Author Archives: Andrea Glioti

Libertà d’espressione in Giordania

Jord gvt supporter Ho caricato su YouTube un servizio che ho realizzato in Giordania a fine gennaio, che per vari motivi non è stato diffuso.

Si parla delle contraddizioni di una classe dirigente che si schiera in prima fila in difesa della libertà d’espressione a Parigi, ma si comporta in modo completamente diverso in patria…

Di seguito i dettagli del servizio:

(commento e interviste: Andrea Glioti e Estella Carpi, montaggio: Kami Fares, riprese: Mnary Al’khall)

Primo intervistato: Mohammad Harasis (attivista ed ex-membro dei Fratelli Musulmani)

Seconda intervistata: Alba Mahmoud Abu Abla (segretario del Partito Democratico del Popolo Giordano, attivista per i diritti delle donne)

Terzo intervistato: Hussein al-Majali (Ministro dell’Interno giordano)

Il link è il seguente: https://www.youtube.com/watch?v=c9TE8XosfWo&feature=youtu.be

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Gli utenti dei media arabi tra ottimisti, scettici e reazionari

Un sondaggio della sede qatarense della Northwestern University americana (NU-Q) rivela un pubblico arabo attraversato da tendenze contrastanti: dalla fiducia nella professionalità dei mezzi d’informazione allo scetticismo, dalla difesa della libertà d’espressione agli appelli per un monitoraggio dei contenuti. Internet galoppa verso il sorpasso della televisione. Il Qatar finanzia lo studio, ma si mantiene all’ombra dei riflettori. (Pubblicato originariamente su ArabMediaReport)

La NU-Q ha pubblicato il 18 giugno 2014 i risultati di un sondaggio condotto tra il 2012 e il 2013 su un campione di 10.027 partecipanti provenienti da otto paesi arabi: Egitto, Giordania, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Bahrain.

La televisione rimane il mezzo di comunicazione più popolare nella regione, incalzata da internet, soprattutto tra le nuove generazioni. Prevedibilmente, si riscontra una certa incidenza del cosiddetto “digital divide” tra le ricche petromonarchie del Golfo, dove il web fa quasi concorrenza al tubo catodico, e paesi come l’Egitto e la Giordania, dove l’accesso alla rete è molto meno capillare. L’informatizzazione si traduce in social network in tutti le nazioni, con lo strapotere incontrastato di Facebook, seguito da Twitter. Ciò non impedisce al web di essere prima di tutto fonte d’informazione, preceduto in questo ambito solo dalla televisione, seppur la maggioranza dei giovani vi si affidino tanto quanto ai notiziari. Di fatti, lo stesso Facebook raggiunge la terza posizione tra le fonti d’informazione, soprattutto tra i più giovani, citato dal 10 per cento complessivo degli intervistati e preceduto solamente daAl-Arabiya, seconda con il 15 per cento, e Al-Jazeera, prima con il 26 per cento.

Per quanto riguarda il genere di notizie “consumate”, circa due terzi (73%) dei partecipanti prediligono gli affari nazionali, poco più della metà (53%) le questioni regionali e un numero ancora inferiore (43%) ciò che avviene al di fuori del mondo arabo. Tali dati sono condizionati dalle varianti nazionali: nel Golfo si riscontra un interesse maggiore per gli affari regionali e internazionali per la presenza di grosse comunità di espatriati arabi e occidentali, al contrario di quanto avviene in Tunisia ed Egitto (nel secondo caso incide anche l’imperitura tendenza all’ “egittocentrismo” storico, politico e culturale dell’opinione pubblica). Interessante anche quanto emerge sulla propensione del pubblico a informarsi “da più campane”, con circa un terzo degli intervistati che si rivolge ai siti internet occidentali sia per le notizie sul mondo arabo che per quelle relative ad altri continenti. L’accesso al web non arabofono è prevedibilmente una prerogativa dei paesi dove è più diffusa la conoscenza dell’inglese, guidati dalle monarchie del Golfo.

La sezione più interessante dello studio della NU-Q sembra quella in cui vengono analizzate le connessioni tra media e politica. Se da una parte emerge un consenso omogeneo sul progresso della qualità dell’informazione nel mondo arabo nel corso degli ultimi due anni, i paesi più critici della credibilità delle piattaforme mediatiche sono quelli caratterizzati da maggiore instabilità (Tunisia, Libano, Egitto), mentre le realtà accomunate da apparati di potere “fossilizzati” come la Giordania, l’Arabia Saudita e gli Emirati raccolgono un maggiore consenso intorno alla professionalità degli strumenti d’informazione. Allo stesso tempo, la maggioranza degli intervistati provenienti da paesi contraddistinti da media più asserviti alle classi dirigenti – monarchie del Golfo, in primis – esprimono un sostegno deciso per “il giusto corso” perseguito dalle politiche governative, mentre gli abitanti dei due stati con i mezzi d’informazione che godono probabilmente della maggiore libertà – la Tunisia dal 2011 e il Libano da ben prima – si rivelano totalmente pessimisti sul futuro del loro paese.

Per altri aspetti lo studio riflette i venti di restaurazione che soffiano sugli scenari post-rivoluzionari e, se da un lato la maggioranza (61 per cento) difende la libertà d’espressionein rete, colpisce dall’altro il sostegno espresso dal 50 per cento degli intervistati per una regolamentazione più rigida dei contenuti. In fondo, solo il 46 per cento ritiene che internet debba permettere di criticare le autorità governative.

I media oltre che fonti d’informazione rimangono mezzi d’intrattenimento e in questo ambito la televisione continua a detenere il primato, seguita dal web (con l’eccezione singolare del Qatar, dove il divertimento è prima di tutto online). Un’altra sezione viene dedicata all’impatto di internet sulle relazioni familiari e le amicizie, con una maggioranza (70 per cento) dei partecipanti che riconosce al web un ruolo centrale nei loro contatti più frequenti con gli amici prima che con famiglia, colleghi o correligionari. Lo studio della Northwestern University si attiene però ai consueti taboo socio-morali e non ci è dato pertanto di conoscere la percentuale degli intervistati che fa ricorso al web allo scopo di facilitare relazioni sentimentali e sessuali.

Al di là dell’indubbio valore del sondaggio, è obbligatorio menzionare le palesi intromissioni delle autorità qatarensi, segnalate abbastanza esplicitamente dal team di ricercatori nel corso del testo. Si premette infatti che la formulazione di alcune domande, nell’unico caso del Qatar, è stata modificata dietro richiesta del dipartimento di statistica dell’emirato: ciò significa che la domanda “È sicuro dire qualsiasi cosa si pensi della politica sul web?” viene neutralizzata dalla sostituzione di “politica” con “affari pubblici”; i “governi” assumono i contorni nebulosi delle cosiddette “istituzioni potenti” e si parla di “influenza sulla società” invece che di “influenza politica”. La domanda sulla valutazione dei partecipanti circa il percorso intrapreso dal proprio governo è stata infine semplicemente omessa nel caso del Qatar, sempre su richiesta del dipartimento di statistica.
Doha conferma pertanto il suo approccio nei confronti della politicizzazione dei media, sistematicamente proiettata sugli affari esteri e centellinata nelle questioni interne.

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Al-Arabi al-Jadid: Al-Jazeera pt.II o riscossa mediatica del Qatar?

Su al-Arabi al-Jadid, nuova realtà mediatica nata da finanziamenti qatarini. Pubblicato originariamente su ArabMediaReport.

Doha annuncia da mesi il lancio del suo nuovo gioiellino televisivo, il canale Al-Arabi al-Jadid, concepito per riscattare le sorti di Al-Jazeera, decaduta da emittente pioneristica a “portavoce” dei Fratelli Musulmani, soprattutto a causa della sua copertura assolutamente parziale dell’Egitto. Il nuovo canale doveva originariamente prendere il via a gennaio, ma l’inaugurazione è slittata a data da definirsi, probabilmente all’inizio dell’anno prossimo. Ciononostante, Al-Arabi al-Jadid, di cui non si conoscono ancora con esattezza i finanziatori, fa parlare di sé già da mesi, sull’onda delle aspettative sulla sua futura linea editoriale. Il quotidiano inglese basato negli Emirati The National riporta che la forza motrice del nuovo canale sarà Azmi Bishara, analista politico palestinese, nonché volto storico di Al-Jazeera molto vicino alla casa regnante qatarense. La scelta di Bishara potrebbe spiegarsi con il tentativo di allontanare Al-Arabi al-Jadid dai Fratelli Musulmani: Bishara non ha infatti risparmiato le sue critiche al partito islamico anche in occasione delle proteste cruciali del 30 giugno 2013.

Secondo alcune fonti anonime a cui aveva avuto accesso il quotidiano palestinese Al-Quds, le stesse dimissioni del direttore di Al-Jazeera Wadah Khanfar nel settembre del 2011 sarebbero state il risultato delle pressioni di Azmi Bishara, panarabista e contrario alle simpatie di Khanfar nei confronti dei Fratelli Musulmani. Il presunto progetto di Bishara è stato però sepolto dalla nomina alla direzione di Al-Jazeera del membro della famiglia reale Ahmad Bin Jassem al-Thani e dalla linea editoriale degli anni successivi. Detto ciò, Bishara rimane un intellettuale ben visto anche tra i seguaci dei Fratelli Musulmani, che apprezzano per esempio la sua opposizione alla messa al bando del partito in Egitto in qualità di organizzazione terroristica: Bishara l’ha infatti definita una decisione controproducente nel percorso di riconciliazione tra laici e islamici e un incentivo alla radicalizzazione di questi ultimi. Mentre Bishara potrebbe rivelarsi il candidato ideale per rimettere in carreggiata la credibilità dei progetti mediatici dell’emirato, l’ombra di Al-Jazeera è fin troppo palese nell’orientamento del sito di Al-Arabi al-Jadid e del quotidiano omonimo, che hanno anticipato il 30 marzo scorso l’avvio delle programmazioni televisive.

Il sito è di proprietà della Fadaat Media, i cui rappresentanti hanno assicurato di ricevere finanziamenti esclusivamente da investitori privati, senza alcuna connessione alle casse dell’emirato. Si tratta comunque di rassicurazione alquanto fragili, se si osservano i profili di alcune personalità coinvolte nel progetto, come Sultan Ghanim al-Kuwari, indicato come direttore del gruppo mediatico, e membro di una dei clan politicamente più influenti a Doha, che annovera ministri e diplomatici tra le sue fila.

Come direttore è stato scelto il giornalista egiziano Wa’el Qandil, altro volto noto di Al-Jazeera, vicino al gruppo che ha redatto la dichiarazione contro il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi dell’Alleanza di Bruxelles del maggio 2014, in cui figurano diversi sostenitori dei Fratelli Musulmani. Le posizioni di Qandil sono ben note in Egitto e il suo ruolo come caporedattore ha già spinto i media egiziani filo-governativi ad accusare Fadaat Media di essere stata fondata da Ibrahim Munir, membro dei Fratelli Musulmani a livello internazionale. In questa intervista su Al-Jazeera del 22 maggio scorso, Qandil sottolinea però come la riduzione dello schieramento contrario al “golpe” (inqilab) del 3 luglio 2013 a gruppo di sostenitori dei Fratelli Musulmani contrapposti a Sisi sia pienamente negli interessi del regime attuale. Tuttavia, si guarda bene dal definire “rivoluzione” (thawra) la deposizione di Mohammed Mursi conseguita dalla rivolta popolare del 30 giugno, liquidandola come un’ “onda” (mawja) e affermando che il “sogno” (hilm) della rivoluzione del 25 gennaio 2011 “sia stato rubato” (suriqat) proprio in quel giorno.

Il taglio e la scelta degli articoli pubblicati sul sito sull’attualità egiziana non sono del resto così diversi da quelli di Al-Jazeera, passando dalle testimonianze dei massacri commessi da esercito e polizia a quelle dei prigionieri delle “carceri del golpe” (sujun al-inqilab). Negli altri articoli pubblicati, la centralità della causa palestinese è l’ennesimo tratto di continuità con la linea editoriale di Al-Jazeera, con tanto di corredo retorico panarabo e scelta “premeditata” (muta’ammada) del lancio del sito il 30 marzo, in occasione della Giornata della Terra Palestinese (Yawm al-Ard). Tra gli opinionisti figurano, prevedibilmente, diversi esponenti dell’opposizione siriana di orientamenti molteplici, da Michel Kilo a Burhan Ghalioun e Salama Kayleh. Non passa poi inosservata l’assenza totale di copertura dedicata alle petromonarchie del Golfo, Qatar compreso, secondo un altro tratto di continuità con l’emittente madre qatarense: la difesa dei diritti umani rigorosamente “in trasferta”.

Se l’emittente dovesse attenersi alle premesse del sito, le novità saranno alquanto ridotte, mentre sembra delinearsi un quadro allargato di realtà mediatiche al servizio della linea editoriale di Al-Jazeera: anche il quotidiano panarabo londinese Al-Quds al-Arabi sembra essere stato rilevato dai capitali dell’emirato dal luglio del 2013, quando lo storico caporedattore Abdel Bari Atwan è stato costretto a fare le valigie da un non meglio precisato cambio di proprietà del giornale. Atwan non ha fornito ulteriori dettagli, ma ha confermato di essere stato costretto a lasciare a causa delle ristrettezze economiche, rifiutandosi di “sacrificare l’indipendenza della linea editoriale”.

Tale indipendenza appare ormai imbrigliata dalla liquidità qatarense, a giudicare dalla prima pagina che il giornale ha dedicato alla partecipazione del sovrano Shaykh Tamim Bin Hamad Al-Thani alle corse di cammelli in occasione della giornata dello sport dell’emirato l’11 febbraio 2014. E tutti i conti sembrano tornare, se si osserva il nome del caporedattore del sito Al-Arabi al-Jadid: il giornalista Amjad Nasser, ex-redattore di al-Quds al-Arabi. Per il momento, al di là delle aspettative connesse al lancio del canale Al-Arabi al-Jadid, il Qatar non sembra pertanto essere interessato a un cambio di rotta, mantenendo le scelte “di campo” che hanno danneggiato la reputazione di Al-Jazeera.

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“الدكتور تيم اندرسون المحاضر في جامعة سيدني يدافع عن نظام الاسد بحجة الفكر “المضاد للامبرالية

SYRIA-CONFLICT-AUSTRALIA

بقلم اندريا ليوتي

http://www.eltelegraph.com/?p=29465

 الدكتور تيم اندرسون محاضر قديم في الاقتصاد السياسي في جامعة سيدني وهو ترأس وفداً رسمياً مكوناً من حزب «ويكيليكس» الاسترالي والجمعية المؤيدة للنظام السوري «هاندس أوف سيريا» الى دمشق حيث التقى الوفد بالرئيس السوري بشار الاسد و بعض مسؤولي حكومته في كانون الاول ديسمبر 2013.
الدكتور تيم اندرسون من اشد مؤيدي الاسد ولكن يدعي انه يدعم «الشعب السوري واستقلال تقرير مصيره على الرغم من الضغوط الامريكية-الصيهونية» وما زال ينظم محاضرات في جامعة سيدني ويتحدث امام وسائل الاعلام لتشويه حقائق الثورة السورية.
لسوء الحظ حضرت احدى من محاضراته يوم 6 اذار مارس 2014 ولدي الكثير من التحفظات على دعاية الدكتور تيم اندرسون والمفكرين الكثيرين من اليسار الغربي الذين اصطفوا مع نظام الاسد بمبرر الفكر «المضاد للامبريالية» كصحافي شاهد الوضع الميداني على الاراضي السورية واللبنانية والتركية منذ اندلاع الثورة في عام 2011.

اولاً: على الرغم من الاجندات المعروفة وراء بعض وسائل الاعلام الغربية والخليجية (وليس فقط في تغطية الشؤون السورية)، لا يمكن عدم ذكر الاسباب الرئيسية لارتباك تصوير الوضع السوري على كافة وسائل الاعلام و هي تُعزى الى المضايقات التي عانى الاعلاميون منها في سوريا. عندما كنت اعمل في سوريا في عام 2011 اضطررت الى اخفاء مهنتي ولتفادي الرقابة الحكومية على تحركاتي فاُعتقل زميلي البرازيلي بدون اي تهمة إلا عمله في الصحافة الحرة هو قضى خمسة ايام في الزنزانة المنفردة. وانا مُنعتُ كذلك شخصياً من الدخول الى سوريا في عام 2012 بسبب لقاءاتي الصحافية مع المعارضة السورية و حضوري للمظاهرات السلمية في عام 2011. بالاضافة الى ذلك، هناك عدد غير قابل للتخيُل من الصحافيين السوريين (وهم من معارفي الشخصية) الذين تعرضوا الى الاعتقالات والتعذيب والقتل من قبل الاجهزة الامنية بسبب جهودهم في تغطية الثورة.
لذلك يجب على كل منتقد تغطية الاحداث في سوريا مثل الدكتور تيم اندرسون ان يأخد بعين الاعتبار هذه التضييقات ولا ينكر حدوث المظاهرات الشعبية في الفترة الاولى والمجازر المرتكبة من قبل النظام لاحقاً. و لا تبرر «المقاومة» ضد انحياز الاعلام الغربي الغاء وقائع الحراك الشعبي و وحشية نظام الاسد المجذرة في تاريخه من خلال الاستفادة من مصادر اغلبها مؤيدة للنظام السوري (مثل قناة «روسيا اليوم» و قناة «بريس تي في» الايرانية والراهبة اغنيس مريم الصليب) و في غياب خبرة ميدانية خالية من الرقابة الحكومية داخل سوريا.

ثانياً: النظام السوري، يا دكتور اندرسون، ليس «شاملاً اجتماعياً» كما ليس متعاطفاً مع القضية الفلسطينية خارج مساحة مصالحه المضيقة. ويلفت انظار الكل وقوع قطاع شاسع من المناطق الريفية السورية تحت سيطرة المعارضة وهذا ليس صدفة ولكن نتيجة تهميش شرائح واسعة من سكان الريف على خلفية السياسات الاقتصادية النيوليبرالية لنظام بشار الاسد وكان ينتمي الكثيرون من المتظاهرين الذين التقيت بهم خلال تواجدي في دمشق و تركيا ولبنان الى هذه الطبقات المهمشة سواء الريفية أو المدنية، ناهيك عن مشاركة الاكراد في الثورة السورة التي لا يمكن فصلها عن تهميش الاكراد الاقتصادي ضمن سياسات النظام البعثي.
وعلى الرغم من الصورة النمطية عند بعض دوائر اليسار الغربي، تاريخ النظام السوري لا يتطابق مع «رواية المقاومة ضد الكيان الصهيوني» جراء تورط الحكومة البعثية في ذبح الفلسطينين في مخيم تل زعتر اللبناني في عام 1976 بتنسيق مع المليشيات المسيحية. والقى النظام السوري القبض على كل ناشط فلسطيني معارض له ويكفي ذكر باسماء سلامة كيلة، الفلسطيني الماركسي الذي الجأ الى المنفى في الاردن بعد احتجازه في عام 2012، والناشط الفلسطيني من مخيم اليرموك خالد البكراوي الذي استشهد تحت التعذيب في سجون الاسد في عام 2013. ومن جدير الذكر ان خالد البكراوي عارض دعاية النظام الاسدي في ذكرى النكسة الفلسطينية في عام 2011 عندما دفعت الحكومة شباب المخيم الى خط النار الاسرائيلي عند حدود الجولان المحتل في محاولة صرف الانتباه عن الحراك الثوري السوري. وعلى رغم من اصابته بالرصاصة الاسرائيلية في هذه «المسرحية»، لم يقتنع البكراوي بعفوية نظام الاسد في دعمه للقضية الفلسطينية. واتذكر تماماً استياء الفلسطينين الذين شاركوا في المظاهرات اللاحقة ضد «تجارة الدم الفلسطيني» في مخيم اليرموك.
ناهيك عن الحصار المستمر المفروض من قبل النظام على مخيم اليرموك و تطبيق تكتيك «الموت جوعاً اما الاستسلام» على غرار حمص والغوطة الشرقية. وبالنسبة للمصلحة الاسرائيلية، كان كلام رامي مخلوف واضحاً عند اندلاع الثورة السورية عندما قال ان الامن الاسرائيلي مرتهن ببقاء نظام الاسد ،كما اكد المقكر الفوضوي الامريكي نوام تشومسكي، وهو معروف بمعارضته للدولة الصهيونية، ان كان بامكان إسرائيل التدخل عبر الجبهة الجنوبية لو كان من مصلحتها ان تدعم المعارضة السورية وتضعف النظام المشغول على الجبهات الشمالية ولكن لم يحدث اي تدخل. وفي حقيقة الامر، عبر مسؤولو إسرائيل في عدة المرات عن تفضيلهم ل»العدو المعروف» (بشار الاسد) على «العدو المجهول» (الفصائل المتعددة من المعارضة السورية). وعلى رغم من كل هذه الادلة ما زال يصر الدكتور الندرسون على انتماء النظام السوري الى خط «ممانعة المشروع الصهيوني».

ثالثاُ: صورة النظام السوري كمناهض الاسلاميين وعمود الفكر العلماني في الشرق الاوسط صورة بعيدة عن الواقع تماماً. لو كان النظام السوري علمانياً، فلماذا يمنع الدستور المسيحيين من الحصول على رئاسة الجمهورية ولم يقُم النظام بالمجازرالطائفية بحق اهل السنة في بانياس والبيضا في ايار مايو 2013 كما لم يعتمد على مساندة الميليشيات الشيعية العراقية والايرانية واللبنانية. بالاضافة الى ذلك، ليس هناك اي دليل في تاريخ على جودة الانظمة العلمانية (مثل نظام «الارهاب» عقب الثورة الفرنسية والاتحاد السوفياتي ونظام مصطفى كمال اتاتورك) مقارنة الانظمة الدينية بما يتعلق باحترام حرية التعبير.
وحتى اذا نفترض ان الخيار العلماني افضل من الاسلاميين (وانا لا اختلف مع ذلك بشرط وجود التعددية السياسية الى جانب العلمانية)، لماذا لا يشير الدكتور اندرسون الى العلاقات السابقة بين نظام الاسد وبعض الفصائل الاسلامية المسلحة السنية بما فيها كتائب غرباء الشام التي انخرطت لاحقاً الى صفوف المعارضة السورية؟ لماذا لا يقول اندرسون كلمة وحدة حول الافراج عن اهم المعتقلين الاسلاميين بما فيه زهران علوش من جيش الاسلام في ايار مايو 2011؟ لماذا لا يتحدث عن مقرات تنظيم «داعش» المتطرف التي لم يتم استهدافها من قبل الطيران الحربي السوري الا في بعض الحالات النادرة؟ لماذا لا يذكر اندرسون ان تنظيم «داعش» الذي ارتكب باسوأ جرائم بحق الاقليات العرقية والدينية لم يعُد يقاتل الى جانب المعارضة بل ضدها ولصالح النظام؟ لماذا لا يلمح الى التقارير الكثيرة المتوفرة حول اختراق هذا التنظيم من قبل الاجهزة الامنية السورية؟ لاي سبب لا يعلم اندرسون عن احتجاجات اهالي مدينة الرقة على انتهاكات التنظيم «داعش» المسيطر عليها وعدم مناشدتهم لعودة النظام الاسدي على رغم من كل شيء؟ اذ هناك الكثير من الاسئلة غير المطروحة واهمّها التالي: من المستفيد الاول من رسم المعارضة بلون اسلامي ومتطرف بدون فروق منذ بداية الحراك الثوري وحتى عندما لم يُعرف بعد معنى كلمة «داعش» في سوريا؟

رابعاً: ينضم اندرسون الى سلسلة طويلة من الباحثين والصحافيين الغربيين الذين يلجؤون الى مفهوم حماية الاقليات والمسيحين بصورة خاصة لغايات سياسية فتستّرهذه التوجسات قابلية للعنصورية لا تستحق اي صفة اخرى وتنتج من الافتراض ان كل المسيحين مضطهدين لاسباب دينية وليس هناك اي احتمال ان يتم استهدافهم على خلفية سياسية او اقتصادية. وعلى سبيل مثال، تم اختطاف الكثير من السيريانين في مدينتي القامشلي والحسكة لاغراء ثرواتهم الجهة الخاطفة بالحصول على فدية ضخمة. بالاضافة الى ذلك، لا توجد اي خلفية تاريخية دموية تبرر هذه المخاوف من مصير المسيحين السوريين في غياب حزب البعث، كما يتناقض هذا الاعتقاد مع مبادئ «اليسار» الحقيقية بينما يتشابه مبدأ «حماية الاقليات» الذي روجتها السلطات المستعمرية الفرنسية لتبرير وجودها في سوريا. اذن واجب حماية الاقليات خدعة الجأ اليها النظام السوري و ادت الى التردد الغربي في دعم المعارضة السورية، كما قللت اهمية الغارات الجوية اليومية طالماً ان تجري في المناطق السنية مع ان اغلبية الشعب السوري من هذه الطائفة وطبعاً اغلبية الضحايا من نفس الطائفة.
واذا ننظر الى تاريخ تطور هيكال الجماعات الاسلامية، فيتميز فكر الدكتور تيم اندرسون بالاحكام المسبقة عليها: ما هو الفرق بين اصول حزب الله و المقاومة العراقية ضد الاحتلال الامريكي و بعض الفصائل من المعارضة السورية؟ ألم يشارك حزب الله في الانتخابات البرلمانية اللبنانية في عام 1992 على رغم من برنامجه الاول لتطبيق نظرية ولاية الفقيه في لبنان بعد ان اصبحت خلايا الحزب الاولى معروفةً بالتفجيرات والاختطافات خلال الحرب الاهلية ؟ ألم يتبني معظم المقاومة العراقية المدعومة من حيث المبدأ من قبل اليسار الغربي (سواء الشعية او السنية) العقيدة الاسلامية ولم يتحول بعض الفصائل منها الى احزاب مقبولة في الانتخابات العراقية مثل الصدريون؟ اذن لماذا الاسلاميون السوريون يستأهلون  صفة «الارهابيين» غير قابل للتغيير فقط و ليس هناك اي طريق للتعامل معهم الا على سبيل المجازر في حماة والجزائر؟
وبكل صراحة، ننصح للدكتور اندرسون ولكل محلل يدعي انه «مضاد للامبريالية» ولذلك يدعم النظام السوري ان يراجع المبادئ الاساسية للعقائد اليسارية وبالخصوص واجب التضامن بين الشعوب وليس بين الحكومات.

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Un commento a “Andy, Andryj e gli altri free-lance coraggiosi che sfidano la morte per mostrare la guerra” di Adriano Sofri

MALI-FRANCE-CONFLICT-MEDIALessi questo, su suggerimento di mio padre, in seguito alla morte del fotoreporter Andrea Rocchelli…  

http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/26May2014/26May20141538e03ac3ee388a3837b3eca52a7f90.pdf

A mio padre risposi così, riflettendo sul contenuto del sopracitato commento di Adriano Sofri:

[…] Vorrei aggiungere una breve riflessione alle parole di Sofri: è vero che chi ha gli intenti più genuini parte per raccontare gli angoli bui di mondo a chi siede in poltrona un po’ disinteressato (restano pochi, forse sono pessimista, perché molti altri amano essere incensati). Detto questo, non dobbiamo dimenticare che noi, fotografi/reporter/ e narratori vari di tragedie, abbiamo il privilegio di andarcene dai luoghi in cui passiamo per lavoro, chi attraversa le tragedie no (e a volte trae ben pochi benefici dalle nostre foto e dai nostri scritti). Mi viene in mente un episodio capitatomi ad Amuda, in Siria: una sera stavo camminando con un amico e abbiamo scorto un crocchio di persone raccolte di fianco a casa nostra per il funerale del vicino, a cui le guardie di frontiera turche avevano sparato qualche giorno prima, mentre tentava di attraversare il confine.
Rientrati a casa, abbiamo discusso dell’argomento, io gli ho detto che per lo meno dalle loro parti una persona si interessa del vicino morto, mentre da noi manco li conosci i tuoi vicini (specie nel Nord Italia). Al che lui s’è un po’ risentito, forse per le mie parole, forse perché era già nervoso di suo: mi ha detto: “Beh certo, perché a voi in Europa non vi capita certo che un vicino muoia da un giorno all’altro attraversando il confine, giusto?! E tu, Andrea, sei venuto qui a scrivere i tuoi articoli, a far dei soldi sulle nostre disgrazie, ma siamo noi a rimanerci qui, giusto?” Ora io risposi che un punto di vista esterno (a volte più imparziale dei locali) era necessario a comprendere meglio quello che succedeva, specie per un osservatore occidentale. Però, dentro di me, gli avevo dato ragione, perché rimanevo uno spettatore presente per lavoro, come potevo dargli torto? Il giorno dopo, a colazione, gli ho chiesto scusa e la sua risposta ha in parte ridimensionato i miei sensi di colpa: mi ha detto: “ma sì, Andrea, stavo scherzando con te, in fondo neanche a me frega molto che il vicino sia morto!” Forse era vero, forse era anche un cinismo per ovviare a una quotidianità a cui, in un modo o nell’altro, ti tocca abituarti.
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Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

Scritto per ArabMediaReport, sulla copertura mediatica delle elezioni presidenziali siriane del 2014. 

Syria_Presidential_Elections_2014_ENSullo sfondo di un conflitto pressoché irreconciliabile, secondo la propaganda governativa, le elezioni siriane saranno una dimostrazione di democraticità e resistenza di fronte a chi chiede la deposizione di Bashar al-Asad. Per la prima volta nella storia del partito Baath, non si ricorre a un plebiscito popolare in cui i cittadini vengono chiamati ad “approvare” la candidatura degli Asad, ma a delle elezioni ufficialmente aperte all’opposizione e in pratica ristrette a un paio di figure politiche selezionate con cura.

I due candidati in questione sono Maher Abdul-Hafiz Hajjar e Hassan Abdullah al-Nuri. Il primo è un ex-comunista damasceno, di quella frangia del partito comunista tollerata dal regime di Damasco, nonché parlamentare dal 2012. Il secondo si presenta come un uomo d’affari aleppino super partes tra regime e opposizione, ma è in realtà è già stato ministro per lo sviluppo amministrativo e gli affari parlamentari tra il 2000 e il 2002.

(…)

Gli “sfidanti” di Asad davanti alle telecamere

 

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Dr. Tim “Asad” Anderson: the abuse of academia to spread out propaganda

SYRIA-CONFLICT-AUSTRALIA

 

Part I

 

My name is Andrea Glioti, I’m the journalist who intervened at Dr. Tim Anderson’s talk at Sydney UNI “Why I went to Syria” on March 6 (2014), an event promoting a blatant apology of the Syrian regime under the pretext of “counter-information”. A professor of political economy, Tim Anderson (https://www.facebook.com/timand2037?fref=ts) has been part of a delegation led by the Wikileaks Party and the Asadist activist group “Hands Off Syria”, which paid its homage to the Syrian regime during a visit of solidarity in December 2013. This is a response to some of the absurdities I heard about the Syrian conflict and, apart from the single case of Anderson, it addresses several points continuously raised by the so-called “anti-imperialist left”. It would be actually fair to rename this ideological stubbornness on Syria as a Stalinist-Soviet approach, if we were between the 1950s the 1960s, Anderson and his likes would be probably denying the Hungarian and Czech revolts ever took place. If we were in the Spanish Civil War, they would probably defend the Soviet decision to crush the anarchists. As long as a government sits in the anti-American camp (no matter the hypocrisy of Syrian foreign policies in this regard), it doesn’t really matter if it tortures leftists in its own prisons. Dr Anderson and his likes claim to hold the truth on what’s going on in Syria, this truth could be sum up in a Western-backed plot denying any sort of agency to the Syrians who took the streets in 2011. In their eyes, they’re only puppets, they would have never risen up after more 40 years of authoritarianism , they needed the Zionist-Salafi-American trust to give them a green light.
I’m an Arabic speaking Middle Eastern politics graduate, who has been covering Syria from inside the country for 10 months between 2011 and 2013 and I spent the rest of the time between Turkey and Lebanon, mainly in the border regions, where most of the Syrian refugees are located. I’ve worked with a wide range of media including “corporate” and “leftist” magazines (The New Internationalist, the German TAZ, the Swiss-German WOZ fall in the second category), being a freelancer, therefore I don’t even fit into the category of mainstream corporate media. Having said this, the sources Dr Anderson relied upon during his presentation could hardly be considered “independent” sources of information, despite his efforts to present them as such: Russia Today, in the words of Putin, reflects the views of the Kremlin, just like the Lebanese daily Al-Akhbar reflects the views of the pro-Syrian (regime) 8 March coalition. Among the sources quoted there was also Mother Agnès de la Croix, a Palestinian-Lebanese nun closely related to the Asad regime (http://pulsemedia.org/2012/08/21/dead-journalists-and-sister-agnes-mariam/) and the French far-right (http://vicinoriente.wordpress.com/2012/05/20/la-monaca-di-assad/). Anderson’s talk was covered by the Iranian Press TV: if the station’s anti-US biases were combined with a minimum degree of professionalism, then my intervention wouldn’t have been censored, after I raised several critical points Anderson intentionally ignored.
Notwithstanding the political biases of Western and Gulf media [the focus on Syria in contrast with how Bahrain has been overlooked and the role played by certain American media in advocating war on Iraq in 2003, despite the lack of any evidence on its chemical arsenal, just to quote two examples], the solution is not to take at face value the version of events provided by pro-Syrian regime sources to come up with a credible alternative narrative. Journalism is about verifying facts, a strong ground-driven knowledge of the context you’re talking about, a reliable network of local contacts and, ideally, some fluency in the local language (Arabic): all these aspects were totally absent in Dr Anderson’s conference.

While retaining the right to be skeptical about the Western media’s coverage of Syria, everyone should bear in mind that the main reason of the conflicting news reports coming from this country is the restrictive context journalists are forced to operate in: while based in Damascus in 2011, I had to pretend being a student to avoid being monitored 24/h by security forces, my Brazilian colleague Germano Assad has been detained in confinement for five days under the only accusation of being a journalist. I have been denied access to Syria in 2012 and told I was not welcome there anymore on the grounds of the interviews I conducted with local political dissidents. I’m sure this was the reason, because of the content of the questions posed to my colleague Assad under interrogation. This is just an idea of what you have to endure as a Western journalist, if you’re not there on an official parade organized through government press visas. It goes without saying that Syrian journalists “enjoy” a much worse treatment: one of my personal acquaintances had to leave Syria recently, after having been tortured and put on trial for “working without a license” and “spreading lies”. Let us not forget WHY it is so difficult to work in Syria and inform about the ongoing events.

Going back to Anderson’s talk, first of all, you don’t claim to show support for one “nation”, if you only sat for pastries with Asad, that’s not showing solidarity with the “Syrian people”, that’s an official delegation voicing its support for a Government.
During my stay in Syria I had the chance to walk around without any escort, both in Damascus in 2011 and in the province of Hasakah in 2013: this clearly makes the difference from an official visit to Damascus (actually, to a certain extent, it makes the difference even in comparison to some other journalists, who have only been escorted into Syria by rebel brigades). As a matter of fact, Anderson didn’t meet with anyone from the opposition, neither from the armed factions nor from the civil peaceful movements (and there are lots of peaceful activists still active in Syria… http://www.syriauntold.com/en) .

There was a lot of talk on US imperialism and Zionism: could Anderson provide any actual evidence that the US have been willing to overthrow Asad? All the red lines have been crossed (including the use of chemical weapons), three years have passed and I haven’t seen any intervention. If they really wanted, they could have done it much earlier. This picture of Asad as a staunch anti-American also stands in contradiction with the rapprochement between Washington and Damascus in 2010, marked by the appointment of ambassador Robert Ford. The position of the US on the Syrian events has been largely stumbling, due also to the fact that they didn’t receive any green light from the Israelis. Did Anderson bother to listen to Rami Makhluf- Bashar al-Asad’s cousin and one of the most influential business figures in Syria- when the revolt started in 2011? He said clearly that the Israeli security was dependent on the permanence of the Asad regime.
If you brand the Asad regime as an anti-Zionist vanguard, then you probably disregard some historical facts: no offensive was launched against Israel since the October war in 1973; Hafez al-Asad’s Syria was willing to reach a peace agreement with the Israelis in 2000, on condition of the return of the occupied Golan Heights and a renewed access to the Sea of Galilee, hence a pragmatic approach concerned about national sovereignty rather than the Palestinian cause; Palestinians were slaughtered by far-right Lebanese Christian militias in cooperation with Syrian troops in the massacre of Tel Zaatar during the Lebanese civil war; the PLO has been at odds with the Syrian regime for a long time, since the latter was not willing to jeopardize its national interests for the sake of the Palestinian cause (See what the socialists have to say about this http://www.wsws.org/en/articles/2000/06/assa-j16.html). I would also suggest Anderson and his likes read more on the so-called Red Line agreement between Israel and Syria during the Lebanese civil war, a deal brokered by Kissinger to share regions of influence (http://www.merip.org/mer/mer236/syria-lebanon-brotherhood-transformed#_5_).
The Israeli officials maintained an extremely low profile position on Syria during the events and why on earth should they have pushed for the removal of Asad, if he kept the Syrian-Israeli border quiet for forty years? They look more worried about a new unknown diverse galaxy of rebel groups controlling the border, whereas they know exactly what to expect from Asad. Have a look at what Noam Chomsky had to say about the Israeli stance on Syria (https://www.youtube.com/watch?v=9MQeGHoiPj4&feature=youtu.be Is he too part of the corporate media?): he clearly points at the fact that, if the Israelis wanted to support the opposition, they could have just opened another front on the Golan. Such a move would have weakened the Syrian army by opening a new front in the South: a much less costly option to support the armed opposition than an open scale offensive on Damascus. But nothing like this happened and Anderson still define it as a regime from the “Resistance” axis.

Until now, the Syrian regime is enforcing a devastating siege on the Yarmuk Palestinian refugee camp, because part of its inhabitants joined the rows of the opposition. I have been collecting evidence of the first anti-regime demonstrations in Yarmuk on my blog since June 2011 (in Italian https://mabisir.wordpress.com/2011/06/28/2-blogging-five-months-of-revolution-inside-syria-5-6-june-2011-golan-to-yarmuk-palestinians-joining-the-syrian-uprising/), when Palestinian protesters were shot at for chanting against the exploitation of the Naksa day at the hands of Ahmad Jibril’s PFLP-GC: in that case, the demonstrators voiced their indignation, after several residents of the camp were literally “thrown” in front of the Israeli rifles at the border in order to divert the attention from the Syrian uprising. Khaled Bakrawi, a Palestinian activist from Yarmuk, was killed under torture in the Syrian prisons in September 2013: he took part in the Naksa march and was outspoken about the way the Syrian regime had exploited the fervor of the Palestinian youth, despite having been himself wounded by the Israelis at the border (http://budourhassan.wordpress.com/2013/09/15/death-under-torture-in-syria-the-horrors-ignored-by-pacifists/).
I personally know several Palestinian leftist dissidents unknown to the media who had to leave Syria or ended up in its jails, but I cannot name them, as it might affect their upcoming trials or their return to Syria in the future. One of the most famous ones, Salameh Kaileh, a marxist Palestinian (http://links.org.au/node/2841), had to flee to Jordan after having been arrested and detained in 2012. Was he an Islamist too? Perhaps a Zionist?
Has Anderson ever read how the Palestinian anarchist Budour Hassan has totally debunked the claims of those who portrait Damascus as a champion of the Palestinian cause (http://budourhassan.wordpress.com/2012/07/22/analysis-the-myth-of-palestinian-neutrality-in-syria/)? What about the experience of Omar ‘Aziz, a Syrian anarchist who returned to his country upon the outbreak of the uprising to help organizing the first local revolutionary committees in Barzeh, which are considered “some of the most promising and lasting examples of non-hierarchical self organization” (http://tahriricn.wordpress.com/2013/08/23/syria-the-life-and-work-of-anarchist-omar-aziz-and-his-impact-on-self-organization-in-the-syrian-revolution/)? He died because of a heart attack in February 2013, after having been detained for three months in the Adra prison. During his talk, Anderson mentioned a visit to Adra, blaming the “radical Islamists” for the constant shelling, but I doubt he ever asked about whom is detained in the local prison, didn’t he?

A comparison with Afghanistan and its pre-Taliban empowerment of rural classes was made in the introduction and Anderson repeatedly labeled the Syrian regime a “socially inclusive” Government. This means he didn’t even bother to check the map of the areas controlled by the opposition: basically a wide portion of the countryside is in the hands of the rebels. Why? Because the uprising was more popular among the rural outcasts, namely those who have been impoverished by Bashar al-Asad’s shift towards neoliberalism and those who have been always marginalized under the Ba’th, like the Kurds living in the Northern countryside (See another Syrian socialist perspective on the “inclusiveness” of the regime’s economic policies http://www.internationalviewpoint.org/spip.php?article3380). Although it wouldn’t be objective to argue that the social gap in Syria was as wide as the Egyptian one, for example, the Syrian case is remote from “social inclusiveness”, it looks more like an economy controlled by a gang of affiliates and tycoons like Rami Makhluf, who are the antithesis of social justice.
Anderson depicted the uprising in Aleppo as led by religious fundamentalists, but he didn’t mention at all that a vast segment of the urban classes who sided with the regime are actually part of the Syrian bourgeoisie, epitomized by Aleppo’s traders. Did the so-called “anti-imperialist left” embrace a moral struggle to defend the urban upper classes against peasants, on the basis of the length of the beards of some of these peasants, who are homogeneously branded as “Islamists”? In July 2011, I visited a group of metalworkers in their workshop in Qadam (Southern Damascus), they were all taking part to the protests, one of them was a Syrian in his twenties with a degree in computer science he was never able to use: his father passed away and he had to seal shawarma machines to cover the expenses of his young brother living with him. This young graduate was also a hip hop singer from the group Refugees of Rap and we recorded a track together called “The Age of Silence” (Zaman as-Samt) (https://www.youtube.com/watch?v=umQ3xGj4E2Y), which deals with the drive behind the protests. Is the “anti-imperialist left” supposed to empathize with the demands of this kind of marginalized urban youth or to side with the ruling classes?

Was the regime “socially inclusive” towards 2 to 4 million Kurds, who are mostly secular minded? Not at all. In 2013, I’ve spent five months in the province of Hasakah, a region affected by chronic poverty, despite its natural resources. The history written by the Ba’th is made up of racist Arab settlement policies confiscating wide shares of Kurdish lands in Hasakah (the so-called al-Hizam al-Arabi, the Arab Belt policy). The regime has also abided by a census conducted in 1962, who stripped off the Syrian citizenship thousands of Syrian Kurds. Even though the Kurdish regions are rich of oil, all the refineries were built in Homs and Banyas to impede the economic empowerment of rural peripheries.
During Anderson’s talk, I heard him praising “elections” and “pluralism” under the Ba’th and I confront this with the story of one of my close acquaintances in Hasakah, whose nails have been removed under torture on the grounds of its affiliation to the Yekiti Kurdi Parti. Is this the pluralism he’s talking about? Or is this pluralism about the Minister of Reconciliation Ali Haidar, the secretary general of the Syrian Social Nationalist Party (SSNP), that Anderson mentioned in the ridiculous attempt to provide evidence that other political forces are tolerated inside the Ba’thist government? Is Anderson aware that from 2005 until 2012, despite the dissident history of Antoun Saadeh’s party, its Damascene branch has been part of the National Progressive Front established by the Ba’th to create an umbrella of loyal parties behind the facade of pluralism? Is he aware that Ali Haidar has recently endorsed the candidacy of Bashar al-Asad for the upcoming presidential elections? I personally know some SSNP members, who quit the party, after they realized to which extent it had become involved in the recruitment of pro-government militias (shabbiha) in 2011.

As I said during my intervention at the talk, I attended several demonstrations both in Damascus and in the suburbs of the capital in 2011: I heard no sectarian slogans, saw children and women taking part to the uprising and witnessed live fire opened on demonstrators by security forces. Peaceful protesters were even beaten up in front of my eyes as soon as July 2011 in the Old City (in Italian https://mabisir.wordpress.com/2011/07/27/6-blogging-five-months-of-revolution-inside-syria-in-italiano-proteste-nel-centro-di-damasco-se-rimaniamo-fino-a-domattina-saremo-mezzo-milione-27-luglio-2011/), in the center of Damascus. My colleague Germano Assad has been prevented by government supporters from filming this demonstration, he had to escape after they started shouting at him: “This is not Syria!”. This is just an example of the state of denial some regime supporters live in, when it comes to recognizing the occurrence of peaceful protests: one of the attendants of Anderson’s talk, a Syrian who claimed to have lived in the Old City, insisted he never saw any protest in that part of Damascus. The aim is to deny protests ever took place, then to deny massacres occurred (as this was what Anderson’s conference was all about): it reminds me of the attitude of Holocaust’s deniers, or that of those Lebanese Phalangists who assert their party never slaughtered Palestinians in Sabra and Shatila. No matter the extent of evidence and accounts you gather, they will keep denying. In the end, their angle of view is identical to the one adopted by the Syrian State television: I remember very well the cameramen of al-Ikhbariyya filming the empty streets of Barzeh (Damascus) patrolled by security forces, while they were perfectly aware that a demonstration was going on a few blocks away.

I used to know personally one of the peaceful protesters who were chased by regime supporters in that occasion in the Old City: he died in 2013, after taking up weapons to fight the regime in Aleppo. Should we consider him as a terrorist as well? On which moral ground are we denying protesters the right to take up arms? One of the points raised during Anderson’s talk was that protesters were indeed armed since the beginning of the revolt. This was definitely the case in some regions, like Idlib, where demonstrators from Jisr ash-Shughur took up weapons to defend themselves as early as June 2011: I wrote about it and I criticized the way some Western media denied the presence of armed elements (http://www.majalla.com/eng/2012/04/article55230561), but I don’t understand why Syrians should be condemned for having resorted to violence against a brutal security apparatus.

 

Part II

 

The main argument used by Anderson to advocate support for the Syrian regime was the stereotypical juxtaposition between an allegedly secular government and a radical Islamist opposition. When I stressed the genuine roots of the Syrian uprising, the only answer Anderson could provide was: “Well, I don’t deny there have been mistakes committed by the police (what a nice euphemism for forty years of “mistakes”), but could you name one secular/non Islamist brigade in the opposition?” The premise of such response is that, as long as they’re Islamists, it’s perfectly fine to kill them. Islamists have been on the Middle Eastern “stage” for almost one century, they’re still there despite what happened in Hama, but Anderson (and numerous other Islamophobic “analysts”) still perceive them as a cancer implanted by Western agendas to be uprooted with violence. I wonder whether Anderson has ever argued the same about Hamas and Hezbollah on their resistance against Israel, weren’t they to be condemned on the grounds of being Islamist forces? If the West was to keep looking at Hezbollah through the lens of its original plan for the establishment of an Islamic republic in Lebanon and the abductions of foreign civilians carried out in the ’80s by the party’s first embryos, no one would have imagined to see the Shi’a militia accepting its current role in the Lebanese electoral system. The same goes for the recent prospects for US negotiations with the Talibans in Afghanistan, which were completely unforeseeable after 9-11. Then, why are we to rule out the possibility that some of the jihadist groups fighting in Syria today might change their position and accept to engage in parliamentarian politics later on?
What about the Iraqi resistance under American occupation? Has Anderson paid attention to the fact that most of the insurgents were actually jihadists and many of them are currently fighting against the Syrian regime? Are they to be considered “fallen heroes of anti-imperialists” suddenly turned into “NATO-backed mercenaries”, even though nothing changed in their ideological background?

Furthermore, Anderson made no reference whatsoever to what has been written on the ties between Damascus and a wide range of Islamist Sunni militant groups previously active in Lebanon and Iraq, now fighting on the side of the Syrian opposition, including Fatah al-Islam (http://wikileaks.org/gifiles/docs/214642_analysis-for-edit-syria-throws-fatah-al-islam-under-the-bus-.html) and Ghuraba’ ash-Sham (http://www.thenational.ae/thenationalconversation/comment/radicals-are-assads-best-friends). It was also completely omitted the fact that the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS), the militia responsible of the worst atrocities committed in Syria in the name of jihadism, has actually spent more time fighting other rebel factions than the regime and its headquarters are rarely targeted by air raids. There has been plenty of accusations from different political and military factions with regards to the ties between Damascus and ISIS ( https://www.facebook.com/photo.php?fbid=508278592619820&set=a.473931262721220.1073741828.473917376055942&type=1&theater, https://twitter.com/JadBantha/status/421263028978343936/photo/1, http://hawarnews.com/index.php/component/content/article/43-2013-02-24-21-16-12/7835-2013-11-13-12-04-59, http://claysbeach.blogspot.com.au/2014/01/bashar-al-jihad-is-isis-child-of-regime.html), whose rise perfectly suits the Syrian State media’s relentless efforts to portray the uprising as an Islamist one since its early phases. During my stay in Syria in 2013, I gathered local witness accounts on Ahmad Muhammad “Abu Rami”, the former Syrian military intelligence chief in Rmaylan (North-Eastern Syria), who allegedly joined the rows of the al-qa’idist Jabhat an-Nusra in November 2012. I also spoke with a former Syrian security official in Ras al-‘Ayn, who confirmed me how easily certain rebel brigades were infiltrated by figures known for their ties with the regime.
In addition to this, Anderson failed to mention how the regime granted amnesty to some of the top-leaders of the Islamist opposition back in May 2011 (including for example the Islamic Army’s Zahran ‘Allush), a few months after the outbreak of the uprising, in a move which could hardly be seen as “coincidental”, as it contributed to the sectarian drift of the revolt.

This is not meant to say that the Syrian regime and the Islamist hardliners share the same agenda and the latter ones do not aim at overthrowing the government; it also remains challenging to evaluate the truthfulness of certain reports, even when they’re built on intelligence sources, but we should bear in mind that they are often as credible as the reports putting the blame exclusively on the Gulf for the rise of radical Sunni groups. What is unquestionable, in my opinion, is the completely misleading portrait of Damascus as a champion in the struggle against Islamism in the light of its historical connections with Islamist networks.
These historical connections include the Syrian support for Hamas, Hizbullah, the Amal Movement (a group established with the explicit purpose to crush Lebanese communists), the Palestinian Islamic Jihad and several other Islamist groups. If the Syrian regime was a promoter of secularism in the region, then it should have restricted its support to secular anti-Zionist militant groups. If the Syrian regime were secular, then it shouldn’t allow Lebanese and Iraqi Shi’a militants to fight on its side against Sunnis, or did Islamism suddenly become an exclusively Sunni phenomenon? If the Syrian regime were secular, it wouldn’t have supported the ethnic “cleansing” (tathir, in the words recorded on video of one of the perpetrators, https://now.mmedia.me/lb/en/nownews/pro-regime-militant-speaks-of-cleansing-banias) of Sunnis in Bayda and Baniyas in May 2013. If the Syrian regime were secular, the Constitution wouldn’t prevent a Christian from becoming the president of the republic until now just like it wouldn’t state that “Islamic jurisprudence (fiqh) is a fundamental source of legislation.” (http://www.al-bab.com/arab/docs/syria/syria_draft_constitution_2012.htm). If the Syrian regime were secular, Alawis wouldn’t dominate the intelligence branches to the extent that their coastal dialect is mocked in every single joke on the security forces.
Having said that, I honestly don’t understand the point of defending a regime on the ground of its alleged secularism, if we take a look at how history is rich of examples of authoritarian secular rule such as the Reign of Terror in post-revolutionary France, Kemalist Turkey and the Soviet Union.

Another aspect of the rise of Islamist factions in the opposition Anderson and his likes fail to grasp is where “money and guns” come from or, to put it clearly, they know where they come from, but they consider this an outcome of the Islamist ideology of all the insurgents. They seem to ignore the reality of those fighters who had to turn to an outward version of Islamism to catalyse financial and military support: this was the case of the Farouq Brigades from Homs, that quickly became the equivalent of a franchise capable of attracting Qatari funds and, for this reason, it started to attract a wide range of groups under its name (http://www.arab-reform.net/sites/default/files/empowering%20the%20democratic%20resistance.pdf). This didn’t mean there was an Islamist unified vision among all the groups gathered under the Farouq brand, whose Islamist outlook might well have been as pragmatic as the Salafi-looking beard grown by the Farouq’s young commander Abdul-Razzaq Tlass, upon his rise to fame. During Anderson’s talk, when I mentioned the Farouq Brigades as an example of a non-Islamist group, I probably failed to make clear that this was not meant to claim that they are secular, but that their Islamist facade has been pragmatically motivated rather than related to an uncompromising commitment to the establishment of an Islamic state. It is the same pragmatism which led Hezbollah to accept funds from Qatar – a State with whom the party could hardly share any political and religious identity – for the reconstruction of war-ravaged Lebanon following the Israeli aggression in 2006. It is the same pragmatism which saw Hamas, on the other hand, receiving Iranian funds, regardless of their political and religious affiliation with the Muslim Brotherhood.
As the Syrian conflict kept growing in intensity, securing funds became a crucial factor behind the mushrooming of Islamist hardline factions, in comparison with the initial “low cost” peaceful phase almost void of sectarian drifts. In 2013, I spoke with a Syrian journalist who visited the Eastern Ghuta (Damascus) between March and April and he reported to me how Free Syrian Army soldiers had a daily limit of around 30 bullets (the figure might be higher, but the point was that their ammunition was limited), whereas the Islamic Front could count on unlimited ammunition. This obviously led to an increased number of fighters joining the ranks of the Islamist factions. In June 2013, I travelled towards al-Hul (Southern al-Hasakah) on a truck driven by a Kurdish rebel fighting on the side of ISIS and Ahrar ash-Sham: he kept joking about his beard and how he had to grow it to be accepted among jihadists, while promising to go back drinking arak as soon as the war was over. The umpteenth confirmation of how pragmatism was often a priority at the expense of the ideological drive.

As a matter of fact, there are few groups with a distinct leftist stance within the rows of the opposition: one of these exceptions are the recently formed Factions of the People’s Liberation (Fasa’il Taharrur ash-Sha’b https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=sR5wcCzLyzo), set up in Duma in March 2014. These groups saw the light in the explicit attempt to counter both the regime and the most obscurantist forces of the opposition, but their capabilities are clearly limited due to lack of funds.
Anderson thinks he can wave the banner of anti-imperialism from the pulpit of his lectures in Australia, but he doesn’t seem to care about the fate of those real Syrian anti-imperialists, who are perishing on the ground without receiving a single cent from the Gulf monarchies. It would have been enough to use the funds wasted on the Wikileaks delegation’s trip to Damascus to relief the budget of the Factions of the People’s Liberation, if the aim was to support popular resistance, but Anderson’s farce is more about “copy pasting” Hugo Chavez’s quotes on Asad to feel the revolutionary vibes on Facebook.

Another paradox of Anderson’s unconditional support for secularism against Islamism is that he resorts to the good-for-all-purposes scaremonger of Christian persecutions to back the Asad regime, so that when I mentioned the Farouq Brigades, I got reminded the way “they expelled Christians from their neighbourhoods in Homs”. First of all, to argue that Christians were evicted on the basis of their faith and not as a result of the conflict is an assumption even contested by Catholic sources (www.catholicculture.org/news/headlines/index.cfm?storyid=13804). Secondly, Anderson and other “minorities-obsessed” scholars take for granted that Christians are always persecuted because of their religion, while dismissing the possibility for some of them to have been targeted as collaborators of the regime or because of their affluence (for example, the wealth of some urbanized Syriacs was behind their kidnappings in Hasakah and Qamishli in 2013): the implicit premise to this discourse is that Christians are all innocent, they never took sides (not a single word is spent on the loyalist stance of most Syrian clerical institutions throughout the uprising) and they are suddenly in need of Western assistance to escape Islamic zealots. When the idea that Middle Eastern Christians are in need of protection was part of the French Mandate’s search for legitimacy, it was despised by “anti-imperialists” as colonialist propaganda, whereas now it is at the core of the concerns they happen to share with pro-Asad Western fascist and Catholic circles (with whom they also share sources like Mother Agnès de la Croix). As the French scholar Thomas Pierret wrote on his Facebook page, after the hypocritical indignation aroused by the displacement of Armenians from Kassab at the hands of Syrian rebels among the same people who turn a blind eye on the regime’s daily use of barrel bombs on the neighbourhoods of Aleppo controlled by the opposition, “whoever cares more for an Armenian from Kassab than for a Sunni from eastern Aleppo is a racist”.

During his visit to Syria, Anderson claims he had the chance to witness the coexistence between Christians and Muslims under the shelter of the regime, thus envisaging a future of religious persecutions, if the opposition will ever take over the country. First of all, this is a distortion of Syrian history, where there is absolutely nothing proving a higher rate of anti-Christian violence before the Ba’thist coup in 1963. Anderson went on specifying that most of the rebels are actually foreigners, an allegation common among Asadists returning from government-sponsored tours of Syria, where they never met with one single opposition fighter, just like Anderson did. I personally met with combatants from a wide range of anti-government factions in Lebanon, Turkey and Syria, and the overwhelming majority of them were Syrians, including the hardliners from Ahrar ash-Sham , Ghuraba’ ash-Sham and Ansar ash-Shari’a. Most foreigners fight within the rows of ISIS and they advocate a brutal form of Islamic autocracy Syrians are unfamiliar with: when the militants of this group vandalized a church in Raqqa, its Syrian residents took the streets to protest against religious intolerance, but they didn’t certainly call for the return of the regime. Of course, all of this was not mentioned in Anderson’s talk, where the message needed to remain “foreign Islamists make up most of the opposition and they pose a threat to the Ba’thist religious tolerance.” This was actually the same message conveyed by a Syrian woman who stood up to intervene during Anderson’s talk, when she accused the opposition of organizing protests from inside the mosques, thus suggesting the movement was already an Islamist one since its outbreak. As usual, it went completely ignored the fact that mosques were used by all protesters, regardless of their political and religious beliefs, because of the ban on unauthorized public gatherings. Over these years I spent covering the Syrian uprising, I never met someone who obtained a government license to organize a rally against the regime.

During the conference, there was also room for some racist remarks on the Bedouin roots of the Gulf sponsors of the opposition, as Anderson reported, laughing at the comments of a Syrian government official on their status of camel riders/shepherds (I cannot recall the exact words, but it was definitely a stereotypical racist joke on Arab Gulf tribes). As if it wasn’t enough to resort to Islamophobia under the guise of secularism and religious tolerance, Anderson turned to blanketing the (Sunni) Arab tribes as a bunch of rural barbarians, probably ignoring the fact that millions of Syrians are clan members with kinship links in Gulf countries.

Lastly, Anderson attempted to prove Syria never witnessed an uprising by asserting that “no revolution has ever targeted schools and hospitals and prevented kids from education.” Such assertion implies the absurd claim that the government forces have never targeted schools and hospitals. In addition to this, Anderson ignores all the initiatives launched in opposition-held areas to support education, civil society and local projects, despite the continuous bloodshed (http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/04/education-aleppo-syria-war.html?utm_source=Al-Monitor+Newsletter+%5BEnglish%5D&utm_campaign=23ea4fcada-January_9_20141_8_2014&utm_medium=email&utm_term=0_28264b27a0-23ea4fcada-93102377). In 2013, I visited several times the city of Ras al-Ayn (North-Eastern Syria), when it was still under joint Arab-Kurdish control without any presence of the regime: no one told me of kids prevented from going to school and the hospitals and the small clinics were actually struggling to function, thanks to the voluntary efforts of the doctors affiliated to the rebel militias. Unfortunately, most of these armed groups were prioritizing the arms trade over the availability of medicines and I wrote about this issue (https://mabisir.wordpress.com/2013/05/16/free-syrian-army-neglects-health-sector-in-ras-al-ayn-sere-kanye/), but I was also aware that the same hospitals could not be used to heal wounded protesters when they were controlled by the regime. The reality is much more complicated, if you verify it on the ground, but what you get from Anderson is just that the rebels are medieval bogeymen targeting schools and hospitals.

In conclusion, if some of you had the patience to read through all of this, my personal advice is to remain sceptic of those scholars who abuse their academic positions to spread out ideological propaganda on issues they are completely unfamiliar with. If I happen to spend two weeks during a phase of political turmoil in Cuba, a country Anderson is probably more knowledgeable than me about on the basis of his experience, I would remain aware of my ignorance on Cuba and wary about claiming to hold the truth on the unfolding events. I would expect Anderson and his likes to do the same. Thanks.

I also welcome every Syrian who lived through the uprising to express his/her indignation at Anderson’s denial of his/her efforts to depose the current regime.

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Finanza islamica, FMI e “nuove” autarchie: Egitto e Tunisia discutono il loro futuro economico

Un’analisi che avevo scritto per ArabMediaReport su come vengono affrontate una serie di tematiche di carattere economico sui media egiziani e tunisini. Avevo discusso l’eventuale emersione di modelli economici alternativi a due anni dal rovesciamento dei rispettivi regimi. 

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Seppure non siano emersi veri e propri modelli alternativi al neoliberismo sull’onda delle rivoluzioni del 2011, il sistema economico dominante è oggetto di accesi dibattiti nei programmi televisivi dei Paesi in transizione.

Nel caso della Tunisia, l’indignazione di parte dell’opinione pubblica non è stata sufficiente a impedire un nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’Egitto dei Fratelli Musulmani (2012-2013) ha invece cercato di perseguire una contraddittoria coesistenza tra finanza islamica e negoziati con il FMI, con l’esito comune di mettere a rischio la sovranità politico-economica. Con il ritorno de facto dei militari al potere a giugno del 2013, il Cairo ha congelato invece di declinato il prestito del FMI e ora sventola la bandiera di un’autarchia dal retrogusto nasseriano. Ciononostante, non sono pochi i segnali che fanno presagire un cambiamento di facciata senza adottare politiche sociali sostanzialmente differenti da quelle neoliberiste.

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Finanza islamica, FMI e “nuove” autarchie: Egitto e Tunisia discutono il loro futuro economico

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Baghdad: Copertura mediatica delle elezioni parlamentari irachene (30 aprile 2014)

Un’articolo che scrissi per Arab Media Report sulla copertura mediatica delle emittenti irachene durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni dell’aprile 2014. 

(Photo’s source: ash-Sharq al-Awsat English)

Elezioni in Iraq, dai pulpiti mediatici le ricette di stabilità di laici e islamici

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month's polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term.  AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

An Iraqi employee of a printing house puts together campaign posters showing former Baghdad governor Salah Abdul Razzaq and Iraqi Prime Minister Nuri al-Maliki (R) on March 31, 2014 in the Iraqi capital, ahead of a general election due to be held on April 30. Despite the disarray caused by the sudden mass resignation of election chiefs ahead of next month’s polls, candidates for seats in the Iraqi parliament are pressing ahead with unofficial campaigning. Salah Abdul Razzaq is a member of the State of Law coalition headed by al-Maliki who bids for a third term. AFP PHOTO/AHMAD AL-RUBAYE

Il 30 aprile si vota per le elezioni parlamentari in Iraq e il fittissimo panorama mediatico iracheno si è già trasformato nel pulpito di un numero spropositato di coalizioni e partiti. Il numero di candidati ufficiali annunciati dalla commissione elettorale parlamentare è di 9,045.

A livello mediatico, la proliferazione di nuove liste viene in parte attribuita all’emendamento della legge elettorale approvato il 4 novembre 2013, visto da alcune fazioni politiche minori come una svolta in direzione di un sistema proporzionale. D’altro canto, c’è chi sottolinea come si tratti di “una proposta di legge” (muqtarah qanun) approvata dal parlamento e la corte suprema irachena rimanga teoricamente in grado di dichiarare incostituzionali (art. 60) le proposte di legge che non sono state ideate dall’esecutivo. Ne parla anche lo storico esperto di Iraq Reidar Visser, il quale sostiene inoltre che l’emendamento in questione caratterizzerebbe al contrario il sistema elettorale in senso più maggioritario, e di ciò è pienamente consapevole anche la deputata Hanan al-Fatlawi della Coalizione dello Stato di Diritto (I’tilaf Dawla al-Qanun) guidata dal premier Nouri al-Maliki.

Uno degli argomenti all’ordine del giorno nei palinsesti televisivi è la contesa tra partiti laici e islamici e, in particolare, la possibilità che la successione di governi corrotti, dominati da partiti islamici negli ultimi dieci anni, possa fornire chance maggiori alle liste laiche. Ed è proprio parlando di “fallimento (fashl)” degli islamici e delle potenzialità dei partiti laici che il conduttore apre questa puntata del 23 aprile 2014 del programma Sabahi jadid (La mia mattina è nuova), in onda sul canale indipendente Al-Sumaria. Si concede spazio all’ospite Jasim al-Hilfi, esponente dell’Alleanza Civile Democratica (al-Tahaluf al-Madaniyy al-Dimuqratiyy), il quale insiste sulla necessità di porre fine al sistema vigente fondato sulla ripartizione delle cariche sulla base di “quote confessionali” (al-muhassasa at-ta’ifiyya).

Nel replicare a Hilfi, l’altro ospite in studio, Kamal al-Saadi, esponente della coalizione di Maliki, sostiene che nessuna dottrina islamica sia mai stata imposta alla gente e insiste su come le “competenze (kafa’at)” dei governanti non vengano intaccate dalle loro peculiarità ideologiche. Al di là della necessità di sottrarre qualche voto ai partiti laici e sunniti, in cui si inserisce una simile retorica, al-Saadi è ben consapevole del ruolo cruciale giocato dalle autorità religiose nel catalizzare il supporto degli elettori: basti osservare questo video pubblicato da un gruppo di sostenitori di Maliki, preoccupatisi di reperire un comunicato ufficiale di uno dei porta voci dell’Ayatollah Sistani, in cui si conferma che l’eminente autorità sciita di Najaf non supporta il Blocco al-Muwatin (Il Cittadino) di Ammar al-Hakim. Le autorità religiose si sono tra l’altro espresse diverse volte contro i partiti laici, basti pensare a quando l’Ayatollah iraniano al-Ha’iri, fonte di riferimento (marja’iyyah) diMoqtada al-Sadr, aveva espresso la sua contrarietà a un probabile voto di Sadr – che è ora uscito dalla scena politica – a sostegno di partiti non islamici, confermando l’interesse del clero sciita ad assicurarsi che l’Iraq continui a essere dominato da forze politiche di matrice ideologica religiosa.

Secondo l’autore iracheno Mustafa al-Khadimi, è proprio la tinta confessionale a dominare la competizione elettorale, in assenza di programmi elettorali dettagliati, dal momento che la maggioranza delle liste sembrano sottovalutare la esigenze dell’elettore iracheno e preferiscono sommergerlo di slogan. Ed è difficile dargli torto osservando le pagine Facebook e Twitter create a sostegno di alcuni dei principali candidati alla presidenza del consiglio: Maliki viene presentato come il capo delle forze armate, l’unico “duce” (qa’id) in grado di guidare l’Iraq a patto che riesca a formare un “governo di maggioranza” (hukuma al-aghlabiyya), ma anche come un premier orgoglioso della sua “identità sciita” (shi’iyy al-huwiyya). Dal canto suo, il presidente sunnita della camera, Usama al-Nujaifi, candidato della lista al-Muttahidun (Gli Uniti) ha messo in guardia il Consiglio degli Ulema di Baghdad dal “cambiamento demografico” (al-taghiir al-dimughrafiyy) in atto nella capitale, vale a dire l’aumento degli sciiti a scapito dei sunniti, insistendo su quanto il voto sunnita sia fondamentale nel contrastare l’emarginazione politica di tale comunità.

Sia la retorica militarista che le tensioni interconfessionali non possono essere scisse dalla situazione della provincia occidentale dell’Anbar, ancora contesa tra truppe governative, miliziani di ISIS (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e clan sunniti insorti contro Baghdad. Chi si propone come un’alternativa alla classe dirigente è chiamato pertanto a rassicurare gli elettori circa la sua intransigenza sulla minaccia dei “terroristi” (irhabiyyun): al-Hilfi (Alleanza Civile Democratica) si preoccupa pertanto di sottolineare il suo supporto per “l’impavido” (basil) esercito iracheno nella lotta “contro le forze terroristiche che intendono riportare l’Iraq sotto una dittatura”. Nello stesso ambito, è interessante notare come la libertà di espressione sia tollerata, dal punto di vista dell’establishment, a patto che non miri alla “distruzione dello Stato” (tahdim al-dawla): è questa infatti la descrizione dell’agenda delle emittenti “prezzolate” (ma’jura) e prive di “oggettività” (mawdu’iyya) fornita da al-Saadi, in un chiaro riferimento a Baghdad, il canale espressione del dissenso sunnita, finanziato dal Partito Islamico di Tareq al-Hashimi. Al-Saadi, in qualità di rappresentate di una coalizione di forze islamiche sciite e secondo un canovaccio ben noto alle classi dirigenti irachene, utilizza sempre la situazione precaria della sicurezza per giustificare i fallimenti degli ultimi dieci anni: “Stiamo ricostruendo lo Stato dalle fondamenta, in condizioni innaturali, confrontando il terrorismo, e possiamo pertanto parlare di successi relativi e non di fallimento da parte dei partiti islamici.”

La gestione del dossier della sicurezza viene invece utilizzata come prova della corruzione e del carattere fallimentare dei due mandati Maliki (2006-2010, 2010-2014) nei programmi schierati apertamente contro il governo.  È questo il caso di Sanawat al-Fashl (“Gli Anni del Fallimento”), programma del canale indipendente al-Baghdadia presentato da Abdul-Hamid al-Sa’ih, lanciato a fine marzo con l’intento di passare in rassegna i fallimenti dei governi Maliki, dedicando una serie di episodi a ogni ministero. In questa puntata del 13 aprile 2014, si menziona l’aumento delle vittime del terrorismo a partire dal 2013 (9571 vittime), dopo un netto miglioramento tra il 2009 e il 2012 (4587 caduti nel 2012). In meno di quattro mesi dall’inizio del 2014 sono state uccise 3354 persone, un numero quasi equivalente al totale dei caduti del 2012.

Si ricorda inoltre l’importazione dal Regno Unito di 6000 attrezzature per la rivelazione di ordigni esplosivi (ajhiza kashf al-mutafajjirat), per un costo complessivo di 100 milioni di dollari, attrezzature di cui i politici iracheni avevano garantito l’efficienza al 100 percento e che si sono rivelate una truffa colossale ideata da tale James McCornick, il quale le aveva assemblate in modo artigianale in Inghilterra.

Infine, vengono citate le ricorrenti evasioni di prigionieri al-qa’idisti dalle carceri irachene, emblema della corruzione esistente all’interno degli istituti penitenziari: la fuga più clamorosa si è registrata a luglio del 2012 a Tikrit, città natale di Saddam Hussein, mettendo in libertà 102 membri di al-Qa’ida, di cui 47 condannati a morte.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari irachene, la sicurezza risulta quindi uno dei cavalli di battaglia di entrambi i fronti. Da una parte, la sicurezza giustifica i limiti dei successi governativi, invitando i cittadini ad assicurarsi che la guerra contro i “terroristi” venga condotta da chi l’ha guidata sin dal rovesciamento di Saddam. Dall’altra, la sicurezza è emblema dei fallimenti di Maliki e dovrebbe spronare gli elettori a votare per il cambiamento, per una maggiore trasparenza nella gestione di un ministero dell’interno sprofondato nella corruzione come le altre “branchie” del potere esecutivo.

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Russia Today (Arabic): promuovere la visione del Cremlino in Arabo

Un’analisi che scrissi per Arab Media Report sul contenuto dei programmi della versione arabofona di Russia Today….

(Photo: Russia Today Arabic’s logo. Source: Arab Media Report)

Rusiya al-Yaum: come operano i PR di Mosca nel mondo arabo?

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Che l’emittente Rusiya al-Yaum (RT Arabic) fosse nata nel 2006 per tradurre in arabo la politica estera del Cremlino era già deducibile dall’orientamento del canale madre anglofono,Russia Today, lanciato dal governo l’anno prima. La leadership è nella mani fidate della giovane caporedattrice Margarita Simonyan, che per i suoi 25 anni, oltre a un mazzo di fiori, aveva probabilmente ricevuto le chiavi del nuovo impero mediatico da Vladimir Putin nel 2005. Il presidente non ha mai nascosto la sua ammirazione per Russia Today, canale che ha del resto conosciuto la propria consacrazione durante la guerra tra Georgia e Russia del 2008: uno dei corrispondenti basati a Tbilisi, Will Dunbar, aveva allora dato le dimissioni in segno di protesta contro le pressioni di Mosca sulla linea editoriale.


Corteggiando l’ummah islamica

Al di là delle innegabili direttive del Cremlino, esiste una singolare prassi comunicativa utilizzata da RT Arabic per consolidare un seguito nel mondo arabo. Innanzitutto si “corteggiano” quei segmenti di opinione pubblica che si contrappongono all’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione, cavalcando le forme di dissenso interne agli States e stigmatizzando l’Islam politico promosso dalle monarchie del Golfo.
In secondo luogo, il confronto con l’Occidente e con Washington in particolare, si gioca sull’attenzione scevra di pregiudizi dedicata al mondo arabo-islamico da RT Arabic: in questo ambito, la Russia vanta quantomeno una presenza secolare di milioni di musulmani autoctoni, rispetto all’associazione dell’Islam all’immigrazione diffusa in Europa e negli Usa.
Le questioni più delicate, che continuano a incrinare i rapporti tra Mosca e parte dell’ummah(comunità) islamica, come la militanza jihadista caucasica, sono però affrontate senza compromessi. Le priorità della sicurezza nazionale sulle remore dettate dal rispetto dei diritti umani tornano così a inserirsi in un clima da guerra fredda mediatica, dove Mosca mette in guardia l’opinione pubblica euro-atlantica da un supporto incondizionato alle “primavere arabe”, senza prima considerarne le ripercussioni internazionali. Ed è sulla preservazione dello status quo che il Cremlino intende costruire un’agenda condivisa con l’Occidente.
RT Arabic ha tratto certamente ispirazione da Al-Jazeera, paladino dell’informazione anti-occidentale nell’arena mediatica arabofona, ma ha anche colmato il vuoto lasciato dall’emittente qatarense da quando l’onda delle rivoluzioni del 2011 l’ha resa meno indipendente dalle direttive di Doha. Da una parte, l’emittente russa si crogiola nell’anti-americanismo diffuso a livello popolare nel mondo arabo, dall’altra catalizza l’attenzione dell’Occidente sull’ascesa delle fazioni islamiche promossa dai paladini dei diritti umani.


Anti-americanismo in Medio Oriente e a Washington

La maggioranza dei giornalisti condividono una formazione in Russia e almeno uno dei volti più celebri, il conduttore del programma di approfondimento politico Panorama, Artyom Kapshuk, ha prestato a lungo servizio nella diplomazia russa in Medio Oriente prima di approdare ai media. Nell’occuparsi di mondo arabo, RT Arabic difende a spada tratta le posizioni di Mosca in contrapposizione ai media anglofoni.
Attualmente, il principale campo di battaglia è la Siria, dove l’emittente fa spesso affidamentosu corrispondenti embedded nell’esercito governativo. Tra gennaio e febbraio 2013, il conduttore del programma d’intrattenimento Mushahadat (Spettacoli), l’attore egiziano Ashraf Sarhan, si è recato in Siria per mostrare l’idillio delle roccaforti lealiste, la costiera Tartus e la città vecchia di Damasco, come se nel Paese non stesse succedendo nulla. In questa puntata del 31 gennaio, dove Sarhan si fa guidare spensieratamente per le vie diTartus da una cantante locale, non vi è molta differenza dalle pacifiche immagini di vita quotidiana, che scorrono sulle emittenti siriane filo-governative sin dall’inizio della rivolta. La ciliegina sulla torta è Suriya Ya Habibati, l’inno ba’thista che celebra la guerra arabo-israeliana del ’73, intonato dai giovani di un coro di Tartus sotto gli occhi compiaciuti di Sahran.

In generale, gli ospiti di RT Arabic, se non sono completamente allineati con Mosca, ne sono dei critici moderati. In questa puntata di Panorama del 3 maggio 2012, si concede il pulpito a un rappresentante ufficiale dell’Islam russo, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso Aslam Bek Baskashev, perché condanni lo spargimento di sangue che accompagna quelle che l’Occidente chiama “primavere arabe”. Baskashev depreca inoltre l’uccisione di Qaddhafi- e quindi l’intervento NATO in Libia- in quanto pratica anti-islamica.
In questa puntata del medesimo programma datata 21 luglio 2013, viene invece invitato il vice-ministro dei beni di manomorta islamica (Awqaf) kuwaitiano, Adil Abdullah al-Falah, a discutere della percezione negativa del ruolo della Russia in Siria da parte dell’opinione pubblica araba. Al-Falah, che in qualità di presidente di un’associazione islamica, il Centro Mondiale per la Mediazione (al-markaz al-’alamiyy lil-wasatiyyah), è interessato a continuare a organizzare eventi in Russia, preferisce astenersi dal commentare l’alleanza tra Damasco e Mosca per criticare diplomaticamente lo scarso impegno umanitario di Mosca in Siria.


Guerra fredda mediatica

Per quanto riguarda la copertura degli Stati Uniti, il clima è da guerra fredda mediatica. Tra l’altro, è stato ideato un programma dal sapore sovietico, Nabd al-Mustaqbal (Il Battito del Futuro), dedicato alla celebrazione dell’industria bellica russa.
Un ampio spazio viene dedicato ai cavalli di battaglia della controinformazione americana: oltre a Julian Assange di Wikileaks, diversi veri e presunti whistleblowers (informatori), personaggi come Edward Snowden e Susan Lindauer. Quest’ultima, un’attivista pacifista che sostiene di aver collaborato a lungo con la Cia, resa celebre dalle rivelazioni sul presunto coinvolgimento del Mossad negli attentati dell’11 settembre e dalla contestazione del ruolo libico nella strage di Lockerbie del 1988, è stata più volte ospite nel 2013 del programma di approfondimento storico, Rahlah fidh-dhakirah (Viaggio nella Memoria). Naturalmente, Lindauer viene presentata da RT Arabic come un insider della Cia, mentre i legami tra l’attivista e i servizi segreti americani sono stati più volte contestati dalla stampa statunitense.
In una lunga intervista rilasciata da Putin a Russia Today il 13 giugno 2013, il presidente ha anche commentato la copertura data dal canale alla repressione del movimento di protesta americano Occupy Wall Street. Agli occhi del leader russo non è importante condannare o meno le azioni della polizia quando i manifestanti violano la legge, ma abolire piuttosto i parametri diseguali adottati nei media anglo-sassoni per raccontare gli stessi eventi, a seconda del contesto dove si verificano. Come afferma la caporedattrice Margarita Simonyan nella stessa intervista, quando gli abusi della polizia avvengono negli Usa invece che in Russia, l’emittente moscovita si preoccupa di “mettere alla graticola gli Stati Uniti.” RT Arabic adotta gli stessi parametri: ancora più cruciale del contenuto dei reportage è che colpiscano i governi dell’ex-blocco occidentale.

Difatti, lo spazio dedicato ai movimenti anti-governativi interni alla Russia è pressoché inesistente. Basti considerare questo documentario sulla Cecenia del 1 giugno 2013, dove la repubblica caucasica viene presentata come una regione in piena crescita, che ha superato ogni speranza dei suoi abitanti abituati alle macerie della guerra. Una guerra de-agentivizzata, senza alcun riferimento alla brutalità delle truppe russe. In un tentativo di infrangere la leggenda della militanza islamica cecena, ancora piuttosto popolare nel mondo musulmano, le scene girate a Grozny mostrano grattacieli luccicanti, negozi di alta moda e “i più lussuosi hotel del Caucaso, dove soggiornano gli attori Jean Claude Van Damme e Gerard Depardieu.”
I leader religiosi locali fedeli al Cremlino lodano quindi la presidenza di Ramzan Kadyrov, l’uomo di Mosca in Cecenia, mentre un carosello di immagini accompagnate da musica allegra mostra le sue strette di mano con Putin ritratte nei manifesti.

Risulta analogo il tono scelto per commentare il referendum tenutosi lo scorso 16 marzo in Crimea per sancire l’eventuale annessione della penisola ucraina alla Russia, in seguito all’arrivo delle truppe inviate da Mosca: si elogia la partecipazione di massa, il corrispondente descrive il clima “ottimista” che ha accompagnato l’arrivo alle urne di un popolo che “attende di essere ricongiunto alla madrepatria russa dai tempi del crollo dell’unione sovietica.” Mentre il 15 marzo, sul sito di BBC Arabic si sottolinea la presenza a Mosca di manifestazioni divise tra sostenitori e detrattori dell’intervento russo in Ucraina, su RT Arabic lo spazio è riservato ai “45.000 manifestanti scesi in strada a sostegno della popolazione della Crimea a Mosca.” Il paradosso è che la foto utilizzata è identica a quella della BBC, con tanto di bandiere ucraine sventolanti, solo che nel caso di BBC Arabic la didascalia recita “i contestatori in Russia considerano l’intervento in Ucraina una questione vergognosa.”
Più equilibrato l’approccio alle rivendicazioni della minoranza musulmana dei Tartari di Crimea, tornata alla ribalta degli esteri per la sua opposizione all’eventuale annessione alla Russia. In questo caso, RT Arabic riconosce il lungo esilio di cui furono vittime i Tartari sotto Stalin, il quale lì costrinse a migrare verso la l’Asia Centrale all’indomani della seconda guerra mondiale, per punire alcuni membri della comunità che avevano collaborato con i nazisti. Ai Tartari fu possibile ritornare in Crimea solamente negli anni ’80. Per il resto, spetta ai funzionari russi della regione autonoma del Tataristan rassicurare i loro “fratelli” di Crimea sulla prospettiva di un eventuale annessione a Mosca.


La Russia come antidoto all’islamofobia occidentale

Rispecchiare le posizioni di Mosca in Medio Oriente non sarebbe sufficiente a garantire 350 milioni di telespettatori: RT Arabic si è resa infatti promotrice di un approccio al mondo arabo alternativo ad alcuni media occidentali e lontano da pregiudizi islamofobici. Al confronto dei canali arabofoni fondati da BBC, France 24 e CNN, risulta inoltre ammirevole la presenza di ben quattro giornalisti russi, che parlano un arabo eccellente, oltre al consueto team composto di professionisti arabi. Sul sito di RT Arabic viene quindi riservata una sezione all’Islam e numerosi programmi si occupano della diffusione dei precetti islamici in Russia.
In questa puntata del 14 luglio 2008 di Hikayat al-Shabab (Storie di Ragazzi), programma di attualità dedicato ai giovani, si affronta per esempio il tema della poligamia, ricordando come parte dell’opinione pubblica russa la consideri una soluzione alle deficienze del nucleo familiare monogamo. Una delle pratiche più malviste da vasti settori dell’opinione pubblica occidentale diventa così uno spunto di riflessione in Russia, fino a contemplare un aggiornamento della norma coranica che includa la poliandria.
In questo notiziario del 20 gennaio 2009, si parla invece di hijab (velo) in Russia e la contrapposizione con i pregiudizi europei è ancora più intenzionale: dopo aver mostrato la diffusione del velo islamico in ambienti lavorativi e sportivi, dando voce a chi la definisce una conquista successiva alla caduta del muro di Berlino, il corrispondente conclude il servizio con un commento polemico diretto alle società occidentali, dove ci si continua a opporre al codice d’abbigliamento islamico.


La fine della guerra fredda mediatica passa per l’anti-terrorismo

All’interno della programmazione di RT Arabic, così come sulle frequenze dell’emittente anglofona, la considerazione per il dialogo con il mondo musulmano non si eleva comunque al di sopra della necessità di persuadere le cancellerie occidentali della visione di Mosca sul Medio Oriente. Ciò significa che RT Arabic, al di là della sua verve anti-americana, non intende sostituirsi all’Al-Jazeera delle origini e fornire un pulpito mediatico agli al-qa’idisti: nelle parole di Ali Vyacheslav Polosin, vice-presidente del Fondo Caritatevole Russo per la Promozione della Cultura Islamica, intervistato il 25 ottobre 2013, pochi giorni dopo gliattentati di Volgograd, nel corso del programma Hadith al-Yawm (La Conversazione di Oggi), l’ummah islamica è chiamata “a chiarire l’assenza di connessione tra Islam e terrorismo.”
Con una certa componente militante del mondo islamico, dal punto di vista di Mosca, non esiste pertanto nessun dialogo e il messaggio diretto all’Occidente è che le cosiddette “primavere arabe” – termine che fa sorridere Mosca e buona parte della stampa russa – hanno finito per avvantaggiare il radicalismo religioso. Nel corso della puntata del 12 giugno 2013 del programma Liqa’ al-Yawm (L’incontro di Oggi), l’analista Mohammad Rabi’ attribuisce pertanto la responsabilità dell’ascesa degli islamici tanto ai regimi mediorientali quanto ai servizi segreti occidentali, che hanno supportato alcune delle correnti più fondamentaliste. Un’analisi non priva di fondamento, che soffia nella direzione voluta da Mosca, considerate le relazioni tra Cia e Talebani durante il conflitto afghano degli anni ’80.
Sempre Aslam Bek Baskashev, il presidente del Congresso Russo dei Popoli del Caucaso, ospite della sopracitata puntata di Panorama, mette così in guardia dalle ripercussioni delle forme di militanza islamica diffusesi in Medio Oriente in parallelo alle rivolte, sottolineando come i giovani musulmani russi considerino il mondo arabo un modello “sacro” da emulare. A parlare sono gli esponenti ufficiali dell’Islam russo, attraverso i quali Mosca suggerisce all’Occidente di non sostenere una destabilizzazione della regione, quando sarebbe preferibile che i regimi mediorientali preservassero una casta di autorità religiose moderate e continuassero a usare il pugno di ferro con i radicali.

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