Il panorama televisivo libanese offuscato dal bipolarismo

Un’analisi che ho scritto per ArabMediaReport sul panorama televisivo libanese, i suoi limiti e le poche eccezioni al bipolarismo filo e anti-siriano, con un’attenzione particolare alla politicizzazione delle questioni sociali come l’immigrazione.

Il panorama televisivo libanese offuscato dal bipolarismo

Analisi
23/09/2013
(photo: aawsat.net)

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Il Libano è stato un’eccezione mediorientale sin dal 1956, quando invece del monopolio statale il governo libanese optò per la concessione delle licenze televisive a due compagnie private. Nel 1994 si andò oltre, legalizzando la proprietà privata dei canali tramite un unicum giuridico mediorientale, la legge sui media audiovisivi. Tale liberismo economico non ha però coinciso con un’indipendenza dei media dalle pressioni politiche, sicché ciascun canale televisivo è stato strumentalizzato della fazione finanziatrice, salvo rare eccezioni. Tra le ragioni di tale soggezione ai partiti vi sono i poteri limitati degli organi adibiti alla tutela della libertà di stampa, la marginalità dell’unica emittente statale apartitica, l’esiguità degli introiti pubblicitari e la scarsa trasparenza sulla proprietà dei mezzi d’informazione. In un contesto dominato dal fazionalismo, secondo uno studio condotto tra il 2010 e il 2011 dalla fondazione libanese per la libertà d’espressione Maharat e dall’organizzazione non governativa statunitense Irex sulla valutazione dei cittadini del ruolo dei media libanesi, i telespettatori esigono più approfondimenti imparziali sulle questioni sociali e meno dibattiti politici. Proprio in questo ambito si gioca la prova del nove dei media libanesi, chiamati a occuparsi di tematiche d’interesse pubblico senza utilizzarle come pretesto per invettive politiche.

Una pletora di megafoni di partito

A dispetto dell’approccio liberale, l’implementazione della legge del ’94 è da sempre impostata sulla ripartizione delle emittenti tramite quote confessionali, oltre a conferire un potere eccessivo al ministero dell’informazione [1]. I media sono di fatto soggetti a una serie di leggi contrastanti: la chiusura nel 2002 di MTV, il canale di Gabriel Murr, fratello dell’ex-ministro della difesa Elias Murr, è stata per esempio frutto di una dubbia interpretazione della legge elettorale strumentalizzata dal fronte filo-siriano fedele al presidente Émile Lahoud, per via delle posizioni ostili a Damasco espresse dall’emittente. I casi di interferenza politica ai danni della libertà di stampa sono stati innumerevoli. Se durante la guerra civile le varie milizie monopolizzavano le stazioni televisive, negli anni della presenza militare siriana successivi agli accordi di Ta’if (1991-2005) i media sono stati caratterizzati da un maggiore allineamento al regime di Damasco. In seguito al ritiro delle truppe siriane, si è assistito invece al boom dei dibattiti politici e alla conseguente polarizzazione dello scenario mediatico, diviso tra i filo-occidentali della coalizione del 14 Marzo e i pro-siriani della coalizione dell’8 Marzo. Il risultato di un simile fazionalismo viene sottolineato nello studio Irex da Mohammad Najem, fondatore di Social Media Exchange (Jama’iyyah Tabadul al-I’lam al-Ijtima’iyy) , ovvero che persino i notiziari perdono ogni connotato informativo e diventano analisi. Del resto, l’unica emittente finanziata esclusivamente dallo Stato, Tele Liban, aveva già imboccato la via del declino al termine della guerra civile, a causa delle ristrettezze economiche. Oggi riscuote share irrisori, “con l’eccezione dell’ [occasione] della Giornata dell’Esercito [1 agosto]”, osserva Ya’cub ‘Alawiyah, inviato della Nbn (National Broadcasting Network), interpellato da Irex. TeleLiban assomiglia di fatti all’esercito, un’istituzione nazionale generalmente ritenuta super partes, ma spesso impotente nel non-stato libanese. In teoria, la legge sui media audiovisivi proibirebbe la concentrazione di quote superiori al 10% in mano a un singolo o una famiglia, così come l’appartenenza alla stessa confessione di tutti gli azionisti, ma la realtà dei fatti è ben diversa. Nella versione emendata della legge sui media, presentata dal deputato Ghassan Mukhayber nel 2010, si contempla pertanto anche la proprietà di media libanesi da parte di stranieri, a beneficio della trasparenza: attualmente non sussiste una chiara distinzione tra proprietà diretta e non-diretta e tale opacità ha favorito la proliferazione di imperi mediatici ramificatisi ovunque, come quello dell’ex-primo ministro Rafiq Hariri. Tra le cause della dipendenza dai partiti vi è anche la scarsa entità degli introiti pubblicitari, condizionati dal monopolio del mercato degli annunci detenuto dal Choueiri Group del defunto Antoin Choueiri. Una delle poche eccezioni in questo senso è la Lbc. Sin dal 1990, il  proprietario, Pierre al-Daher, ha puntato sull’intrattenimento, attraendo gli spot delle aziende del Golfo attraverso una programmazione che mostrasse una società araba più liberale- specie in ambito sessuale, la cui lontananza geografica dal Golfo rimanesse comunque una rassicurazione [2]. Oltre a diventare una delle emittenti più popolari in tutta la regione, LBCI detiene il primato come prima emittente satellitare del mondo arabo. L’unico altro esempio di canale relativamente equilibrato nel contesto libanese, dove comunque non esistono media non schierati, è Al-Jadeed TV, acquisita nel 1992 da Tahseen Khayat, uomo d’affari sunnita nonché rivale di Rafiq Hariri. Sia Lbc che Al-Jadeed TV non sono riconducibili a un determinato partito o a una singola figura politica, ma solo a un’area di riferimento (rispettivamente 14 e 8 Marzo). La depoliticizzazione del canale di Daher è passata attraverso una disputa legale con Samir Geagea, co-fondatore della LBC e leader delle Forze Libanesi [3], di cui l’emittente era la voce durante la guerra civile: Al-Daher è riuscito a mantenere il canale indipendente dal partito al punto di essere accusato nel 2009 di aver licenziato la reporter Denise Rahme Fakhri, a causa delle sue simpatie per le Forze Libanesi. A sua volta, il 25 giugno 2012, a dispetto della sua vicinanza allo schieramento di Hezbollah, Al-Jadeed TV è stata oggetto di un attacco da parte di alcuni uomini armati irritati dal fatto che lo sheykh sunnita anti-Hezbollah Ahmad al-Asir fosse stato ospite del canale. Per quanto riguarda invece le altre emittenti, le loro affiliazioni sono spesso già palesi a partire dal colore dei loghi. Future TV è il megafono della famiglia Hariri e del Movimento del Futuro sostenuto dai sunniti, MTV è allineata su posizioni esplicitamente anti-siriane, NBN è controllata da Nabih Berri, Presidente della Camera e leader storico del movimento sciita Amal, Al-Manar è la voce di Hezbollah, contraddistinta da un palinsesto asservito alla celebrazione del pantheon ideologico del partito sciita, Orange TV-OTV fa capo al Generale Aoun, leader cristiano maronita del Movimento Libero Patriottico, schierato con Hezbollah dal 2006. L’ultima arrivata, Al-Mayadeen, guidata dal direttore Ghassan Bin Jiddo, ex-corrispondente di Al-Jazeera a Beirut, è direttamente riconducibile al regime siriano, considerato il lealismo esibito da Jiddo a motivazione delle sue dimissioni da Al-Jazeera.

Oltre il confessionalismo?

Come si comportano invece i media libanesi nel trattare le questioni sociali che dovrebbero riguardare fasce di pubblico ben più ampie di quelle interessate agli innumerevoli dibattiti politici? Secondo lo studio Irex, le questioni sociali vengono spesso affrontate per addurre delle prove dell’inadeguatezza degli avversari politici che occupano i ministeri in questione. Temi fondamentali come lo stato pietoso della rete elettrica nazionale diventano quindi un pretesto per scagliare invettive contro il ministro di turno, senza la minima intenzione di comprenderne le ragioni storico-scientifiche. Come osservato dall’attivista Nabil Hassan e da Jad Melki, professore di media presso l’American University of Beirut, gli ospiti delle trasmissioni libanesi sono personalità politiche, anche quando il telespettatore vorrebbe udire il parere di un esperto del settore. I media esulano così dalla loro funzione di monitoraggio dell’operato dello stato per diventare canali di visibilità al servizio dei ministri. I casi in cui una questione sociale diventa il pretesto per rimarcare rivalità politiche sono innumerevoli.  Si consideri il reportage del 27 aprile 2011 di Ramz al-Qadi trasmesso su Al-Jadeed TV e dedicato alle condizioni dei lavoratori stranieri in Libano: trattandosi di un addetto alle pulizie siriano, la sua storia viene introdotta sottolineando come, sullo sfondo degli eventi siriani, “l’unica arma di Hussein sia una scopa”, pur trattandosi di una fase prevalentemente pacifica della rivoluzione siriana. Il messaggio sotteso è la posizione adottata da Al-Jadeed TV sull’insurrezione siriana, più vicina alla versione dei fatti del regime che a quella dell’opposizione. L’inserviente Hussein viene successivamente interrogato sul suo indice di gradimento del presidente siriano Bashar al-Assad, pur non trattandosi di un’informazione necessaria a illustrare la sua condizione di lavoratore, e la risposta è un prevedibile “Mi piace il Presidente, ci ha garantito la sicurezza, anche se vorremmo rimanere nel nostro Paese a lavorare. ” La lieve critica viene quindi filtrata da una rassicurazione sul lealismo del cittadino medio siriano.   Se Al-Jadeed lascia filtrare il messaggio politico con delicatezza, l’approccio di MTV su un argomento analogo risulta palesemente agli antipodi di ogni standard di professionalità. Durante una puntata del 3 luglio 2012 del programma Enta Horr (Sei libero) condotto da Joe Maaluf, si sceglie di tornare a puntare i riflettori sullo storico capro espiatorio della dominazione siriana sul Libano: i lavoratori siriani, spesso e volentieri associati al regime di Damasco e vittime di aggressioni indiscriminate. Enta Horr dedica la puntata alle lamentele dei residenti di Ashrafiyeh, quartiere benestante cristiano di Beirut, ‘oberato’ dalla presenza dei lavoratori siriani, e dai frequenti casi di molestie sessuali ai danni di ragazze locali. Non è un caso che il contesto sia un quartiere dominato dalla destra cristiana (Falangi Libanesi e Forze Libanesi), molti dei cui militanti sono noti per l’intolleranza nei confronti dei siriani (e degli arabi in generale). Il servizio funge da piattaforma per il razzismo dei residenti e si insiste sul numero eccessivo di siriani, senza un minimo accenno alla situazione in Siria o al profitto derivato dai proprietari di case libanesi. Non viene inoltre intervistato nessun esponente delle organizzazioni libanesi che si occupano di diritti dei migranti. A conclusione della puntata, Joe Maaluf riprende un appello ai parlamentari Michel Pharaon e Nadim Gemayel lanciato da una residente di Ashrafiyeh affinché pongano fine alla situazione, ed esprime la sua fiducia nell’intervento dei due deputati: non è un caso che i suddetti politici siano entrambi schierati con la coalizione anti-siriana del 14 marzo. Invece di essere fonte d’informazione sull’immigrazione, MTV diventa valvola di sfogo del basso ventre xenofobico e strumento di propaganda anti-siriana. In altri casi, i canali satellitari libanesi riescono ad affrontare questioni sociali in maniera obiettiva e professionale. In questo servizio del 20 febbraio 2013 , Al-Jadeed TV denuncia per esempio l’ipocrisia della società libanese, che millanta democrazia, ma costringe le colf straniere a coltivare le proprie relazioni sentimentali in segreto, all’insaputa dei datori di lavoro. Le lavoratrici domestiche sono del resto vittime di violenze e forme di segregazione brutali, compreso il sequestro del passaporto per evitare che fuggano di casa. I suicidi sono estremamente frequenti. Risulta scevro di condizionamenti politici anche l’approccio della Lbc alla tematica dei rifugiati siriani e palestinesi, come emerge dal  servizio del 4 gennaio 2013 sulla proposta del Ministro aounista dell’energia e dell’acqua Gibran Bassil di chiudere i confini e sulle opinioni espresse da Laila Tueni, giornalista del quotidiano filo-14 Marzo An-Nahar, che ha definito “nuovi coloni” i palestinesi in fuga dal campo profughi siriano di Yarmuk. Il servizio della LBC si conclude sottolineando come l’avvento delle elezioni parlamentari libanesi finisca per legittimare l’abbandono dei profughi nell’ “inferno siriano”.  Le colpe vengono così ripartite tra entrambe le fazioni, senza fare dell’argomento un trampolino per filippiche di parte. Per dimostrare la loro professionalità, i media libanesi sono quindi chiamati a evitare la politicizzazione delle questioni sociali.

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[1] Nel novembre 2010, l’iniziativa del deputato Ghassan Mukhayber ha portato in parlamento una nuova versione della legge sui media, in cui si concederebbero maggiori poteri al Consiglio Nazionale dei Media Audiovisivi, che ha tuttora una funzione meramente consultiva nei confronti del Governo, essendo il Consiglio dei Ministri a decretare il rilascio delle licenze e il Ministero dell’informazione la chiusura dei canali. Secondo il giornalista Walid ‘Abbud, il problema rimane comunque insito nel sistema elettorale del Consiglio dei Media Audiovisivi, i cui membri vengono scelti dal Parlamento e dal Governo.

[2] Cfr. Rinnawi, Khalil (2006). Instant Nationalism: McArabism, Al-Jazeera, and Transnational Media in the Arab World. University Press of America e Frishkopf, Michael (2010). Music and Media in the Arab World. American Univ in Cairo Press.

[3] Uno dei maggiori partiti della destra cristiano-maronita.

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