Reflections on the cultural conception of Resistance (by Estella Carpi – January 2012)

http://www.sirialibano.com/lebanon/resistenza-tra-lingua-cultura-e-ineluttabilita.html

“Resistenza” tra lingua, cultura e ineluttabilità

11 GENNAIO 2012

(di Estella Carpi) Talvolta, pur di rinverdire l’importanza di una causa o far valere un concetto che ci sta a cuore, ci tocca rivelare alcuni pensieri che passano rapidi nella mente e di cui, in sostanza, ci si vergogna  di aver fatto col senno di poi. Questa è una di quelle volte.

Un paio di giorni fa affrontavo a Beirut una conversazione che si rivelava piuttosto ardua sin dal principio. Il mio interlocutore era un ex professore palestinese, di cultura libanese cristiana, comunista, leninista, sostenitore politico di Hezbollah. Questo restando fedeli meramente al modo suo proprio di descrivere se stesso. Lecito. Non diventa lecito se condanni l’altro a trovare le proprie, di categorie.

Ma veniamo al punto: che significa, “resistenza”? “In senso proprio”, mi chiede, “cosa implica l’atto della resistenza?”.

“Reazione (radd), difesa (difaa), armata o non (musallaha walla silmiyye), opposizione (muʻarada) a una fonte di oppressione (zulm) che può partire dall’interno o dall’esterno”, rispondo io.

Mi corregge, dice che è una definizione impropria.  Avrei dovuto aggiungere, anche parlando a livello semanticouniversale – per come la vedeva lui – che resistenza implica necessariamente l’imbracciare le armi. Altrimenti è protesta, manifestazione o semplice forma di ribellione.

Giusto. Dimenticavo: non posso andare di mera descrizione semantica da Treccani considerando la situazione. Mi è necessario “culturalizzare” l’episodio così come la definizione in questione, seppur, mio malgrado, lui ritenga la sua obiettivamente universale.

Per far capire i punti chiave su cui cercavo di far valere le ragioni della mia risposta e della mia resa, mi è necessaria qualche specificazione teorica. Durante la conversazione mi raffiorano alla mente i miei studi di antropologia linguistica. Tento di far valere in primis l’atto locutivo del termine (ovvero il puro contenuto verbale della mia descrizione, credendolo illusoriamente universale).

Dopo le sue insistenze sul fatto che non esiste resistenza che non sia armata, noto che il mio atto perlocutivo – quello che invece diciamo essere l’effetto che una frase provoca sul parlante – fallisce miseramente nella conversazione in analisi.

Gliela do vinta. In tutto ciò mi chiedo quail siano le ragioni dell’impossibilità di trovare un punto comune e perché io sia giunta allo scontro: se i termini che usiamo sono culturali, e non vi è quindi modo di universalizzarli in alcune interazioni, la mera disponibilità ad universalizzare il termine stesso è culturale a sua volta?

Oppure è proprio l’approccio alla realtà stessa e come la si concepisce che son diversi in partenza, e quindi si giungerebbe allo scontro in ogni caso, senza che costituisca necessariamente  una questione terminologica?

Valentin Voloshinov opterebbe per quest’ultima ipotesi, con le sue teorie sull’inscindibilità del binomio lingua-ideologia politica; così come Mikhail Bakhtin con il suo concetto di lingua come prettamente dialogica e sociale. Mi domando tuttora sul ruolo della lingua in questo episodio.

Il buon Alessandro Duranti, antropologo dell’Ucla (University of California di Los Angeles), coi suoi studi sul parlare quotidiano la dice più che giusta, a mio vedere: in alcune culture, come quella samoana, senza successo perlocutivo le parole non produrrebbero alcun significato, senza mezzi termini.

In casi come questo che vado descrivendo, l’intenzione, quella così importante nel mondo islamico ad esempio  – la niyya, totale convinzione e adesione intima all’atto  – cade con tutta l’importanza di cui anche noi popoli latini la investiamo ogniqualvolta vogliamo “far valere le nostre ragioni”.

Torniamo alla nostra conversazione: dunque la resistenza è solo armata. Ma attenzione, all’ex professore non basta, devo arrivare ad ammettere che resistenza è unicamente la Resistenza di Hezbollah contro Israele. Non vi è altra resistenza strictu sensu nella storia umana.

Il ragazzo Sahrawi che siede al mio fianco inizia a muoversi innervosito. Difficile immaginare le ragioni? “Non è una questione di vocabolario”, osserva  l’ex professore, “è così e basta. L’unica resistenza che ci sia mai stata è quella di Hezbollah contro Israele. È infatti un errore intellettuale dell’Occidente considerare resistenza gli eventi di cui state portando esempio”. Il  ragazzo Sahrawi si muove con fare ancora più innervosito.

Questa volta il mio Streben antropologico di immedesimarsi nel suo punto di vista, il quale questa volta deride le modalità e l’importanza della Resistenza partigiana contro il fascismo, va – passatemi il termine – bellamente a farsi benedire.

Forse la comune arabità – o forse perché no, il solo fatto di esser “maschio”? – fa sì che il ragazzo Sahrawi venga graziato con un’altra possibilità di comunicazione dall’ex professore, il quale, probabilmente, non ha smesso di sperare che almeno il mio vicino, a differenza mia, possa abbracciare l’ipse dixit che gli è al cospetto con tanta generosità. L’ex professore ha già rinunciato da tempo, anzi forse sin dal principio, a “trasmettermi” la sua visione ed addirittura a rivolgermi lo sguardo.

Io, ricercatrice occidentale, colonizzatrice senza scampo per nascita, che millanta supporto a valori di resistenza a oppressioni  – e non solo quella palestinese, seppur prima tra tutte –  oso ammettere la resistenza di altri popoli su questa terra. In altre parole, l’incomprensione linguistica su cui ho ampiamente meditato qui sopra genera a sua volta anche una mia indisposizione alla comunicazione.

Mi dirigo a casa indignata, atterrita, disperata, immensamente triste nella mia impotenza di non poter dire quello che penso; poiché questo, in un certo qual modo, era già stato deciso prima di farmi entrare da quella porta.

Ed ecco allora alcuni dei pensieri che trovano risposta in me quest’oggi, con la ferma lucidità del senno di poi: ma allora per chi diavolo “combatto”, intellettualmente, da tempo? Che causa è mai una causa che non riconosce le altre? Che causa è mai quella che è incapace di concepire lotte per libertà, giustizia ed eguaglianza in contesti diversi?

O forse è stato tutto un malinteso, prodotto dall’impossibilità di possedere gli stessi parametri linguistici? E quindi, è la terminologia che talvolta ci condanna a metter piede su un terreno che diventa di scontro?

Prima di dormirci sopra, mi sopraggiunge un pensiero che mi “salva” dal cadere in minimizzazioni su una condizione umana – quella appunto palestinese – che tragicamente esemplifica altre: questa volta, lo sguardo che descriveva Samir Kassir nel suo “L’infelicità araba” – un paralizzante sguardo “che impedisce perfino la fuga… che ridicolizza la tua impotenza e condanna a priori la tua speranza” – sono stata io a viverlo.

Immobile con le mie proprie inquietudini “di fronte alle certezze dell’Altro: le sue certezze su di te”. Per la prima volta in vita mia qualcuno, seppur involontariamente e con modi comunicativi nettamente disdicevoli, mi ha insegnato cosa significa essere nei panni di un palestinese.

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