La strategia della tensione siriana tra Turchia, Pkk e petrolio

Articolo pubblicato su Left (Avvenimenti). Ho cercato di tracciare una linea continua tra attentati di Reyhanli (Turchia), trattative di pace tra Pkk e Ankara e i possibili movimenti di Damasco nei confronti delle regioni petrolifere finite nelle mani dei curdi siriani (e in particolare della frangia siriana del Pkk, il Pyd). Nel sottotitolo pubblicato sul sito (e purtroppo in quello andato in stampa) compare la frase: i curdi “vorrebbero vendere il greggio all’Europa”, ma si tratta del frutto di un’aggiunta della redazione che non trova fondamento nell’articolo. Dovrebbero provvedere al più presto ad eliminarla.

Ostaggi del Petrolio

S1100007 

di Andrea Glioti

(Maabadeh-Hasakeh-Siria)

I curdi non si meritano la pace. Specie se vogliono il petrolio. L’11 maggio a Reyhanli, estremo sud della Turchia, due enormi esplosioni hanno fatto 51 morti e circa 200 feriti. Un attentato orchestrato al di là di quel confine che corre a pochi chilometri dalla città. È il tentativo siriano di boicottare i negoziati di pace tra i guerriglieri curdi del Pkk e il governo Erdogan. Il regime di Bashar al-Asad intende dimostrare alla Turchia che non può conseguire una stabilizzazione interna se non smette di sostenere l’opposizione siriana. Pacificare il fronte curdo, proseguendo nei negoziati con Ocalan, non è la strategia giusta per assicurarsi la quiete al confine.

Dopo un periodo di relativa calma, il popolo curdo deve tornare alla realtà. Anche nelle città del nord est siriano come Tell Tamr e Hasakeh si sono intensificati gli scontri tra tribù arabe e milizie lealiste al regime da una parte, e frangia siriana del Pkk (Pyd- Partito dell’unione democratica) dall’altra. Il messaggio è inequivocabile: l’autonomia de facto conseguita nell’ultimo anno dalla minoranza curda siriana è frutto della necessità del governo di Damasco di garantirsi una regione cuscinetto al confine turco. Una riconciliazione curdo-turca vanificherebbe però il piano, trasformando quell’area in provincia occidentale di un’altra comunità ostile. Se questo dovesse succedere, il regime di Bashar non esiterà a volgere la sua artiglieria verso il Kurdistan siriano, anche perché c’è un altro interesse da salvaguardare: buona parte delle risorse energetiche di Damasco si trovano qui, e oggi sono finite in mano al Pyd.

Damasco conosce bene l’importanza della provincia di Hasakeh, dove si concentra oltre metà del petrolio del Paese. Il regime, infatti, ha sempre negato l’autosufficienza alle regioni curde, collegando i loro pozzi petroliferi alle raffinerie di Homs e Banyas nella Siria occidentale. Oggi le trivelle si stagliano inerti all’orizzonte, ma per la prima volta i pozzi sono stati “affidati in custodia esente da cauzione” al Pyd. La notizia emerge da documenti governativi pubblicati dal settimanale indipendente Jisr. «Circa il 60 per cento dei pozzi è in mano al Pyd e il rimanente 40 per cento si trova sotto il controllo dell’opposizione araba», precisa K., che lavora come ingegnere specializzato in trivellazione nelle Direzione locale del ministero del Petrolio. Il Pyd sta approfittando della situazione di stallo nel conflitto siriano per gettare le fondamenta di un’autosufficienza energetica. Tra i suoi progetti c’è anche quello di avviare l’importazione di gas dal Kurdistan iracheno e di comprare elettricità dalla Turchia.

Il progetto di autonomia del Partito curdo ha preso avvio nell’estate del 2012, quando il Pyd ha colto l’occasione del ritiro della maggioranza delle forze di sicurezza governative per creare una rete di nuove istituzioni: corpi di polizia, esercito, associazioni e scuole. Tutto ciò è stato possibile con il tacito consenso del regime, nonostante i dirigenti del Pyd neghino ogni forma di coordinamento. La realtà sulle relazioni con Damasco è sotto gli occhi di tutti: a Qamishli, dove l’intelligence siriana non ha abbandonato le proprie sedi, i posti di blocco delle milizie curde distano pochi isolati da quelli del regime e le gigantografie del presidente troneggiano ancora sugli edifici governativi.

Per sradicare il regime, però, la Ue tenta di sostenere l’opposizione anche in Kurdistan. L’ha fatto abolendo, il 22 aprile, l’embargo petrolifero. Ma i risultati sono stati opposti. Il fronte anti regime si è diviso, perché il Pyd intende presentarsi come partner commerciale indipendente, diverso sia dal regime di Damasco che dall’opposizione araba. «La Commissione suprema curda (la maggiore coalizione politica della regione, dominata dal Pyd) è l’unico soggetto autorizzato alla compravendita del petrolio in nome dei curdi», sottolinea Bashir Malla, membro del Pyd, «ma la Ue non l’ha nemmeno menzionata nel suo appello rivolto esclusivamente all’opposizione araba». La decisione europea ha irritato anche i leader militari della ribellione araba. «Siamo contrari alla vendita del petrolio prima della formazione di un governo a interim nelle zone liberate», ci dice il maggior Muntasir al-Khaled, comandante del consiglio militare dell’Esercito siriano libero (Esl) di Hasakeh. «Per il momento i pozzi sono in mano a una moltitudine di forze armate che non dialogano tra di loro». L’obiettivo dell’esercito dei ribelli è di unificare politicamente le regioni petrolifere attraverso un’offensiva militare. «Se ora l’opposizione decidesse di accettare l’offerta europea, il regime bombarderebbe immediatamente qualsiasi cargo di petrolio diretto all’estero», commenta M., ingegnere elettrico che lavora a Hasakeh. Finora le regioni curde sono state risparmiate dalla devastazione, ma il petrolio potrebbe portare la guerra anche qui.

Il Pyd conosce i propri limiti da “custode” delle regioni petrolifere: sa di non potersi ancora permettere di riavviare le trivellazioni e di dover mantenere aperto il dialogo con Damasco. «L’interruzione della produzione petrolifera sta danneggiando l’intero Paese e, per il momento, il regime rimane l’unico possibile acquirente del greggio», ammette Bashir Malla. Il Pyd viene accusato di aver continuato a pompare petrolio verso le raffinerie governative per diverse settimane, dopo aver preso in consegna i pozzi. «Il Pyd si è impadronito delle trivelle il primo marzo 2013, ma il petrolio ha continuato ad arrivare a Banyas fino al 20 del mese, quando alcuni gruppi dell’opposizione araba hanno chiuso le valvole a Tell Hamis», ricorda l’ingegnere elettrico.

Oggi, per il regime, le aree amministrate dai curdi sono diventate meno affidabili. E in caso di un avvicinamento tra la Turchia (che sostiene i ribelli siriani) e il Pkk (alleato dei curdi del Pyd) Damasco potrebbe decidere di puntare su nuovi partner per la tutela delle sue riserve energetiche. Nella frammentazione siriana, infatti, ci sono rivalità etniche che il regime di Bashar può essere sfruttare per trovare referenti affidabili. Basta camminare per le vie di Ma’abadeh, cittadina curda nei pressi del confine iracheno, per accorgersi degli inconfondibili volti olivastri dei profughi arabi provenienti dalla martoriata provincia di Deyr az-Zor. Tra il Pyd e alcuni clan di quella zona non corre buon sangue dal 2004, quando il regime li utilizzò per reprimere una rivolta curda scoppiata a Qamishli. E nella cittadina di Tell Tamr un’ altra tribù lealista, la Sharabin, è stata coinvolta di recente in alcuni scontri con le milizie del Pyd. Si tratta solo di una delle carte a disposizione del regime, ma anche l’opposizione trova orecchie ricettive alla sua propaganda etno-nazionalista contro i curdi: l’episodio più recente è stato il coinvolgimento di parte del clan Baggara nella fallimentare offensiva lanciata dall’Esercito di liberazione a Ras al-’Ayn. Gli arabi volevano “liberare” le regioni curde ma non ci sono riusciti. «Abbiamo accettato di rispettare una tregua, ma non consideriamo liberate le regioni sotto il controllo del Pyd», chiarisce il comandante dell’Esl, Muntasir al-Khalid. «Quando cadrà il regime dovranno innalzare la bandiera della rivoluzione e non quella del loro partito».E quando si tratta di gas e petrolio, persino gli accordi tra opposizione e regime non sono da escludere. «Sappiamo per certo che, in passato, il regime ha pagato alcune fazioni dell’opposizione per assicurarsi il passaggio degli oleodotti tra Hasakeh e Deyr az-Zor», afferma K., l’ingegnere petrolifero.

Mentre i contendenti trattano sotto banco, la gente comune continua a convivere con la carenza di derivati petroliferi fondamentali come il mazout, l’olio combustibile più utilizzato a scopo domestico. Le strade sono costellate di venditori ambulanti di mazout raffinato in casa, il cui prezzo conosce rialzi vertiginosi a seconda dell’oscillazione del dollaro sul mercato nero. In più, la raffinazione casalinga non prevede nessuna protezione dall’inalazione di gas tossici come l’idrogeno solforato. «Abbiamo riscontrato un aumento dei casi di ustioni e infiammazioni polmonari causate da questi processi artigianali di raffinazione», conferma Wa’el Abu Ahmad, medico che lavora a Ras al-’Ayn, presso la falange dell’opposizione Ghoraba’ Sham. «La scarsità di mazout potrebbe anche causare un’epidemia di colera quest’estate, perché senza carburante si fermano gli automezzi che ritirano la spazzatura e puliscono le strade». Perché nella terra delle trivelle, la benzina è un lusso che i curdi non si possono permettere.

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Categories: Kurdistan, Syria, Turkey | Tags: , , , , , , , , , , , , | Leave a comment

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