Book Reviews

Book Review of Lucy Mayblin’s Asylum after Empire (December 2018)

You can access here my review of Lucy Mayblin’s book “Asylum after Empire. Colonial Legacies in the Politics of Asylum Seeking” on Refuge 34(2): 158-160.

https://refuge.journals.yorku.ca/index.php/refuge/issue/view/2319?fbclid=IwAR13If-SvFwmLSFKTKKL1MRFjB0BSFS6t591zjAGs3qRwjVrdRFkT39HySM

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“Filosofia del viaggio” by Michel Onfray (by Estella Carpi – November 2010)

http://letturearabe.wordpress.com/2010/11/06/filosofia-del-viaggio/

Filosofia del viaggio

novembre 6, 2010

M. Onfray, Filosofia del viaggio. Poetica della geografia, ponte alle Grazie, Roma 2010

Ancora una volta Michel Onfray riesce a demolire con ammirevole onestà intellettuale e profondo senso di un’umanità liberale e liberata, ogni sterile forma di immaturo e dipendente sentimentalismo di coppia, ogni bieco approccio turistico alla differenza, ogni fasulla forma di tolleranza, deridendo abilmente e sardonicamente, al tempo stesso, le tante chincaglierie intellettuali che continuano ad adornare spazi vuoti, che ancora necessiterebbero di individui completi, autonomi, capaci, che li abitino.

Individui che sappiano guidare e ampliare la conoscenza con senso dell’utilità materiale, con avvolgente emotività e generosa apertura. Questi individui non possono che essere impersonati dal viaggiatore, detto emblematicamente “monade autosufficiente”: solo il viaggiatore può permettersi di tessere e ritessere il suo rapporto personale col tempo, “un tempo individuale fatto di durate soggettive e istanti gioiosi voluti e desiderati”.

Il libro si presenta inoltre come una vera e propria ode all’amicizia, “questo amore senza il corpo”, che nella dimensione spazio-temporale di un viaggio sa liberare tutta la sua forza autentica rispetto all’amore carnalmente inteso, più debole, più noiosamente esposto al parassitaggio e alle gelosie del compagno.

Solo gli amici, brillantemente chiamati “androgini gioiosi”, potrebbero concedersi vicendevolmente il seguire “l’ordine irrazionale ed istintivo, talvolta breve e folgorante, della pura soggettività immersa nella casualità desiderata”, e abbracciare in toto la brutalità primitiva di un luogo, come fosse “un’offerta mistica e pagana”.

Solo il viaggiatore, questo anatomista che fa esperienza e che non compara, e che si lascia penetrare dal liquido locale con passivita’ generosa, è il guerriero più audace contro la quadrettatura e il cronometraggio dell’esistenza.

Con quest’inno al viaggiare esistenzialmente e materialmente inteso, scevro da moralismi e cerebralismi inzuppati nel tedio e nella triste categorizzazione dell’esistenza, Onfray sembra laicizzare il divertissement pascaliano e liberarlo dai longevi artigli di una logica ancora legata al possesso e all’avida deliberata ricerca di uno stato esistenziale.

Il viaggio per Onfray non è entità, non è stato, non è neppure il fluire o il mutare di essi. È un qualcosa che non si chiama e che esiste con noi e con il nostro approccio alla nostra personale esistenza. Nostro, per chi lo sceglie.

Chissà se Onfray riuscirà a superarsi con il suo prossimo testo, come continua a fare. Ho la certezza che lo farà… e”che l’ultimo viaggio non sarà affatto l’ultimo”.

Estella Carpi

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“Lettera da una strainera” by Hoda Barakat (by Estella Carpi – April 2010)

http://letturearabe.altervista.org/lettere-da-una-straniera/

Lettere da una straniera

Pubblicato il aprile 28, 2010 da letturearabe
Hoda Barakat, Lettere da una straniera, traduzione di S. Pagani, Ponte alle Grazie, Milano 2006
Tra uno spazio interiore di smarrimento ed uno esteriore di inevitabile lontananza si collocano le parole di Barakat, e sono esse ad avere il potere di rivelare l’intimo della coscienza del migrante, tramite una disonestà espressiva che ossimoricamente rivela con onestà le ferite profonde causate dall’abbandono del Paese.
Tra le pagine fluenti del romanzo, si staglia il “noi”, quasi lo si volesse definire, classificare, amare e negare allo stesso tempo; rivela tutto il rifiuto che il migrante ha di ricordare, e, analogamente il dolore ch’egli prova nell’oblio: “Mi vergogno dei miei vuoti di memoria e dei miei ricordi…”.
La rimozione dalla memoria collettiva, così artificiale ed illusoria, delle piaghe quotidiane che affliggono il Libano, e la quale induce i migranti libanesi a svuotare la coscienza pubblica in luoghi lontani, emerge dalla negazione anaforica dell’Io collettivo, che prende posto con prepotenza sulle pagine del romanzo:
“Non siamo una comunità, non ci somigliamo e non c’è niente che ci tenga uniti… Non costituiamo una comunità. Le nostre somiglianze ci infastidiscono, come tutto ciò che ce le ricorda…  Non siamo una comunità, né da vicino né da lontano… Non siamo una comunità, ma un esile filo si insinua tra noi”.
Si fa strada il paradosso secondo cui chi resta dimentica, al fine di poter essere capace di perdonare. Il ritorno diventa un errore. Poiché si fa strada la
realizzazione che la vita è andata avanti anche senza di “loro”, che hanno scelto l’espatrio. Nel rifiuto di tutto ciò che potrebbe intrappolarli, la memoria viene vissuta metaforicamente come una “zavorra”, e la soluzione sta dunque in una
“amnesia totale e programmata… quella collettiva perdita di memoria che è in realtà la causa prima per la quale la guerra è continuata e per la quale forse ricomincerà”.
Il romanzo ha la capacità di configurarsi quasi come un’analisi psichica del paradossale comportamento della memoria umana, che fluisce nervosamente
tra una gelosa custodia del passato e un’affrettata demolizione delle immagini ch’esso lascia nella nostra mente. Il peso del ricordo, e di ciò ch’esso comporta, è vissuto in particolar misura da Barakat attraverso il caffè Radwa, i concerti di Fayrouz e i piatti di tabbouleh. “Se i ricordi, per loro natura, appartengono al passato, anche noi, finché ricordiamo, gli apparteniamo”. Il ricordo oscilla tra quello di un Paese “pieno di sprint”, e quello di un Paese “che resterà sempre testardo come una capra, persino se si mettesse a volare con due ali grandi come questo palazzo”.
Si scorge l’esilio interiore di chi migra, e di chi non migra, poiché anche quest’ultimo ha “dei buchi di memoria ancora più grandi e più profondi”.
Migranti son coloro che hanno lasciato il Libano; loro che, giunti in Occidente, prendono sul serio persino la pubblicità nella casella della posta; loro che si lamentano dei numerosi problemi che i documenti di soggiorno avanzano; loro che non hanno niente in comune e si incontrano “come treni che si affiancano correndo in direzioni opposte”; loro che scelgono di tornare nell’unico posto in cui l’oblio è impossibile; loro che vorrebbero che i loro figli gli assomigliassero e vorrebbero somigliare, a loro volta, ai loro genitori…
Barakat individua all’interno della realtà linguistica l’epicentro dell’infinito scorrere della vita identitaria, e di qui la sua personale scelta di continuare a
scrivere letteratura in lingua araba. La vita identitaria, inafferrabile come l’etere nel suo eterno svilupparsi, riflette nel romanzo i movimenti della psiche umana, e si condensa in parole fatte d’acqua: “perché l’acqua non ha paese, e non fa che seguire il proprio corso…”.
E. Carpi
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“Islam Obscured” by Daniel Varisco (by Estella Carpi – June 2012)

La mia recensione di uno dei libri migliori che abbia mai letto.

http://letturearabe.altervista.org/islam-obscured/

Islam obscured

Pubblicato il giugno 29, 2012 da letturearabe

D. M. Varisco, Islam obscured. The rhetoric of anthropological representation, Palgrave MacMillan, New York 2005.

Anche a distanza di ben sei anni, vale la pena recensire il testo dell’antropologo Americano Daniel Varisco, considerate l’urgenza attuale di de-cristallizzare i discorsi sull’Islam, particolarmente nel contesto accademico italiano.

Attraverso una rassegna concettuale di eminenti studiosi tra i quali Ernest Gellner e Clifford Geertz, e la de-mitizzazione della sociologa marocchina Fatima Mernissi che ancora pecca di una visione monolitica dell’Islam, Varisco riesce totalmente, a mio avviso, nell’intento di decostruire il solo Islam univoco, omogeneo, aspettatamente coerente e destoricizzato che ci viene rifilato.

L’Islam che definirei “monolitico” tuttora pervade i discorsi dei più esperti: Varisco, attraverso il suo background squisitamente antropologico, invoca invece all’osservazionedegli individui che si auto-definiscono “musulmani”, piuttosto che alla catalogazione di ciò che l’Islam teologicamente prevede. L’Islam, come qualsiasi altra religione intesa sia come istituzione che pratica culturale, può soltanto essere rappresentato.

Per demolire le tuttora ancor troppo diffuse stagnazioni dogmatiche e una comprensione campanilistica dell’Islam, è quindi necessario, sostiene Varisco, tener conto del fatto che additiamo costantemente ai misfatti compiuti dai musulmani con maggior indignazione, in riflesso appunto alla nostra lettura dell’Islam, inteso come insieme di valori e pratiche rigorosamente coerenti, rispetto a qualsiasi altra religione.

I musulmani sono invece “conservatori o comunisti, maschi o femmine, giovani e vecchi, ricchi e poveri, di buon umore o mal intenzionati”, che poco hanno a che fare con una logica islamica del “prendere o lasciare”, quale invece ampiamente diffusa nella letteratura al riguardo.

A dimostrazione del fatto che la sola lunga storia della fede islamica sia stata essenzializzata in ideal-tipi, Varisco sarcasticamente ci chiede se abbiamo per caso mai letto libri dal titolo “Il Cristianesimo osservato” o “Aldilà del pane e del vino”.

Il suo rifiuto categorico di avanzare un ulteriore modello, seppur variegato, di Islam, epistemologicamente risparmia all’antropologia di sfornare ulteriori categorie improduttive su di esso.

“Che senso ha parlare specificamente di una “sessualità cristiana”, o qualcosa di assurdo come l’“ordine sociale ebreo”? Ebrei e cristiani agiscono forse come meri cloni di una visione totalizzante e universalmente valida di sessualità, aldilà di ogni contesto sociale?” Le questioni sollevate da Varisco risultano di estrema importanza per riconoscere come i musulmani differiscano non solo individualmente, ma anche culturalmente.

Con il potenziale sovversivo che l’antropologia, per sua natura, offre in modo particolare, Varisco ricorda all’occidentale orientalista o all’orientale auto-orientalista od occidentalista che l’Islam dev’essere scoperto e analizzato non solo come sistema di credenze, ma soprattutto come dinamica comportamentale e relazionale in un suo specifico ambiente culturale.

Le attuali interpretazioni confessionalizzanti dei cambiamenti sociali attuali in Medio Oriente, chiamano con forza l’importanza di tradurre e diffondere questo testo di Varisco in lingua italiana.

Solo con la denaturalizzazione dell’Islam sarà possible effettuare una graduale, nonché faticosa, decolonizzazione concettuale del mondo musulmano e delle sue molteplici soggettività.

“Quando studio il comportamento musulmano, non vedo altro che individui che negoziano le loro proprie identità in contesti in cronico cambiamento”, specifica l’autore. Varisco non cede alla tentazione seducente di svendere facili verità, ed esplora ampiamente con fare leggero, umano, psicologicamente spesso e ilare insieme, come soltanto chi è musulmano può osservare l’Islam. A tutti gli altri, antropologi inclusi, non resta che rappresentare le loro rappresentazioni.

La lettura di Varisco, infine, si delinea a mio avviso come un dovere morale in particolare per coloro che si professano attuali guardiani della Conoscenza e fieri promotori di ecumenismi religiosi e culturali tesi alla “Fratellanza” (a quando la “Sorellanza”?).

“It is the character of lived experience I want to explore, not the nature of man”.
(M. Jackson)

E. Carpi

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“Una sera qualsiasi a Beirut” by Selim Nassib (by Estella Carpi – April 2010)

http://letturearabe.wordpress.com/2010/04/28/una-sera-qualsiasi-a-beirut/

Una sera qualsiasi a Beirut

aprile 28, 2010

S. Nassib, Una sera qualsiasi a Beirut, trad. dal francese di G. Panfili, e/o, Roma 2006

In questa serie di racconti che prende il nome da uno di essi, Selim Nassib riesce ad accostare la dimensione emotiva attraverso cui vive da lontano il Libano – il suo Paese – e quella razional-esplicativa della sua vita da emigrato in Francia, dove esercita la professione di giornalista, che lo costringe, in un certo senso, a render esegetico il sentire dell’autoctono che guarda da lontano la sua terra.

È nella dimensione che l’autore chiama sensuale, in cui “sentiva quel che la gente sentiva”, che Nassib riesce, attraverso il discorso diretto libero, il ritmo narrativo incalzante e l’uso frenetico dell’asindeto, a mettere su carta la realtà libanese come non ancora compresa e analizzata, quasi non ancora pensata, e di cui si propone demiurgo solo nelle sue vesti di giornalista emigrato.

È cosi che la narrazione pompa energicamente nelle vene di una Beirut narrata della sua anomala quotidianità, in cui il lavare i piatti, la scelta di un disco da ascoltare, le cuciture di un completo che si strappano e l’incedere dei miliziani che irrompono in casa si mescolano con tragica normalità.

All’interno di una analogia geometrica Nassib riesce a denunciare un Paese dove la legge è una soltanto ed è come la scarpa che il potere porta loro, “deve andare bene a tutti”, e, allo stesso tempo, a empatizzarsi con i tetti, le strade, gli uomini che ripetono la preghiera, “è la loro difesa e la loro consolazione, la pronunciano a testa alta verso il cielo che viene giù”. È una geometria in cui “il nostro mondo è un cerchio e il centro è il punto in cui ci troviamo… intorno al thè. Lui solo ha intuito che la nostra tragedia non era soltanto uno sradicamento, un’oppressione, ma qualcosa di immateriale, lo stravolgimento dei segni, lo stupro del nostro universo circolare ad opera della linea retta del Muro”.

Nessib dà voce alla componente palestinese in Libano attraverso una lente identitaria bifocale, che mette a fuoco gente che ha venduto tutto per poter sopravvivere, gente che si rende conto di come la paura israeliana sia il loro incubo, “un abisso impossibile da colmare”, in cui la vendetta “fa male come un dolore che non si placa, una chimera che non si dissipa, un vulcano che non si spegne mai del tutto”, in cui “le porte del villaggio gli si sono chiuse in faccia, non ha più lavoro, la comunità l’ha respinto… e senza la comunità, qui…”. E dall’altro lato Nessib, travestito da fotografo armeno, nota come questi arabi abbiano “le facce da ebrei”.

È la sua esperienza di emigrazione che gli permette, in primis, di scrivere scomodamente seduto sul confine tra l’esogeno e l’endogeno, passando così dal parlare di una Palestina vissuta attraverso gli occhi dei figli della Nakba, i quali riconoscono con foga e dolore luoghi vissuti in precedenza, a quella vissuta dagli occhi di un fotografo armeno – pertanto con le medesime esperienze interiori di un popolo la cui pelle respira ancora attraeverso le cicatrici del genocidio – il quale riesce ad oggettivare il proprio co-sentire verso le vittime dell’oppressione israeliana.

E. Carpi

 

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“Leave to Remain: a Memoir” by ‘Abbas al Zein (by Estella Carpi – May 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/partire-per-restare-memorie-di-un-migrante-libanese.html

Partire per restare, memorie di un migrante libanese

20 MAGGIO 2012

(di Estella Carpi*). Qualche ora insieme ad Abbas El Zein nel campus dell’Università di Sydney spinge decisamente a leggere il suo libro Leave to Remain: a Memoir. Libanese nato a Haret Hreik, Abbas El Zein emigra in Australia nel 1995 per insegnare ingegneria civile e costruire la sua famiglia. A parte la sua rinomata stoffa di ingegnere, El Zein ha un’ottima vena narrativa che gli vale il Community Relations Commission Award del New South Wales nel 2010.

Anche a distanza di tre anni dalla pubblicazione, vale decisamente la pena recensire il suo secondo libro sulle sue memorie beirutine in qualità di autoctono e di migrante. È la paradossale modalità inglese di chiamare il permesso di soggiorno “nulla osta a restare” – “leave to remain”, per l’appunto – nei suoi anni di studente e neo-migrante in Inghilterra a suggerirgli il titolo del libro.

Il testo si presenta sotto forma di etnografia prettamente autobiografica che spazia dal Libano all’Australia e dall’Inghilterra all’Iraq, e riluce in molti suoi punti di ironia tagliente e di umorismo liberatorio, mescolati alla sofferenza lancinante della popolazione sciita durante gli anni della guerra civile.

In un’abilmente evitata spettacolarizzazione delle sue esperienze famigliari e individuali, El Zein coinvolge il lettore quando ilare parla dell’ethos americanista della Facoltà di Ingegneria all’Università Americana di Beirut negli anni della sua giovinezza, o ancora quando, tra le prime righe del libro, menziona i racconti della madre che gli ricorda come da bambino soleva cadere dal letto, tendenza che lui ricollega alla sua incapacità di vivere sui “bordi delle cose” e quindi alla sua tendenza cronica a estremizzarle.

È interessante come l’autore riesca a utilizzare costantemente un tono piuttosto mesto, se consideriamo il carico umano delle esperienze narrate. Ad esempio quando racconta la morte di sua nonna materna, vittima delle bombe israeliane nella prima operazione militare in Libano del 1978, chiamata – con tanta grazia da parte dell’esercito israeliano e delle narrative storiche più raccapriccianti su quegli anni – “Operazione di Pace in Galilea”. Il quadro narrativo della morte della nonna è stemperato con delicata normalità nei suoi ricordi di bambino-lettore di Tintin, Asterix e Obelix: l’autore si sforza di verbalizzare quei giorni per riviverne l’esperienza mentale.

Nella descrizione della fuga della sua famiglia dal Sud del Libano a Broumana, nel Metn, durante la guerra civile, e del loro rifiuto categorico di essere definiti “rifugiati” – fobia tipica libanese – e di esser dispersi dalla normalizzazione della violenza in corso, l’autore riesce nell’intento di condividere il ricordo delle esperienze individuali senza eccedere in patetismi. La volontà sembra essere quella di innestare un senso di consapevolezza fattuale di quel che è stato, piuttosto che sentimentalizzare ciò che inevitabilmente resta solo ricordo soggettivo.

El Zein si fida emotivamente del lettore, il quale non scambierà per rinnegazione identitaria il processo di straniamento dello scrittore, rintracciabile in alcune pagine del testo che riecheggiano i formalisti russi, come nel tono piuttosto distaccato nel descrivere il pellegrinaggio alle tombe di Kerbala e la sua prima partecipazione alla Ashura sciita che commemora la morte dell’Imam Hussein (680 d.C.).

“Beirut, with its taut pluralism and cynical tolerance, provided living space for our hybrid selves” (“Beirut, con il suo pluralismo teso e la sua tolleranza cinica, ha offerto uno spazio vitale alle nostre identità ibride”), ricorda El Zein parlando della Beirut pre-guerra e di come essa contrasti con la delusione di tornare nel suo Paese dopo anni di studio all’estero per lavorare come consulente presso il Ministero dell’Ambiente durante il mandato presidenziale di Elias Hraoui (1989-1998).

Le memorie degli anni post-Taef, la mercificazione degli spazi beirutini nel progetto di ricostruzione e l’amnistia generale promossa dallo Stato libanese dopo la guerra civile, costituiscono gli unici passaggi in cui l’autore inasprisce il tono e fa trapelare un sentimento di rabbia per l’infinita serie di aborti legali generati da quella che definisce la nota negligenza civica e noncuranza pratica delle istituzioni libanesi.

Nella seconda parte della sua autobiografia, invece, El Zein lascia maggior spazio all’introspezione.  Autodefinendosi “vittima e beneficiario della globalizzazione, della corruzione e della sua preoccupante incapacità di stabilirsi in un posto una volta per tutte”, approda in Australia con un’immensa sete di legge dopo gli anni travagliati della guerra civile libanese, per antonomasia baratro dello stato di diritto.

Benché l’autore non cada quasi mai nell’allettante quanto comune abuso dell’auto-analisi, mi rammarico che nelle sue ultime pagine si ritrovi un eccessivo descrittivismo di quadri famigliari, capace di minare con un velato autocelebrativismo il fino ad allora riuscito anti-patetismo rappresentativo.

In una Sydney ipocritamente permeabile ai dissensi e abile nel rendere invisibili al visitatore temporaneo e inesperto le molteplici sofferenze sociali dei suoi numerosi migranti, El Zein fa intuire al lettore attento la sua maturata, leggera ma ferma consapevolezza dell’ineluttabile solitudine a cui condanna la lucida memoria di atrocità storiche, scomode parti del sé.

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