Ad-Dahiye al-Janubiyye e miti di cui liberarsi. Condividendo i miei primi sei mesi sul campo col senno di poi (Settembre 2011-Marzo 2012)

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(Poster of Bashar al-Asad getting off “khazzuq al-Asad”, Hafez al-Asad roundabout, Dahiye. Photo by Estella Carpi, February 2013)

E’ solo nel Settembre 2007 che mi imbatto finalmente nel Libano del Sud, stringendo amicizia con una famiglia di Borj Shimali – campo profughi vicino a Tiro – su una camionetta partita da Damasco. Lascio l’area nel Dicembre 2007 con la sensazione di un Libano inesplorato, negligentemente ignorato fino ad allora. Nel 2009 finisco per avventurarmi nel “Libano sciita” e nel “Libano palestinese”. A distanza di anni ho finalmente modo di approfondire la storia di questi contesti pensati come “dimenticati”, ma che ancora riempiono tragicamente i libri di storia, di politica, di guerra e di sviluppo, di relazioni internazionali, di sociologia e di antropologia. Eternamente presenti come tematiche da affrontare sotto le didascalie dei diritti umani abusati e mercificati, dell’umanitarismo e dei crimini internazionali, della giustizia sociale e del ridicolo concetto di “giustizia transitoria”. Questioni trattate come inguaribili, cristallizzate intellettualmente e rese in un certo senso immutabili materialmente. Pertanto, seppur accademicamente sotto i proiettori, queste questioni restano irrisolte. E le realta’ che in Libano sono riuscite ad autovisibilizzarsi con l’aiuto di qualche forza locale – come gli sciiti attraverso lo harakat al-mahrumin (“movimento dei diseredati”) negli anni ‘70  – spesso sono state condannate a vivere a una sorta di “pace scottante” con Israele, qualora il conflitto non assumeva vaste dimensioni.

Prima di abbandonare il Libano e il mio primo round di ricerca sul campo in Dahiye (sobborghi a Sud di Beirut, chiamato dapprima “nuovo Metn meridionale”, e poi, per antonomasia, “la Periferia”), sento doveroso ed utile condividere il percorso individuale che mi ha portata alla frantumazione di alcuni miti e stereotipi costruiti intorno a questa realta’ comunemente conosciuta come “hezbolliana”, e che sfortunatamente hanno costituito, almeno in un primo tempo, il mio approccio epistemologico a tale realta’, che gia’ mi prefiguravo attraverso la letteratura al riguardo. Quest’ultima, da un lato, dipinge Dahiye come realta’ insicura, disordinata, caotica, uno stato di fauda totale. E dall’altro quella che chiamerei pseudo-paternalista, terzomondista e in qualche modo neo-orientalista, altra letteratura dipinge Dahiye come fosse una realta’ ridente, fatta di parchi di divertimenti per famiglie e bambini, caffetterie locali, luoghi di ristoro, luci e colori, liberta’ e differenza, e dove, secondo questa versione, un’outsider, quale io stessa sono stata da sei mesi a questa parte, sarebbe dovuta passare completamente inosservata tra le vie dei sobborghi.

Rifuggendo dunque da rappresentazioni che variano iperbolicamente da realta’ tetramente patologiche a realta’ in cui la guerra sembra non aver lasciato alcuna traccia nel vivere quotidiano, il primo mito che demolirei e’ forse il piu’ semplice da seppellire non appena il soggetto stereotipante mette piede nell’area in questione: Dahiye non e’ una realta’ etnicamente o religiosamente omogenea. Curdi e Palestinesi a Borj el-Brajneh, profughi iracheni, profughi sudanesi e immigrati etiopi e sierraleonesi si incontrano facilmente nelle strade di Shyyah; da un paio d’anni a questa parte, per note ragioni, anche una crescente realta’ siriana si sviluppa soprattutto nei paraggi di Bir Hassan, Rouess e nei pressi di Tariq al-Matar (strada dell’Aeroporto). Qualche famiglia cristiana ancora abita le zone di Haret Hreik e Shyyah come accadeva originariamente prima dei massicci esodi dalla zona verso paesi esteri o altre aree di Beirut, come anche si possono trovare in misura crescente stranieri da ogni dove insediati in Dahiye per piu’ facile accesso economico ad affitti e beni di qualsiasi genere.

Dahiye e’ un’area parecchio diversificata anche in termini di classe sociale e status economico: Haret Hreik rappresenta la “Dahiye gentrificata”, culla della ormai molto piu’ che emergente classe media, la quale infatti attraverso il processo di ricostruzione a partire dal Settembre 2006 ha avuto modo di rendersi maggiormente visibile attraverso l’impiego di ingegneri, architetti, designers e costruttori locali. In alcune aree di Rouess e in particolare Hay Silloum, ho ritrovato invece la poverta’ della vecchia ”cintura della miseria”, come soleva essere chiamata Dahiye fino a qualche tempo fa (e tuttora definita tale nella Beirut chic). L’area era destinazione della stragrande maggioranza degli sciiti provenienti dal Sud durante l’occupazione israeliana – durata dal 1978 al 2000 – come anche di alcune recenti migrazioni da Jabal ‘Amel durante la guerra di luglio e agosto 2006. Questi spostamenti della popolazione libanese prevalentemente sciita all’interno del Libano, costituisce uno dei passaggi importanti del viziato processo di urbanizzazione libanese e il persistere di schemi tradizionali nella quotidianita’ dei migranti, a scapito di una modernizzazione “genuina” e graduale, secondo i sociologi e gli storici locali piu’ eminenti (consultare Samir Khalaf, Fawaz Traboulsi e Ossama Makdisi al proposito).

Per descrivere questa varieta’ empirica del territorio di Dahiye, il vicesindaco di Haret Hreik, membro del partito di Hezbollah, Hajj Ahmed Hatoum – da me intervistato il 28 Gennaio 2012 – ha utilizzato una metafora molto significativa: “Dahiye e’ come una rosa – mitl wardeh – i cui petali costituiscono realta’ totalmente differenti che Hezbollah non pretende di rappresentare”. Il gambo a sostenere la rosa e’ la Resistenza, non solo intesa come difesa contro il nemico sionista, minaccia costante e che legittima il possesso e il potenziale uso delle armi, ma anche, e direi soprattutto, come etica sociale e fulcro morale di agentivita’ nello spazio pubblico. Il vicesindaco, ingegnere, strenuo lavoratore nonche’ collaboratore in numerosissimi progetti di ricostruzione dei tanto discussi sobborghi meridionali di Beirut, mi ha piu’ volte ribadito l’importanza del consenso popolare e della volontaria adesione all’ideologia del loro partito, e di come esso stesso rifugga totalitarismi nell’esperienza territoriale di ogni singolo cittadino. Hatoum, con le sue affermazioni, rispolvera retoriche politiche a me ormai note: la captatio benevolentiae della piu’ influente guida spirituale sciita – spesso erroneamente definito come “Ayatollah”, deceduto nel Giugno 2010 – il Mufti Mohammed Fadlallah, che consisteva nell’appellarsi agli sciiti libanesi in termini di “partner” piuttosto che meri “seguaci”.

Come ci ha insegnato Pierre Bourdieu, quando si parla di qualcosa che nella realta’ empirica non esiste, una volta definito e descritto, in seconda istanza, finisce per esistere davvero. Di qui, la demolizione di un terzo mito: Dahiye non e’ l’area vulnerabile per antonomasia in Libano, come spesso e’ tuttora creduta. Dahiye era una delle realta’ parrticolarmente vulnerabili sotto un profile economico, e in termini di esposizione cronica ai conflitti, a differenza di altre aree. La guerra, seppur con dinamiche sociali estremamente sofferte e necessariamente effimere nel loro delinearsi, ha offerto una “opportunita’ economica” – come mi e’ stata definita piu’ volte da vari membri del Partito di Dio (forsa iqtisadiyye) – se non anche un’occasione di vendetta psicologica, un riscatto morale, un respiro di sollievo e una liberatoria rivincita sull’oppressore sionista, e cosi’ anche un pretesto socio-identitario, oltre che in termini di design urbano, di rendere l’area distrutta dai bombardamenti israeliani “piu’ bella di come era” (difatti lo slogan del progetto Waad, dell’ONG Jihad el-Binaa e’ quello di rendere Dahiye “ajmal min ma ken”).

Nel quadro di questi meccanismi privatizzanti e neo-liberistici della piu’ recente ricostruzione di Dahiye, le dinamiche psicologiche di immediata compensazione a cui Hezbollah stesso mirava nella sua fretta di far tornare i residenti nelle loro abitazioni dopo la guerra di luglio 2006 (in un Paese vittima e carnefice dell’attesa godotiana del diritto di ritorno palestinese), hanno nutrito ulteriormente la filosofia del “cio’ mi e’ dovuto”, come espressione di un istinto di sopravvivenza e di autolegittimazione di gruppi sociali che sono stati resi capro espiatorio da lungo tempo della cronica instabilita’ libanese. Tale tipo di ricezione emotiva popolare nell’usufruire di servizi e compensazioni post-guerra e’ ampiamente diffusa, per ben altre ragioni, tra i rifugiati di Dahiye. E’ essa, in un certo qual modo, ad aver immobilizzato un senso piu’ sviluppato di mutua responsabilita’ civica tra i residenti dell’area.

Un quarto mito che sento il dovere di demolire dalla mia prospettiva personale, e’ che sia sempre stato Hezbollah, almeno per quanto riguarda le mere questioni amministrative di Dahiye, ad aver estromesso lo Stato. Questo non lo trovo esatto storicamente. Ricordo come la presenza di quest’ultimo sia stata nella storia di quest’area soltanto distruzione, espropriazione, assenza o corruzione. Basti pensare agli sfratti da parte del falangista Amin Gemayel che, nel 1982 durante l’Operazione di Pace in Galilea compiuta dal governo israeliano di Menachem Begin, tento’di rimpossessarsi dell’area costiera di Dahiye demolendo 400 abitazioni legali. Le milizie di Amal affrontarono allora le forze di Gemayel. Elettricitia’ ed acqua non furon mai garantite nel Sud del paese fino all’istituzione del Consiglio del Sud (majlis al janub) alla fine degli anni ’60 in seguito a uno sciopero generale promosso dall’Imam Musa al-Sadr, e che invocava lo sviluppo dell’area sotto il profilo sanitario ed educativo in primis. La debolezza e le finanze presuntamente irrisorie del governo libanese non ne sono una giustificazione. Senza Hezbollah l’area non sarebbe stata ricostruita con rapidita’ ed efficienza. Che poi il Partito di Dio utilizzi la retorica dell’assenza dello Stato per allargare la sua influenza politica e’ un’altra questione. In tal senso, mi trova concorde la studiosa Amal Saad-Ghorayeb quando afferma che Hezbollah non e’ Stato nello Stato, come si e’ spesso detto in molteplici ambiti, ma piuttosto Stato nel non-Stato. Questo detto, le esibizioni di forza all’interno della compagine politica libanese da parte di Hezbollah certamente non mancano, come l’indiretta agevolazione finanziaria dopo la guerra del 2006 per le famiglie che avrebbero scelto di ricostruire le loro case con Jihad el-Binaa rispetto all’accettare il piu’ modesto sussidio statale; o ancora la prova di forza dei miliziani del partito nelle strade di Beirut nel maggio 2008, in reazione a cio’ che venne chiamata “dichiarazione di guerra da parte del governo libanese”, ovvero la tentata chiusura della rete di telecomunicazioni del partito, e il tentato licenziamento del capo della sicurezza dell’aeroporto di Beirut, notoriamente vicino a Hezbollah.

Attraverso l’efficiente rete di servizi che e’ riuscito a tessere negli anni ’90, e quindi a un crescente consenso dal basso, Hezbollah sta ora affrontando il percorso di una graduale, quanto dibattuta, istituzionalizzazione: in tanti tra i residenti di Dahiye mi parlano di aspettative deluse, di corruzione dilagante, di un partito che non e’ entrato in politica con fare deciso e compromessista sin dal principio, sottolineando le sue debolezze, dirigendo il mio sguardo verso i buchi da cui la loro boa-Hezbollah, istituzionalizzandosi anche de facto – e non solo de iure, come sostenuto da alcuni libanesi tuttora scettici – potrebbe perdere esso stesso acqua nel corrotto oceano politico libanese. Ad appoggiare Hezbollah in Dahiye non sono tutti, come ci si potrebbe aspettare. Ne’, nella mia soggettiva esperienza, la stragrande maggioranza, dicendo questo con tutta la consapevolezza di non poter delineare linee cristalline tra sostenitori e non. Tale rappresentazione omogeneizzante rischia di trascurare l’importanza di coloro che concepiscono Hezbollah come idea politica mutante, e non necessariamente come mausoleo di principi morali, a cui il partito, dal mio punto di vista, effettivamente mira a diventare per i propri cittadini nella vita territoriale di Dahiye. Trascurati sono anche i cittadini affiliati al movimento politico di Harakat Amal, che mi parlano del loro supporto di Hezbollah solo in termini di resistenza contro Israele e null’altro; o di coloro che appartengono a differenti correnti politiche; come di coloro che non si sentono rappresentati da nessuno degli attori politici attuali. Perpetrare tale rappresentazione arbitraria rispecchia la visione sommaria e poco attenta a differenziazioni interne dello stesso Israele, il cui approccio militare futurista vuole l’annientamento di Dahiye tout court. Il dissenso sulle politiche locali hezbolliane e la denuncia delle sue dinamiche sempre piu’ viziate da parte degli abitanti del posto, nella mia etnografia ne e’ diventato, volente o nolente, un elemento chiave, senza che la ricerca si preponesse inizialmente lo scopo di abbracciare analisi o inchieste sul consenso popolare nei confronti delle municipalita’ locali, appunto incarnate prevalentemente dal Partito di Dio.

Piuttosto, in tale quadro, Hezbollah si pone come Stato in maniera crescente nel suo esibire responsabilita’ verso i suoi “cittadini territoriali” e provvedere per essi garantendo i servizi necessari; questo portera’ finalmente la ricerca politico-sociale a capire cosa il neoliberismo – e cio’ che e’ invece definito neoliberalismo – privatizzante post-guerra, adottato nel sistema delle ricostruzioni e nelle fitte reti di servizi sociali e welfare assistenziale, abbiano causato a livello locale nelle vite dei singoli cittadini di Dahiye. E rivelera’ come essi stessi, in qualita’ di demiurghi endogeni, senza i nostri piani Marshall post-guerra, senza i nostri hegelismi fatti di stati totalizzanti, e senza le nostre equivalenze concettuali di sapore orientalista, abbiano riplasmato autenticamente il loro proprio concetto di agentivita’ e mobilitazione, partecipativita’ pubblica e contestazione del progetto egemonico locale.

Ed e’ stato questo forse il mio piu’ antico errore sul campo: approcciare l’area difendendo a spada tratta i suoi “padroni” in un primo tempo, pensando che, cosi’ facendo, sarei stata dalla parte di chi e’ stato prima negletto, poi sfrattato e cacciato, poi reintegrato – solo qualvolta si adattasse agli schemi etico-politici territoriali – e infine sfruttato nella sua de-reificabile identita’ confessionale e comunitaria, al fine politico di solidificare la certezza identitaria dei manifesti locali. E con questo, mi auguro che future ricerche si impegnino invece a scardinare quest’ultimo quinto mito: l’illegittimo legame, apparentemente inscindibile, tra la gente e i governatori locali, anche quando si tratta di “quegli sciiti fondamentalisti e totalitaristi” di Hezbollah.

Se la ricerca “occidentale” – e non mi riferisco alla localizzazione geografica, quanto invece all’onesta’ e adeguatezza degli intenti metodologici, che sono le sole, e mio avviso, a costituire una reale differenza – sapra’ rinunciare alla propria identita’ centripeta e a rassegnarsi, in un certo senso, alla irriducibile frammentazione del reale, anch’essa potra’ contribuire a produrre conoscenza su una realta’ come Dahiye, emblema di identita’ urbane arbitrariamente tatuate, neglette, e poi resuscitate a piacimento – come nelle celebrazioni della vittoria pirrica del 2006 o, ancora adesso, distribuendo dolci e caramelle in Dahiye per festeggiare la vittoria militare dell’Asse della “Resistenza” nella Qusaiyr siriana “contro i terroristi ribelli”.

Estella Carpi

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