic religious or ethnic minorities, purportedly conveyers of self-evident identity politics. But rather lies in the allogenous and endemic incapacity to cultivate better gnoseological strategies to know the Middle East and speak of it.

Categories: Lebanon, Middle East, Syria | Tags: , , , , , | Leave a comment

الحرب الاعلامية والنّفسية و أثارها المتوقّعة على الشرق الأوسط (by Estella Carpi, March 2015)

 الحرب الاعلامية والنّفسية و أثارها المتوقّعة على الشرق الأوسط

المؤلّفة: استيلّا كاربي

في هذا التقرير سوف أفسّر مفاهيم الحرب الأعلامية والنّفسية من خلال دلالات تاريخية و ارتباط هذه الحروب بالحكومات الدولية.

يسعى ارتباط الحرب الإعلامية بالحرب النفسية الى أزمة عامّة على نحو متزايد. والهدف هو في الواقع تهديد النّظام القائم الاقليمي.

الحرب الإعلامية بجنب الى الحرب النّفسية تُعرف كدعاية ضدّ العدو في دعمها للعمليات العسكرية، وفقا لإدورد بيرنيز. وبالتالي الدعاية والرعب هما كلاهما من الأدوات الرئيسية للحرب النّفسية.

تخلق الحروب الإعلامية عادة تفاوتا بين الحجم الفعلي للتهديدات الإرهابية, أو أحداث مماثلة، و تصوّرها العام (Dobkin، 1992 ). و يبدو أن “قوة التّسريبات”، بعد إنشاء موقع “ويكيليكس”، كانت وسيلة مشجعة للجمهور المتشوق للديموقراطية و كشف حقيقة الظّلم وخيانة الأمانة. و حاليا تظهر التسريبات جوانبها السّلبية في نشر صور قذرة لالدول و أحداث غير مؤكّدة.

خفّف إنشاء موقع “ويكيليكس” قدرات الحكومات على الرّقابة الإعلامية و إغفال أخبار معيّنة. و هذه مرحلة مهمّة لانّ الدول أصبحت مجرّد عامل فاعل في سيناريو أكبر. و في العصر الحاضر، تتأثر التصريحات الرسمية أيضا بصيغة الأخبار.

و قد تمكّنت جميع التسريبات وكذلك التواصل الاجتماعي، بالإضافة إلى وسائل الإعلام التقليدية مثل الإذاعة والتلفزيون والصحافة، من زراعة نشر الحماس في الجمهور العام أو الحكومات. من خلال هذه التسريبات في حشد تفاعل الافراد في المجتمع كذلك الحكومات مما زاد من تضخيم الأمور الى مستوى درامي (Manahan، 2010) و مما ولد مفاهيم مثل “العداوة” و “الصداقة” غالبا من علاقات إعلامية افتراضية بدلا من علاقات واقعية بين دولة و دول.

يعَتبر الباحث الأمريكي نعوم تشومسكي وكالات الأنباء مؤسسات مرتبطة تماما بالحكومات، وبالتالي يعتقد أن الحكومات نفسها لا تزال مسؤولة عن المعلومات المنتشرة (Di Maggio, 2008، ص 164).

و استثبتت مسؤولية الحكومات عن انتشارالمعلومات و تزويرها مثل ما فعلت الحكومة الأمريكية في حروب العراق وأفغانستان، في تداولها مسطلحات مثل “حروب نظيفة” او “حروب ضرورية” أو “حروب الاختيار” لإخفاء مصالح الأنظمة الحكومية أو لتوصيف العدو “بالإرهابي” لنزع الشرعية عنه.

تسييس وسائل الإعلام عامل طبيعي في حالة اعلام الأحزاب أو الجمعيات السياسية، كما في حالة قناة “مكملين” في تركيا التي نشرت التسريبات المصرية المؤخّرة، أو كما في حالة قناة “الجزيرة” المشهورة التي تستمرّ بدعايتها لصالح جماعة الإخوان المسلمين: هي حالة مثالية لتسوّس وسائل الإعلام في حين أن يجب عليها تثقيف الجمهور على التفكير المستقلّ (Schechter، 2003).

و يجب أن تتحمّل وسائل الإعلام دورها المسؤول كجزء لا يتجزء من مشروع و دور تربوي و صادق. في الواقع، على مر التاريخ، بعض المجازر مبالغة أو مقلّلة في التقدير، كما هو الحال في سوريا، حيث يقولون بسهو و غرّة أكثرية مشاهدي الأحداث الدّموية أن لا يفهموا ما يجري هناك. و في سياق المسؤولية الاعلامية تبرز أيضا أهمّية التاريخ في متابعة العدالة الاجتماعية و رفاهية الشّعب.

و تلفت الحرب الإعلامية انتباه الناس الى جوانب معيّنة إهمالا جوانبا أخرى. إذا يتجوّب أن وسائل الإعلام تخلق أحداث العالم ولا تصوّرها ببساطة، من الاّزم أن الصحفيون يتحمّلوا مسؤوليتهم بقدر متشابه للسياسيين, مع أن وسائل الاعلام ليست صاحبة القرار. وفي هذه المسألة قدّم جيك لينش ـ عالم بريطاني مقيم في أستراليا ـ فكرة “صحافة السلام” (Lynch ,2011). فعلا بامكان الطريقة التي نختارها لكتابة الأخبار أن تحسّن الأمور على الأرض. هذا صار حاليا رأيا منتشرا.

على سبيل المثال, وفقا لبعض صناع الرأي، خسرت أمريكا الحرب في فيتنام بسبب الحملة الصحافية اللتي ادت الى تثبيط عزيمة الجنود على الأرض ,(De Angelis, 2007).

و في أيامنا هذه، أهمّية الحرب النفسية كاستراتيجية عسكرية لها دلائل عديدة. مثلا دمج الجيش البريطاني ضمن صفوفه ٢٠٠٠ جندي لإجراء حرب نفسية لكي يتقن نوعا جديدا من أساليب الحرب.

وهكذا، الأمن والقانون والنظام والتنمية هي مترابطة على نحو متزايد مع القوة العسكرية. وقد كان هذا الارتباط واضحا منذ أعلن جورج بوش الحروب في العراق وأفغانستان واستراتيجية “كسب القلوب والعقول” في النضال الأمريكي للديموقراطية في الشرق الأوسط.

الحروب الاعلامية, السياسة و المفكّرون:

كثيرا ما تلجأ التيارات السياسية الشرعية أو غير الشرعية الى اراء بعض المعلّمين في حروبها الاعلامية. مثلا يعتبرالشيخ يوسف القرضاوي المنظر الأول لجماعة الاخوان المسلمين. و كان القرضاوي قد اتّهم الامارات العربية المتّحدة في فيبراير ٢٠١٤ بموقفها المعاد للجماعات الاسلامية في الاقليم, و لذلك رفض هوية دولة الامارات الاسلامية. فعلا الهبت تصريحات القرضاوي و الدعم القطري له الحرب النفسية على الامارات.

على نحو مماثل, في الماضي, أشار أنصارالغزو الأمريكي في العراق الى المواقف السياسية لمثقّفين علمانيين غربيين مثل كريستوفر هيتشنز. و راجع داعمو القضية الفلسطينية المثقّف العلماني المعروف نعوم تشومسكي بالاضافة الى مرشدين روحيين عديدين. و هناك كثير من الأمثلة التاريخية الأقدم مثل استغلال فكرالفيلسوف الألماني فريدريش نيتشه في مشروع النّازيين السياسي في الثلاثينات.

في هذا الصدد, رفض بعض المفكّرون و المرشدون تشويه فكرهم في خدمة جماعات سياسية معيّنة. مثلا صرّح علي الحسّيني السيستاني ـ مرجع ايراني في العراق ـ اعتراضه على استخدام أفكاره من قبل الأحزاب العراقية في سياسياتها الاسلامية, و لذلك انتقدت أحزاب الشيعة و السنّة العراقية اية الله السيستاني تكرارا.

 حروب إعلامية و نفسية في التاريخ:

و سوف أقدّم الان أمثلة ترتيبا زمنيا من التاريخ خلال القرنين العشرين و الحادي و العشرين عن أمثلة عن حروب نفسية و اعلامية في الاطار الدولي و كذلك في الشرق الأوسط.

في الحروب العالمية الأولى والثانية استخدمت الحرب النفسية لإقناع العدو على استسلامه، وعلى هيمنة الدول الأوروبية في العالم. صنعت وسائل الاعلام الموافقة الوطنية في الدول الأروبية لدعم جهودها العسكرية في القرن العشرين (دي انجيليس، 2007). بينما في الحرب العالمية الأولى أستخدم الراديو كأداة أولية في الحرب النفسية والإعلامية، في الحرب العالمية الثانية فازت بريطانيا على ألمانيا من خلال السينما والصحافة.

في وقت لاحق, صارت حرب إعلامية أثناء الحرب الباردة بين الاتّحاد السوفياتي والولايات المتّحدة الأمريكية، حيث كانت تهدف أمريكا إلى تدمير الشيوعية والى تمثيل ذاتهاها كبطل للحرّية العالمية.

و زوّرت الحكومة العراقية الأخبار خلال حرب الخليج الثانية (١٩٩٠ -و١٩٩١)، لأنّها صوّرت القوات المتعدّدة العالمية كهاجمة العراق في طريقة وحشية إهمالا عدوانها على الكويت مع الأدعاء بأن الأرض الكوايتية عراقية من منظور تاريخي (Taylor، 1992).

و في الانتفاضة الفلسطينية الأولى في عام ١٩٨٧ فاز الفلسطينيون في الحرب الإعلامية لأنّهم نجحوا في نشر الصورة الواقعة غير قابلة للشك كضحايا الاحتلال الإسرائيلي في طريقة لا يمكن تمييزها. بينما في الانتفاضة الثانية في عام ٢٠٠٠ فاز الإسرائيليون في الحرب الإعلامية، لأنّ وسائل الإعلام الاعلامية نجحت في نشر صورة عن الفلسطينيين بأنّهم غير واقعيين و هم من يرفض عملية السّلام؛ على وجه الخصوص, بعد اتفاقيات كامب ديفيد في عام ٢٠٠٠ تُصوّر عملية السلام كمُستحيلة و الدولتان كمستمرّة في نزع الشرعية عن العدو (De Angelis, 2007).

و صُنعت الحاجة الملحّة المذكورة إلى حرب في أفغانستان و العراق ( ٢٠٠١ و ٢٠٠٣) من خلال الحرب الإعلامية و دعاية الولايات المتحدة الأمريكية (Schechter، 2003).

تعارض العلاقة القوية بين حزب الله اللبناني وإيران وسوريا، التي أنجبت ما يسمّى حاليا “محور المقاومة”، القوى الإقليمية الأخرى كما لو هذه شكّلت كيانا متجانسا. لذلك ولّدت الحرب الإعلامية وهم قطبين سياسين فقط في الاقليم.

و في العقد الأخير بدأ الرئيس تشافيز في فنزويلا حربا إعلامية و الثورة البوليفارية ضدّ الإمبريالية الأمريكية, و التي تهدف إلى الاشتراكية العالمية و زعزعة استقرار “العدو البرجوازي” (Manwaring، 2012).

يتّهم رئيس تركيا أردوغان من ٢٠١٣ وسائل الإعلام الغربية بحرب نفسية ضدّ الحكومة التركية بسبب الصحفيين السجناء، قائلا أن هذه المسألة تعتمد على سلطة القضاء المستقلّة بحد ذاته.

استخدمت قوات الدفاع الإسرائيلية وسائل الإعلام الاجتماعية مثل تويتر، الفيسبوك, اليوتيوب وإينستاجرام في حربها النفسية جنبا على عمليتها العسكرية الأخيرة في قطاع غزة في أغسطس ٢٠١٤.

و الحرب الإعلامية ضدّ مشروع الطاقة النووية الإيراني متواجدة منذ حين و ما زالت منقوشة، و حولت انتباه الجمهور من إسرائيل التي أيضا تمتلك المواد النوية دون عائق.

و نشاهد حاليا الحرب الاعلامية المحتدمة ما بين النّطام السّوري و المعارضة السياسية المتعدّدة اللتي تروّج فيديوات عارضة عنف العدو لدعايتها و نزع الشرعية المتبادل عن بعض من خلال وسائل الاعلام الاجتماعية.

و أخيرا, واحد مثال حديث من حرب إعلامية هو التهويل و الاخطارية المنتشرة في وسائل الاعلام الايطالية عن الجهاديين في ليبيا و قربهم الجغرافي الحاضر من السّاحل الإيطالي. فعلا سبّب تركيز الأخبار عن القرب الجغرافي للجهاديين شعور قلق نفسي و تهديد في الجمهور, و يصنع الوهم أن البُعد لا يهدّد خلافا عن القُرب.

و يثبت مثال التسريبات المصرية في قناة “مكمّلين” التركية على ٧ فبراير الماضي استعباد الوسائل الاعلام للسلطة السياسية الشرعية أو غير الشرعية.

مع أن لم يتحقّق من أصالة تسجيلات الرائيس المصري عبد-الفتاح السيسي و مدير المكتب عبّاس كامل, من الضروري أن الدّول الخليجية تقبل بالأمر الواقع رغم أنه صدر تأكيد من أنصار الرئيس السيسي أن هذه التسجيلات ما هي الا تلفيق من اختراع جماعة الإخوان المسلمين.

و حسب التسجيل, قال السيسي: “إن مجلس التعاون الخليجي عنده المال مثل الأرز … يجب أن تكون لنا حصة مثل الأمريكيين”. و أيضا وصف عميد مكتب السيسي عبّاس كامل دول الخليج العربي، وخاصّة الكويت، بأنها “أنصاف دول”. و كلّ هذا له أثر سلبي على العلاقات القوية بين دول الخليج العربي, المملكة العربية السعودية و الرئيس المصري.

وأضاف كامل “أنّهم يعيشون حياة الهوى ويكون لهم أكوام من المال”، في حين أن الكويت لا تزال تدين لمصر على مشاركتها 35،000 جندي مصري لانقاذ الكويت في حرب الخليج الثانية ضدّ صدام حسّين. و عبّر كامل عن أسفه لأن مصر لم تتصرف مثل سوريا حافظ الأسد في ذلك الوقت, عندما اتخذت موقفا منفصلا. و هذا يشير الى ارتباط الحرب الاعلامية بالأحداث التاريخية الماضية و الحديثة.

و في ضوء هذه الأمثلة تستطيع الحرب الاعلامية أن تولّد “حرب نفسية” على الجمهور, و يهدف هذا نوع الحرب إلى تعزيز الفوضى وعدم الاستقرار على المستوى النفسي في المجتمع. إنّها ليست استراتيجية فعّالة للاعتقاد بأن السرد المضاد حول معلومات غير مؤَكّدة يكون كافيا أو مفيدا، وليس حتى لتصنيع دلائل جديدة لمعارضة الشائعات المنتشرة.

الخوف العام في كلّ الحلات نابع من القناعة المبرّرة بأن وسائل الإعلام تخلق الحقائق، و لا تعكس الواقع ببساطة.

ما ينبغي تجنبه في المستوى الاجتماعي هو التسبب في الشعور بالتهديد، من ناحية أمنية أو من حيث العزلة الإقليمية، وهو ما حاول تجنّبه كلّ بلد في تاريخ الشّرق الأوسط طوال العقود.

يفكّر فهد الشليمي، محلّل سياسي لمنتدى “سلام وأمن الخليج”, أن لا ينبغي على الدول بناء العلاقات الإقليمية و الاستراتيجية استنادا على القضايا الشّخصية. هذه هي الوسيلة اللتي من خلالها الحرب الإعلامية لن تؤثر النّاس والأمن في طريقة مباشرة، لأنّها تعمل على صنع فجوة بين انتشار المعلومات المزعومة و الواقع اليومي. و اذن يجب على العلاقات العالمية أن تكون مبنية على أساس المصالح المتبادلة.

الخطر الأكبر هو أن وسائل الإعلام تهمل وظيفتها الأصلية تدريجيا بينما كانت وظيفتها تمثيلا دقيقا وعلميا للأحداث الماضية و المعاصرة, و وإبلاغ المجتمع، فإن دور وسائل الاعلام أصعب وأصعب اجتماعيا.

.و تؤثرالفجوة الدّاخلية في التفكير و الايديولوجيا في المجتمعات العديدة على الثقة المتبادلة الإقليمية أيضا.

المراجع:

The Middle East Eye

http://www.middleeasteye.net/news/analysis-will-latest-leaks-rock-sisi-gulf-relationship-222943462http://www.middleeasteye.net/news/leaks-allege-egypts-sisi-despised-and-colluded-gulf-rulers-1777692691

http://www.middleeasteye.net/news/egypts-sisi-calls-4-gulf-leaders-following-alleged-leaks-1706820783

ar-Ra’iy al-Yom

http://www.raialyoum.com/?p=214748Al-Yom

Ilaf

http://www.elaph.com/Web/News/2015/2/981177.html

Ar-Raya

http://www.raya.com/news/pages/d3f13214-4804-42ac-a6a4-b830e23c287e

al-Jazeera English http://www.aljazeera.com/programmes/insidestory/2015/02/latest-audio-leaks-hurt-egypt-sisi-150208185720298.html

http://goo.gl/kN1yuy

The Conversation

http://theconversation.com/army-joins-the-social-media-war-with-psy-ops-brigade-37125

Di Maggio, A.R. (2008). Mass Media, Mass Propaganda. Examining American news in the War on Terror. Plymouth, UK: Lexington Books

Dobkin, B.A. (1992). Tales of Terror, Television News and the Construction of the Terrorist Threat. London, UK: Praeger

Lynch, J. (2011). “Can the centre hold? Prospects for mobilising media activism around public service broadcasting using peace journalism”. In Ibrahim Seaga Shaw, Jake Lynch and Robert Hackett (Eds.), Expanding Peace Journalism: comparative and critical approaches, (pp. 287-316). Sydney: Sydney University Press.

Manahan, B.A. (2010). The Shock of the News. Media Coverage and the Making of 9/11. NY: New York University Press

Manwaring, M.G. (2012). Venezuela as an Exporter of 4th Generation Warfare Instability. SSI Edition

Schechter, D. (2003). Media Wars. News at the Time of Terror. Oxford, UK: Rowman & Littlefield Publishers

Taylor, P.M. (1992). War and the Media: Propaganda and Persuasion in the Gulf War. Manchester, UK: Manchester University Press

Categories: Middle East | Tags: , , | Leave a comment

Security and Development: Questioning ‘Righting Wrongs’ Strategies and the Role of the International Community (by Estella Carpi, March 2015)

Security and Development: Questioning ‘righting wrongs’ strategies and the role of the international community

Security and Development: Questioning ‘righting wrongs’ strategies and the role of the international community

http://trendsinstitution.org/?p=1042

March 11, 2015 12:39 pm

Last March 8, David Malone, a Canadian career diplomat and an international development and security scholar, gave a talk at the New York University of Abu Dhabi to discuss the changing role of the United Nations Security Council (UNSC) in conflicts and new possibilities for development assistance in the contemporary era.

Indeed, whereas the Council is supposed to be the main transnational entity approving or rejecting requests of intervention in conflict-ridden areas, and tackling various inter-state decisional matters, it seems to have partially lost its executive force on the ground. Similar weakness points can be discussed for development assistance, towards which generalised scepticism is increasing as much as the nihilism of the aid and development workers themselves.

Thus, the broadly explored connections between security and development need to be further investigated.

Can development assistance make any difference?

The Millennium Development Goals (MDGs) are the traditional way societies express the desire of and plan betterments, and seek to achieve them through the use of a common international code. The MDGs, however, are inherently incomplete in that they are expressed in quantitative indicators and normally address general targets: factors which are unsuitable per se to changeability.  The MDGs are therefore subject to reiterated failures.

Nevertheless, according to Malone, pessimism is not necessarily the moral approach that the international community should adopt in order to respond appropriately to crises and conflicts. For instance, history has shown thus far how in small countries development assistance does make a difference, however changing the goals that it used to entail at the beginning of the development path. Lebanon is a perfect case in point, illustrating how, on the one hand, emergency relief cannot be sufficient or successfully needs-focused. On the other, development assistance can still play a role in the reinforcement of local welfare in the contexts where the latter has historically been lacking. In big countries, by contrast, development assistance has not certainly led to economic growth, departing from the stable point that the so-called “Global South” will probably never develop big economies, despite the increasing competence of some developing countries’ governments (i.e. African governments and India), and in spite of the absence of democratic structures within a specific country (unlike China which witnessed economic growth with no democracy).

In line with his scepticism about the efficiency and the appropriateness of the MDGs, which necessarily involve predictions, Malone foregrounded the definitive defeat of one winning democratic and economic model to be followed. The multiple successful models that we witness can actually show how new waves of human optimism can be identified in a major diffusion of information, a consequently far more demanding public, and the urbanisation process, which has been able, to Malone’s mind, to mobilise resources more rapidly and raising important social issues that were previously concealed (e.g. family patterns, the social role of women, the labour force’s rights).

A winning strategy for each country is picking up those of the MDGs which are the most important to it. The involvement of the World Bank (WB) and the United Nations (UN) should rather be limited to the functionality of these organisations in specific domestic issues. This would invert the conceptual North-South unilateral power flow, in which the WB and other large international organisations are the ones that dictate pre-established programmes and approaches to developing countries regardless of local specificities.

In this polarised scenario between the “Global North” – bountiful enough to offer resources – and the “Global South” – chronically needy enough to receive them – the West is known to request respect of human rights, justice and development in exchange for its financial resources, which only constitute, in any case, a small funding portion to pursue development; moreover, once a country finds itself in deficit, development assistance is the first expense that is usually cut down. In this framework, élite powers are a social obstacle to development in developing countries, but, from Malone’s perspective, the fact that they gain their benefits from imported assistance does not render assistance itself unworthy for the poorer categories.

In these circumstances, Malone unexpectedly calls for a “data revolution” in development projects, where qualitative research needs to be prioritised over quantitative research. This data revolution would shed light on the qualitative deadlocks that development implies, such as the issue of political impartiality and its empirical feasibility. UNSC, for example, is believed super partes but its role is actually that of taking sides in crises, being formed itself by the most powerful states.

The UNSC and the present challenges

Even in apparent deadlocks such as Libya, Syria and Ukraine nowadays, the UNSC has reached points of agreement despite multiple confrontations. It is the case of Syria and the evacuation of the Asad regime’s chemical weapons in the wake of the August 2013 chemical attack on the Ghouta population in East Damascus.

In spite of the increasing unpopularity of the UNSC within the international community and “conflicts spectators”, the unresolved cases of the UNSC, apparently, make up only 10%. Nevertheless, Malone underlines the controversial aspects of such a percentage, especially in the case of NATO, whenever it allegedly intervenes to protect civilians and eventually contributes to regime changes like in Libya.

The historical cases of the UN failure still resonate today in the international community’s consciousness, like the 1995 massacre of Srebrenica, in which we witnessed a soft response of the UN that were largely represented in the media and in people’s accounts as shrugging off the genocide of Bosnians. Malone also provides the example of France in the 1994 Rwanda conflict, which did not know in depth the fighting parts and that, therefore, did not take a clear stance within the UNSC at that time. The effects of “state behaviours” within international entities are still hunting governments and are easily identifiable today: for example, France pulled out of the 20th anniversary commemoration of the Rwandan genocide last year, in that it was accused by the President Paul Kagame of having contributed to the large-scale 1994 massacre.

Diversely, inter-African protection has often been obfuscated by western saviours who have more powerful means of self-propaganda. Malone highlights how it was actually the Ghanaians to rescue many Tutsis and Hutu moderates in Rwanda in the 1990s by sheltering them, while the UN ordered the withdrawal of their peacekeeping forces.

The UNSC is arbitrarily defined as weak, according to Malone. What is interpreted as an increasingly big loss of efficaciousness is actually the co-presence of new factors in the international scenario. The major changes that occurred within the UNSC are the emerged influence of the non-governmental organisations (NGOs), like the abovementioned case of France in Rwanda, where the medical NGO Médecins Sans Frontières got separated from Médecins Du Monde by rejecting a politically neutral approach to humanitarian assistance.

A further change is constituted by the 2002-created International Criminal Court (ICC), which took over a part of the UNSC tasks, after being formed in quite a short time and being in charge of prosecuting international criminals. Such changes have often been undercut or ignored tout court in evaluating the action and the efficaciousness of the international actors.

In light of Malone’s considerations, the “Global North” feels threatened in terms of security and adopts defense mechanisms like asking the “Global South” to uphold human rights and democratic standards. In dealing with the global danger of having a larger number of insecure regions, poverty reduction and the development of unstable regions have become a moral as well as a political imperative, in that development contributes to guarantee worldwide security.

As English scholar Mark Duffield extensively showed in his research studies, development has become a security technology related to promoting the life of populations that are essentially non-insured in their states. Hence, development becomes a state strategy purporting to protect people while practically prioritising geopolitics over biopolitics, or, otherwise said, state security over human security. In brief, regions need to be developed in that they present a constant risk to homeland security. In turn, security has become an integral component of development discourse.

Needless to say that even too many projects have been implemented so far to develop the imaginary Global South, to the extent of reifying it in a chronic “receiving” position and turning it into an ironically “project-affected” area. Rather, much more efforts should be done to improve domestic and inter-state security within the Global South, the alleged major source of global threats. When such threats will be perceived and dealt with as such within the threatening countries rather than with respect to “the West” – the donor, the saviour, and the security-regulator par excellence – maybe, only then, we will see better days.

Categories: Africa, Europe, Middle East, United States | Tags: , , , | Leave a comment

Blog at WordPress.com.

Exiled Razaniyyat

Personal observations of myself, others, states and exile.

Diario di Siria

Blog di Asmae Dachan "Scrivere per riscoprire il valore della vita umana"

YALLA SOURIYA

Update on Syria revolution -The other side of the coin ignored by the main stream news

ZANZANAGLOB

Sguardi Globali da una Finestra di Cucina al Ticinese

Salim Salamah's Blog

Stories & Tales about Syria and Tomorrow

invisiblearabs

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

tabsir.net

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

SiriaLibano

"... chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo..."

Tutto in 30 secondi

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

Anna Vanzan

Views on anthropological, social and political affairs in the Middle East

letturearabe di Jolanda Guardi

Ho sempre immaginato che il Paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)