Iraq

Guerre al di là del Mediterraneo: ecco perché la religione non c’entra (by Estella Carpi and Enrico Bartolomei, April 2016)

Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra

“Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra”

Dalla Siria all’Iraq, dall’Afghanistan alla Palestina, passando per il Libano e i tumulti sull’altra sponda del Mediterraneo: il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.
MONDOULTIME NOTIZIE 29 APRILE 2016 17:16 di Davide Falcioni

Articolo a cura di Enrico Bartolomei e Estella Carpi *

Dall’inizio dei movimenti di contestazione nel mondo arabo, che hanno rovesciato regimi pluridecennali in apparenza incrollabili e rimesso in discussione gli equilibri di potere nella regione, nei principali media e nei circoli degli esperti di politica estera si è affermata la tendenza a spiegare le cause delle proteste attraverso le lenti del confessionalismo, per cui i fattori che determinano la vita politica nel mondo arabo-musulmano sarebbero le tradizioni religiose nella loro irriducibile differenza. Il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta, mascherando le ambizioni regionali delle potenze straniere e fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.

Questa griglia di lettura della realtà ha radici profonde che vanno oltre il mondo arabo, ed è stata alimentata da una teoria molto influente delle relazioni internazionali inaugurata dal politologo americano Samuel Huntington, che ha avanzato la tesi dello “scontro di civiltà”, spiegando come alla base dei conflitti post-Guerra Fredda ci siano in primo luogo le differenze culturali e religiose tra i vari popoli. Questa visione semplicistica e fondamentalista degli eventi storici, per cui i gruppi sociali vengono definiti in base alle appartenenze etniche, religiose o comunitarie, non solo ignora la molteplicità dei fattori alla base dei conflitti contemporanei, ma anche l’uso politico che abili “manipolatori del confessionalismo” fanno di queste differenze per difendere i propri interessi.

La grande narrazione confessionale
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra globale al “terrorismo islamico” – inaugurata dagli Stati Uniti con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq – è diventata la copertura usata dalle classi dirigenti di vari regimi per eliminare gruppi insorgenti, movimenti separatisti o di liberazione. All’indomani degli attentati, l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon paragonò il leader di al-Qaeda Osama Bin Laden al presidente palestinese Yasser Arafat, presentando l’invasione militare della Cisgiordania durante la Seconda Intifada come necessaria per “smantellare le infrastrutture del terrorismo”. Lo stesso discorso viene ora riproposto, questa volta nei confronti del partito politico palestinese Hamas, prima di ogni operazione militare nella Striscia di Gaza. Il nuovo clima politico post-11 settembre permise anche al presidente russo Vladimir Putin di ridefinire la seconda guerra cecena come guerra contro il terrorismo, giustificando agli occhi della comunità internazionale la brutale repressione della guerriglia cecena.

Recentemente, il primo ministro Benyamin Netanyahu non ha esitato a strumentalizzare l’ondata di razzismo e islamofobia seguita agli attentati di Parigi, equiparando il “terrorismo dell’ISIS” al “terrorismo palestinese” nel tentativo di convincere i dirigenti e l’opinione pubblica europea che la lotta di liberazione palestinese è mossa dallo stesso odio anti-ebraico e anti-occidentale che viene generalmente attribuito al salafismo jihadista.

I manipolatori delle identità confessionali
Lungi dall’essere entità omogenee con caratteristiche immutabili, le identità confessionali ed etniche sono costruzioni sociali, vale a dire il prodotto storico di conflitti tra vari gruppi sociali che hanno utilizzato le diversità tra le varie componenti sociali nella lotta per il controllo di risorse materiali. Le appartenenze confessionali nei conflitti sono state strumentalizzate politicamente in primis dai manipolatori delle identità, come le classi dirigenti o i gruppi in competizione per la costruzione del consenso o per il controllo delle risorse. Questi principali attori manipolatori sono a loro volta il prodotto di una complessa relazione con la costruzione della loro stessa identità e garanzia di potere politico. Pertanto, il discorso confessionale è pienamente impiegato nei rapporti di potere ed è spesso elaborato come razionalizzazione d’interessi politici e strutture di dominio.

La strategia coloniale del divide et impera
Il confessionalismo è servito a legittimare la spartizione coloniale europea del Medio Oriente in seguito alla prima guerra mondiale. Presentare i conflitti nel mondo arabo-musulmano come il risultato dell’eterna lotta tra sunniti e sciiti, dispensa l’occidente dalle sue responsabilità storiche di protettore o rivale di questo o quel gruppo religioso o etnico. Difatti, la Francia e la Gran Bretagna hanno cinicamente sfruttato queste diversità per assicurarsi il controllo geopolitico delle risorse energetiche e la sicurezza domestica nella regione, ridisegnando arbitrariamente i confini, creando entità statali artificiali e ostacolando l’emergere di movimenti e partiti multiconfessionali e transnazionali (come quello comunista e panarabista baathista, o nasserista) che ponevano al centro delle loro rivendicazioni l’emancipazione politica ed economica piuttosto che le appartenenze comunitarie, religiose o etniche.
in foto: Israeli security forces walk in the Jerusalem’s Old City near the al–Aqsa mosque
In altri casi, le potenze straniere hanno affidato alle “minoranze confessionali” le leve di un potere parziale rendendolo solo complementare agli interessi esteri. Ad esempio, in seguito alle lotte che i drusi del Monte Libano sotto l’egida britannica conducevano nel XIX secolo contro la componente cristiano-maronita – supportata dalla Francia – il confessionalismo fu istituzionalizzato nel sistema politico (1920) con la creazione dello stato libanese su base elitaria cristiano-maronita, contribuendo a innescare tensioni che hanno dato origine a decenni di guerra civile. In Palestina, la Gran Bretagna s’impegnò con la Dichiarazione di Balfour (1917) a sostenere il progetto sionista di creare uno Stato ebraico, favorendo l’immigrazione di coloni ebrei europei. In Siria, le truppe coloniali francesi arruolarono le minoranze, tra cui gli alawiti, per sedare la rivolta nazionalista araba. La setta alawita venne poi dichiarata ramo della corrente sciita negli anni Settanta a seguito di un avvicinamento politico tra il presidente siriano alawita Hafez al-Asad e l’Imam sciita Musa as-Sadr. A seguito dell’attuale conflitto siriano e l’escalation della violenza attuale, è significativo che un’élite di esponenti intellettuali della comunità alawita abbia dichiarato un distanziamento dal regime di Asad e quindi la propria indipendenza confessional-clericale dalla corrente sciita dell’Iran e del Hezbollah libanese, strenui difensori del regime siriano.

Il confessionalismo e l’autoritarismo delle élite arabe
L’utilizzo delle identità religiose o etniche a fini politici costituisce tuttora un capitolo importante nella strategia del divide et impera messa in atto da diversi attori politici, così come lo era al tempo della dominazione coloniale europea.

L’intervento USA in Iraq nel 2003, finalizzato all’instaurazione di un governo sciita per rispecchiare l’appartenenza confessionale di gran parte della popolazione, come anche la lotta per l’egemonia regionale tra Iran e Arabia Saudita, hanno rafforzato la retorica delle identità comunitarie, fomentando in particolare lo scontro binario tra sunniti e sciiti. I movimenti di contestazione popolare nel mondo arabo, incentrati su rivendicazioni di democratizzazione dei sistemi politici e di giustizia sociale, sono stati anch’essi deragliati sui binari del confessionalismo – se non dall’interferenza straniera – da regimi autoritari, élite al potere, o quei gruppi che vogliono ritagliarsi una fetta di legittimità, ergendosi a difensori di questa o quella comunità.
L’uso politico della religione ha inoltre permesso ai regimi autoritari di contrastare la creazione di fronti unitari, agitando lo spettro di una sanguinosa guerra civile e infondendo dunque un ampio desiderio di stabilità da raggiungere a qualsiasi costo. In Siria, la trasformazione della rivolta popolare in guerra civile a sfondo confessionale ha permesso al regime di Bashar al-Asad di giustificare la repressione militare dei manifestanti, descritti come terroristi tout court, così come alle potenze regionali come Iran da un lato, e vari Paesi del Golfo arabo dall’altro, di intervenire nel conflitto. A loro volta, le milizie sciite o sunnite si sono spesso presentate come difensori ufficiali delle rispettive comunità religiose. Formazioni jihadiste come il Fronte an-Nusra e lo “Stato Islamico” hanno proclamato di voler riscattare la comunità sunnita oppressa dal “regime eretico alawita” e dai suoi alleati sciiti.

Intimorite dinanzi alla prospettiva di un sollevamento popolare, anche le monarchie del Golfo hanno riproposto la tesi della lotta religiosa tra sunniti e sciiti per impedire il diffondersi di movimenti di contestazione interni. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha potuto giustificare l’intervento militare in Bahrein presentando il movimento di protesta locale come una rivolta sciita orchestrata dall’Iran. Il governo del Bahrein, a sua volta, ha strumentalizzato le proprie politiche migratorie accogliendo solo rifugiati siriani sunniti – seppur in numero esiguo – pur di contrastare i sollevamenti popolari interni a maggioranza sciita. Il paradigma confessionale è stato utilizzato anche per liquidare le forze del cambiamento rivoluzionario e quindi restaurare quelle del vecchio regime. Il colpo di stato del generale Abdel Fattah as-Sisi nel luglio 2013 è stato presentato come necessario per impedire l’islamizzazione forzata dell’Egitto ad opera dei Fratelli Musulmani e i loro tentativi di provocare una guerra civile.

Dal discorso confessionale ai flussi migratori in Europa
All’interno di confini più simbolici che territoriali, le diverse componenti sociali han sentito il bisogno di definirsi come diverse l’una dall’altra e di reclamare diritti o adempiere ai doveri civili definendosi in termini identitari, piuttosto che come parte costituente di uno stato sociale che garantisce diritti e servizi di prima necessità.

Ma in che modo il discorso confessionale dello scontro di civiltà tocca le sponde europee? In nome della sicurezza contro la minaccia globale del terrorismo islamico, una serie di legislazioni anti-terrorismo limitano le libertà civili e i diritti fondamentali della persona. Anche negli stati che si definiscono democratici, lo “stato di diritto” lascia progressivamente il posto allo “stato d’emergenza”. Il discorso confessionale serve anche per giustificare la gestione militare e securitaria dei fenomeni migratori. Nella propaganda islamofobica e xenofoba, ormai non più appannaggio esclusivo dell’estrema destra, le categorie dei migranti e dei richiedenti asilo vengono sempre più associate al pericolo dell’invasione islamica, che metterebbe in discussione la purezza dei valori cristiani e occidentali, e alla minaccia del terrorismo jihadista. L’equazione clandestino-musulmano-terrorista diventa sempre più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica europea.

L’uso di identità confessionali ed etniche per spiegare eventi storici, politici, e addirittura psicologici, è di per sé un atto fondamentalista. In questo senso, le violenze di oggi su scala globale e la convinzione che i flussi migratori siano un qualcosa da accogliere o rifiutare, fanno parte di una lotta all’affermazione di valori e principi propri che si vogliono sancire come universali.

Mentre il profugo o il migrante sono concepiti come elementi in eterna lotta, gli aiuti umanitari sono standardizzati, spesso tradendo la diversità dei bisogni dei beneficiari. La sofferenza dell’Altro, come la sua minacciosa violenza, sono rese omogenee e indivisibili. Quando episodi di violenza spezzano la normalità su cui son disegnate le nostre vite quotidiane, e quando tali episodi sono relazionabili a fenomeni transnazionali generati o facilitati da migrazioni o rivendicazioni di stampo confessionale – prevalentemente islamico – i clandestini che sbarcano, denigrati esclusivamente secondo la loro matrice identitaria confessionale, vengono meccanicamente associati al fallimento delle politiche europee e alle reti islamiche estremiste transnazionali.

In altre parole, la paura delle società occidentali di tradursi in spazi a rischio imprevedibile – cosa che finora ha prevalentemente turbato le vite umane nel “Sud globale” – è arginata tramite avanzate tecnologie di sicurezza e sorveglianza, nonché prontamente consolata da mezzi informativi e di assistenza sociale che tendono a mantenere i confini identitari del “diverso”: l’assimilazione o il riconoscimento dell’eterogeneità di quest’ultimo diluirebbero troppo la sua presenza all’interno delle società di arrivo.

Il “diverso”, da una parte, è in lotta col proprio simile nel Sud globale, in quanto parte di un mosaico identitario che va “sanato” da principi e diritti universali, propugnati dal nostro lato del Mediterraneo. Il “diverso” diventa invece uniformabile ai suoi simili quando il Sud globale si sposta verso il Nord globale, ponendo quest’ultimo al cospetto di nuove rivendicazioni. Mentre ci proponiamo di curare e arginare l’emergenza negli stati mediorientali attraverso agenzie umanitarie in loco, l’insicurezza imprevedibile alla quale siamo di fronte ora – la stessa che pone sullo stesso piano gli immaginari “Nord” e “Sud” – finisce per rafforzare questi totalitarismi identitari: i veri mali del nostro tempo.

* Enrico Bartolomei ha conseguito il dottorato di ricerca in storia dell’area euro-mediterranea all’Università di Macerata. E’ tra gli autori di Gaza e l’industria israeliana della violenza (DeriveApprodi 2015) e tra i curatori dell’edizione italiana di L’occupazione israeliana (Diabasis 2016) di Neve Gordon.

Estella Carpi ha conseguito un dottorato in antropologia sociale alla University of Sydney (Australia). Attualmente consulente di ricerca per la New York University (Abu Dhabi) e Lebanon Support (Beirut), si occupa principalmente di Levante arabo.

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A dialogue with the “Islamic State”?

Something I wrote in December 2015, in the aftermath of the Paris attacks. An excerpt was published in al-Jazeera a couple of weeks ago. The Al-Jazeera text is followed by the full (unpublished) original English version. Then I’m posting the full Italian version, which  was published in Osservatorio Iraq on March 1, 2016. 

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Machiavellians and ordinary youth in Syrian civil war

 

ISIL is likely to be dismantled militarily, but who will address the diverse grievances of its former militants?

 

To counter the ideals of the self-declared Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) in the long-run and to identify potential negotiation partners, it is necessary to rethink the mainstream understanding of Sunni violent extremism and highlight its human and pragmatic features. Religious ideology is not the only driving force behind militancy.

In 2013, while in Syria, I got to know Abu Khalid, a rebel commander who was fighting in Ras al-Ayn for a Muslim Brotherhood-backed Free Syrian Army (FSA) brigade (one of the so-called Shields). Later on, Abu Khalid pledged his military support to the al-Nusra Front, linked to al-Qaeda in Syria.

When Abu Khalid is asked about his reasons for siding with the al-Nusra Front, the pragmatic considerations – that is to say, for example, how the FSA’s corruption slowed down the overthrowing of the Asad regime – are greater than his commitment to al-Qaeda’s dogmatic tenets.

Total chaos

 

Paradoxically, Abu Khalid is now profiting from taking foreign hostages: he turned out to be after the money, just like the corrupt FSA, which was the target of his criticism.

The kidnapping business under the auspices of the al-Nusra Front has most likely upgraded his stature, something not possible under the FSA. He is also fully aware of his limited options in northern Syria, where the al-Nusra Front has almost wiped out the FSA.

Just like the clan leaders in Syria and Iraq – first under the Baath regimes, and then under ISIL – Abu Khalid sought protection and empowerment under the shadow of the umpteenth ruling party. It is worth remembering that the United States-backed Sunni tribal councils (also known as Sahawat or Awakening) were largely successful in crushing al-Qaeda’s insurgency in Iraq between 2007 and 2008, only because al-Qaeda had started challenging their interests – as in reconstruction contracts and illegal revenues – thus prompting Sunni tribal fighters to defect from al-Qaeda’s ranks.

However, Washington left them unemployed a few years later, when its troops started withdrawing from Iraq, and failed to integrate the defected Sunni tribals in the security apparatus due to the resistance of Nouri al-Maliki’s pro-Iranian central government.

The result was that many of these former tribal members rejoined insurgent groups. Numerous Iraqi tribes have remained neutralrejecting the US’ attempts to revive the Sahawat to fight ISIL, and they have their good reasons to do so in absence of long-term guarantees.

On the other hand, pragmatism might be understood as a call for a new patronage system between central governments and tribal leaders, which is one of the aspects of patriarchal autocracy the Arab youth rose up against in 2011. However, the most progressive Syrian activists have long been sidelined by the militarization of the uprising, and are unable to destabilise the ISIL territories.

Young people clearly are playing a crucial role in ISIL. Counterterrorism centres are obsessed with profiling “radicalised” youth. Nonetheless, even in Syria, the red lines between “moderate” and “radicalised” youth are particularly blurred.

No distinction for the Western powers

 

In 2011, during the peaceful phase of the Syrian uprising, I met a young Syrian musician in southern Damascus. We were chatting about politics and he touched upon the former leader of al-Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, praising him as a fearless mujahidin who fought the Americans in Iraq.

He was passionate about a musical genre that originated in the US, but this did not prevent him from admiring Zarqawi, who would have despised his love for haram music. In his neighbourhood and in Syria in general, many young men went to fight for their “just cause” in Iraq during the US occupation.

If the musician, too, had gone to Iraq in those years, he could have become an ISIL militant. Would he have shown no regret in giving up on Western music – the same music that earned him a significant audience in Syria? As noted by some “terrorism” scholars, behind the balaclava, a jihadist is still a troubled human being.

The fascinating story of a young Syrian citizen journalist from Deir Az Zor is worth pondering: He saw his three best friends joining ISIL, and despite that, he kept meeting them secretly for a chat over a cigarette from time to time.

I got to know his story a few months ago. He still considered the militants as his friends, being aware that the reasons why they started fighting for ISIL were only partially ideological. They were given weapons, started earning a salary and found their own destructive redemption from the failure of the Syrian uprising they took part in.

However, they were not ready to spend the rest of their lives under the “Caliphate” and, later on, they managed to flee Syria. The journalist is now “exiled” in Turkey, fearing arrest at the hand of ISIL. He is deeply opposed to the Russian offensive on his city, which has resulted into the death of many civilians. In the end, even his friends could have remained trapped inside the country and died under the air strikes.

Unfortunately, international powers rush to conclusions when tracing the above-mentioned red lines between “moderates” and “radicals” in the conviction that shelling the militant youths and their families will eradicate ISIL from the region.

Their “civilised” response to ISIL brutality is merely a military one. No one seems to take into consideration the diverse array of motivations that pushed all these men to join “radical” factions, whether it was a voluntary choice and how they would act in times of peace.

Jihadists and local tribes will remain actively involved in the Syrian-Iraqi insurgency once the anti-ISIL war trumpets fall silent, unless they become the targets of far-sighted policies and are granted tangible benefits. After ISIL, young militants will keep fighting under a different banner for their “just cause” against foreign occupations and brutal dictatorships.

The mainstream opinion leaders have portrayed ISIL – and other “radical” groups – as an embodiment of absolute evil, while leaving out of the equation the social, political, ethical and economic variables. ISIL is likely to be dismantled militarily, but who will address the diverse grievances of its former militants?


Reasoning about a dialogue with the Islamic State

By Andrea Glioti

Shelling the “caliphate” is not going to work security-wise, socially and politically. The response should be instead based on a diversified political approach to the Islamic State (IS) in Syria and Iraq: an approach aimed to establish a unified anti-IS front in Syria and another one possibly involving dialogue with some components of IS in Iraq. In order to counter the ideals of this organisation in the long-run, it is also necessary to reshape the mainstream understanding of Sunni jihadist movements and highlight their human and pragmatic features.

Warmongering and bogeymen

If you had the disgraced idea of following the news in the last months, you have probably noticed the renewed war hysteria that has dominated the aftermath of the Paris attacks. In a few days the talk-shows were flooded with self-declared experts asserting the Western moral duty to defeat the self-declared Islamic State.

A new fully-functional bogeyman has taken the stage, definitely more effective than the communist bogeyman of the Cold War, since IS is a perfect embodiment of cultural, religious, social and ideological otherness with regards to the mainstream European contemporary zeitgeist. In other words, broadly speaking, waging a war on Muslim second/third-generation unemployed youth mobilized under the cloak of religious fanaticism (and migrants in general) has a wider mass appeal than waging a war against your communist neighbour, with whom you possibly had in common the same income and ethnicity. Not only that, when the war is against IS, you have Russia and the US in the same bed (albeit with divergences).

Warmongering against IS is even more appealing than George W. Bush’s war on terror: in the aftermath of 9/11 the US administration failed to convince its critics that attacking Afghanistan and Iraq was conductive to global security, as both governments were not directly involved in the WTC massacre (in the case of Iraq the casus belli was completely fabricated). In the case of IS, on the contrary, the followers of al-Baghdadi are constantly bragging about their responsibility for attacks. They also control a State no one dares to recognize. In the eyes of many Europeans, the US-led coalition, France and Russia are waging a war to defend their “art of living” (as president Hollande phrased it) and the civilians trapped in Syria are no more than collateral casualties to make sure European teenagers can return to safely attend concerts.

Security wise, a response that is exclusively centred on shelling the “caliphate” is not going to work. Even with boots on the ground, the cases of Iraq and Afghanistan stand as a reminder that resistance movements are going to survive despite the presence of militarily advanced occupiers. Back home, in Europe, suicide bombers will keep retaliating for the air raids, lone wolf attackers are not going to stand idle after the collapse of IS and training camps will be easily set up elsewhere, as it always happened. The counterterrorism rhetoric feeds arm dealers rather than providing a long-term securitisation.

The Syrian context: solving the conflict first

IS is not seen as an autochthonous organization in Syria, the leadership is an Iraqi one and many Syrians compare it to an occupying force. Its rise was made possible by the military escalation of the Syrian uprising and it would have never emerged outside of this context.  The IS leadership knows it well and this is why they forge alliances with local tribes, prompt Syrian rebel groups to surrender and pledge allegiance (baʻyah), and force local women to marry their fighters. It is all about “Syrianising” the base of IS supporters. If the world powers do not come around a table to unify the opponents of IS, it might be soon too late to defeat socially this organization, as it will have become Syrian enough to be perceived as a local resistance movement against Asad and the international airstrikes.

This leads us to the urgent need to reach a settlement in Syria and make the battle against IS a priority on both sides (rebel groups such as the al-Qaʿidist Nusra Front have collaborated with IS in several occasions, while the Syrian regime has concentrated its offensives on the opposition, regaining international legitimacy as the lesser of two evils in light of the uncontested rise of the “caliphate”). A nationwide ceasefire requires the armed opposition’s sponsors to overcome their divergences (for example, the US and Turkey need to reach a compromise and allow the Kurdish-led Popular Protection Units (YPG) to be part of a larger unified anti-IS front). Morally, the ousting of Asad should be part of the settlement, because you cannot expect people to drop their weapons and accept that the icon of the repression they stood up against remains in power, after almost five years of displacements and massacres. The crackdown of an Islamist uprising between 1976 and 1982, when Hafez al-Asad ordered to butcher much less civilians, has left deep scars in the Syrian social fabric, as it is clear to anyone who had a talk with a family that lost its relatives in those years; in certain regions the war has been in fact a recrudescence of some never-healed wounds.

Having said that, judging from the latest Russian intervention, it is self-evident that five years of atrocities have not prompted Asad’s allies to give up on him. Furthermore, the latest military developments seem to herald a debacle of the opposition in northern Syria. Although it implies a fair dose of realpolitik, the permanence of Asad might be accepted for the time being to speed up conflict resolution.

However, this  should be balanced by a set of concessions on the part of the regime, such as the release of political prisoners, the dropping of politically-motivated charges issued against Syrian expatriates and the engagement of all the so-called “terrorist” groups except IS in the transitional phase. In fact, to expect the opposition to come to terms with the staying of Asad in power and exclude the Nusra Front (possibly under the guises of its ally Ahrar ash-Sham) from the negotiations table is just wishful thinking. Only when a largely inclusive political settlement will be finalised on a national scale, the focus could be shifted towards IS to form a unified front.

The Iraqi context: engaging with the Baʿthists

The Iraqi case is a different one, IS is the last output of the Sunni jihadist resistance to the American invasion and the consequent empowerment of Iranian proxies. The followers of al-Baghdadi (previously known as the followers of Abu Musʻab az-Zarqawi) have been active in Iraq for more than ten years and they definitely have a stronger support base than in Syria. Even the term (Sahawat) used by IS to disparage its Sunni jihadist rivals in Syria is telling of its Iraqi nature, in a reference to the Sunni tribal militias supported by the US to counter al-Qaʿidah during the occupation.

To some extent, the “caliphate” stands for a comeback of what Saddam Hussein and the Iran-Iraq war represent in the memory of some Sunni Arabs: the containment of Shiʻa political expansionism. The presence of numerous former Iraqi Baʻthist officers in the echelons of IS (in some cases apparently entrusted with laying down the blueprint of the “caliphate”‘s efficient security apparatus) should stand as a reminder of the less visible components of this organisation. The Army of the Naqshbandi Order – a largely Baʻthist Sufi militia led by Saddam’s former aide ʻEzzat ad-Duri, therefore doctrinally at odds with the IS Salafi interpretation of Islam – has also repeatedly collaborated with the Islamic State.

The relationship between the Islamist and the Baʻthist elements within IS is a troubled one not exempt from internal strife, but it could be worth establishing contacts with the latter in order to split the organisation and open a political dialogue. It would be challenging to convince takfiri zealots that they should tolerate other religious communities, but Baʻthists are driven by political calculations: their cooperation with al-Qaʿidah in Iraq (AQI), under the US occupation, has always been a marriage of interests. Furthermore, this relationship traces its roots to the pragmatic Islamicisation of the Saddam regime in the nineties, which resulted in the cooptation of Sunni Islamists to serve the establishment without renouncing to Baʻthist secularism. Is it then so unconceivable to reach out to this component within IS and try to compensate for the idiocy of Operation Iraqi Freedom and the indiscriminate anti-Baʻthist purges that have exacerbated the rifts of the Iraqi society over the past 12 years? In the end, history is rich of examples of resistance movements (IRA,ETA) that were largely demilitarized through compromises and not violence alone.

Jihadists and tribes under the banner of…pragmatism

I think it is also time to stop analysing Sunni jihadists exclusively under the prism of religious ideology, as if it were the only driving force behind their affiliation to certain factions. This would also help us to identify other potential negotiation partners.

In 2013, while in Syria, I got to know Abu Khalid, a jihadist commander with mixed Arab-Kurdish roots who was fighting in Ras al-ʻAyn (north-eastern Syria) in a Free Syrian Army (FSA) brigade funded by the Muslim Brotherhood. In January 2013, when clashes erupted between the rebels and the Kurdistan Workers Party (PKK)-allied YPG, according to the account of a Syrian colleague of mine with no jihadist sympathies, Abu Khalid was raising proudly the Alaya Rengîn Kurdistan flag, eager to reassure the Kurds despite fighting against a Kurdish faction.

Later on, he started showing a completely different attitude towards Kurdish cultural rights. In June, Abu Khalid was sitting in the same tent while I was arguing with a member of the hardline group Ansar ash-Shariʻa, who was affirming that the Kurds are not to be considered a distinct people and Arabic is a divine (samawiyyah) language inherently superior to Kurmanji. I turned to Abu Khalid and asked him what was his stance on this and he just said: “I agree with him.”

Later on, Abu Khalid pledged his military support (munasarah) to the Nusra Front, a group known for stifling ethno-religious diversity under the fist of Pan-Islamism, in what seemed to confirm the path of “radicalisation” taken by numerous opposition fighters or, in his case, the apparently utilitarian nature of his initial support for Kurdish rights.

However, when Abu Khalid is asked about his reasons for siding with the Nusra Front, the pragmatic dimension overwhelms his commitment to al-Qaʻidah’s dogmatic tenets (what is known as ʻaqidah in Islamic terms). “I’ve dealt with the leadership of the (“US-approved”) (FSA), they kept most of the funds for themselves and told us (fighters): ҅Make do with what you have (dabbir halkun)!ʼ The majority of these colonels are now in Europe. I’ve seen so many thefts committed by FSA members…If only they were organized like Daʿish when they seized the oil fields in 2013, Asad would be long gone! With the Jabhah (Nusra Front) it’s different: they pay each fighter 100$ per month, cover your rent if you’re married and they don’t steal. Unlike the  FSA, which has been infiltrated repeatedly by the regime and the PKK, their security apparatus is strong,” Abu Khalid told me in a recent conversation. Although his claims on plundering are disputed by similar reports on the Nusra Front, a widespread resentment against the corruption of  US-backed “moderately” Islamist factions such as the Syria Revolutionaries Front has indeed increased the popularity of hardliners in northern Syria.

Regardless of the credibility of Abu Khalid’s accusations – quite common among the Syrian armed opposition – each time we talked his apology of the Nusra Front was never based on the group’s call for global jihad but rather on pragmatic considerations (that is to say, for example, how the FSA’s conduct slowed down the overthrowing of the Asad regime). As far as I know from him, Abu Khalid is now profiting from the trade of foreign hostages, he turned out to be after the money, just like some of the US favourite rebels. Since his brigade used to be supported directly by the Muslim Brotherhood, Abu Khalid’s closer ties with the Nusra Front might be also a consequence of the warm relationship between one of the major regional sponsor of the Brotherhood, the Qatari royal family, and the al-Qaʿidah Syrian affiliate.

In response to this pragmatic interpretation of a jihadist behaviour, some would argue that “radical” Islamists tend to dissimulate their “true nature” in front of Westerners. This occurs in certain circumstances, but Abu Khalid was rather explicit in voicing his more controversial opinions (on the Kurds, for example) and, once, he even admitted having smuggled foreign fighters (muhajirin) into Syria only to regret that when they joined IS later on. During my experience in Syria, in 2013, those who were passionate about the global jihad call did not dissimulate their views in front of me: in the same conversation, the above-mentioned Ansar as-Shariʿa member told me about his ambition to establish an Islamic emirate in Lebanon. In another occasion, an Ahrar ash-Sham chief stationed in al-Hawl (north-eastern Syria) was particularly vocal of his support for al-Qaʿida and its allies in Mali, who took over large swathes of this country in 2012.

In the case of Abu Khalid, the kidnapping business under the auspices of the Nusra Front has most likely upgraded his status, something that was not possible under the FSA. He is also fully aware of his limited options in northern Syria, where the Nusra Front has almost wiped out the FSA. Similarly to what numerous clan leaders did in Syria and Iraq, under the Baʿth first and then under IS, Abu Khalid sought protection and empowerment under the shadow of the umpteenth ruling party.  With regards to this, it is worth remembering that, in what was one of the few calculated moves during the occupation of Iraq, the US army banked on the expedience of some Sunni tribes  and prompt them to defect from al-Qaʿidah and join the Sahawat starting from 2005. They basically supplied local clans with money and guns to secure their mobilization power, being aware that al-Qaʿida had started challenging their interests (reconstruction contracts, illegal revenues). The Sahawat were largely successful in crashing the al-Qaʿidist insurgency between 2007 and 2008. However, Washington left them unemployed a few years later, when the American troops started withdrawing from Iraqi cities, and failed to integrate them in the Iraqi security forces due to the resistance of the pro-Iranian central government. The predictable result was that many of these former Sahwa members re-joined insurgent groups.

IS controls Sunni Arab-majority tribal regions between Iraq and Syria, but the international community has not prioritised the formation of anti-IS clan-based brigades. The initiatives against the Islamic State have been limited to US-sponsored training programs for minor Syrian “moderate” rebel groups, a US-backed coalition of Kurds, Arabs and Syriac Christians known as the Syrian Democratic Forces, whose credentials among the Arab population are yet to be verified, and the Russian intervention in support of those State actors (the Iranian and the Syrian regimes) whose crimes are partially responsible for the “radicalisation” of Sunni Arab paramilitary actors.

Numerous Iraqi tribes have remained neutral rejecting the US attempts to revive the Sahawat to fight against IS and they have their good reasons to do that in absence of long-term guarantees on their role in a post-conflict context. The US commitment to the stability of Iraq – and that of its allies who invaded and ravaged the country in 2003 – cannot be limited to ad hoc interventions conceived to address emergencies. An inclusive approach towards the tribes is a complicated issue, the world powers will need to negotiate it with the future Syrian transitional government and Baghdad, to prevent any indiscriminate form of State retaliation against those clan members who joined IS.

Jihadists like Abu Khalid and many Syrian and Iraqi tribal leaders who pledged allegiance (baʿyah) to the “caliphate” do not care about ideology, their loyalty can be easily “bought” with a combination of privileges and fear. In the south of Syria, in the eastern countryside of as-Swaydaʼ, for example, the Arab tribes loyal to IS are still allowed to make business with local arm dealers.

Pragmatism might be legitimately understood as a call to establish a new patronage system between central governments and tribal leaders, which is one of the aspects of patriarchal autocracy the Arab youth rose against in 2011, but the most progressive Syrian activists have long been sidelined by the militarisation of the uprising, thus being currently unable to destabilise the IS territories.

Humanised young jihadists

Speaking about the youth, it clearly plays a crucial role also among the IS militants. Counter-terrorism centres are obsessed about tracing the profiles of this “radicalised” youth. Nonetheless, it remains challenging to single out “abnormity” and condemn unilaterally a crowd of misfits that might resemble too well the large segments of “ordinarily” disillusioned youth in European societies. The Islamic State, after all, is a clear anti-system magnet for young Western foreign fighters. Even in Syria, the red lines between “moderate” and “radicalised” youth are particularly blurred because of a wide range of factors.

In 2011, during the early phase of the Syrian uprising, I met with a young Syrian musician in al-Hajar al-Aswad (southern Damascus). We were chatting about politics and he touched upon the figure of az-Zarqawi, praising him as a fearless mujahid who fought the Americans in Iraq. He was passionate about a musical genre that originated in the US, but this did not prevent him from admiring az-Zarqawi, who would have despised his love for haram music. In al-Hajar al-Aswad, and in Syria in general, many young men went to fight for their just cause in Iraq during the US occupation. If the musician had gone to Iraq in those years, he could have become an IS militant. Would he had shown no regret in giving up on Western music, the same music that earned him a significant audience in Syria? As noted by some “terrorism” scholars, behind the balaclava, a jihadist is still a troubled human being with multifaceted interests.

Recently, I read the story of a young Syrian citizen journalist from Deyr az-Zawr I happen to know personally, who saw his three best friends joining IS and, despite that, he kept meeting them secretly for a chat over a cigarette from time to time. He still saw them as his friends, being aware that the reasons why they started fighting for IS were only partially ideological. They were given weapons, started earning a salary and found their own destructive redemption from the failure of the Syrian uprising they took part in. However, they were not ready to spend the rest of their lives under the “caliphate” and, later on, they managed to flee Syria.

The journalist is now “exiled” in Turkey, fearing an arrest at the hand of IS. He is deeply opposed to the militant group, but he equally rejects the Russian airstrikes on his city, which have resulted into the death of numerous civilians. In the end, even his friends could have remained trapped inside the country and been considered legitimate targets of the airstrikes.

On the contrary, the international powers are particularly expedite in tracing the above-mentioned red lines between “moderates” and “radicals” in the conviction that shelling the militant youths and their families will eradicate IS from the region. Their “civilised” response to the IS brutality is a merely military one. No one seems to take in consideration the diverse array of motivations that pushed each individual to join the “caliphate”, whether it was a voluntary choice and how they would act in times of peace.

Conclusion

IS is already running a State and, in spite of its propaganda, is arguably more interested in preserving its territories than conquering the whole world. The idea of opening a channel for negotiations with some components of this organisation is abhorred by the international community, even though world diplomats are accustomed to shake hands with a great deal of suite-dressed criminals. Therefore, the war on the Islamic State is about preserving a global order rather than an ethical one.

The leading assumption is that IS should not be normalised like any other violent State actor, even though it is already a de facto State. The paradox is that, at least in the Western circles, IS is often compared with a Nazi regime that must be destroyed to circumscribe its expansion, so actually with a fully fledged State entity. Let’s suppose IS was similar to Nazi Germany – an approximate parallelism for a set of reasons, including how it came into existence – then what leads us to believe that an uncompromising approach will limit the damages? If Nazi Germany had been split into factions to engage some of them in diplomatic talks and water down its regime’s ideology well before the war, Europe might have been spared millions of deaths. In particular, there is still a rich historical debate on how WWII could have been avoided and no agreement on a preemptive attack against Hitler as the only viable option. If the Treaty of Versailles (1919) was harsh on Germany upon the conclusion of WWI and it allowed Hitler to capitalise on social discontent, then post-Saddam Iraq has been harsh on the Baʿthists and it as allowed IS to capitalise on the grievances of Sunni Arabs. There is always room for learning from history.

On the contrary, when Putin hints at the use of nuclear warheads against IS, he reminds us of one of the worst ever epilogues of a conflict started under the motto of defending “freedom”. When the French Government feels entitled to enforce emergency laws and enhance surveillance tools, we are all losing the same “freedom” its jets claim to be fighting for in Syria and Iraq. Are we really willing to live in a police State for the sake of the illusion of eradicating IS – and what lies behind it – in a military confrontation?


Un dialogo con lo “Stato Islamico”?

di Andrea Glioti

Bombardare il sedicente Stato Islamico (IS) non può essere una soluzione, sul piano della sicurezza, socialmente e politicamente. La risposta dovrebbe essere basata invece su un approccio politico diversificato, a seconda del contesto, siriano o iracheno: un approccio mirato a creare un unico fronte anti-IS in Siria e un altro improntato al dialogo con alcuni componenti IS in Iraq. Al fine di contrastare gli ideali di questa organizzazione nel lungo termine, è anche necessario mettere in discussione la rappresentazione mainstream dei movimenti jihadisti sunniti e sottolineare i loro tratti umani e pragmatici.

Guerrafondai e spauracchi

Se avete avuto la sventurata idea di seguire le notizie negli ultimi mesi, avrete notato la rediviva isteria interventista che ha fatto seguito agli attacchi di Parigi. In pochi giorni i talk-show sono stati inondati di esperti (autoproclamatisi tali) fautori del presunto dovere morale occidentale di sconfiggere lo Stato Islamico.

Un nuovo spauracchio completamente funzionale è salito in scena, sicuramente più efficace dello spauracchio comunista della guerra fredda, in quanto IS è una perfetta incarnazione di alterità culturale, religiosa, sociale e ideologica rispetto allo zeitgeist dominante dell’Europa contemporanea. In altre parole, generalizzando, dichiarare guerra ai musulmani disoccupati di seconda/ terza generazione (e ai migranti in generale) mobilizzatisi sotto le spoglie del fanatismo religioso garantisce un gradimento di massa ben più ampio di una guerra contro il tuo vicino comunista, con il quale è probabile tu avessi in comune reddito ed etnia. Non solo, quando la guerra è contro IS, anche la Russia e gli Stati Uniti  condividono lo stesso letto (con le dovute divergenze).

Fare i guerrafondai contro IS riscuote più popolarità della guerra al “terrorismo” di George W. Bush: in seguito agli attentati dell’11 settembre, la Casa Bianca non era infatti riuscita a convincere i suoi critici che attaccare l’Afghanistan e l’Iraq avrebbe consolidato la sicurezza globale, poiché nessuno di questi due governi era coinvolto direttamente nel massacro del World Trade Center (nel caso dell’Iraq il casus belli venne completamente inventato). I seguaci di al-Baghdadi, invece, sono alquanto trasparenti nel rivendicare gli attacchi perpetrati e controllano uno Stato che nessuno osa riconoscere. Agli occhi di molti europei, la coalizione guidata dagli Stati Uniti, la Francia e la Russia stanno conducendo una guerra per difendere la loro “arte di vivere” (riprendendo le parole di Hollande) e i civili intrappolati in Siria non sono altro che vittime collaterali per assicurarsi che i teenager europei tornino ad assistere ai loro concerti in sicurezza.

Sul piano della sicurezza stessa, una risposta incentrata esclusivamente sui bombardamenti non può funzionare. Anche in caso si decida di inviare delle truppe via terra, l’ Iraq e l’Afghanistan servono da monito sulla sopravvivenza dei movimenti di resistenza a dispetto della presenza di occupanti miltarmente avanzati. In Europa, la replica ai raid aerei continueranno a essere gli attentati e gli attacchi dei cosiddetti lupi solitari non cesseranno certo con il crollo del “califfato”. Nel post-IS, i campi di addestramento dei militanti verranno facilmente allestiti altrove, come è sempre accaduto. Un circolo vizioso in cui la retorica dell’anti-terrorismo nutre i trafficanti d’armi piuttosto che garantire sicurezza.

Il contesto siriano: la priorità di risolvere il conflitto

IS non è visto come un’organizzazione autoctona in Siria, la leadership è irachena e molti siriani lo paragonano a una forza occupante. La sua ascesa è stata resa possibile dall’escalation militare della rivoluzione siriana e non sarebbe stata possibile al di fuori di tale contesto. I vertici ne sono consapevoli, ed è per questo che stringono alleanze con le tribù locali, costringono gruppi di ribelli siriani ad arrendersi e giurare fedeltà (ba‘yah), e obbligano le donne siriane a sposare i loro combattenti. Si tratta di una vera e propria “sirianizzazione” della base di sostenitori. Se le potenze internazionali non riusciranno a unificare gli avversari di IS, potrebbe essere presto troppo tardi per sconfiggere socialmente tale entità, poiché sarà diventata abbastanza siriana da essere percepita come un movimento locale di resistenza contro Asad e i bombardamenti internazionali .

Di qui la necessità urgente di raggiungere un accordo di pace in Siria e rendere lo smantellamento dello Stato Islamico una priorità su entrambi i fronti (gruppi ribelli come gli al-qaʿidisti del Fronte Nusra hanno collaborato con IS in diverse occasioni, mentre il regime siriano ha concentrato le sue offensive sull’opposizione, riguadagnando legittimità internazionale in qualità di male minore di fronte alla crescita incontrastata del “califfato”). Un cessate il fuoco su scala nazionale passa per il superamento delle divergenze esistenti tra gli sponsor dell’opposizione armata (per esempio, gli Stati Uniti dovrebbero convincere la Turchia a permettere il coinvolgimento delle Unità di Protezione Popolare (YPG) curde nella lotta all’IS). Sul piano morale, la cacciata di Asad dovrebbe essere parte della soluzione, perché non si può pretendere che la gente getti le armi e accetti che l’icona della repressione contro cui è insorta resti al potere, dopo quasi cinque anni di sfollamenti e massacri. L’insurrezione soffocata nel sangue tra il 1976 e il 1982, quando Hafez al-Asad ordinò il massacro di molti meno civili, ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale siriano, come è chiaro a chiunque abbia conosciuto una famiglia che ha perso i suoi parenti in quegli anni; in alcune regioni la guerra è stata di fatto una recrudescenza di alcune ferite mai rimarginate.

Detto ciò, a giudicare dall’intervento russo, è evidente che cinque anni di atrocità non hanno spinto gli alleati di Asad ad abbandonarlo. Gli ultimi sviluppi militari sembrano inoltre preludere a una debacle dell’opposizione nel nord del Paese. Anche se implica una buona dose di realpolitik, la permanenza di Asad potrebbe essere momentaneamente accettata, a patto di accelerare la risoluzione del conflitto.

Tuttavia, la permanenza del raʼis dovrebbe essere controbilanciata da una serie di concessioni da parte del regime, come il rilascio dei prigionieri politici, l’archiviazione dei capi d’accusa di natura politica emessi nei confronti degli espatriati siriani e il coinvolgimento di tutti i cosiddetti gruppi “terroristici” nella fase di transizione, con l’eccezione dello Stato Islamico. Non si può infatti pretendere che l’opposizione accetti la permanenza di Asad e, allo stesso tempo, l’esclusione dal tavolo dei negoziati del Fronte Nusrah (possibilmente sotto le sembianze “presentabili” del suo alleato Ahrar al-Sham). Solo quando un accordo politico senza “esclusi” sarà finalizzato su scala nazionale, l’attenzione potrà essere spostata verso la formazione di un fronte coeso anti-IS.

Il contesto iracheno: rivolgersi ai ba’thisti

Il caso iracheno è diverso, IS è l’ultimo prodotto della resistenza sunnita jihadista all’invasione americana e al conseguente rafforzamento degli alleati iracheni dell’Iran. I seguaci di al-Baghdadi (precedentemente noti come seguaci di Abu Musʻab az-Zarqawi) sono stati attivi in ​​Iraq da più di dieci anni e qui godono di una base di sostegno più consolidata che in Siria. Persino il termine (Sahawat) utilizzato da IS per denigrare i suoi rivali jihadisti sunniti in Siria tradisce la natura irachena del movimento, in riferimento alle milizie tribali sunnite foraggiate dagli Stati Uniti per contrastare al-Qaʻidah durante l’occupazione.

In un certo senso, il “califfato” è il ritorno di ciò che Saddam Hussein e la guerra tra Iran e Iraq rappresentano nella memoria di alcuni arabi sunniti: il contenimento dell’espansionismo politico sciita. La presenza di numerosi ex-ufficiali baʻthisti iracheni ai vertici di IS (ai quali, in alcuni casi, sarebbe stata affidata la progettazione dell’efficiente apparato di sicurezza del “califfato”) dovrebbe ricordarci le componenti meno visibili di questa organizzazione. L’esercito dell’Ordine Naqshbandita – una milizia sufi in gran parte baʻthista, guidata dall’ex-braccio destro di Saddam ʻEzzat ad-Duri, e pertanto agli antipodi dottrinali con l’interpretazione salafita dell’Islam propria dell’IS – ha più volte collaborato con lo Stato Islamico.

Il rapporto tra la componente islamica e quella baʻthista di IS è problematico e non esente da conflitti interni, ma si potrebbe tentare di stabilire dei contatti con quest’ultima al fine di dividere l’organizzazione e aprire un dialogo politico. Sarebbe difficile convincere dei fanatici takfiriti a tollerare le altre comunità religiose, ma i baʻthisti sono spinti da calcoli politici: la loro cooperazione con Al-Qaʻidah in Iraq (AQI), sotto l’occupazione statunitense, è sempre stata un matrimonio d’interesse. Inoltre, tale relazione affonda le sue radici nell’islamizzazione pragmatica del regime di Saddam negli anni novanta, che aveva portato alla cooptazione dei movimenti islamici sunniti al servizio delle istituzioni senza rinunciare alla laicità baʻthista.

E’ così inconcepibile mettersi in comunicazione con questa componente di IS e cercare di compensare l’idiozia di Operazione Iraqi Freedom e le purghe anti-baʻthiste che hanno esacerbato le divisioni della società irachena nel corso degli ultimi 12 anni? In fondo, la storia è ricca di esempi di movimenti di resistenza (IRA, ETA) che sono stati ampiamente demilitarizzati attraverso una serie di compromessi.

Jihadisti e tribù sotto la bandiera del … pragmatismo

Credo sia anche giunto il momento di smettere di analizzare i jihadisti sunniti esclusivamente attraverso il prisma dell’ideologia religiosa, come se fosse l’unica forza motrice dietro la loro affiliazione a determinate fazioni. Ciò faciliterebbe inoltre l’identificazione di altri potenziali partner con cui avviare dei negoziati.

Nel 2013, mentre mi trovavo in Siria, ho avuto modo di conoscere Abu Khalid, un comandante jihadista di origine arabo-curda che stava combattendo nella cittadina nordorientale di Ras al-ʻAyn in una brigata dell’Esercito Siriano Libero (Esl) finanziata dai Fratelli Musulmani. Nel gennaio del 2013, quando si erano scontrati i ribelli e le Unità di Protezione del Popolo (Ypg) affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), Abu Khalid aveva issato orgogliosamente la bandiera Alaya Rengin del Kurdistan, desideroso di rassicurare i Curdi, a dispetto della battaglia che lo vedeva contrapposto a una fazione curda. A riferirmelo era stato un collega siriano privo di simpatie jihadiste.

In seguito, Abu Khalid aveva iniziato a mostrare un atteggiamento completamente diverso nei confronti dei diritti culturali dei Curdi. Un giorno di giugno, Abu Khalid era seduto nella stessa tenda dove avevo intavolato una discussione con un membro del gruppo fondamentalista Ansar ash-Shariʻa, il quale sosteneva che i Curdi non dovessero essere considerati un popolo distinto e l’arabo fosse una lingua divina (samawiyyah) intrinsecamente superiore al Kurmanji. Mi ero voltato verso Abu Khalid e gli avevo chiesto cosa ne pensasse. “Sono d’accordo con lui,” era stata la sua risposta.

In seguito, Abu Khalid ha concesso il suo sostegno militare (munasarah) al Fronte Nusrah, un gruppo notoriamente dedito a soffocare il pluralismo etno-religioso nella morsa del panislamismo, a conferma apparente del percorso di “radicalizzazione” comune a numerosi combattenti dell’opposizione o, nel suo caso, della natura utilitaristica del suo supporto iniziale per i diritti dei Curdi.

Tuttavia, quando ad Abu Khalid viene chiesto perché si sia schierato con la Nusrah, la dimensione pragmatica prevale su una devozione pressoché inesistente ai principi dogmatici di al-Qaʻidah (ciò che è noto come ʻaqidah in termini islamici). “Ho avuto a che fare con i vertici dell’Esercito Libero (supportati dagli USA), si sono tenuti la maggior parte dei soldi e a noi (combattenti) hanno detto: ʻArrangiatevi (dabbiru halkun)!ʼ La maggioranza di questi colonnelli sono finiti in Europa. Ho visto tanti di quei furti commessi da membri dell’Esl…Se solo fossero stati organizzati come Daʻish quando avevano preso il controllo dei pozzi petroliferi nel 2013, Assad se ne sarebbe già andato da tempo! Con la Jabhah (il Fronte Nusrah) è diverso: pagano ogni combattente 100$ al mese, oltre all’affitto di chi è sposato, e non rubano. A differenza dell’Esercito Libero, che è stato più volte infiltrato dal regime e dal Pkk, il loro apparato di sicurezza è solido,” questo è quanto mi ha detto Abu Khalid in una conversazione recente. Anche se le accuse di razzie non risparmiano solitamente nemmeno la Nusrah in Siria, il risentimento diffuso contro la corruzione delle fazioni “moderatamente” islamiche appoggiate dagli USA come il Fronte dei  Rivoluzionari di Siria ha di fatti aumentato la popolarità delle formazioni più radicali nel nord del Paese.

Indipendentemente dalla credibilità delle invettive di Abu Khalid – abbastanza comuni tra i gruppi dell’opposizione armata – ogni volta che ho avuto occasione di affrontare l’argomento, la sua apologia della Nusrah non è mai stata fondata sull’appello del gruppo al jihad globale, ma piuttosto su considerazioni pragmatiche (vale a dire, per esempio, su come il comportamento dell’Esl abbia rallentato il rovesciamento del regime di Asad). Da un po’ di tempo a questa parte, Abu Khalid è dedito a trarre profitto dal commercio di ostaggi stranieri, ciò che gli interessava era il denaro, paradossalmente, proprio come alcuni dei ribelli sostenuti da Washington. Considerando poi che la sua brigata era un tempo finanziata direttamente dai Fratelli Musulmani, i legami più stretti di Abu Khalid con la Nusrah potrebbero essere anche una conseguenza delle ottime relazioni consolidatesi tra la famiglia reale qatarina – uno dei maggiori sponsor regionali dei Fratelli – e la filiale siriana di al-Qaʻidah.

In replica a una simile interpretazione pragmatica del comportamento di un jihadista, c’è chi obietterebbe che i gruppi islamici “radicali” tendono a dissimulare la loro “vera natura” agli occhi degli osservatori occidentali. Ciò avviene senz’altro in alcune circostanze, ma Abu Khalid è sempre stato piuttosto esplicito nell’esprimere le sue opinioni più controverse (sui curdi, per esempio) e, una volta, ha persino ammesso di aver facilitato l’ingresso di combattenti stranieri (muhajirin) in Siria, per poi pentirsi delle sue azioni nel momento in cui questi si sono arruolati nello Stato Islamico. Durante la mia esperienza in Siria, nel 2013, coloro su cui faceva presa il messaggio del jihad globale non dissimulavano certo le proprie opinioni al mio cospetto: nella conversazione sopracitata, lo stesso membro di Ansar as-Shariʿa mi aveva parlato della sua ambizione di fondare un emirato islamico in Libano. In un’altra occasione, un leader di Ahrar al-Sham di stanza ad al-Hawl (nord-est della Siria) era stato particolarmente esplicito nel suo sostegno ad al-Qaʿidah e alleati in Mali, in seguito alla loro conquista di buona parte del Paese nel 2012.

Nel caso di Abu Khalid, il business dei sequestri sotto gli auspici della Nusrah ha molto probabilmente innalzato il suo status, cosa che non era possibile nelle fila dell’Esercito Libero. E’ anche pienamente consapevole delle sue opzioni limitate nel nord della Siria, dove gli al-qaʿidisti hanno quasi spazzato via l’Esl.

Analogamente a come si sono comportati numerosi capi clan tribali in Siria e in Iraq, prima sotto il partito Baʿth e poi sotto IS, Abu Khalid ha perseguito protezione e potere all’ombra dell’ennesimo ente governante. A questo proposito, vale la pena ricordare che, in una delle poche mosse calcolate durante l’occupazione dell’Iraq, l’esercito statunitense aveva fatto affidamento sull’opportunismo di alcune tribù sunnite e le aveva indotte a disertare al-Qaʿidah e unirsi alle Sahawat a partire dal 2005. In pratica, i clan locali erano stati armati e foraggiati con l’intento di assicurarsi il loro potere di mobilitazione, nella consapevolezza che al-Qaʿidah aveva già iniziato a ledere i loro interessi (contratti per la ricostruzione, introiti illegali). Le Sahawat erano in gran parte riuscite a sedare l’insurrezione al-qaʻidista tra il 2007 e il 2008. Tuttavia, Washington le aveva lasciate senza lavoro qualche anno più tardi, quando le truppe americane avevano iniziato a ritirarsi dalle città irachene, senza riuscire a integrarle nelle forze di sicurezza irachene a causa della resistenza del governo centrale filo-iraniano. Il prevedibile risultato è stato che molti di questi ex-miliziani delle Sahawat sono tornati nelle fila degli insorti.

Lo Stato Islamico controlla regioni tribali a maggioranza arabo-sunnita sia in Iraq che in Siria, ma la comunità internazionale non ha prioritizzato la formazione di brigate su base clanica per combattere tale organizzazione. Le iniziative si sono limitate a programmi americani di addestramento a beneficio di gruppi ribelli siriani “moderati” minoritari, una coalizione di curdi, arabi e cristiani siriaci nota come Forze Democratiche Siriane, anch’essa sostenuta dagli USA, le cui credenziali tra la popolazione araba sono ancora tutte da verificare, e infine l’intervento russo a sostegno degli stessi attori statali (il regime siriano e quello iraniano) i cui crimini sono in parte responsabili della “radicalizzazione” degli attori paramilitari arabo-sunniti.

Numerose tribù irachene sono rimaste neutrali respingendo i tentativi statunitensi di ricreare le Sahawat per combattere IS, e hanno le loro buone ragioni per farlo in assenza di garanzie di lungo termine sul loro ruolo in un contesto post-bellico. L’impegno degli USA per la stabilità dell’Iraq – e quello dei loro alleati che hanno invaso e devastato il Paese nel 2003 – non può essere limitato ad interventi ad hoc in situazioni d’emergenza. Un approccio inclusivo nei confronti delle tribù è una questione complessa, le potenze mondiali dovranno infatti negoziarlo con il futuro governo di transizione siriano e con Baghdad, onde evitare forme indiscriminate di ritorsione contro i membri del clan che si sono uniti allo Stato Islamico.

I jihadisti come Abu Khalid e molti dei leader tribali siriani e iracheni che hanno giurato fedeltà (baʿyah) al “califfato” non si preoccupano degli aspetti ideologici, la loro affiliazione può essere facilmente “comprata” con una combinazione di privilegi e terrore. Nel sud della Siria, nella campagna orientale di as-Swaydaʼ, ad esempio, alle tribù arabe alleate di IS viene ancora permesso di fare affari con i trafficanti d’armi locali.

Il pragmatismo potrebbe essere legittimamente interpretato come un appello a ristabilire un nuovo sistema clientelare tra governi centrali e leader tribali, che è uno degli aspetti dell’autocrazia patriarcale contro cui la gioventù araba era insorta nel 2011, ma gli attivisti siriani più progressisti sono stati da tempo marginalizzati dalla militarizzazione della rivolta, essendo così attualmente incapaci di destabilizzare i territori dell’IS.

Giovani jihadisti umani

Rimanendo in tema di giovani, questi giocano chiaramente un ruolo cruciale anche tra i militanti dello Stato Islamico. I centri antiterrorismo sono ossessionati dalla necessità di tracciare i profili di questa gioventù “radicalizzata”. Tuttavia, resta difficile individuare i tratti “anormali” e condannare unilateralmente una folla di disadattati che potrebbero assomigliare troppo bene a quelle ampie fasce di giovani europei “ordinariamente” disillusi. Lo Stato Islamico, dopo tutto, è un chiaro magnete anti-sistema per i giovani combattenti occidentali. Anche in Siria, le linee rosse tra giovani “radicalizzati” e “moderati” sono particolarmente offuscate a causa di una vasta gamma di fattori.

Nel 2011, durante la prima fase della rivoluzione, ho incontrato un giovane musicista siriano ad al-Hajar al-Aswad (sud di Damasco). Stavamo chiacchierando di politica e aveva accennato alla figura di az-Zarqawi, lodando le sue qualità di mujahid intrepido battutosi a difesa dell’Iraq ai tempi dell’occupazione americana. Era appassionato di un genere musicale che ebbe origine negli Stati Uniti, ma questo non gli impediva di ammirare az-Zarqawi, il quale avrebbe disprezzato la sua passione per tale musica haram. Ad al-Hajar al-Aswad, e in Siria in generale, molti giovani andarono a combattere per la loro giusta causa in Iraq durante l’occupazione statunitense. Se il musicista si fosse recato in Iraq in quegli anni, sarebbe potuto diventare un militante di IS. Davvero non avrebbe rimpianto l’abbandono dello stesso genere di musica occidentale che gli aveva assicurato un seguito significativo in Siria? Come notato da alcuni studiosi di “terrorismo”, dietro il passamontagna un jihadista è pur sempre un essere umano tormentato con molteplici interessi.

Di recente, ho letto la storia di un giovane cittadino giornalista siriano di Deyr az-Zawr, che ha visto i suoi tre migliori amici arruolarsi nell’IS e, nonostante ciò, ha continuato a incontrarli in segreto per una sigaretta in compagnia di tanto in tanto. Li vedeva ancora come i suoi amici, nella consapevolezza che le ragioni per cui si erano uniti allo Stato Islamico erano solo in parte ideologiche. Avevano ricevuto delle armi e uno stipendio, e avevano trovato la propria redenzione distruttiva dal fallimento della rivoluzione siriana a cui avevano partecipato. Ciononostante, non erano pronti a passare il resto della loro vita sotto il “califfato” e, in seguito, sono riusciti a fuggire dalla Siria.

Conosco di persona il giornalista, è attualmente “esiliato” in Turchia, il timore di un arresto per mano dell’IS gli impedisce di tornare. E’ profondamente contrario a tale organizzazione, tanto quanto agli attacchi aerei russi sulla sua città, che hanno causato la morte di molti civili. In fin dei conti, anche i suoi amici sarebbero potuti rimanere intrappolati all’interno del Paese ed essere considerati bersagli legittimi dei bombardamenti.

Al contrario, le potenze internazionali sono particolarmente celeri nel tracciare le sopracitate linee rosse tra “moderati” e “radicali”, nella convinzione che bombardare i giovani militanti e le loro famiglie sradicherà lo Stato Islamico dalla regione. La loro risposta “civilizzata” alla brutalità di IS è meramente militare. Nessuno sembra prendere in considerazione le varie motivazioni che hanno spinto ogni individuo ad aderire al “califfato”, se si è trattato di una scelta volontaria e come si comporterebbe in tempo di pace.

Conclusione

IS è già uno Stato funzionante e, a dispetto della sua propaganda, è probabilmente più interessato a preservare i suoi territori che conquistare il mondo intero. L’idea di aprire dei negoziati con alcuni componenti di questa organizzazione è aborrita dalla comunità internazionale, nonostante i diplomatici siano abituati a stringere la mano a un gran numero di criminali in giacca e cravatta. Pertanto, l’obiettivo della guerra allo Stato Islamico rimane la preservazione di un ordine globale piuttosto che quella di uno etico.

La supposizione principale è che IS non debba essere normalizzato come qualsiasi altro attore violento statale, anche se è già uno Stato de facto. Il paradosso è che, almeno nei circoli occidentali, lo Stato Islamico viene spesso paragonato a un regime nazista che deve essere distrutto per arrestarne l’espansione, quindi in realtà a un’entità statale pienamente formata. Supponiamo che IS sia simile al Terzo Reich – un parallelismo approssimativo per una serie di ragioni, tra cui le circostanze d’origine – cosa ci porta a ritenere che un approccio senza compromessi possa limitare i danni? Se la Germania nazista fosse stato spaccata in fazioni per coinvolgere alcune di queste in trattative diplomatiche e diluire l’ideologia del suo regime ben prima della guerra, l’Europa avrebbe potuto risparmiarsi milioni di morti. In particolare, vi è ancora un nutrito dibattito storico su come la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto essere evitata, e nessun consenso sull’attacco preventivo contro Hitler come l’unica opzione praticabile. Se il Trattato di Versailles (1919) aveva messo in ginocchio la Germania al termine del primo conflitto mondiale e aveva permesso a Hitler di capitalizzare sul malcontento sociale, l’Iraq del dopo-Saddam è stato duro con i Baʿthisti e ha consentito a IS di capitalizzare sull’insoddisfazione degli arabi sunniti. C’è sempre modo di imparare dalla storia.

Al contrario, quando Putin allude all’utilizzo di testate nucleari contro IS, ci ricorda uno dei peggiori epiloghi di sempre di un conflitto iniziato sotto il motto della difesa della “libertà”. Quando il governo francese si sente autorizzato a introdurre le leggi d’emergenza e potenziare gli strumenti di sorveglianza, stiamo tutti perdendo la stessa “libertà” in nome di cui vengono dispiegati i suoi aerei caccia in Siria e in Iraq. Siamo davvero disposti a vivere in uno Stato di polizia solo per illuderci di sradicare lo Stato Islamico – e ciò che vi giace dietro – in un confronto militare?

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Beyond Legal Definitions: Migrants and Refugees as Ungraspable Categories (by Estella Carpi, August 2015)

Beyond Legal Definitions: Migrants and Refugees as Ungraspable Categories. The Syrian Kurdish Exodus and the Lebanese Akkaris.

Beyond Legal Definitions: Migrants and Refugees as Ungraspable Categories. The Syrian Kurdish Exodus and the Lebanese Akkaris.

August 20, 2015

Social Science Researcher at TRENDS Research & Advisory

Migrants are definable as people who spontaneously choose to leave their country and build a better life elsewhere. Before their departure, migrants are therefore able to ask for information about their destination and what opportunities they may have there. Moreover, they remain free to go back to their home country whenever needed or desired. The United Nations defines a ‘migrant’ as an individual who has resided in a foreign country for longer than one year regardless of the causes, voluntary or involuntary, and the means, regular or irregular. Nevertheless, at the international level, no universally accepted definition for “migrant” exists.

Conversely, refugees have no other choice but leaving their country because they are persecuted, tortured, being their life somehow jeopardised if they remained in their home country. In specific, Article 1 of the 1951 Refugee Convention spells out that a refugee is someone who “owing to a well-founded fear of being persecuted for reasons of race, religion, nationality, membership of a particular social group or political opinion, is outside the country of his nationality, and is unable to, or owing to such fear, is unwilling to avail himself of the protection of that country”. In such cases, the very reasons behind refugee influxes are political and human rights, safety and security, rather than individual and collective economic upgrading. People’s departure is mostly unexpected and unplanned due to warfare or natural disaster. Their journey towards the so-called “host-countries” is full of risks, yet in relentless search for protection and safety. In most cases, refugees, unlike migrants, cannot return unless the political and social scenario back home changes in their favour.

If those described above are the de facto and legal defining conditions according to which we are supposed to distinguish a migrant from a refugee, the latest flows of people on the move throughout the Middle East point to a less clear-cut category of mobile populations. In the cases of Iraqi Kurdistan, Turkey, and Lebanon, which will be discussed later, the 1951 Geneva’s Refugee Convention has not been ratified by the governments: thus, until the time individuals seeking refuge do not receive their official status from UNHCR[1] (or UNRWA[2] in the case of Palestinians), they are to be legally considered asylum seekers or forced migrants. Even once they obtain the official documentation, refugees fear repatriation and detention, in that UNHCR and UNRWA simply clinched bilateral agreements with most of the Middle Eastern governments hosting the newcomers, as they are not signatories to the 1951 Convention. This explains the chronic indoor life that many refugees, other than the Palestinians, lead to be able to reside in the Middle East.

Yet, international law’s regulations and the orthodox language of the human rights campaigns seem to create more confusion in addressing changing and blurred mobile groups of people, by engendering a gap between real needs, rights’ achievement, and programs meant to addressing social and political issues on the basis of forced and non-forced migrations. It is how “forced” such migration flows are which increasingly become ungraspable. As mentioned above, international law does not contemplate cases in which people who are not subjected to persecution are eligible for such a legal status. However, it became evident that people, even when not directly persecuted or personally endangered, still find themselves in the condition to have no other choice than leaving, as the Syrian exodus is currently proving. Consequently, speaking of and tackling migrants as a different category from refugees – and vice versa – becomes misleading on a pragmatic and a legal level, rather than ensuring rights and meeting needs appropriately.

For instance, in the first instance, UNHCR did not consider external compelling reasons for migration as mandatory criteria for registering refugees from Syria. In Lebanon, the rash policy of considering anyone coming out of Syria as aprioristically eligible – as potentially subjected to persecution by one of the warring parties – led to a daunting and premature shortage of aid which the humanitarian agencies were supposed to provide, as well as to an unbelievable number of registered refugees (now 1,172,753) until the January 2015 tightening of the new Lebanese immigration laws.

Therefore, to make up for resources’ waste, UNHCR subsequently introduced refugee status cancellation policies in accordance with the Lebanese government when registered families or individuals did not collect their assigned aid packages more than three times in a row. In this regard, it is worth mentioning that Syrian refugees often reported the lack of successful communication between them and aid providers. Many of them therefore found themselves in extreme need of assistance after being cancelled from the UNHCR list. In a nutshell, the random registration of refugees at the outset of the refugee crisis, and the consequent UN compensation policy to make aid suffice for all, have unavoidably been perceived as aggressive policies by the refugees, for whom such measures were standing for the carelessness of the international community.

A further example is provided by the paradox that defining an individual as ‘economic migrant’ rather than ‘refugee’ can mean denying her/him access to the process of applying for asylum. Likewise, those who do not have the status of asylum seeker can legally be returned to their country of origin whenever the latter is considered safe. The distinction inevitably leads legal institutions to introduce a list of countries from which either only asylum seekers or economic migrants can come. For example, countries ridden by longstanding conflict like Syria are viewed as merely producing influxes of refugees and not economic migrants. The complexity and differentiation of the types of mobility that the Syrian political crisis has gradually given birth to goes here unheeded.

It is of use to recall that many Syrians were undergoing political harassment and persecution from the side of state institutions in the 1970s and later, who were therefore fleeing to neighbouring and western countries in the capacity of ‘economic migrants’ rather than ‘political refugees’. The lack of officially declared emergencies, and the unwillingness to deal with the Hafez al-Asad regime at an international level at that time, influenced the definition and the management of Syrian people’s mobility in those years, in a bid to depoliticise or simply undercut the matter for the sake of regional and international stability.

A further suitable example nowadays is offered by the North-Eastern region of Syria, the semi-independent area which is co-ruled in practice by Bashar al-Asad’s regime and the Syrian Kurdish Party PYD (Democratic Union Party), despite the highly controversial relationship that these two political actors have intertwined.

Especially in 2013, two years after the outset of the Syrian uprisings taking place across the whole country, Syrian Kurdistan produced big flows of ‘refugees’ and ‘economic migrants’ altogether towards the neighbouring Turkey and Iraq. A large number of those who fled into Iraqi Kurdistan (where over 90% of Syrian refugees are now Syrians Kurds) and Turkey – where segments of their families were already living – should properly be defined as ‘economic migrants’, if the very reasons for their migration were considered. Indeed, the traditional inhabitants of Syrian Kurdistan had long been neglected by the central state’s services, and the regime’s politics of meeting the Kurds’ needs and granting Syrian citizenship to many of them only at the beginnings of the Syrian revolution (April 2011), were primarily aimed at averting a greater turmoil, therefore limiting the use of force to curb the popular protests in these areas. Similarly, the regime’s aviation has never bombed the Kurdish-majority areas since 2011, except for the territories presently held by the so-called Islamic State (mainly al-Hasake’s governorate).

Aside from chronic poverty, hence, longstanding lack of social services, schools, and roads, and the decreasing presence of basic goods, electricity, and clean water during the ongoing conflict, Syrian Kurdistan mostly became a region of spontaneous migration rather than refugehood caused by indiscriminate political persecution and bombing against the local population (i.e. the Hama governorate in central Syria). Nonetheless, the life conditions of the average Kurdish Syrian citizen were dire to the extent at which migrations towards an unknown future and a refugee-camp life in Turkey or Iraq were still considered as a better option.

In sum, the Syrian Kurdistan region, called in Arabic “Rojavà”, has long been neglected by the Syrian central state as well as by international media before the Syrian crisis. The mechanic and aprioristic association of Syrians with refugee influxes in the Middle East and elsewhere, operated from outside, has also induced many Syrian Arabs and Syrian Kurds living in this region to abandon their homes and look for a better life outside of the country. The use of the refugees’ label and the livelihoods at their disposal – the emergency aid supposedly destined only to the war-stricken – have turned out to be great assets for disadvantaged people desiring to find a job and a higher economic status far away from home.

Likewise, many among the older date Syrian migrants in Lebanon decided to leave their previous life of exploitation and social marginalisation to opt for a more hopeful life in Europe or elsewhere. Their Syrian passports have helped them to pursue their mobility purposes and concretely move towards an economic betterment and a “life of dignity” only in times of regional emergency.

The typical phenomenon of viewing refugee status as opportunity, whenever the international community legally acknowledges an emergency and its political consequences, also appeared in recent times with chronically poor Lebanese citizens, especially from the Akkar region, which is deemed as the poorest in Lebanon. Akkar’s residents started “capitalising” the miserable status of Syrian refugees to comply with their own very needs and legitimate desires of migration. In this regard, it is worth mentioning the drowning of seventeen Akkaris from the village of Fneideq who had bought fake Syrian passports in order to be shipped towards the Australian coasts. After the tragic episode, Akkar’s roads were blocked as a sign of “protest and solidarity, to express our frustration… When will we redeem ourselves from chronic poverty and deprivation?!”.[3]

Neither the status of economic migrant nor that of refugee seems to be able, per se, to redeem diversely needy people, as long as such international labels remain embedded in the increasingly laborious applicability of legal definitions, the way in which the latter discipline the material management of people’s mobility, and the predominant political order which is strategically upheld by these labels.

While law should sort out social issues on the basis of social justice and overall security, its recurrent submission to international politics keeps on labeling departures, resettlements, continuous movements, personal decisions, and human lives at its will. Nothing more ungraspable. Nothing more fruitlessly ambitious.

[1] United Nations High Commissioner for Refugees.

[2] United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees.

[3] Quotations taken from in-depth interviews undertaken 13 October 2013, in Lebanon.

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Arte e Distruzione (by Estella Carpi, March 2015)M

isis destroys art

http://www.reset.it/reset-doc/iconoclasti-di-oggi-da-saddam-a-isis

La guerra all’arte e i suoi strateghi
Gli iconoclasti di oggi, ecco chi sono

Da Reset-Dialogues on Civilizations

Estella Carpi, 24 marzo 2015

Il binomio arte-violenza è stato discusso ampiamente dalla letteratura e dai mass media in termini di rappresentazione estetica della violenza politica e sociale. Alla luce della recente distruzione di antichi artefatti e manoscritti – originali e non – per mano dell’autoproclamatosi “stato islamico”, è importante soffermarsi sul fenomeno di distruzione artistica come strategia di guerra psico-sociale condotta da gruppi armati, che siano governi o altri gruppi sociali.

Come ha affermato di recente Amr al-Azm, archeologo siriano ora residente negli Stati Uniti, lo “stato islamico” non ha di certo inaugurato il processo di saccheggio artistico in Siria, già intrapreso da lunghi mesi dagli altri gruppi armati e dal regime stesso negli scontri. L’ha però accelerato e intensificato. I gruppi armati tendono, infatti, a costruire e preservare la propria identità etnica, religiosa e ideologica.  Si assicurano pertanto di attaccare monumenti e luoghi di venerazione che meglio definiscono l’identità delle loro “vittime”.

In Medio Oriente, tale ripudio è stato espresso più volte tramite la distruzione di simboli storici rappresentativi di diverse comunità. Basta pensare alla guerra civile libanese (1975-1990), o al danneggiamento dei luoghi sacri alla Shi‘a irachena a Kerbala e Najaf per mano di Saddam Hussein nelle rivolte anti-regime del 1991. Analogamente, i talebani saccheggiarono il museo nazionale di Kabul e distrussero l’enorme statua del Buddha a Bamiyan, poiché il Mullah Omar ordinò la distruzione di “tutti gli idoli venerati al di fuori di Dio” in quanto “dei degli infedeli”. Giova ricordare che la lotta all’idolatria non è estranea neppure alla tradizione abramitica, secondo cui Mosè bruciò il vitello poiché l’adorazione di quest’ultimo era peccato di politeismo.

Nell’atto vandalico contro le opere artistiche è percepibile l’atto intenzionale di annullare riferimenti culturali e storici di altre comunità, come anche il fraintendimento di fondo sugli usi e le interpretazioni di ogni comunità diversa dalla propria. Per esempio, il Buddha rappresenta per i credenti un’incarnazione degli episodi della sua stessa vita. La statua è quindi una biografia vivente che guida attraverso gesti fisici e posture: la statua del Buddha non è dunque un idolo da venerare, come denunciato in una fatwa del Mullah Omar che ne richiedeva la distruzione nell’annuncio di una guerra all’idolatria.

La guerra psico-sociale che i “vandali d’arte” intraprendono attraverso la distruzione di questi punti di riferimento esistenziali pone in evidenza la non-passività di tali oggetti inanimati all’interno di un codice sociale e culturale. Tali oggetti agiscono negli immaginari umani, cambiano gli eventi, interagiscono con i propri fautori in modo mutevole attraverso un percorso storico. Il valore intrinseco che gli oggetti prodotti dall’umanità possiedono è espresso dalla moralità che le diverse comunità  attribuiscono loro. Difatti, gli artefatti esprimono la Weltanschauung dei loro promotori, decodificabile da essi stessi e da chi vuole intendere la loro interpretazione e abbracciare la medesima moralità, anche per un attimo soltanto.

L’espressione e l’accettazione di un codice morale avvengono sulla base del riconoscimento del successo dei nostri predecessori, che restano, in tal modo, parte delle nostre vite. Esemplificando la diversa interpretazione morale che si può avanzare di arte e distruzione, Naomi Klein ha descritto i reiterati processi di distruzione dei beni culturali in Iraq come un tentativo neoconservatore verso un “utopismo di libero mercato”. L’obiettivo della distruzione è la persistenza della cultura collettiva sociale o comunitaria e la demolizione di sistemi di pensiero alternativi a quello che aspira a diventare l’unico dominante. Tali strategie di guerra simbolica che agiscono sul pensiero – e non solo sui corpi – sono state spesso utilizzate dagli stessi poteri internazionali che ora si sdegnano di fronte all’“articidio” degli estremisti islamici,  attribuendo spesso unicamente a loro la foga distruttrice nei confronti delle creazioni artistiche.

Tracce del vandalismo artistico e culturale da parte del mondo sviluppato si ritrovano anche nella storia contemporanea più recente. Strutture d’arte moderna vennero danneggiate con l’invasione statunitense dell’Iraq (2003), dopo che la vita culturale era stata da tempo paralizzata dalle guerre regionali (entrambe le guerre del Golfo) e dalle sanzioni internazionali anti-Saddam dopo l’invasione irachena del Kuwait (1990-1991). Il fatto che l’amministrazione Bush contribuì alla demolizione di un’identità nazionale irachena[1] dovrebbe portare il pubblico a diffidare di letture unilaterali del binomio arte-violenza, secondo cui il vandalo può essere soltanto “il barbaro”, l’altro a sé, oggigiorno il “musulmano armato”; l’unico in grado di compiere la distruzione culturale e psicologica di intere società.

Nei media si discute principalmente dell’interesse pubblico dell’arte, la quale esige protezione. Distruggere le opere d’arte significa infatti demolire anche la più lontana speranza che possano fungere da strumento di guarigione in un paese sconvolto dalla guerra e desideroso di ricostruzione. Paradossalmente però, la legge che punisce il vandalismo artistico è a dir poco carente, dal momento che l’arte non è individuata come campo a sé all’interno della categoria giuridico del vandalismo genericamente inteso. Testimoni attuali di un’era permeata dal nichilismo, in cui tutto, come si diceva nel Faust di Wolfgang Goethe, “merita di perire”, continuiamo quindi a creare associazioni e a vedere proliferare gli attivisti che tentano di proteggere tali vestigia storiche, pilastri delle culture contemporanee. Tra questi troviamo Ahmed Saleh, pseudonimo di un giovane attivista siriano, entrato nel suo paese armato di macchina fotografica per immortalare il danneggiamento delle testimonianze artistiche in Siria. Tentativi come quello di Saleh sono tuttavia inefficaci in una realtà in cui le armi di distruzione sono facilmente ottenibili da tutti.

Neanche le ragioni che spingono al vandalismo contro le opere d’arte sono state finora esplorate sufficientemente, soprattutto quelle economiche più difficilmente risolvibili e punibili. A questo proposito, i beni archeologici che lo “stato islamico” ha finora trafugato da Siria e Iraq sono stati commercializzati e rivenduti sul mercato nero a clienti europei, americani e arabi, contribuendo alla sostenibilità economica della guerra con un valore di circa 250 milioni di dollari,  secondo le stime dell’UNESCO.

Al di là del fatto curioso che le leggi sul vandalismo artistico siano ancora così vaghe e scarne[2], la distruzione è un atto aggressivo contro i valori sociali di una civiltà e contro l’egualitarismo, che invece permette – e incoraggia – l’incontro intimo del pubblico con gli oggetti d’arte[3].

È difatti soltanto la componente ufficiale e dominante delle società, quella riconosciuta internazionalmente, a stabilire quali siano gli oggetti da venerare e preservare. A questo proposito, il giornalista italiano Domenico Quirico ha potuto affermare che è stato un bene per l’Occidente l’aver saccheggiato le opere d’arte d’Oriente in passato, perché esse oggi sarebbero state demolite dallo “stato islamico” che invece non ha nulla a che vedere con noi.

La ferita più profonda e più difficile da guarire non è la distruzione in sé, quanto invece il fatto che la distruzione di tutto ciò che l’umanità ha collezionato attraverso i secoli produca l’annientamento, a colpi di nichilismo, dell’istinto stesso a produrre ancora. Il mondo contemporaneo non si è liberato della “banalità del male”, che – perpetrata, dichiarata inaccettabile, spettacolarizzata, e infine accettata – continua a distruggere, in tutta normalità.

Note

[1]Stone, P.G. and Farchakh Bajjaly, J. (2008) The Destruction of Cultural Heritage in Iraq. Woodbridge, UK: The Boydell Press.

[2]L’altro fattore curioso è quanto poco gli episodi di vandalismo artistico vengano riportati dai musei, in quanto questi ultimi ne detengono la responsabilità.

[3]Si veda Williams, M. J. “Framing Art Vandalism: a Proposal to address Violence against Art”, Brooklyn Law Review 01 (2009), vol. 74, Issue 2.

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“الدكتور تيم اندرسون المحاضر في جامعة سيدني يدافع عن نظام الاسد بحجة الفكر “المضاد للامبرالية

SYRIA-CONFLICT-AUSTRALIA

بقلم اندريا ليوتي

http://www.eltelegraph.com/?p=29465

 الدكتور تيم اندرسون محاضر قديم في الاقتصاد السياسي في جامعة سيدني وهو ترأس وفداً رسمياً مكوناً من حزب «ويكيليكس» الاسترالي والجمعية المؤيدة للنظام السوري «هاندس أوف سيريا» الى دمشق حيث التقى الوفد بالرئيس السوري بشار الاسد و بعض مسؤولي حكومته في كانون الاول ديسمبر 2013.
الدكتور تيم اندرسون من اشد مؤيدي الاسد ولكن يدعي انه يدعم «الشعب السوري واستقلال تقرير مصيره على الرغم من الضغوط الامريكية-الصيهونية» وما زال ينظم محاضرات في جامعة سيدني ويتحدث امام وسائل الاعلام لتشويه حقائق الثورة السورية.
لسوء الحظ حضرت احدى من محاضراته يوم 6 اذار مارس 2014 ولدي الكثير من التحفظات على دعاية الدكتور تيم اندرسون والمفكرين الكثيرين من اليسار الغربي الذين اصطفوا مع نظام الاسد بمبرر الفكر «المضاد للامبريالية» كصحافي شاهد الوضع الميداني على الاراضي السورية واللبنانية والتركية منذ اندلاع الثورة في عام 2011.

اولاً: على الرغم من الاجندات المعروفة وراء بعض وسائل الاعلام الغربية والخليجية (وليس فقط في تغطية الشؤون السورية)، لا يمكن عدم ذكر الاسباب الرئيسية لارتباك تصوير الوضع السوري على كافة وسائل الاعلام و هي تُعزى الى المضايقات التي عانى الاعلاميون منها في سوريا. عندما كنت اعمل في سوريا في عام 2011 اضطررت الى اخفاء مهنتي ولتفادي الرقابة الحكومية على تحركاتي فاُعتقل زميلي البرازيلي بدون اي تهمة إلا عمله في الصحافة الحرة هو قضى خمسة ايام في الزنزانة المنفردة. وانا مُنعتُ كذلك شخصياً من الدخول الى سوريا في عام 2012 بسبب لقاءاتي الصحافية مع المعارضة السورية و حضوري للمظاهرات السلمية في عام 2011. بالاضافة الى ذلك، هناك عدد غير قابل للتخيُل من الصحافيين السوريين (وهم من معارفي الشخصية) الذين تعرضوا الى الاعتقالات والتعذيب والقتل من قبل الاجهزة الامنية بسبب جهودهم في تغطية الثورة.
لذلك يجب على كل منتقد تغطية الاحداث في سوريا مثل الدكتور تيم اندرسون ان يأخد بعين الاعتبار هذه التضييقات ولا ينكر حدوث المظاهرات الشعبية في الفترة الاولى والمجازر المرتكبة من قبل النظام لاحقاً. و لا تبرر «المقاومة» ضد انحياز الاعلام الغربي الغاء وقائع الحراك الشعبي و وحشية نظام الاسد المجذرة في تاريخه من خلال الاستفادة من مصادر اغلبها مؤيدة للنظام السوري (مثل قناة «روسيا اليوم» و قناة «بريس تي في» الايرانية والراهبة اغنيس مريم الصليب) و في غياب خبرة ميدانية خالية من الرقابة الحكومية داخل سوريا.

ثانياً: النظام السوري، يا دكتور اندرسون، ليس «شاملاً اجتماعياً» كما ليس متعاطفاً مع القضية الفلسطينية خارج مساحة مصالحه المضيقة. ويلفت انظار الكل وقوع قطاع شاسع من المناطق الريفية السورية تحت سيطرة المعارضة وهذا ليس صدفة ولكن نتيجة تهميش شرائح واسعة من سكان الريف على خلفية السياسات الاقتصادية النيوليبرالية لنظام بشار الاسد وكان ينتمي الكثيرون من المتظاهرين الذين التقيت بهم خلال تواجدي في دمشق و تركيا ولبنان الى هذه الطبقات المهمشة سواء الريفية أو المدنية، ناهيك عن مشاركة الاكراد في الثورة السورة التي لا يمكن فصلها عن تهميش الاكراد الاقتصادي ضمن سياسات النظام البعثي.
وعلى الرغم من الصورة النمطية عند بعض دوائر اليسار الغربي، تاريخ النظام السوري لا يتطابق مع «رواية المقاومة ضد الكيان الصهيوني» جراء تورط الحكومة البعثية في ذبح الفلسطينين في مخيم تل زعتر اللبناني في عام 1976 بتنسيق مع المليشيات المسيحية. والقى النظام السوري القبض على كل ناشط فلسطيني معارض له ويكفي ذكر باسماء سلامة كيلة، الفلسطيني الماركسي الذي الجأ الى المنفى في الاردن بعد احتجازه في عام 2012، والناشط الفلسطيني من مخيم اليرموك خالد البكراوي الذي استشهد تحت التعذيب في سجون الاسد في عام 2013. ومن جدير الذكر ان خالد البكراوي عارض دعاية النظام الاسدي في ذكرى النكسة الفلسطينية في عام 2011 عندما دفعت الحكومة شباب المخيم الى خط النار الاسرائيلي عند حدود الجولان المحتل في محاولة صرف الانتباه عن الحراك الثوري السوري. وعلى رغم من اصابته بالرصاصة الاسرائيلية في هذه «المسرحية»، لم يقتنع البكراوي بعفوية نظام الاسد في دعمه للقضية الفلسطينية. واتذكر تماماً استياء الفلسطينين الذين شاركوا في المظاهرات اللاحقة ضد «تجارة الدم الفلسطيني» في مخيم اليرموك.
ناهيك عن الحصار المستمر المفروض من قبل النظام على مخيم اليرموك و تطبيق تكتيك «الموت جوعاً اما الاستسلام» على غرار حمص والغوطة الشرقية. وبالنسبة للمصلحة الاسرائيلية، كان كلام رامي مخلوف واضحاً عند اندلاع الثورة السورية عندما قال ان الامن الاسرائيلي مرتهن ببقاء نظام الاسد ،كما اكد المقكر الفوضوي الامريكي نوام تشومسكي، وهو معروف بمعارضته للدولة الصهيونية، ان كان بامكان إسرائيل التدخل عبر الجبهة الجنوبية لو كان من مصلحتها ان تدعم المعارضة السورية وتضعف النظام المشغول على الجبهات الشمالية ولكن لم يحدث اي تدخل. وفي حقيقة الامر، عبر مسؤولو إسرائيل في عدة المرات عن تفضيلهم ل»العدو المعروف» (بشار الاسد) على «العدو المجهول» (الفصائل المتعددة من المعارضة السورية). وعلى رغم من كل هذه الادلة ما زال يصر الدكتور الندرسون على انتماء النظام السوري الى خط «ممانعة المشروع الصهيوني».

ثالثاُ: صورة النظام السوري كمناهض الاسلاميين وعمود الفكر العلماني في الشرق الاوسط صورة بعيدة عن الواقع تماماً. لو كان النظام السوري علمانياً، فلماذا يمنع الدستور المسيحيين من الحصول على رئاسة الجمهورية ولم يقُم النظام بالمجازرالطائفية بحق اهل السنة في بانياس والبيضا في ايار مايو 2013 كما لم يعتمد على مساندة الميليشيات الشيعية العراقية والايرانية واللبنانية. بالاضافة الى ذلك، ليس هناك اي دليل في تاريخ على جودة الانظمة العلمانية (مثل نظام «الارهاب» عقب الثورة الفرنسية والاتحاد السوفياتي ونظام مصطفى كمال اتاتورك) مقارنة الانظمة الدينية بما يتعلق باحترام حرية التعبير.
وحتى اذا نفترض ان الخيار العلماني افضل من الاسلاميين (وانا لا اختلف مع ذلك بشرط وجود التعددية السياسية الى جانب العلمانية)، لماذا لا يشير الدكتور اندرسون الى العلاقات السابقة بين نظام الاسد وبعض الفصائل الاسلامية المسلحة السنية بما فيها كتائب غرباء الشام التي انخرطت لاحقاً الى صفوف المعارضة السورية؟ لماذا لا يقول اندرسون كلمة وحدة حول الافراج عن اهم المعتقلين الاسلاميين بما فيه زهران علوش من جيش الاسلام في ايار مايو 2011؟ لماذا لا يتحدث عن مقرات تنظيم «داعش» المتطرف التي لم يتم استهدافها من قبل الطيران الحربي السوري الا في بعض الحالات النادرة؟ لماذا لا يذكر اندرسون ان تنظيم «داعش» الذي ارتكب باسوأ جرائم بحق الاقليات العرقية والدينية لم يعُد يقاتل الى جانب المعارضة بل ضدها ولصالح النظام؟ لماذا لا يلمح الى التقارير الكثيرة المتوفرة حول اختراق هذا التنظيم من قبل الاجهزة الامنية السورية؟ لاي سبب لا يعلم اندرسون عن احتجاجات اهالي مدينة الرقة على انتهاكات التنظيم «داعش» المسيطر عليها وعدم مناشدتهم لعودة النظام الاسدي على رغم من كل شيء؟ اذ هناك الكثير من الاسئلة غير المطروحة واهمّها التالي: من المستفيد الاول من رسم المعارضة بلون اسلامي ومتطرف بدون فروق منذ بداية الحراك الثوري وحتى عندما لم يُعرف بعد معنى كلمة «داعش» في سوريا؟

رابعاً: ينضم اندرسون الى سلسلة طويلة من الباحثين والصحافيين الغربيين الذين يلجؤون الى مفهوم حماية الاقليات والمسيحين بصورة خاصة لغايات سياسية فتستّرهذه التوجسات قابلية للعنصورية لا تستحق اي صفة اخرى وتنتج من الافتراض ان كل المسيحين مضطهدين لاسباب دينية وليس هناك اي احتمال ان يتم استهدافهم على خلفية سياسية او اقتصادية. وعلى سبيل مثال، تم اختطاف الكثير من السيريانين في مدينتي القامشلي والحسكة لاغراء ثرواتهم الجهة الخاطفة بالحصول على فدية ضخمة. بالاضافة الى ذلك، لا توجد اي خلفية تاريخية دموية تبرر هذه المخاوف من مصير المسيحين السوريين في غياب حزب البعث، كما يتناقض هذا الاعتقاد مع مبادئ «اليسار» الحقيقية بينما يتشابه مبدأ «حماية الاقليات» الذي روجتها السلطات المستعمرية الفرنسية لتبرير وجودها في سوريا. اذن واجب حماية الاقليات خدعة الجأ اليها النظام السوري و ادت الى التردد الغربي في دعم المعارضة السورية، كما قللت اهمية الغارات الجوية اليومية طالماً ان تجري في المناطق السنية مع ان اغلبية الشعب السوري من هذه الطائفة وطبعاً اغلبية الضحايا من نفس الطائفة.
واذا ننظر الى تاريخ تطور هيكال الجماعات الاسلامية، فيتميز فكر الدكتور تيم اندرسون بالاحكام المسبقة عليها: ما هو الفرق بين اصول حزب الله و المقاومة العراقية ضد الاحتلال الامريكي و بعض الفصائل من المعارضة السورية؟ ألم يشارك حزب الله في الانتخابات البرلمانية اللبنانية في عام 1992 على رغم من برنامجه الاول لتطبيق نظرية ولاية الفقيه في لبنان بعد ان اصبحت خلايا الحزب الاولى معروفةً بالتفجيرات والاختطافات خلال الحرب الاهلية ؟ ألم يتبني معظم المقاومة العراقية المدعومة من حيث المبدأ من قبل اليسار الغربي (سواء الشعية او السنية) العقيدة الاسلامية ولم يتحول بعض الفصائل منها الى احزاب مقبولة في الانتخابات العراقية مثل الصدريون؟ اذن لماذا الاسلاميون السوريون يستأهلون  صفة «الارهابيين» غير قابل للتغيير فقط و ليس هناك اي طريق للتعامل معهم الا على سبيل المجازر في حماة والجزائر؟
وبكل صراحة، ننصح للدكتور اندرسون ولكل محلل يدعي انه «مضاد للامبريالية» ولذلك يدعم النظام السوري ان يراجع المبادئ الاساسية للعقائد اليسارية وبالخصوص واجب التضامن بين الشعوب وليس بين الحكومات.

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Baghdad: Copertura mediatica delle elezioni parlamentari irachene (30 aprile 2014)

Un’articolo che scrissi per Arab Media Report sulla copertura mediatica delle emittenti irachene durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni dell’aprile 2014. 

(Photo’s source: ash-Sharq al-Awsat English)

Elezioni in Iraq, dai pulpiti mediatici le ricette di stabilità di laici e islamici

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month's polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term.  AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month’s polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term. AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

Il 30 aprile si vota per le elezioni parlamentari in Iraq e il fittissimo panorama mediatico iracheno si è già trasformato nel pulpito di un numero spropositato di coalizioni e partiti. Il numero di candidati ufficiali annunciati dalla commissione elettorale parlamentare è di 9,045.

A livello mediatico, la proliferazione di nuove liste viene in parte attribuita all’emendamento della legge elettorale approvato il 4 novembre 2013, visto da alcune fazioni politiche minori come una svolta in direzione di un sistema proporzionale. D’altro canto, c’è chi sottolinea come si tratti di “una proposta di legge” (muqtarah qanun) approvata dal parlamento e la corte suprema irachena rimanga teoricamente in grado di dichiarare incostituzionali (art. 60) le proposte di legge che non sono state ideate dall’esecutivo. Ne parla anche lo storico esperto di Iraq Reidar Visser, il quale sostiene inoltre che l’emendamento in questione caratterizzerebbe al contrario il sistema elettorale in senso più maggioritario, e di ciò è pienamente consapevole anche la deputata Hanan al-Fatlawi della Coalizione dello Stato di Diritto (I’tilaf Dawla al-Qanun) guidata dal premier Nouri al-Maliki.

Uno degli argomenti all’ordine del giorno nei palinsesti televisivi è la contesa tra partiti laici e islamici e, in particolare, la possibilità che la successione di governi corrotti, dominati da partiti islamici negli ultimi dieci anni, possa fornire chance maggiori alle liste laiche. Ed è proprio parlando di “fallimento (fashl)” degli islamici e delle potenzialità dei partiti laici che il conduttore apre questa puntata del 23 aprile 2014 del programma Sabahi jadid (La mia mattina è nuova), in onda sul canale indipendente Al-Sumaria. Si concede spazio all’ospite Jasim al-Hilfi, esponente dell’Alleanza Civile Democratica (al-Tahaluf al-Madaniyy al-Dimuqratiyy), il quale insiste sulla necessità di porre fine al sistema vigente fondato sulla ripartizione delle cariche sulla base di “quote confessionali” (al-muhassasa at-ta’ifiyya).

Nel replicare a Hilfi, l’altro ospite in studio, Kamal al-Saadi, esponente della coalizione di Maliki, sostiene che nessuna dottrina islamica sia mai stata imposta alla gente e insiste su come le “competenze (kafa’at)” dei governanti non vengano intaccate dalle loro peculiarità ideologiche. Al di là della necessità di sottrarre qualche voto ai partiti laici e sunniti, in cui si inserisce una simile retorica, al-Saadi è ben consapevole del ruolo cruciale giocato dalle autorità religiose nel catalizzare il supporto degli elettori: basti osservare questo video pubblicato da un gruppo di sostenitori di Maliki, preoccupatisi di reperire un comunicato ufficiale di uno dei porta voci dell’Ayatollah Sistani, in cui si conferma che l’eminente autorità sciita di Najaf non supporta il Blocco al-Muwatin (Il Cittadino) di Ammar al-Hakim. Le autorità religiose si sono tra l’altro espresse diverse volte contro i partiti laici, basti pensare a quando l’Ayatollah iraniano al-Ha’iri, fonte di riferimento (marja’iyyah) diMoqtada al-Sadr, aveva espresso la sua contrarietà a un probabile voto di Sadr – che è ora uscito dalla scena politica – a sostegno di partiti non islamici, confermando l’interesse del clero sciita ad assicurarsi che l’Iraq continui a essere dominato da forze politiche di matrice ideologica religiosa.

Secondo l’autore iracheno Mustafa al-Khadimi, è proprio la tinta confessionale a dominare la competizione elettorale, in assenza di programmi elettorali dettagliati, dal momento che la maggioranza delle liste sembrano sottovalutare la esigenze dell’elettore iracheno e preferiscono sommergerlo di slogan. Ed è difficile dargli torto osservando le pagine Facebook e Twitter create a sostegno di alcuni dei principali candidati alla presidenza del consiglio: Maliki viene presentato come il capo delle forze armate, l’unico “duce” (qa’id) in grado di guidare l’Iraq a patto che riesca a formare un “governo di maggioranza” (hukuma al-aghlabiyya), ma anche come un premier orgoglioso della sua “identità sciita” (shi’iyy al-huwiyya). Dal canto suo, il presidente sunnita della camera, Usama al-Nujaifi, candidato della lista al-Muttahidun (Gli Uniti) ha messo in guardia il Consiglio degli Ulema di Baghdad dal “cambiamento demografico” (al-taghiir al-dimughrafiyy) in atto nella capitale, vale a dire l’aumento degli sciiti a scapito dei sunniti, insistendo su quanto il voto sunnita sia fondamentale nel contrastare l’emarginazione politica di tale comunità.

Sia la retorica militarista che le tensioni interconfessionali non possono essere scisse dalla situazione della provincia occidentale dell’Anbar, ancora contesa tra truppe governative, miliziani di ISIS (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e clan sunniti insorti contro Baghdad. Chi si propone come un’alternativa alla classe dirigente è chiamato pertanto a rassicurare gli elettori circa la sua intransigenza sulla minaccia dei “terroristi” (irhabiyyun): al-Hilfi (Alleanza Civile Democratica) si preoccupa pertanto di sottolineare il suo supporto per “l’impavido” (basil) esercito iracheno nella lotta “contro le forze terroristiche che intendono riportare l’Iraq sotto una dittatura”. Nello stesso ambito, è interessante notare come la libertà di espressione sia tollerata, dal punto di vista dell’establishment, a patto che non miri alla “distruzione dello Stato” (tahdim al-dawla): è questa infatti la descrizione dell’agenda delle emittenti “prezzolate” (ma’jura) e prive di “oggettività” (mawdu’iyya) fornita da al-Saadi, in un chiaro riferimento a Baghdad, il canale espressione del dissenso sunnita, finanziato dal Partito Islamico di Tareq al-Hashimi. Al-Saadi, in qualità di rappresentate di una coalizione di forze islamiche sciite e secondo un canovaccio ben noto alle classi dirigenti irachene, utilizza sempre la situazione precaria della sicurezza per giustificare i fallimenti degli ultimi dieci anni: “Stiamo ricostruendo lo Stato dalle fondamenta, in condizioni innaturali, confrontando il terrorismo, e possiamo pertanto parlare di successi relativi e non di fallimento da parte dei partiti islamici.”

La gestione del dossier della sicurezza viene invece utilizzata come prova della corruzione e del carattere fallimentare dei due mandati Maliki (2006-2010, 2010-2014) nei programmi schierati apertamente contro il governo.  È questo il caso di Sanawat al-Fashl (“Gli Anni del Fallimento”), programma del canale indipendente al-Baghdadia presentato da Abdul-Hamid al-Sa’ih, lanciato a fine marzo con l’intento di passare in rassegna i fallimenti dei governi Maliki, dedicando una serie di episodi a ogni ministero. In questa puntata del 13 aprile 2014, si menziona l’aumento delle vittime del terrorismo a partire dal 2013 (9571 vittime), dopo un netto miglioramento tra il 2009 e il 2012 (4587 caduti nel 2012). In meno di quattro mesi dall’inizio del 2014 sono state uccise 3354 persone, un numero quasi equivalente al totale dei caduti del 2012.

Si ricorda inoltre l’importazione dal Regno Unito di 6000 attrezzature per la rivelazione di ordigni esplosivi (ajhiza kashf al-mutafajjirat), per un costo complessivo di 100 milioni di dollari, attrezzature di cui i politici iracheni avevano garantito l’efficienza al 100 percento e che si sono rivelate una truffa colossale ideata da tale James McCornick, il quale le aveva assemblate in modo artigianale in Inghilterra.

Infine, vengono citate le ricorrenti evasioni di prigionieri al-qa’idisti dalle carceri irachene, emblema della corruzione esistente all’interno degli istituti penitenziari: la fuga più clamorosa si è registrata a luglio del 2012 a Tikrit, città natale di Saddam Hussein, mettendo in libertà 102 membri di al-Qa’ida, di cui 47 condannati a morte.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, la sicurezza risulta quindi uno dei cavalli di battaglia di entrambi i fronti. Da una parte, la sicurezza giustifica i limiti dei successi governativi, invitando i cittadini ad assicurarsi che la guerra contro i “terroristi” venga condotta da chi l’ha guidata sin dal rovesciamento di Saddam. Dall’altra, la sicurezza è emblema dei fallimenti di Maliki e dovrebbe spronare gli elettori a votare per il cambiamento, per una maggiore trasparenza nella gestione di un ministero dell’interno sprofondato nella corruzione come le altre “branchie” del potere esecutivo.

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ISIL e al-Qa’ida nel panorama mediatico siriano, libanese e iracheno: spauracchi e avanguardia comunicativa

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sulla rappresentazione mediatica di ISIL (Da’ish) e al-Qa’ida in Siria, Libano e Iraq, prendendo in considerazione sia le emittenti siriane, irachene e libanesi che i video di propaganda delle due organizzazioni armate. L’analisi era stato scritta nel gennaio del 2014, quando la scissione tra al-Qa’ida e ISIL si era appena concretizzata a livello ufficiale, non vi è quindi distinzione tra queste due formazioni a livello ideologico e pragmatico e ci si concentra sul confronto tra rappresentazione istituzionale (e pertanto derogatoria) del jihadismo salafita sunnita e propaganda destinata alla promozione delle sua causa. 

(Photo’s source: al-Jazeera)

Al-Qaeda nel Levante e in Iraq: tra strumentalizzazione ed efficacia comunicativa

jolani announcem aljaz

L’ascesa in Siria di due formazioni al-qaediste, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS l’acronimo in inglese, Da’ish quello in arabo) eJabhat al-Nusra (Il Fronte del Supporto), e le conseguenti ripercussioni sulla sicurezza del Libano e dell’Iraq hanno riportato lo spauracchio di al-Qaeda alla ribalta mediatica nei tre Paesi. La minaccia terroristica si presta alle strumentalizzazioni politiche: accostare i rivali all’insurrezionalismo islamico significa demonizzarli e marginalizzarne le rivendicazioni originarie. Lontano dall’ipocrisia dei programmi elettorali, la militanza al-qaedista si presenta dal suo canto come unica fonte di salvezza degli oppressi. Senza alcuna necessità di velare le connotazioni confessionali, a differenza degli attori istituzionali, il messaggio al-qaedista offre una valvola di sfogo riservata ai sunniti emarginati di questi tre Paesi, i quali condividono la convinzione di essere stati abbandonati dallo Stato e dalla comunità internazionale.


Noi non siamo come loro: Al-Qaeda e il riscatto degli ultimi

Le forme più radicali del jihadismo sunnita maturate in Iraq hanno trovato nuova linfa vitale in Siria e uno sbocco potenziale in Libano. Osservare i punti di forza del messaggio degli al-qaedisti attivi nel contesto siriano può pertanto aiutare a comprendere i successi del loro proselitismo. In un video pro-ISIS diffuso su YouTube in data 5 gennaio 2014, il mujahidviene presentato come ultima speranza dei sunniti siriani, abbandonati sia dai governi che da quei dotti islamici asserviti all’inazione dell’Occidente. Sicché il mufti dell’Arabia Saudita, Abdul-’Aziz Al-Shaykh, il quale ha definito l’adescamento dei giovani musulmani perché partano per il jihad in Siria un “tradimento dell’Umma [la comunità dei fedeli]“, viene accusato di essere al servizio dei “collaborazionisti” (Sahawat è il termine utilizzato, in riferimento alle milizie sunnite irachene addestrate dagli Usa per combattere contro al-Qaeda). Il video agisce sulle corde più sensibili dell’opinione pubblica musulmana: immagini di bambini uccisi da armamenti chimici, donne costrette a imbracciare le armi a causa del gran numero di uomini massacrati.

Nella puntata di “Liqa’ al-Yawm” (L’Incontro di Oggi) del 19 dicembre 2013, Taysir ‘Alwani di Al-Jazeera ha realizzato una lunga intervista con Abu Mohammad al-Jawlani, l’emiro di Jabhat al-Nusra. Il gruppo è senza dubbio la formazione al-qaedista più popolare in Siria, contando sulla militanza di meno stranieri rispetto a ISIS.

Il leader della Nusra articola innanzitutto la sua captatio benevolentiae nei confronti dei siriani, collocando il suo movimento sul cammino della militanza jihadista repressa a Hama nel 1982.

A tre anni dallo scoppio della rivoluzione, le parole di al-Jawlani rispecchiano inoltre la visione di molti siriani, per i quali la paralisi dell’Occidente equivale a un sostegno per il regime di Asad: “La comunità internazionale ha offerto rose ai sunniti siriani, mentre li accoltellava alle spalle”. Secondo il leader della Nusra, la popolarità dei mujahidin cresce in modo direttamente proporzionale alla connivenza tra comunità internazionale e regime siriano, risvegliando finalmente le coscienze sunnite contro i despoti miscredenti scelti dall’Occidente a tutela dei confini israeliani, vale a dire i “disertori” (rawafid) sciiti e alauiti. Facendosi megafono di numerosi siriani rimasti nelle aree più devastate del Paese, al-Jawlani liquida i negoziati tenutisi a Ginevra tra 22 e il 31 gennaio come un compromesso inaccettabile, un tentativo di sostituire Bashar al-Asad con un suo collaboratore, sul modello dell’accordo raggiunto in Yemen per la deposizione di ‘Ali ‘Abdullah Saleh.
Siria: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi

Nell’ottica del regime siriano, l’ascesa di al-Qaeda è giunta invece alla vigilia dei colloqui di Ginevra, a sottolineare come la permanenza di Bashar al-Asad sia negli interessi della lotta al terrorismo dell’Occidente.

Secondo un servizio datato 1 dicembre 2013 dell’emittente statale Al-Ikhbariya, i crimini di ISIS in Siria e in Iraq sono da imputare ai “mezzi uomini” della casa regnante saudita, che starebbero puntando tutto su al-Qaeda dopo essere stati isolati dal riavvicinamento tra Iran e Usa suggellato dall’accordo sul nucleare del 24 novembre 2013).

La visione di Damasco coincide con quella delle emittenti sciite filo-governative irachene. Nel documentario “Al-Imarat al-Sawda’ (L’Emirato Nero)”, trasmesso il 20 novembre da Al-Ahd, canale dell’ex-milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haqq (La Lega dei Giusti), l’analista Ahmad al-Hatif adduce l’espulsione di Al-Qaeda quale fine legittimo dell’offensiva lanciata dal regime siriano nella Ghuta, la piana ad est di Damasco, ignorando la presenza limitata di gruppi al-qaedisti in questa regione. L’intento è lo stesso del regime siriano, di presentare la composita galassia dei ribelli come un monolite al-qaedista.

Dal gennaio del 2014, con il lancio delle operazioni militari culminate nella riconquista di Fallujah, la città irachena della provincia occidentale di Anbar caduta nelle mani di ISIS , l’industria propagandistica di Damasco ha trovato un alleato ancora più solido in Bagdad. “La responsabilità di ciò che è successo è anche di quei Paesi che hanno armato l’opposizione siriana, perché ora queste armi vengono usate in Iraq,” afferma ‘Ali al-Shalah, deputato della coalizione guidata dal premier iracheno Nouri al-Maliki, nell’edizione dell’8 gennaio del programma “Hadith al-Watan (Il Discorso della Nazione)”, in onda sull’emittente libanese filo-siriana Al-Mayadeen.
A dispetto della tinta omogenea utilizzata da Damasco e Baghdad nel dipingere i ribelli siriani, è un dato di fatto come ISIS venga ormai identificato come un corpo estraneo all’opposizione sia dalle sue componenti laiche che da quelle islamiche. Il gruppo al-qaedista si è infatti reso protagonista di una serie interminabile di esecuzioni sommarie nelle regioni controllate dagli insorti. Il 10 dicembre 2013, sulle frequenze del canale Shadaa al-Hurria (Il Canto della Libertà), persino lo sceicco salafita siriano ‘Adnan al-’Ar’ur si è mostrato fortemente critico, denunciando l’illegittimità delle sentenze emesse da ISIS, definito “una fazione rappresentante il 5% dei siriani e non uno Stato.” Il 3 gennaio 2014, la maggiore formazione islamica siriana, al-Jabhat al-Islamiyya (il Fronte Islamico), ha infine dichiarato guerra a ISIS , colpevole di aver ucciso Abu Rayyan, uno dei comandanti della brigata Ahrar as-Sham (I Liberi del Levante).

Lo sguardo degli attivisti laici siriani sul fenomeno ISIS è sintetizzato da “Kif tasna’u al-Da’ishi (Come si Produce un Militante di ISIS)“, cortometraggio animato satirico diffuso il 23 gennaio dal collettivo di artisti arabi Kharabeesh (Scarabocchi): il combattente locale di ISIS viene rappresentato come un pupazzo agli ordini di un fantoccio straniero, l’emiro, pilotato delle agenzie dell’intelligence internazionali. Nella didascalia del video, si ironizza su come la nuova ondata destabilizzante al-qaedista “susciti lo stupore degli osservatori del Medio Oriente,” pur giungendo alle porte di Ginevra II.
Iraq: Ve l’avevamo detto che erano tutti terroristi pt. II

In Iraq, il taglio dei programmi che celebrano il dispiegamento delle truppe in Anbar in funzione anti-qaedista è molto simile alla propaganda, che ha accompagnato le operazioni dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane durante la rivoluzione: musica trionfale, confessioni intimorite dei “ratti” (jirdhan) al-qaedisti – come li definisce in uno speciale del 29 dicembre 2013 il canale Al-Afaq, di proprietà del partito di Maliki, ad-Da’wat al-Islamiyya (Il Richiamo Islamico) – al ritmo incalzante dei quesiti degli inquirenti, incarnazione mediatica delle istituzioni irachene dominate dagli sciiti.

Sul fronte dell’opposizione – oggi marcatamente sunnita – si contesta come la minaccia di ISIS abbia eclissato le ragioni di una contestazione anti-governativa esplosa già a dicembre del 2012, in segno di protesta contro il ricorso sistematico alla legge anti-terrorismo per attaccare gli esponente sunniti dell’opposizione.

In un servizio del 2 gennaio 2014, Al-Arabiya dedica spazio alle istanze dei clan sunniti dell’Anbar, insorti contro l’arresto del parlamentare sunnita Ahmad al-’Alwani il 28 dicembre 2013, i quali respingono le accuse del premier Maliki di aver facilitato la successiva presa di Falluja da parte di ISIS . La versione dell’opposizione è che a creare le condizioni caotiche favorevoli all’ingresso di al-Qaeda sarebbero stati invece gli scontri tra le tribù locali e l’esercito inviato da Bagdad. Su questo nodo si innesta la polemica tra l’emittente statale Al-Iraqiya e una delle voci dell’opposizione, Baghdad TV, di orientamento islamico sunnita. In un servizio del 12 gennaio, Baghdad TV replica alle accuse di istigazione alla violenza provenienti da Al-Iraqiya, difendendo il diritto di esigere chiarezza sulla natura delle operazioni militari condotte nell’Anbar e di mostrare le proteste degli abitanti di Falluja contro l’arrivo delle truppe nella città di al-Ramadi.

Viene inoltre criticata la rappresentazione dell’Anbar come focolaio di violenza, immagine del resto già cristallizzata nei media filo-governativi: il sopracitato documentario, trasmesso da Al-’Ahd il 20 novembre, descriveva per esempio le regioni occidentali irachene come “il rifugio sicuro di ISIS .” D’altro canto, non stupisce come il messaggio al-qaedista faccia da tempo breccia in Iraq, un Paese dove la comunità internazionale non ha saputo opporsi all’insediamento della classe dirigente sciita per mano dell’occupazione statunitense e alla conseguente marginalizzazione di ampi strati della popolazione sunnita.

Libano: vecchi fantasmi e polarizzazione

Per quanto riguarda i media libanesi, la minaccia al-qaedista viene localizzata nei campi profughi palestinesi, considerati un “ricettacolo” di destabilizzazione sin dai tempi della guerra civile. Sul fatto che i campi profughi offrano un riparo agli estremisti sono tutti d’accordo, dalle emittenti più vicine alla coalizione anti-siriana del 14 Marzo (LBC) a quelle controllate dagli asadisti dell’8 Marzo (OTV).

La polarizzazione degli schieramenti libanesi riemerge invece nell’identificare il mandante dei recenti attentati al-qaedisti a Beirut. In un servizio della LBC del 20 dicembre 2013, si sottolinea l’interesse condiviso tra ISIS e il regime siriano, intenzionato a presentarsi impegnato nella lotta al terrorismo di fronte all’Occidente. Diverso l’approccio dei canali più vicini a Damasco, propensi a rappresentare l’opposizione siriana come un agglomerato indistinto di estremisti islamici e una minaccia alla sovranità nazionale libanese. È questa la linea adottata da Al-Jadeed il 2 ottobre, sottolineando le ambizioni estese a tutto il Levante non solo di ISIS, ma anche delle tredici formazioni “estremiste” islamiche allontanatesi il 24 settembre dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane della Rivoluzionarie e dell’Opposizione filo-occidentale.

Alcune emittenti esterne al panorama libanese, come Al-Arabiya, abbozzano una contestualizzazione socio-economica del radicalismo sunnita libanese piuttosto che una sua demonizzazione. Nella puntata del 3 maggio del programma “Sina’at al-Mawt (La Fabbrica della Morte)”, l’ospite è un giovane tripolino simpatizzante di al-Qaeda, che combatte al fianco dei ribelli in Siria. L’intervistato afferma di non saper leggere il Corano, estrae dal portafoglio le poche banconote rimastegli e la carta d’identità e si lamenta: “Questa [carta d’identità] non serve neanche a farmi ricoverare in ospedale in Libano! […] Cosa devo fare? Iniziare a rapire gli stranieri e chiedere il riscatto? […] Torno in Siria a combattere, non ho nulla da perdere”.

Al-Arabiya riesce a inquadrare la precarietà sociale del potenziale fondamentalista, ma tradisce la sua faziosità filo-saudita nel dare voce quasi esclusivamente ai sunniti nell’ambito di un’inchiesta sulla presenza di al-Qaeda in Libano.

Nel Paese dei cedri , l’ascesa di al-Qaeda potrebbe cavalcare l’attesa di una rivalsa sunnita cronicamente delusa dalle forze elettorali dai tempi dell’uccisione del premier Rafiq al-Hariri (2005), in un contesto da allora dominato dall’egemonia politico-militare di Hezbollah. Come in Iraq e in Siria, la comunità internazionale ha dato prova d’impotenza: nel caso del Tribunale Speciale per il Libano istituito dall’Onu, l’immunità de facto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio Hariri ha esposto la vulnerabilità dei politici sunniti assurti a icone di opposizione al regime siriano e ai suoi alleati.

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Yazidis benefit from Kurdish autonomy in Northeast Syria

How Syria’s Yazidi community sees an opportunity to revive its identity on the tails of rising Kurdish power in the country’s northeast. 

Yazidis Benefit From Kurdish Gains in Northeast Syria

View of Yezidi temple in Lalish some 50 km north from Iraqi city of Mosul May 11, 2003. The Yezidi religion, seen by its followers as the original Kurdish faith, is believed to date back several thousand years and blends ideas from sources as diverse as Zoroastrianism, Islam and Christianity. REUTERS/Shamil Zhumatov REUTERS SZH/AS - RTRNBQ2

View of Yezidi temple in Lalish some 50 km north from Iraqi city of
Mosul May 11, 2003. The Yezidi religion, seen by its followers as the
original Kurdish faith, is believed to date back several thousand years
and blends ideas from sources as diverse as Zoroastrianism, Islam and
Christianity. REUTERS/Shamil Zhumatov REUTERS
SZH/AS – RTRNBQ2

AMUDA, Syria — “Some years ago I tried to open a bus company and call it Roj, which in Kurdish means sun,” said Adnan Ammo, a 50-year-old farmer from Merkeb. “I was summoned by political security for a suspected connection with Roj TV [one of the satellite channels affiliated to the Kurdistan Workers’ Party (PKK)]. Even after I explained to them that I am Yazidi and we venerate the sun, they forced me to change the name. I proposed Judi, the name of my son, but that was rejected too, as it’s a Kurdish name. In the end we had to shut down the activity.”

The followers of the Yazidi religion have been historically discriminated against on both ethnic and religious grounds, being part of a Kurdish pre-Islamic sect. The Yazidi faith is currently exposed to the risk of extinction, as expatriates tend to neglect its traditions and a growing number of Yazidis are leaving Syria to escape radical Islamists. On the other hand, most Kurdish parties seem to bank on the revitalization of the Yazidi identity in order to back historical land claims and belittle the Islamization of Kurds, as part of an opposition to Islamist brigades.

http://www.al-monitor.com/pulse/ar/contents/articles/originals/2013/10/syria-yazidi-minorities-kurds.html

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Syria: Arab opposition’s agreement with Kurds irrelevant without PYD

An article I wrote for Al-Monitor on the agreement achieved between the Syrian National Coalition and the Kurdish National Council in Sept. 2013 (the one where they finally reached an understanding on renaming the Syrian “Arab” Republic as Syrian Republic…though conditions applied, ,making it an agreement void of any meaning…). 

Syrian Opposition, Kurd Agreement Irrelevant Without PYD

Syrian Kurd Syrian opp agreement source kurdpress

QAMISHLI, Syria — The Syrian National Coalition (SNC) approved on Sept. 16 the first agreement to incorporate a major Kurdish bloc, the Kurdish National Council (KNC). Despite reservations on both sides, the two groupings are supposed to meet to announce the alliance officially by the end September

However, on Sept. 8, the KNC reached a separate deal with the other main Kurdish alliance — the People’s Council of West Kurdistan (PCWK) — which is affiliated with the Democratic Union Party (PYD), to draft the constitution of a transitional Kurdish government to be elected 4 to 6 months later.

http://www.al-monitor.com/pulse/ar/contents/articles/originals/2013/09/pyd-snc-knc-syria-kurds.html

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Dissent and Exodus in Syrian Kurdistan (Rojava)

Here’s an article I wrote for Al-Monitor while I was in Syria in early September 2013. It deals with the PYD’s policies as the party was struggling to contain a massive exodus…

Syrian Kurdish Party Struggles With Dissent, Exodus

Syrian refugees, fleeing the violence in their country, wait to cross the border into the autonomous Kurdish region of northern Iraq, August 21, 2013.  The government of Iraqi Kurdistan has set an entry quota of 3,000 refugees a day to cope with an influx of Kurds fleeing the civil war in Syria, but there are signs many more are still coming in, aid agencies said on Tuesday. REUTERS/Thaier al-Sudani (IRAQ - Tags: CIVIL UNREST POLITICS SOCIETY IMMIGRATION) - RTX12SKT

Syrian refugees, fleeing the violence in their country, wait to cross the border into the autonomous Kurdish region of northern Iraq, August 21, 2013. The government of Iraqi Kurdistan has set an entry quota of 3,000 refugees a day to cope with an influx of Kurds fleeing the civil war in Syria, but there are signs many more are still coming in, aid agencies said on Tuesday. REUTERS/Thaier al-Sudani (IRAQ – Tags: CIVIL UNREST POLITICS SOCIETY IMMIGRATION) – RTX12SKT

AMUDA, Syria — On Aug. 17, between 5,000 and 8,000 Syrian Kurds fled their country following the reopening of the Pesh Khabur border crossing between Syria and Iraqi Kurdistan. On Aug. 21, the mass exodus prompted the de facto Syrian Kurdish authorities — the Kurdish Supreme Commission (KSC), which is dominated by the Democratic Union Party (PYD) — to implement a resolution issued in April to block emigration with the exception of certified medical reasons.

PYD officials claim the decision was taken to counter a plot aimed at changing the demographic balance of these regions at the expense of Kurds, while calling on locals to remain in Syria and exploit this unique chance to achieve Kurdish autonomy.

http://www.al-monitor.com/pulse/ar/contents/articles/originals/2013/09/syria-exodus-kurds-iraqi-kurdistan.html

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