Sami Gemayel’s talk at the University of Sydney (by Estella Carpi – May 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/sami-gemayel-uomo-dal-multiforme-ingegno.html

Sami Gemayel, uomo “dal multiforme ingegno”?

29 MAGGIO 2012

(di Estella Carpi*). Lo scorso 21 maggio eravamo una sessantina ad assistere all’intervento di Sami Gemayel, eminente membro del partito falangista libanese, noto per le sue posizioni conservatrici, sulla scia dei suoi avi.

L’evento è stato organizzato dalla Australian Lebanese Association con sede a Sydney. Fondata nel 1947, ha tra i suoi principi portanti il suo carattere non religioso, non confessionale e soprattutto apolitico.

Talmente non confessionale e apolitico da invitare a parlare di democrazia l’attuale leader del partito falangista cristiano libanese. Strategie anticonfessionali o aconfessionali, a detta loro, che dopo varie interviste con le più disparate associazioni libanesi, mi sono purtroppo estremamente note.

Dopo essersi laureato all’università Saint Joseph di Beirut, Gemayel è attualmente dottorando presso l’università di Grenoble. Fratello di Pierre – eminente figura politica anti-siriana assassinata nel 2006 – ha sempre rappresentato nella compagine odierna, nonostante la sua giovane età, il pugno duro cristiano-libanese che invoca l’unione politica nazionale dei cristiani come unica soluzione per i problemi del Libano contemporaneo.

Mi siedo a fianco di un’anziana libanese velata. Il dettaglio pseudo-orientalista mi è necessario per non negarvi la serie di pensieri stereotipati che mi sopraggiungono nel trovarla in un contesto del genere: probabilmente seguace del partito al Mustaqbal fondato da Rafiq Hariri e fiera paladina della coalizione del 14 marzo?

Entra finalmente Gemayel: non sentivo una standing ovation di tale portata dai tempi del concerto degli Smashing Pumpkins nei miei tardi anni Novanta. Il suo discorso sfiora dal primo minuto il populismo più raccapricciante: diritti umani, democrazia in Libano, demolizione del sistema confessionale fonte di tutti i mali, la Siria occupante, l’Iran opprimente, Hezbollah burattino e ruffiano delle agende siro-iraniane, e il Libano, per l’ennesima volta, bellissimo staterello caduto vittima delle avide mire straniere. E via con l’applauso, come sempre, sulle note della litania della “guerra degli altri”.

Non mi sorprende che Sami Gemayel si erga a paladino della giustizia e della democrazia occidentali, per non smentire coloro che lo hanno presentato in apertura dell’evento come un uomo che “piange, soffre e gioisce con il Libano”. Un uomo d’azione che ha fatto il possibile per liberare il suo Paese dall’oppressione siriana durante la cosiddetta Rivoluzione dei Cedri del 2005. Gemayel ci chiede un minuto di silenzio per ricordare le vittime degli ultimi tragici eventi di Tripoli e poi di tutta la storia libanese.

Ci rinfresca la memoria sull’occupazione siriana del Libano (al wikala al suriyya, 1976-2005), e sull’imminente necessità di smantellare il regime di Bashar al Assad. Nel quadro del bassissimo livello dell’informazione sulla rivoluzione siriana in cui sono sprofondati in troppi, Gemayel, pur partendo da prospettive diametralmente opposte alle mie, mi trova d’accordo sul fatto che, dati gli eventi degli ultimi mesi, sia inconcepibile dubitare ancora che possa esistere un regime peggiore di questo attuale nella vicina Siria.

Ciononostante Gemayel, da buona “rosa tra le spine” – come Papa Leone X chiamava i cristiani d’Oriente – non risparmia la sua intramontabile islamofobia, dubitando della capacità “islamica” dei Fratelli Musulmani e potenzialmente dei salafiti, di far avanzare la democrazia e di migliorare il livello di occupazione, educazione e sanità, sulla linea dei cambiamenti rivendicati durante la cosiddetta primavera araba.

Se Gemayel evita perlomeno la tipica retorica maronita che prende le distanze dall’arabità, è invece un membro del pubblico a farlo: “Feci questa stessa domanda a tuo padre un decennio fa: quale sarà l’evoluzione del Libano dopo questa fase? Come garantiremo la pace alla comunità cristiana in Libano?”.

Lo spettatore – o ammiratore, sarebbe più opportuno chiamarlo – si rallegra che gli venga data la stessa risposta di un decennio prima: “Il Libano risorgerà più forte e unito di prima. E nelle prossime elezioni non ci saranno più scontri tra le Falangi e le Forze libanesi”. Trasformare il Libano nella Svizzera del Medio Oriente, come lo si  chiamava prima della guerra civile (1975-1990), dove ogni emigrato desidererebbe tornare, pare costituire l’apice dell’ottimismo delle Falangi di Sami Gemayel.

Sulle parole della peroratio, non resisto e chiedo all’anziana signora velata al mio fianco perché mai Gemayel la entusiasmi così tanto: “Non ne so molto di politica, ma viene dal mio Paese e rappresenta l’unico legame con la patria che mi resta ora come ora”. È risaputo che gli emigranti della diaspora tendono a riprodurre nel Paese di destinazione le stesse divisioni del Paese d’origine nello spazio urbano e nell’immaginario ideologico, spesso enfatizzandole. Serbi, croati, macedoni e bosniaci, maroniti, sciiti e sunniti libanesi, palestinesi e israeliani nell’Australia attuale sembrano più divisi che mai. Eppure, le loro diverse esistenze confessionali, al di là di ogni alleanza politica, ripensando alla nostra anziana signora, paiono ora riconciliarsi ai livelli più alti: quelli politici.

Come farmi sfuggire l’opportunità di una domanda a Sami Gemayel? Alzo la mano, quasi mi inerpico sulla sedia, ma non mi viene data priorità rispetto alle moltissime altre mani alzate e viene dichiarato concluso l’evento.

Come parlare di democrazia in Libano senza parlare di responsabilità, gettata tra le mani del primo sventurato come una patata bollente? Come invocare lo smantellamento del sistema confessionale e denunciare i favoritismi nepotistici tipici libanesi senza rinunciare a se stessi, eredi dei medesimi privilegi, in quelle medesime vesti politiche, portatrici sane di misfatti passati?

“L’ipocrisia è inseparabile dall’essere uomo come la viscidità dall’essere pesce”, diceva d’altronde Sören Kierkegaard. Come parlare di necessità del voto libero, non coatto, né comprato, negando esplicitamente allo stesso tempo la legittimazione di Hezbollah e il suo vasto – seppur a mio avviso declinante – consenso popolare? Come arrivare a lamentare l’attuale condizione dei maroniti ridotti a cittadini di secondo grado? Con che realismo e onestà politici parlare della necessità di “neutralità e decentralizzazione” in una realtà dove le amministrazioni locali – il Metn, per quanto lo riguarda – non sono altro che il volto postmoderno di clientelismi di stampo feudale, tuttora prostituiti a un’ambigua comunità internazionale? Con che coraggio invocare l’imparzialità sulla questione arabo-israeliana, quando migliaia di figli della Nakba palestinese vivono di stenti all’interno dei confini libanesi e si vedono negati quei diritti che lui stesso reputa “inattuabili” se all’interno di una realtà islamica? Queste sono solo alcune delle tante domande che avrei voluto porgli.

È un inno a Sami Gemayel, uomo che in Libano “non è libero come lo è qui ora mentre lo vedete in carne ed ossa”, e un bell’Allah yehmik (Dio ti protegga) a lui dedicato a chiudere l’evento.

Come direbbe Gibran, “Pietà per la nazione, i cui uomini sono pecore e i pastori sono guide cattive… Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi e i cui saggi sono messi a tacere. Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi. Pietà per la nazione”.

_____

* Estella Carpi è studentessa di dottorato presso l’Università di Sydney e passa lunghi periodi in Libano per la sua ricerca.

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