Bahrain

Guerre al di là del Mediterraneo: ecco perché la religione non c’entra (by Estella Carpi and Enrico Bartolomei, April 2016)

Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra

“Guerre in Siria, Iraq e Palestina: ecco perché la religione non c’entra”

Dalla Siria all’Iraq, dall’Afghanistan alla Palestina, passando per il Libano e i tumulti sull’altra sponda del Mediterraneo: il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.
MONDOULTIME NOTIZIE 29 APRILE 2016 17:16 di Davide Falcioni

Articolo a cura di Enrico Bartolomei e Estella Carpi *

Dall’inizio dei movimenti di contestazione nel mondo arabo, che hanno rovesciato regimi pluridecennali in apparenza incrollabili e rimesso in discussione gli equilibri di potere nella regione, nei principali media e nei circoli degli esperti di politica estera si è affermata la tendenza a spiegare le cause delle proteste attraverso le lenti del confessionalismo, per cui i fattori che determinano la vita politica nel mondo arabo-musulmano sarebbero le tradizioni religiose nella loro irriducibile differenza. Il discorso confessionale ha oscurato le cause socio-economiche dei movimenti di protesta, mascherando le ambizioni regionali delle potenze straniere e fornendo ai regimi autoritari il pretesto per presentarsi come garanti dell’unità nazionale.

Questa griglia di lettura della realtà ha radici profonde che vanno oltre il mondo arabo, ed è stata alimentata da una teoria molto influente delle relazioni internazionali inaugurata dal politologo americano Samuel Huntington, che ha avanzato la tesi dello “scontro di civiltà”, spiegando come alla base dei conflitti post-Guerra Fredda ci siano in primo luogo le differenze culturali e religiose tra i vari popoli. Questa visione semplicistica e fondamentalista degli eventi storici, per cui i gruppi sociali vengono definiti in base alle appartenenze etniche, religiose o comunitarie, non solo ignora la molteplicità dei fattori alla base dei conflitti contemporanei, ma anche l’uso politico che abili “manipolatori del confessionalismo” fanno di queste differenze per difendere i propri interessi.

La grande narrazione confessionale
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra globale al “terrorismo islamico” – inaugurata dagli Stati Uniti con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq – è diventata la copertura usata dalle classi dirigenti di vari regimi per eliminare gruppi insorgenti, movimenti separatisti o di liberazione. All’indomani degli attentati, l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon paragonò il leader di al-Qaeda Osama Bin Laden al presidente palestinese Yasser Arafat, presentando l’invasione militare della Cisgiordania durante la Seconda Intifada come necessaria per “smantellare le infrastrutture del terrorismo”. Lo stesso discorso viene ora riproposto, questa volta nei confronti del partito politico palestinese Hamas, prima di ogni operazione militare nella Striscia di Gaza. Il nuovo clima politico post-11 settembre permise anche al presidente russo Vladimir Putin di ridefinire la seconda guerra cecena come guerra contro il terrorismo, giustificando agli occhi della comunità internazionale la brutale repressione della guerriglia cecena.

Recentemente, il primo ministro Benyamin Netanyahu non ha esitato a strumentalizzare l’ondata di razzismo e islamofobia seguita agli attentati di Parigi, equiparando il “terrorismo dell’ISIS” al “terrorismo palestinese” nel tentativo di convincere i dirigenti e l’opinione pubblica europea che la lotta di liberazione palestinese è mossa dallo stesso odio anti-ebraico e anti-occidentale che viene generalmente attribuito al salafismo jihadista.

I manipolatori delle identità confessionali
Lungi dall’essere entità omogenee con caratteristiche immutabili, le identità confessionali ed etniche sono costruzioni sociali, vale a dire il prodotto storico di conflitti tra vari gruppi sociali che hanno utilizzato le diversità tra le varie componenti sociali nella lotta per il controllo di risorse materiali. Le appartenenze confessionali nei conflitti sono state strumentalizzate politicamente in primis dai manipolatori delle identità, come le classi dirigenti o i gruppi in competizione per la costruzione del consenso o per il controllo delle risorse. Questi principali attori manipolatori sono a loro volta il prodotto di una complessa relazione con la costruzione della loro stessa identità e garanzia di potere politico. Pertanto, il discorso confessionale è pienamente impiegato nei rapporti di potere ed è spesso elaborato come razionalizzazione d’interessi politici e strutture di dominio.

La strategia coloniale del divide et impera
Il confessionalismo è servito a legittimare la spartizione coloniale europea del Medio Oriente in seguito alla prima guerra mondiale. Presentare i conflitti nel mondo arabo-musulmano come il risultato dell’eterna lotta tra sunniti e sciiti, dispensa l’occidente dalle sue responsabilità storiche di protettore o rivale di questo o quel gruppo religioso o etnico. Difatti, la Francia e la Gran Bretagna hanno cinicamente sfruttato queste diversità per assicurarsi il controllo geopolitico delle risorse energetiche e la sicurezza domestica nella regione, ridisegnando arbitrariamente i confini, creando entità statali artificiali e ostacolando l’emergere di movimenti e partiti multiconfessionali e transnazionali (come quello comunista e panarabista baathista, o nasserista) che ponevano al centro delle loro rivendicazioni l’emancipazione politica ed economica piuttosto che le appartenenze comunitarie, religiose o etniche.
in foto: Israeli security forces walk in the Jerusalem’s Old City near the al–Aqsa mosque
In altri casi, le potenze straniere hanno affidato alle “minoranze confessionali” le leve di un potere parziale rendendolo solo complementare agli interessi esteri. Ad esempio, in seguito alle lotte che i drusi del Monte Libano sotto l’egida britannica conducevano nel XIX secolo contro la componente cristiano-maronita – supportata dalla Francia – il confessionalismo fu istituzionalizzato nel sistema politico (1920) con la creazione dello stato libanese su base elitaria cristiano-maronita, contribuendo a innescare tensioni che hanno dato origine a decenni di guerra civile. In Palestina, la Gran Bretagna s’impegnò con la Dichiarazione di Balfour (1917) a sostenere il progetto sionista di creare uno Stato ebraico, favorendo l’immigrazione di coloni ebrei europei. In Siria, le truppe coloniali francesi arruolarono le minoranze, tra cui gli alawiti, per sedare la rivolta nazionalista araba. La setta alawita venne poi dichiarata ramo della corrente sciita negli anni Settanta a seguito di un avvicinamento politico tra il presidente siriano alawita Hafez al-Asad e l’Imam sciita Musa as-Sadr. A seguito dell’attuale conflitto siriano e l’escalation della violenza attuale, è significativo che un’élite di esponenti intellettuali della comunità alawita abbia dichiarato un distanziamento dal regime di Asad e quindi la propria indipendenza confessional-clericale dalla corrente sciita dell’Iran e del Hezbollah libanese, strenui difensori del regime siriano.

Il confessionalismo e l’autoritarismo delle élite arabe
L’utilizzo delle identità religiose o etniche a fini politici costituisce tuttora un capitolo importante nella strategia del divide et impera messa in atto da diversi attori politici, così come lo era al tempo della dominazione coloniale europea.

L’intervento USA in Iraq nel 2003, finalizzato all’instaurazione di un governo sciita per rispecchiare l’appartenenza confessionale di gran parte della popolazione, come anche la lotta per l’egemonia regionale tra Iran e Arabia Saudita, hanno rafforzato la retorica delle identità comunitarie, fomentando in particolare lo scontro binario tra sunniti e sciiti. I movimenti di contestazione popolare nel mondo arabo, incentrati su rivendicazioni di democratizzazione dei sistemi politici e di giustizia sociale, sono stati anch’essi deragliati sui binari del confessionalismo – se non dall’interferenza straniera – da regimi autoritari, élite al potere, o quei gruppi che vogliono ritagliarsi una fetta di legittimità, ergendosi a difensori di questa o quella comunità.
L’uso politico della religione ha inoltre permesso ai regimi autoritari di contrastare la creazione di fronti unitari, agitando lo spettro di una sanguinosa guerra civile e infondendo dunque un ampio desiderio di stabilità da raggiungere a qualsiasi costo. In Siria, la trasformazione della rivolta popolare in guerra civile a sfondo confessionale ha permesso al regime di Bashar al-Asad di giustificare la repressione militare dei manifestanti, descritti come terroristi tout court, così come alle potenze regionali come Iran da un lato, e vari Paesi del Golfo arabo dall’altro, di intervenire nel conflitto. A loro volta, le milizie sciite o sunnite si sono spesso presentate come difensori ufficiali delle rispettive comunità religiose. Formazioni jihadiste come il Fronte an-Nusra e lo “Stato Islamico” hanno proclamato di voler riscattare la comunità sunnita oppressa dal “regime eretico alawita” e dai suoi alleati sciiti.

Intimorite dinanzi alla prospettiva di un sollevamento popolare, anche le monarchie del Golfo hanno riproposto la tesi della lotta religiosa tra sunniti e sciiti per impedire il diffondersi di movimenti di contestazione interni. L’Arabia Saudita, ad esempio, ha potuto giustificare l’intervento militare in Bahrein presentando il movimento di protesta locale come una rivolta sciita orchestrata dall’Iran. Il governo del Bahrein, a sua volta, ha strumentalizzato le proprie politiche migratorie accogliendo solo rifugiati siriani sunniti – seppur in numero esiguo – pur di contrastare i sollevamenti popolari interni a maggioranza sciita. Il paradigma confessionale è stato utilizzato anche per liquidare le forze del cambiamento rivoluzionario e quindi restaurare quelle del vecchio regime. Il colpo di stato del generale Abdel Fattah as-Sisi nel luglio 2013 è stato presentato come necessario per impedire l’islamizzazione forzata dell’Egitto ad opera dei Fratelli Musulmani e i loro tentativi di provocare una guerra civile.

Dal discorso confessionale ai flussi migratori in Europa
All’interno di confini più simbolici che territoriali, le diverse componenti sociali han sentito il bisogno di definirsi come diverse l’una dall’altra e di reclamare diritti o adempiere ai doveri civili definendosi in termini identitari, piuttosto che come parte costituente di uno stato sociale che garantisce diritti e servizi di prima necessità.

Ma in che modo il discorso confessionale dello scontro di civiltà tocca le sponde europee? In nome della sicurezza contro la minaccia globale del terrorismo islamico, una serie di legislazioni anti-terrorismo limitano le libertà civili e i diritti fondamentali della persona. Anche negli stati che si definiscono democratici, lo “stato di diritto” lascia progressivamente il posto allo “stato d’emergenza”. Il discorso confessionale serve anche per giustificare la gestione militare e securitaria dei fenomeni migratori. Nella propaganda islamofobica e xenofoba, ormai non più appannaggio esclusivo dell’estrema destra, le categorie dei migranti e dei richiedenti asilo vengono sempre più associate al pericolo dell’invasione islamica, che metterebbe in discussione la purezza dei valori cristiani e occidentali, e alla minaccia del terrorismo jihadista. L’equazione clandestino-musulmano-terrorista diventa sempre più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica europea.

L’uso di identità confessionali ed etniche per spiegare eventi storici, politici, e addirittura psicologici, è di per sé un atto fondamentalista. In questo senso, le violenze di oggi su scala globale e la convinzione che i flussi migratori siano un qualcosa da accogliere o rifiutare, fanno parte di una lotta all’affermazione di valori e principi propri che si vogliono sancire come universali.

Mentre il profugo o il migrante sono concepiti come elementi in eterna lotta, gli aiuti umanitari sono standardizzati, spesso tradendo la diversità dei bisogni dei beneficiari. La sofferenza dell’Altro, come la sua minacciosa violenza, sono rese omogenee e indivisibili. Quando episodi di violenza spezzano la normalità su cui son disegnate le nostre vite quotidiane, e quando tali episodi sono relazionabili a fenomeni transnazionali generati o facilitati da migrazioni o rivendicazioni di stampo confessionale – prevalentemente islamico – i clandestini che sbarcano, denigrati esclusivamente secondo la loro matrice identitaria confessionale, vengono meccanicamente associati al fallimento delle politiche europee e alle reti islamiche estremiste transnazionali.

In altre parole, la paura delle società occidentali di tradursi in spazi a rischio imprevedibile – cosa che finora ha prevalentemente turbato le vite umane nel “Sud globale” – è arginata tramite avanzate tecnologie di sicurezza e sorveglianza, nonché prontamente consolata da mezzi informativi e di assistenza sociale che tendono a mantenere i confini identitari del “diverso”: l’assimilazione o il riconoscimento dell’eterogeneità di quest’ultimo diluirebbero troppo la sua presenza all’interno delle società di arrivo.

Il “diverso”, da una parte, è in lotta col proprio simile nel Sud globale, in quanto parte di un mosaico identitario che va “sanato” da principi e diritti universali, propugnati dal nostro lato del Mediterraneo. Il “diverso” diventa invece uniformabile ai suoi simili quando il Sud globale si sposta verso il Nord globale, ponendo quest’ultimo al cospetto di nuove rivendicazioni. Mentre ci proponiamo di curare e arginare l’emergenza negli stati mediorientali attraverso agenzie umanitarie in loco, l’insicurezza imprevedibile alla quale siamo di fronte ora – la stessa che pone sullo stesso piano gli immaginari “Nord” e “Sud” – finisce per rafforzare questi totalitarismi identitari: i veri mali del nostro tempo.

* Enrico Bartolomei ha conseguito il dottorato di ricerca in storia dell’area euro-mediterranea all’Università di Macerata. E’ tra gli autori di Gaza e l’industria israeliana della violenza (DeriveApprodi 2015) e tra i curatori dell’edizione italiana di L’occupazione israeliana (Diabasis 2016) di Neve Gordon.

Estella Carpi ha conseguito un dottorato in antropologia sociale alla University of Sydney (Australia). Attualmente consulente di ricerca per la New York University (Abu Dhabi) e Lebanon Support (Beirut), si occupa principalmente di Levante arabo.

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Bahrain keeps simmering, but nobody cares

(The German version was originally published under a pseudonym in WOZ Die Wochenzeitung. The interviews were carried out in July 2015).

(Manama, BAHRAIN) A taxi ride in the capital Manama is enough to notice the difference between Bahrain and the other richer Gulf countries. All taxi drivers are Bahrainis, they tend to talk politics and complain about the Al Khalifa Sunni ruling family, a surprising habit for anyone coming from the UAE or Qatar, where the tiny minority of mostly wealthy locals would never drive a taxi or dare to criticize their respective regimes.

“Bahrain is made up of numerous inhabited reclaimed islands, but I cannot visit them, they’re the property of the Al Khalifa family,” a middle-aged taxi driver told WOZ, contemptuously hinting at the scandals surrounding the monarchy’s acquisition of State properties. In 2011, when the country was shaken by large Shi’a-led protests, the demonstrators carried copies of the 1 BD banknote, the price paid by the Bahraini PM Shaykh Khalifa to purchase the Financial Harbour via a private firm, according to a document published by the al-Wefaq Islamic Association, the main Bahraini opposition group.

The skyline in Manama is less ostentatious than in other Gulf countries, as the oil revenues are less conspicuous here, but the blatant contrast between the capital and the Shi’a countryside goes hardly unnoticed: villages like Bani Jamra in the north-west or Shahrakan in the west have in common dusty alleys and anti-government graffiti roughly crossed out by security forces. In Egypt they would be considered middle-income neighborhoods, but in the affluent Gulf they are social peripheries. Democratization and a fairer distribution of the national wealth among the Shi’a majority have always been at the core of the popular demands since Bahrain’s independence from Britain (1971), the 2011 upheaval was only the last one in a long string.

The attitude of some Western powers towards the Gulf kingdom remains at best ambiguous. In July 2014 Tom Malinowski, a senior US diplomat, was expelled from Bahrain for meeting with the opposition, but in June 2015 Washington decided to resume military aid to the regime after a temporary suspension, citing “meaningful progress” on human rights. The US still maintains its navy’s 5th fleet in Bahrain. In December 2014, the UK announced the edification of a permanent military base in the Gulf kingdom, whereas in July 2015 the European Union passed a motion calling for a resolution against the detainment of political dissidents. In particular, the US and the UK have never ceased providing security assistance to Manama: the former assistant commissioner of the British Metropolitan Police John Yates and John Timoney- once labeled one of the most infamous American cops – are just two examples out of the envoys sent to “reform” the Bahraini police over the last four years.

The fruits of these alleged reforms are nothing more than a mirage at the moment. Even a licensed association representing the “moderate” fringe of the opposition calling for a constitutional monarchy rather than a republic, the above-mentioned al-Wefaq, is currently banned from politics due to its boycott of the last parliamentary elections (November 2014). The secretary general of al-Wefaq, Shaykh ‘Ali Salman, has been arrested in December

“None of the dialogue sessions we had with the Government after 2011 was seriously aimed at opening a dialogue,” Sayyid Hadi al-Musawi, a former Wefaq MP, told WOZ. “All our unmet demands were listed in the Manama Document in 2011,” said al-Musawi in reference to the reasons of the 2014 boycott, “these included among others an elected government, an independent judiciary and a lower parliamentary house (majlis an-nuwwab) with the same powers of the upper house (majlis ash-shura).” According to the Constitution, the deputies of the upper house are appointed by the king, just like the ministers, and they can veto the laws approved by the elected lower house.

Following the publication of the findings of the Bahrain Independent Commission of Inquiry (BICI) in November 2011, an investigative body established by the king which confirmed the abuses committed during the crackdown, the regime set up a number of institutions to polish its image in the eyes of human rights advocates, such as the Ombudsman.

The credibility of these bodies is disputed by those who should benefit from their services. Ali[1] is a 20-year-old inmate at Jaw Central Prison, who has been sentenced to more than 3 years for illegal gathering (tajamhur) and rioting (shaghab). According to the Bahrain Center for Human Rights (BCHR), there are currently 1126 political detainees, including 142 minors and 28 women. In February he lost his sight due to an eye infection. Because of a riot occurred inside the overcrowded prison on March 10, he was punished being denied proper medical assistance for more than three months. “We visited the Ombudsman and they promised to follow up on Ali’s situation,” his mother Umm ‘Ali told WOZ in a feeble tone of voice, while covering her face out of shame, “but after 10 minutes they called us back saying the Jaw direction confirmed Ali’s eye was in good health.” On June 23, Umm ‘Ali visited his son again and found him “without medicines, wearing a black dirty gauze on his eye turned upside down.” Ali underwent surgery only on July 7.

The future looks even gloomier for Bahrain when looking at its economic situation, since the erosion of State subsides is likely to provide a fertile ground for further political turmoil. The government expenses are not covered by the already meager oil revenues in the current context of depreciated fossil fuels. To limit the budget deficit, the authorities have already opted for new austerity measures: starting from August the meat subsidies will be lifted with the exception of low-income families.

“Meat subsidies count for 10% of the State subsidies, but the Government is currently discussing the revision of energy subsidies, which represent the majority of subventions,” noted Ibrahim Sharif, the general secretary of the leftist National Democratic Action Society (Wa’d). Although licensed, the group has always failed to gather enough votes to enter the Parliament, but Sharif is one of the country’s most influential political veterans. In the ’70s he was a member of the marxist Popular Front for the Liberation of Bahrain. “These austerity measures will affect those who are already struggling to secure an accommodation and ignite further political and sectarian tensions: in 2001 you had 32.000 people on the waiting list to receive a house, now they are 54.000,” explained Sharif.

WOZ met with the leader of Wa’d a couple of days before his arrest on the 12th of July, less than one month after his latest release. In Jaw prison, he was part of the so-called “Bahrain Thirteen”, the main opposition figures who are kept segregated from the other inmates. Even though the Bahraini regime’s propaganda is that of a country at war with Iranian-funded Shi’a Islamists, it is clearly not willing to spare Sunni secular opponents like Sharif.

The poorer rural hotbeds of dissent will be heavily affected by the austerity measures in absence of social security cushions. Fatima Harun is a social worker from Bani Jamra, her 16-year-old son Ahmad al-Arab is a hero there, his smile is displayed on posters next to his detained uncle ‘Ali. He was arrested in April. After one month of intensive torture, Ahmad’s smile was the only feature his mother was able to recognize when she visited him in prison. He is now sentenced to 32 years for having been trained in Iran to carry out a series of bombing attacks when he was 13 years old. Ahmad and 55 of his alleged accomplices were all stripped of their nationality. Mohammad al-Tajer , a lawyer and a human rights defender who has followed personally the case, dismissed the accusations saying they were all “extorted under torture and based on unnamed sources.”

“They’re giving the Bahraini nationality to Pakistanis, while they take it away from us…who are they to do this? My family was here much before the Al Khalifa family!” commented indignantly Mrs. Harun. Sunnis from Pakistan, Syria, Jordan and other countries are known to be naturalized and enlisted in the Bahraini security and military forces. The Shi’a majority sees this as an attempt to alter the demographic balance and make sure Sunnis remain in charge of the repression.

Loaded with xenophobic resentment, Mrs. Harun feels like a foreigner in her own country. “This was my father’s house, we’re 6 families in here…Me and my husband Abdullah have been together for 17 years and we cannot afford buying our own property,” she told WOZ.

For the moment, no one cares about the Al Khalifa’s despotic rule on a regional and international level, but the economic crisis might broaden quickly the popular base of the opposition. Until today the major political forces have prevented the militarization of their efforts, but it’s not clear how long they will manage to refrain from violence in light of the continuous attacks on basic rights. If the flow of Iranian weapons will ever be available to Bahrainis, their struggle could be easily hijacked and turned into a regional threat for Saudi Arabia, whose Shi’a minority lives in similar marginalized conditions in the Eastern provinces. The BICI’s findings have ruled out an Iranian involvement in the Bahraini uprising, even though some opposition parties have historically been influenced by Iranian Shi’a Islamist ideologues. In light of the recent nuclear deal between Tehran and the Western powers and the reluctance of the US administration to intervene in defense of its Gulf allies to counter what Obama called “their internal threats”, the Islamic Republic might feel  galvanized enough to back proxy parties in Bahrain (as it did in Yemen). The only way for the Bahraini regime “to keep it local” in the long run is to carry out significant reforms.

[1]     A pseudonym as been used for security reasons

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Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sull’ascesa di Al-Jazeera English come media più professionale e meno parziale dell’ominima emittente panaraba.

Se Al-Jazeera English eclissa Al-Jazeera

Analisi
Al-Jazeera news anchors Veronica Pedrosa
(photo: aaron-sekhri.com)

Sono passati ormai diciassette anni dalla nascita dell’emittente satellitare panaraba Al-Jazeera (AJ), un progetto rivelatosi in grado di rivoluzionare una regione abituata alla rigida censura governativa. Nel 2006, una volta conseguita l’affermazione del canale quale fonte giornalistica più autorevole del mondo arabo, l’emirato del Golfo ha deciso di imporre il suo marchio nel club degli imperi mediatici anglofoni attraverso il lancio di Al-Jazeera English (AJE), originariamente nota con il nome di Al-Jazeera International.

Fin dall’inizio, l’emittente è stata oggetto di accese polemiche sia nel mondo arabo, preoccupato che l’obiettivo fosse uno smorzamento occidentalizzato delle posizioni anti-imperialiste, sia in Occidente, data la demonizzazione islamofoba attuata per anni dalle aree politiche conservatrici nei confronti del canale. Simili pregiudizi e l’ostracismo della concorrenza hanno finora relegato la popolarità di AJE tanto in Asia che in Africa e mettono ora a dura prova il successo di Al-Jazeera America appena sbarcata negli States.

La chiave del successo delle due emittenti anglofone del network del Qatar sui mercati europei e americani sarà la mobilitazione dell’opinione pubblica in favore della libertà d’espressione e del pluralismo mediatico, senza aspettarsi che l’orientamento trascenda il contesto mediorientale d’origine e venga meno alla missione di megafono del ‘sud globale’ [1].

L’altro lato della medaglia è il parallelo declino della credibilità di AJ, divenuta strumento della politica estera della famiglia reale al-Thani, in netto contrasto con la professionalità di AJE: il rischio è che il canale anglofono diventi un biglietto da visita dell’emirato al di fuori della regione, riducendo AJ a innocuo strumento di propaganda.

Perché Al-Jazeera English non ha mai inteso emulare la BBC o la CNN

Alla nascita di AJE, molti giornalisti di AJ avevano espresso il loro timore che il modello di resistenza mediatica, reso celebre dallo smascheramento dei crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi in Afghanistan e in Iraq, venisse filtrato dal team di giornalisti ‘importati’ da canali come la Bbc. Stando alla testimonianza di William Stebbins, caporedattore di AJE a Washington dal 2005 al 2010, il Ministero degli Esteri statunitense aveva promesso maggiore accessibilità alle fonti governative in cambio di pressioni sullo staff arabo ostile alla Casa Bianca.

Doha aveva subito resistito a un simile snaturamento dell’identità del marchio Al-Jazeera, promuovendo l’artefice del successo del canale arabo, il palestinese Wadah Khanfar, alla direzione generale del network televisivo; Khanfar aveva quindi provveduto a mutare il nome dell’emittente anglofona da Al-Jazeera International ad Al-Jazeera English, in un chiaro ridimensionamento delle aspirazioni dei ‘nuovi arrivati’. A dispetto dell’indipendenza da Doha sbandierata dall’ex-direttore amministrativo di AJE, Nigel Parsons, Khanfar ha cercato di mantenere l’emittente anglofona fedele alla missione di Al-Jazeera di essere una voce degli emarginati del “sud globale”.

Diversi analisti hanno però bocciato la professionalità di AJE, dando per scontato fosse stata concepita per ‘redimere’ i presunti eccessi anti-americani della ‘sorella’ araba. In questo senso, erano state emblematiche le dimissioni del 2008 di David Marash, celebre presentatore americano assunto da AJE, il quale aveva dichiarato di non identificarsi nella visione “araba e post-colonialista” del canale. Marash aveva dimostrato di non tenere così in alcuna considerazione l’orientamento del pubblico di AJE. Come messo in luce dagli studiosi di media Mohammad al-Nawawy e Shawn Powers, chi preferisce AJE alla Cnn o alla Bbc si distingue infatti per una posizione critica nei confronti della politica estera americana.

La chiave di lettura dell’orientamento di AJE risiede nelle teorie formulate da Kai Hafez [2], che considera gli spettatori un ‘elettorato’ piuttosto che un pubblico universale privo di idee pregresse. Nel contesto contemporaneo saturo d’informazione, i telespettatori cercano delle conferme delle loro convinzioni, quelli di AJE tanto quanto quelli della BBC.

La possibile via del successo per Al-Jazeera English in Occidente

Se finora i pregiudizi sul mondo arabo e alcuni calcoli di natura commerciale della concorrenza hanno limitato la popolarità di AJE negli States e in Europa, una piccola esperienza locale di successo può indicare le carte da giocare per assicurarsi il pubblico occidentale. Il dottorando William Youmans ha seguito in dettaglio il caso di un provider via cavo del Vermont (Usa), la Burlington TV, una delle pochissime piattaforme ad aver accettato di trasmettere AJE nel 2007, in un Paese dove l’emittente qatarense è riuscita ad assicurarsi un canale solamente quest’anno con l’acquisto di Current TV, l’emittente posseduta da Al Gore.

Si tratta di un caso particolare, in considerazione della natura semi-pubblica della Burlington TV, che è solita consultare i suoi telespettatori in quanto fruitori di un servizio, e dell’orientamento politico a favore del partito democratico prevalente nello stato del Vermont. Nel 2008, il fatto che alcuni residenti si fossero opposti alla trasmissione di Al-Jazeera ha spinto le autorità locali a indire una serie di dibattiti, a cui hanno partecipato cittadini e membri dello staff di AJE: in merito alle obiezioni avanzate dal fronte del ‘no’, è stato concluso che non vi fossero prove sufficienti né del contenuto anti-israeliano né dell’influenza della natura anti-democratica dell’emirato sul palinsesto. In nome della libertà d’espressione e del dialogo interculturale, il comune di Burlington ha deciso di non interrompere le trasmissioni di AJE.

Alcuni dei partecipanti al dibattito hanno confermato la validità delle teorie di Hafez sul pubblico inteso come ‘elettorato’ dalle posizioni predefinite, sminuendo l’eventualità che i telespettatori sviluppino tendenze anti-americane a causa di Al-Jazeera English. L’esperienza di Burlington potrebbe suggerire alla direzione di AJE e AJA la strategia migliore per guadagnare popolarità in Occidente, promuovendo dei dibattiti tra fasce di pubblico politicizzato e già incline alla ‘contro-informazione’.

Al-Jazeera English guadagna credibilità a spese di Al-Jazeera

Pur condividendo una visione contro-egemonica nei confronti dei media occidentali, il divario creatosi tra AJE e AJ in termini di credibilità è invece evidente in determinati contesti, Egitto e Bahrain in primis, dove la mano pesante dell’emirato ha condizionato la copertura degli eventi. A differenza della questione palestinese, dove l’insistenza di Doha nel mantenere dei buoni rapporti con Tel Aviv sin dal 1996 non ha condizionato la copertura del conflitto in senso filo-israeliano, la tutela dei legami con i Fratelli Musulmani e l’Arabia Saudita ha limitato la professionalità di AJ nell’occuparsi di Egitto e Bahrain.

Nel primo caso, i segnali della faziosità di Al-Jazeera Mubashir Misr (Al-Jazeera in diretta dall’Egitto- il canale creato ad hoc per seguire gli eventi egiziani) sono innumerevoli: basti constatare il dominio assoluto delle interviste a opinionisti a sostegno del deposto presidente islamista Mohammed Mursi sulla pagina YouTube del canale o la scelta di concedere oltre venti minuti al dotto islamico Yusef al-Qaradawi, da sempre vicino ai Fratelli Musulmani, per rivolgersi “al popolo egiziano” alla stregua di un presidente.

In merito invece al Bahrain, nonostante lo spazio concesso all’opposizione bahrainita anche su programmi di punta come Al-Ittijah Al-Mu’akis (La Direzione Opposta), la presa di posizione del canale al fianco della monarchia è palese in servizi come quello di Fawzi Bushra del 16 marzo 2011, dove l’insurrezione bahrainita viene definita “confusa” rispetto ai moti popolari egiziani e tunisini, in quanto divisa tra sciiti e sunniti.

Il Qatar, in qualità di membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), ha acconsentito all’invio delle truppe del Dir’ al-Jazirah (Scudo della Penisola) in Bahrain il 14 marzo 2011 in supporto del regime. Come rivelato da un documento dell’ambasciata statunitense di Doha pubblicato da Wikileaks, al-Jazeera è riuscita a mediare la riconciliazione con l’Arabia Saudita nel 2010 attraverso una copertura favorevole della famiglia reale; Riyadh si è del resto collocata in prima linea nel supportare l’intervento in Bahrain, temendo pericolose ripercussioni nelle regioni sciite saudite.

Al contrario, AJE ha riservato maggiore spazio alla rivoluzione bahrainita, approfondita tramite un documentario intitolato ‘Shouting in the Dark’. In questo caso, il canale anglofono ha seguito una politica redazionale indipendente da Doha, evitando per esempio di applicare due pesi e due misure in Bahrain e in Siria, contesto quest’ultimo in cui AJ si è schierata apertamente con i rivoluzionari, omaggiandoli di una copertura continua degli eventi. L’intensità del conflitto esploso in Siria non legittima completamente la scala di priorità, considerata l’attenzione maggiore dedicata ai rivoluzionari pacifisti egiziani in confronto ai loro omologhi bahrainiti.

Le dimissioni di Wadah Khanfar del 2011 e la nomina alla direzione del network di un membro della famiglia reale senza alcuna esperienza giornalistica, Ahmad Bin Jassem al-Thani, avevano già suggerito un giro di vite delle élite qatariote. Un ulteriore passo indietro è stato il ripristino del Ministero dell’Informazione nel rimpasto ministeriale guidato dal nuovo emiro Shaykh Tamim Bin Hamad al-Thani, asceso al trono il 26 giugno scorso: tale ministero, da sempre utilizzato come strumento di controllo nel mondo arabo, era stato abolito dal padre Shaykh Hamad Bin Khalifa al-Thani in un gesto di apertura coinciso con il lancio di Al-Jazeera nel ’96. Lo stesso Khanfar aveva del resto motivato il suo abbandono sostenendo di aver portato a termine la sua “missione”, trasformando Al-Jazeera in un network internazionale d’informazione.

Ora che il Qatar è riuscito ad affermarsi come potenza, si trova immerso in un contesto costellato da realtà mediatiche intraprendenti quanto Al-Jazeera, emerse dalla caduta dei vari regimi (si pensi al ricco panorama satellitare iracheno): non trattandosi più di un’eccezione regionale, AJ potrebbe iniziare a essere percepita come realtà nazionale, chiamata a monitorare l’operato della classe dirigente. Secondo l’analisi dell’ex-caporedattore di AJE William Stebbins, l’emirato ha preferito limitare i danni e ripiegare su una missione molto meno ambiziosa di quella di Khanfar.

Nonostante dipenda finanziariamente dalle stesse casse e sia già stata oggetto delle pressioni di Doha, AJE sembra mantenere livelli superiori di professionalità. L’abdicazione volontaria di Shaykh Hamad, per esempio, è stata sì erta a “passo senza precedenti” [3] nella regione, ma senza scadere negli elogi sperticati dell’emittente araba, la quale non ha esitato a dedicargli una sezione speciale sul sito. AJE si è invece distinta mandando in onda una puntata di Inside Story (26 giugno 2013), in cui il corrispondente del The Guardian britannico, Ian Black, ha ricordato come il Qatar abbia prorogato di recente il mandato del Consiglio Consultivo, procrastinando ulteriormente le elezioni parlamentari. Sempre Inside Story (14 giugno 2013), ha dedicato un’altra puntata ai timori connessi allo sfruttamento dei lavoratori stranieri nei preparativi per la Coppa del Mondo di calcio, in programma a Doha nel 2020.

D’altro canto, come suggerito dall’ex-caporedattore Stebbins, le maggiori libertà concesse ad AJE potrebbero essere parte di una strategia volta a presentare un’immagine più liberale al pubblico anglofono esterno alla regione, mantenendo invece un controllo più rigido sul contenuto di AJ. Paradossalmente, considerando l’originale funzione di resistenza svolta nei confronti dei media occidentali, Al-Jazeera finirebbe per rassomigliare alla Cnn, di cui ai tempi della guerra in Iraq veniva criticata la disparità dei contenuti a seconda del pubblico: propaganda militarista per i telespettatori americani e commenti più sobri su Cnn International. Un’ Al-Jazeera lontana dagli albori da paladino della libertà d’informazione, rifondata sul consenso interno e le immagini edulcorate all’estero.

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Note

[1] Nelle parole di Ibrahim Helal, vice direttore delle notizie e dei programmi di AJE. Si veda: Mohammed el-Nawawy e Shawn Powers, Mediating Conflict. Al-Jazeera English and the Possibility of a Conciliatory Media [2008].

[2] Hafez, K. (2000) The West and Islam in the Mass Media: Cornerstones for a New International Culture of Communication in the 21st Century. Center for European Integration Studies Discussion Paper, 61, 3.

[3] In realtà esiste un precedente: il sultano dell’Oman Taimur bin Faisal bin Turki (1913 – 1932) abdicò infatti volontariamente in favore del primogenito.

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