Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

Questo blog ha gia’ ritrovato la sua ragione d’essere, dato che sento la necessita’ di ampliare alcuni aspetti di un mio articolo pubblicato su LIMES – Rivista di Geopolitica (Marzo 2013) intitolato “Hizbullah contempla un futuro senza al-Asad”.

Vi propongo qui di seguito la mia prima bozza dell’articolo, col rischio eventuale di apparire anti-professionale (ma una rigida professionalita’ non era di certo uno degli imperativi categorici di questo blog, da parte mia). In tale versione in bozza, rispetto a quella pubblicata, son messi piu’ in risalto il background degli interlocutori libanesi citati nell’articolo e il comportamento di Hezbollah con i rifugiati siriani e con le organizzazioni che forniscono aiuti umanitari nelle loro aree. Offro, in soldoni, maggior spazio ai concetti. Personalmente, infatti, io del lettore mi fiderei di piu’.

Image

                                 (Foto di Estella Carpi, 12 Gennaio 2013, el Hisa, villaggio alawita dell’Akkar, Libano settentrionale)

Hezbollah e gli Asad: viaggio tra le prospettive interne

 

Chi non dissimula è un idiota,

perché nessuna persona intelligente

va in giro nuda al mercato”.

(Detto alawita)

Sin dal marzo 2011, inizio della rivoluzione siriana, si è dato adito a numerose interpretazioni riguardo al futuro di Hezbollah in Libano come nella regione. Come sta reagendo Hezbollah alla crisi del suo alleato siriano e in vista di un cambio di regime a Damasco? I suoi sostenitori restano ad esso fedeli nel suo accostamento alla repressione di Asad? Com’è moralmente giustificata agli occhi del proprio elettorato la priorità assoluta di garantire armi e fondi che Hezbollah riceve dall’Iran attraverso la Siria?

Per analizzare la posizione di Hezbollah in Libano rispetto agli eventi in Siria mi è stato necessario demolire l’idea univoca e omogenea che spesso si ha di questo  partito. Pertanto, in luce dei risultati della mia ricerca, analizzerò in primis un Hezbollah inaspettatamente disomogeneo rispetto alla attuale crisi del regime siriano su un piano partitico-nazionale, principale intermediario tra la politica interna libanese, le agende politiche estere e gli equilibri regionali; poi su quello locale-amministrativo, autoproclamatosi attore politico distinto da quello partitico-nazionale[1]; e infine un Hezbollah inteso come realtà “popolare”, ovvero la ricezione delle decisioni del partito da parte della gente locale, arbitrariamente considerata dall’esterno come sostenitrice di ogni direzione politica che il partito prenda.

Convergenze e divergenze storiche tra i due partiti

È innanzitutto importante individuare le logiche interne al Partito di Dio, nonché ciò che accomuna e distingue il Baath siriano dal Hezbollah libanese. Hezbollah, da un lato, ottenne consensi tessendo solide reti di protezione sociale per la popolazione sciita oppressa all’interno del Libano, e divenendo partito solo attraverso gli anni. Il Baath siriano, invece, si impose già nel 1963 solo facendosi Stato, e coltivò poi la propria fama attraverso retoriche politiche e simbolismi durante il mandato di Hafez, padre di Bashar al Asad (1969-2000), quali la difesa della causa palestinese – nonostante le contraddizioni storiche del regime al riguardo[2] – e il nazionalismo arabo, anch’esso in realtà contraddetto dall’alleanza del regime siriano con l’Iran di Khomeini in funzione anti-Shah da prima dello scoppio della Rivoluzione del 1979[3].

Ambedue i partiti nascono da zone di marginalizzazione sociale e arretratezza rurale e intellettuale: così erano gli sciiti di Jabal ‘Amel[4] fino al principio degli anni ’70, prima che ottenessero i primi servizi sanitari e scolastici tramite il “Movimento dei Diseredati” fondato da Musa al Sadr e l’istituzione del Consiglio Sciita, prima del quale tale comunità faceva riferimento al Consiglio musulmano Sunnita. In modo simile, gli alawiti di Qardaha, area prossima alla città siriana costiera di Lattakia, erano negletti dal potere centrale, lavoratori nei campi di tabacco e visti come portatori di arretratezza sin dal tardo ‘800. Dopo la presa di potere del Baath del 1963[5] gli alawiti iniziarono a occupare posizioni professionali di rilievo, e a rafforzarsi ulteriormente nel settore educativo dopo la Guerra di Ottobre contro Israele del 1973.

Tuttavia, tra i due partiti vi son state spesso notevoli divergenze. Vale la pena ricordarne qualcuna per metter in luce ancora una volta il quietismo comportamentale che Hezbollah ha sempre adottato con la Siria di Asad, purché quest’ultima continui a proteggere la Resistenza armata contro il nemico sionista. Un esempio è dato dal massacro del 1987, durante la guerra civile libanese, quando l’esercito siriano uccise 23 miliziani di Basta (Beirut), sostenitori di Hezbollah, come denunciò il religioso sciita el Sayyid Mohammed Hussein Fadlallah[6]. Inoltre, nel 1993 l’esercito libanese, su ordine siriano, uccise nuovamente sostenitori di Hezbollah mentre protestavano nei sobborghi a sud di Beirut contro gli accordi di Oslo tra Arafat e Rabin[7]. Tale episodio incrinò ulteriormente i rapporti tra Hezbollah e Rafiq al Hariri, tanto da essere addotto come una delle prove che sia stato il Partito di Dio ad aver ucciso l’ex Primo Ministro il 14 Febbraio 2005 per vendetta. La Siria, secondo questa visione, avrebbe attaccato Hezbollah e appoggiato l’alleanza di Hariri, Stati Uniti e Arabia Saudita, dato l’avvicinamento di allora di tali potenze dovuto al loro recente unanime appoggio al Kuwait, invaso dall’Iraq di Saddam Hussein nella Seconda Guerra del Golfo (1990-91).

Asad e Hezbollah: il caposaldo di una lotta condivisa contro oppressione sionista e imperialismo occidentale

Si possono inoltre riscontrare vari parallelismi simbolici tra queste due realtà politiche. Come Hafez al Asad durante il suo mandato esigeva soprattutto un’adesione popolare ai simboli utilizzati dal regime nella piazza pubblica[8], Hezbollah, considerati i discorsi pubblici del suo leader el Sayyid Hasan Nasrallah, pare voler assicurare tra i suoi sostenitori una semplice adesione simbolica al lealismo asadiano all’interno dei confini libanesi: questa loro mossa politica non rispecchia infatti necessariamente la visione della gente locale. In quanto simbolica, come avveniva nella Siria di Hafez al Asad[9], tale adesione deve poter assicurare la sopravvivenza fattuale di un potere dietro a un’ideologia dominante, e, in tal senso, non forzando necessariamente adesioni alle idee ufficiali del partito in qualità di attore regionale. Questo è stato, a mio personale avviso, il maggior fraintendimento mediatico sul comportamento di Hezbollah verso il proprio elettorato libanese riguardo alla questione siriana.

Il legame di Hezbollah al regime degli Asad – prima con Hafez sino al 2000, in seguito con il figlio Bashar fino ai nostri giorni – è anche inevitabilmente legato, in senso confessionale, alla fatwa del 1973 dell’Imam Musa al Sadr che dichiarava ufficialmente gli alawiti, comunità religiosa governante in Siria, parte della branca sciita dell’Islam. Tale vicinanza tra i due attori regionali è stata progressivamente espressa sia sul piano finanziario sia simbolico, condividendo con il proprio alleato, in modo fedele e assoluto, l’interpretazione storica dei fatti regionali: difatti, ad esempio, la costruzione del monumento di Qana[10] per i martiri libanesi del massacro israeliano dell’Aprile 1996 avvenne solo poi nel 2000 con i fondi di Hafez al Asad.

Strategie comportamentali di Hezbollah sul piano regionale e municipale rispetto alla questione siriana

Vari eventi e testimonianze oggi dimostrano la partecipazione attiva militare di Hezbollah in difesa del regime di Bashar al Asad, tramite la presenza totale di circa 3.500 miliziani nell’area siriana confinante con la Valle della Beqaa libanese, dall’altezza della strada che da Beirut porta a Damasco fino a nord della cittadina di Qusayr, e nei sobborghi meridionali della capitale siriana, dove si trova la celebre moschea di Saiyyda Zeinab (vedere cartina).

Alcuni media internazionali[11], sulla scia dell’influenza iraniana nel Libano del post-guerra (1990) e nel caos iracheno durante l’invasione americana del 2003, hanno già parlato di tutela iraniana di una rete di miliziani che protegga i loro interessi anche nell’incerto futuro regionale in Siria – come per esempio l’alleanza di milizie siriane sciite e alawite chiamate “Jeysh al Sha’by”, finanziate per l’appunto da Teheran. Tale milizia è stata definita da David Cohen, Sottosegretario del Dipartimento del Tesoro americano, “joint venture tra Hezbollah e l’Iran”.

Hezbollah, tuttavia, pare aver tenuto sin dal principio un profilo basso, ad esempio celebrando sempre con toni contenuti i funerali dei martiri in Siria – lo scorso Ottobre nella valle della Beqaa e a inizio Febbraio a ‘Arab Selim, a Sud del Libano – morti “compiendo i loro doveri di jihad”[12]. Nasrallah ha tra l’altro più volte negato[13] il coinvolgimento del suo partito nella crisi siriana l’Ottobre scorso, sostenendo che molti combattenti decidono di andare a difendere il regime di Asad su iniziativa individuale. Questa loro attuale prudenza comportamentale a livello regionale è stata anche dimostrata dalla mancata risposta militare al recente attacco israeliano in Siria lo scorso 30 Gennaio[14].

È possibile distinguere dal partito come attore regionale il “Hezbollah municipale”, ovvero quello che amministra gran parte dei distretti a sud di Beirut, considerati comuni indipendenti dalla municipalità della capitale libanese.

Il tono pacato del “Hezbollah municipale” è stato osservato nella fama di disponibilità che il Partito è riuscito a guadagnarsi presso le municipalità del Sud del Libano nella sfera internazionale degli aiuti umanitari ai rifugiati siriani che abitano l’area ancora in numeri esigui[15]. Questa può essere interpretata come una strategia politica del partito per mantenere il controllo della presenza locale dei profughi siriani, e quindi prevenire disordini nelle proprie aree. Tale disponibilità alla cooperazione del Hezbollah municipale è stata segnalata anche da un annuncio ufficiale da parte del Segretario del Partito Saiyyd Hasan Nasrallah sul canale “al Manar” il Settembre scorso, annunciando aiuti umanitari ai cittadini siriani.

Tali tattiche politiche di cooperazione anche con chi rappresenta, in linea di massima, l’ideologia opposta, e nel contempo evitando attentamente contraddizioni eclatanti in termini etici, sono tipiche del Partito di Dio, come dimostra la sua storia sociale di politiche pragmatiche – si pensi alla partecipazione di Hezbollah nel recentissimo progetto di vaccinazione di bambini siriani e libanesi in collaborazione con UNICEF in tutto il Libano. Tale atteggiamento sempre più diplomatico ha guadagnato negli anni una certa fama di apertura e flessibilità del Partito che ne ha spesso accresciuto i consensi anche in strati confessionalmente diversi da quelli sciiti, e di estrazione sociale ben diversificata all’interno del Libano contemporaneo[16].

Il fraintendimento dei media internazionali sull’alleanza Hezbollah-Asad

La studiosa libanese Amal Saad-Ghorayeb, schieratasi apertamente con la repressione di Bashar al Asad, ha distinto l’approccio di Hezbollah alla libertà, fatto di continua lotta per la giustizia, dall’approccio liberale e occidentale di lotta contro le costrizioni esterne e il potere centrale, presupposto della rivoluzione siriana. È la Resistenza stessa contro Israele a prevalere anche sulla dimensione politica di Hezbollah. Il fraintendimento culturale, a detta di Saad-Ghorayeb, ha radice dunque in un incompreso concetto di libertà collettiva, e non individuale e liberale in senso occidentale.

Gran parte della stampa internazionale ha invece letto il supporto di Hezbollah al regime siriano dopo l’inizio delle insurrezioni in termini di “tradimento” delle radici popolari del partito libanese stesso, noto come paladino d’inclusione, giustizia sociale, riscatto degli oppressi e cittadinanza mobilitata, poiché Hezbollah aveva invece supportato le rivoluzioni in Bahrein, Egitto, Libia e Tunisia. Tale visione in realtà esprime la delusa affezione a Hezbollah di un’esigua intelligentia internazionale, anti-imperialista a Oriente come a Occidente.

Al Sud del Libano è facile ritrovarsi a parlare con gente locale degli eventi in Siria, e constatare che la visione predominante sia quella di Bashar al Asad nelle vesti di “un buon governatore”, “leale con il suo popolo”, “garante di pace e stabilità” o “reale difensore della causa palestinese”.

Ciononostante, le opinioni dei residenti sono alquanto discordanti nelle aree nominate dai mass media “roccaforte di Hezbollah”[17]. Alcuni residenti non si sentono rappresentati dalla politica dominante di accostamento agli Asad, rivendicando giustizia e dignità nella loro “libanesità” spesso sfidata e umiliata dal regime siriano nella storia araba levantina[18].

Mahmud, 30 anni, di Jnah – area costiera delle periferie meridionali di Beirut – sostiene la resistenza di Hezbollah contro il nemico Sionista ma si oppone fortemente agli Asad, ricordandomi cosa il suo paese ha dovuto subire da più decenni a causa del regime siriano. Walid, padre di una famiglia numerosa abitante nel quartiere di Haret Hreik, mi parla dell’ipocrisia ideologica e pragmatica del Partito di Dio riguardo alla questione siriana, dal momento che “la ragione principale di tale supporto è soltanto il fornimento di armi e risorse dall’Iran che passa attraverso la Siria”. Similmente, Rihab, 26 anni, madre di famiglia in uno dei villaggi libanesi del Sud che porta ancora le cicatrici dell’occupazione israeliana (1978-2000), mi parla delle ragioni pragmatiche di Nasrallah di parlare a favore del regime siriano, ma che, in fin dei conti, “il leader siriano è buono con il suo popolo fornendo una protezione sociale che qui in Libano invece ci possiamo solo sognare”.

L’accostamento del Hezbollah regionale al governo siriano e la consapevolezza a livello locale che ciò sia dovuto a questioni di Realpolitik contrastano con la mentalità del partito – vedi supra – e non sembrano contribuire a un quadro di “delusioni politiche” a livello individuale del singolo cittadino, come è spesso stato rilevato invece nei media internazionali che hanno affrontato tale questione[19].

Basandomi su molteplici esperienze vissute con la cosiddetta “gente di Hezbollah”[20], la parziale perdita di consenso del partito a livello politico-nazionale, piuttosto, è dovuta a una crescente mancanza di trasparenza nella gestione interna dei fondi e a corruzione clientelare (in Libano nota come wasta), e non dunque all’allineamento alla Siria di Asad, come sostenuto da parte della stampa internazionale. Wasta che rende Hezbollah sempre più simile al resto dei partiti politici libanesi, e dimostrandone – malgrado l’intrascurabile agenda politica iraniana che fornisce loro la linfa vitale – un compiuto processo di “libanesizzazione”, termine che servì a indicare la loro entrata ufficiale in politica nelle elezioni municipali del 1992.

Quindi, una strategia locale fatta di astute diplomazie da un lato, e di normalizzazione morale dell’appoggio al regime siriano dall’altro, sono le pedine che Hezbollah sta attualmente giocando al fine di edificare un proprio modus vivendi nell’ancora nebbioso post-Asad. Tali mosse strategiche delineano la complessità del partito nel percorso dal 1992 verso un complesso processo di istituzionalizzazione, che è talvolta ancora rifiutata nella compagine internazionale, giacché Hezbollah è tuttora definito da alcuni governi “organizzazione terroristica”. Le rinnovate accuse che Hezbollah ha ricevuto da parte della Bulgaria riguardo all’attacco terroristico su un bus carico di turisti israeliani lo scorso Luglio[21], sono un esempio della resistenza del partito a dinamiche che lo farebbero retrocedere sino a una sua nuova de-istituzionalizzazione.

Il futuro di Hezbollah sul piano regionale, locale e popolare

È dunque la questione siriana odierna che ridisegna e fa emergere con sfumature disomogenee cosa sia Hezbollah in Libano oggigiorno, rispetto al regime di Asad, rispetto al resto della scena politica interna libanese, e rispetto alla “sua” gente. In conclusione, il Hezbollah regionale vede se stesso come inscalfibile da una situazione siriana prettamente interna. E, allo stesso tempo, emerge maggiormente come un partito libanese a pieno titolo agli occhi dello scenario politico interno, distanziandosi dal suo passato di costituire l’alternativa allo Stato; e, in vista del post-Asad, il partito viene interpretato come più disposto a negoziare con gli altri attori politici, come affermato recentemente da uno degli esponenti della rivale coalizione del 14 Marzo Sami Gemayel, de facto riferendosi al possesso di armi da parte del partito[22]. Hezbollah abbandonerebbe così gradualmente la sua reputazione di “rivale dello Stato” par excellence.

Al cospetto di molti dei suoi veterani sostenitori locali, sempre più critici e disillusi soprattutto nelle periferie meridionali di Beirut, Hezbollah, prima concepito come iniziatore di una morale sociale attiva e consapevole, garante della loro stessa sopravvivenza fino alla fine della guerra civile, e “forza sovrannaturale” militare, quale è stata percepita negli anni della resistenza islamica all’occupazione israeliana, oggi, a livello popolare, viene vissuto in misura crescente come ambiguo partito politico, parte integrante della scena libanese, e pertanto come uno tra i “freddi mostri” di cui ogni Stato è costituito, per dirla con il filosofo Nietzsche.

È quindi in questo senso che il futuro siriano, indipendentemente da come muteranno gli allineamenti regionali, sarà indubbiamente la cartina di tornasole dell’evoluzione del Hezbollah regionale innanzitutto,  e, solo di riflesso, del Hezbollah locale-amministrativo. Come sempre, è in realtà la gente a esser profeta di un inevitabile cambiamento.


[1] Interviste da me condotte con il Vice-Sindaco di Haret Hreik, Hajj Ahmed Hatoum, il 31 Gennaio 2012 e 6 Febbraio 2013.

[2] Hafez al Asad il 12 Agosto del 1976 bombardò il campo palestinese di Tel al Zaatar durante la Guerra civile libanese pur di evitare uno scontro diretto con Israele. Tale azione permise inoltre a Asad di entrare in Libano senza che Israele si opponesse.

[3] Così anche durante la Prima Guerra del Golfo degli anni ’80, in cui la Siria, nuovamente al fianco dell’Iran dei Pasdaran – i “Guardiani della Rivoluzione” – si alleò contro l’Iraq di Saddam Hussein.

[4] “Jabal ‘Amel” stava storicamente a indicare il Sud del Libano, prima delle maggiori migrazioni sciite ai sobborghi meridionali di Beirut. Il termine anticamente indicava anche la parte settentrionale della Galilea.

[5] I Baathisti vennero definiti dal leader egiziano Gamal ‘Abd el Naser “fascisti”, a dispetto del loro slogan ufficiale, a cui tutti nell’Esercito dovevan fare giuramento: “Unità, Libertà e Socialismo”.

[7] Il seguente filmato in Arabo del canale al Manar ne è una testimonianza: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=U171R7siAvY# .

[8] Come menzionato sopra, i simboli sono sempre stati quelli della difesa assoluta della causa palestinese e del nazionalismo arabo.

[9] Per approfondire il simbolismo utilizzato in Siria negli anni del mandato di Hafez consiglio la lettura di Lisa Wedeen, “Ambiguities of Domination: Politics, Rhetoric and Symbols in Contemporary Syria”, The University of Chicago Press, 1999.

[10] Cittadina a Sud del Libano a pochi kilometri di distanza da Tiro, occupata dalle truppe israeliane fino al 2000.

[15] La mappa della presenza dei rifugiati siriani in Libano è consultabile sul sito ufficiale di UNHCR: http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/page?page=49e486676 .

[16] Per quanto la mia analisi, come anticipato, verta su una distinzione del piano politico-regionale rispetto a quello comunale-locale – ovvero maggiormente legato ai servizi sociali offerti dagli enti specializzati del partito – tengo a sottolineare che Hezbollah va concepito come un unico ente militare, politico e sociale. Diversamente, i servizi sociali che offre, come quelli ancora parzialmente coperti da un’aura di mistero per i profughi siriani, finiscono per essere concepiti come meri strumenti di strategie politiche – soltanto perché di Islam e di Hezbollah si tratta – anziché parte integrante della logica sciita provvidenziale del partito.

[17] Si intendono le periferie Sud della capitale libanese.

[18] La cosiddetta “tutela” siriana in Libano durò dal 1976 fino all’Aprile 2005, a seguito della Rivoluzione dei Cedri libanese che protestava la prolungata presenza siriana, spesso sinonimo di rapimenti, stupri e abusi di potere, oltre a terrorismo psicologico suscitato nella popolazione libanese, dominata dalla paura di reagire a tale oppressione.

[20] La ricerca che ho condotto sul campo tra Settembre 2011 e Febbraio 2012 prevede l’analisi delle dinamiche sociali e individuali che emergono come risposta locale agli interventi umanitari nei sobborghi meridionali di Beirut dopo la guerra del 2006 con Israele, sino a oggi nei villaggi dell’Akkar – Nord Libano – a seguito del notevole afflusso di rifugiati siriani.

[22] Discorso tenuto all’Università di Sydney in Australia, il 21 Maggio 2012.

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