I “pazzi del Caucaso” fra i fantasmi di Daraya (Matteo Mazzoleni, aprile 2013)

Daraya

(Immagine di Daraya oggi. Fonte: http://www.dailystar.com.lb)

http://www.youtube.com/watch?v=ffZQnu5H_0A

È un giorno di fine agosto quello in cui Robert Fisk arriva a Daraya. La città – fra le più grandi del Rīf Dimashq, campagna periferica di Damasco – in Siria è molto conosciuta. Due anni fa, le sue piazze sono state fra le prime a riempirsi di manifestanti che chiedevano la caduta del regime. Alcuni di essi, come Ghiyath Matar[1], sono stati fra i primi a perdere la vita per quella causa. Di Daraya, in Siria, tutti hanno sentito parlare, prima o dopo. Per chi non è siriano, invece, Daraya è spesso una sconosciuta. Di rado è sulle pagine del New York Times. Quasi mai è nei servizi della BBC. Non è Homs, non è Aleppo, non è Damasco. Se uno dei più celebri corrispondenti del mondo si trova proprio a Daraya in quel momento, un motivo ci deve essere. La Daraya di fine agosto 2012, difatti, non è più così sconosciuta. Da qualche giorno, non sono solo i siriani – dell’una o dell’altra parte – a parlare di questa città. Un macabro evento ha da poco strappato gli abitanti al cinico “anonimato” della guerra per consegnarli all’attenzione dei media internazionali. Solo alcune ore prima dell’arrivo di Fisk, quattrocento corpi, per lo più di civili, sono stati trovati giustiziati e ammassati in diversi punti della città, in seguito a quella che le autorità del regime hanno definito “operazione anti-terrorismo”[2], ma che più probabilmente passerà alla storia come uno dei peggiori eccidi della guerra civile siriana. Inutile dire che, da allora, a Daraya, quasi nulla è rimasto più lo stesso.

Ad oggi, marzo 2013, sono ormai quasi nove mesi che la popolazione di Daraya – alcune decine di migliaia di abitanti – si trova sulla linea del fronte. Le cronache delle prime pacifiche manifestazioni del 2011 hanno definitivamente lasciato spazio ai bollettini di guerra dell’Esercito Arabo Siriano che, dall’estate scorsa, contende il centro abitato ai ribelli dell’Esercito Libero. Moltissimi civili – quelli che hanno potuto – sono fuggiti, lasciandosi alle spalle quello che Fisk ha descritto come un luogo di “fantasmi e domande”[3].

Basta osservare le immagini del video riportato qui sopra – girato tra il 14 e il 15 dello scorso febbraio – per avere un’idea di cosa il giornalista britannico volesse dire. La telecamera, montata sulla torretta di un veicolo corazzato dell’EAS, cattura quel che ormai resta di Daraya dopo mesi di combattimenti. Lo scenario è desolante, ma lo diventa ancora di più quando – per qualche istante – le immagini del presente vengono accostate a quelle di un altro video, girato qualche tempo prima. La telecamera questa volta è montata su una normale automobile. I negozi sono aperti, le strade sono intatte. Sui marciapiedi, invece delle macerie, ci sono le persone, immerse nella loro quotidianità. Furgoni e automobili, non carri armati, animano il traffico cittadino.

Questo filmato non si limita però a raccontare le immagini della devastazione che da ben due anni sta sfregiando le città siriane. Vi sono altri particolari che attirano l’attenzione e meritano di essere approfonditi. La lingua parlata dagli operatori, il russo, e la familiarità con cui quest’ultimi si intrattengono con i militari dell’EAS, non sono infatti frutto del caso o di una facile accessibilità alle zone di guerra. Per avere qualche dettaglio in più occorre concentrarsi su quel simbolo, quella sigla che appare nel filmato in alto a sinistra: ANNA.

Fondata nell’estate del 2011 ANNA (acronimo di Abkhazian Network News Agency[4]), è una piccola agenzia di stampa in lingua russa che, dopo una breve e rudimentale copertura della guerra in Libia, ha iniziato a occuparsi esclusivamente del conflitto siriano. Fondatore, direttore e inviato sul campo è un professore di economia di nome Marat Musin, abcaso, il quale – lasciate le grigie aule delle università moscovite in cui insegnava – è partito per il Medio Oriente assieme a un pugno di collaboratori, mossi più da convinzioni politiche e sete di avventura che da una genuina vena giornalistica. D’altronde, come emerge anche da una recente intervista rilasciata da Musin stesso al quotidiano The Moscow Times[5], non occorre molto per intuire che l’equidistanza professionale non è il punto forte dei reportage di ANNA news. Il linguaggio adoperato ricorda più quello della propaganda di regime che non quello dell’informazione libera: un aspetto che forse spiega la sbalorditiva semplicità con cui ANNA news (che si definisce “indipendente”) e i suoi operatori riescono ad ottenere i permessi per filmare i soldati e i veicoli dell’Esercito Arabo Siriano impiegati in prima linea.

Musin, dal canto suo, non nasconde per nulla la sua simpatia per il regime di Bashar al-Asad, a sua detta vittima – come quello di Gheddafi – di un preciso disegno geopolitico, orchestrato dai paesi della NATO e dalle monarchie del Golfo con l’obiettivo di destabilizzare la Russia e dei suoi alleati. E (geo)politico è anche l’obiettivo degli “abcasi matti” – come qualcuno in Siria inizia a chiamarli – che li porta a sfidare gli enormi rischi della guerra urbana. Lo scopo di ANNA news è di convincere l’opinione pubblica e le autorità russe che quella che si sta combattendo in Siria è in realtà una guerra con implicazioni globali enormi, che colpisce da vicino gli interessi di Mosca. Una guerra che – dichiara Musin – se non affrontata, porterà la minaccia “fascista” (sic) fin dentro i confini della madrepatria. “Una volta presa la Siria, si prenderanno anche il Caucaso, e poi la Russia…e io non voglio andare in giro nel mio paese con un fucile” – afferma egli stesso durante l’intervista.

La sfrontata partigianeria, l’esiguo numero di collaboratori, i servizi prevalentemente in lingua russa e le oscure fonti di finanziamento (ufficialmente donazioni private) difficilmente permetteranno ad ANNA news di competere ad alti livelli con le altre ben più blasonate testate internazionali presenti in Siria. Ciononostante, il fenomeno mediatico in sè è meno marginale di quanto possa sembrare. L’intelligente utilizzo dei mezzi d’informazione digitale, la spericolatezza degli inviati (un operatore è stato ferito proprio a Daraya lo scorso gennaio) e la diffusione di filmati tanto inediti quanto scioccanti, hanno permesso ad ANNA news di ritagliarsi una buona fetta di pubblico sul web. A neanche due anni dalla sua fondazione, la piccola agenzia abcasa su youtube[6] conta già 3 milioni di visualizzazioni e quasi 8000 iscritti (a titolo di paragone, il Guardian e France 24 ne contano circa 30 mila, ma le loro pagine sono state aperte più di 5 anni prima); a ciò vanno aggiunti i re-link su altri popolarissimi siti di visualizzazione video come ad esempio LiveLeak.

Nella battaglia mediatica per la Siria, il contributo che Musin e i suoi stanno offrendo al regime di Asad è quindi più che significativo. Hula, Bab ‘Amr, Damasco, ma soprattutto Daraya, sono i luoghi in cui l’attività pro-regime di ANNA news si è concentrata negli ultimi mesi con l’obiettivo di contrastare quelle che Musin definisce “le avanzate tecnologie informative usate da Al-Qaeda”.

Ad oggi, due anni dopo l’inizio della rivoluzione, Daraya non è più solo la città di Ghiyath Matar – ragazzo, attivista, martire e promotore di un’opposizione non violenta, efficace ma indifesa. Non è più neanche solamente quella città “di fantasmi e di domande” descritta da Robert Fisk, svuotata di vita dall’eccidio di fine agosto e dalla successiva fuga in massa di civili. Oggi Daraya, “grazie” ai servizi di una piccola ma agguerrita agenzia di stampa russo-abcasa, è anche questo: uno dei tanti campi di battaglia della guerra mediatica per la verità che si combatte in Siria giorno per giorno.

(Matteo Mazzoleni è attualmente studente di Master in International Politics, presso la University of Surrey)

[3]http://www.independent.co.uk/voices/commentators/fisk/robert-fisk-inside-daraya–how-a-failed-prisoner-swap-turned-into-a-massacre-8084727.html (consultato il 19/03/2013), Fisk è stato peraltro criticato per questo suo reportage. I motivi sono abbastanza ovvi: il giornalista inglese infatti è potuto entrare a Daraya solo al seguito dell’EAS e alcune delle testimonianze raccolte appaiono pertanto “viziate” da questo aspetto. Per avere una visione più approfondita:  http://www.sirialibano.com/siria-2/daraya-i-residenti-rispondono-a-robert-fisk.html

[4] L’Abcasia è un’entità territoriale del Caucaso, rivendicata dalla Georgia ma di fatto autonoma e posta sotto sfera di influenza della Russia, che è uno dei pochi stati al mondo ad averne riconosciuto lo status di stato indipendente.

[6] http://www.youtube.com/user/newsanna (consultato il 26/03/2013)

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