Un commento a “Andy, Andryj e gli altri free-lance coraggiosi che sfidano la morte per mostrare la guerra” di Adriano Sofri

MALI-FRANCE-CONFLICT-MEDIALessi questo, su suggerimento di mio padre, in seguito alla morte del fotoreporter Andrea Rocchelli…  

http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/26May2014/26May20141538e03ac3ee388a3837b3eca52a7f90.pdf

A mio padre risposi così, riflettendo sul contenuto del sopracitato commento di Adriano Sofri:

[…] Vorrei aggiungere una breve riflessione alle parole di Sofri: è vero che chi ha gli intenti più genuini parte per raccontare gli angoli bui di mondo a chi siede in poltrona un po’ disinteressato (restano pochi, forse sono pessimista, perché molti altri amano essere incensati). Detto questo, non dobbiamo dimenticare che noi, fotografi/reporter/ e narratori vari di tragedie, abbiamo il privilegio di andarcene dai luoghi in cui passiamo per lavoro, chi attraversa le tragedie no (e a volte trae ben pochi benefici dalle nostre foto e dai nostri scritti). Mi viene in mente un episodio capitatomi ad Amuda, in Siria: una sera stavo camminando con un amico e abbiamo scorto un crocchio di persone raccolte di fianco a casa nostra per il funerale del vicino, a cui le guardie di frontiera turche avevano sparato qualche giorno prima, mentre tentava di attraversare il confine.
Rientrati a casa, abbiamo discusso dell’argomento, io gli ho detto che per lo meno dalle loro parti una persona si interessa del vicino morto, mentre da noi manco li conosci i tuoi vicini (specie nel Nord Italia). Al che lui s’è un po’ risentito, forse per le mie parole, forse perché era già nervoso di suo: mi ha detto: “Beh certo, perché a voi in Europa non vi capita certo che un vicino muoia da un giorno all’altro attraversando il confine, giusto?! E tu, Andrea, sei venuto qui a scrivere i tuoi articoli, a far dei soldi sulle nostre disgrazie, ma siamo noi a rimanerci qui, giusto?” Ora io risposi che un punto di vista esterno (a volte più imparziale dei locali) era necessario a comprendere meglio quello che succedeva, specie per un osservatore occidentale. Però, dentro di me, gli avevo dato ragione, perché rimanevo uno spettatore presente per lavoro, come potevo dargli torto? Il giorno dopo, a colazione, gli ho chiesto scusa e la sua risposta ha in parte ridimensionato i miei sensi di colpa: mi ha detto: “ma sì, Andrea, stavo scherzando con te, in fondo neanche a me frega molto che il vicino sia morto!” Forse era vero, forse era anche un cinismo per ovviare a una quotidianità a cui, in un modo o nell’altro, ti tocca abituarti.
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