Bevenuti a Palazzo Samaha: il tragico microcosmo del Libano contemporaneo (by Estella Carpi, November 2013)

(“Tentata Oppressione”, olio su tela, Domenico Porpora, 2006).

Abito a Beirut, a “Palazzo Samaha”, come specifica la scritta sullo specchio dell’ascensore, in caratteri corsivi, che hanno un che di elegante.

Qui la privazione, lo sfruttamento, il ‘razzismo vecchio stile’ e l’esibizione dei propri averi si sviluppano in piani.

Spesso pensiamo che per incontrare il limite dell’umano si debba andare fino a non so dove: nessun bisogno invece di biglietti per i bassifondi di San Paolo che mi racconta mio cognato, per le fogne di Giacarta che ho sempre immaginato, o di biglietti che ci spediscono indietro nei secoli passati, per esplorare il (mal)trattamento degli aborigeni in Australia, degli indiani e degli Africani nelle Americhe, eccetera eccetera.

Seppur faccia forse meno esotico, per esplorare l’inumano, contrariamente a qualche aspettativa, potete semplicemente recarvi a Gemmaiyze ed esplorare l’invisibile: quartiere di Beirut piuttosto benestante, altamente turisticizzato, e tradizionalmente cristiano. Fattore confessionale che non vuole affatto confermare un troppo spesso ipotizzato ‘razzismo congenito’ di alcune comunità religiose. Non sorridete compiaciuti, dunque, voi che pensate di aver trovato base empirica ai vostri stereotipi. Datevi una raddrizzata, piuttosto: è solo questione di vecchie reti di potere e soldi. Potere, in tutte le sue forme, come nei film di Stanley Kubrick e Orson Welles. E soldi.

Fermiamoci quindi a ognuno di questi piani, per scoprire quest’elegante crogiuolo di lusso e disperazione, sfruttamento e mondanità.

Sun, di Manila, abita al primo piano, in un minuscolo appartamento fornitole dal suo capo, il Signor Samaha, nonché il nostro magnaccia, la cui mano è un tutt’uno con il suo rosario e coi suoi anelli ventiquattro carati. L’appartamento di Sun è un luogo molto scuro e piccolo, ma “suvvia ti basta così”, le risponde sempre il capo, quando Sun si azzarda a chiedere di più. Sun è arrivata in Libano due anni fa, e lavora come domestica in casa Samaha: famiglia più che benestante dagli anni della guerra civile, originaria di Antelias, mi dicon alcuni vicini autoctoni.

Samaha abita invece al secondo piano, il quale è infatti occupato interamente dal suo appartamento.

Al terzo abita Fadi e la sua famiglia: siriani, originari di Zabadani. Il Signor Samaha ha promesso loro un affitto “conveniente” in cambio di molteplici servizi. “Non ha mantenuto una sola promessa”, dice Fadi. “Ma non possiamo ribellarci. Ci son scaduti i documenti, e non possiamo di certo viaggiare; ma ora abbiamo trovato un altro posto. Con questa situazione legale ho paura di muovermi, ma finalmente ce l’abbiamo fatta  e lasciamo a fine mese l’appartamento. È stata una tortura”.

Andiamo alla porta di fronte: David e Igor, entrambi originari del Burkina Faso, condividono l’appartamento che pagano mensilmente al Signor Samaha. Lavorano entrambi come ‘sguatteri’ ufficiali di Samaha, negli affari famigliari e negli affari di lavoro. Samaha dà loro 100 dollari americani al mese per sopravvivere. “E non tutti in una volta”, mi dice David, dopo avermi portato il televisore su al quinto piano, con occhi che esprimono un desiderio incontenibile di sfogarsi. “I soldi devo chiederli man mano… ogni volta che li finisco devo umiliarmi e andare a chiederli al suo cospetto. Ho 40 anni… ero un uomo rispettato a Ouagadougou. Facevo l’autista, e riuscivo a sfamare i miei tre figli. Ho abbandonato la mia famiglia per venire qui, perché il Signor Samaha al telefono mi aveva fatto mille promesse, e ho pensato che avrei mandato così molti più soldi a casa. E invece son venuto qui per essere trattato come un animale”.

Alla terza porta, stesso piano, abita Ali, che fa da autista al Signor Samaha: “Lavoro fino a quattordici ore al giorno…. Mi chiede di fare di tutto, ma la paga resta la stessa, e l’anno prossimo ritirerò mia figlia da scuola perché non posso più permettermi di pagare la tassa. Di un aumento non se ne parla neanche”.

Quarto piano: Lily e Sarah, due giovani irachene, mantenute dal padre che lavora da anni in Arabia Saudita, hanno ottenuto un buon posto di lavoro in una boutique locale e possono finalmente permettersi un’abitazione che “non sia perlomeno un buco”, come specificano loro. Vivono qui dal 2003, inizio dell’invasione americana dell’Iraq. Lily e Sarah non conoscono gli altri vicini, e non interessa loro conoscerli. “Non ci fidiamo di nessuno, ne abbiamo già sentite troppe. Stai ad ascoltare perché non sei araba!”, mi dicono ridendo.

Quinto piano: vivo io, nella mia casetta che non vale un terzo dei soldi che pago, in termini di acqua ed elettricità. Il Signor Samaha ogni mese tenta di sfruttarci fino all’ultimo soldo: chiede acqua e luce, seppur prometta inizialmente di includerli nel prezzo dell’affitto, e minaccia lo sfratto a chi non presenta il denaro all’inizio del mese.

Alla porta di fronte c’è Alia che, con la figlia Nadia, è scappata dieci mesi fa dal campo profughi palestinese di Yarmouk, in Siria.

“Non potevo restare, stavano bombardando tutta l’area, il mio palazzo è rimasto in piedi due volte per miracolo, due miracoli in una vita sola ho avuto! E chi si lamenta!”, esclama Alia, con tono ironico. Nadia va all’Università Libanese e studia scienze sociali: “Se avessimo avuto cibo, sicurezza, acqua, non sarei mai partita. In Siria l’educazione è meno cara, e qui tra l’altro ci trattano a pesci in faccia perché siamo palestinesi”.

“Volevamo pagare molto meno”, mi dice Alia, ma non abbiamo trovato altro, neanche in mezzo alla ‘nostra’ gente: a Shatila e dintorni è tutto pieno! Appena arrivata in Libano, dieci mesi fa, avevo trovato casa a Tiro attraverso amici: due settimane, e ci hanno sfrattate. Uno di Hezbollah ha bussato alla mia porta e mi ha chiesto di andarmene. Allora ho chiesto loro il motivo, io non avevo fatto nulla!”, “Perché sei contro i ‘nostri’ nel campo di Yarmouk, lo sappiamo che sei un’oppositrice, qui non c’è posto per te”. Alia ha fatto quindi l’ennesimo fagotto con la figlia Nadia, e, sconsolata, sceglie Gemmaiyze per sentirsi più al sicuro. “È stata dura all’inizio ottenere l’appartamento. Il Signor Samaha, prima di consegnarmi le chiavi in mano, mi ha rammentato gli scontri storici tra palestinesi e cristiani libanesi. Ma a me che importa! Stiamo usando tutti i risparmi per sopravvivere qui, io non voglio pensare a domani perché domani non so se la mia dignità resterà integra. Piango ogni singolo giorno e non c’è consolazione, perché ogni giorno le mie lacrime sono più pesanti del giorno precedente”.

“Tu sei italiana, ci penserebbe due volte a sfrattarti”, aggiunge Alia. “Noi siamo palestinesi, il Libano per noi è l’inferno in terra. Qualsiasi passaporto ha forse il suo inferno. Non posso neanche aprire un conto in banca in Libano! Non mi considerano siriana… eppure ho sempre lavorato a Baramkeh, tutti i miei amici erano siriani e ho lavorato per anni per lo stato siriano, lo stesso che ora ci sgozza ci massacra e bombarda i nostri tetti!… è un supplizio, tesoro mio, sono stanca. A Baramkeh mi avevano offerto una casa ma non ci sono voluta andare. Un’amica di mia figlia è stata rapita lì, e poi chiedono soldi per il riscatto… lo sanno se ne hai o meno, perché prima gli shabbiha fanno un primo round in casa e ti saccheggiano gli averi. È solo per questo che il regime ha risorse adesso. Ci ha spremuti, fino all’ultima goccia di sangue. Di abitare a Yarmouk non se ne parla neanche, non c’è più un’anima viva. Le armi sono state date ad Ahmad Jibril, capo della brigata palestinese vicina al regime, e poi distribuite alla gente. Il regime voleva armarci per metterci l’uno contro l’altro. E così è stato! È normale che ad un certo punto un’arma l’abbia voluta anch’io stessa in casa: ho una figlia, ho responsabilità, e in quel posto non c’era più nessuna sicurezza. Dimmelo tu, se questo è terrorismo”.

Esco dalla casa di Alia e Nadia dopo tre caffè di seguito. Infilo la chiave con furia nella porta di casa, sperando che il nodo stretto allo stomaco che avverto si sciolga non appena richiuderò tutto alle mie spalle. Ma stavolta non funziona. Mi accascio sul sofà inerte.

Una macchina passa veloce lasciando nell’aria la scia sonora dell’ultima di Sheb Khaled… “C’est la vie… on va s’aimer, on va dancer… lalalalalalà ”. Non in Libano, né in nessun’altro posto.

Nota: le situazioni narrate sono tutte aderenti a realtà. I nomi dei condomini sono stati cambiati, così come l’ordine dei piani.

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