Gli utenti dei media arabi tra ottimisti, scettici e reazionari

Un sondaggio della sede qatarense della Northwestern University americana (NU-Q) rivela un pubblico arabo attraversato da tendenze contrastanti: dalla fiducia nella professionalità dei mezzi d’informazione allo scetticismo, dalla difesa della libertà d’espressione agli appelli per un monitoraggio dei contenuti. Internet galoppa verso il sorpasso della televisione. Il Qatar finanzia lo studio, ma si mantiene all’ombra dei riflettori. (Pubblicato originariamente su ArabMediaReport)

La NU-Q ha pubblicato il 18 giugno 2014 i risultati di un sondaggio condotto tra il 2012 e il 2013 su un campione di 10.027 partecipanti provenienti da otto paesi arabi: Egitto, Giordania, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Bahrain.

La televisione rimane il mezzo di comunicazione più popolare nella regione, incalzata da internet, soprattutto tra le nuove generazioni. Prevedibilmente, si riscontra una certa incidenza del cosiddetto “digital divide” tra le ricche petromonarchie del Golfo, dove il web fa quasi concorrenza al tubo catodico, e paesi come l’Egitto e la Giordania, dove l’accesso alla rete è molto meno capillare. L’informatizzazione si traduce in social network in tutti le nazioni, con lo strapotere incontrastato di Facebook, seguito da Twitter. Ciò non impedisce al web di essere prima di tutto fonte d’informazione, preceduto in questo ambito solo dalla televisione, seppur la maggioranza dei giovani vi si affidino tanto quanto ai notiziari. Di fatti, lo stesso Facebook raggiunge la terza posizione tra le fonti d’informazione, soprattutto tra i più giovani, citato dal 10 per cento complessivo degli intervistati e preceduto solamente daAl-Arabiya, seconda con il 15 per cento, e Al-Jazeera, prima con il 26 per cento.

Per quanto riguarda il genere di notizie “consumate”, circa due terzi (73%) dei partecipanti prediligono gli affari nazionali, poco più della metà (53%) le questioni regionali e un numero ancora inferiore (43%) ciò che avviene al di fuori del mondo arabo. Tali dati sono condizionati dalle varianti nazionali: nel Golfo si riscontra un interesse maggiore per gli affari regionali e internazionali per la presenza di grosse comunità di espatriati arabi e occidentali, al contrario di quanto avviene in Tunisia ed Egitto (nel secondo caso incide anche l’imperitura tendenza all’ “egittocentrismo” storico, politico e culturale dell’opinione pubblica). Interessante anche quanto emerge sulla propensione del pubblico a informarsi “da più campane”, con circa un terzo degli intervistati che si rivolge ai siti internet occidentali sia per le notizie sul mondo arabo che per quelle relative ad altri continenti. L’accesso al web non arabofono è prevedibilmente una prerogativa dei paesi dove è più diffusa la conoscenza dell’inglese, guidati dalle monarchie del Golfo.

La sezione più interessante dello studio della NU-Q sembra quella in cui vengono analizzate le connessioni tra media e politica. Se da una parte emerge un consenso omogeneo sul progresso della qualità dell’informazione nel mondo arabo nel corso degli ultimi due anni, i paesi più critici della credibilità delle piattaforme mediatiche sono quelli caratterizzati da maggiore instabilità (Tunisia, Libano, Egitto), mentre le realtà accomunate da apparati di potere “fossilizzati” come la Giordania, l’Arabia Saudita e gli Emirati raccolgono un maggiore consenso intorno alla professionalità degli strumenti d’informazione. Allo stesso tempo, la maggioranza degli intervistati provenienti da paesi contraddistinti da media più asserviti alle classi dirigenti – monarchie del Golfo, in primis – esprimono un sostegno deciso per “il giusto corso” perseguito dalle politiche governative, mentre gli abitanti dei due stati con i mezzi d’informazione che godono probabilmente della maggiore libertà – la Tunisia dal 2011 e il Libano da ben prima – si rivelano totalmente pessimisti sul futuro del loro paese.

Per altri aspetti lo studio riflette i venti di restaurazione che soffiano sugli scenari post-rivoluzionari e, se da un lato la maggioranza (61 per cento) difende la libertà d’espressionein rete, colpisce dall’altro il sostegno espresso dal 50 per cento degli intervistati per una regolamentazione più rigida dei contenuti. In fondo, solo il 46 per cento ritiene che internet debba permettere di criticare le autorità governative.

I media oltre che fonti d’informazione rimangono mezzi d’intrattenimento e in questo ambito la televisione continua a detenere il primato, seguita dal web (con l’eccezione singolare del Qatar, dove il divertimento è prima di tutto online). Un’altra sezione viene dedicata all’impatto di internet sulle relazioni familiari e le amicizie, con una maggioranza (70 per cento) dei partecipanti che riconosce al web un ruolo centrale nei loro contatti più frequenti con gli amici prima che con famiglia, colleghi o correligionari. Lo studio della Northwestern University si attiene però ai consueti taboo socio-morali e non ci è dato pertanto di conoscere la percentuale degli intervistati che fa ricorso al web allo scopo di facilitare relazioni sentimentali e sessuali.

Al di là dell’indubbio valore del sondaggio, è obbligatorio menzionare le palesi intromissioni delle autorità qatarensi, segnalate abbastanza esplicitamente dal team di ricercatori nel corso del testo. Si premette infatti che la formulazione di alcune domande, nell’unico caso del Qatar, è stata modificata dietro richiesta del dipartimento di statistica dell’emirato: ciò significa che la domanda “È sicuro dire qualsiasi cosa si pensi della politica sul web?” viene neutralizzata dalla sostituzione di “politica” con “affari pubblici”; i “governi” assumono i contorni nebulosi delle cosiddette “istituzioni potenti” e si parla di “influenza sulla società” invece che di “influenza politica”. La domanda sulla valutazione dei partecipanti circa il percorso intrapreso dal proprio governo è stata infine semplicemente omessa nel caso del Qatar, sempre su richiesta del dipartimento di statistica.
Doha conferma pertanto il suo approccio nei confronti della politicizzazione dei media, sistematicamente proiettata sugli affari esteri e centellinata nelle questioni interne.

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