La perdita della privatezza (Umberto Eco, June 2014)

L’uso del Facebook per la spettacolarizzazione dei fatti propri è oggigiorno in ascesa, soprattutto – e con sorpresa forse – da parte di accademici, pubblici intellettuali, od opinionisti abbastanza noti. Spesso costoro scambiano l’importanza (o la mera notorietà) del loro lavoro per interesse pubblico generale nei confronti dei loro fatti personali.

Già Twitter e le sempre più numerose piattaforme di ricerca hanno da qualche anno sbiadito la linea tra ciò che è scientifico, o, perlomeno, ciò che vale la pena leggere, e ciò che invece è semplicemente – e tragicamente – “visibile”.

Al riguardo ho particolarmente apprezzato questo articolo di Umberto Eco sull’Espresso, seppur di qualche mese fa.

(Estella Carpi)

http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/06/11/news/la-perdita-della-privatezza-1.168822

La perdita della privatezza (Umberto Eco, 13 giugno 2014)

Siamo ossessionati dalla difesa della riservatezza contro il Grande Fratello che ci osserva e ascolta. Almeno così sembra. In realtà tutti vogliono farsi vedere. Perché apparire, anche mostrando il peggio di sé, è l’unico modo per esistere

La perdita della privatezza

Uno dei problemi del nostro tempo, che (a giudicare dalla stampa) ossessiona un poco tutti, è quello della cosiddetta “privacy” – che, a voler essere molto snob, si può tradurre in volgare italiano come privatezza. Detto molto ma molto alla buona significa che ciascuno ha diritto di farsi i fatti suoi senza che tutti, specie delle agenzie legate ai centri di potere, lo vengano a sapere. Ed esistono istituzioni volte a garantire a tutti la privatezza (ma, mi raccomando, chiamandola “privacy”, altrimenti nessuno la prende sul serio). Per questo ci si preoccupa che attraverso le nostre carte di credito qualcuno possa sapere che cosa abbiamo comprato, in che albergo siamo scesi e dove abbiamo cenato. Per non dire delle intercettazioni telefoniche, quando non indispensabili ai fini dell’individuazione di criminali, e addirittura recentemente Vodafone ha lanciato un allarme per la possibilità che agenti più o meno segreti di ogni nazione possano sapere a chi telefoniamo e che cosa diciamo.

Sembra dunque che la privatezza sia un bene che ciascuno vuole difendere a ogni costo, per non vivere in un universo da Grande Fratello (quello vero, di Orwell) dove un occhio universale può monitorare tutto quello che facciamo, o addirittura pensiamo.

Ma la domanda è: ci tiene davvero tanto la gente alla privatezza? Una volta la minaccia alla privatezza era il pettegolezzo e ciò che si temeva del pettegolezzo era l’attentato alla nostra reputazione pubblica, e il portare in piazza i panni sporchi che dovevano essere legittimamente lavati in famiglia. Ma, forse a causa della cosiddetta società liquida, in cui ciascuno è in crisi di identità e valori, e non sa dove andare a cercare i punti di riferimento rispetto cui definirsi, l’unico modo di acquistare un riconoscimento sociale è quello di “farsi vedere”, a ogni costo.

E così la signora che fa commercio di sé (e una volta cercava di tener celata ai parenti o ai vicini la propria attività) oggi, facendosi magari chiamare “escort”, allegramente assume il proprio ruolo pubblico, magari presentandosi in televisione; i coniugi che un tempo tenevano gelosamente celati i loro dissidi, partecipano alle trasmissioni “trash” per recitare vuoi la parte dell’adultero vuoi quella del cornuto, tra gli applausi del pubblico; il nostro vicino di treno telefona ad alta voce quel che pensa della cognata o quello che il suo fiscalista deve fare; gli indagati di ogni risma invece di ritirarsi in campagna sino a che l’ondata dello scandalo non si sia calmata, aumentano le loro apparizioni, col sorriso sulle labbra, perché meglio ladro risaputo che onesto ignorato da tutti.

Recentemente su “Repubblica” è apparso un articolo di Zygmunt Bauman in cui si rileva che i “social network” (massime Facebook), che rappresentano uno strumento di sorveglianza dei pensieri e delle emozioni altrui, sono sì usati da vari poteri con funzioni di controllo, ma grazie alla partecipazione entusiastica di chi vi partecipa, Bauman parla di «società confessionale che promuove la pubblica esposizione di sé al rango di prova eminente e più accessibile, oltre che verosimilmente più efficace, di esistenza sociale». In altre parole, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli spiati collaborano con le spie per facilitare il loro lavoro, e traggono da questa resa motivo di soddisfazione perché qualcuno “li vede” mentre esistono, e non importa se talora esistono come criminali o come imbecilli.

È pur vero che, una volta che qualcuno può sapere tutto di tutti, quando i “tutti” si identifichino con la somma degli abitanti del pianeta, l’eccesso di informazione non potrà produrre che confusione, rumore e silenzio. Ma questo dovrebbe preoccupare le spie, mentre agli spiati va benissimo che di loro, e dei loro segreti più intimi, sappiano almeno gli amici, i vicini e possibilmente i nemici, perché questo è il solo modo di sentirsi vivi e parte attiva del corpo sociale.

E allora perché preoccuparsi tanto della privatezza? Non ne importa niente a nessuno. L’importante, per esistere, è farsi vedere.

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