An ethnographic snapshot from Akkar, North Lebanon (by Estella Carpi – March 2013)

http://www.sirialibano.com/lebanon/una-mattina-in-akkar-cittadini-negletti-tra-realta-e-menzogna.html

Una mattina in Akkar. Cittadini negletti tra realtà e menzogna

10 MARZO 2013

(di Estella Carpi*). Con questo aneddoto, estratto dalla mia ricerca sul campo, vorrei far emergere le strategie discorsive che i cittadini negletti utilizzano in riferimento allo Stato.

Queste strategie, facilmente riscontrabili a livello quotidiano in ogni parte del Libano, mettono inoltre in evidenza come la contradditorietà di ciò che la gente afferma non dia vita facile al ricercatore.

In una delle mie tante mattine in Akkar, scendo dal bus all’altezza di el Bahsa – sulla via di Halba – in prossimità della quale, tra gli spaziosi campi, si son recentemente stanziate le uniche sei famiglie siriane che abitano nella zona. Noto che sul ponticello si è formata una grossa buca nell’asfalto, a causa dello straripare del fiume, dovuto – a sua volta – alle forti piogge degli ultimi giorni. Così mi dicono due ragazzi che tentano invano di superare l’immensa buca in motocicletta.

Il ponticello danneggiato permette di congiungere la strada principale che da Tripoli porta dritta all’Akkar, con la municipalità di el Bahsa e la piccolissima realtà rurale di Hay el Amin, dove vivono in tutto ottanta abitanti.

Hisen, detto Abu Beder, mi vede fotografare l’enorme buca. L’anziano signore fa quindi cenno con la mano di avvicinarmi a lui, ma infine decide di non cancellarmi la fotografia e mi chiede chi sono. Prontamente un altro interviene: “Ma sì, io la conosco. Una straniera che viene qui soltanto per i siriani ogni settimana, non è così?”.

Con quest’affermazione, che in qualche modo mi suona leggermente di denuncia, realizzo amaramente quanto questo mio gesto forse abbia fino ad allora involontariamente contribuito ai tanto vociferati attriti tra la comunità “ospitante” dell’Akkar e gli “innumerevoli” rifugiati siriani, a dispetto del mio intramontabile criticismo riguardo al mercato degli aiuti umanitari.

Abu Beder mi spiega poi il perché della sua premura: “Tengo molto a questo ponticello perché sono stato io a costruirlo nel 2000 dopo numerose richieste allo Stato che non si erano risolte in nulla. Prima che lo costruissi con la colletta di tutti gli abitanti del villaggio, tutti noi dovevamo attraversare il fiume ogniqualvolta avevamo bisogno di raggiungere la strada principale o andare al di fuori del distretto di Morleye Mohlem” (che qui traslittero come pronunciato, con l’accento caratteristico del Libano settentrionale).

Senza questo ponticello, nel paese di Morleye Mohlem, ribattezzato Hay al Amin dallo stesso Abu Beder, gli abitanti non avevano modo di portare le merci, spesso recuperate in Siria e trasportate sulla Dabbusiyye – dal cui confine si è prossimi – al resto delle municipalità circostanti senza dover fare un lunghissimo giro intorno ai campi.

“Questa mattina, come al solito, ho tentato di chiamare il delegato delle opere pubbliche per riparare il buco nell’asfalto. E come, al solito, non mi ha neanche risposto al telefono. Lo riparerò io stesso”, conclude Abu Beder.

Mi allontano dalla sua grande abitazione e riattraverso con cautela il ponticello danneggiato per tornare alla strada principale. “Che ti diceva Abu Beder?”, mi chiedono altri due abitanti del luogo.

Riporto le sue parole e i due reagiscono con una scrollata di spalle e con un sogghigno, come di chi è certo di ciò che sta per essere detto: “Lascialo stare, dice a tutti così; si dà tante arie, ma non è vero niente. Difficile a credersi, ma il ponticello ce lo ha costruito lo Stato!”.

Confusa, mi allontano da Hay al Amin, mentre rabbrividisco al pensiero della sottilissima linea che passa tra la realtà, la menzogna, e la limitatezza della mia interpretazione culturale dell’episodio.

Abu Beder è solo un vecchio magnate di paese, avido di fama locale, illuso di poter spadroneggiare e dominare la verità locale, un portatore della nota retorica dell’assenteismo dello Stato libanese al fine di far eroicamente emergere le proprie qualità di self-made man? Oppure, sono quei due abitanti di Morleye Mohlem a negare piuttosto l’agentività del vecchio signore, poiché stanchi di questi capoccia pseudo-tribali avidi di tutto; e quindi pronti anche a tradire le verità pur di non far trapelare all’esterno uno sconsolante senso di gratitudine nei confronti di Abu Beder, per aver voluto sopperire, con la costruzione del ponticello, ai doveri presunti dello Stato libanese, il quale già dai tempi del mandato francese (1920-1943) abbandonò l’area dell’Akkar in un abietto stato di abbandono?

Lo Stato libanese è assente, debole, corrotto o fallimentare ogni volta che si desideri asserire la propria attiva cittadinanza, all’interno della quale l’individuo ritrova la sua fiducia nel quotidiano grazie alle proprie abilità e intraprendenza.

Lo Stato è tuttavia presente, agognato, inventato, ogni volta che il mancato cittadino attivo ne rivendica la necessità e si ribella alla sopravvivenza di strutture padronal-clientelari nella propria quotidianità. Questi i ruoli di Abu Beder e dei due abitanti in cui mi sono successivamente imbattuta.

In ambedue i casi, la società libanese finisce per plasmare il proprio modus vivendi solo come entità distinta e ostile allo Stato, guardandolo dal fuori, contestandolo cronicamente, non permeandone mai i muri e non avendo la facoltà di cambiarlo con azione efficace, in quanto spesso grida i propri diritti a se stessa.

Il significato che ho desunto da tale aneddoto del controverso ruolo dello Stato, e l’ingente bisogno che quest’ultimo si affermi all’interno del contesto libanese, mi porta a considerare accessoria quella sottile linea tra verità e menzogna che mi vessava inizialmente, e che sembrava “inquinare” ogni mio tentativo di ricerca.

 

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