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Da alleati a terroristi: la guerra mediatica del Golfo ai Fratelli Musulmani

(Originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Nel 2014 sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di dichiarare i Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-Muslimun) un’organizzazione terroristica, a dispetto dell’alleanza storica tra il movimento di Hasan al-Banna e le monarchie del Golfo e della posizione del Qatar, che rimane tuttora il suo maggiore sponsor.

Tra i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) permangono infatti delle divergenze: oltre alla posizione antitetica del Qatar, il Kuwait presenta un’opinione pubblica divisa, consapevole degli stretti legami esistenti tra casa regnante e Fratelli Musulmani. In parallelo alla lenta riconciliazione con Doha e all’ascesa al trono di Salman Abdul-‘Aziz lo scorso gennaio, la stessa Arabia Saudita sembra essere leggermente più possibilista per quanto riguarda il dialogo con i Fratelli. Sul fronte dell’intransigenza si trovano invece gli Emirati, che a differenza degli altri regimi del Golfo, possono addurre come motivazione lo smascheramento di una presunta rete insurrezionalista collegata agli Ikhwan nel 2013.

Le diverse posizioni emergono dall’analisi della copertura mediatica dei Fratelli sulle emittenti del Golfo: la stessa retorica utilizzata nell’attaccarli è sintomo di problemi ben più profondi legati alle contingenze regionali e all’esigenza delle monarchie di salvaguardare la propria stabilità. È solo attraverso una lettura connessa ai nodi irrisolti della democratizzazione che si può comprendere come tutto d’un tratto il vecchio alleato sia diventato un acerrimo nemico.

Retorica anti-Ikhwan

Numerose posizioni appartengono al filone complottistico, come le teorie di un collettivo di attivisti filo-governativi sauditi, il Gruppo Nayef Bin Khaled, che si è costruito un seguito notevole su YouTube, attraverso dei video-collage in cui accostano una serie di dichiarazioni di leader dei Fratelli Musulmani per smascherare le loro cospirazioni. In questo video, ad esempio, si mostrano i discorsi precedenti alla rivoluzione del 2011 di uno dei leader yemeniti dei Fratelli Musulmani, Abdul-Majid al-Zindani, in cui accusa Israele e Usa di istigare i popoli arabi a insorgere contro i propri governi, per poi passare alla gioia di Zindani all’indomani del rovesciamento del regime del presidente Ali Abdullah Saleh e accusarlo di doppiezza nei confronti dei governanti. Il paradosso è che il disprezzo nei confronti dei Fratelli Musulmani, in quanto presunti agenti di Washington, proviene da un collettivo lealista saudita, schierato a difesa delle istituzioni di un regime da sempre allineato al blocco Nato.

Allargando invece lo sguardo sul tumultuoso contesto regionale, persino un autore schierato con Riyadh come Abdullah Bin Bijad al-‘Otaibi scrive sul quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat che la messa al bando dei Fratelli Musulmani in Arabia Saudita è motivata anche dalla loro capacità di sfruttare le rivendicazioni della gente per “spezzare le file (shaqq al-sufuf)”, ovvero dare vita a una nuova base di dissenso. Nel Golfo, come in altri regimi, la paura del cambiamento interno si nasconde dietro complottismi più o meno fondati (e a volte alquanto “fantasiosi”).

Nell’universo dei linciatori di piazza dei Fratelli Musulmani vi è poi chi si concentra sugli aspetti ideologici e rema controtendenza rispetto al mare di analisti che riconducono gruppi come l’autoproclamatosi “ Stato Islamico” al wahhabismo saudita: lo stesso ‘Otaibi profonde infatti i suoi sforzi in difesa della dottrina officiale dei Sa’ud sul sito di Al-Arabiya e accusa i Fratelli Musulmani di essere la prima fonte d’ispirazione dei gruppi jihadisti. L’autore sostiene infatti che il wahhabismo sia inconciliabile con i movimenti armati clandestini, in quanto condizionato dal riconoscimento della legittimità delle istituzioni. Naturalmente, a ‘Otaibi non interessa ricordare che gli Ikhwan sono stati perseguitati da diversi regimi, mentre il wahhabismo è diventato la dottrina ufficiale di una dittatura. Risultano invece interessanti i riferimenti dell’autore alla simbologia e agli strumenti di propaganda utilizzati dallo Stato Islamico, dal “sorriso del morto” alla “luce nei sepolcri”, fino agli inni islamici, che sarebbero ricollegabili alla letteratura degli Ikhwan piuttosto che a quella wahhabita.

Un aspetto innegabile della strategia utilizzata dai Fratelli per assumere il controllo delle società in cui operano, nonché uno degli assi centrali delle invettive scagliategli contro, è la natura “massonica” del movimento, capace di infiltrarsi nelle istituzioni inserendo i propri adepti in settori chiave come l’istruzione e costruire degli imperi finanziari fondati sulle donazioni dei membri. Una sorta di Comunione e Liberazione del mondo musulmanocontro cui si scaglia il conduttore kuwaitiano Mohammad Mulla (Shahed TV), accusando i Fratelli di aver “occupato (ihtallu)” le istituzioni, operando anche in segreto attraverso i loro seguaci non dichiarati.

Il potere conquistato dagli Ikhwan nei ministeri dell’istruzione, al punto da condizionare la redazione dei curriculum scolastici e controllare le attività studentesche, è stato del resto un tratto comune alla storia del movimento in Kuwait, Arabia Saudita e Emirati. Scrivendo sul magazine saudita al-Majalla, Abdullah al-Rashid ricorda come l’episodio che scatenò agli inizi degli anni ’90 la prima campagna di epurazioni degli impiegati Ikhwan all’interno del ministero dell’istruzione a Dubai fu una borsa di studio negata a uno studente universitario, che non nutriva particolari simpatie per i Fratelli. In Kuwait, scrive Ali al-Kandari in una ricerca pubblicata da Al-Jazeera, il peso sociale concesso agli Ikhwan attraverso il monopolio dell’educazione era invece parte della tacita intesa stretta con la casa regnante dei Sabah, a condizione di evitare lo scontro politico. Tale alleanza ha retto dagli anni ’60 almeno fino al 2007, quando il braccio politico dei Fratelli in Kuwait (Hads) ha portato avanti con successo la sua prima campagna contro la corruzione governativa. Oggi Hads prosegue il suo boicottaggio del Parlamento, chiedendo una riduzione dei poteri dell’emiro.

Lo sfruttamento delle istituzioni, la natura segreta dell’organizzazione, l’adescamento dei giovani e l’utilizzo delle donazioni destinate alla Palestina per finanziare le proprie attività sono al centro di una breve fiction emiratina intitolata “I Fatti dell’Organizzazione dei Fratelli Musulmani negli Emirati“(Haqaiq tanzim al-Ikhwan al-muslimin fi al-Imarat): un’ “arsenale” quindi di topos etici, dal movimento che agisce nell’ombra e corrompe le future generazioni al raggiro dei pii musulmani intenzionati ad aiutare i correligionari palestinesi.

Uno spezzone del filmato viene poi dedicato al tema controverso della bay’ah, il giuramento di fedeltà islamico storicamente riservato ai governanti di una comunità sulla base di una serie di condizioni.  Gli Ikhwan la utilizzano invece per cementare la lealtà dei seguaci alla loro guida (murshid). La voce fuori campo accusa i Fratelli di spacciare per religione un affare politico, tuttavia, il messaggio trasmesso da un dotto islamico per rimettere sulla retta via il giovane protagonista traviato dagli Ikhwan è intrinsecamente politico: la bay’ah rimane una prerogativa del Profeta e dei leader di Stato, ma non di gruppi come gli Ikhwan.

Se si escludono gli arresti avvenuti nel 2013 negli Emirati, la propaganda anti-Fratelli dispone di ben pochi esempi di insurrezionalismo interni al Golfo imputabili all’organizzazione. Di fatti, le invettive di emittenti saudite come Al-Arabiya si concentrano sugli eventi egiziani, accusando il movimento di essere responsabile anche dell’assassinio di Sadat da parte del Jihad Islamico (1981), un collettivo che aveva preso le distanze dalle posizioni moderate del leader locale dei Fratelli Hassan al-Hudaybi (1951-73), pur essendo influenzato dall’ala oltranzista degli Ikhwan vicina alle idee di Sayyid Qutb tra gli anni ’50 e i ’60.

Già nel 2004, quando l’allora ministro degli interni saudita Nayef Bin Abdul-Aziz aveva imputato ai Fratelli Musulmani la diffusione dell’estremismo responsabile degli attacchi dell’11 settembre, lo scrittore statunitense Graham Fowler aveva sottolineato in un articolo pubblicato da Al-Jazeera come il movimento islamico ripudiasse in realtà la violenza nella maggioranza dei Paesi in cui era attivo (con l’eccezione del Sudan e della Palestina). Fowler aveva quindi ricollegato le dichiarazioni del ministro saudita alla necessità di svincolare Riyadh da una posizione difficile, bersaglio delle critiche statunitensi post-11 settembre e dell’ostilità dei militanti islamici, più che a una reale minaccia posta dagli Ikhwan. Allo stesso modo, una lettura odierna della guerra mediatica saudita contro il movimento non può prescindere dal contesto regionale che vede Riyadh adirata dall’avvicinamento iraniano-statunitense e imputata di essere la fonte ideologica – se non finanziaria- a cui si abbevera lo Stato Islamico.

Il fronte dei recalcitranti nella guerra ai Fratelli Musulmani: Kuwait e … Arabia Saudita?

Gli Emirati sembrano i più determinati a reprimere gli Ikhwan, anche a livello mediatico, dove sono pressoché inesistenti le prospettive critiche sulle posizioni governative.
Tuttavia, lo sradicamento dei Fratelli dagli Emirati passa da una potenziale destabilizzazione del Golfo, per via dei rapporti stretti esistenti tra il movimento e alcuni regimi: di fatti, il capo della polizia di Dubai Dahi Khalfan, già al centro di una polemica con il leader spirituale degli Ikhwan Yusuf al-Qaradawi, ha più volte accusato il Kuwait di essere il principale finanziatore delle attività del gruppo negli Emirati. Ed è proprio dalle emittenti del Kuwait che provengono le apologie più frequenti del movimento islamico, come quella pronunciata sugli schermi di al-Adala TV dall’ex-parlamentare kuwaitiano Saleh al-Mulla, il quale sottolinea la contraddizione del supporto espresso dal Bahrain per la classificazione degli Ikhwan comegruppo terroristico, dal momento che il suo ministro degli esteri li aveva appena definiti “una componente importante del tessuto sociale bahrainita, che agisce secondo la legge.”

Non è un caso che, dei tre Paesi, quello dove i media offrono una maggiore pluralità di opinioni al riguardo sia il Kuwait, che è stato toccato dall’ondata di proteste che ha attraversato la regione nel 2011, e dove è comunque difficile si giunga a uno scontro tra monarchia e Fratelli Musulmani, per via dei buoni rapporti costruitisi in decenni di solidarietà in funzione anti-nazionalista e anti-comunista, che ricordano la situazione degli Ikhwan in Giordania. Anche nel contesto attuale, in cui i Fratelli si trovano schierati con l’opposizione, è più probabile che ad avere successo sia l’ala del movimento più pronta al compromesso, ovvero quella storicamente legata al palazzo da interessi economici. Gli sviluppi più recenti hanno di fatti visto l’inizio di una scissione tra partito Hads e movimento dei Fratelli, poiché l’impero finanziario di quest’ultimo iniziava a risentire dell’ostilità governativa.

Persino in Arabia Saudita c’è chi ritiene controproducenti gli effetti di una guerra aperta ai Fratelli Musulmani, come è emerso da un’intervista rilasciata ultimamente a Rotana TVdall’ex-parlamentare saudita Ahmad al-Tuwaijri, che ha definito “un insulto all’Arabia Saudita” la classificazione terroristica di un movimento legittimo esteso dal Marocco all’Indonesia. Gli Ikhwan, prosegue Tuwaijri, dovrebbero essere considerati “estensione strategica” degli interessi della monarchia, anche alla luce delle relazioni storiche con i Sa’ud, i quali iniziarono ad accogliere i membri egiziani del movimento ai tempi delle persecuzioni di Jamal Abdul-Nasser negli anni ’60.
La riconciliazione tra i custodi della Mecca e quelli che sono stati a lungo i loro alleati in politica estera, in funzione anti-nasserista, anti-baathista e anti-comunista, sembrerebbe del resto l’opzione più prudente per fronteggiare un contesto regionale ricco di insidie, tra cui spicca l’ascesa al potere degli Houthi sciiti in Yemen. Nonostante l’opposizione degli Emirati, il riavvicinamento tra Riyadh e Doha e alcune dichiarazioni più aperte al dialogo con i Fratelli Musulmani rilasciate in passato dal nuovo sovrano saudita Salman Abdul-‘Aziz sembrano inserirsi nella stessa direzione.

Tuttavia, come sottolinea l’opinionista saudita Noura Mash’al sul sito Noon Post, gli Ikhwan sono destinati a rimanere un rivale politico e ideologico ingombrante per l’egemonia saudita. Tra le petromonarchie, l’ago della bilancia continua così a essere il regno wahhabita, in quanto maggiore potenza politico-mediatica, chiamata ancora una volta a ritrovare un difficile equilibrio tra le forme d’Islam politico supportate all’estero (i Fratelli Musulmani ieri, i salafiti oggi) e le loro ripercussioni interne, un equilibrio già spezzatosi nel 2011 con l’ascesa al potere di numerosi gruppi vicini ai Fratelli e nel 2014 con l’emersione dello Stato Islamico.

Il nodo irrisolto ben più profondo resta però il processo di democratizzazione, che ha toccato solo marginalmente i Paesi del Consiglio della Cooperazione del Golfo nel 2011 e di cui le tensioni con gli Ikhwan saranno soltanto una delle molteplici manifestazioni future.

 

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Nuove avanguardie multimediatiche: i web-doc interattivi nel mondo arabo

Una panoramica delle ultime tipologie di web-doc interattivi (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

In un panorama mediatico che si muove sempre più verso l’interattività con il pubblico, attraverso crowdfunding e social network, i web-doc interattivi possono rappresentare un’innovazione significativa, capace di ampliare ulteriormente gli orizzonti del dialogo tra addetti al settore e utenti.

Per commemorare il quarto anniversario della tragica rivoluzione (15 marzo 2011-2015), Al-Jazeera English ha lanciato il documentario “Life on Hold” sulle vite e i ricordi dei rifugiati siriani in Libano.

Il progetto, realizzato in partnership con la compagnia canadese Kung Fu, permetterà al pubblico di scegliere quali sezioni video delle storie dei protagonisti visualizzare e sarà presente una sezione aperta ai commenti e alle proposte degli utenti. Interessante anche l’idea di coinvolgere l’artista siriano Tammam Azzam, reso famoso per aver diffuso una originale versione di “Il Bacio” di Klimt che grazie a Photoshop è apparsa su un palazzo devastato dal conflitto. Questo avrà il compito di illustrare le memorie dei rifugiati e i commenti condivisi dal pubblico sui social media, dando così vita a una forma d’interattività artistica.

Il Canada si trova attualmente all’avanguardia nella realizzazione di web-doc interattivi, la stessa Kung Fu ha già prodotto Out My Window, uno dei primi progetti a 360 gradi, incentrato sulle storie di vita urbana ospitate dagli alti condomini delle città di svariati continenti.

Secondo la professoressa Sandra Gaudenzi, esperta di media interattivi presso il London College of Media, i web-doc si possono suddividere in tre categorie: quelli in cui l’interattività è limitata alla scelta dell’ordine dei filmati che si vogliono visualizzare, altri progetti “semi-aperti” in cui l’utente può mutare il contenuto, ma non la struttura del progetto, e infine alcuni documentari dove l’interattività non conosce confini, in cui il pubblico è in grado di alterare completamente la struttura originaria.

Nonostante il ruolo concesso ad Azzam, “Life on Hold” rientra più nella prima categoria, come altri progetti precedenti che si sono occupati della regione mediorientale. Tra questi “Gaza Sderot: life in spite of everything” (2008) del canale franco-tedesco ARTE, un documentario sulle vite parallele degli abitanti della Striscia e dell’antistante cittadina israeliana, in cui il pubblico ha la possibilità di scorrere tra personaggi, tematiche e mappe, al fine di scegliere ciò che più gli interessa. Documentario dagli intenti un po’ cerchiobottisti, che di certo non sono stati apprezzati in ambienti filo-palestinesi. Interessante però la scelta di svelare le storie dei personaggi settimanalmente, mano a mano che sono state girate, in modo da incoraggiare la partecipazione degli utenti attraverso blog e forum.

Nella stessa categoria, ma nato da un’idea di ben altro spessore intellettuale, è bene ricordare “Dream Homes Property Consultant (DHPC)” (2013) di Alexandra Handal, che si propone di documentare le memorie dei palestinesi di Gerusalemme Ovest espulsi dalle loro abitazioni dalla nascita di Israele (1948). A prescindere dalla scelta tematica, il progetto si presenta in un formato alquanto originale, il sito di un’agenzia immobiliare come tante, dove l’utente è chiamato a selezionare tra le voci “Arab-style hot properties”, “neighborhoods”, “new projects”, per poter esplorare i ricordi trasposti in video dei protagonisti dei vari quartieri. Quando si clicca, per esempio, sulla sezione “Frequently Asked Questions (FAQ)”, compare una lista di studi fotografici situati a Gerusalemme Ovest, di cui è possibile solamente sapere che sono stati chiusi nel ’48 e la decisione di riaprirli è ancora “in sospeso”. L’autrice ha dichiarato di essere stata ispirata nella sua opera di denuncia dagli annunci delle agenzie immobiliari israeliane, dove le abitazioni espropriate nel ’48 vengono pubblicizzate sotto l’attraente categoria “Arab-style”, un termine che, nelle parole di Handal, “è stato privato della memoria palestinese e ridotto a terminologia architettonica.” Un’altra scelta politico-artistica degna di nota è il fatto che fotografie e video siano affiancati dalle mappe disegnate dagli ex-proprietari delle abitazioni, attraverso le quali l’autrice è riuscita a localizzarle senza dover richiedere dei permessi alle autorità israeliane per farsi accompagnare da chi si trova ora nei Territori Occupati Palestinesi.

Al di fuori del contesto arabo, invece, sono stati diffusi anche alcuni progetti che rientrano nella seconda categoria, caratterizzati da un livello maggiore di interattività. Uno di questi è “Journey to the End of Coal” (2008) di Samuel Bollendorff e Abel Ségrétin, prodotto dalla francese Honkeytonk, dove il pubblico diventa protagonista di un’inchiesta giornalistica sulle condizioni disperate dei minatori di carbone cinesi ed è libero di scegliere il percorso del suo viaggio e le domande da porre ai minatori stessi proprio come in un librogame.

Un esperimento che trascende i confini di questa categoria, sconfinando nel formato videogame, è poi “Fort McMoney” (2013) del canadese David Dufresne: un viaggio nei giacimenti petroliferi dell’Alberta, dove ogni singolo giocatore è chiamato a convincere gli altri partecipanti delle sue idee e votare in dei veri e propri referendum per determinare il corso di un progetto energetico, mentre si informa attraverso le interviste realizzate dall’autore con attivisti ambientalisti e imprenditori petroliferi.

Da qualche anno iniziano infine a circolare anche i web-doc più futuristici, quelli che permettono un’interattività illimitata, in cui è lo spettatore a riplasmare la struttura del racconto video.

17.000 Islands” (2013) è nato dall’idea dell’indonesiano Edwin e del norvegese Thomas Østbye di creare un “arcipelago di impressioni” per contestare l’omogeneizzazione culturale promossa dalla realizzazione del parco tematico Taman Mini a Jakarta nel 1975, sotto la dittatura di Suharto. Al pubblico viene così permesso di montare un nuovo documentario a partire dalle immagini girate dagli autori e assemblare una rappresentazione dell’Indonesia su una vera e propria mappa videografica

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Wafaa al-Kilani: contro ogni taboo o solo chiacchere da salotto?

Sui programmi televisivi della presentatrice egiziana Wafaa al-Kilani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dai tempi della sua ascesa sugli schermi di Rotana Music (2005), colosso saudita dell’intrattenimento musicale, fino all’ “adozione” libanese sotto Lbc (2009) e infine l’approdo all’Mbc saudita (2012), lo stile diretto e a volte sfrontato della presentatrice egiziana Wafaa al-Kilani l’ha resa una delle figure più discusse della televisione araba.

Da “Controcorrente” (Dod el-Tayyar, 2008), a “Senza Censura” (Bidun Raqaba, 2009), passando per “Che cosa c’è” (Fiha Ehh, 2010) e “Il Verdetto” (al-Hukm, 2014), l’impostazione si ripropone con alcune varianti, ed è quella di un interrogatorio serrato, il cui scopo è mettere in difficoltà l’ospite con ogni mezzo possibile. Si tratta senza dubbio di un pregio, in un panorama di giornalisti dediti ad allestire “salotti da tè” e incensare le celebrità invitate.

E’ così che in questa puntata di “Senza Censura, l’altezzosa stella del cinema egiziano Nadia al-Gundi si trova a difendersi da chi la accusa di aver impersonato se stessa nel corso di tutta la sua carriera cinematografica, dimostrando una scarsa capacità di adattarsi ai personaggi interpretati. Il fatto che celebrità simili abbiano accettato di essere messe in imbarazzo al tavolo di “Senza Censura”, ha portato i più scettici a supporre che siano state pagate per farlo, ma Wafaa al-Kilani ha prevedibilmente smentito tali illazioni.

Al di là dell’imbarazzo causato al jet-set dello spettacolo, l’aspetto più interessante di “Senza Censura” è stato senz’altro il coraggio nell’affrontare una serie di taboo sociali e sessuali, tra cui il diritto all’aborto per le donne vittime di stupri, l’eutanasia, i matrimoni tra omosessuali e la convivenza tra coppie non sposate. Tuttavia, la scelta ricorrente di discutere tali tematiche nei confini limitanti del botta e risposta “Contrario e Favorevole” (Didd wa Ma’a), a cui si sono dovuti sottoporre tutti gli ospiti del programma, ha finito per erodere le zone grigie più interessanti delle risposte complesse fornite da intellettuali come la femminista egiziana Nawal al-Saadawi e l’attivista laica kuwaitiana Ibtihal al-Khatib.

La puntata di cui è stata ospite al-Saadawi il 9 dicembre 2009, come fa notare il ricercatore Ahmad Mahmud al-Qasim sul sito Green Column (al-Rukn al-Akhdar), ha avuto il merito di dibattere taboo sociali di fondamentale importanza quali il sesso, la religione e la politica. Per di più in un contesto pre-rivoluzionario, dove non era da tutti esplicitare il proprio rigetto della farsa delle presidenziali egiziane in diretta televisiva.

Alcune risposte di al-Saadawi sono momenti di alta televisione, come quando sottolinea l’assenza del libero arbitrio nella scelta di ogni religione ereditata dalla propria famiglia e la soggezione dell’aspetto della donna alle pressioni sociali, nel caso decida di nascondersi con l’hijab dagli sguardi che la vorrebbero macchina sessuale, ma anche qualora preferisca attirare tali sguardi truccandosi. L’aspetto patinato della presentatrice al-Kilani e la sua difesa dell’educazione islamica ricevuta non potrebbero essere più appropriati nel dialogo con al-Saadawi. “A che conclusioni sei giunta dopo tutti questi libri che hai studiato?” chiede al-Kilani sfacciatamente. “La ricerca è continua, non esiste una fine,” risponde al-Saadawi. “Tutto ha una fine, a differenza della fede,” insiste la presentatrice. “La creatività è una serie di domande aperte,” replica l’intellettuale. Se da un lato questo dialogo conferma una certa trivialità di Kilani, che apostrofa la nota femminista chiedendole a cosa servano tutti i suoi studi in assenza di fede, dall’altro le sue domande rispecchiano quelle che una porzione significativa dei telespettatori avrebbero voluto porre. Al-Saadawi viene così esposta alle critiche della strada, di chi ha imparato a osservare il mondo attraverso la lente delle tradizioni culturali e religiose.

Detto ciò, “Senza Censura” rimane un prodotto di quella che al-Saadawi definisce la “colonizzazione (isti’mar) dei media arabi”, asserviti pertanto alle leggi del mercato tanto quanto lo sono le emittenti commerciali occidentali: la maggioranza degli ospiti non sono pertanto dei luminari, ma VIP dello spettacolo. Dietro il pretesto dichiarato di “mostrare ilvolto umano degli artisti”, al-Kilani si accanisce spesso sulle vicende personali degli ospiti, vantandosi di essere riuscita a “mettere il dito nelle piaghe della loro infanzia”. Un approccio simile tradisce un cedimento a favore del gossip da tabloid ed è stato a buon diritto ridicolizzato anche dalla comica libanese Bassem al-Feghali, che ha realizzato un breve videoclip imitando Wafaa al-Kilani, il suo stile inquisitorio e il gusto per le tragedie personali: “Hai mai provato a suicidarti? Ti è piaciuto? Perché non ci provi un’altra volta?” sono alcune delle domande scandite in rima con la voce sensuale di al-Feghali.

La stessa resistenza alla censura sbandierata nel titolo del programma sembra essere soggetta a dei limiti. In occasione della puntata dedicata allo “scandalo” che aveva investito nel 2009 l’icona del cinema egiziano Nour al-Sharif e gli attori Hamdi al-Wazir e Khalid Abul-Naga, accusati da un giornale cairota (al-Balagh) di partecipare a festini omosessuali, si suppone che ogni riferimento alla condotta sessuale di Sharif sia stato eliminato prima di mandare in onda la registrazione del talk show: come osserva Mohammad Abdul-Rahmansulle pagine del quotidiano libanese al-Akhbar, in un articolo intitolato “Wafaa al-Kilani: Nour al-Sharif è una linea rossa!”, desta più di un sospetto il fatto che si sia lasciato spazio alle osservazioni dell’avvocato Nabih al-Wahsh sulla condotta sessuale di al-Wazir e Abul-Naga senza nessun riferimento a Sharif. La scelta stessa di dar spazio a una vicenda simile in chiave scandalistica, invitando degli avvocati in studio perché prendessero le parti dei litiganti, è alquanto discutibile, quando lo “scandalo” di Sharif poteva essere un pretesto per discutere la percezione dell’omosessualità nella società egiziana (i due giornalisti coinvolti erano stati accusati di diffamazione e condannati a pagare 40.000 lire egiziane [circa 4600 euro]). Forse avrebbe significato osare troppo anche per “Senza Censura”.

All’impostazione dei programmi di al-Kilani bisogna comunque riconoscere il coraggio di affrontare alcune tematiche controverse attraverso uno stile diretto e accattivante, anche se il passaggio alla saudita Mbc nel 2012 è stato accompagnato da un affievolirsi dei toni. Il tutto a conferma dell’avanguardia storica dei media libanesi nel panorama regionale in quanto a libertà d’espressione, a dispetto delle tensioni che continuano ad attraversare il Paese da 40 anni a questa parte.

 

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La Siria sta a sud di Kobani? I media arabi reagiscono a una storia di resistenza curda

Analisi della reazione dei media arabi alla battaglia di Kobani (originariamente pubblicato su ArabMediaReport).

Dal 16 settembre scorso, è difficile che un telespettatore non sia al corrente dell’esistenza della cittadina curdo-siriana di Kobani (Ayn al-Arab in arabo) messa sotto assedio dai jihadisti dello Stato Islamico (noto in Occidente come ISIS), secondo il noto canovaccio adottato dalle piattaforme mediatiche per catalizzare l’attenzione del pubblico su un contesto a discapito degli altri: tra non molto, il destino di Kobani sarà probabilmente lo stesso delle altre città siriane sulle quali i riflettori si sono già spenti da tempo.

Il caso Kobani è stato innescato in primis dai media occidentali, che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ‘plasmare’ il paradigma della resistenza del mondo civilizzato (con tanto di donne combattenti) alla barbarie dell’ISIS. La copertura mediatica è stata senz’altro funzionale al successivo intervento NATO, come lo erano state, qualche mese addietro, le immagini dei curdi yazidi iracheni, costretti dai medesimi jihadisti ad asserragliarsi sul monte Sinjar.

Sempre di curdi si tratta in un contesto regionale dove i massacri di cui sono state vittime gli arabi non hanno suscitato la stessa indignazione occidentale né tantomeno sono riusciti a creare un casus belli per un intervento esterno ‘umanitario’ (si pensi al massacro perpetrato con degli armamenti chimici nei pressi di Damasco nell’agosto del 2013 o alle periodiche offensive israeliane su Gaza). La reazione dei media arabi al caso Kobani non si è fatta pertanto attendere e si è ramificata in tendenze alquanto diversificate: nel quadro geopolitico, la battaglia di Kobani è stata strumentalizzata per scagliarsi contro determinate potenze regionali, o analizzata alla luce delle sottese agende neo-colonialiste occidentali; in alcuni casi si è preferito ridurre le aspirazioni dei curdi al separatismo, in altri ci si è invece preoccupati di comprendere meglio la loro posizione nel conflitto siriano; altrove, si è cercato infine di attutire gli attriti esistenti proponendo delle storie di fratellanza arabo-curda, o si è contestata l’equazione mediatica tra ISIS e arabi, ma c’è anche chi ha optato per l’autocritica, riconoscendo ai curdi il diritto a prendere le distanze dalla ‘decadenza’ araba.

Kobani al centro degli scacchieri geopolitici

Su vari fronti, gli eventi di Kobani forniscono un’occasione d’oro per scagliarsi contro le politiche di Ankara, in un momento difficile in cui la posizione ambigua di Erdogan nei confronti dello Stato Islamico ha già incrinato i rapporti con Washington e destabilizzato il processo di pace in corso con i militanti curdi del Pkk.

Il quotidiano libanese Al-Safir, voce storica della sinistra panaraba vicina a Damasco, si affida alla penna di Mohammad Nureddin per castigare il “disorientamento (takhabbut)” delle politiche turche nei confronti della questione curda e del conflitto siriano.

Tuttavia, sono senza dubbio i media egiziani a toccare il fondo nelle invettive anti-Erdogan: alcuni tra i maggiori quotidiani e siti di informazione egiziani (tra cui Al-Shuruq e Al-Yawm al-Sabi’) dedicano infatti ampio spazio alla ‘bufala’ dei cori pro-Sisi, che sarebbero stati intonati dai curdi durante gli scontri con la polizia turca, nel corso di una manifestazione solidale con la resistenza di Kobani. Il caso nasce da un video pubblicato da un gruppo di sostenitori del presidente egiziano e dal loro fraintendimento della sigla ‘Isid‘ (Stato Islamico in turco) frettolosamente trasformata in ‘Sisi‘. A testimonianza della grossolanità in cui sono sprofondati i media egiziani in seguito all’ascesa al potere del feldmaresciallo, nessuno si è preoccupato di verificare la notizia e l’attenzione per Kobani è stata ispirata più dalla propaganda governativa che dalla reale intenzione di comprendere gli eventi in corso.

Alcune griglie di interpretazione della sinistra panaraba continuano poi a essere utilizzate per comprendere la strumentalizzazione mediatica dell’assedio di Kobani alla luce dei calcoli geopolitici dell’Occidente. Sul libanese Al-Safir si riconduce pertanto la resistenza curda alla resistenza del tessuto sociale e della conformazione geografica del territorio ai confini della Turchia moderna tracciati al tavolo degli accordi di Losanna (1923), o si discutono le nuove frammentazioni politiche ‘covate’ dalle potenze NATO, che si tratti di una “buffer zone” in Siria o di uno Stato curdo filo-occidentale.

La reale importanza strategica di Kobani e lo spauracchio dello Stato Islamico, che da mesi domina i media occidentali come una “bestia dalle capacità illimitate”, sono poi oggetto dello scetticismo di Abdullah Suleiman Ali (Al-Safir, 23 ottobre), che mette anche in guardia dall’esagerazione di media occidentali e curdi nel riportare il numero dei caduti tra le fila dei mujahidin. Si continua a propendere per la ‘cospirazione’ nascosta al grande pubblico, un piano a lungo termine di ristrutturazione del Medio Oriente di cui lo Stato Islamico continua a essere uno strumento fondamentale.

L’assenza totale di corrispondenti arabi e occidentali sul fronte dello Stato Islamico ha del resto legittimato un certo scetticismo nei confronti della copertura mediatica dell’assedio, in un campo di battaglia in cui l’unico contraltare alle fonti curde continuano a essere i video diffusi dalla formazione jihadista. Tra questi passerà sicuramente alla storia il reportage fatto realizzare all’ostaggio britannico John Cantlie il 28 ottobre, dove si sottolinea come i media si affidino ai comunicati della Casa Bianca e dei comandanti curdi, in assenza di reporter occidentali nelle aree controllate dallo Stato Islamico a Kobani. Detto ciò, è innegabile che i rapimenti e le decapitazioni dei reporter occidentali abbiano garantito allo Stato Islamico tale monopolio della copertura mediatica, il tutto a beneficio della già efficiente macchina propagandistica del ‘Califfato’.

La sproporzione tra l’attenzione mediatica e le dimensioni strategico-umanitarie dell’assedio di Kobani vengono anche criticate sui mezzi d’informazione più vicini all’opposizione siriana, seppur le conclusioni geopolitiche siano chiaramente diverse da quelle tratte dalle firme di Al-Safir.

Al-Jazeera riprende così l’ironia degli attivisti siriani e pubblica un articolo online dal titolo “La Siria si trova a Sud di Kobani?!” Si riporta quindi un’intervista rilasciata da Mohammad Amin, redattore del sito dell’opposizione Siraj Press, in cui viene ricordato come la conquista da parte dello Stato Islamico di territori ben più vasti di Kobani non abbia destato tale fermento mediatico. Le potenze occidentali mirano a estorcere denaro dalle capitali finanziarie del mondo arabo dietro il pretesto della minaccia jihadista e forse anche a distogliere l’attenzione dai massacri perpetrati dal regime siriano, secondo la lettura di Amin.

E se l’idea che Kobani abbia gettato nell’oblio i crimini di Damasco accomuna la maggioranza degli attivisti siriani, anche sul fronte opposto, quello del canale Al-Manar del partito sciita libanese Hezbollah, alleato fedele di Bashar al-Assad, si ritiene che l’assedio di Ayn al-Arab abbia favorito soprattutto gli interessi del regime baathista, che mantiene a distanza lo Stato Islamico e si prepara a raccogliere i frutti dei rapporti incrinatisi tra Ankara e Washington.

Comprendere le relazioni arabo-curde in Siria: verso una convivenza scevra da pregiudizi?

Al di là delle dinamiche geopolitiche, nei media arabi le azioni dei curdi continuano a essere talvolta inquadrate dalla lente pregiudiziale del separatismo.

Così un servizio prevalentemente equilibrato realizzato da Majid Abdul-Hadi per Al-Jazeerada Kobani viene intitolato dalla redazione qatarina “La battaglia di Kobani riporta in vita il sogno dei curdi di uno Stato che li unisca”, pur non presentando alcun’intervista a sostegno di tale tesi. Non manca poi la presa di distanza da “quella che alcuni curdi ritengono” l’oppressione storica derivata dalla condizione di etnìa priva di Stato nazione: una precisazione che non avrebbe di certo accompagnato un servizio sulle tribolazioni palestinesi.

Alcune icone di Al-Jazeera, come il conduttore del programma “La Direzione Opposta (Al-Ittijah al-Mu’akis)” Faisal al-Qasim, noto sostenitore dell’opposizione siriana, non hanno del resto mai nascosto le loro antipatie per le rivendicazioni curde. Anche la redazione della saudita Al-Arabiya, stando a quanto mi riportavano alcuni giornalisti curdi siriani che hanno avuto modo di collaborarci, non nasconde il suo scarso interesse per le aspirazioni nazionaliste quando commissiona dei servizi dalle regioni curde.

In alcuni casi, le emittenti più vicine all’opposizione siriana si sono però proposte di approfondire le posizioni dei curdi con l’intento di attenuare le tensioni con la comunità araba. In una puntata di “Seduta Libera (Jalsah Hurrah)” trasmessa dall’emiratina Alaan Tv, il conduttore si è preoccupato a buon diritto di confutare l’equazione, a volte piuttosto esplicita, tracciata da alcuni media, tra arabi e Stato Islamico, ricordando come diversi dei comandanti del ‘Califfato’ siano curdi e la maggioranza delle vittime mietute dalla formazione jihadista siano di fatto arabe.

L’equazione tra arabi e Stato Islamico è di fatti smentita dalla stessa propaganda dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, se si osserva il video “La Risoluzione del Ribelle (‘Azm al-Abaat)” dedicato all’assedio di Kobani, in cui vengono enunciati i principi fondanti dell’ideologia del nemico, il Pkk, combattuto in quanto ateo, socialista, fautore della promiscuità e dedito alla fondazione di uno Stato (non islamico) curdo, ma non sulla base dell’etnia dei suoi militanti. Nel video vengono poi dati alle fiamme alcolici e sostanze stupefacenti rinvenute nelle case degli abitanti di Kobani: nell’ottica fondamentalista, i curdi sono ben accetti a patto che si sottomettano alle norme draconiane del ‘Califfato’, e di fatti Ayn al-Arab (L’Occhio degli Arabi) viene ribattezzata Ayn al-Islam, senza alcun riferimento etnico.

Detto ciò, l’assenza di un discrimine etnico-linguistico a livello ideologico sia sul fronte jihadista che su quello nazionalista curdo – lo stesso Pkk sottolinea il carattere multi-etnico della sue strutture di “autogoverno (al-idara al-dhatia)” in Siria – non significa che non esistano dei combattenti animati da pulsioni razziste, in considerazione delle numerose conversazioni avute durante il mio ultimo soggiorno siriano (Apr-Ott 2013).

Le presunte intenzioni riconciliatorie della puntata sopracitata del programma di Alaan Tvsono però tradite dall’impostazione del dibattito con gli ospiti curdi siriani in studio: si tratta di una vera e propria raffica di domande inquisitorie, ispirate dai sentimenti anti-curdi raccolti nelle ‘strade’ arabe, senza alcun accenno allo sciovinismo diffuso in alcune frange dell’opposizione araba o alla minore resistenza incontrata dalle formazioni jihadiste nelle regioni arabe in confronto a quelle curde.

D’altro canto, c’è chi preferisce analizzare la questione curda alla luce di un’autocritica della propria comunità di appartenenza, piuttosto che tentare una riconciliazione o illudersi che non ci sia alcun nesso tra le società arabe e l’ascesa dello Stato Islamico. Succede così che il giornalista di Al-Safir Rabi’ Barakat conceda ai curdi il diritto a mantenersi immuni alla “decadenza (inhitat)” e all’“ignoranza” (volutamente definita jahiliyyah, in riferimento all’era pre-islamica) degli arabi, di cui ISIS sarebbe la perfetta incarnazione.

A prescindere dalla vicinanza di Al-Jazeera ai Fratelli Musulmani, alcuni dei collaboratori dell’emittente si sono inoltre distinti per un’analisi più lucida delle circostanze che hanno apportato una nuova linfa vitale alle istanze nazionaliste dei curdi di Siria, ben prima dell’assedio di Kobani, come nel caso di un articolo del 2 aprile del giornalista siriano Imad Mufarrij Mustafa: si parla infatti di una comunità curdo-siriana in bilico tra un’identità siriana da sempre negatale da Damasco e un’identità curda rafforzata di recente dalla militarizzazione e sfruttata dai maggiori partiti nazionalisti curdi iracheni e turchi (il Pdk di Barzani e il Pkk di Ocalan).

Persino Al-Arabiya ha più volte fatto ricorso ai risvolti sentimentali di alcune storie raccolte sul fronte di Kobani per limare le spigolose relazioni arabo-curde: è il caso del serviziodedicato a Bervin, combattente delle YPJ (l’ala femminile dei militanti del Pkk siriano) che rincontra suo padre in trincea dopo una lunga separazione. Nello stesso filone si inserice un’inchiesta ripresa dall’emittente algerina Al-Khabr (KBC), dove l’inviato si reca sulle tracce di Linda Chalabi, combattente algerina nelle fila delle YPJ di Kobani, che si sente in dovere di difendere la sua seconda patria, dove si era trasferita sette anni fa al seguito del marito curdo siriano e dove “il popolo curdo non l’ha mai fatta sentire un’estranea”.

In conclusione, risulta difficile individuare un approccio omogeneo nella copertura mediatica araba degli eventi di Kobani. Le rivendicazioni curde sono senz’altro diventate oggetto di dibattito su una serie di piattaforme influenzate da svariate correnti politiche, un dato in sè positivo alla luce della reticenza del secolo scorso, soprattutto se lo si unisce alla maggiore propensione all’autocritica della comunità di appartenenza, all’accento posto sulle esperienze condivise tra le due comunità e all’analisi scevra da pregiudizi delle dinamiche socio-politiche alla radice delle istanze nazionaliste curde.

Per quanto riguarda nello specifico l’assedio di Kobani, va inoltre riconosciuto ai media arabi di essersi astenuti dalla spettacolarizzazione propria della copertura occidentale: ci si è continuati a occupare dei massacri in corso nelle altre città siriane, dove la stragrande maggioranza delle vittime non hanno la ‘fortuna’ di appartenere a una minoranza, e non si è trasformata la cittadina curda in un’icona nemmeno troppo implicitamente xenofoba della resistenza contro la barbarie arabo-islamica.

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Gli utenti dei media arabi tra ottimisti, scettici e reazionari

Un sondaggio della sede qatarense della Northwestern University americana (NU-Q) rivela un pubblico arabo attraversato da tendenze contrastanti: dalla fiducia nella professionalità dei mezzi d’informazione allo scetticismo, dalla difesa della libertà d’espressione agli appelli per un monitoraggio dei contenuti. Internet galoppa verso il sorpasso della televisione. Il Qatar finanzia lo studio, ma si mantiene all’ombra dei riflettori. (Pubblicato originariamente su ArabMediaReport)

La NU-Q ha pubblicato il 18 giugno 2014 i risultati di un sondaggio condotto tra il 2012 e il 2013 su un campione di 10.027 partecipanti provenienti da otto paesi arabi: Egitto, Giordania, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Bahrain.

La televisione rimane il mezzo di comunicazione più popolare nella regione, incalzata da internet, soprattutto tra le nuove generazioni. Prevedibilmente, si riscontra una certa incidenza del cosiddetto “digital divide” tra le ricche petromonarchie del Golfo, dove il web fa quasi concorrenza al tubo catodico, e paesi come l’Egitto e la Giordania, dove l’accesso alla rete è molto meno capillare. L’informatizzazione si traduce in social network in tutti le nazioni, con lo strapotere incontrastato di Facebook, seguito da Twitter. Ciò non impedisce al web di essere prima di tutto fonte d’informazione, preceduto in questo ambito solo dalla televisione, seppur la maggioranza dei giovani vi si affidino tanto quanto ai notiziari. Di fatti, lo stesso Facebook raggiunge la terza posizione tra le fonti d’informazione, soprattutto tra i più giovani, citato dal 10 per cento complessivo degli intervistati e preceduto solamente daAl-Arabiya, seconda con il 15 per cento, e Al-Jazeera, prima con il 26 per cento.

Per quanto riguarda il genere di notizie “consumate”, circa due terzi (73%) dei partecipanti prediligono gli affari nazionali, poco più della metà (53%) le questioni regionali e un numero ancora inferiore (43%) ciò che avviene al di fuori del mondo arabo. Tali dati sono condizionati dalle varianti nazionali: nel Golfo si riscontra un interesse maggiore per gli affari regionali e internazionali per la presenza di grosse comunità di espatriati arabi e occidentali, al contrario di quanto avviene in Tunisia ed Egitto (nel secondo caso incide anche l’imperitura tendenza all’ “egittocentrismo” storico, politico e culturale dell’opinione pubblica). Interessante anche quanto emerge sulla propensione del pubblico a informarsi “da più campane”, con circa un terzo degli intervistati che si rivolge ai siti internet occidentali sia per le notizie sul mondo arabo che per quelle relative ad altri continenti. L’accesso al web non arabofono è prevedibilmente una prerogativa dei paesi dove è più diffusa la conoscenza dell’inglese, guidati dalle monarchie del Golfo.

La sezione più interessante dello studio della NU-Q sembra quella in cui vengono analizzate le connessioni tra media e politica. Se da una parte emerge un consenso omogeneo sul progresso della qualità dell’informazione nel mondo arabo nel corso degli ultimi due anni, i paesi più critici della credibilità delle piattaforme mediatiche sono quelli caratterizzati da maggiore instabilità (Tunisia, Libano, Egitto), mentre le realtà accomunate da apparati di potere “fossilizzati” come la Giordania, l’Arabia Saudita e gli Emirati raccolgono un maggiore consenso intorno alla professionalità degli strumenti d’informazione. Allo stesso tempo, la maggioranza degli intervistati provenienti da paesi contraddistinti da media più asserviti alle classi dirigenti – monarchie del Golfo, in primis – esprimono un sostegno deciso per “il giusto corso” perseguito dalle politiche governative, mentre gli abitanti dei due stati con i mezzi d’informazione che godono probabilmente della maggiore libertà – la Tunisia dal 2011 e il Libano da ben prima – si rivelano totalmente pessimisti sul futuro del loro paese.

Per altri aspetti lo studio riflette i venti di restaurazione che soffiano sugli scenari post-rivoluzionari e, se da un lato la maggioranza (61 per cento) difende la libertà d’espressionein rete, colpisce dall’altro il sostegno espresso dal 50 per cento degli intervistati per una regolamentazione più rigida dei contenuti. In fondo, solo il 46 per cento ritiene che internet debba permettere di criticare le autorità governative.

I media oltre che fonti d’informazione rimangono mezzi d’intrattenimento e in questo ambito la televisione continua a detenere il primato, seguita dal web (con l’eccezione singolare del Qatar, dove il divertimento è prima di tutto online). Un’altra sezione viene dedicata all’impatto di internet sulle relazioni familiari e le amicizie, con una maggioranza (70 per cento) dei partecipanti che riconosce al web un ruolo centrale nei loro contatti più frequenti con gli amici prima che con famiglia, colleghi o correligionari. Lo studio della Northwestern University si attiene però ai consueti taboo socio-morali e non ci è dato pertanto di conoscere la percentuale degli intervistati che fa ricorso al web allo scopo di facilitare relazioni sentimentali e sessuali.

Al di là dell’indubbio valore del sondaggio, è obbligatorio menzionare le palesi intromissioni delle autorità qatarensi, segnalate abbastanza esplicitamente dal team di ricercatori nel corso del testo. Si premette infatti che la formulazione di alcune domande, nell’unico caso del Qatar, è stata modificata dietro richiesta del dipartimento di statistica dell’emirato: ciò significa che la domanda “È sicuro dire qualsiasi cosa si pensi della politica sul web?” viene neutralizzata dalla sostituzione di “politica” con “affari pubblici”; i “governi” assumono i contorni nebulosi delle cosiddette “istituzioni potenti” e si parla di “influenza sulla società” invece che di “influenza politica”. La domanda sulla valutazione dei partecipanti circa il percorso intrapreso dal proprio governo è stata infine semplicemente omessa nel caso del Qatar, sempre su richiesta del dipartimento di statistica.
Doha conferma pertanto il suo approccio nei confronti della politicizzazione dei media, sistematicamente proiettata sugli affari esteri e centellinata nelle questioni interne.

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Al-Arabi al-Jadid: Al-Jazeera pt.II o riscossa mediatica del Qatar?

Su al-Arabi al-Jadid, nuova realtà mediatica nata da finanziamenti qatarini. Pubblicato originariamente su ArabMediaReport.

Doha annuncia da mesi il lancio del suo nuovo gioiellino televisivo, il canale Al-Arabi al-Jadid, concepito per riscattare le sorti di Al-Jazeera, decaduta da emittente pioneristica a “portavoce” dei Fratelli Musulmani, soprattutto a causa della sua copertura assolutamente parziale dell’Egitto. Il nuovo canale doveva originariamente prendere il via a gennaio, ma l’inaugurazione è slittata a data da definirsi, probabilmente all’inizio dell’anno prossimo. Ciononostante, Al-Arabi al-Jadid, di cui non si conoscono ancora con esattezza i finanziatori, fa parlare di sé già da mesi, sull’onda delle aspettative sulla sua futura linea editoriale. Il quotidiano inglese basato negli Emirati The National riporta che la forza motrice del nuovo canale sarà Azmi Bishara, analista politico palestinese, nonché volto storico di Al-Jazeera molto vicino alla casa regnante qatarense. La scelta di Bishara potrebbe spiegarsi con il tentativo di allontanare Al-Arabi al-Jadid dai Fratelli Musulmani: Bishara non ha infatti risparmiato le sue critiche al partito islamico anche in occasione delle proteste cruciali del 30 giugno 2013.

Secondo alcune fonti anonime a cui aveva avuto accesso il quotidiano palestinese Al-Quds, le stesse dimissioni del direttore di Al-Jazeera Wadah Khanfar nel settembre del 2011 sarebbero state il risultato delle pressioni di Azmi Bishara, panarabista e contrario alle simpatie di Khanfar nei confronti dei Fratelli Musulmani. Il presunto progetto di Bishara è stato però sepolto dalla nomina alla direzione di Al-Jazeera del membro della famiglia reale Ahmad Bin Jassem al-Thani e dalla linea editoriale degli anni successivi. Detto ciò, Bishara rimane un intellettuale ben visto anche tra i seguaci dei Fratelli Musulmani, che apprezzano per esempio la sua opposizione alla messa al bando del partito in Egitto in qualità di organizzazione terroristica: Bishara l’ha infatti definita una decisione controproducente nel percorso di riconciliazione tra laici e islamici e un incentivo alla radicalizzazione di questi ultimi. Mentre Bishara potrebbe rivelarsi il candidato ideale per rimettere in carreggiata la credibilità dei progetti mediatici dell’emirato, l’ombra di Al-Jazeera è fin troppo palese nell’orientamento del sito di Al-Arabi al-Jadid e del quotidiano omonimo, che hanno anticipato il 30 marzo scorso l’avvio delle programmazioni televisive.

Il sito è di proprietà della Fadaat Media, i cui rappresentanti hanno assicurato di ricevere finanziamenti esclusivamente da investitori privati, senza alcuna connessione alle casse dell’emirato. Si tratta comunque di rassicurazione alquanto fragili, se si osservano i profili di alcune personalità coinvolte nel progetto, come Sultan Ghanim al-Kuwari, indicato come direttore del gruppo mediatico, e membro di una dei clan politicamente più influenti a Doha, che annovera ministri e diplomatici tra le sue fila.

Come direttore è stato scelto il giornalista egiziano Wa’el Qandil, altro volto noto di Al-Jazeera, vicino al gruppo che ha redatto la dichiarazione contro il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi dell’Alleanza di Bruxelles del maggio 2014, in cui figurano diversi sostenitori dei Fratelli Musulmani. Le posizioni di Qandil sono ben note in Egitto e il suo ruolo come caporedattore ha già spinto i media egiziani filo-governativi ad accusare Fadaat Media di essere stata fondata da Ibrahim Munir, membro dei Fratelli Musulmani a livello internazionale. In questa intervista su Al-Jazeera del 22 maggio scorso, Qandil sottolinea però come la riduzione dello schieramento contrario al “golpe” (inqilab) del 3 luglio 2013 a gruppo di sostenitori dei Fratelli Musulmani contrapposti a Sisi sia pienamente negli interessi del regime attuale. Tuttavia, si guarda bene dal definire “rivoluzione” (thawra) la deposizione di Mohammed Mursi conseguita dalla rivolta popolare del 30 giugno, liquidandola come un’ “onda” (mawja) e affermando che il “sogno” (hilm) della rivoluzione del 25 gennaio 2011 “sia stato rubato” (suriqat) proprio in quel giorno.

Il taglio e la scelta degli articoli pubblicati sul sito sull’attualità egiziana non sono del resto così diversi da quelli di Al-Jazeera, passando dalle testimonianze dei massacri commessi da esercito e polizia a quelle dei prigionieri delle “carceri del golpe” (sujun al-inqilab). Negli altri articoli pubblicati, la centralità della causa palestinese è l’ennesimo tratto di continuità con la linea editoriale di Al-Jazeera, con tanto di corredo retorico panarabo e scelta “premeditata” (muta’ammada) del lancio del sito il 30 marzo, in occasione della Giornata della Terra Palestinese (Yawm al-Ard). Tra gli opinionisti figurano, prevedibilmente, diversi esponenti dell’opposizione siriana di orientamenti molteplici, da Michel Kilo a Burhan Ghalioun e Salama Kayleh. Non passa poi inosservata l’assenza totale di copertura dedicata alle petromonarchie del Golfo, Qatar compreso, secondo un altro tratto di continuità con l’emittente madre qatarense: la difesa dei diritti umani rigorosamente “in trasferta”.

Se l’emittente dovesse attenersi alle premesse del sito, le novità saranno alquanto ridotte, mentre sembra delinearsi un quadro allargato di realtà mediatiche al servizio della linea editoriale di Al-Jazeera: anche il quotidiano panarabo londinese Al-Quds al-Arabi sembra essere stato rilevato dai capitali dell’emirato dal luglio del 2013, quando lo storico caporedattore Abdel Bari Atwan è stato costretto a fare le valigie da un non meglio precisato cambio di proprietà del giornale. Atwan non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha confermato di essere stato costretto a lasciare a causa delle ristrettezze economiche, rifiutandosi di “sacrificare l’indipendenza della linea editoriale”.

Tale indipendenza appare ormai imbrigliata dalla liquidità qatarense, a giudicare dalla prima pagina che il giornale ha dedicato alla partecipazione del sovrano Shaykh Tamim Bin Hamad Al-Thani alle corse di cammelli in occasione della giornata dello sport dell’emirato l’11 febbraio 2014. E tutti i conti sembrano tornare, se si osserva il nome del caporedattore del sito Al-Arabi al-Jadid: il giornalista Amjad Nasser, ex-redattore di al-Quds al-Arabi. Per il momento, al di là delle aspettative connesse al lancio del canale Al-Arabi al-Jadid, il Qatar non sembra pertanto essere interessato a un cambio di rotta, mantenendo le scelte “di campo” che hanno danneggiato la reputazione di Al-Jazeera.

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Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

Scritto per ArabMediaReport, sulla copertura mediatica delle elezioni presidenziali siriane del 2014. 

Syria_Presidential_Elections_2014_ENSullo sfondo di un conflitto pressoché irreconciliabile, secondo la propaganda governativa, le elezioni siriane saranno una dimostrazione di democraticità e resistenza di fronte a chi chiede la deposizione di Bashar al-Asad. Per la prima volta nella storia del partito Baath, non si ricorre a un plebiscito popolare in cui i cittadini vengono chiamati ad “approvare” la candidatura degli Asad, ma a delle elezioni ufficialmente aperte all’opposizione e in pratica ristrette a un paio di figure politiche selezionate con cura.

I due candidati in questione sono Maher Abdul-Hafiz Hajjar e Hassan Abdullah al-Nuri. Il primo è un ex-comunista damasceno, di quella frangia del partito comunista tollerata dal regime di Damasco, nonché parlamentare dal 2012. Il secondo si presenta come un uomo d’affari aleppino super partes tra regime e opposizione, ma è in realtà è già stato ministro per lo sviluppo amministrativo e gli affari parlamentari tra il 2000 e il 2002.

(…)

Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

 

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Russia Today (Arabic): promuovere la visione del Cremlino in Arabo

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul contenuto dei programmi della versione arabofona di Russia Today….

(Photo: Russia Today Arabic’s logo. Source: Arab Media Report)

Rusiya al-Yaum: come operano i PR di Mosca nel mondo arabo?

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Che l’emittente Rusiya al-Yaum (RT Arabic) fosse nata nel 2006 per tradurre in arabo la politica estera del Cremlino era già deducibile dall’orientamento del canale madre anglofono,Russia Today, lanciato dal governo l’anno prima. La leadership è nella mani fidate della giovane caporedattrice Margarita Simonyan, che per i suoi 25 anni, oltre a un mazzo di fiori, aveva probabilmente ricevuto le chiavi del nuovo impero mediatico da Vladimir Putin nel 2005. Il presidente non ha mai nascosto la sua ammirazione per Russia Today, canale che ha del resto conosciuto la propria consacrazione durante la guerra tra Georgia e Russia del 2008: uno dei corrispondenti basati a Tbilisi, Will Dunbar, aveva allora dato le dimissioni in segno di protesta contro le pressioni di Mosca sulla linea editoriale.


Corteggiando l’ummah islamica

Al di là delle innegabili direttive del Cremlino, esiste una singolare prassi comunicativa utilizzata da RT Arabic per consolidare un seguito nel mondo arabo. Innanzitutto si “corteggiano” quei segmenti di opinione pubblica che si contrappongono all’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione, cavalcando le forme di dissenso interne agli States e stigmatizzando l’Islam politico promosso dalle monarchie del Golfo.
In secondo luogo, il confronto con l’Occidente e con Washington in particolare, si gioca sull’attenzione scevra di pregiudizi dedicata al mondo arabo-islamico da RT Arabic: in questo ambito, la Russia vanta quantomeno una presenza secolare di milioni di musulmani autoctoni, rispetto all’associazione dell’Islam all’immigrazione diffusa in Europa e negli Usa.
Le questioni più delicate, che continuano a incrinare i rapporti tra Mosca e parte dell’ummah(comunità) islamica, come la militanza jihadista caucasica, sono però affrontate senza compromessi. Le priorità della sicurezza nazionale sulle remore dettate dal rispetto dei diritti umani tornano così a inserirsi in un clima da guerra fredda mediatica, dove Mosca mette in guardia l’opinione pubblica euro-atlantica da un supporto incondizionato alle “primavere arabe”, senza prima considerarne le ripercussioni internazionali. Ed è sulla preservazione dello status quo che il Cremlino intende costruire un’agenda condivisa con l’Occidente.
RT Arabic ha tratto certamente ispirazione da Al-Jazeera, paladino dell’informazione anti-occidentale nell’arena mediatica arabofona, ma ha anche colmato il vuoto lasciato dall’emittente qatarense da quando l’onda delle rivoluzioni del 2011 l’ha resa meno indipendente dalle direttive di Doha. Da una parte, l’emittente russa si crogiola nell’anti-americanismo diffuso a livello popolare nel mondo arabo, dall’altra catalizza l’attenzione dell’Occidente sull’ascesa delle fazioni islamiche promossa dai paladini dei diritti umani.


Anti-americanismo in Medio Oriente e a Washington

La maggioranza dei giornalisti condividono una formazione in Russia e almeno uno dei volti più celebri, il conduttore del programma di approfondimento politico Panorama, Artyom Kapshuk, ha prestato a lungo servizio nella diplomazia russa in Medio Oriente prima di approdare ai media. Nell’occuparsi di mondo arabo, RT Arabic difende a spada tratta le posizioni di Mosca in contrapposizione ai media anglofoni.
Attualmente, il principale campo di battaglia è la Siria, dove l’emittente fa spesso affidamentosu corrispondenti embedded nell’esercito governativo. Tra gennaio e febbraio 2013, il conduttore del programma d’intrattenimento Mushahadat (Spettacoli), l’attore egiziano Ashraf Sarhan, si è recato in Siria per mostrare l’idillio delle roccaforti lealiste, la costiera Tartus e la città vecchia di Damasco, come se nel Paese non stesse succedendo nulla. In questa puntata del 31 gennaio, dove Sarhan si fa guidare spensieratamente per le vie diTartus da una cantante locale, non vi è molta differenza dalle pacifiche immagini di vita quotidiana, che scorrono sulle emittenti siriane filo-governative sin dall’inizio della rivolta. La ciliegina sulla torta è Suriya Ya Habibati, l’inno ba’thista che celebra la guerra arabo-israeliana del ’73, intonato dai giovani di un coro di Tartus sotto gli occhi compiaciuti di Sahran.

In generale, gli ospiti di RT Arabic, se non sono completamente allineati con Mosca, ne sono dei critici moderati. In questa puntata di Panorama del 3 maggio 2012, si concede il pulpito a un rappresentante ufficiale dell’Islam russo, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso Aslam Bek Baskashev, perché condanni lo spargimento di sangue che accompagna quelle che l’Occidente chiama “primavere arabe”. Baskashev depreca inoltre l’uccisione di Qaddhafi- e quindi l’intervento NATO in Libia- in quanto pratica anti-islamica.
In questa puntata del medesimo programma datata 21 luglio 2013, viene invece invitato il vice-ministro dei beni di manomorta islamica (Awqaf) kuwaitiano, Adil Abdullah al-Falah, a discutere della percezione negativa del ruolo della Russia in Siria da parte dell’opinione pubblica araba. Al-Falah, che in qualità di presidente di un’associazione islamica, il Centro Mondiale per la Mediazione (al-markaz al-’alamiyy lil-wasatiyyah), è interessato a continuare a organizzare eventi in Russia, preferisce astenersi dal commentare l’alleanza tra Damasco e Mosca per criticare diplomaticamente lo scarso impegno umanitario di Mosca in Siria.


Guerra fredda mediatica

Per quanto riguarda la copertura degli Stati Uniti, il clima è da guerra fredda mediatica. Tra l’altro, è stato ideato un programma dal sapore sovietico, Nabd al-Mustaqbal (Il Battito del Futuro), dedicato alla celebrazione dell’industria bellica russa.
Un ampio spazio viene dedicato ai cavalli di battaglia della controinformazione americana: oltre a Julian Assange di Wikileaks, diversi veri e presunti whistleblowers (informatori), personaggi come Edward Snowden e Susan Lindauer. Quest’ultima, un’attivista pacifista che sostiene di aver collaborato a lungo con la Cia, resa celebre dalle rivelazioni sul presunto coinvolgimento del Mossad negli attentati dell’11 settembre e dalla contestazione del ruolo libico nella strage di Lockerbie del 1988, è stata più volte ospite nel 2013 del programma di approfondimento storico, Rahlah fidh-dhakirah (Viaggio nella Memoria). Naturalmente, Lindauer viene presentata da RT Arabic come un insider della Cia, mentre i legami tra l’attivista e i servizi segreti americani sono stati più volte contestati dalla stampa statunitense.
In una lunga intervista rilasciata da Putin a Russia Today il 13 giugno 2013, il presidente ha anche commentato la copertura data dal canale alla repressione del movimento di protesta americano Occupy Wall Street. Agli occhi del leader russo non è importante condannare o meno le azioni della polizia quando i manifestanti violano la legge, ma abolire piuttosto i parametri diseguali adottati nei media anglo-sassoni per raccontare gli stessi eventi, a seconda del contesto dove si verificano. Come afferma la caporedattrice Margarita Simonyan nella stessa intervista, quando gli abusi della polizia avvengono negli Usa invece che in Russia, l’emittente moscovita si preoccupa di “mettere alla graticola gli Stati Uniti.” RT Arabic adotta gli stessi parametri: ancora più cruciale del contenuto dei reportage è che colpiscano i governi dell’ex-blocco occidentale.

Difatti, lo spazio dedicato ai movimenti anti-governativi interni alla Russia è pressoché inesistente. Basti considerare questo documentario sulla Cecenia del 1 giugno 2013, dove la repubblica caucasica viene presentata come una regione in piena crescita, che ha superato ogni speranza dei suoi abitanti abituati alle macerie della guerra. Una guerra de-agentivizzata, senza alcun riferimento alla brutalità delle truppe russe. In un tentativo di infrangere la leggenda della militanza islamica cecena, ancora piuttosto popolare nel mondo musulmano, le scene girate a Grozny mostrano grattacieli luccicanti, negozi di alta moda e “i più lussuosi hotel del Caucaso, dove soggiornano gli attori Jean Claude Van Damme e Gerard Depardieu.”
I leader religiosi locali fedeli al Cremlino lodano quindi la presidenza di Ramzan Kadyrov, l’uomo di Mosca in Cecenia, mentre un carosello di immagini accompagnate da musica allegra mostra le sue strette di mano con Putin ritratte nei manifesti.

Risulta analogo il tono scelto per commentare il referendum tenutosi lo scorso 16 marzo in Crimea per sancire l’eventuale annessione della penisola ucraina alla Russia, in seguito all’arrivo delle truppe inviate da Mosca: si elogia la partecipazione di massa, il corrispondente descrive il clima “ottimista” che ha accompagnato l’arrivo alle urne di un popolo che “attende di essere ricongiunto alla madrepatria russa dai tempi del crollo dell’unione sovietica.” Mentre il 15 marzo, sul sito di BBC Arabic si sottolinea la presenza a Mosca di manifestazioni divise tra sostenitori e detrattori dell’intervento russo in Ucraina, su RT Arabic lo spazio è riservato ai “45.000 manifestanti scesi in strada a sostegno della popolazione della Crimea a Mosca.” Il paradosso è che la foto utilizzata è identica a quella della BBC, con tanto di bandiere ucraine sventolanti, solo che nel caso di BBC Arabic la didascalia recita “i contestatori in Russia considerano l’intervento in Ucraina una questione vergognosa.”
Più equilibrato l’approccio alle rivendicazioni della minoranza musulmana dei Tartari di Crimea, tornata alla ribalta degli esteri per la sua opposizione all’eventuale annessione alla Russia. In questo caso, RT Arabic riconosce il lungo esilio di cui furono vittime i Tartari sotto Stalin, il quale lì costrinse a migrare verso la l’Asia Centrale all’indomani della seconda guerra mondiale, per punire alcuni membri della comunità che avevano collaborato con i nazisti. Ai Tartari fu possibile ritornare in Crimea solamente negli anni ’80. Per il resto, spetta ai funzionari russi della regione autonoma del Tataristan rassicurare i loro “fratelli” di Crimea sulla prospettiva di un eventuale annessione a Mosca.


La Russia come antidoto all’islamofobia occidentale

Rispecchiare le posizioni di Mosca in Medio Oriente non sarebbe sufficiente a garantire 350 milioni di telespettatori: RT Arabic si è resa infatti promotrice di un approccio al mondo arabo alternativo ad alcuni media occidentali e lontano da pregiudizi islamofobici. Al confronto dei canali arabofoni fondati da BBC, France 24 e CNN, risulta inoltre ammirevole la presenza di ben quattro giornalisti russi, che parlano un arabo eccellente, oltre al consueto team composto di professionisti arabi. Sul sito di RT Arabic viene quindi riservata una sezione all’Islam e numerosi programmi si occupano della diffusione dei precetti islamici in Russia.
In questa puntata del 14 luglio 2008 di Hikayat al-Shabab (Storie di Ragazzi), programma di attualità dedicato ai giovani, si affronta per esempio il tema della poligamia, ricordando come parte dell’opinione pubblica russa la consideri una soluzione alle deficienze del nucleo familiare monogamo. Una delle pratiche più malviste da vasti settori dell’opinione pubblica occidentale diventa così uno spunto di riflessione in Russia, fino a contemplare un aggiornamento della norma coranica che includa la poliandria.
In questo notiziario del 20 gennaio 2009, si parla invece di hijab (velo) in Russia e la contrapposizione con i pregiudizi europei è ancora più intenzionale: dopo aver mostrato la diffusione del velo islamico in ambienti lavorativi e sportivi, dando voce a chi la definisce una conquista successiva alla caduta del muro di Berlino, il corrispondente conclude il servizio con un commento polemico diretto alle società occidentali, dove ci si continua a opporre al codice d’abbigliamento islamico.


La fine della guerra fredda mediatica passa per l’anti-terrorismo

All’interno della programmazione di RT Arabic, così come sulle frequenze dell’emittente anglofona, la considerazione per il dialogo con il mondo musulmano non si eleva comunque al di sopra della necessità di persuadere le cancellerie occidentali della visione di Mosca sul Medio Oriente. Ciò significa che RT Arabic, al di là della sua verve anti-americana, non intende sostituirsi all’Al-Jazeera delle origini e fornire un pulpito mediatico agli al-qa’idisti: nelle parole di Ali Vyacheslav Polosin, vice-presidente del Fondo Caritatevole Russo per la Promozione della Cultura Islamica, intervistato il 25 ottobre 2013, pochi giorni dopo gliattentati di Volgograd, nel corso del programma Hadith al-Yawm (La Conversazione di Oggi), l’ummah islamica è chiamata “a chiarire l’assenza di connessione tra Islam e terrorismo.”
Con una certa componente militante del mondo islamico, dal punto di vista di Mosca, non esiste pertanto nessun dialogo e il messaggio diretto all’Occidente è che le cosiddette “primavere arabe” – termine che fa sorridere Mosca e buona parte della stampa russa – hanno finito per avvantaggiare il radicalismo religioso. Nel corso della puntata del 12 giugno 2013 del programma Liqa’ al-Yawm (L’incontro di Oggi), l’analista Mohammad Rabi’ attribuisce pertanto la responsabilità dell’ascesa degli islamici tanto ai regimi mediorientali quanto ai servizi segreti occidentali, che hanno supportato alcune delle correnti più fondamentaliste. Un’analisi non priva di fondamento, che soffia nella direzione voluta da Mosca, considerate le relazioni tra Cia e Talebani durante il conflitto afghano degli anni ’80.
Sempre Aslam Bek Baskashev, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso, ospite della sopracitata puntata di Panorama, mette così in guardia dalle ripercussioni delle forme di militanza islamica diffusesi in Medio Oriente in parallelo alle rivolte, sottolineando come i giovani musulmani russi considerino il mondo arabo un modello “sacro” da emulare. A parlare sono gli esponenti ufficiali dell’Islam russo, attraverso i quali Mosca suggerisce all’Occidente di non sostenere una destabilizzazione della regione, quando sarebbe preferibile che i regimi mediorientali preservassero una casta di autorità religiose moderate e continuassero a usare il pugno di ferro con i radicali.

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