Australia

Lettera mia personale a ricercatrici e ricercatori di/in Medio Oriente

(I’ll soon translate this post into English and Arabic)


The term RESEARCH is inextricably linked to
European imperialism and colonialism…
The word itself RESEARCH, is probably one of the dirtiest words
in the indigenous world’s vocabulary
(Linda Tuhiwai Smith, University of Auckland, NZ)

 

È da un pò che noto status Facebook e Twitter di amiche/i, colleghi/e, e conoscenti siriani/e, palestinesi e libanesi, che si appellano all’importanza di fare ricerca sui propri paesi, e, soprattutto, alla necessità di diminuire il numero di ricercatrici/ori internazionali. Al contrario, ho sempre desiderato sapere che cosa direbbe dell’italia uno studioso del Guatemala, una studiosa sudafricana, un indiano e una svedese. Inutile dire che le radici dei nostri sentimenti diversi a questo riguardo affondano in una diversa storia coloniale, alquanto scomoda. Ma quest’ultima non può rispondere a tutto. Questi commenti non mi trovano personalmente d’accordo: sono totalmente incapace di ignorarli da un punto di vista emotivo, ma neanche credo vadano ignorati o scartati tout court da un punto di vista professionale.

In qualità di ricercatrice italiana di Medio Oriente, sarei ipocrita se dicessi che questi commenti non mi toccano. A dirla tutta, questi commenti mi feriscono smisuratamente. Ma non è per questo che scrivo questo post: se lo state leggendo come un’auto-difesa o un’apologia morale della mia professione, non siamo esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. Nonostante questi commenti non mi trovino d’accordo, credo sia mio dovere mettere in discussione quello che penso a partire dalla mia posizionalità nella compagine sociale, politica, ed economica delle/dei ricercatrici/ori internazionali.

Perchè non mi trovano d’accordo? Perchè altrimenti non farei quello che faccio. La lingua araba, che in qualche piccola forma linguistico-emotiva è entrata nella mia vita sin dal 1990 quando vivevo con la mia famiglia al Cairo, è una lingua incredibilmente difficile. Se non fossi stata convinta di voler lavorare come ricercatrice in Medio Oriente, non mi ci sarei neanche cimentata seriamente molti anni più tardi.

Questi commenti non mi trovano d’accordo perchè la cittadinanza, la maturità personale e l’emotività non procedono linearmente mano nella mano. È vero, sono nata e cresciuta in Italia per la maggior parte della mia vita, se penso a tutti i miei 35 anni. Ma ci sono dei momenti in cui alcuni tratti del processo individuale di socializzazione e maturità intellettuale non avvengono nel proprio paese di origine. Sono certa che colleghi/e arabisti/e concordano nel fatto che a volte troviamo più significativi nell’arco della nostra vita emotivo-intellettuale cinque mesi a Beirut, otto mesi in Siria, o anche una sola settimana ad Algeri, rispetto a dieci anni nella propria città di nascita, dove spesso la vita quotidiana è costituita da famiglia, parenti, amiche/i di infanzia, compagni/e di studi. Con ciò non voglio affatto minimizzare la crescita intellettuale che la vita da non migrante offre. Piuttosto, voglio delineare un continuum tra quei periodi di tempo: un continuum che rende arbitrario il sostenere che la vita altrove non ci abbia formate/i in egual misura, o persino in misura maggiore.

Questi commenti non mi trovano d’accordo perchè non ho mai studiato l’Italia da un punto di vista scientifico, e perchè francamente non sono dell’opinione che dovrei necessariamente farlo.

Questi commenti non mi trovano d’accordo perchè sono frutto di un’arbitraria omogeneizzazione sui non-locali – simmetricamente la medesima di cui parla Edward Said nel suo Orientalismo – come se conoscenza, empatia, e mobilitazione debbano essere dettate dai passaporti.

Non mi trovano d’accordo perchè non credo proprio che questa sorta di “leghismo” nazionalista della ricerca riesca a compensare secoli di sfruttamento coloniale, di paternalismo morale ed economico che continua ad imperare in Medio Oriente e Nord Africa in varie forme, tra cui varie modalità di assistenza.

Non mi trovano d’accordo perchè da un punto di vista di una revisione radicale del pensiero umano, il punto cruciale non è soltanto assicurarsi che il detentore di qualsiasi passaporto abbia i mezzi per studiare, ricercare, e scrivere; ma è anche assicurarsi di non utilizzare autori e autrici che sono frutto di un sistema prettamente etnocentrico, spacciato troppo a lungo per universale.

Se da domani iniziassi a pubblicare sull’Italia, nessuno/a metterebbe mai in dubbio la mia legittimità etica di ricercatrice. All’improvviso, agli occhi della comunità internazionale, mi libererei di questi discorsi che mi fanno contorcere lo stomaco all’ordine del giorno. E invece vi dico che non dovrei godere di nessuna legittimità, dal momento che di Italia – il paese del mio passaporto – da un punto di vista scientifico ed intellettuale so ben poco.

Io vi ho detto quello che penso, ma potrei benissimo essere in torto. Questo pensiero mi affligge: concretamente, senza troppe filosofie, che tipo di scelte dovremmo compiere? Vi chiedo quindi di mandarmi i vostri pensieri, in modo anonimo o con il vostro nome, per iniziare una riflessione comune su questi importanti argomenti. Mi sento in balia di ragionamenti che finora non trovano nessun interlocutore e nessuna interlocutrice nella vita reale. Per me fare ricerca è anche cercarvi, costruire o rinverdire una mutua solidarietà. Non possiamo ignorarci.

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“Muslim Women” and Gender Inequality in Australia’s Assimilationist-Multicultural Policies. Participation in Sport as a Case Study

Published on “About Gender” 6 (11), 2017: 324-353.

Available online at: http://www.aboutgender.unige.it/index.php/generis/article/view/383

Abstract

When talking about Islam, the “religionization” of subjects – in particular female subjects – becomes the primary analytical tool to describe power relations within cultural groups and in multicultural societies. Likewise, religionization is widely employed in neoliberal western societies to discuss the very identity and human rights of Muslim women in relation to citizenship and migration policies. In the capacity of minority-group members, Muslim women are hardly ever addressed as fully developed agents of change and self-enfranchisement. Moreover, they tend to be reified as an aprioristically self-standing sociological category and instrument of scientific inquiry. The Australian case provides an exemplification of how both the monoculturalism of assimilationist policies adopted by several governmental mandates, and the over-celebrated multicultural policies allegedly ending racism, have ended up sanctioning the “ungovernability” of Muslims within Australian society (Hage 2011), by addressing gender inequality as an innate attribute of being a Muslim woman. In the aftermath of the 2005 Cronulla Riots, which more overtly showed the inter-ethnic conflicts of Sydney, the proposal of ending the gender inequality of “minority women” has been increasingly championed by campaigns grown in an ethnicized community environment. The article investigates – through semi-structured interviews – how Muslim women associations in Australia currently intend to approach gender inequality, and how female soccer players in two different Australian cities tell their identity work in relation to their decision of participating in sport. By fully embracing anthropologist Hage’s argument (2011), this paper confirms, first, that the antithesis between assimilationist and multicultural views is actually a false issue, in that assimilationist policies still reside at the heart of multicultural governance; second, that the antagonistic binary between “liberal host societies” and “oppressive minority cultures” is misleading, since female players’ access to Australian official matches is in practice denied by government policies rather than “minority community” culture.

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